AMERICANOCENTRICO

donald-trump-7

Giornata di debutti a Palazzo di vetro, la grande attesa per la 72ma Assemblea generale dell’Onu, vede per la prima volta non solo il presidente Trump, ma anche il neo segretario Onu Antonio Guterres. Mentre gli occhi di tutto il mondo sono puntati proprio sul presidente della Casa Bianca, la prima sorpresa viene offerta proprio da Guterres che a una settimana dal referendum sull’indipendenza della regione del Kurdistan iracheno, gela le speranze dei curdi. “Il segretario generale ritiene che qualsiasi decisione unilaterale riguardo la convocazione di un referendum in questo momento possa distogliere l’attenzione dalla necessità di sconfiggere l’Isis, nonché dalla necessaria ricostruzione dei territori riconquistati e dal favorire un ritorno sicuro, volontario e dignitoso di oltre tre milioni di rifugiati e sfollati interni”, si legge in una nota del portavoce, Stephane Dujarric. Ma il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno fissato dal leader curdo Massoud Barzani per il 25 settembre passa in secondo piano nell’agenda sul tavolo di Manhattan: Libia, l’accordo sul clima di Parigi, terrorismo e pulizia etnica dei Rohingya. Ma il punto principale e il nodo su cui si concentra l’attenzione dei Capi di Stato riuniti in assemblea è ancora una volta il problema degli armamenti nucleari e del conflitto con la Corea del Nord. “La minaccia del nucleare non è mai stata così alta dal periodo della Guerra Fredda”, così il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha aperto i lavori della sua prima Assemblea Generale. “La paura non è astratta – ha detto – milioni di persone vivono sotto un’ombra di terrore causata dai provocatori test nucleari della Nord Corea”. Guterres invita quindi il Consiglio di Sicurezza all’unità: “La soluzione deve essere politica, non bisogna procedere come sonnambuli verso la guerra”.
Nonostante l’invito a restare uniti Trump parla ‘a senso unico’ e debutta in direzione “americanocentrica”. “Gli Stati Uniti hanno fatto molto bene dalla mia elezione – ha detto il presidente americano Donald Trump aprendo il suo intervento all’Onu – la Borsa è a livelli di record e la disoccupazione è in calo”. “Sono tempi di opportunità straordinari”. Donald Trump, aprendo il suo intervento all’Onu, afferma: “Benvenuti a New York. È un onore essere qui, nella mia città in rappresentanza degli americani”. Nella mattinata ha incontrato un altro ‘debuttante’ all’Assemblea generale, il presidente francese Emmanuel Macron, durante l’incontro gli ha ribadito che l’accordo sul clima di Parigi è ingiusto per gli Usa, aggiungendo però di non vedere l’ora di discutere ulteriormente della questione.
Tuttavia il suo voler far da padrone negli States, lo ha portato anche a criticare e voler mettere i conti in ordine a Palazzo di Vetro. “Vedo un grande potenziale qui… Anche se negli ultimi anni non è stato raggiunto in pieno, a causa della burocrazia e della cattiva gestione. Nonostante il bilancio sia aumentato del 140% e il suo personale sia raddoppiato dal 2000 in poi, non vediamo risultati in linea con questi investimenti. Ma so che con il nuovo Segretario Generale le cose cambieranno rapidamente”. Il presidente americano chiede, tra l’altro, di filtrare e valutare anche sotto il profilo economico “ogni singola missione di peacekeeping”. Trump vuole ridurre i contributi americani, 28,5% per il bilancio da 7,3 miliardi delle operazioni di pace, e 22% per i 5,4 miliardi del bilancio regolare, ma sa che sono cifre ridicole rispetto ai quasi 700 miliardi spesi ogni anno dal Pentagono.
“Metterò sempre l’America al primo posto e difenderò sempre gli interessi americani”, dice Trump all’Onu: “Lavoreremo sempre con gli alleati ma non si potrà più approfittare di noi”. “Non vogliamo imporre il nostro stile di vita a nessuno – ha aggiunto – ma l’America vuole essere un modello”. Infine sulla Corea afferma: “Gli ‘Stati canaglia’ sono una minaccia per il mondo”, e aggiunge: “Se ci attaccano non c’e altra scelta che distruggere la Corea del Nord”:
Ma da parte di Pyongyang invece si continua a denunciare l’ostilità americana. Il ministro degli Esteri nordcoreano definisce le sanzioni “il più viscido, immorale e inumano atto di ostilità”, sostenendo che queste hanno lo scopo di sterminare fisicamente il popolo, il governo e il sistema di Pyongyang.

IS. Locatelli: “Servono strategie a livello mondiale”

is 1Rafforzamento del multilateralismo per raggiungere la pace, riaffermazione dei valori e delle politiche socialiste per affrontare il cambiamento, difesa e la protezione della democrazia in quei Paesi dove è negata o minacciata. Questi i temi al centro del Consiglio dell’Internazionale Socialista che si è svolto a New York. Il meeting, a cui hanno partecipato i membri di tutti i continenti, si è aperto lunedì pomeriggio presso la sede delle Nazioni Unite con il discorso del Segretario Generale dell’ONU, António Guterres che ha sottolineato l’importanza delle soluzioni multilaterali ai problemi globali.

is 2“Se tra i valori guida del socialismo riformista c’è quello della giustizia sociale, la traduzione di questo concetto in termini moderni dovrebbe portarci a individuare nella lotta all’evasione all’elusione fiscale, uno strumento principe per tentare di ridurre le disuguaglianze”. Ha detto Pia Locatelli, vicepresidente dell’Internazionale socialista, intervenendo ai lavori. “Paradossalmente – ha aggiunto – noi socialisti e socialdemocratici dobbiamo invocare e mettere in pratica il rispetto per le regole del capitalismo moderno per combattere i monopoli, le posizioni dominanti, i cartelli. A questo proposito dobbiamo rivalutare l’internazionalismo: l’unica strategia fruttuosa in questi settori deve essere a livello mondiale”.

