Il “presentismo” come causa del peggior populismo

giuseppe_de_ritaIl XX secolo è stato caratterizzato dal fatto che capitalismo e democrazia sono stati “coniugati” attraverso uno stretto rapporto tra politica e società; il XXI secolo, invece, con l’approfondimento e l’allargamento della globalizzazione, sembra destinato a connotarsi in termini del trionfo di un capitalismo che, ridimensionando la democrazia, sta causando una cesura sempre più profonda tra politica e società. Rimuovere questa cesura significa, affermano Giuseppe De Rita e Antonio Galdo, in “Prigionieri del presente. Come uscire dalla trappola della modernità”, costituisce oggi una priorità ineludibile, se si vuole ricuperare la politica alla sua funzione originaria e realizzare così le condizioni per un’”alba di una nuova vita”.

“L’uomo occidentale è in piena crisi antropologica. Non riesce più a governare la modernità e ha smarrito la sua bussola più preziosa: il rapporto con il tempo lineare, l’unico in grado di riservare la nostra identità. Da qui la sottomissione a un eterno presente, il tempo circolare, frantumato in un’incessante sequenza di attimi. Una forma di nuova schiavitù”. Il tempo, sottolineano gli autori, è per sua natura lineare, perché si sviluppa secondo un continuum che dalle radici del passato porta l’uomo alla progettazione del proprio futuro; riducendo il tempo ad un andamento circolare, se ne snatura la linearità e lo si priva di significato, allontanando l’uomo dal sentiero della storia.

Accade così che l’uomo diventi vittima del “presentismo”, del quale soffre le conseguenze negative, sia nella sfera privata che in quella pubblica; il tempo circolare lo spinge a “rattrappirsi” nell’”io”, soffrendo dei limiti di un progresso tecnologico declinato “con le categorie del tempo presente”, quindi ad una velocità cui l’uomo non è abituato, sul piano economico, politico e antropologico.

Sul piano economico, il tradizionale conflitto tra capitale e lavoro ha assunto nuove forme, anch’esse determinate dal tempo presente. Il capitale ha cessato d’essere motivato all’investimento, risultando invece prevalentemente orientato alla ricerca della rendita; mentre il lavoro, la cui difesa è stata al centro dell’attività politica per gran parte del Novecento, sta subendo una riduzione dei diritti acquisiti, congiuntamente ad una restrizione delle garanzie del welfare realizzato.

Sul piano politico, il presentismo sta compromettendo i “pilastri” della democrazia rappresentativa, separando la politica dalla società, che divengono due mondi tra loro incomunicabili e sempre più distanti; di conseguenza, la loro residua comunicazione, ispirata all’”ora e subito”, impedisce di tener conto “di quanto si è detto ieri” e fa sparire ogni interesse “per ciò che potrebbe accadere domani”.

Sul piano antropologico, infine, l’allontanamento dell’uomo dal sentiero della storia – affermano De Rita e Galdo – sta segnando la sconfitta dell’umanesimo, poiché il presentismo schiaccia, sia l’uomo in quanto singolo, sia la società della quale egli è parte, in modo tale da estraniali da ogni progettazione per il futuro.

Un’”alba per una nuova vita” potrà sorgere solo se, in luogo del presentismo, sia l’uomo che la società saranno in grado di dare risposte adeguate alle conseguenze negative originate dalla globalizzazione; conseguenze riguardanti, da un lato, la sicurezza, intesa come garanzia della conservazione e del potenziamento dei diritti acquisiti, e dall’altro lato, la possibilità di poter fare affidamento su un benessere crescente, inteso come capacità di assicurare alle generazioni future condizioni esistenziali non inferiori a quelle delle generazioni del passato.

L’uomo e l’umanità potranno avere successo nel contrastare le conseguenze negative indotte dalla globalizzazione, solo se sapranno trovare il modo di superare i limiti dell’”economia presentista”. Questa, a parere degli autori, ha il suo “mantra nella formula ripetuta ossessivamente dai manager più importanti e più pagati del mondo: ‘creare valore’”. Questo “mantra” evoca il breve periodo, che costituisce il paradigma di riferimento della moderna attività finanziaria, quindi il suo sopravvento sull’economia reale.

