Vaccini, ora inventano l’obbligo flessibile

vaccini-

La circolare Grillo non potrà valere all’inizio di quest’anno scolastico, ma a settembre sui banchi verrà applicata la legge Lorenzin. In attesa dell’eventuale varo definitivo del Milleproroghe. Lo affermano i presidi, che oggi, con una delegazione guidata dal presidente Antonio Giannelli, hanno avuto un incontro al Ministero della Salute.

Pressapochismo al governo. La norma sui vaccini è un esempio chiaro di quanto le idee siano confuse. Il ministro della Salute si trova in mezzo ai vortici causati dalla linea ondeggiate di Lega e 5 Stelle che negli ultimi mesi hanno sempre sparato contro i vaccini accarezzando il pelo ai no vax. Ma ora sono al governo. E non devono solo abbaiare alla luna ma anche produrre soluzioni razionali e non per farsi belli davanti a qualche elettore.

E sulla salute non si scherza. Per ora, incapaci di soluzioni razionali e concrete,  cercano di temporeggiare. Il decreto del Ministro Grillo ne è un esempio. “Abbiamo depositato ieri – ha detto – la proposta di legge della maggioranza in cui spingeremo per il metodo della raccomandazione che è quello che noi prediligiamo da un punto di vista politico, nel quale prevederemo delle misure flessibili di obbligo sui territori, e quindi anche nelle regioni e nei comuni dove ci sono tassi più bassi di copertura vaccinale o emergenze epidemiche. Sebbene mi prendano in giro su questo punto, l’idea di un obbligo flessibile a seconda dei territori è l’idea più sensata”.

Ma la critica dei presidi continua: “L’Associazione nazionale presidi – affermano in una nota – è totalmente apartitica, abbiamo criticato i governi di tutti i colori, noi ci orientiamo e diamo giudizi secondo la nostra coscienza e la conoscenza dell’organizzazione scolastica per tutelare la salute pubblica e il diritto all’istruzione”. Il presidente dell’Anp, Antonello Giannelli, replica così al ministro della Salute.

Per quanto riguarda la circolare congiunta Bussetti-Grillo che estende l’autocertificazione per i vaccini all’anno scolastico 2018-2019, Giannelli ha osservato: “Conveniamo sulle buone intenzioni di semplificare la vita dei genitori,  ma temiamo che si risolva in una complicazione. Nell’anno scolastico 2017-2018 l’autocertificazione era prevista dalla legge in via temporanea perché c’era un’enorme quantità di vaccini da somministrare, ma adesso il grosso è stato fatto, non ci saranno più lunghi tempi di attesa e non bisogna disperdere il lavoro fatto. L’autocertificazione in questa situazione ha l’unica ratio che un genitore non ci va proprio alla asl, e questo è fuori legge”.

I presidi ricordano che al momento resta in vigore il decreto Lorenzin con stabilisce che da 0 a 6 anni non si entra in classe senza le vaccinazioni obbligatorie. “Invito genitori ad andare alla asl, a fare vaccinare i loro figli perché lo dice la legge e l’ha ripetuto ieri anche il presidente del Consiglio Conte e a consegnare alla scuola il certificato rilasciato dalla struttura sanitaria”. Ma che succede se un genitore di un bambino sotto i 6 anni arriva a scuola a settembre portando soltanto un’autocertificazione? “Il preside farà i suoi controlli contattando la asl – conferma Giannelli – e se qualcosa non va non ammetteremo il bambino in classe”. Giannelli, comunque, da’ atto al ministro Grillo che l’incontro avvenuto ieri al dicastero è stato “cordiale e proficuo”: “c’è stata una grande disponibilità dell’amministrazione sanitaria ad ascoltarci e a trovare insieme soluzioni”.  Autocertificazione non utilizzabile in sanità La circolare Grillo-Bussetti, che prevede l’autocertificazione per i vaccini, “non solo confligge con la vigente normativa sulla certificazione delle vaccinazioni obbligatorie, ma contrasta con il DPR 445/2000 che recita ‘I certificati medici, sanitari … non possono essere sostituiti da altro documento”. Lo afferma il Collegio dei professori universitari di pediatria. Posizione sostenuta anche dai presidi: l’autocertificazione non è “utilizzabile in campo sanitario se non a seguito di espressa previsione legislativa”.

Edoardo Gianelli

Gaza, bomba contro premier Palestina. Accusato Hamas

gaza premierUn ordigno esplosivo è stato lanciato contro il convoglio del primo ministro circa duecento metri dopo il suo ingresso nella Striscia, nella zona di Beit Hanoun. L’esplosione per fortuna non ha ucciso nessuno, ma ha causato il ferimento di almeno sette persone, mentre i due leader palestinesi sono illesi. Il premier Hamdallah e il capo dell’intelligence dell’Anp erano a Gaza per inaugurare un depuratore.
Il presidente palestinese, Mahmoud Abbas, ha subito puntato il dito contro il Movimento di Resistenza islamico Hamas, che controlla Gaza, condannando il fallito attentato come un “attacco codardo”.
“È un attacco contro l’unità del popolo palestinese”, ha aggiunto il suo portavoce Nabil Abu Rdainah. Anche il presidente dell’Anp, Abu Mazen, ha parlato di “vile attacco”. Accuse da cui si è subito difeso Hamas che ha anche condannato “l’attacco criminale al primo ministro palestinese Rami Hamdallah, ritenendolo un tentativo concepito per destabilizzare la sicurezza a Gaza e per far fallire gli sforzi per una riconciliazione nazionale”. Tra le ipotesi spunta anche quella che l’attacco potrebbe essere stato organizzato da altri gruppi estremisti jihadisti dell’area, nel frattempo però la polizia di Hamas ha arrestato due sospetti.
Hamas controlla Gaza dalle elezioni del 25 gennaio 2006, in cui riuscì a prevalere sull’Olp di Abu Mazen.

Israele cede, più diritti
per i carcerati palestinesi

Dopo 41 giorni circa 1500 palestinesi di al-Fatah detenuti in Israele hanno interrotto sabato 27 maggio lo sciopero della fame che avevano cominciato assieme al loro leader Marwan Barghouti per protestare contro le condizioni di detenzione e le violazioni dei diritti umani cui sono sottoposti dal regime carcerario. I parlamentari italiani Locatelli e Manconi scrivono all’ambasciatore di Israele che nega ogni violazione dei diritti umani. Il Foglio pubblica solo la lettera dell’ambasciatore.


Dopo 41 giorni circa 1500 palestinesi di al-Fatah detenuti in Israele hanno interrotto sabato 27 maggio lo sciopero della fame che avevano cominciato assieme al loro leader Marwan Barghouti per protestare contro le condizioni di detenzione e le violazioni dei diritti umani cui sono sottoposti dal regime carcerario.
Lo hanno reso noto le stesse autorità israeliane dopo l’accordo raggiunto con l’Anp, l’Autorità Nazionale Palestinese, la mediazione della Croce Rossa internazionale e una consistente pressione internazionale cui pare si sia aggiunta perfino quella del neo presidente americano Donald Trump durante la sua visita in Israele.