Al Consiglio dell’Internazionale Socialista, seguirà oggi la riunione dell’Internazionale socialista donne di cui Pia Locatelli è presidente onoraria.

LA VERSIONE DI MOSCA

siria gas

Mentre il conflitto siriano continua a mietere vittime, dall’altra parte alle Nazioni Unite va in scena l’ennesimo scontro tra i Paesi membri. Da una parte Stati Uniti, Francia e Regno Unito che hanno presentato al Consiglio di Sicurezza una bozza di risoluzione che condanna l’attacco e chiede un’inchiesta sull’uso di armi chimiche contro la popolazione civile attribuito all’aviazione siriana, dall’altra il Cremlino che respinge la bozza e difende il Governo siriano. La proposta di risoluzione presentata da Usa, Francia e Gran Bretagna condanna l’attacco chimico attribuendolo al regime di Assad e chiede che “i responsabili siano chiamati a risponderne”. Si esprime poi pieno sostegno alla missione di inchiesta dell’Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche), domandando che “riporti i risultati dell’indagine il più presto possibile”. Il presidente siriano Assad dovrà inoltre “organizzare gli incontri richiesti, tra cui con generali o altri ufficiali, entro e non oltre cinque giorni dalla data in cui viene fatta domanda”. E al segretario generale Onu Guterres si chiede di riferire se verranno fornite dal regime di Damasco le informazioni richieste ogni 30 giorni. Viene sottolineato anche che il presidente Assad deve “cooperare pienamente con il meccanismo di inchiesta e con Onu e Opac. Deve fornire i dati dei voli militari del giorno dell’attacco, i nomi degli individui al comando di squadre ed elicotteri, e accesso alle basi aeree da cui si crede siano state lanciate le armi chimiche”. La decisione di agire è stata riaffermata anche stamani dal numero uno dell’Onu, Antonio Guterres: “L’orribile evento di ieri dimostra che in Siria si commettono crimini di guerra e che la legge umanitaria internazionale viene violata frequentemente. Il Consiglio di sicurezza si riunirà oggi. Abbiamo chiesto che si risponda dei crimini commessi e sono sicuro che il Consiglio di sicurezza si prenderà le sue responsabilità”
Ma Mosca, membro permanente dell’Onu dispone del potere di veto, ha respinto totalmente la risoluzione bollandola come falsa. “Gli Usa hanno presentato una risoluzione basata su rapporti falsi – ha detto la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova – la bozza di risoluzione complica i tentativi di una soluzione politica alla crisi, è anti-siriana e può portare a una escalation in Siria e nell’intera regione”.
Anzi la Russia difende Assad e dà la propria versione della strage di ieri: all’origine dell’attacco chimico a Idlib, per il Cremlino, vi sarebbe stato il bombardamento da parte dell’aviazione siriana di un “deposito terroristico” in cui erano contenute “sostanze tossiche” usate per produrre proiettili contenenti agenti chimici.

Il bombardamento del 4 aprile

Si riaffaccia la Siria nella visuale della Comunità internazionale e lo fa riportando l’ennesimo orrore di cui è vittima la sua popolazione. Sono state infatti diffuse le immagini di un nuovo bombardamento nel nord-ovest della Siria nel quale sarebbero stati utilizzati gas chimici: la notizia è stata diffusa oggi dall’ong Osservatorio siriano per i diritti umani. Il raid è avvenuto nell’area di Khan Shaykhun, una cittadina della provincia di Idlib controllata da milizie ribelli. Tantissime altre persone stanno soffrendo per gli effetti dell’attacco, con fonti mediche che segnalano problemi respiratori e sintomi come svenimento, vomito e bava alla bocca, ha spiegato l’ong. Testimoni locali fanno sapere che gli ospedali della regione sono saturi e non sono più in grado di accogliere altri intossicati a causa dell’inalazione dei gas tossici, soprattutto dopo gli attacchi da parte dell’aviazione governativa siriana e di quella russa sua alleata cui si è assistito la settimana scorsa contro diversi ospedali della provincia e in quella confinante di Hama, tra cui Maaret al-Numan, Talmanes e Latamneh.

Successivamente un ospedale da campo dove venivano curate le vittime dell’attacco è stato colpito in un altro raid, secondo fonti degli attivisti. Il capo del servizio di difesa civile dell’opposizione a Khan Seikhun, citato dall’agenzia Ap, ha detto che la struttura è stata “presa di mira dopo l’attacco”.

Stamani il sito di notizie vicino all’opposizione ‘Shaam’ aveva parlato di bombe al cloro, ma per la Direzione sanità si tratterebbe invece di gas sarin, entrambi vietati a livello internazionale. Il bilancio intanto continua tristemente a salire: 100 morti e 400 feriti, tra cui tantissimi bambini e immagini a dir poco raccapriccianti. Inoltre tra i feriti ci sono anche membri dei Caschi Bianchi, il corpo di volontari che rischiano la vita per salvare i civili sotterrati dalle macerie.