L’avvento della primazia della finanza sull’economia reale è valsa a consegnare “il primato ai mercati finanziari […] sempre più guidati dagli algoritmi e dai software”; nel mondo capitalistico a decisioni decentrate, le scelte economiche a livello micro e macro, nazionali e internazionali, “sono diventate così ostaggio di oscillazioni misurate in termini di giorni, ore, minuti”, consentendo al “presente” di condizionare l’intero funzionamento stabile dell’economia, che per invertire le fasi negative del processo economico dovrebbe disporre, invece, di progetti innovativi di medio-lungo periodo. Accade così che il “presentismo economico” orienti verso il basso la distribuzione del prodotto sociale, a favore di gruppi sempre più ristretti e, date le crescenti disuguaglianze distributive, a scapito dell’inclusione sociale.

Sul tronco di siffatta economia, in Italia, – affermano gli autori – si è innestato il crescente numero dei rentiers, per i quali “gli imperativi di una società che mira a proteggersi attraverso lo scudo della rendita, diventano un’ossessiva tendenza alla moltiplicazione del risparmio, inteso come cash, denaro liquido disponibile da far fruttare, e a un mutamento negli stili di vita ispirato a una voglia di sicurezza e a orizzonti temporali di breve termine”.

L’espansione del risparmio, per il finanziamento di operazioni orientate alla ricerca della rendita, comporta che il patrimonio accumulato non sia più diretto a finanziare attività produttive, ma ad alimentare una nuova forma di “economia sommersa”, molto diversa da quella formatasi nel recente passato. Allora, il sommerso era il protagonista di un’espansione caotica di un sistema di piccole e medie imprese, che ha portato all’”esaltazione” del “piccolo è bello” e all’industrializzazione diffusa nel territorio; quello attuale, invece, manca di esprimere “nuovi e originali percorsi di crescita economica”, mostrando solo segnali di una chiusura a riccio del “corpo sociale”: ieri, il sommerso guardava al futuro, oggi “ha l’occhio spento sul presente”. Ciò penalizza soprattutto le nuove generazioni, e sebbene la situazione italiana sia comune alla maggioranza dei Paesi occidentali ad economia di mercato, la disoccupazione giovanile in Italia è tra le più alte.

La penalizzazione, tuttavia, ha colpito l’intera società italiana, anche per via dell’impatto diretto esercitato, in modo sempre più profondo, dal progresso scientifico e tecnologico, a causa della continua “distruzione” delle opportunità lavorative che esso sta provocando; A ciò la “politica presentista” cerca di porre rimedio attraverso un crescente aumento della precarizzazione del lavoro. Inoltre, la politica, sottomessa all’immediatezza, sta perdendo cognizione del fatto che l’aumento del benessere dell’Italia è stato realizzato – sostengono De Rita e Galdo – attraverso la “spinta di due motori, oggi entrambi inceppati; il primato della politica e l’inclusione sociale, con un ‘ascensore’ in continuo movimento verso l’alto”.

Questo inceppamento sta causando la separazione della politica dalla società; ciò vale a travolgere i “presidi più importanti della politica del tempo lineare, radicata nella memoria e con lo sguardo proiettato verso il futuro: le istituzioni”. La distorsione di queste ultime sta svuotando l’istituto della rappresentanza democratica, spesso sostituito “dalla personalizzazione sfrenata di una fasulla democrazia diretta”; via via che la società e la politica dell’immediatezza si divaricano, per effetto della perdita del ruolo delle istituzioni come cerniera tra le due “sfere” (della società e della politica), si sta espandendo il tanto deprecato populismo, il quale non nasce a seguito della crescente separazione del popolo dalla politica, ma per l’inadeguata capacità di questa nel dare risposte ai problemi connessi all’aumento continuo della complessità nella società contemporanea.

Se si fosse voluto evitare il distacco della società dalla politica, quest’ultima – a parere di De Rita e Galdo – si sarebbe dovuta tradurre “nella ricerca faticosa e costante di mediazioni, sintesi, compromessi”. Al contrario, la semplificazione resa possibile dal presentismo ha imposto una politica priva della valutazione realistica dei problemi; fatto, questo, che ha dato luogo a due sentimenti collettivi, la “rabbia e la nostalgia”, oggi prevalenti all’interno di quelle società la cui politica, non riuscendo ad intercettarli e ad affievolirli, è chiamata a confrontarsi con il populismo.