Palestinesi in festa per la fine dello sciopero Marwan Barghouti

Palestinesi in festa per la fine dello sciopero inneggiano a Marwan Barghouti

Il comunicato delle autorità israeliane parla della concessione di una serie di “benefici di carattere umanitario” mentre l’agenzia di stampa palestinese InfoPal entra nel dettaglio ed elenca una serie di misure che dovrebbero alleggerire il regime di detenzione e rendere più frequenti le visite dei familiari ai loro congiunti. In particolare è stata in qualche misura corretta la situazione che si era creata con i palestinesi che erano stati arrestati e trasferiti nelle prigioni israeliane impedendo così di fatto, soprattutto per quelli di Gaza, contatti regolari con i loro congiunti per la difficoltà di ottenere il permesso di entrare in Israele.

Numerose organizzazioni umanitarie israeliane e internazionali si sono schierate a sostegno dello sciopero. In un comunicato Amnesty International ricorda che Israele “porta avanti da decenni politiche illegali e crudeli nei confronti dei palestinesi dei Territori occupati e di Gaza detenuti nelle prigioni israeliane, i quali in alcuni casi non vedono da anni i loro familiari”. Inoltre “trattenere nelle prigioni israeliane palestinesi arrestati nei Territori occupati costituisce una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Si tratta di una politica illegale e crudele nei confronti sia dei detenuti che delle loro famiglie, che spesso non possono incontrarsi per mesi e in alcuni casi per anni”.

Carcere israelianoSecondo l’Ong “Associazione dei prigionieri palestinesi”, 6500 prigionieri palestinesi sono attualmente detenuti in 17 prigioni e centri di detenzione gestiti dalle autorità israeliane, 16 dei quali all’interno di Israele. Tra i 6500 detenuti, le donne sono 57. I minori di 18 anni sono 300, tra cui 13 ragazze. Della popolazione carceraria fanno parte anche 13 componenti del Consiglio legislativo palestinese. Almeno 500 palestinesi si trovano in detenzione amministrativa senza accusa né processo, una prassi contraria al diritto internazionale.

Della questione in Italia si sono occupati anche Pia Locatelli e Luigi Manconi, rispettivamente presidentessa del Comitato diritti umani della Camera e presidente della commissione diritti umani del Senato, che hanno inviato una lettera all’ambasciatore israeliano in Italia.
”Ci è stato riferito – scrivono i due parlamentari – che in seguito a quest’azione di protesta non violenta sono state messe in atto una seria di azioni punitive che comprendono un inasprimento delle condizioni di isolamento, il divieto di incontrare i propri avvocati e perfino il sequestro del sale”.

Immediata la replica dell’ambasciatore Sachs che nella sua risposta ha negato categoricamente qualsiasi violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti palestinesi e ha respinto tutte le accuse. La lettera dell’ambasciatore è stata pubblicata oggi (30 maggio) da Il Foglio, senza però dare ai lettori alcune informazione circa le proteste e la lettera scritta dai parlamentari italiani.
Un modo davvero curioso di fare informazione, come se il giornale diretto da Cerasa fosse non un organo di informazione italiano, ma un bollettino dello Stato di Israele. Però ancora più sorprendente, al limite del ridicolo, è stato il non aver dato notizia della fine dello sciopero e dell’accoglimento – perlomeno parziale – delle richieste dei palestinesi, evidentemente per non smentire l’ambasciatore che avrebbe fatto una brutta figura dopo aver negato l’evidenza dei fatti.

D’altra parte dello sciopero si è parlato molto anche in Israele, dove i cittadini conoscono bene la situazione dei Territori e il comportamento delle autorità militari. Lo scrittore Abraham Yehoshua in un’intervista a “ il Fatto quotidiano” solo pochi giorni fa aveva affermato che “i detenuti palestinesi hanno ragione a scioperare perché sono discriminati e chiedono di poter godere degli stessi diritti di tutti gli altri carcerati, che sono peraltro i diritti sanciti da tutte le Convenzioni per i diritti umani”.

Comunque la vicenda ha anche avuto un importante risvolto politico interno allo Stato palestinese e forse anche in Israele.

Marwan Barghouti

Marwan Barghouti

La popolarità del 58enne Marwan Barghouti, leader della prima e seconda Intifada, in carcere da 15 anni per scontare cinque ergastoli in quanto ritenuto responsabile di alcuni fatti di sangue commessi dagli uomini di Tanzim, una forza paramilitare della resistenza palestinese, sotto il suo comando, è in continua ascesa. Contro di lui è schierata Hamas, l’organizzazione islamista che controlla Gaza, da sempre in rotta di collisione con Fatah, il principale movimento politico palestinese, laico e progressista, di cui era leader Yasser Arafat.
In un recente passato in Israele si è spesso parlato anche di un perdono presidenziale per liberare Barghouti; ne erano convinti Yossi Beilin e Shimon Peres, ma con la crescita politica della destra, dell’estrema destra e dei partiti religiosi ultraortodossi, che oggi controllano il governo di Nethanyau, della questione non si è più parlato. Ecco dunque che anche l’esito di questo sciopero della fame induce a pensare che forse si sta muovendo qualcosa sotto la crosta di ghiaccio di un’intransigenza irragionevole come non mai.

Terrorismo. Casa a fuoco, muore bimbo palestinese

Cisgiordania-bambino-bruciatoColoni israeliani incendiano una casa, in un villaggio in Cisgiordania. Muore bimbo palestinese di 18 mesi. Sulle pareti scritte in ebraico: ‘Vendetta’ e ‘Lunga vita al Messia’. Feriti  in modo grave i genitori e un fratellino di 4 anni. L’ira del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu: «È terrorismo». Secondo l’Autorità nazionale palestinese (Anp): «Israele responsabile». Immediato il riaccendersi delle ostilità: proiettili contro un’auto di coloni di transito. Ferma condanna dalla Farnesina. Continua a leggere

Renzi in Israele, baci
e abbracci con Netanyahu

Renzi- Netanyahu

Nel dopo accordo sul nucleare iraniano, il presidente del consiglio Matteo Renzi è volato in Israele a rassicurare il premier Benjamin Netanyahu, strenuo oppositore dei negoziati internazionali con Teheran. In particolare Renzi si è speso non solo per assicurare la vicinanza del nostro Paese allo Stato ebraico, ma anche per affermare che l’Italia non sosterrà il boicottaggio contro Israele (BDS, Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) sostenuto da diverse organizzazioni internazionali come strumento di pressione per riavviare il processo di pace con lo Stato palestinese e che sta facendo sempre più proseliti sull’onda dell’emozione suscitata dall’ultima campagna militare israeliana contro la Striscia di Gaza.

Netanyahu ha accolto Renzi coprendolo di parole di miele. “Tutti apprezziamo la leadership che hai portato in Italia, apprezziamo le riforme che hai fatto” e perfino con un “ci piace la cucina italiana, ma anche il calcio italiano. Matteo ci piace la tua Fiorentina”. Dopo queste vacuità ha anticipato Renzi sulla questione del negoziato di pace israelo-palestinese – totalmente impantanato soprattutto da quando c’è lui al Governo – enunciando la nota formula che Israele usa per questo tema: vogliamo la pace “con i vicini palestinesi ma deve essere, caro Matteo, una vera Pace: deve essere un accordo saldo e di sicurezza che impedisca che i Territori vengano presi dall’Islam oltranzista”.