Le dinamiche del raid non sono chiare. La zona di Idlib è controllata da gruppi di ribelli e dai qaedisti dell’organizzazione Fatah al Sham, contraria al governo di Damasco. E proprio la Coalizione siriana, il gruppo delle opposizioni con sede all’estero, ha puntato il dito contro gli aerei governativi, accusandoli di essere i responsabili del bombardamento.
Damasco però ha subito smentito l’uso di armi chimiche, asserendo che l’esercito siriano “non le usa e non le ha usate, prima di tutto perché non le ha”. Un’indagine congiunta di Nazioni unite e osservatorio sulle armi chimiche aveva però in passato aveva accusato il governo di Damasco di attacchi con gas tossici, tanto che l’amministrazione Obama nell’estate del 2013 stava per intervenire contro il Governo di Damasco.
“La comunità internazionale, dopo sei anni di inferno, deve porre fine a questo calvario. Non ci sono figli di Assad e dei ribelli, sono tutti vittime di una guerra che non hanno voluto”, ha affermato Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, facendo appello anche ai politici italiani perché esprimano la loro condanna.
Nel frattempo sono arrivate le dichiarazioni di denuncia della Comunità internazionale. Il ministro degli Esteri della Francia, Jean-Marc Ayrault, ha chiesto un incontro di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “Un nuovo e particolarmente grave attacco chimico è avvenuto questa mattina nella provincia di Idlib. Le prime informazioni suggeriscono un grande numero di vittime, anche bambini. Condanno questo atto disgustoso”, ha detto il ministro sottolineando che queste azioni gravi “minacciano la sicurezza internazionale”. L’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha puntato il dito contro il regime di Bashar al-Assad. “Oggi la notizia è tremenda”, ha detto Mogherini parlando con i media a Bruxelles a margine della conferenza Ue-Onu.
“L’Unione europea – ha detto ieri Mogherini alla vigilia alla vigilia della Conferenza sulla Siria che si tiene oggi e domani a Bruxelles – ritiene che in Siria sia impossibile tornare alla stessa situazione di sette anni fa. Dopo sei anni e mezzo di guerra sembra del tutto irrealistico credere che il futuro della Siria sarà esattamente uguale al passato”. In questo modo viene auspicata l’idea di una Siria senza Assad, ma è stato più esplicito il tedesco Sigmar Gabriel, che si oppone alla posizione assunta di recente dagli Stati Uniti: “Il processo politico, che alla fine dovrà portare Assad a non essere più il presidente della Siria, e che significa riforme elettorali, riforme costituzionali, elezioni e riconciliazione all’interno del paese, non deve essere messo da parte. E questo nonostante ci sia ora chi dice: adesso abbiamo un nemico peggiore, i terroristi, e se necessario dobbiamo collaborare con Assad e con il suo regime e nel caso cedergli aree che sono state liberate, sottraendole ai terroristi”.
L’orrore in Siria è stato denunciato anche da Ankara che ha inviato nella zona dell’attacco 30 ambulanze dalla provincia frontaliera di Hatay. Inoltre il presidente turco Erdogan ha chiamato al telefono il presidente russo Vladimir Putin. Il presidente ha condannato l’attacco, definendolo “disumano” e “inaccettabile”. Per Erdogan, l’attacco mette a rischio il processo di pace Astana. Entrambi i leader, stando ai media turchi, hanno ribadito l’importanza del rispetto del “cessate il fuoco” in Siria concordato lo scorso dicembre.  Ma la difesa russa ha negato di aver effettuato bombardamenti nell’area di Khan Sheikun: “Gli aerei dell’aeronautica russa non hanno effettuato alcun raid nei pressi di Khan Sheikhun nella provincia di Idlib” afferma un comunicato del ministero della Difesa di Mosca.
Anche il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha definito l’attacco “un crimine contro l’umanità che merita una punizione” e che “può distruggere l’intero processo” di pace avviato ad Astana. Sulla stessa linea turca persino Israele: Benyamin Netanyahu ha condannato l’attacco: “Le immagini terribili dalla Siria dovrebbero scuotere ogni essere umano. Ci appelliamo al mondo per tenere le armi chimiche fuori dalla Siria”.

Per il momento a Bruxelles si è aperta la conferenza internazionale di due giorni sulla Siria, in cui è atteso che i donatori prometteranno di versare miliardi di dollari di aiuti per i rifugiati siriani e in cui secondo l’Unione europea si dovrebbe impegnare a contribuire a porre fine agli oltre sei anni di guerra. Quest’anno le Nazioni unite hanno lanciato un appello a raccogliere 8 miliardi di dollari per gestire la crisi umanitaria, guardando sia ai donatori del Golfo che ai tradizionali donatori europei. Qatar e Kuwait si sono uniti a Ue, Norvegia e Nazioni unite come organizzatori di questa ultima conferenza internazionale dei donatori, che giunge dopo quelle di Berlino, Londra e Helsinki.

Diritti umani e amnesie

Non voglio dimenticare il 2016, non solo per le restrizioni della libertà di espressione in Turchia e in Egitto; per l’aggravarsi delle azioni dei gruppi armati ai conflitti resistenti e a quello in Siria; per le incursioni terroristiche in Europa e nel mondo; per l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti e per le decine di conflitti armati in atto. Non è da dimenticare in particolare perché la sofferenza dei diritti umani cresce nella carenza di pace. Tra indifferenza e rabbia che premono da una parte, dall’altra implode una tetra consuetudine rappresentata dall’attuale abisso delle istituzioni Internazionali che, impotenti sulle tragedie umane, scivolano alla ricerca di una via d’uscita. E si continua a scendere sino all’utilizzo telecamere negli asili, nei ricoveri per gli anziani, dove tristemente si consumano grandi abusi su piccoli e vecchi malati. Poi le botte ai pro e ai contro “il crocifisso”. “L’invasione dei clandestini”; la rievocazione dei cancelli, del filo spinato, dei muri; “il velo” sul capo delle donne, per chi lo indossa e per chi non lo tollera. Non voglio dimenticare le donne uccise in Italia 1.740 (Eures) e chi resta solo: gli orfani, i figli che hanno perso un genitore per colpa dell’altro. 1628 negli ultimi 15 anni, ragazzi/bambini “vittime secondarie”. Cresce il numero delle donne uccise e quello dei ragazzi che perdono in un solo momento madre e padre.

