Antigone riempie il “Plauto Festival”. Il mito che piace ai giovani

antigoneSarsina (FC) – Tutto pieno per il “Plauto Festival”, lo scorso 6 agosto.  Il pubblico in silenzio: la tensione era forte per l’inizio dello spettacolo. La direzione artistica di Cristiano Roccamo è riuscita a richiamare l’attenzione di molti persone. E l’adattamento scenico di Nicola Fano è stato interessante, così come brillanti sono state l’interpretazione e la regia di Massimo Verturiello.

Dopo  l’ingresso del coro,  Antigone e Ismene incominciano a parlare di un destino avverso che incombe su di loro: esse sono state generate da un’unione contro natura, ossia da Edipo e sua madre Giocasta. In un colloquio con la sorella Ismene, la protagonista manifesta la sua contrarietà alla diversità di trattamento tra i due fratelli morti: Eteocle è stato sepolto, mentre il corpo di Polinice sarà sbranato dagli avvoltoi.  Antigone, devastata dal dolore, vuole disubbidire agli ordini di Creonte che ha deciso di non seppellire Polinice perché lo considera un traditore della patria. Il senso della giustizia è forte in lei e il popolo di Tebe si mostra solidale con la donna: ma è tutto inutile! Neanche l’intercessione del futuro marito della ragazza, il figlio di Creonte, potrà aiutarla perché il tiranno ha una visione distorta della realtà.

Antigone  è un personaggio, ancora amato dai giovani, perché rappresenta la donna emancipata che si oppone alle leggi arcaiche e non vuole rispettare. Sicché Antigone  sente che sia giusto trasgredire le leggi degli uomini. Nessuno può soccombere senza il volere degli dei!  Giulia Sanna ha gridato al pubblico  con forza la parola “libertà” dalla tirannia del vecchio sovrano.

La visione della legge sia per Antigone sia per Creonte arriverà a conseguenze estreme: la donna il simbolo, però, di un ideale premorale in cui contano i sentimenti e la coscienza personale più che le leggi scritte.  Nello spettacolo di Massimo Venturiello ha avuto un ruolo importante, anche, il coro  che ha avuto la funzione di coscienza. Dunque è necessario, che il coro vigili davanti ai fatti che stanno accadendo. Non rimane ai quattro personaggi maschi altro che fare ragionare Creonte, ma inutilmente!

Molto intensa è stata, anche, la parte di Carla Cassola nel ruolo di Tiresia. Le predizioni dell’indovino potrebbero fermare  una situazione che si potrebbe trasformare in tragedia: purtroppo è tardi. Antigone, rinchiusa in una caverna, si è uccisa e Emone si toglierà la vita davanti al padre.

La scena finale è stata di grande drammaticità. Il palazzo e il trono, simboli del potere di Creonte, hanno reso ancora più duro il finale. L’ultima scena è stata giocata su momenti: dal un lato del palco Creonte con il  braccio il figlio morto, mentre dall’altro sul trono sua moglie Euridice, senza alito di vita.  Ella non ha sopportato il dolore della morte di Emone. Quel che più spicca è la premessa dell’azione futura della donna e l’avverarsi del presagio di Tiresia.  La donna è già vestita di nero con indosso dei veli che muove mentre  parla con il marito.  La costumistaHelga Williams per realizzare gli abiti di scena ha attinto dalla tradizione del teatro italiano del Novecento, dove il colore nero era stato utilizzato dai commediografi del calibro di Pirandello e di Moravia.

Il sipario è fatto calare da Venturiello – così come vuole la tradizione letteraria – su Creonte diventato consapevole delle sue azioni. Egli è stato il responsabile della fine della sua famiglia, perciò non gli rimane che supplicare gli dei affinché possa morire per non avere più rimorsi.