Poi il premier israeliano ha ricordato la “forte opposizione italiana all’antisemitismo”. “Italia e Israele hanno relazioni speciali”, ha sottolineato ricordando a Renzi come le “connessioni tra noi risalgono a duemila anni fa e tutti sanno che le fondamenta della civilizzazione dipendono dalle nostre due antiche capitali”. Una “amicizia che – ha aggiunto – spero diventi sempre più solida in molti campi, dalla difesa all’economia, dalla ciber-security al commercio: le nostre relazioni possono crescere ancora di livello. L’Italia è nostro partner e nostro amico”.

A Netanyahu anche Renzi, di fronte alla Knesset, il Parlamento di Gerusalemme, ha detto tutte le parole che il premier israeliano voleva sentirsi dire, raccogliendo gli applausi entusiasti di parlamentari e leader politici.

Assieme alle parole di condanna per le persecuzioni e il genocidio degli ebrei in Europa – “l’esistenza di Israele non è una concessione della comunità internazionale, non è una gentile concessione dopo la Shoah, ma la precede: lo Stato di Israele esiste nonostante l’olocausto e continuerà ad esistere nonostante i tentativi di opposizione”, ha detto – ha condannato il boicottaggio internazionale: “Chi pensa di boicottare Israele non si rende conto di boicottare se stesso, di tradire il proprio futuro. Possiamo avere opinioni diverse, è accaduto e continuerà ad accadere. Ma l’Italia sarà sempre in prima linea nel forum europeo e internazionale contro ogni forma di boicottaggio sterile e stupido”.

Quanto allo stallo nelle trattative di pace con lo Stato palestinese, il nostro Presidente del Consiglio, ha ripetuto alla Knesset la formula ormai (quasi) universalmente accettata che la “pace sarà possibile solo con due Stati e due popoli, e solo se sarà garantita piena sicurezza di tutti: il diritto dello Stato palestinese all’autodeterminazione e quello dello stato ebraico alla propria sicurezza: lo dico qui e lo ripeterò a Betlemme incontrando il leader dell’Anp”, Abu Mazen.

Le ultime parole le ha spese per mostrare comprensione e vicinanza ai timori di Israele sull’esito dell’accordo per il disarmo nucleare iraniano perché il Governo di Israele teme che finisca per rafforzare militarmente il regime di Teheran e accrescere i rischi di aggressione allo Stato ebraico. “Il vostro destino è il nostro destino – ha detto Renzi – la vostra sicurezza è la nostra sicurezza, insieme costruiremo un mondo migliore”, sono le parole con le quali il premier ha concluso il suo intervento. Preoccupazioni sul nucleare iraniano ripetute ancora durante una conferenza stampa da Netanyahu e dal Capo dello Stato Reuven Rivlin: “Siamo molto preoccupati e stiamo facendo di tutto” per convincere gli altri che l’Iran rappresenta ancora una minaccia.

C’è da dire che proprio in questi giorni, per andare incontro ai timori israeliani per l’accordo di Ginevra che modifica profondamente dopo 30 anni gli equilibri regionali, Washington haofferto aiuti militari aggiuntivi a Israele per un valore di 3 miliardi di dollari e aiuti analoghi a Riad, l’altro fiero oppositore dell’accordo sul nucleare iraniano, compreso il progetto di uno scudo missilistico regionale.

Alla fine dei discorsi, lasciata la Knesset, Renzi si è spostato nei Territori occupati, dove a Betlemme, ha incontrato il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen e il primo ministro Rami Hamdallah.

Israele

Il nodo non sciolto, che mette a rischio la pace in tutta la regione, resta quello dell’occupazione israeliana dei Territori palestinesi così mentre Renzi si preparava ad atterrare in Israele (e il vice della Merkel, Sigmund Gabriel volava a Teheran a parlare di affari) l’organizzazione Human Rights Watch accusava pubblicamente Israele di ”arresti abusivi” di bambini palestinesi di un’età inferiore agli 11 anni e per l’uso di minacce onde costringerli a firmare confessioni. Le autorità israeliane avrebbero omesso di informare i genitori dell’arresto o della sorte dei loro figli, ha aggiunto l’organizzazione di New York, avvalendosi dei racconti di alcuni bambini detenuti durante le proteste a Gerusalemme Est e in Cisgiordania alla fine dello scorso anno. Le accuse sono state pubblicate contemporaneamente alla visita del Segretario alla Difesa Usa, Ashton Carter da Sarah Leah Whitson, direttore di HRW Medio Oriente, per spingere gli Stati Uniti a fare pressione sul suo alleato israeliano per porre fine a “pratiche abusive” in corso da molto tempo.

“Le forze hanno soffocato i bambini, gettato granate stordenti contro di loro, li hanno picchiati mentre erano in custodia, minacciati e interrogati senza la presenza dei genitori o di avvocati, e non hanno permesso che i loro genitori conoscessero la loro sorte”.

L’esercito di Israele, contattato dall’agenzia di stampa France Presse (AFP), non ha rilasciato commenti sul rapporto mentre l’HRW ha detto che il ministero della Giustizia militare ha risposto alle sue accuse e ha sostenuto che “i funzionari della sicurezza avevano rispettato la legge in tutti i casi, anche informando i bambini dei loro diritti”.

C. Co.

Palestina, col Vaticano accordo ‘tra due Stati’

Vaticano-Palestina-accordoNei saloni liberty del “Grand Hotel” di Via Veneto, a Roma, Riad Al- Malki, ministro degli Esteri dell’Autorità Nazionale Palestinese, e Issa Kassissieh, ambasciatore palestinese presso la Santa Sede, hanno illustrato alla stampa i dettagli dell’accordo generale firmato ieri, venerdì 27, nel Palazzo apostolico vaticano, tra la Santa Sede e l’ANP. L’intesa regola la situazione giuridica della Chiesa cattolica in Palestina, ed era stata preannunciata da un patto sottoscritto fra le due parti lo scorso 13 maggio, in occasione della visita del presidente palestinese, Abu Mazen, a Papa Francesco; ricollegandosi, inoltre, all’accordo base firmato tra la Santa Sede e l’OLP – con Arafat ancora Presidente – il 15 febbraio del 2000 (pochi mesi prima del fallimento dei negoziati di Camp David, in prosecuzione degli accordi di Oslo e di Washington, tra Arafat e il premier israeliano Barak, e dello scoppio della seconda Intifada).

L’accordo è costituito da un preambolo e da 32 articoli, distribuiti in 8 capitoli. “Esso riguarda aspetti essenziali della vita e dell’attività della Chiesa nello Stato di Palestina”, ha precisato, in una nota ufficiale, Monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati ( cioe’ “ministro degli Esteri” vaticano); “riaffermando nello stesso tempo il sostegno per una soluzione negoziata e pacifica della situazione nella regione”. L’accordo, secondo i normali princìpi di diritto internazionale, entrerà in vigore una volta che entrambe le parti avranno notificato per iscritto il rispetto dei necessari, rispettivi requisiti di diritto costituzionale, o comunque di normativa interna .

