Sraffa e Gramsci, un’”amicizia” ancora non del tutto compresa

gramsci straffa

“Antonio Gramsci e Piero Sraffa sono tra i grandi intellettuali del Novecento europeo. La figura e le idee dell’uno, capo del Partito Comunista, sono state una stella polare per generazioni di pensatori e militanti politici. Economista originalissimo e di raffinata cultura, l’altro fu parte di una rete intellettuale che includeva pensatori come Keynes e Wittgenstein. Per vent’anni i due furono legati da una grande amicizia; quando Gramsci fu rinchiuso nel carcere fascista essa continuò a distanza, nutrita da lettere che passavano attraverso la cognata di Gramsci, Tatiana Schucht”. Cosa univa questi “due grandi”? È l’interrogativo al quale Giancarlo De Vivo cerca di rispondere nel volume “Nella bufera del Novecento. Antonio Gramsci e Piero Sraffatra lotta politica e teoria critica”.

Per dare una risposta all’interrogativi, l’autore, docente di Economia politica preso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, attenendosi rigorosamente “il più strettamente possibile all’evidenza documentale”, indaga sull’origine della loro amicizia, cercando di capire, da un lato, “quali ideali e quali circostanze” hanno permesso l’incontro di “due uomini così diversi”: il primo, componente di una povera famiglia sarda, il secondo , figlio di un autorevole giurista, Angelo Sraffa, rettore della Bocconi; da un altro lato, per comprendere cosa abbia continuato a legarli, “mentre l’uno era chiuso in carcere e l’altro era a Cambridge”.

Gramsci e Sraffa si sono incontrati per la prima volta nel 1919 e il “trait d’union” tra i due è stata una singolare figura di docente di materie letterarie, Umberto Cosmo. Tra le diverse sedi in cui ha avuto modo di insegnare, vi è stata quella di Cagliari (presso il Liceo classico Dettori) e, in questa città, nel 1895, si è iscritto al Partito Socialista; nel 1898, dopo il suo trasferimento a Torino, Cosmo ha coperto la cattedra di insegnato italiano e latino al Liceo Classico Gioberti e al Liceo Classico D’Azeglio, per poi passare all’insegnamento universitario, a partire dal 1911, dopo aver conseguito la libera docenza in letteratura italiana. Ai vari livelli d’insegnamento, Cosmo, socialista pacifista e anti-interventista, ha avuto nel corso degli anni tra i propri allievi personaggi che sarebbero divenuti figure di rilievo della cultura e della politica italiane, come Piero Gobetti, Norberto Bobbio, Angelo Tasca, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti ed anche Antonio Gramsci e Piero Sraffa.

Il momento (1919) e il luogo (Torino) “sono più che significativi” – afferma De Vivo – per capire come Cosmo abbia potuto favorire l’incontro di Gramsci con Sraffa; il 1919 segnava l’inizio del “Biennio rosso” (caratterizzato da una serie di lotte operaie e contadine che hanno avuto il loro culmine con l’occupazione delle fabbriche nel 1920) ed il loro epicentro nella città di Torino, dove il 1° maggio del 1919 Gramsci ha iniziato la pubblicazione de “L’Ordine Nuovo”.

E’ probabile – continua De Vivo – che sia “stato proprio Cosmo (cui i fascisti imputeranno di aver corrotto la gioventù inculcando idee sovversive ai suoi allievi) a indirizzare Sraffa (col quale manterrà sempre i contatti) verso ideali socialisti”; per quanto manchino documenti sul chi o cosa abbia spinto il giovane esponente di un’agiata famiglia dell’alta borghesia ebraica verso le idee socialiste, da un passaggio di una lettera di Sraffa a Gramsci (“mi ero irrigidito, fino al 1917, nel socialismo pacifista del 1914-15”) può plausibilmente desumersi, “che il primo socialismo di Sraffa, del 1914-15, [nell’anno scolastico 1913-14, Sraffa aveva avuto al Liceo Classico D’Azeglio di Torino Umberto Cosmo come insegnante] fosse appunto un ‘socialismo pacifista’”: la data e l’espressione “socialismo pacifista” fanno pensare a Cosmo.

E’ probabile anche che l’iniziativa di Cosmo di mettere in contatto Gramsci e Sraffa nel 1919 “non scaturisse – afferma De Vivo – da mero desiderio del professore di fare incontrare due cari allievi, ma partisse da una motivazione politica”; ipotesi, questa, confermata dal fatto che nel periodo 1919-1921 Sraffa ha partecipato attivamente al movimento dei giovani socialisti torinesi, “diventando (nelle parole di Togliatti) ‘uno dei dirigenti del gruppo di studenti comunisti che si era formato intorno a ‘L’ordine Nuovo’”.

Se è solo congettura che Sraffa e Gramsci siano stati messi in contatto nel 1919, è invece documentato che, verso la fine del 1923, Gramsci ha scritto a Sraffa per coinvolgerlo nella ripresa della pubblicazione de “L’Ordine Nuovo” e nella costituzione di un ufficio di ricerche economiche per il Partito Comunista; un progetto, però, frustrato dalle leggi liberticide che il fascismo ha adottato tra il 1925 e il 1926, anno nel quale Gramsci veniva arrestato, per essere poi, dopo un breve periodo di libertà condizionale, rinviato a giudizio davanti al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, che nel 1928 lo ha condannato a più di vent’anni di galera.

Negli anni del carcere, Sraffa e Gramsci si sono mantenuti in contatto attraverso Tatiana Schucht (cognata di Gramsci); le lettere che Gramsci scriveva a Sraffa venivano da quest’ultimo passate al centro estero del Partito Comunista a Parigi. Oltre che tramite con il partito, Sraffa, avvalendosi dell’accreditamento sociale della propria famiglia, ha aiutato Gramsci a gestire molti dei suoi problemi legali (il suo difensore, Saverio Castellet, era collaboratore del padre di Sraffa), prodigandosi anche per fare ottenere provvedimenti a favore dell’amico (uno zio di Sraffa, Mariano D’Amelio, era Senatore del Regno e primo Presidente della Corte di Cassazione). Infine, negli anni del carcere, Sraffa ha “stimolato” l’amico carcerato facendogli pervenire, tramite la cognata, pubblicazioni su materie che, a suo giudizio, potevano interessare il carcerato, affinché, attraverso lo studio e la scrittura, potesse conservare il cervello funzionante e creativo.

Sul piano politico, Sraffa e Gramsci – osserva De Vivo – avevano (fatta eccezione per la formazione economica che non era un punto di forza in Gramsci) molti tratti in comune dal punto di vista della formazione intellettuale e politica. Entrambi nutrivano un grande interesse per i classici del marxismo; ciò non significa, però, che i due amici concordassero su tutto, per via del fatto che Sraffa era meno propenso di Gramsci a lasciarsi influenzare da ragioni idealistiche. Su un elemento fondamentale, però, le vedute dei due amici convergevano: sull’identica interpretazione del materialismo storico. Essi, infatti, non condividevano l’interpretazione meccanicistica del “rapporto struttura-sovrastruttura”; ovvero, non condividevano l’idea che ci fosse “una totale e assoluta subordinazione della seconda alla prima” e che elementi sovrastrutturali (come la cultura e le ideologie) non potessero “reagire sulla struttura”.