Non dimentico Jo Cox, la deputata britannica un’altra donna uccisa, assassinata da un uomo che non la pensava come lei. Poi Amatrice e le persone sepolte da una scossa di terremoto in piena notte. Di li a breve un’altra scossa sfregia l’antica città di Norcia. Non dimentico brexit con un ritrovato e diffuso disprezzo per lo stato e le sue istituzioni Europee rappresentato nell’enfasi di Nigel Farage mentre volta le spalle all’inno alla gioia di Ludwig Van Beethoven. Quello che addolora è una civiltà dimenticata non solo tra le genti ma nella forma e nei rapporti con lo Stato. La poca lungimiranza di politici improvvisati e teatranti minano solo e non migliorano le fondamenta dello Stato, inteso come forma giuridica, espressione massima del potere sovrano su un determinato territorio e sui soggetti a esso appartenenti. La responsabilità sulla propria esistenza umana – attraverso il voto – la base su cui ha fondamento. Lo Stato, dato dal territorio, dai cittadini, dall’ordinamento politico, dalla scienza, tecnica, teoria e prassi, che ha per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione – dello stato. L’attuale direzione della vita pubblica deve farci riflettere su una così disprezzata condivisione della forma di governo e delle istituzioni in generale. E si scende ancora durante il referendum costituzionale, in un balletto pro e contro che scollega, divide, rompe a prescindere quel che resta della politica italiana. Una rincorsa a rompere a posizionarsi “tutti contro tutti”. Pronti via, ognuno corra al suo buco della serratura per spiare l’altro. Le istituzioni come impegno gioioso e non come affare; la politica come scelta responsabile, eredità-essenza, degli essere umani, appaiono mete lontane. Difficile superare guerre, carestie e politiche globali se ci si chiude nel piccolo angolo tra “casa nostra” e “casa loro”. E penso alla pace quale condizione contraria allo stato di guerra, garantita dal rispetto dell’idea di interdipendenza nei rapporti internazionali, caratterizzata all’interno di uno stato, dal normale svolgimento della vita politica, economica, sociale e culturale. Quando la pace non si organizza nella cooperazione, con la collaborazione e il negoziato, prevalgono i monologhi, le chiusure impazzano tra reticolati, muri, intolleranze e botte ai più deboli. E tutta la cultura della pace costruita, si scioglie come neve al sole. Riparte dinamicamente la forza contro la ragione, l’avvilimento verso gli inutili e gli incapaci della politica a frutto di qualcos’altro -che non si nota nel breve – che prende forma in un indebolimento delle istituzioni e della morale. Un laboratorio che divide e che provoca instabilità prende forma. Gli esempi non mancano, le capacità istituzionali e le società si misurano ad esempio sui 63 milioni di esseri umani in mobilità. Migliaia di uomini, donne e bambini, in fuga da guerre e povertà che continuano a fuggire in un caos fatto di accordi stipulati “ad occhi chiusi”. I diritti dei più deboli vagano per il mondo. Ripeto, non voglio dimenticare la lunga marcia di migliaia di rifugiati e richiedenti asilo in fuga da conflitti, violazioni dei diritti umani, persecuzioni, in cerca di sicurezza e protezione perché portano con loro abusi perpetrati “in terra di nessuno”, tra estorsioni, violenze -i paesi d’origine- lungo tutto il percorso verso l’Europa. Non voglio dimenticare i 13.000 morti nel mediterraneo mentre –ancora- si affronta la crisi dei rifugiati in maniera caotica, con posizioni securitarie e accordi – senza lume, senza visione internazionale. Non dimentico “la contingenza” dell’accordo con la Turchia, la Libia e la Siria dove l’ONU dichiara il default. Non dimentico che alle NU, il voto unanime sulla pace non c’è mai, per far cessare i bombardamenti su Aleppo, Kobane e sulla richiesta di tregua. Di ciò che fugge dalla Siria si conosce anche il lamento dei pestaggi, delle scariche elettriche delle torture e stupri a non finire, in particolare contro poveracci che hanno avuto la disgrazia di transitare nelle carceri della Siria opponendosi ad un governo in guerra civile dal 2011. Chi si oppone inciampa in strutture detentive come Saydnaya, dove le condizioni umane sono collassate. Tutto ciò ha cause, motivazioni che non vengono nemmeno sfiorate. E su tutta la partita “vigilano” i caccia bombardieri Sovietici da una parte e quelli della Nato dall’altra. Non voglio dimenticare la linea del fronte irachena dove bambine e bambini di ogni età, rimasti gravemente feriti, hanno visto troppe volte la morte in faccia. Bambini con ferite orribili che vedono i loro familiari decapitati spazzati via dalle bombe, dai mortai e dalle mine o sotto le macerie delle loro abitazioni. Bambini feriti che finiscono in ospedali sovraffollati o in campi per sfollati, dove la ripresa fisica e psicologica è messa a dura prova, ogni giorno. Come coloro i quali restano nelle zone di conflitto intrappolati nella tela della guerra. E coloro i quali muoiono nella propria casa, come si racconta a Mosul quando un’automobile esplode di fronte ad una abitazione con genitori e bambini all’interno. Non voglio dimenticare il piccolo Omran, il bimbo di Aleppo soccorso sotto le macerie. Composto e attento seduto sull’ambulanza. Per me è certamente lui il simbolo della pace. Bella e atroce è la sua naturale dignità, accerchiata dal terrore che si affida alla poltrona dell’ambulanza, come se volessero, da li, volare via. Non dimentico Omram vivo e testimone e Aylan Kurdi annegato con il fratellino Galip di 5 anni, durante il naufragio dell’imbarcazione che doveva portare la loro famiglia originaria di Kobane a Kos, l’isola greca dove migliaia di profughi dalla Siria sbarcarono nella speranza di raggiungere l’Europa. Non è solo il mare ad aver ucciso questi bambini. Non voglio dimenticare le 37.000 bambine che nel mondo sono ancora costrette a sposare uomini molto più grandi di loro, contro la loro volontà. Inserite forzatamente in un sistema che le esclude da ogni rapporto con la famiglia, con gli amici, con la scuola. Perdono la libertà di vivere e ciò che resta sono violenza e abusi. Molte di loro rimangono incinte subito dopo il matrimonio. Un matrimonio precoce, forzato è una grave violazione dei diritti dei bambini, illegale secondo il diritto internazionale, vietato in molti dei paesi in cui si pratica. Si “eredita” nella povertà. Non dimentico Mahmoud Abu Zeid il reporter arrestato in Egitto- durante il violento attacco delle forze di sicurezza egiziane dove morirono oltre 600 manifestanti. “Shawkan” è stato arrestato perché stava facendo delle fotografie. Rischia la pena di morte. Non dimentico Giulio Regeni, scomparso in Egitto il 25 gennaio 2016, durante il quinto anniversario della “Rivoluzione del 25 gennaio”. Il suo corpo ritrovato il 3 febbraio 2016 con evidenti segni di tortura, ancora “non riposa in pace”. No dimentico anche chi ci ha lasciato questo mondo liberamente come Marco Pannella, Shimon Peres, George Michael, Carrie Fisher, Dario Fo, Ettore Scola, Prince, Bus Spencer, Silvana Pampanini, e altri. Mi impressiona un po quest’annus horribilis come scriveva Giorgio Bocca alcuni anni fa, per le tante tragedie in atto e per i personaggi della storia come Fidel Castro e Muhammad Alì che vanno via. Quante volte abbiamo visto passare i volti e parole di Carlo Azeglio Ciampi, di Umberto Eco e di Umberto Veronesi.