“Quest’accordo – ha precisato, in apertura, l’ambasciatore palestinese in Vaticano, Kassissieh – arriva dopo intensi, costruttivi negoziati bilaterali con la S. Sede: e disciplina e garantisce presenza e attività della Chiesa cattolica in Palestina, proteggendo i suoi fondamentali diritti, le libertà di culto e la sicurezza dei Luoghi santi” (sempre a maggio, tra l’altro, Francesco I ha canonizzato i primi due santi palestinesi dei tempi moderni, la carmelitana Maria di Gesù Crocifisso, al secolo Mariam Bawardi, e Marie-Alphonsine Ghattas, fondatrice delle Suore del Rosario).

Lo “statu quo” dei Luoghi santi (Basilica del S.Sepolcro e Tomba di Maria a Gerusalemme, Basilica della natività a Betlemme), con precise garanzie per l’accesso dei fedeli e l’alternarsi delle varie comunità cristiane (cattolica, armena, ortodossa greca, ecc…) nella custodia dei Luoghi stessi, è assicurato da un quadro giuridico complesso. Quadro fondato sia sul trattato internazionale di Berlino del 1878 (trattato nato nel chiaro segno del dinamismo bismarckiano, volto ad accreditare la Germania come potenza mondiale, capace anche di mediare su una questione così intricata), il quale riprendeva il vecchio editto ottomano del 1852, che sulle successive decisioni del Mandato britannico in Palestina (1918-1948); e, infine, sull’accordo tra Vaticano e Stato d’Israele (1993, lo stesso anno del riconoscimento diplomatico d’Israele da parte della S.Sede) e sui più recenti accordi Vaticano-palestinesi. “Quest’ultimo accordo – sottolinea il ministro degli Esteri palestinese, Al-Maliki, – garantisce ulteriormente il mantenimento dello “Statu quo” nei Luoghi santi, con pieno rispetto delle libertà di culto; e, garantendo a tutti funzionabilità e viabilità in queste aree, vuol promuovere lo sviluppo delle relazioni fra palestinesi e cristiani tutti. Siamo contenti di facilitare così programmi, attività, progetti specifici delle varie Chiese cristiane, per le quali si potranno studiare anche adeguate agevolazioni fiscali; e possiamo dire a buon diritto di essere una delle poche nazioni al mondo che non solo rispetta e protegge, ma anzi incoraggia le attività religiose in generale”.

L’accordo, poi, menziona esplicitamente la soluzione dei “due Stati”, il che costituisce, per i palestinesi, un riconoscimento internazionale “de facto”, da parte vaticana: “In riconoscimento”, precisa ancora Al-Maliki, ” del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, alla libertà e alla dignità, con un proprio Stato indipendente”. “Spero che l’accordo – ha dichiarato infatti, ufficialmente, Mons.Gallagher – possa in qualche modo costituire uno stimolo per porre fine in modo definitivo all’annoso conflitto israeliano-palestinese, che continua a provocare sofferenze ad ambedue le parti”.

Il governo israeliano, però, ha subito espresso il proprio “rincrescimento”: avvertendo che una tale iniziativa, anzi, facendo esplicito riferimento all’ obbiettivo dei “due Stati”, “danneggia le prospettive per un progresso dei negoziati di pace” israelo-palestinesi. “Israele- ha sottolineato il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahshon – non può accettare le decisioni unilaterali contenute nell’accordo, che non prendono in considerazione gli interessi fondamentali di Israele e lo speciale status storico del popolo ebraico a Gerusalemme”.
Israele potrebbe appellarsi al quadro giuridico preesistente, e specificamente all’art. 62 del Trattato di Berlino del 1878 (sostanzialmente confermato da tutti gli accordi successivi) che, per qualsiasi modifica dello “Statu quo” dei Luoghi santi, prevede l’ indispensabilità di un chiaro accordo fra tutte le parti aventi causa secondo il diritto internazionale. “Israele – ha concluso Nahshon – studierà in dettaglio l’accordo e le sue conseguenze sulla futura cooperazione con il Vaticano”.

Fabrizio Federici

‘Buona scuola’? Dal modello
aziendale a quello clientelare

La buona scuola-Renzi-Di LelloAttualmente in Parlamento e da parte dei soggetti coinvolti è oggetto di valutazione, auspicabilmente attenta, un disegno di legge complessivo sulla realtà dell’istruzione. Esso in parte riprende l’impostazione del progetto “La buona scuola” con la relativa consultazione – di fatto un mero questionario chiuso, aperto peraltro non solo al personale della scuola, ma anche ad altri “portatori di interesse” – e la contestuale mobilitazione di docenti e studenti che ne derivarono (ottobre-dicembre 2014).

Il ddl, nella sua non lineare gestazione (frutto, evidentemente, della difficile sintesi di diversi interessi rappresentati in seno alla maggioranza di governo), ha alcuni aspetti positivi, poiché riprende alcune questioni centrali della concreta realtà scolastica: lo stesso interesse del legislatore in termini non solo di “contenimento delle spese” (tagli diretti e indiretti), ma di una riconosciuta centralità strategica per il futuro del Paese. Da qui lo stanziamento di fondi aggiuntivi per il personale dopo anni (dal 2008, la famigerata operazione estiva Tremonti-Gelmini) di progressivo impoverimento, il riconoscimento del problema dell’elevato numero di alunni per classe (uno dei più funesti fra i tagli indiretti), infine l’accoglimento di una proposta ormai datata dei movimenti dei precari e di qualche sindacato, quale la creazione di un organico funzionale pluriennale, che, nel dare maggiori possibilità lavorative in un settore ad alto tasso di precariato (quello dei docenti), intende dare risposte anche a diffuse richieste di efficienza (ad es., per la gestione celere delle supplenze) e di potenziamento dell’offerta formativa (progetti di qualità, corsi di recupero e così via). Infine, grazie ad una certa mobilitazione dei docenti, sono stati salvaguardati gli scatti di anzianità (legati al numero di anni di servizio), mentre è stata accantonata la proposta degli scatti di competenza (basati su criteri fumosi ad ampio tasso di discrezionalità dei Dirigenti scolastici).

Nondimeno si rilevano forti elementi di criticità, maggiori degli aspetti positivi (tralasciando il tema delle assunzioni, peraltro legate ad una sentenza storica della Corte di giustizia dell’UE, novembre 2014, e alle innumerevoli cause pendenti: si tratta pertanto di un atto dovuto e di una sorta di accordo stragiudiziale di massa), che riguardano il testo del ddl e le sue conseguenze nel caso venisse approvato in questa forma dal Parlamento. Queste note critiche vanno a illustrare alcuni aspetti con l’intenzione di contribuire ad informare e anche a modificare larghe parti del testo.