Nonostante la convergenza su questo importante aspetto della loro adesione al marxismo, diversa era l’origine del perché Sraffa e Gramsci non condividessero l’idea di una rigida subordinazione della sovrastruttura alla struttura. L’adesione alla concezione materialistica della storia, a differenza di quanto forse era accaduto per Gramsci, non derivava per Sraffa da influenze idealistiche, ma dalla sua contrarietà alla teoria economica del marginalismo (teoria sviluppatasi tra il 1870 e il 1889, ancora oggi dominante rispetto a quella classica e marxiana); tale teoria era da Sraffa “combattuta”, perché portatrice di una concezione meccanicistica della distribuzione del prodotto sociale.

Sraffa negava che la distribuzione fosse determinata – come egli stesso diceva – “da circostanze naturali, o tecniche, o magari accidentali, ma comunque tali da rendere futile qualunque azione, da una parte o dall’altra, per modificarla”; in altri termini, la sua avversione al marginalismo conduceva Sraffa a negare che la distribuzione del prodotto sociale avesse “leggi ferree” e che, per la spiegazione del fenomeno distributivo, fosse necessaria una ricostruzione della teoria economica attraverso il ricupero della teoria classica e marxiana del sovrappiù, con conseguenze non di poco conto sul piano delle regole sottostanti il funzionamento del sistema economico-sociale.

Intanto, secondo la critica di Sraffa, tutte le grandezze economiche (quantità da produrre, consumo, salario, profitto, ecc.) non erano fenomeni ricadenti all’interno dell’economia; essi andavano invece ricondotti all’interno di “approcci procedurali”, la cui insufficiente formalizzazione ed istituzionalizzazione legittimava il ruolo e la funzione del “conflitto sociale”. Ciò significava che quasi tutte le grandezze economiche venissero calcolate su “basi tecniche”, come il foraggio per il bestiame ed il combustibile per le macchine, mentre il profitto era calcolato residualmente, identificandosi in ciò che resta del prodotto sociale dopo avere rimunerato il lavoro e reintegrato i capitali anticipati.

Secondo Sraffa, perciò, nella prospettiva della ricostruzione della teoria economica, la spiegazione tradizionale del processo distributivo del prodotto sociale, proprio della teoria marginalista, veniva completamente abbandonata. Le quote distributive non dipendevano più dalle condizioni tecniche della produzione, ma dai rapporti di forza tra i detentori della forza-lavoro e quelli dei beni-capitale e da altre cause esterne al processo distributivo, quali le variabili monetarie. Il processo distributivo veniva spiegato sulla base di un nuovo processo che derivava la distribuzione del prodotto sociale non più dalle contribuzioni dei fattori produttivi (lavoro e capitale) alla formazione del prodotto, ma dal conflitto tra categorie contrapposte di operatori economici; in altri termini, la distribuzione del prodotto sociale cessava di essere spiegata sulla base della teoria marginalista, attraverso il libero svolgersi, in termini di necessità e di ineludibilità, dell’interazione delle domande e delle offerte di tutti i beni e di tutti i servizi produttivi nei rispettivi mercati.

Nella prospettiva di Sraffa, diventava invece possibile assumere l’esistenza di una pluralità di distribuzioni del prodotto sociale, tutte compatibili con il funzionamento del sistema economico, in presenza del pieno impiego della forza-lavoro e dell’intero capitale disponibile. In tal modo, la distribuzione del prodotto sociale tra le categorie contrapposte di operatori non era solo un “fatto conflittuale”, ma era anche (nei limiti delle disponibilità, fatta salva la reintegrazione di tutti i beni-capitale impiegati nel processo produttivo) un “fatto indifferente” per il sistema economico; nel senso che quest’ultimo poteva “tollerare” tutte le possibili distribuzioni del prodotto sociale, comprese in un arco di variazione che andava dall’azzeramento del livello del profitto (a vantaggio delle forza-lavoro) ad un livello del salario uguale alla sola sussistenza biologica della forza-lavoro (a vantaggio del capitale e dei suoi proprietari): cessava quindi di esistere un “livello naturale” del salario, connesso ad un’ipotetica configurazione di equilibrio nella distribuzione del prodotto sociale.

Nella ricostruzione sraffiana della teoria economica, veniva rovesciata la relazione tra le condizioni di funzionamento del sistema economico e quelle che presiedevano alla distribuzione del prodotto sociale: le prime costituivano la “variabile indipendente”, mentre le seconde costituivano la “variabile dipendente”. Per la teoria marginalista, al contrario, era vero l’opposto; per cui, considerare qualsiasi forma di reddito (salario o profitto) “variabile dipendente” da condizioni distributive sottratte al rapporto di forza fra le categorie contrapposte di operatori economici proprietari dei fattori produttivi di specifici servizi, significava rifiutare l’esistenza di una pluralità di possibili configurazioni distributive del prodotto sociale, confermando invece la supremazia del mercato.

In conclusione, secondo Sraffa, il conflitto sociale sottostante la determinazione della distribuzione del prodotto sociale tra le varie categorie di operatori economici non era un “elemento di disturbo”; piuttosto che un “vizio” del sistema sociale, esso andava considerato una “virtù”: sin tanto che non fosse stata formalizzata una nuova teoria economica più generale (che spiegasse, in modo coerente e non contraddittorio, la dinamica del consumo, delle forme d’impiego del capitale e delle modalità di distribuzione del prodotto sociale) il conflitto costituiva un elemento fisiologico senza del quale il sistema sociale non avrebbe potuto stabilmente operare. Era, questa, una conclusione importante, ricca di implicazioni significative, che aprivano all’azione economica (e, più in generale, all’azione politica) la strada della “volontà” e della “libertà”, in quanto la riscattavano dai condizionamenti degli “automatismi necessitanti” delle istituzioni proprie del presunto mercato competitivo della teoria economica ancora oggi dominante.

Nella ricostruzione sraffiana, tuttavia, il conflitto, sebbene costituisca un elemento importante per dare positive risposte al problema distributivo, non è uno strumento idoneo a garantire condizioni di operatività stabile del sistema socio-economico, soprattutto a seguito del passaggio dall’”economia della scarsità” all’”economia dell’abbondanza” (caratterizzata dal fenomeno della disoccupazione strutturale crescente e dall’obsolescenza del sistema di protezione sociale esistente); ciò perché, il conflitto, per quanto necessario, costituisce pur sempre (soprattutto se gli si riconosce il ruolo attribuitogli dal marxismo ortodosso), non solo una fonte ingiustificata di costi e di sprechi, ma anche la negazione della possibilità che esso (il conflitto) possa essere “affievolito”, attraverso modalità processuali compatibili con l’interpretazione del materialismo storico che ha accomunato Sraffa e Gramsci e che implica il rifiuto della natura meccanicistica del “rapporto struttura-sovrastruttura”.