Andrea Carnevali

OLTRE ALLE SBARRE

carceriArriva l’ok del Consiglio dei ministri alla riforma dell’ordinamento penitenziario che allargherà la possibilità di accedere alla misure alternative al carcere per i detenuti, ma come sempre arrivano le polemiche. Il cdm, su proposta del ministro della giustizia Andrea Orlando, ha infatti approvato, in secondo esame preliminare, un decreto legislativo che, in attuazione della legge sulla riforma della giustizia penale (legge 23 giugno 2017, n. 103), introduce disposizioni volte a riformare l’ordinamento penitenziario. Il testo ora dovrà tornare alle camere, ma dalla Lega e da Fratelli d’Italia si annuncia battaglia. Anche se gli ‘attacchi’ di Matteo Salvini e Giorgia Meloni che lo definiscono ‘salva-ladri’ sono infondati: in realtà il decreto attuativo dà la possibilità di accedere alle misure alternative al carcere anche a chi ha un residuo di pena fino a quattro anni, ma sempre tramite la valutazione del magistrato di sorveglianza. E in ogni caso non estende questa possibilità ai detenuti al 41bis per reati di mafia e quelli per reati di terrorismo.
“Vergogna, un governo bocciato dagli italiani approva l’ennesimo salva ladri – commenta Salvini – appena al governo cancelleremo questa follia nel nome della certezza della pena: chi sbaglia paga!”. “Fuori i delinquenti di galera: è lo slogan della sinistra che sta tentando in tutti i modi di approvare un nuovo decreto ‘libera-criminali’ – osserva invece Meloni – l’ultima follia di un Governo scaduto, mandato a casa a gran voce dagli italiani e che, a pochi giorni dall’insediamento del nuovo Parlamento, ha la faccia tosta di occuparsi di provvedimenti così sensibili”.
“Gli italiani – aggiunge Meloni – hanno mandato a casa il Pd e chiedono certezza della pena, più sicurezza, maggiori tutele per le vittime di reati e per gli agenti di polizia penitenziaria”.
Accuse respinte da Andrea Orlando: “Questo non è un provvedimento salva-ladri, uno svuota-carceri: da domani non ci sarà nessun ladro in più in giro”, ha detto il ministro. “Qualcuno tenterà di cavalcare queste paure. Ma da domani non uscirà nessuno dal carcere, da domani un giudice potrà valutare il comportamento del detenuto e ammetterlo a misure che gli consentono di restituire qualcosa di quello che ha tolto alla società”. Il testo della riforma dell’ordinamento penitenziario “dovrà tornare in Commissione, perché non abbiamo recepito alcune indicazioni contenute in un parere del Senato e quindi ci sarà un ulteriore passaggio”, ha fatto sapere il ministro, secondo il quale presumibilmente il provvedimento “passerà per la Commissione speciale, ma sarà il ministro per i Rapporti con il Parlamento a deciderlo”.
La riforma dell’ordinamento penitenziario, ha spiegato il ministro Orlando, “serve ad abbattere la recidiva. Attualmente vengono spesi ogni anno quasi 3 miliardi di euro per l’esecuzione penale, eppure abbiamo il tasso di recidiva più alto d’Europa”. Dalle statistiche, infatti, di cui il ministero della Giustizia ha tenuto conto nell’elaborazione della riforma, emerge che per chi espia la pena in carcere vi è recidiva nel 60,4% dei casi, mentre per coloro che hanno fruito di misure alternative alla detenzione il tasso di recidiva è del 19%, ridotto all’1% per quelli che sono stati inseriti nel circuito produttivo.
Il decreto è suddiviso in 6 parti, corrispondenti ad altrettanti capi, dedicate alla riforma dell’assistenza sanitaria, alla semplificazione dei procedimenti, all’eliminazione di automatismi e preclusioni nel trattamento penitenziario, alle misure alternative, al volontariato e alla vita penitenziaria. Il testo ha ottenuto il parere favorevole della Conferenza unificata e tiene conto dei pareri espressi dalle competenti Commissioni parlamentari.
Nonostante i vari proclami che vengono fatti in queste ore, la riforma è attesa da anni, da molte associazioni e dai professionisti del settore in primis. Ad esempio il 13 marzo, i penalisti hanno proclamato uno sciopero astenendosi dalle udienze per protestare contro la mancata approvazione della riforma. I radicali hanno accusato il Governo di aver mentito sulle reali intenzioni di portare a termine la riforma. Mentre Antigone ha fatto numerosi appelli perché venisse riformato il sistema carcerario. Il presidente dell’associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, Patrizio Gonnella, ha affermato che il via libera dal cdm “è sicuramente una buona notizia, ma c’è ancora da fare pressione e da non allentare la tensione poiché, in questa fase post-elettorale, i tempi potrebbero dilatarsi e la delega decadere. C’è infatti tempo fino ad inizio luglio per approvarla”.
Si aspetta quindi l’ultimo passaggio parlamentare, ma si teme che il prossimo Governo potrebbe mandare all’aria tutti gli sforzi fatti fino ad ora.