E mi sento più orfano di ieri quando le persone che hanno fatto crescere storia, politica, sport, letteratura, scienza, cultura, teatro e musica, non ci sono più. Penso al compositore Leonard Cohen e alle parole sulla pace di David Bowie: “Peace on earth, can it be. Years from now, perhaps we’ll see. See the day of glory. See the day, when men of good will. Live in peace, live in peace again”. Prima o poi l’uomo vivrà in pace. Però ammettiamolo è difficile vedere il sereno tra conflitti, tensioni, strategia del terrore, bombe, terrorismo e guerre. La strategia del terrore nel 2017 si impone con l’autobomba a Bagdad – 39 persone uccise. Poi i 4 militari uccisi da un camion piombato su di loro all’improvviso in piena Gerusalemme. Dopo le 83 vittime schiacciate nel lungomare di Nizza si continua ad uccidere cittadini inermi. Nel frattempo l’Italia riapre l’Ambasciata a Tripoli mentre il dissidente generale di Tobruk protesta minacciosamente. La riapertura di un dialogo “ multilaterale” in Libia con le portaerei Sovietiche in appoggio al generale Haftar appare ancora difficile in una zona complessa e delicata per il traffico di migranti in atto.
Ripartiamo dal 2017 spingendo l’Europa nella direzione della coesione politica. Mentre il mondo confida nelle capacità di Antonio Guterres, il nuovo Segretario Generale delle Nazioni Unite. Un politico di serie A alla guida della più grande macchina istituzionale costruita per la pace nel mondo e bisognosa di severa revisione. Ciò che i paesi costituenti non riescono a fare, ovvero a modificando il consiglio Onu garantendo risalto alle realtà regionali, in particolare all’Unione Europea attraverso un seggio in Consiglio di Sicurezza e non solo. Questo è un processo indefettibile nella convinzione che l’Unione Europea per l’Italia è il destino migliore. Ciò che manca alla Unione oggi è un progresso coeso per poter corrispondere alle sfide e alle politiche globali, per il miglioramento dell’uomo, delle economie, dei diritti. L’altra consapevolezza è quella imposta dalla contemporaneità affinché riaffiorino nuove società delle persone e non di soli mercati. Una partita globalizzata e forse già superata da nuove alleanze che si delineano nel nord del mondo. Una grande sfida sta prendendo forma. E’ bene seguire il filo del risultato delle elezioni USA e la Gran Bretagna per comprendere la connessione politica e le tendenze delle prossime elezioni francesi e tedesche. Una bella spinta alle ingerenze populiste -gradite al popolo della destra europea e non solo- darebbe un imponente spazio alla nuova filiera politica del nord del mondo che passa dagli Usa alla Russia attraversando il nord Europa. Nella post globalizzazione spiegata in un flirt Anglo-Americano con Putin, il desiderio di sedere al tavolo con i grandi della terra potrebbe essere irresistibile anche per qualche Europeista disinvolto. Mi sono chiesto in questi giorni se i giovani profughi a Belgrado in fila sotto la neve fossero un desiderio mediatico dettato da un mondo in difficoltà, senza soluzioni. E cosa sarebbe successo se i settemila profughi sotto la neve in Serbia fossero stati sistemati in una casa al caldo. Mentre la terra continuava a tremare in Italia. La politica del Nord del mondo fa riflettere la pancia dell’Europa dove l’Italia appesa ad un filo, dondola sul Mediterraneo, sempre più in balia dei fenomeni migratori internazionali e di una politica urlata, corta, che non c’è. Logico comprendere e condividere una nuova attrazione verso i messaggi lanciati dal Santo Padre a favore di “politiche umanitarie”. Le bordate di Bergoglio partono da Lampedusa, da Lesbo,e dal Vaticano. Messaggi e comportamenti che superano ogni schema propagandistico e che legano una nuova chiesa al futuro dell’umanità, verso chi soffre, ribellandosi allo status quo del saeculum, dell’opulenza, generatori di indifferenza e di inefficaci sistemi di governo anche della nuova chiesa che guarda preoccupata al millenium. Nell’attesa di nuove politiche internazionali a favore del mondo povero l’esigenza di un bagno di umiltà (difficile da concepire nell’era postconsumistica), di una redistribuzione delle risorse, di giustizia sociale è diffusa. E mentre si allontanano sempre più gli eroi del passato emerge il desiderio di una nuova etica terrena. Il solco impresso da Mario Bergoglio sulla rotta segnata tra lo stretto di Magellano e Roma oggi è un dato oggettivo, è una politica. Stare al fianco di chi soffre, di nuovi e vecchi poveri è una scelta chiara, impressa non solo nel colonnato Vaticano. “Se lo sguardo verso l’Italia e l’Europa venisse dalla parte del mare (come ricorda Ferdinando Magellano) sarebbe tutta un’altra cosa”. Per reagire –insieme- sui temi cocenti, come l’immigrazione, la disoccupazione, il disagio sociale senza rincorrere propagandismi di varia natura basterebbe predisporre un’alternativa efficace contro l’immobilismo riprendendo a vivere. Le ragioni dell’uomo, del resto, nella storia di questo continente -prima o poi- prevarranno, come la pace.