Pur mancando documenti che attestino ciò di cui Sraffa e Gramsci hanno discusso negli incontri occorsi tra i due nel breve periodo 1924-1926 (prima che Gramsci fosse arrestato), si può tuttavia dire, come sottolinea De Vivo, che i due amici non abbiano parlato sino a tarda notte solo del più e del meno; se è improbabile che essi abbiano discusso di teoria economica in senso stretto (argomento sul quale Gramsci mancava di competenza), “avranno certamente parlato – afferma De Vivo – di questioni politiche di attualità, ma assai probabilmente anche di questioni relative al marxismo, e in particolare di ‘materialismo storico’, cioè di quelle questioni economiche di largo respiro che i marxisti consideravano il terreno proprio del pensiero di Marx, e il campo in cui questo mostrava la sua superiorità rispetto alla teoria economica marginalista”.

Il materialismo storico di Marx, era però fortemente connesso al determinismo economico, implicante l’assunto che la sovrastruttura (le idee, le ideologie e la cultura in generale) fosse sempre determinata da eventi materiali; un assunto, quello marxiano, che contraddiceva l’”equivalenza tra fatti materiali e idee”, affermata da Sraffa e da Gramsci (proprio per questo, entrati entrambi nel “cono d’ombra” del sospetto e della critica da parte dell’ortodossia marxista). E’ stato forse Gramsci, competente a trattare la prassi del processo politico più di quanto lo fosse Sraffa, a formulare la possibilità, partendo dalla loro comune interpretazione del materialismo storico, che la fuoriuscita dal capitalismo potesse essere realizzata al di fuori dell’idea tradizionale della conquista violenta del “potere centrale”, quindi a teorizzare un movimento sociale articolato sul riconoscimento delle diversità e che considerasse la conquista del potere politico, non come dominio, ma come capacità di esercitare un ruolo egemonico, con cui perseguire la fuoriuscita dalla logica capitalistica senza rinunciare al consenso sociale.

In conclusione, come osserva De Vivo, Sraffa e Gramsci, pur gravati dell’accusa di “perversione idealistica”, da “comunisti indisciplinati”, quali essi sono stati, hanno lasciato in eredità della sinistra contemporanea un lascito intellettuale e conoscitivo, dal quale poter mutuare le idee per predisporre un progetto di rinnovamento politico, sociale ed economico, utile a superare le contraddizioni del capitalismo; la sinistra ha preferito però seguire tutt’altra tattica politica, riducendosi così a mosca cocchiera dell’ideologia neoliberista.

Gianfranco Sabattini

Ungheria 1956. Averardi
e le verità nascoste

ungheria

«Coloro che a ridosso della vicenda ungherese accettarono di passare per disertori, soffrendo ingiustamente per questo, meritano il tributo della memoria: disertori non furono; furono al contrario i soli, in un’epoca di dura contrapposizione ideologica, a rifiutare le censure e le autocensure della cultura marxista italiana.».
Così scrive Luigi Fenizi, consigliere parlamentare, già collaboratore dell’ “Avanti!” e di “Mondoperaio”, nella prefazione al documentato saggio di Giuseppe Averardi “Ungheria 1956-Le verità rivelate” (Minerva ed., 2018, €. 18,00). Un libro che è, anzitutto, il bilancio d’un secolo, quel Novecento passato purtroppo alla storia come il secolo delle ideologie disumane e dei conseguenti genocidi. E, insieme, il bilancio esistenziale d’ un gruppo di amici, compagni, sodali, che l’ha attraversato: giornalisti, politici e intellettuali che aderirono in gioventù al comunismo, vedendo nell’Unione Sovietica «il centro della speranza mondiale, la società cui milioni di esclusi guardavano come un modello e una possibilità di salvezza»; salvo poi ritrarsene, disillusi e disgustati, dopo la durissima repressione sovietica della rivolta di Budapest (ottobre-novembre 1956), solo pochi mesi dopo quel XX Congresso del PCUS che , segnato dalla “destalinizzazione” di Kruscev, aveva acceso in tutto il mondo grandi speranze sulla possibilità d’ una vera democratizzazione del colosso sovietico.

Giuseppe Averardi (classe 1928), per più legislature deputato e senatore di area socialista, sottosegretario, membro del Consiglio d’Europa, giornalista, direttore della rivista “Ragionamenti”; Michele Pellicani(1915- 1991), giornalista e politico, già direttore della rivista del PCI “Vie Nuove” e poi del quotidiano del PSDI “La Giustizia”; Eugenio Reale (1905- 1986), antifascista, diplomatico nei primi Governi del dopo Liberazione; Tomaso Smith (1886-1966), commediografo, giornalista, fondatore, nel ’49, di “Paese Sera”. Questi i “quattro cavalieri” di cui parla il libro: che, partiti in gioventu’ da un’ iniiziale militanza comunista, dopo la tragedia dell’ Ungheria escono dal PCI ( sulle stesse orme, in sostanza, già di Angelo Tasca, Ignazio Silone, Altiero Spinelli) , parte anche loro di quel fiume di miltanti ( centinaia di migliaia, riconoscerà poi, in un suo libro del ’76, Giorgio Amendola) che, nel ” ’56 e dintorni”, esce dal “mare magnum” comunista. E approdano alla socialdemocrazia, raccogliendosi intorno al periodico “Corrispondenza socialista”, che Reale e Averardi (entrato fortunosamente in possesso dell’ indirizzario di “Rinascita”!) fondano nella primavera del ’57.

Un settimanale (poi, dal 1960, mensile) che a lungo catalizzerà le energie di quanti, militanti del PSDI e d’ un PSI non ancora liberatosi dell’ ipoteca frontista, socialisti indipendenti, democratici radicali e repubblicani, lavoreranno per creare anche in Italia un’ area autenticamente laburista, democratica, laica, terzaforzista, federalista europea.
«C’era voluto il delirio della gioventù e della classe operaia ungherese e l’onnipotenza dei carri armati sovietici. per dirci “di che lacrime e sangue” gronda la storia del comunismo leninista, stalinista, togliattiano», scrive Giuseppe Averardi. Che, nella seconda parte del libro, ci propone una selezione di articoli di “Corrispondenza socialista” degli anni ’50- ’60: in cui autori italiani, europei e americani (da Robert Conquest a Francois Fejto, da Hovard Fast a Giorgio Galli e Antonio Ghirelli) raccontano la fine della loro innocenza davanti all’ emergere dell’ essenza repressiva del gigante sovietico, e si soffermano su pagine indelebili della storia della sinistra mondiale. Come le lotte di potere al vertice dell’ URSS sin dalla morte di Lenin, l’avventuristica insurrezione comunista cinese di Canton (1927), l’ l’ssassinio di Trockij (agosto 1940), le tribolazioni del comunista eretico Milovan Gilas nella Jugoslavia titoista, il XX Congresso, il ’56 ungherese e polacco.