La “rabbia” è dovuta alla frustrazione di chi ha perso la percezione della sicurezza sociale ed economica che la politica del passato aveva per un lungo periodo di tempo assicurato; il diffuso risentimento causato da questa perdita di sicurezza porta i soggetti che ne sono vittime ad affidarsi al “capopopolo di turno”, che li orienta contro l’attività politica, accusata di inefficienza, perché prona ai diktat dei mercati finanziari. La “nostalgia”, invece, è dovuta al fatto che gli stessi soggetti, dopo aver interiorizzato un forte senso di insicurezza, sono portati a rimpiangere ciò che non sono riusciti a realizzare nel passato. In entrambi i casi – sostengono gli autori – viene “negata la necessità del tempo e della profondità, elementi essenziali della democrazia”, con la conseguenza che si afferma, come pensiero unico dominante, “l’immediatezza di una presunta, autentica volontà popolare”.

Contro chi critica la sottomissione della politica al tempo presente si potrebbe obiettare, osservano De Rita e Galdo, che il progresso scientifico e tecnologico, proprio delle società capitalistiche attuali, giustifichi la velocità e la semplificazione dell’attività politica presentista, perché giudicata idonea ad assicurare al sistema sociale una leadership politica all’altezza dei problemi del mondo globalizzato. Gli autori negano che ciò corrisponda al vero; la velocità e la semplificazione dell’attività politica può tutt’al più servire a catturare e a consolidare il consenso elettorale nei momenti di crisi, ma il presentismo che la caratterizza ne costituisce il suo punto di debolezza ineliminabile.

Il presentismo, infatti, non valutando realisticamente i problemi sociali che nascono dal cambio d’epoca in corso, non è per sua natura veritiero, perché manca di una visione appropriata del futuro; quest’ultima dovrebbe essere fondata su un insieme di progetti collocati dentro un unico orizzonte temporale, mentre l’immediatezza degli obiettivi, nutrendosi spesso di “bugie, o comunque di una ricorrente distorsione della realtà”, può solo suggerire un’attività politica non rispondente ai sentimenti di frustrazione e di nostalgia, che danno la spinta alla diffusione del populismo. L’affabulazione del presentismo, quindi, è la madre di tutte le peggiori forme di populismo.

In conclusione, secondo De Rita e Galdo, il mondo capitalistico retto da regimi democratici si trova ora “nel mezzo di un cambio d’epoca, con orizzonti che eccitano per la portata dell’innovazione e con l’incubo di una crisi di civiltà, e soltanto la politica può darci le bussole per attraversare il deserto del cambiamento”; le società capitalistiche occidentali sono senz’altro coinvolte in una crisi, la cui irreversibilità però non è affatto scontata.

Il superamento della crisi dipende dalla capacità della politica di ricuperare il suo antico collegamento con la società, impedendo che il populismo, il nuovo spettro che si aggira per il mondo, possa ulteriormente consolidarsi. Ciò però presuppone, non una continua attività di demonizzazione, qual è quella con cui in Italia si cerca ora di esorcizzare il pericolo del populismo, ma l’elaborazione di un progetto per il futuro, in grado di offrire all’intera società il senso di una sicurezza sociale ed economica che la politica non ha sinora saputo affrontare.

Non è accettabile che, per sconfiggere la presunta irrazionalità del populismo, non si sappia sostenere altro che la validità di una politica presentista, solo perché questa è ritenuta idonea a garantire il facile accesso ai mercati finanziari internazionali, per approvvigionare lo Stato delle risorse che da troppo tempo esso non sa reperire al proprio interno. L’eccessiva preoccupazione di salvaguardare la fiducia sulla quale i creditori esteri devono poter contare nei confronti dell’Italia, non è di per sé uno dei motivi, se non il più importante, che giustifica la tesi secondo cui la causa del populismo è la mancanza di progettualità della classe politica, la cui azione dall’avvento della globalizzazione non ha saputo evitare la deriva del presentismo e la comparsa dei capipopolo?