Carceri. Ok a decreti. Ma per la riforma bisogna aspettare

carceri

Varati i tre decreti attuativi sulle carceri mentre per la riforma dell’ordinamento sarà necessario aspettate il prossimo consiglio dei ministri. I tre decreti attuativi – su lavoro per i detenuti, ordinamento penitenziario minorile e giustizia riparativa – inizieranno ora il loro iter davanti alle Commissioni Giustizia di Camera e Senato. Mentre il decreto sull’ordinamento penitenziario, approvato in via preliminare lo scorso dicembre è slittato alla prossima riunione di Cdm.

“Abbiamo varato tre decreti attuativi della riforma dell’ordinamento penitenziario, è un lavoro in progress, lavoriamo con strumenti diversi con l’obiettivo innanzitutto che il sistema carcerario contribuisca a ridurre il tasso recidiva da parte di chi è condannato per reati” Ha detto il premier Paolo Gentiloni nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri. Alcuni decreti attuativi, ha spiegato Gentiloni, “sono stati adottati, altri lo saranno nelle prossime settimane, tenendo conto delle indicazioni del Parlamento”. “Noi – ha sottolineato il premier – lavoriamo con strumenti diversi, innanzitutto con l’obiettivo che il sistema carcerario contribuisca a ridurre notevolmente il tasso di recidiva da parte di chi è accusato o condannato per reati”.

Sulla riforma del sistema penitenziario invece è ancora in corso una riflessione per sottoporre alle Camere, in terza lettura, un testo condiviso. È stato invece approvato in via provvisoria il decreto legislativo di riforma dell’ordinamento penitenziario con il quale viene introdotto per la prima volta un modello di intervento che mette al centro la vittima di reato, promuovendo percorsi di riparazione del reo nei confronti di chi ha subito il reato.

I servizi di giustizia riparativa sono promossi attraverso convenzioni e protocolli tra il ministero della giustizia, gli enti territoriali o le regioni. L’intervento legislativo – spiegano al ministero della Giustizia – risponde all’esigenza di responsabilizzazione del reo, garantendo alla vittima che ne faccia richiesta di poter partecipare alla fase di esecuzione della pena.

Punto fondamentale del testo sono le misure penali di comunità e la previsione di un modello penitenziario che guardi all’individualizzazione del trattamento. L’obiettivo è quello di “individuare un’esecuzione penale che ricorra alla detenzione nei casi in cui non è possibile contemperare le esistenze di sicurezza e sanzionatorie con le istanze pedagogiche”. Viene posto un limite alla possibilità di concessione dei benefici previsto dall’ordinamento penitenziario ai detenuti sottoposti a regime di 41 bis. Tutte le misure dovranno prevedere uno specifico programma di intervento educativo, “costruito sulla specificità del singolo condannato, che miri a riassicurare un proficuo reinserimento sociale”.