Fabrizio Federici

Colorni e la scomparsa della sinistra in Europa

Qui di seguito il testo della relazione introduttiva al convegno “Il percorso politico di Eugenio Colorni”, Roma, 29 maggio 2017, organizzato dalle Fondazioni Nenni, Turati, Buozzi e dall’Istituto Hirschman-Colorni


 

Polonia-protesteEugenio Colorni scriveva su l’Avvenire dei Lavoratori del 1 febbraio del 1944: “Socialismo, umanismo, federalismo, unità europea sono le parole fondamentali del nostro programma politico.”

Vi era indubbiamente un clima politico culturale se l’idea di Unità Europea, legata sempre a programmi di riforma sociale, venivano da gruppi francesi come «Combat», «France-Tireur» e «Liberté» ovvero come ricorda sempre Silone dal Movimento del lavoro libero in Norvegia o dal Movimento Vrij Nederland in Olanda ed anche da sparsi gruppi di tedeschi antinazisti.

La collaborazione di Colorni alla redazione e soprattutto alla diffusione del Manifesto di Ventotene, a mio avviso, ne fa uno degli autori a ricordare al pari di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi. Sicuramente è un suo merito la diffusione nel mondo socialista Ignazio Silone, allora a capo del Centro Estero di Zurigo del PSI e dell’Avvenire dei Lavoratori ebbe già sentore del Manifesto di Ventotene nell’autunno del 1941 e più tardi ricevette un appello analogo, dal Movimento «Li bérer et Fédérer» di Tolosa, nel quale militava Silvio Trentin, il padre di Bruno.

Sempre Colorni deve essere considerato uno degli ispiratori de Il socialismo federalista dell’«Avvenire del Lavoratore» (1) una delle componenti della conversione socialista di Ignazio Silone, che nella sua visione ebbe la stessa importanza dell’ Internazionalismo del suo periodo comunista. Due sono gli articoli di Silone nel quale delinea la sua visione europea del socialismo. Il primo fu pubblicato dall’”Avanti!” di Roma con il titolo “Prospettiva attuale del Socialismo Europeo”. Il secondo sempre dall’”Avanti!” di Roma del 28 gennaio 1945 col titolo “Europa di Domani”. Per Silone “l’Europa moderna ed il socialismo sono termini storici intimamente connessi. Il socialismo moderno infatti è nato in Europa nel corso del secolo passato, contemporaneamente all’Europa moderna. Le fasi di sviluppo e le crisi del socialismo moderno sono coincise con il progresso e le difficoltà dell’Europa”.

Il dibattito fra i compagni socialisti sul futuro dell’Europa e sulle prospettive di ricostruzione per il Vecchio continente: dal federalismo europeista di Carlo Rosselli alla proposta di una «Costituente europea per la pace» lanciata da Giuseppe Emanuele Modigliani, all’europeismo di Angelo Tasca era già iniziato nell’esilio francese. Al dibattito partecipò anche Giuseppe Saragat quando si trasferì a Parigi, dopo aver trascorso un triennio in Austria, ove conobbe Otto Bauer e l’austromarxismo, ma la sua visione federalista anche in seguito al Patto Ribbentrop Molotov si connotò sempre più come un europeismo democratico alternativo al totalitarismo (2).

Siamo tributari di Silone e Colorni della convinzione che non c’è prospettiva socialista se non c’è una chiara scelta federalista, cioè senza una dimensione internazionale della politica, al di là delle singole proposte, perché il destino del socialismo democratico e dell’Europa sono indissolubilmente legati. Questa intuizione non è stata perseguita con coerenza, avrebbe chiesto per esempio la creazione di un Partito Socialista transnazionale, cioè una visione internazionalista, di cui l’europeismo non poteva essere un surrogato, ma un’articolazione continentale. La costruzione europea si è fatta, invece, ponendo alla base la libera concorrenza ed il mercato, guidate da un centralismo burocratico senza effettivi contrappesi democratici. Non solo l’allargamento a Est della UE è stato un processo, che non si è distinto da quello della NATO, quando, nella visione socialista di Cole (3) condivisa da Silone Soltanto il socialismo democratico avrebbe potuto unificare l’Europa e farla servire da mediatrice storica tra il continente sovietico e il continente americano. Una visione che si accompagnava al superamento delle ragioni storiche sella divisione tra socialisti e comunisti, questo lo si poteva pensare negli anni 1944 e 1945 quando si era uniti nella lotta al nazifascismo.

Lo sviluppo nel dopoguerra andò in tutt’altra direzione: nei paesi conquistati dall’Armata Rossa si compì l’unificazione forzata dei partiti socialisti e comunisti, con la scomparsa politica dei primi, anche quando il nome del Partito non divenne formalmente comunista come il POUP (Partito Operaio Unificato Polacco) o mantenne il riferimento socialista come nei casi del Partito Operaio Socialista Ungherese e della SED (Partito di Unità Socialista della Germania). In Occidente la Guerra Fredda portò i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti ad una scelta di campo occidentale, con la sola eccezione fino alla rivoluzione ungherese del 1956 del PSI. Socialisti e democristiani sono la grande maggioranza dei padri fondatori dell’Europa, con l’eccezione di Altiero Spinelli, che in Italia collaborò con socialisti e comunisti (4). Nel 1999 fu l’anno della predominanza socialista in Europa, cioè nella UE a 15, con 11 primi ministri socialisti, che sarebbero stati 12 se nel 1996 Aznar non avesse sostituito Felipe Gonzalez. La presenza contestuale di Blair, Schröder, Jospin e D’Alema per non parlare che dei grandi paesi non ha impresso un corso nuovo all’Europa della UE, ma piuttosto è stata la Commissione Prodi dal 16 settembre 1999 fino al 31 ottobre 2004 con proroga al 21 novembre dello stesso anno con la scelta dell’allargamento a Est. Nel contempo a sinistra del PSE la denuncia dell’Europa, come l’Europa dei capitalisti e dei banchieri, è stato un bell’alibi per i partiti della sinistra per non impegnarsi nella costruzione di un’altra Europa,, finché il nome non diventò un’insegna elettorale nel 2014 grazie al successo di Tsipras e di Syriza, che non superò le contraddizioni del Partito della Sinistra Europea, che comprende partiti, con scarsa peso nel parlamento Europeo e in quelli nazionali della UE fatta eccezione per la LINKE e Sinistra Italiana e di cui non fanno parte formazioni di sinistra di successo come Podemos di Iglesias o la France Insoumise di Mélenchon

Il problema più grave è che le grosse perdite socialiste non si trasferiscono massicciamente alla loro sinistra e spesso vi sono perdite dell’intero schieramento teoricamente alternativo che comprenda anche i Verdi e in generale gli ecologisti.