Gianfranco Sabattini

 

Scuola e Industria. Continuo arretramento dell’Italia

degrado-romaLa Grande Recessione sta svelando agli italiani una realtà della quale mai, sino ad alcuni anni addietro, si sarebbero sognati di dover affrontare. Ormai, nella classifiche internazionali il Paese sta slittando, lentamente ma inesorabilmente, verso le ultime posizioni, anche laddove le classifiche lo vedevano primeggiare. Questa dura realtà emerge dalla lettura di “Ultimi”, di Antonio Galdo, un volume snello, ma denso di statistiche che “condannano l’Italia” ad occupare nel ranking internazionale posizioni sempre più marginali.
In particolare, due sono i settori del sistema complessivo del Paese che, per via del loro progressivo deterioramento, sembrano destinati a costituire gravi ostacoli ad una futura fuoriuscita dal tunnel della recessione: la scuola e la dimensione dell’apparato industriale.
Il sistema scolastico e della formazione presenta uno stato di arretratezza a tutti i livelli d’ingresso, dagli asili all’università.
Secondo un’indagine Unicef, che di recente ha misurato la qualità della vita dei minori nelle ventinove economie più ricche del mondo, l’Italia si è piazzata in fondo alla classifica, al ventiduesimo posto, superata da Paesi come la Slovenia, la Repubblica Ceca, il Portogallo e l’Ungheria. Per capire perché ciò è avvenuto, occorre considerare il peggioramento dei parametri che l’Unicef nella sua ricerca ha preso in considerazione, quali il benessere materiale, la salute, la sicurezza, i comportamenti e i rischi, le condizioni abitative e ambientali e l’istruzione. I parametri relativi al benessere materiale e all’istruzione presentano gli aspetti più preoccupanti.
Su dieci milioni di minori censiti in Italia, “quelli classificati in una condizione di povertà assoluta sono passati da 723.000 nel 2011 a quasi un 1 milione e mezzo nel 2013. Raddoppiati in quattro anni. […] La povertà, dunque – afferma Galdo – è entrata nelle nostre case dalla porta principale”. Tutto ciò è accaduto. nonostante non esista nel Paese un partito politico o un governo che non abbiano messo al centro dei loro programmi il sostegno delle famiglie più povere; le statistiche li smentiscono. Infatti, se si considerano i trasferimenti pubblici effettuati a sostegno delle famiglie più bisognose, risulta che dai 2 miliardi e 523 milioni di euro del 2009 sono passati a meno di un terzo del 2013; mentre altri Paesi dell’Unione Europea, come il Regno Unito e la Germania, nello stesso periodo di tempo, hanno ridotto la povertà dei minori.
Riguardo alla qualità dell’istruzione dell’obbligo, le indagini condannano l’Italia ad essere il Paese incapace di fornire un’istruzione di “buona qualità”, in linea con quella di molti altri Paesi occidentali; ciò accade per ragioni diverse da quelle che si cerca solitamente di accreditare, ovvero per l’insufficienza delle risorse destinate alla scuola. Al contrario, in Italia, “il numero di studenti per insegnante è il più basso tra le nazioni dell’Ocse: circa 11 studenti per insegnante, contro i 19 della Germania e della Francia e i 15 degli Stati Uniti. L’appiattimento verso il basso della scuola dell’obbligo italiana è stato determinato da tre tendenze di fondo: intanto, dall’impoverimento materiale e sociale degli insegnanti; in secondo luogo, dal blocco del turnover, al punto, osserva Galdo, che in Italia si hanno i professori più anziani d’Europa; infine, dall’essersi affermata una “scuola di classe”, “il contrario di quella che si pretende di difendere a colpi di proteste di piazza e di scioperi con il solito slogan della ‘scuola per tutti’”. Si è arrivati così al punto che chi è dotato di mezzi manda i propri figli ad istruirsi presso istituti di eccellenza, avendo anche la possibilità, non solo di scegliere la sezione d’iscrizione, ma anche gli insegnanti, concorrendo in tal modo a consolidare un sistema scolastico che più classista non potrebbe essere.
Infine, l’”Università italiana è fuori dal mondo”: l’Italia non sfigura sul piano della produttività scientifica, classificata a livello mondiale all’ottavo posto, dopo Stati Uniti, Cina, Regno Unito, Germania, Giappone, Francia e Canada; ma, allo stesso tempo, il grado di internazionalizzazione degli atenei italiani è molto basso, in quanto essi intercettano solo il 2% degli studenti che decidono di iscriversi nelle facoltà dei Paesi dell’Ocse. Sintomo incontestabile, questo, del fatto che l’Università italiana gode di scarso prestigio a livello internazionale.