1) Il governo ha affidato un progetto ambizioso – riformare per l’ennesima volta la scuola – alla via legislativa, ancorché non per decreto o legge finanziaria, previa sola parvenza di consultazione on-line, anziché affidarsi a strumenti certo più lenti e complessi, ossia la discussione con le parti sociali (i sindacati e i movimenti rappresentativi) nei luoghi deputati. Si tratta di un modello decisionista ormai consolidato ma non per questo accettabile, perché apre la strada ad un conflitto per via delle pesanti e non condivise modifiche a tutti i livelli, soprattutto giuridico, che investirebbero il personale della scuola.

2) Il modello di scuola quale si configura dal ddl riprende in larga parte proposte da tempo proprie del centro-destra (proposta di legge Aprea che neppure il governo Berlusconi nel 2008-2011 volle o seppe approvare), di area confindustriale liberista (Fondazione Agnelli) e di lobby interne alla dirigenza scolastica (l’ANP, uno dei sindacati più oltranzisti e perciò mediatizzati dei presidi): di fatto un miscuglio tutto interno ad un modello socio-economico neoliberista, già verificatosi come fallimentare nel corso degli ultimi 15 anni (dall’Argentina alla Grecia), che ha nell’OCSE il proprio riferimento sovranazionale. Ricordo che anche sulla scuole in generale sui servizi finora pubblici pende il famigerato TTIP, che, qualora ratificato, comporterebbe un’ulteriore ridefinizione in senso mercantilistico.

3)  Esso prevede il superamento degli organi collegiali a favore di una gerarchizzazione del personale, con al vertice il dirigente scolastico, la cui funzione, come esplicita già l’art. 2 del ddl, “è rafforzata […] per garantire una immediata e celere gestione delle risorse umane [etc.]”. è inutile insistere su quale modello di società è prefigurato in un simile obiettivo (la partecipazione democratica come ostacolo alla celerità dei decisori), mentre su questa nuova figura dirigenziale occorrerà tornare.

4) Con la scuola dell’autonomia, come noto istituita dalla riforma di Luigi Berlinguer e dei governi social-liberisti di fine Novecento, si sono verificate due svolte di grande rilievo: una sostanziale equiparazione fra scuole statali e private come servizio pubblico; l’introduzione di termini e pratiche di matrice aziendale, quali la concorrenza fra istituti e il correlato rafforzamento del ruolo del Dirigente scolastico (DS). Tale processo – progressivo incremento di poteri e responsabilità dei DS e proporzionale declino degli organi collegiali interni – è stato sviluppato per l’intera area del settore pubblico dalla “crociata” anti-statali intrapresa da Renato Brunetta. Ora tale processo nella scuola giungerebbe al suo esito estremo: il DS come “dominus” che decide non solo il proprio staff di collaboratori (i vicari, ex vicepresidi, e i responsabili di settori, come già di fatto avviene) ma anche il proprio progetto di scuola per un triennio e l’organico, con un coinvolgimento del collegio dei docenti solo formale e passivo: il suo parere, infatti, è solo sentito (mero valore consultivo anziché vincolante), ha valore di mera ratifica a posteriori (art. 2, c. 9). La democrazia dei postumi.

5) Il reclutamento dei neoassunti e la mobilità dei docenti già di ruolo cambiano profondamente: non sono più affidati allo strumento di graduatorie pubbliche (e perciò verificabili e contestabili), ma alla piena discrezionalità del DS. Tale mutamento, pur derivante da una concezione aziendalista della scuola, merita qualche approfondimento. Quale modello italico può fungere da paragone? Indubbiamente il mondo accademico può costituire un punto di confronto nel reclutamento affidato non già a dati oggettivi (punteggi di varia natura), ma elementi inevitabilmente di natura clientelare e nepotistica, ossia concorsi formalmente ineccepibili ma sostanzialmente sordidi, con esiti già prestabiliti da accordi fra feudatari. Non è allora un caso che gli ultimi tre governi abbiano affidato il dicastero del MIUR ad altrettanti ex-rettori di università né lo è che ex-rettori e altri feudatari accademici siano molto più presenti nelle liste elettorali dei “nominati” e negli eletti rispetto ai docenti e educatori.

6) È difficile ipotizzare che i DS si comporteranno in modo difforme dai loro omologhi del baronato accademico, forse anche con un di più “vernacolare” o strapaesano (come talvolta avviene già oggi per l’affidamento dei PON in orario extracurriculare). Potendo scegliere senza criteri impugnabili, opteranno su docenti loro collegati da vincoli familiari (nel ddl non si fa riferimento a divieti per esempio entro il quarto grado di parentela), di consorteria e clientela (un DS del Rotary o dell’Opus dei o del PD avrebbe interesse a chiamare un docente affiliato e con ciò fidelizzato). Anche in presenza di divieti espliciti è difficile non ipotizzare forme di triangolazione, già in atto nelle università italiche, del tipo “tu chiama mia nipote e io chiamo tua cugina”. La discrezionalità si allarga poi perché non vi sono esplicitati vincoli di disciplina (un DS di un liceo classico chiama un docente di greco) ma si apre a infinite soluzioni (un DS di un liceo classico chiama un docente di arte però per affidargli un corso pomeridiano di violino: cfr. artt. 2, c. 13; 3 c. 1). L’eccessiva discrezionalità diventa la porta di una potenziale arbitrarietà per via della rafforzata facoltà per il DS di poter “dispensare dal servizio” i docenti al termine dell’anno di prova (art. 9, c. 5): immaginiamo casi di incompatibilità ambientale se non autentico mobbing verso docenti neo-assunti e poi via via verso il resto del corpo docente, quello refrattario a forme di servilismo o estraneo a clientele. Quali strumenti di tutela per la parte “debole”? Nessuna è prevista dal ddl e si resterebbe in attesa di successivi decreti legislativi, indicati su ben 14 tematiche previste (art. 21). Eppure fino ad oggi la normativa, più saggiamente, prevedeva in caso negativo la reiterazione dell’anno di prova. L’efficientismo – questo epigono del futurismo burocratico – al potere non consente la sfortuna di quanti (a me è capitato proprio nell’anno di prova!) di avere un DS ottuso al punto di negarmi di fruire di un giorno di permesso (riconosciuto dal CCNL vigente) per tenere una relazione in convegno internazionale (il “merito” in Italia è sempre altra cosa!). Come il governo intenda la figura del docente è rivelato da un sublime lapsus (art. 9, c. 1) in cui si dice che il personale docente ed educativo neoassunto è “sottoposto” al periodo di formazione. Chi vuol intendere, intenda.

7) Concorrenza esasperata fra istituti (art. 2 c. 10: pubblicità dei piani triennali per “una valutazione comparativa degli studenti e delle famiglie”), possibilità di usufruire di sponsorizzazioni (ossia incremento delle disuguaglianze fra istituti di territori diversi e di ordine differente: fra un liceo classico di Torino e un professionale di Enna chi riceverà di più?), pratiche clientelari di reclutamento dei docenti, i quali tenderanno a essere sempre più proni verso le direttive del DS divenuto “dominus”, il coinvolgimento di famiglie e alunni nella valutazione dei docenti: questo non può non essere definito aziendalismo. Fedeltà all’azienda (la propria scuola), indifferenza verso il resto del mondo: il federalismo scolastico all’italiana, l’esasperato particolarismo. La fine della scuola pubblica come strumento principale, insieme alla famiglia e al lavoro, di riduzione delle disuguaglianze e di promozione integrale della persona (ex art. 3, c. 2 della Costituzione: il suo estensore, per gli smemorati, è stato Lelio Basso).