In nessun paese europeo, ad eccezione della Gran Bretagna, ma ora in fuoriuscita dall’UE, la sinistra è rappresentata da un solo partito, che possa aspirare al governo. Formalmente vi è una Grande Coalizione PPE-PSE, ma il PPE ha una posizi0one centrale ed è riuscita la trasformazione da Partito Democristiano e Socialcristiano in partito di centro conservatore in armonia con i cosiddetti poteri, di cui il Presidente della Commissione, Juncker, è un vassallo. Per togliere ogni dubbio il suo partito non è più il PPCS (Partito Popolare Cristiano Sociale), ma semplicemente il PD affiliato al PPE, per non confondersi con il PD affiliato al PSE. Il PSE non ha, invece, un’identità precisa e un programma alternativo all’austerità e su dossier delicati come i fenomeni migratori ha posizione differenziate.

Il quadro europeo è ancora instabile mancano i risultati delle legislative francesi di giugno 2017, delle britanniche dello stesso mese e soprattutto di quelle tedesche del 24 settembre, per non parlare di quelle italiane oscillanti tra la fine del 2017 e l’inizio 2018 a dio piacendo e al Presidente Mattarella. Riuscirà la sinistra in senso lato a compiere quella riflessione auspicata da Colorni e Silone nel 1994, cioè legare il suo destino a quello di un processo di integrazione europea, che abbia come centro la Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, le cui norme hanno lo stesso valore giuridico dei Trattati per l’art. 6 TUE e una politica economica che salvaguardi la coesione sociale e le conquiste del welfare state e persegua con coerenza una politica di pace e cooperazione per uno sviluppo economico equo e solidale?

Felice Carlo Besostri
Blog Fondazione Nenni

(1) Corrado Malandrino “Socialismo e libertà. Autonomie, federalismo, Europa da Rosselli a Silone” Milano 1990

(2)“Il federalismo europeista in Giuseppe Saragat” di Michele Donno in L’ACROPOLI Anno XVII – n. 6 (2016)

(3)G.D.M. Cole “Europe, Russia and the Future” del 194

(4)Nominato dai primi nella Commissione Europea e dai Secondi nel Parlamento italiano e in quello europeo

 

Antonio Gramsci 
e l’approdo
al liberalsocialismo

gramsciLa tragica vicenda di Antonio Gramsci ritorna puntuale in ogni anniversario della sua morte avvenuta il 27 aprile 1937. Per l’ottantesimo sono previsti convegni, ristampe dei suoi articoli e studi specifici in un flusso ininterrotto di iniziative che arricchiranno la già vasta bibliografia dello scrittore sardo. Al di là della polemica contingente, sembra che egli stenti ad essere valutato con distacco critico nella sua dimensione temporale e nello sviluppo genuino del suo pensiero, che presenta uno spessore culturale e una lenta e graduale metamorfosi verso il liberalsocialismo di Carlo Rosselli.

Questo sbocco, a tutt’oggi, è avvolto in un alone di mistero e presenta scarni e veloci cenni nella letteratura storica sul Pci. La questione non ha appassionato i cultori del pensatore sardo, come si ricava dalla recente rassegna di studi gramsciani, curata da Giuseppe Vacca, che ha ignorato completamente un aspetto meritevole di essere chiarito (cfr. Modernità alternative. Il Novecento di Antonio Gramsci, Einaudi, Torino 2017, pp. 3-19).

Già nel 1980 Sergio Bertelli «riportò la testimonianza di Eugenio Reale, che sull’adesione di Gramsci agli ideali liberalsocialisti informò l’autore che essa poteva ricavarsi da uno schedario approntato da un alto funzionario del Pci (Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del Pci 1936-1948, Rizzoli, Milano 19, p. 227). Dell’esistenza di questo schedario parla anche Antonio Roasio nelle sue memorie, quando accenna all’iniziativa assunta dal Comintern di controllare la vita dei quadri comunisti. I ricordi di Reale coincidono con quelli di Roasio e concordano sul fatto che il Comintern aveva incaricato i funzionari del Centro Estero di trasmettere a Mosca notizie specifiche sui militanti comunisti europei, perché fossero preparati dei «cartellini individuali … allo scopo di seguire i compagni nella loro vita attiva» per registrane «funzioni, successi e difetti, preparazione politica e ideale» (A. Roasio, Figlio della classe operaia, Vangelista, Milano 1977, p. 161). Non è chiaro l’anno in cui ebbe inizio la compilazione dello schedario, ma si sa con certezza che nel 1936 l’alto funzionario addetto a questo compito era Umberto Massola. Fu proprio lui a tenere aggiornato lo schedario dei quadri comunisti e ad approntare la scheda relativa a Gramsci, in cui egli è catalogato come «un ex comunista passato a Giustizia e Libertà».

L’evoluzione di Gramsci verso il movimento giellista spiega il «profondo disagio» di Togliatti e dell’intero apparato comunista, che nonostante varie sollecitazioni di «fare conoscere meglio Gramsci al Partito e al mondo» preferì rinviare la pubblicazione dei «Quaderni» (P. Spriano, Gramsci in carcere e il partito, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 111). Il problema della loro stampa fu infatti sollevato alcune settimane dopo la morte di Gramsci (27 aprile 1937), dopo che i quaderni erano stati salvati dalla cognata e da Piero Sraffa e affidati a Raffaele Mattioli, in attesa di essere inoltrati a Mosca alla moglie Julia. Il succitato libro dello Spriano contiene una significativa lettera del 19 maggio ’37 inviata a Sraffa da Donini, il quale gli comunica in termini alquanto oscuri che «dove c’è Giulia c’è Ercoli», cioè Togliatti.

Quale interesse recondito avesse Togliatti a rinviare la pubblicazione dei «Quaderni» se non quello di far una cernita dei famosi «manoscritti» o di utilizzarli per uso proprio! Così nel 1937 egli diede incarico di approntare solo una raccolta di testimonianze su «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana», edita poi a Parigi l’anno successivo. Sul Gramsci politico gravava la colpa di aver dissentito, nell’ottobre 1926, dalla linea ufficiale del Partito comunista sovietico, come emerse da una lettera pubblicata sul «Nuovo Avanti!» l’8 maggio 1937 da Angelo Tasca (cfr. E. Santarelli, Gramsci ritrovato 1937-1947, Abramo, Catanzaro 1991, pp. 89-90.) oppure si trattava di un più recente mutamento di indirizzo politico e ideale?

Le due ipotesi non si escludono e rientrano nel percorso politico di Gramsci, che nel 1930 lanciò la proposta di una «Costituente antifascista» per un’azione congiunta di socialisti e comunisti; che nel 1931 – come si ricava dalla testimonianza di Umberto Terracini – espresse una «critica molte forte e di ripulsa delle posizioni del partito», ossia della natura totalitaria del comunismo diretto a «creare un’altra dittatura» sostitutiva a quella fascista (testimonianza di U. Terracini, in Gramsci vivo nelle testimonianze dei suoi contemporanei, Feltrinelli, Milano 1977, p. 116). Comunque sia, la stampa antifascista diede una larga risonanza alla morte di Gramsci: il periodico «Giustizia e Libertà» ricordò che «il fascismo, col suo assassinio, arriva troppo tardi», perché «il pensiero di Gramsci è fissato [… ] nei cervelli e nelle coscienze della élite rivoluzionaria» (Lento assassinio, in «Giustizia e Libertà», 30 aprile 1937, n. 18, p. 1).