Come nella scuola dell’obbligo, anche nell’università, per effetto del blocco del turnover, si è “creata una palude generazionale”, con la perdita di 11.000 professori; ciononostante, l’università italiana è la più anziana del mondo: dei 13.239 professori ordinari ancora in ruolo, nessuno ha meno di 35 anni e solo il 15% ha meno di quarant’anni. Anche sull’università si è abbattuta la scure del taglio dei finanziamenti, effettuato in modo orizzontale, senza considerare le differenze esistenti tra i vari atenei; a questo tipo di penalizzazione si sono sottratti solo quegli atenei, come i Politecnici di Milano e Torino che, per merito proprio e per i finanziamenti che riescono a procurarsi attraverso i loro rapporti con le attività produttive presenti nel territorio, garantiscono alti livelli di ricerca e di rendimento degli studenti.
Riguardo ai problemi dell’apparato industriale del Paese, due fenomeni in particolare lo caratterizzano in negativo: la crescente perdita di competitività e la scarsa propensione ad investire. La “contabilità” dei danni della Grande Recessione documenta di continuo il peggioramento della situazione; l’Italia ha perso, dall’inizio della crisi, “circa 10 punti percentuali di ricchezza nazionale, che diventano 14 punti nelle regioni meridionali; si è polverizzato un quarto della capacità produttiva; sono stati cancellati in un colpo solo 1.200.000 posti di lavoro, 109 miliardi di euro di investimenti, 50.000 imprese manifatturiere. Oltre 2,2, milioni di italiani, specie al Sud, sono precipitati sotto la soglia di povertà. Uno tsunami, dopo il quale serviranno almeno vent’anni, secondo il Fondo Monetario Internazionale, per tornare ai livelli precedenti alla Grande Crisi”. Allo stesso tempo è precipitata la competitività della base produttiva italiana.
Il Rapporto stilato dal World Economic Forum colloca l’Italia al quarantanovesimo posto rispetti ai 144 Paesi considerati. Per migliorarne la competitività servirebbero investimenti, soprattutto privati, ma secondo uno studio della Banca Mondiale (Doing Business) è più facile fare impressa nel Bahrein o in Macedonia che in Italia. Fra gli elementi che hanno contribuito all’indebolimento della base produttiva, vi è la “pesantezza dell’apparato burocratico e dei meccanismi di tassazione”. Questa pesantezza non ha reso precaria solo la vita dei cittadini, ma ha anche penalizzato la propensione di chiunque sia propenso ad investire in Italia; ne è prova il fatto che le tasse non sono considerate dagli imprenditori il fattore di maggiore ostacolo allo svolgimento della loro attività, in quanto in cima alle loro preoccupazioni vi è solo l’inefficiente burocrazia, per via delle sue lente e complicate procedure, ma soprattutto perché “favoriscono l’opacità delle singole operazioni e perfino l’illegalità”.
Nonostante la soffocante burocrazia e l’alta pressione fiscale, l’Italia ha conservato la sua posizione di eccellenza a livello mondiale nei comparti industriali manifatturieri (quinta economia manifatturiera nel mondo e seconda in Europa, dopo la Germania); il tallone di Achille di questa importante parte della base produttiva nazionale è costituito dal fatto che il 95% delle imprese manifatturiere hanno non più di dieci addetti; in media, esse sono più piccole del 40% rispetto alle imprese manifatturiere europee e si presentano con 3,9 dipendenti rispetto ai 12,1 della Germania e ai 10,5 del Regno Unito. Una volta, “piccolo era bello”, ma, nel mondo della competizione globale, “ciò che sino a ieri era considerato fattore di flessibilità e di creatività, quasi un tratto distintivo del nostro Dna industriale, nel tempo si è trasformato in un elemento di cronica fragilità. […] Una sorta di virus che si ripercuote sulla produttività del sistema industriale, sulla struttura dei costi, sulle difficoltà di accedere al credito per raccogliere le risorse necessarie agli investimenti, sulla possibilità di fare ricerca e innovazione tecnologica”.
Inoltre, l’86% delle imprese italiane fa capo ad una famiglia proprietaria, che rende possibile una governance del tutto anomala, concentrando nelle stesse mani proprietà e gestione; fatto, questo, che, nei momenti di crisi come quelli attuali, rende assai stentata la sopravvivenza delle imprese. La permanenza sul mercato delle attività produttive nei momenti di crisi richiede, infatti, forti capacità di innovazione e di rinnovamento, che la prevalente natura familiare del capitalismo italiano non consente di esprimere, a causa della scarsa propensione al rischio dell’imprenditorialità italiana.