8) Il crescente coinvolgimento di famiglie e alunni nella valutazione dei docenti non va demonizzato, certo. Da studente ho assistito (e talvolta subito!) a non pochi episodi censurabili di ingiustizie di docenti o di semplice inadempienza nel proprio lavoro (in tre anni il nostro docente di storia e filosofia ha svolto una sola lezione, non soddisfacente, su Kant). L’idea che famiglie e alunni possano valutare un docente e di fatto decretarne la continuità in una scuola o meno appare mutuata dal principio della “customary satisfaction”. Immaginiamo che cosa farà un docente in una situazione del genere: voti gonfiati e fine della libertà di insegnamento. Su circa trenta classi gestite in questi anni di insegnamento ho avuto due esperienze negative, proprio legate alle ingerenze e meschinità di genitori scontenti dei voti e alla cattiva volontà di alunni che contestavano le particolari scelte della mia didattica: che cosa dovrò fare in futuro in situazioni analoghe? Sarò ricattabile sia in quanto suddito del DS sia in quanto valutato da potenziali “clienti insoddisfatti”. Dovrò cedere. Manterrò forse la mia sede di lavoro, ma avrò perduto la dignità professionale e soprattutto avrò contribuito al degrado del sistema scolastico.

9) Mentre questo parlamento non riesce ad approvare norme efficaci sulla corruzione, introduce il clientelismo anche nella gestione delle scuole. Che però svolgeranno progetti di educazione alla legalità con Libera. Chiamo don Ciotti per fare pubblicità all’istituto, chiamo un mio “cliens” come docente perché mi fa più comodo.

10)  L’art. 7 c. 1 indica come criterio per la gestione del DS il “buon andamento”: principio extragiuridico (tipo la “bona fides”), che pur ripreso dall’art. 97 della Costituzione diviene nella neolingua liberista sinonimo di efficientismo, fra l’altro ignorando (“pour cause”) che nel succitato articolo esso è associato a quello di “imparzialità dell’amministrazione”. Dimentica quello del rispetto di altri principi costituzionali – i grandi assenti di questa riforma, che mai cita la carta fondamentale – fra cui quello di imparzialità e di libertà di insegnamento. Non può essere semplice dimenticanza.

11)  Ne discende che anche le lievi modifiche venute dal partito di maggioranza sugli strapoteri del DS non possono essere accolte, giacché una volta introdotto il principio legislativo del DS come “dominus” nella selezione dei docenti e con un ruolo inevitabilmente condizionante nella valutazione degli stessi non vi saranno argini nella concreta vita scolastica: se avrai un DS corretto, bene, se ne avrai uno affetto da manie di grandezza, malissimo. “Com’è misera la vita negli abusi di potere” sarà il leit-motiv di tante sofferenze e nuovi soprusi. Ne discende la proposta di sopprimere l’intero art. 7 del ddl e di riformularlo secondo un diverso principio: il riconosciuto ruolo del DS come “coordinatore della didattica”, la cui intrinseca e estrinseca libertà di svolgimento non può essere ridimensionata, e come “primus inter pares”, docente con un ruolo più faticoso, con minori incombenze burocratiche, e pertanto meglio retribuito.

12)  Un caso personale: l’art. 8 c. 9 stabilisce che quanti sono già stati assunti a tempo indeterminato perdono ogni altro diritto (su altra classe di concorso o altro ordine di scuola). Peccato che come me altri colleghi siano vincitori di concorso (in particolare l’ultimo del 2012) su più classi di concorso ma siano stati nel frattempo assunti su un’altra, magari meno confacente ai propri percorsi professionali[1]. Il venir meno di un diritto maturato in sede concorsuale prefigura un’ondata di ricorsi. La scuola sta diventando una sorta di foro permanente: le cause si accrescono per via della continua modificazione delle procedure e delle norme. Plurimae reformationes in corruptissima re publica – parafrasando Tacito. Un ginepraio di cui possono disinteressarsi solo coloro che la scuola non la vivono. Si esce da scuola e ci si reca dal proprio legale. Per far valere i propri diritti conculcati dallo stesso stato per cui si lavora.

13)  Ho già dovuto rinunciare alla professione di studioso in sede universitaria italica a causa dei limiti di legalità sostanziale e di insostenibilità delle regole di ingaggio di quel mondo basato su clientelismo, competizione sleale e altre porcherie simili. Ritengo quel mondo accademico irriformabile, anzi ‘sciascianamente’ irredimibile. Ritengo il mondo scolastico un baluardo (parziale, incompiuto, chiaroscurale) di ogni speranza di una società meno iniqua e diseguale. L’idea che anche il mondo della scuola possa assumere simili fattezze e nefandezze e che pertanto anche il mio attuale lavoro, quello di docente, mi venga espropriato rappresenta un’ipotesi contro cui occorre mobilitarsi. Non solo per noi stessi. L’idea che i miei figli vengano educati e formati da docenti assunti su base clientelare non è accettabile.

14)  La distopia di una scuola basata sul clientelismo e sulle gerarchie è un tassello del processo più generale di smantellamento dell’assetto costituzionale. Pertanto la mobilitazione contro questo ddl assume valore generale: è analoga a quella sui referendum del 2011 sull’acqua bene pubblico, contro la corruzione e le mafie. Non contro generiche “caste” (le quali continuano a proliferare) occorre lottare ma contro quel processo che con buona approssimazione ci pare possa essere denominato di “rifeudalizzazione liberista”. Tutto il contrario di quel principio di emancipazione democratica e di promozione integrale della persona umana che ritroviamo in quell’art. 3 c. 2 della Costituzione succitato.

Gaetano Colantuono
docente negli istituti secondari e storico delle religioni (già borsista dell’Accademia Nazionale dei Lincei, 2012)

[1] Su questo punto rinvio ai puntuali rilievi pubblicati da Orizzonte scuola (consultato il 18.03.2015).

Segnali di distensione
tra Israele e Palestina

Gerusalemme est-alloggiTira aria di distensione nei rapporti israelo-palestinesi. È stato infatti annunciato un piano per la possibile costruzione di 2.200 unità abitative per palestinesi a Gerusalemme Est, precisamente nel quartiere arabo di Al-Sawahra, e approvato dalla Commissione per l’edilizia urbanistica israeliana e dal Ministero dell’Interno.

Secondo le autorità municipali di Gerusalemme il piano di costruzione era già stato proposto dal Sindaco Nir Barkat nel 2009, ma non era stato portato avanti a causa dell’opposizione dei rappresentanti ortodossi. La politica di Barkat mirava all’unificazione di Gerusalemme attraverso la riduzione delle differenze tra la parte orientale della città e l’aumento degli standard di vita nei quartieri arabi. Ma il piano serviva soprattutto a evitare il continuo smantellamento e la costruzione abusiva. “La mancanza di pianificazione ha portato ad un fenomeno diffuso di abusivismo edilizio che si stima includa ad oggi almeno 20.000 case”, ha affermato in una nota il Sindaco di Gerusalemme.