Uguale risalto diede all’avvenimento il quotidiano «l’Unità» con un articolo commemorativo firmato dai membri del Comitato Esecutivo dell’Internazionale comunista, tra i quali spiccava la firma di Ercoli (Togliatti) «che, fino a pochi giorni prima, era stato in accesa polemica con Gramsci per il suo antistalinismo» (R. Mieli).

In quest’ambito va collocato lo scarso interesse per la liberazione di Gramsci da parte dei vertici comunisti, che non presero alcuna iniziativa per la sua scarcerazione, a differenza di quanto era successo con Georgij Dimitrov, liberato in quel periodo dal giogo nazista e divenuto poi segretario della III Internazionale. Gli stessi dirigenti del Pcd’I non si preoccuparono molto alla sorte di Gramsci e non intervennero presso Stalin, che probabilmente avrebbe potuto ottenere un risultato analogo grazie ai buoni rapporti dell’Urss con il governo fascista. Essi, inoltre, attesero dieci anni per pubblicare le “Lettere dal carcere” in un edizione censurata ed editare i “Quaderni”, usciti in sei volumi tematici tra il 1948 e il 1951 sempre sotto la supervisione di Togliatti. L’uso strumentale degli scritti di Gramsci cominciò proprio ad opera di Togliatti, che nei primi anni ’50 lo collocò nell’ambito di una inesistente tradizione leninista in Italia, inserendo la sua opera nell’alveo del marxismo ortodosso di stampo stalinista. Dopo il XX congresso del Pcus e la denuncia di Kruscev dei misfatti staliniani, Togliatti strumentalizzò nuovamente Gramsci attraverso un’ennesima manipolazione diretta ad attribuirgli un’artificiosa sintesi tra leninismo e «via italiana al socialismo».

Iniziò così l’onda lunga della fortuna di Gramsci, il cui pensiero ha diviso i suoi interpreti e ha riproposto le più disparate versioni secondo le indicazioni di Togliatti o post mortem a secondo la strategia politica del Pci, ma dopo la caduta dei comunismi quale è la lezione gramsciana se non quella di collocarla nell’alveo della società contemporanea in una versione democratica e socialista riformista?

Nunzio Dell’Erba

Socialdemocratico? Da eresia di destra a eresia di sinistra

Non c’è nulla di più paradossale che sentirsi dare del socialdemocratico oggi quasi fosse diventato sinonimo di estremismo. E magari da quegli stessi che fino a un paio di decenni fa ti colpivano con la stessa scomunica come fosse un’accusa di tradimento degli ideali dell’ortodossia di sinistra. E’ possibile che lo stesso termine sia stato usato in modi così opposti e contrastanti tra loro? E’ possibile che quel che ieri era ritenuto “troppo di destra” sia oggi divenuto “troppo di sinistra”? E perché questa trasformazione o deformazione? Da quali analisi nuove, legittime o opportunistiche, è determinata?

Eduard Bernstein

Eduard Bernstein

All’origine di una parola
Andiamo intanto all’origine della parola. Come nasce e come si diffonde in Europa? All’inizio la socialdemocrazia, cioè l’inseparabilità del socialismo e della democrazia, fu il risultato del primo revisionismo marxista, che già si può riscontrare nell’ultimo Engels, quello della prefazione alla “Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” di Karl Marx, dove il teorico tedesco, nel 1895, alla luce della conquista del suffragio universale in taluni paesi, apriva la porta anche alla costruzione della società socialista per via democratica. Ma in fondo è tutto il socialismo pre marxista, da Saint Simon a Proudhon, che è impregnato di umanesimo e di democrazia. Anche per questo costoro saranno definiti dal filosofo di Treviri “utopisti”.  Ma è soprattutto una vera teoria socialdemocratica viene elaborata solo grazie al filosofo tedesco Eduard Bernstein che nel suo libro “I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia” , un insieme di saggi pubblicati nel 1899, contesta l’ineluttabilità della violenza e lancia un progetto di cambiamento sociale ed economico progressivo.

Il solenne riconoscimento di Gorbaciov
La più bella dimostrazione dell’attualità di Bernstein è il solenne riconoscimento riservatogli da Gorbaciov, ultimo segretario del Pcus, che scrive: “Dovremmo pubblicamente riconoscere il grande errore fatto quando, come sostenitori dell’ideologia comunista, denunciammo la famosa massima di Eduard Bernstein “il movimento è tutto, il fine è nulla”. Lo chiamammo tradimento del socialismo; ma l’essenza dell’idea di Bernstein era che il socialismo non potrebbe essere compreso come sistema che nasce dall’inevitabile caduta del capitalismo, mentre – per converso – è proprio la graduale realizzazione del principio di eguaglianza e di autodeterminazione per il popolo che costituisce una società, un’economia e un paese”. Qui siamo già alla contrapposizione tra socialismo democratico e comunismo. Ma prima, appunto con Bernstein, il tema riguardava essenzialmente la correzione del marxismo.

Eppure c’erano partiti socialdemocratici e rivoluzionari. Il termine socialdemocratico,tuttavia, fino alla rivoluzione bolscevica venne usato, soprattutto in Germania, dal Partito dei socialisti, che cambiò il suo nome in Partito socialdemocratico (Spd) nel 1890, sotto l’influsso di August Bebel e Wilhelm Liebknecht, in stretto contatto col movimento sindacale, anche se già dagli anni sessanta esisteva un Partito socialdemocratico tedesco di stretta osservanza marxista. Nel Spd militava anche  Karl Kautsky (poi seguito dalla stessa Rosa Luxemburg) che capeggerà la corrente di sinistra contro le tesi revisioniste di Bernstein, ma anche contro il leninismo perché eretico rispetto alle impostazioni marxiste ortodosse. Anche lo stesso Lenin fu esponente di primo piano di una forza politica che si chiamava “Partito operaio socialdemocratico russo”, prima dell’offensiva rivoluzionaria e comunista, ed era stato protagonista delle due conferenze internazionali dei socialisti europei che si erano svolte nel 1915 e nel 1916 a Zimmerwald e a Khiental. Quando la parola non è consequentia rerum…