Questo stato di cose ha frenato nel tempo la modernizzazione del sistema industriale , creando una frattura tra le esigenze dell’economia reale e il risparmio degli italiani; a fronte di imprese sottocapitalizzate, si sono formate “dinastie familiari” molto ricche di risorse finanziarie, che mancano però di indirizzarsi prevalentemente verso il circuito produttivo.
Per fronteggiare le conseguenze negative del “nanismo industriale”, l’Italia ha scelto tradizionalmente una strada che risulta solo in parte efficace: i distretti industriali e le reti d’impresa. I primi sono costituiti da imprese specializzate di un dato comparto produttivo che, localizzate in un dato territorio, hanno diviso tra loro il ciclo di produzione; in tal modo sono riuscite a “fare massa critica” che ha loro consentito di affrontare, da posizioni di forza, i mercati internazionali. Le reti d’impresa, invece, sono costituite da una larga massa di attività produttive che, sulla base di un contratto, svolgono insieme alcune funzioni d’impresa, come ad esempio l’effettuazione di acquisti congiunti di materie prime, l’esercizio in comune di impianti, o il finanziamento della ricerca, delle iniziative per il marketing e la promozione commerciale. Sia i vantaggi assicurati dai distretti, che quelli assicurati dalle sinergie di rete assicurano certamente una compressione dei costi, ma è pur sempre troppo poco per superare l’handicap del nanismo economico.
Quali le prospettive future per il sistema economico e sociale dell’Italia? Giustamente, Galdo, in chiusura del suo saggio, afferma che “enfatizzare le situazioni negative porta a chiudersi, a provare spavento per il futuro”; a questo primo sentimento segue l’altro, che ne rappresenta la conseguenza più immediata e che sta affliggendo gli italiani in questi ultimi anni: lo scetticismo. Superare quest’ultimo sentimento, però, senza un progetto politico in grado di suscitare l’entusiasmo che in questo preciso momento sarebbe necessario per dare risposte efficaci a tutte le criticità che assillano l’Italia, è molto difficile; ma, in assenza di adeguate iniziative da parte della società politica, non restano che le iniziative dei privati; questi, però, per mobilitarsi devono essere motivati dal convincimento che il loro impegno li vedrà coinvolti nella fruizione dei vantaggi connessi alla potenziale ripresa del Paese. Ma la persistenza del privilegio e delle disuguaglianze distributive che dovrebbe essere preventivamente rimossa, come “conditio sine qua non” per un generalizzato impegno dei cittadini è un altro handicap, forse il più importante fra i tanti prima elencati, che stanno determinando il lento riflusso dell’Italia verso la periferia del mondo.

Gianfranco Sabattini

Dalla crisi non si esce senza una buona borghesia

Manifestazione_forconiLe difficoltà in cui versa l’Italia, per la crisi sociale, politica ed economica in cui è sprofondata, inducono a chiederci quali siano le cause che impediscono l’avvio di un processo che porti al suo superamento; il fatto è reso grave dalla circostanza che, a differenza di quanto sta accadendo in altri Paesi importanti tra quelli più industrializzati del mondo, in Italia non si avvertono segnali, sia pur deboli, che preludano al rilancio dell’economia italiana.