Per la parte relativa alla vita detentiva e al lavoro penitenziario, il testo esaminato oggi e composto da 5 articoli ha l’obiettivo di “incrementare le opportunità di lavoro, sia intramuriario che esterno, nonché di potenziare le attività di volontariato e di reinserimento sociale dei condannati”; “migliorare la vita detentiva, attraverso norme volte a garantire il rispetto della dignità umana, la qualità delle strutture, e la responsabilizzazione dei detenuti”. Il terzo decreto disciplina giustizia riparativa e mediazione tra il reo e la vittima.

Delusione arriva da chi sperava in una più rapida approvazione del decreto. Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone esterna il so rammarico: “Speravamo che non vincessero la tattica e la preoccupazione elettorale. Oggi si è sprecata un’occasione storica per riformare le carceri italiane”. La “speranza” però “non è del tutto persa – aggiunge il presidente di Antigone – speriamo che anche dopo le elezioni le autorità vogliano portare a compimento una riforma storica. Il tempo tecnico c’è. I decreti, scritti da persone della massima competenza e supportati dagli Stati Generali dell’esecuzione penale, anche. Bisogna solamente avere la volontà politica di farlo”.

Strasburgo bacchetta l’Italia sulle carceri

carceriIl problema “del sovraffollamento delle carceri italiane non è stato risolto perché molti istituti di pena operano ancora al di sopra della loro capacita’”. Lo dichiara il Cpt, comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa che, in un rapporto sull’Italia redatto in base alla missione condotta nell’aprile del 2016, denuncia anche numerosi casi di maltrattamenti. Nel documento il Cpt ribadisce anche che l’Italia deve rispettare gli standard che il comitato ha fissato per lo spazio che ogni detenuto deve avere a sua disposizione in cella: 6m 2 di spazio vitale, esclusi i sanitari, in cella singola, e 4m 2 in una cella che occupa con altri.

Il Cpt, che prende nota degli sforzi fatti dall’Italia per risolvere la questione del sovraffollamento dopo la condanna della Corte di Strasburgo (Torreggiani), osserva tuttavia che nel primi 6 mesi del 2016 la popolazione carceraria è aumentata da 52.164 a 54.072 detenuti, e che questo aumento non si è arrestato. Le preoccupazioni del Cpt sembrano essere confermate dallo stesso governo italiano, che nella sua risposta al rapporto del comitato, afferma che il 26 marzo 2017 erano detenute 56.181 persone. Le autorità italiane tuttavia sottolineano che stanno prendendo misure al riguardo. Una è quella di permettere ai detenuti stranieri di scontare la pena nei loro paesi, l’altra è di ricorrere con maggiore frequenza alle misure alternative alla detenzione.

Diversi anche i casi di maltrattamenti riportati dal comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa e inserisce nel rapporto sull’Italia. Il Cpt, che denuncia anche il mancato rispetto della legge italiana per quanto riguarda l’immediato accesso di arrestati e fermati ad un avvocato, chiede alle autorità italiane, al più alto livello politico, di fare una dichiarazione ufficiale a tutte le forze dell’ordine per ricordargli che devono rispettare tutti i diritti delle persone in loro custodia e che ogni maltrattamento sarà giudicato e punito adeguatamente.