Il contrasto tra socialisti democratici e leninisti
Il più moderno significato della parola “socialdemocratico” deve essere riferito allo scontro con la nuova ideologia marxista-leninista del comunismo a seguito della affermazione della rivoluzione bolscevica del 1917 e della successiva formazione dei partiti comunisti nazionali e dell’Internazionale comunista, anche se il movimento socialista si divise in diversi tronconi, nei quali quello socialista democratico non era certo il solo a rimarcare differenze, in taluni casi solo di tattica, con il comunismo bolscevico. L’invasione del bolscevismo fu consistente ovunque, ma particolarmente in Germania, in Italia e in Francia. In Germania, il partito comunista della Luxemburg e di Karl Liebknecht non superò il 15 per cento dei voti nel primo dopoguerra, mentre l’Spd si aggiudicò la maggioranza e governò il paese, tuttavia l’influenza comunista si fece spazio tra i lavoratori e orientò i moti rivoluzionari armati in un paese messo in ginocchio dal trattato di Versailles. In Italia il Psi, con la sola eccezione della minoritaria corrente turatiana, aderì alla nuova internazionale di Mosca col congresso di Bologna del 1919 e non fu il leninismo la causa della scissione di due anni dopo, ma la mancata approvazione da parte dei massimalisti, allora “comunisti unitari”, di due clausole dei 21 punti di Mosca che si riferivano alla espulsione dei riformisti e al cambio del nome del partito, condizioni irrinunciabili per essere ammessi all’Internazionale comunista e che provocarono il distacco dei “comunisti puri”.

Lo sprezzante attacco di Gramsci a Prampolini

Camillo Prampolini

Camillo Prampolini

Tra loro, forse l’artefice principale assieme ad Amadeo Bordiga, fu Nicola Bombacci, che finirà fascista, impiccato assieme a Mussolini a piazzale Loreto mentre lo stesso Gramsci, dalle pagine del suo Ordine nuovo, si era esposto in una velenosa polemica coi riformisti e in particolare con Camillo Prampolini scrivendo: “Coi moralisti di Reggio Emilia (che avevano definito “moralmente ripugnante” il metodo leninista) é inutile continuare una discussione teorica; i moralisti di Reggio Emilia hanno sempre dimostrato di essere capaci di ragionamento quanto una vacca gravida, hanno dimostrato di partecipare della psicologia del mezzadro, del curato di campagna, del parassita di un arricchito di guerra; é inutile sperare che un barlume di intelligenza illumini la loro decorosa idiozia di Fra Galdino alla cerca delle noci per ingrassare la clientela elettorale…. Tra Lenin e Prampolini e Zibordi, che hanno dedicato la loro vita a procurare i favori dello stato borghese per le cooperative emiliane, favori che lo stato borghese concedeva strappando il pane di bocca agli ignoranti e sudici contadini di Sardegna, di Sicilia e dell’Italia meridionale, tra Lenin e gli scrittori della Giustizia che rimangono, per angusti fini personali, per mantenere una posizione politica conquistata salendo sulle spalle della classe operaia, in un partito che, nella grandissima maggioranza, ha dichiarato si far proprio il metodo bolscevico, tra Lenin e questi decorosi sinistri idioti chi é più ripugnante moralmente?”.

Le ingiurie di Togliatti a Turati

Filippo Turati

Filippo Turati

Anche in Francia i socialisti si divisero in due, mentre in Italia si divisero addirittura in tre, dopo l’espulsione dei riformisti a pochi giorni di distanza dalla marcia su Roma dell’ottobre del 1922. Serrati, che aveva rifiutato la loro cacciata nel 1921, la decretò l’anno dopo e quando Nenni si oppose alla unificazione col Pcdi, nel 1924, lascerà il partito per approdare lui solo con pochi amici nel partito comunista. In Francia la posizione comunista prevalse nella vecchia Sfio e venne fondato, nel 1920, il Partito comunista francese che, fino alla svolta di Epinay del nuovo Psf, sarà partito maggioritario nella sinistra d’Oltralpe. Negli anni venti si scagliò contro i socialisti l’infame arma del socialfascismo e quando morì il socialdemocratico Turati Togliatti lo accusò dei peggiori misfatti, scrivendo su Stato operaio nell’aprile del 1932 un articolo di fuoco che non può essere dimenticato: “Nella persona e nell’attività di Filippo Turati si sommano tutti gli elementi negativi, tutte le tare, tutti i difetti che sin dalle origini viziarono e corruppero il movimento socialista italiano, che lo condannarono al disastro, al fallimento, alla rovina. Per questo la sua vita può bene essere presa come simbolo e, come un simbolo, anche la sua fine. L’insegna sotto cui questa vita e questa fine possono essere poste è l’insegna del tradimento e del fallimento. Nella teoria Turati fu uno zero. Quel poco di marxismo contraffatto che si trova nei primi anni della Critica sociale non fu dovuto a lui. Dei vecchi capi riformisti egli fu il più lontano dal marxismo. Più ancora di Camillo Prampolini fu un retore sentimentale, tinto di scetticismo, e per questo, nelle apparenze, un ribelle. Le famose frasi lapidarie di Turati sono dei motti, delle banalità, delle cose senza senso alcuno. Organicamente egli era un controrivoluzionario, un nemico aperto della rivoluzione. Turati fu tra i più disonesti dei capi riformisti, perché fu tra i più corrotti dal parlamentarismo e dall’opportunismo. Serrati era unitario per uno sciocco sentimentalismo. Turati lo era per astuzia, per calcolo opportunista, allo scopo di potere continuare a penalizzare ogni azione dei rivoluzionari. La sua andata al Quirinale avviene con vent’anni di ritardo. La borghesia, per conto della quale egli aveva fatto il poliziotto, il crumiro e predicato viltà, non aveva più altro da dargli che il calcio dell’asino. Noi fummo e rimaniamo suoi acerrimi nemici, nemici di tutto ciò che il turatismo è stato, ha fatto, ha rappresentato”. Vergognoso.

Quando Prampolini propose che il partito si chiamasse socialista democratico
Questo dissidio durò fino all’avvento di Hitler al potere in Germania, quando, nel 1933, i comunisti ripiegarono sulla tattica dei fronti popolari. Ma in Italia era già nato, nel 1922, un Partito d’impronta più prettamente socialdemocratica. Era il Psu (Partito socialista unitario) di Turati, Treves, Prampolini e Giacomo Matteotti che ne divenne segretario. I riformisti furono i soli socialisti che compresero il pericolo fascista e Turati, già nel 1920 col suo mirabile discorso “Rifare l’Italia”, gettò le basi programmatiche per un governo coi popolari che la maggioranza del Psi respinse in preda com’era all’infatuazione leninista. Fu Prampolini il primo a riprendere il termine “socialdemocratico” quando nel 1923, in polemica sul tema della democrazia coi comunisti, propose proprio che il Psu cambiasse nome in Psdi (Partito socialista democratico italiano). Anche nel Psi, riunificato col Psu nel 1930 grazie alla nuova volontà unitaria del suo leader Pietro Nenni, si manifestarono tendenze più prettamente socialdemocratiche. Furono in particolare i due esponenti espulsi dal partito comunista, Angelo Tasca e Ignazio Silone, ad interpretarle. In entrambi era forte lo spirito anti stalinista, mentre più sfumato si rivelò in Pietro Nenni, che venne anche messo in minoranza e rischiò l’espulsione dal partito dopo il patto Ribbentrop-Molotov del 1939 a causa della sua testarda cocciutaggine a mantenere in vita il patto d’unità d’azione coi comunisti, nonostante l’alleanza coi nazisti, giustificata da tutto il vertice comunista italiano, con la sola eccezione di Umberto Terracini.