Questa situazione spinge molti analisti a chiedersi perché ciò accada. Secondo Giuseppe De Rita e Antonio Galdo, che hanno affrontato l’argomento in un loro saggio di recente pubblicazione, dal titolo “L’eclissi della borghesia” (Laterza), le difficoltà che l’Italia sta incontrando nel superare le “secche” dell’attuale crisi sono dovute alla lenta scomparsa della “borghesia”, divenuta il “nervo scoperto di un Paese in affanno, sostanzialmente fermo,… e incapace di proiettarsi verso il futuro”. Per gli autori, l’eclissi della borghesia è infatti il comune denominatore di una crisi che ha investito contemporaneamente la società, la politica e l’economia: ad una società appiattita e impaurita dagli effetti devastanti della crisi e di un’economia che non cresce e non innova corrisponde una politica “schiacciata sul presente”, priva di autorevolezza, lontana dalla società civile e incapace di proporre stimoli alla base produttiva che non siano “tamponi” momentanei per la conservazione dell’esistente.

La borghesia della quale parlano gli autori non corrisponde a quella di stampo ottocentesco, connotabile unicamente in termini di categorie economiche e di conflitto tra capitale e lavoro, ma è una classe sociale che ha come missione lo svolgimento di una funzione politica; in altre parole, è una minoranza, che costituisce l’“ossatura di una classe dirigente, fornita di una bussola con la quale è in grado di guidare e orientare un popolo, attraverso regole condivise e un’idea di futuro”.

Il prezzo che l’Italia sta pagando per la scomparsa della sua borghesia è molto alto, in quanto comporta la crisi di una società aperta in grado di garantire opportunità a tutti, senza proteggere solo i privilegi di pochi; di una borghesia, quindi, che andando oltre la pura e semplice gestione delle risorse economiche, promuova e organizzi il cambiamento e la spinta verso la modernità. Questo tipo di borghesia è venuta a mancare al nostro Paese, mentre continua ad essere presente e radicata in altri Paesi industrializzati, anche se, nella fase attuale, tende ad esercitare sconvenientemente le sue prerogative, piegando la politica alla cura dei suoi esclusivi interessi.

Eppure, in Italia, sebbene in presenza di condizioni storiche non sempre favorevoli, a partire dagli anni pre-unitari, una simile borghesia si era formata, affermano gli autori, concorrendo a prefigurare il futuro del Paese in termini di sistema; in termini, cioè, di una società, di una politica e di un’economia ricondotte ad unum dallo Stato, loro motore propulsivo.

La modernizzazione del Paese può essere considerata il filo che lega tra loro le minoranze succedutesi nel tempo: dalla minoranza patriottica risorgimentale a quella “beneduciana” del periodo fascista, sino ai gruppi dirigenti della Prima repubblica. In conseguenza di ciò, la bussola della modernizzazione è sempre stata nelle nani di un’élite borghese che ha presidiato e governato tutti gli snodi strategici della storia nazionale. Secondo gli autori, sia nella politica (con personalità come Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi, Pietro Nenni e Palmiro Togliatti), sia nell’economia (con Donato Menichella, Raffaele Mattioli, Adolfo Tino, Ezio Vanoni ed altri ancora), l’utilizzo della leva pubblica è stato determinante per indirizzare e governare l’industrializzazione e la modernizzazione dell’Italia, ma anche la formazione e il rinnovamento della stessa classe dirigente.

Se così sono andate le cose, perché la borghesia si è eclissata? Per gli autori, l’origine del fenomeno è da rinvenirsi nella “genesi del boom economico del dopoguerra e nei mutamenti sociali che ha prodotto”. L’aumento del livello di benessere ha originato un processo di “imborghesimento di massa” del Paese, ovvero una sua “cetomedizzazione” che ha omologato gli stili di vita e la maggior parte dei valori condivisi dalla società. Ciò ha originato tre tendenze: la prima è stata una mobilità verticale della struttura sociale, che ha risucchiato al centro, “dall’alto e dal basso”, tutti gli strati della società; la seconda è stata la diffusione dell’iniziativa individuale, che ha messo capo alla dilatazione dei piccoli e medi imprenditori; la terza conseguenza è stata l’affermarsi del primato del benessere e della sicurezza economica acquisiti su ogni altra cosa, in particolare sulla progettazione del futuro e sulla realizzazione di una migliore giustizia sociale.