“Oltre al sovraffollamento – dichiara Patrizio Gonnella presidente dell’associazione Antigone – che dopo una stagione di riforme e diminuzione dei detenuti, tornato a crescere il Cpt segnala l’assenza di attività (meno del 20% dei detenuti sono impegnati in attivita’ lavorative) e l’utilizzo eccessivo del regime dell’isolamento, soprattutto per persone con tendenze suicide e autolesionistiche, dove capita si sia tenuti anche in condizioni materiali deplorevoli e dove non venga garantito un sufficiente e adeguato monitoraggio dei detenuti. Inoltre l’isolamento diurno oltre i tre anni viene indicato come trattamento disumano”. “La diminuzione delle presenze in carcere – sottolinea Gonnella – si è interrotta nel 2016 con i numeri che hanno ricominciato a salire. Attualmente il 16% della popolazione vive in meno di 4 mq, non lontano dal parametro minimo che è fissato a 3 mq. Proprio su questo parametro il CPT critica l’Italia, rea di utilizzare i 3 mq come elemento centrale delle proprie politiche, quando è nettamente al di sotto degli standard che lo stesso Comitato indica”. “Tuttavia – aggiunge – nel rapporto vengono indicati anche alcuni elementi positivi, tra questi il regime della sorveglianza dinamica che si applica ormai in molte carceri nei reparti di media sicurezza e la nomina del Garante Nazionale delle persone private della Liberta’ personale. Anche la riforma della sanità con il passaggio alle Asl è vista con favore dagli esperti del Comitato, pur permanendo alcune situazioni critiche”.

“Il CPT – dice ancora Gonnella – ha verificato anche il miglioramento della condizione degli internati dopo il passaggio dagli OPG alle REMS, pur rimanendo alcune situazioni critiche come l’utilizzo della contenzione meccanica e di trattamenti medici per prevenire disordini, e altre da migliorare, come quella relativa alla libera circolazione interna delle persone che lì vengono trattenute, cosa che non sempre avviene”.

“Su alcuni dei punti di criticità evidenziati dal Comitato per la Prevenzione della tortura, come il sovraffollamento – conclude – si deve intervenire attraverso la ripresa delle riforme, partendo da quella dell’ordinamento penitenziario il cui lavoro è ora in mano ad alcune commissioni di esperti, nominate dal ministro della Giustizia, con le quali abbiamo voluto dialogare attraverso venti nostre proposte nelle quali abbiamo indicato, come punti prioritari da affrontare, alcune delle situazioni su cui il Comitato ha voluto soffermarsi: tra queste quelli relativi all’isolamento, alla formazione dello staff penitenziario, al lavoro, alla salute e più in generale ad un miglioramento della dignità e dei diritti delle persone detenute”.

Nessuno Tocchi Caino ed il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale si riconoscono nella situazione descritta dal Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura e nelle raccomandazioni che rivolge al Governo italiano. “Quello che in Italia molti non vogliono vedere o riconoscere come trattamento inumano o degradante viene visto e riconosciuto come tale dagli organismi sovranazionali, come il Cpt. Il Governo ascolti e metta in pratica le sue raccomandazioni per una affermazione dello Stato di Diritto”,e chiedono gli esponenti radicali di Nessuno tocchi Caino e del Partito Radicale, Rita Bernardini, Antonella Casu, Sergio d’Elia e Maurizio Turco, per i quali “le raccomandazioni contenute nel Rapporto pubblicato oggi saranno il punto di riferimento delle nostre attività rivolte ai luoghi di privazione della libertà personale”.

“L’attuazione delle raccomandazioni del Cpt aiuta ad uscire da una condizione di illegalità in cui permangono i luoghi di privazione della libertà personale nel nostro Paese, dove ancora non esiste un reato di tortura conforme alla definizione internazionalmente riconosciuta, si verificano maltrattamenti mentre mancano chiare prese di posizione istituzionali contro l’impunità, il sovraffollamento è in aumento e persistono regimi detentivi (41 bis ed isolamento diurno) che configurano trattamenti inumani e degradanti”, spiegano Bernardini, Casu, D’Elia e Turco che concludono: “Quanto al personale penitenziario che sappiamo comportarsi in gran parte correttamente, condividiamo l’importanza di una formazione continua, come raccomanda il CPT, che aiuterebbe a gestire meglio quelle situazioni di criticità che possono portare anche al suicidio e all’autolesionismo dei detenuti o dei pazienti psichiatrici. Oggi ci sentiamo meno soli!”