Corrado Oppedisano
Co fondatore Forumsad Italia
membro del Consiglio nazionale per la Cooperazione al Ministero degli affari esteri

Antonio Guterres nuovo segretario dell’Onu

antonio-guterresL’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha formalizzato la nomina di Antonio Guterres a segretario generale dell’Onu. Guterres succede così a Ban Ki-moon. I 193 Paesi membri hanno adottato per acclamazione la risoluzione che dà l’incarico all’ex premier socialista portoghese per i prossimi cinque anni a partire dall’1 gennaio 2017.

L’ex premier portoghese, 67 anni, ha guadagnato come Alto commissario Onu per i Rifugiati l’autorevolezza per essere accreditato come candidato più credibile durante le votazioni al Consiglio di Sicurezza. Tanto accreditato da mettere d’accordo Russia e Stati Uniti in un momento di particolare tensione che inevitabilmente chiama in causa anche il Palazzo di vetro.

Nato a Lisbona il 30 aprile del 1949 e laureatosi in ingegneria, Guterres ha iniziato la sua carriera politica nei movimenti cattolici prima di entrare nel Partito Socialista portoghese, nel quale ha vissuto la Rivoluzione dei Garofani del 1974 per poi essere eletto per la prima volta in Parlamento due anni dopo, nelle prime elezioni libere dopo la fine della dittatura salazarista.

Nel corso della sua carriera parlamentare Guterres si era guadagnato la fama di oratore brillante; nel 1992 diviene Segretario generale e sotto la sua guida il Ps si aggiudica le elezioni politiche del 1995, guadagnando a Guterres l’incarico di Primo ministro, riconfermato poi nel 1999.

Altro successo diplomatico, la presidenza di turno europea del 2000 che vide l’organizzazione del primo vertice Ue-Africa e l’approvazione dell’Agenda di Lisbona per la crescita e l’occupazione.

Redazione Avanti!

Un socialista all’Onu

Dobbiamo felicitarci per la svolta alle Nazioni Unite dove per la prima volta è stata indicata una personalità di origine politica socialista democratica alla sua guida.
Antonio Guterres un socialista umanitario, un cattolico un europeo e mediterraneo che ama il suo Portogallo.
Ha svolto con autorevolezza il difficile compito di guidare l’Alto Commissariato per i rifugiati.
In questa veste ha saputo farsi apprezzare nell’ambito Onusiano ma soprattutto nei paesi colpiti dalle gravi crisi immigratorie per fame o per conflitti.
È un buon amico di tutti i socialisti anche di noi socialisti italiani e di molti compagni che hanno avuto modo di conoscerlo ed apprezzarne le doti e la profonda umanità.
Auguri allora al Compagno Antonio, ora nel compito più difficile di far sentire una voce autorevole nel mondo diviso a nome di tutti i popoli del Mondo.

Bobo Craxi

Al vertice dell’ONU il socialista Antonio Guterres

antonio-guterresL’ex Alto commissario per i rifugiati, il socialista portoghese Antonio Guterres, è il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite. “La nomina di Guterres – dice all’Avanti! Pia Locatelli – è una gioia e una soddisfazione per tutti noi socialisti: Antonio è un compagno e un amico con il quale il Psi ha collaborato per un quarto di secolo”. Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera, conosce bene il nuovo presidente dell’ONU, con cui ha lavorato in stretto contatto quando erano rispettivamente presidente dell’Internazionale socialista e presidente dell’Internazionale socialista donne.


L’ex Alto commissario per i rifugiati, il socialista portoghese Antonio Guterres, è il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite. Il voto formale è previsto in serata al Palazzo di Vetro, dopo l’accordo raggiunto all’interno del Consiglio di Sicurezza. “Se uno non soffre di megalomania, sa di non poter salvare l’umanità. Io non voglio salvarla, ma farò quanto in mio potere per portare a dei miglioramenti”, aveva dichiarato Guterres durante la sua audizione davanti all’Assemblea Generale Onu. E proprio la maggiore trasparenza adottata quest’anno per vagliare le candidature degli aspiranti segretario generale, potrebbe aver favorito Guterres che è apparso fin dall’inizio il candidato più capace nel presentare in pubblico i propri obiettivi. Guterres porta in dote l’esperienza di uomo di governo – è stato primo ministro portoghese fra il 1995 e il 2002-  presidente dell’Internazionale socialista e, appunto, capo di una organizzazione multilaterale come l’Alto commissariato ONU per i Rifugiati, da lui guidato per dieci anni fino al 2015.

“La nomina Guterres è una gioia e una soddisfazione per tutti noi socialisti: Antonio è un compagno e un amico con il quale il Psi ha collaborato per decenni”. Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera, conosce bene il nuovo Segretario generale dell’ONU, con cui ha lavorato in stretto contatto quando erano rispettivamente presidente dell’Internazionale socialista e presidente dell’Internazionale socialista donne.

Pia Locatelli

Pia Locatelli

Una scelta che ti ha sorpreso?
Se ne parlava già da tempo, ma il risultato non era affatto scontato. Fino all’ultimo si è temuto un veto da parte della Russia, poi martedì finalmente l’accordo a dimostrazione che l’esperienza a volte ha la meglio nella scelta delle persone.
Con questa nomina vengono premiate le qualità dell’uomo e la sua estrema sensibilità  e impegno nei confronti dei più deboli, dimostrata durante la sua guida decennale all’Alto commissariato per i Rifugiati. Un’esperienza, quest’ultima che risulta cruciale per guidare l’ONU mentre la crisi internazionale dei profughi continua ad aggravarsi, coinvolgendo 65 milioni di persone.

Quando hai conosciuto Guterres?
Nel 1992 quando sono stata nominata vice presidente dell’Internazionale socialista donne con l’incarico di seguire la “regione” Europea. Tra i miei primi incontri ci fu quello a Oporto con Guterres che all’epoca era segretario del partito socialista portoghese. Allora gli chiesi subito un impegno per promuovere le donne in politica. Lui si disse pronto a collaborare e lo fece talmente bene che oggi nel Parlamento portoghese c’è una presenza femminile del 35%, una delle migliori in Europa. Da allora ebbe inizio una collaborazione sempre più stretta, soprattutto quando divenne presidente dell’Internazionale socialista e io fui nominata Presidente dell’Internazionale socialista donne. Le nostre strade si sono spesso incrociate e la collaborazione si è trasformata in amicizia. Non posso non ricordare che quando fui candidata alle elezioni europee nel 2004 Guterres venne a Bergamo e a Milano per sostenermi nella campagna elettorale.