La figura di Giuseppe Saragat e la revisione di Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Un altro esponente che diede linfa al pensiero e all’azione socialdemocratica fu il giovane Giuseppe Saragat, molto influenzato dall’austro marxismo di Renner e Bauer, che conciliavano il marxismo e l’umanesimo democratico. E qui entriamo nel merito dell’accezione della socialdemocrazia in salsa italiana. Saragat fu infatti l’esponente di spicco del Partito socialista democratico italiano, che sorse, col nome di Psli (Partito socialista dei lavoratori italiani) nel gennaio del 1947 dopo la scissione del Psiup, che poi tornerà a chiamarsi Psi. Il patto d’unità d’azione coi comunisti, che lo stesso Saragat aveva sottoscritto, gli andava ormai stretto. Ma soprattutto il leader socialdemocratico vedeva nell’Unione sovietica di Stalin un nuovo totalitarismo, che metteva in contrasto col suo umanesimo socialista. Diranno più o meno tutti, di lui, che aveva ragione. In pochi, tuttavia, gliela daranno allora e negli anni successivi. La socialdemocrazia italiana, infatti, non riuscì a conquistare il peso delle altre socialdemocrazia europee: il particolare comunismo italiano, la resistenza di un Psi che nel 1956 si staccherà dai comunisti dopo l’invasione dell’Ungheria, la partecipazione del Psdi ai governi centristi, poi il fallimento della unificazione socialista del 1966, impediranno la costruzione di un’alternativa socialista e democratica, consolidando l’egemonia democristiana sul governo e quella comunista sull’opposizione ancora per decenni. Furono questi i limiti che forniranno ai comunisti italiani il pretesto per quell’accusa di “socialdemocratico” che venne lanciata a più riprese verso chi contestava il paradiso sovietico e l’ortodossia comunista?

La terza via di Berlinguer, né comunista, né socialdemocratica
Dopo la revisione berlingueriana e lo strappo dall’Urss anche il modello socialdemocratico europeo, al quale nella versione nordica e soprattutto svedese, ma anche tedesca ai tempi di Willy Brandt, i comunisti italiani guardavano con rispetto, non venne tuttavia mai preso ad esempio. Anzi, nella elaborazione della cosiddetta terza via, la socialdemocrazia fu equiparata al comunismo. Solo con il congresso di Firenze del 1986, con la segreteria Natta, il Pci si professò, superando l’eurocomunismo berligueriano, un partito della sinistra europea. E poi con la svolta di Occhetto del 1989 (il Pci fu l’ultimo partito europeo a cambiare nome) il partito chiese l’adesione all’Internazionale socialista. Per poi uscirne, però, nel 2007 alla fondazione del Partito democratico, e poi rientravi grazie alla segreteria Renzi.

Il Pd post socialdemocratico
Tuttavia il nuovo Pd, che assomma reduci comunisti e democristiani, non ha ma avvertito l’esigenza di definirsi socialista o socialdemocratico. Anzi, da un trascorso prevalentemente comunista, e più limitativamente democristiano, si è passati subito a un presente post socialdemocratico. Non nego la crisi della socialdemocrazia dovuta essenzialmente alle difficoltà nel processo redistributivo, funzionale a garantire il pieno funzionamento dello stato sociale, a fronte dei grandi temi del presente: la globalizzazione, la finanziarizzazzione, l’immigrazione. Resta il fatto che è l’insieme delle forze socialdemocratiche a porsi questi legittimi, opportuni interrogativi. Si ha invece l’impressione che il Pd prenda le distanze da questo mondo e voglia ragionare da solo, quasi a suggerirsi agli altri come modello. Questo per due ordini di motivi. Il primo riguarda la sua identità che deve rimanere anomala. Come anomala era la sinistra italiana del fattore K, così è tuttora la sinistra italiana del fattore D. Si può passare da comunisti a democratici senza diventare socialisti o socialdemocratici perché é più semplice giustificare la storia, perché é assai meglio dimostrare che nel conflitto a sinistra nessuno ha vinto. Men che meno gli avversari di sempre, appunto i socialisti democratici. Ma c’é un secondo motivo. Oggi il Pd rischia di perdere la bussola del socialismo democratico e liberale e di avventurarsi in un deserto dove la democrazia degli elettori può diventare un optional e la giustizia sociale un benefit per pochi. Per questo il gioco allo scavalco di un partito ancora diviso tra rottamatori senza identità e post comunisti è lo sport preferito. Per questi due motivi l’accusa di socialdemocratico che prima era un atto di condanna per eresia di destra, adesso è divenuta una pena da comminare per eresia di sinistra. I democratici preferiscono guardare veltronianamente all’America, anche se adesso c’é Trump. Il modello socialdemocratico é fallito, pensano. Dunque meglio puntare su Marchionne e Farinetti.

Attualità o superamento della socialdemocrazia
Il modello socialdemocratico deve essere rivisto, attraverso un’idea più di società solidale che di stato sociale. Eppure viviamo in un mondo in cui si allargano le forbici tra povertà e ricchezza, in cui il potere della finanza è incontrollato, in cui la democrazia é spesso solo formalmente riconosciuta e in cui la rivoluzione tecnologica impone una forte tensione all’educazione e alla conoscenza. Un mondo nuovo, non c’è dubbio, dove le etichette del passato vanno sempre più strette anche se forse mai come oggi una moderna e aggiornata identità socialista e democratica appare attuale, pregnante, urgente. Non si capisce perché l’accusa di socialdemocratico sia infatti l’unica che tiene. Sarà mica perché, almeno in Italia, qualcuno ne ha paura?

Mauro Del Bue

Eugenio Colorni, l’idea d’Europa

Eugenio ColorniQuando si insedierà il nuovo  Parlamento Europeo ricorrerà il settantesimo anniversario della morte di Eugenio Colorni che, senza dubbio, fu una delle figure principali per la rinascita della democrazia in Italia. Era nato da famiglia ebraica nel 1909. Il padre Alberto, ricco commerciante liberale, era stato interventista nella Prima Guerra mondiale. La madre, Clara Pontecorvo, era figlia del titolare di una avviata azienda tessile pisana e zia di Gillo (futuro regista) e di Bruno (futuro scienziato). Colorni, conseguita la maturità classica al Liceo Manzoni di Milano, si iscrisse alla facoltà di Lettere e Filosofia e divenne amico di Guido Piovene con cui difese il prof. Borgese, loro insegnante, aggredito da esponenti del GUF di Milano. Continua a leggere