Via libera al ddl Tortura. Nessuna modifica

Diaz-reato tortura-UELa commissione Giustizia della Camera non tiene conto delle richieste del Consiglio d’Europa di modificare il ddl Tortura, e respinge tutti gli emendamenti al testo, su cui lunedì nell’Aula della Camera avrà inizio la discussione generale e e ha votato il mandato al relatore Franco Vazio del Partito Democratico a riferire in aula lunedì 26 giugno per la discussione generale. Tutti hanno votato a favore.

“Io avrei difficoltà a votare la legge sulla tortura così come è uscita dal Senato”. Lo ha detto Pia Locatelli in un’intervista a Radio Radicale. “Il testo va migliorato, abbiamo aspettato quasi trent’anni per fare una legge, ma se una legge non è fatta bene diviene inapplicabile. In questo modo facciamo solo finta di adempiere a un impegno”.

Il parere del Consiglio europeo passa così in secondo piano, Nils Miuznieks, commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa, proprio ieri aveva chiesto di cambiare il testo approvato dal Senato perché nella sua forma attuale contiene una definizione del reato e diversi elementi in disaccordo con quanto prescritto dagli standard internazionali. Il commissario punta il dito in particolare sul fatto che la proposta di legge preveda che per accusare qualcuno di tortura occorrerà che la persona abbia compiuto gli atti violenti più di una volta (“il testo parla infatti di “reiterate violenze”). Secondo Muiznieks se la legge sarà approvata così com’è, certi casi di tortura o trattamenti inumani non potranno essere perseguiti “creando quindi delle potenziali scappatoie per l’impunità”. Non solo, ma il testo è stato fortemente contestato da diverse associazioni tra cui Amnesty international e Antigone e da Ilaria Cucchi. “Il testo modificato approvato dal Senato è una informe creatura giuridica. Spetta alla Camera rimediare alle mancanze più gravi del pessimo testo varato dal Senato”, scrive Ilaria Cucchi.

Il provvedimento, che si appresta dunque ad essere approvato in via definitiva, è atteso in aula a partire dalla prossima settimana. Relatore di minoranza sarà il deputato M5S Vittorio Ferraresi.

Sei i punti principali del ddl:
– La commissione del reato da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio costituisce, anziché un elemento costitutivo, un’aggravante del delitto di tortura.
– Per essere reato di tortura è necessaria la pluralità delle violenze o delle minacce.
– Fino a 12 anni se chi tortura è pubblico ufficiale.
– Se dalla tortura deriva la morte quale conseguenza non voluta dal torturatore la pena della reclusione di trent’anni. Ma se il torturatore cagiona volontariamente la morte, la pena è dell’ergastolo.
– Il pubblico ufficiale che istiga a commettere tortura è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.
– Inutilizzabili informazioni e dichiarazioni estorte con tortura.

Appello per legalizzare le droghe leggere

conferenza stampa coscioniÈ stata presentata oggi, il 2 febbraio, in conferenza stampa alla Camera la petizione in materia di politiche sulle droghe promosso da Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica per chiedere al Governo un intervento decisivo sulle politiche sulle droghe nel nostro paese.

“Nessun governo di questa legislatura si è assunto la responsabilità di convocare la VI conferenza nazionale sulle droghe per fare il punto sulle avvenute modifiche legislative e per definire le priorità penali e socio-sanitarie in materia di sostanze e dipendenze. Il tempo per ottemperare a questo obbligo di legge c’è. Chiediamo al Governo un segno di chiara volontà politica”, afferma Filomena Gallo, Segretaria di Associazione Luca Coscioni.

Da anni non viene assegnata la delega in materia di dipendenze, mentre viene disatteso almeno dal 2009 l’obbligo di convocazione della conferenza nazionale prevista dalla legge. Nel testo si chiede anche, all’interno dei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), di avviare un ripensamento dei servizi per le dipendenze coinvolgendo utenza e società civile puntando su riportare la riduzione del danno ad essere uno dei pilastri per gli interventi socio-sanitari in tema di droghe.