Il ceto medio, nato sulla spinta del boom economico, si è consolidato negli anni successivi con i crescenti livelli della spesa pubblica, ma con uno Stato che, cessando di porsi come riferimento della riconduzione a sistema dei rapporti tra società, politica ed economia, si è trasformato lentamente solo in ente erogatore. Tutto ciò ha favorito la formazione di un modello di società che ha incoraggiato sempre di più l’iniziativa individuale, appiattendo il rinnovamento di un’avanguardia borghese a tutela degli interessi collettivi. In questo modo, il ceto medio, senza il ruolo tradizionale della borghesia, ha trovato la sua tutela e rappresentanza politica nel collatetaralismo con i grandi partiti di massa, la DC ed il PCI ispirati in maniera molto simile la prima alla dottrina sociale della Chiesa ed il secondo al “sol dell’avvenire” della regolazione sovietica del socialismo.

L’unico tentativo di rottura dell’“invaso cetomedista” è stato compiuto dal PSI di Bettino Craxi, il quale però, non disponendo della forza politica e dell’appoggio popolare di cui avrebbe avuto bisogno, ha visto ridursi il suo tentativo di innovare la politica a mera sponda del “rampantismo” e dello “yuppismo”, compromettendo irreversibilmente il risultato del progetto perseguito e consegnando, con le inchieste non disinteressate di “Mani Pulite”, il craxismo alla damnatio memoriae. Inoltre, l’egemonia indiscussa della DC e del PCI ha dato origine ad un processo di spartizione di ogni segmento del ceto medio che ha alimentato forme sempre più estese di corporativismo e di occupazione di natura partitica delle istituzioni, facendo nascere una “questione morale” che si è inteso indirizzare solo contro chi aveva osato incrinare la “granitica tenuta” del blocco sociale e politico che si identificava nei due partiti di massa maggiori.

Con la crisi della Prima repubblica, un ceto medio impaurito ha incominciato a rifiutare i corpi intermedi della rappresentanza politica, cioè i partiti, che sino ad allora erano stati il suo “bastione di difesa”, per affidarsi, con l’avvento della Seconda repubblica, a nuovi partiti, ridotti a corpi ad personam o, nel migliore dei casi, a corpi al servizio di clan e di gruppi privi della capacità di elaborare e di attuare un progetto di crescita e di sviluppo del Paese nell’interesse di tutti; mentre ciò che residuava dell’élite borghese del passato si è sempre più orientato a difendere e a gestire quanto aveva potuto accumulare nel passato e a competere parassitariamente nel processo di privatizzazione della proprietà pubblica. Nel nostro Paese, concludono gli autori, si è giunti così a disporre di istituzioni pubbliche sempre meno riconosciute dalla società civile, per cui è divenuto sempre più facile per chi le occupava trasformarle in luoghi ”di uno Stato inerme anziché in sedi a garanzia di un condiviso cambiamento”.

L’analisi di De Rita e di Galdo ha il difetto di limitarsi a descrivere il vuoto borghese che si è prodotto in Italia quale anomalia propria della genesi del boom economico del secondo dopoguerra, come se si fosse autogenerato indipendentemente dalle scelte di chi lo ha governato; è infatti in quelle scelte, soprattutto in quelle effettuate dopo la ricostruzione, a partire dalla fine degli anni Sessanta, all’insegna del “piccolo è bello”, che si deve il progressivo indebolimento della classe borghese, così come la intendono De Rita e Galdo. Sono state quelle scelte che hanno dato la stura alla nascita dello sfrenato individualismo, sia dal lato del consumo, sia da quello della produzione; individualismo che, accompagnato dalla crescente egemonia della politica sulla società civile e sulla economia, ha spento il processo di un autonomo rinnovamento della classe borghese, la cui assenza oggi pesa sulla capacità del Paese di uscire dalla crisi. La speranza che possa accendersi un “fuoco del cambiamento”, mettendo capo alla formazione di una nuova élite di cui si avverte il bisogno, ha una valenza solo consolatoria e tale è destinata a rimanere sino a quando non si inizierà a porre rimedio agli effetti negativi delle scelte che sono all’origine di tutti i mali attuali dell’Italia.

Gianfranco Sabattini