E i rapporti con il Psi?
Sempre ottimi e amichevoli. Il partito socialista portoghese, così come il Psoe spagnolo, sono stati sempre molto vicini al Psi. Anche negli anni in cui gli altri partiti socialisti europei dimostravano una certa freddezza nei nostri confronti, i socialisti portoghesi, quelli spagnoli, i greci e anche i cileni, ci diedero sempre dimostrazioni di amicizia e di solidarietà. Sicuramente perché ricordavano bene l’impegno e l’aiuto dato dal PSI quando quei Paesi erano sotto la dittatura.
Guterres fu con noi nel dicembre del 2004 a Roma, all’Hotel Ergife, quando promuovemmo una grande manifestazione per commemorare Pietro Nenni a 25 anni dalla morte. Svolse un appassionato intervento non limitandosi ad un rituale ricordo di Nenni.

Eppure oggi in pochi ricordano che Guterres è socialista
Siamo alle solite. Come è avvenuto qualche settimana fa per le commemorazioni della nascita di Pertini, alcuni grandi giornali hanno omesso di dire che Guterres è socialista e che è stato presidente dell’Internazionale Socialista. Si tratta di dimenticanze opportunistiche sempre più frequenti, sempre più fastidiose. Ma a chi fa comodo non ricordare che esistono i socialisti?

Cecilia Sanmarco

Guterres nuovo segretario generale delle Nazioni Unite

antonio-guterresL’ex Alto commissario per i rifugiati, il socialista portoghese Antonio Guterres, già presidente dell’Internazionale socialista, è stato scelto come nuovo segretario generale delle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha infatti trovato l’accordo sul nome del successore di Ban Ki-moon. Il voto formale è previsto giovedì al Palazzo di Vetro. A darne notizia su Twitter sono l’ambasciatrice americana presso l’Onu, Samantha Power, e l’account della rappresentanza diplomatica francese. L”attuale presidente del Consiglio di sicurezza, Vitaly Churkin, spiega: “Abbiamo deciso di procedere a un voto formale domani mattina alle 10 per acclamazione”. Per la ratifica formale occorrerà poi l’approvazione dell’Assemblea Generale prima dell’entrata in carica, che avverrà il primo gennaio. L’ex premier portoghese ed ex Alto Commissario per i Rifugiati ha quindi vinto la concorrenza della vicepresidente della Commissione Ue, Kristalina Georgieva e del direttore generale dell’Unesco, Irina Bokova. Il mandato di Ban Ki-moon termina il 31 dicembre.

MARCIA IN EUROPA

Immigrati marcia Vienna

Diceva Seneca “Non si ferma il vento con le mani”. Così bloccati per giorni alla stazione di Budapest, alcuni immigrati hanno deciso alla fine di raggiungere l’Austria a piedi. Si tratta di circa 200 rifugiati partiti decisi a raggiungere Vienna (a 240 chilometri di distanza). Il gruppo, scortato dalla Polizia ungherese, ha attraversato il Danubio sul ponte Elisabetta e si dirige verso l’autostrada M1 (Budapest-Vienna).

L’Ungheria inasprisce le leggi contro gli immigrati
Per strada molti di loro cantavano ironicamente “Grazie signor Orban”. La decisione di partire è stata dettata non solo dalla necessità ma anche da un Governo con una linea sempre più dura nei confronti degli immigrati. Il Parlamento, dopo aver dato via libera al muro con la Serbia, ha anche approvato nuove leggi contro gli immigrati: tre anni e mezzo contro chi varca illegalmente il confine. Non meno gentile è stata la richiesta del ministro degli Esteri ungherese Sziijarto, che intimato gli immigrati di lasciare la stazione di Keleti, “Che non è un campo profughi”.

Altre 500 persone ancora ferme alla stazione di Bicske
La situazione ungherese resta nel caos anche per la situazione creatasi alla stazione ferroviaria di Bicske, 50 chilometri da Budapest. Un centinaio di profughi, giunti in treno per essere trasferiti nel campo per rifugiati che sorge in questo piccolo centro di 12mila abitanti, si rifiuta di seguire gli agenti ungheresi che vorrebbero trasferire i migranti in un campo rifugiati. Un blocco che ha causato le tensioni e i tafferugli con la polizia Scesi sui binari chiedono di essere lasciati liberi di raggiungere la Germania. Ciò che più temono gli immigrati è essere registrati, secondo gli accordi di Dublino, infatti, un richiedente asilo fa domanda e aspetta la risposta alla sua richiesta nel primo Paese dell’Unione europea in cui entra, oggi dopo le proteste con al polizia, circa 500 persone si sono rifiutate di abbandonare il convoglio mentre altre sono state trasferite al campo di accoglienza.

Si ammorbidisce la linea “dura” di Cameron contro gli immigrati
Mentre Orban continua con la linea dura, diversa è la situazione oltremanica: dopo aver visto l’opinione pubblica estremamente contraria alle sue politiche restrittive sull’immigrazione, David Cameron afferma di esser pronto ad assumersi le sue “responsabilità morali” e, secondo quanto riporta il sito del Guardian, sarebbe pronto ad annunciare l’accoglienza nel Regno Unito migliaia di rifugiati siriani in più, direttamente dai campi profughi dell’Onu.

Pentagono: la crisi durerà almeno vent’anni
La situazione non è passata inosservata agli occhi degli States, non solo la denuncia del New York Times contro la polizia ungherese, ma a intervenire sono anche le Istituzioni: il generale Martin Dempsey, capo di Stato Maggiore delle forze armate Usa si è detto seriamente “preoccupato” per l’emergenza profughi che ha definito “una crisi reale”, sottolineando la necessità per tutti di agire “sia unilateralmente che con gli alleati”, considerando ciò che sta avvenendo “come un problema generazionale” e mettendo sul piatto adeguate risorse che permettano di affrontare la crisi per almeno 20 anni.