Sul versante della cannabis terapeutica, si chiede invece di adeguare la produzione dello Stabilimento farmaceutico di Firenze alle reali esigenze dei malati del nostro paese, e di dare impulso alla prescrivibilità della cannabis utile, secondo la più recente letteratura scientifica, per la cura di un numero di patologie sempre più ampio.

Per quel che riguarda il dibattito sulla cannabis, le associazioni invitano il governo a facilitare il percorso di discussione parlamentare delle numerose proposte di legge sulla cannabis, a partire da quella dell’intergruppo per la cannabis legale e da quella di iniziativa popolare deposita a novembre scorso, ma anche di allargare lo sguardo verso una revisione generale del Testo Unico sugli stupefacenti che ormai risale a 27 anni fa.

Infine i promotori chiedono a Governo e Parlamento di dare piena attuazione agli impegni assunti ad aprile scorso all’Assemblea generale dell’ONU sulle droghe (UNGASS), anche in vista della prossima sessione prevista per il 2019.

“L’Italia non ha dato seguito agli impegni internazionali assunti alla Sessione dell’ONU sulle droghe dell’anno scorso. Quali saranno le ‘evidenze scientifiche anti-ideologiche’ annunciate come svolta politica proposta dal Ministro Orlando a New York nell’aprile scorso che verranno presentate dall’Italia alla prossimo Commissione Droghe delle Nazioni unite?”, commenta Marco Perduca, Associazione Luca Coscioni e Coordinatore della campagna Legalizziamo.it.

I dati forniti dalla relazione annuale sulle droghe e le dipendenze (pubblicata sul sito del Senato) sono impressionanti: il consumo di sostanze stupefacenti sul territorio nazionale è stimato intorno ai 14 miliardi di euro, di cui circa la metà attribuibile al consumo di cocaina e un quarto all’utilizzo di derivati della cannabis. Le informazioni raccolte dal Dipartimento per le politiche antidroga evidenziano che nel 2013 le attività connesse agli stupefacenti rappresentano quasi il 70% delle complessive attività illegali nazionali pari a circa lo 0,9% del Prodotto Interno Lordo. Sono 6,1 milioni gli utilizzatori di cannabis, 1,1 milioni quelli di cocaina, 218.000 di eroina e 591.000 di altre sostanze chimiche (come ecstasy, LSD, amfetamine).

Il testo dell’appello è disponibile per l’adesione on line su www.fuoriluogo.it e www.legalizziamo.it.

L’appello è promosso da Associazione Luca Coscioni, A Buon Diritto – Antigone – CGIL – CILD (Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili) – CNCA (Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza) – Comunità di San Benedetto al Porto (Genova) – Forum Droghe – FP CGIL – ITARDD (Rete italiana per la Riduzione del Danno) – La Società della Ragione – LegacoopSociali – LILA – Possibile – Radicali Italiani.

DROGHE
SI VOLTA PAGINA?

Droghe-Giovanardi

«Noi non riteniamo esaustivo questo provvedimento, ma lo riteniamo comunque importante, perché va a coprire un vuoto legislativo che si è determinato giustamente con l’affossamento di una legge liberticida, che è quella Fini-Giovanardi. Riteniamo che si possa fare e si debba fare di più». Coì il deputato socialista Lello Di Gioia, intervenuto in Aula durante il dibattito sulla fiducia posta dal governo sul disegno di legge di conversione del decreto legge 36/2014 su stupefacenti e farmaci “off label” in discussione alla Camera. Una fiducia che il partito del Presidente del consiglio vuole raccogliere in tempi strettissimi e che porterebbe alla definitiva archiviazione della legge la legge Fini-Giovanardi dopo la dichiarazione di incostituzionalità da parte della Corte Costituzionale. Continua a leggere