La ONG israeliana Ir Amin ha definito il progetto come il più grande mai visto dal 1967 per le famiglie palestinesi a Gerusalemme, anno in cui iniziò l’occupazione. Nonostante la buona prospettiva per il Progetto, restano comunque dei nodi da sciogliere perché gli abitanti della zona anche se autorizzati a costruire sui loro terreni devono comunque presentare dei progetti che potrebbero richiedere anni per l’approvazione e quindi per tradursi in realtà. Ma secondo il quotidiano israeliano, Haaretz, oltre alle 2.200 nuove case, è stato dato il consenso retro-attivo a 300 abitazioni costruite senza permesso.

Segnali comunque distensivi visto che appena una settimana fa Israele ha deciso anche di sospendere la costruzione di circa 1500 case ad Har Homa un sobborgo ebraico di Gerusalemme est oltre la Linea Verde del 1967. Il sobborgo ha alimentato l’astio tra israeliani e palestinesi, ma mentre Israele considera il complesso come un sobborgo de facto della sua capitale, Gerusalemme, per gran parte del mondo è un insediamento illegale costruito sul territorio annesso dalla Giordania durante la guerra del 1967.
Tanto che per Hagit Ofran, presidente della ONG israeliana che promuove una soluzione tra i due Stati, Peace Now, Har Homa, che si trova tra Betlemme e i quartieri palestinesi di Gerusalemme Est, rappresenta uno dei “maggiori ostacoli” per un soluzione pacifica tra le due popolazioni.

Segnali distensivi sono arrivati però anche da parte palestinese, L’Anp infatti, il giorno prima dell’entrata nella Corte Penale internazionale ha annunciato che eviterà azioni contro Israele riguardanti la costruzione di colonie illegali. La decisione è arrivata subito dopo che l’ufficio del primo ministro israeliano ha dichiarato che Israele avrebbe rilasciato i fondi raccolti a nome dell’Anp e sequestrati come punizione contro la decisione palestinese di aderire alla Corte Penale dell’Aja. Tutti i mesi, Israele trasferisce all’Anp circa 127 milioni di dollari in tasse doganali riscosse su beni destinati ai mercati palestinesi che transitano attraverso i porti israeliani. Esclusi gli aiuti esterni, questi entrate ammontano a quasi due terzi del budget annuale dell’Autorità palestinese.

Si tratta di segnali positivi da entrambe le parti, ma sono in molti a sospettare di Bibi stia facendo delle concessioni in vista di altri probabili insediamenti oppure semplicemente visto che Israele di fatto non ha ancora un Governo, Netanyahu, sta approfittando del momento per uscire dall’isolamento internazionale senza inimicarsi la destra israeliana e il suo stesso partito, il Likud.

Maria Teresa Olivieri

Riconoscere la Palestina, più forza alla pace

Convegno-pace-Israele-Palestina

“Due popoli. Due Stati. La pace”. Questa (pur nella consapevolezza delle grandi difficoltà che si frappongono) la prospettiva più realistica per la soluzione del conflitto israelo-palestinese: prospettiva cui è stato dedicato il convegno, moderato da Alberto La Volpe, organizzato oggi, alla Camera dei Deputati, dai parlamentari socialisti del Gruppo Misto. Alla vigilia, quasi, della votazione di venerdì prossimo, 23 gennaio, sulle varie mozioni, presentate recentemente in Parlamento, che invitano il governo Renzi a riconoscere al più presto l’Autorità Nazionale di Palestina come Stato indipendente: come già deliberato, negli ultimi mesi, dai Parlamenti di diversi Paesi come la Gran Bretagna e la Francia mentre la Svezia l’ha già fatto (e sono 139, in complesso, i Paesi che sinora, nel mondo, hanno ufficialmente riconosciuto lo Stato di Palestina).

“Tra queste mozioni “, ha ricordato Pia Locatelli (l’intervento), deputata socialista, “l’unica della maggioranza (il testo) è quella che abbiamo presentato come socialisti, e che ha già raccolto le firme anche di vari deputati di SEL, PD, Centro Democratico e Gruppo Misto. Dobbiamo tutti attivarci, anche nella società civile, perché il Parlamento non rinvii questa discussione sine die: magari con l’alibi della recente risoluzione (fine dicembre) dello stesso Parlamento europeo, che esorta i governi nazionali a procedere appunto al riconoscimento diplomatico della Palestina, subordinandolo però, ambiguamente, alla ripresa dei negoziati di pace israelo-paestinesi, da tempo arenati”.

Alla discussione, che ha toccato alcuni dei punti essenziali per la vita d’una futura Palestina indipendente (esatta delimitazione dei confini, controllo delle risorse idriche, ora quasi totalmente in mano israeliana, possibili futuri progetti comuni per lo sviluppo dell’ agricoltura), hanno partecipato politici e attivisti per la pace di ambo le parti.
Nabil Shath, politico palestinese di spicco, ha ripercorso la storia dei negoziati di pace dalla conferenza di Madrid del 1991 agli accordi di Oslo e Washington del ’92- ’93, evidenziando l’assoluta impraticabilità della soluzione d’un unico Stato fortemente democratizzato (come voluto, ad esempio, da USA e Australia).
Alon Liel, diplomatico israeliano emerito, ora attivista per la pace (vedi, su questa stessa testata, la sua intervista di ieri), promotore d’un appello per la fine del conflitto sottoscritto in questi giorni da circa mille intellettuali israeliani (tra cui i big della letteratura Grossman, Oz e Yehoshua), ha confermato la prospettiva (“Più Paesi, tra cui, speriamo, l’Italia,decideranno di riconoscere lo Stato di Palestina, meglio sarà per Israele, che si deciderà a spingere verso la soluzione “Due popoli, due Stati”: altrimenti, perchè dovrebbe farlo?”).
Ester Levanon Mordoch, docente universitaria, fra le dirigenti israeliane del movimento “Donne in nero”, ha evidenziato l’importanza , prima di tutto, d’un riconoscimento reciproco, da ambo le parti, “delle vittime, del dolore e delle speranze”, auspicando addirittura la nascita, in futuro, d’ una “Truth Comission” mediorientale, sul modello sudafricano.
Abdulah Abdulah, membro del Consiglio Legislativo Palestinese, ha rivolto un forte appello all’Italia, Paese europeo che ha sempre sostenuto il diritto dei popoli all’autodeterminazione, partecipando anche a missioni internazionali di pace come quelle a Beirut e, recentemente, al valico di Rafah a Gaza.
Mai Alkaila, ambasciatrice di Palestina in Italia, intervenuta dal pubblico in sala, ha confermato la validità del progetto “Due popoli, due Stati”, secondo anche una delle più vecchie risoluzioni ONU, la 181.

In chiusura Marco Di Lello, capogruppo PSI alla Camera, ha ricordato l’impegno per una giusta soluzione dei conflitti internazionali che sin da fine ‘800 ha caratterizzato l’ azione dei socialisti nel Parlamento italiano. “Stoccolma, Madrid, Londra e Parigi hanno già detto la loro. A chi mi chiede: ‘Perché votare oggi?’, io rispondo: ‘Perché avremmo dovuto già farlo ieri’. Sono passati 2 anni dal riconoscimento dell’Onu e 20 anni dalla morte di Rabin. Prima riusciremo a riconoscere lo Stato palestinese e meno sangue sarà versato. Riconoscere 2 popoli 2 Stati significa rafforzare i negoziati. Altrimenti negoziati improduttivi creano sfiducia e tensione. Il riconoscimento è un contributo al processo di pace”.

 Fabrizio Federici

L’appello
L’appello è stato sottoscritto da oltre mille esponenti del mondo della cultura, della politica, delle scienze. Tra questi gli scrittori Abraham Yehoshua, Amos Oz, David Grossman, Ronit Matalon, Akir Shapira (compositore), Agi Mishol (poeta), Avraham Burg (ex speaker della Knesset), Daniel Kahneman (Premio Nobel), Daniel Shek (ex ambasciatore in Francia), Danny Karavan (pittore), Emanuel Shaked (Generale), Galeb Magadli, Ran Cohen, Yair Tzaban, Yossi Sarid (ex ministri), Joshua Sobol (drammaturgo), Michael Benyair (ex Procuratore Generale), Nurit Peled Elhanan (Premio Sacharov), Raanan Alexandrovich (regista), Uriel Segal (direttore d’orchestra).

La Palestina all’Aja accusa
Israele di crimini di guerra

Gaza-bombardamenti-AiaIl 2014 si chiude male per gli sviluppi della crisi israelo-palestinese e il 2015 comincia forse anche peggio.

Negli ultimi giorni dell’anno appena chiuso, il Consiglio di sicurezza delle nazioni Unite aveva affondato una risoluzione presentata, a nome della Lega Araba, dalla Giordania che prescriveva il ritiro dell’esercito israeliano dai Territori Occupati nei confini pre-guerra del ’67, compresa Gerusalemme est. Contestualmente alla bocciatura, l’Autorità Palestinese aveva fatto sapere di essere pronta a sottoscrivere (2 gennaio 2015, ndr) l’adesione alla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja e che subito dopo (avverrà formalmente il 1 aprile, ha fatto sapere Ban Ki Moon, ndr) avrebbe sollevato l’accusa di crimini di guerra nei confronti di Israele.

L’Anp ha depositato i documenti per accedere a 14 convenzioni e trattati tra cui il Trattato di Roma, che consente l’accesso alla Cpi, venerdì scorso. La mossa palestinese ha provocato reazioni molto dure da parte del Governo israeliano che si sono tradotte subito nel congelamento del trasferimento di circa 100 milioni di euro di dazi doganali dovuti all’Anp.

La decisione palestinese inquieta fortemente il governo israeliano perché la Corte penale dell’Aja potrebbe condannare i vertici dello Stato ebraico per quanto avvenuto l’estate scorsa e in particolare per i bombardamenti eseguiti su Gaza nell’operazione militare ‘Margine di sicurezza’ in risposta al lancio di missili Kassam. Il bilancio della rappresaglia israeliana venne comunemente giudicata come irragionevole e ingiustificata per la sua estensione e durezza. Dopo 51 giorni di combattimenti a Gaza, ai primi di settembre secondo i dati dell’Unicef, si contavano infatti 2.141 morti tra la popolazione di Gaza, di cui due terzi civili e 536 bambini; oltre 10 mila feriti, di cui 3.106 bambini; 17 mila case distrutte; terre coltivabili spazzate via e industrie rase al suolo. Dall’altra parte, si registrava la morte di 66 soldati israeliani e di 5 civili (tra cui un bambino).

Un bilancio che peserà e molto sulla Corte internazionale quando dovrà giudicare la richiesta dell’Anp e che potrebbe portare, in caso di condanna, a conseguenze estremamente spiacevoli per Israele, non solo sul piano dell’immagine, ma concretamente nei confronti dei suoi vertici, compresa la possibilità di un arresto nel momento in cui entrassero in uno dei Paesi che aderiscono alla convezione internazionale.

Siamo dunque di fronte ad un pesante aggravamento dei rapporti diplomatici tra palestinesi e israeliani, e non è un caso se l’iniziativa di Abu Mazen, presidente dell’Anp, sia stata fortemente osteggiata dagli Usa perché vista come un ostacolo al raggiungimento di un accordo di pace.

Ma cosa ha portato a questo ulteriore peggioramento? Certamente da parte palestinese vi è la sensazione che le iniziative diplomatiche internazionali siano finora servite a poco e che anzi vengano utilizzate dal governo di Nethanyau per guadagnare tempo mentre prosegue nella politica dei ‘fatti compiuti’ da cui è sempre più difficile tornare indietro. E tra questi al primo posto c’è la crescita continua e ininterrotta degli insediamenti dei coloni nei territori Occupati.

Nel corso del 2014 – scrive l’Agenzia Infopal riportando i dati di un report ufficiale israeliano – oltre 15mila israeliani si sono spostati in insediamenti nella Cisgiordania sotto assedio. “I dati emessi dal ministero dell’Interno israeliano mostrano che la Giudea e la Samaria (nomi ebraici per Cisgiordania) attualmente ospitano circa 400 mila israeliani, e dimostrano che l’insediamento in Giudea-Samaria è un fatto irreversibile”, ha dichiarato venerdì scorso l’ex presidente dello Yesha Council, Dani Dayan. Lo Yesha Council è un’organizzazione-ombrello per i consigli municipali degli insediamenti della Cisgiordania. Secondo Dayan, il numero di coloni ebrei in Cisgiordania è salito a 15mila dal 2013. Alcuni israeliani sembra preferiscano vivere negli insediamenti cisgiordani, piuttosto che nelle città israeliane, per i bassi costi delle abitazioni e dei molti privilegi garantiti dalle politiche pro-colonie del governo. I dati resi noti da Dayan non comprendono quegli israeliani che vivono negli insediamenti a Gerusalemme Est, il cui numero ammonta a oltre 200 mila.

L'occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza, con la linea di confine del '49, i territori dell'ANP con le zone e gli insediamenti sotto contrrollo israeliano, il Muro e le strade rpincipali.

L’occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza, con la linea di confine del ’49, i territori dell’ANP con le zone e gli insediamenti (▲) sotto controllo israeliano, il Muro e le strade principali.

E questo degli insediamenti potrebbe essere il secondo fascicolo che l’Anp aprirebbe all’Aja contro Israele. Il capo negoziatore palestinese, Saeb Erakat, ha confermato – sempre secondo Infopal – che Gaza sarà uno dei casi riportati alla Corte, ma ha anche affermato che ci sarebbe stato un fascicolo messo insieme sulla costruzione di colonie israeliane nei territori sequestrati a partire dalla ‘Guerra dei sei giorni’, nel 1967. “I fascicoli principali – ha affermato Erakat – saranno l’aggressione contro Gaza e la colonizzazione, dato che questo è un crimine continuo”.

Armando Marchio