Onu: Ue riaffermi i valori sui quali è stata costruita
Sempre dagli Usa arriva anche l’appello dal Palazzo di Vetro. L’Alto commissario per i rifugiati dell’Onu, Antonio Guterres, ha chiesto all’Unione europea una sistemazione per almeno 200.000 rifugiati e un “programma di dislocamento di massa” per coloro che godono di un “titolo valido per la protezione” in particolare per l’Alto rappresentate per i rifugiati occorrono “modifiche fondamentali” delle regole dell’asilo: non solo sistemazione logistica dei rifugiati ma anche programmi scolastici e riforma dei permessi per entrare legalmente in Europa. Guterres sostiene che l’Ue “non ha altra scelta che mobilitare tutta la forza che ha intorno a questa crisi. L’unico modo per risolvere il problema è mettere a punto e attuare una strategia comune, fondata su responsabilità, solidarietà e fiducia”, sottolineando che vanno aiutati quegli Stati, come Grecia, Ungheria e Italia, ai cui confini preme l’ondata di migranti. Infine Guterres ha bacchettato l’Europa sostenendo che “la solidarietà non può appartenere solo a pochi Stati”. Precisando: “Per l’Europa è arrivato il momento della verità e di riaffermare i valori sui quali è stata costruita”.

Salvini: Al Cara Mineo ospitiamo immigrati senza diritto di asilo
Mentre in Europa si tenta di trovare una soluzione alle quote tra i litigi dei Paesi membri, in Italia dopo la cordata di solidarietà seguita all’immagine del bambino trovato morto sulla spiaggia di Bodrum, Matteo Salvini, dopo aver inveito contro gli immigrati oggi si è recato al Centro accoglienza del Cara Mineo, spostando l’attenzione contro l’Isis: “Aprire corridoi umanitari in Siria? Sì li c’è la guerra, lì c’è il 40% del territorio occupato dal califfato islamico, quindi lì veramente bisognerebbe intervenire con le bombe per sterminare quelle bestie”.
Prima di entrare nella struttura, Salvini ha annunciato che indagherà sulla nazionalità dei presenti. Una volta uscito, il responso: “Ad oggi sono presenti 3.042 ospiti, di cui 2.900 uomini. Sulle nazionalità lascio a voi giudicare. Tra Eritrea, Libia e Siria ce ne sono due, solo due ospiti delle nazioni per cui l’Europa prevede il diritto d’asilo”.

Nencini: a festa Avanti manca solo Salvini, meglio litigare con lo specchio
Contro il leader della Lega le affermazioni del segretario del Psi, Riccardo Nencini che parlando della festa dell’Avanti!: “Una Festa dell’Avanti eccellente, la più importante del quinquennio. il tema ‘caldo’ dei diritti civili e il nodo migranti”. “Discuteremo di Italia ed Europa – ha proseguito Nencini – di riforme e di economia, di istituzioni e di migrazioni. In ogni dibattito verranno presentate le proposte socialiste. Sul palco mancherà solo Salvini. Invitato, ha declinato. Meglio litigare con lo specchio”, ha concluso.
Il tema dell’immigrazione è stato poi affrontato dal Vice ministro ai Trasporti durante il suo incontro stamane con il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “È stato un incontro cordialissimo”, ha dichiarato Nencini al termine dell’incontro. “Ho rappresentato al Presidente la preoccupazione del fenomeno immigrazione e la necessità di fronteggiarlo, difendendo i diritti umani. Gli ho poi parlato del lavoro che stiamo facendo per le infrastrutture nel mezzogiorno e di Matera capitale europea della Cultura 2019”, ha concluso Nencini.

Maria Teresa Olivieri

UNHCR: più di 4 milioni
i profughi siriani

syrian_refugee_crisis

Sono oltre quattro milioni il numero di rifugiati in fuga dalla Siria e giunti nei Paesi limitrofi vicini. La notizia è stata data oggi dall’ Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati.

Al ritmo attuale, l’Unhcr prevede che il numero potrebbe salire a circa 4,27 milioni entro la fine del 2015. Un esodo di proporzioni bibliche che ha un drammatico bisogno di aiuto per sopravvivere e che al contempo costituisce una mina innescata e pronta a esplodere nei Paesi ospitanti.

“Si tratta – sottolinea Antonio Guterres, Alto commissario dell’Agenzia dell’ONU e ex segretario del partito socialista portoghese – della più grande popolazione di rifugiati proveniente da un unico conflitto in una generazione. Una popolazione che ha bisogno del sostegno del resto del mondo, ma che invece vive in condizioni terribili e sprofonda nella povertà”.

Soltanto dieci mesi fa il loro numero era di tre milioni. I Paesi direttamente interessati al fenomeno migratorio sono la Turchia che ne ospita oltre 1 milione e ottocentomila, l’Iraq con 249.000, la Giordania con più di 629.000, l’Egitto con 132.000, il minuscolo Libano con quasi 1 milione e duecentomila mentre circa 24 mila sono sparsi in altre parti del Nord Africa. In questo elenco vanno ricompresi anche i 270 mila che hanno fatto richiesta di asilo in Europa e altre migliaia che si sono già reinsediati altrove.

Il dramma dei rifugiati siriani riguarda anche lo stesso territorio siriano dove si calcola che siano almeno 7 milioni e seicentomila gli sfollati.
Di fronte a questa situazione esplosiva, l’Unhcr lamenta di aver ricevuto appena il 24% dei 5 miliardi e mezzo di dollari richiesti insieme ai partner per sostenere i rifugiati siriani nel 2015 per programmi di aiuto che, se adeguatamente implementati, potrebbero certamente allegrie la pressione del fenomeno della migrazione verso l’Europa.

Siria-cartina-mappa

A corredo di queste notizie scioccanti sui profughi siriani, arriva la comunicazione della costruzione di un altro ‘muro’ anti-emigrazione anche se in questo caso serve a contenere soprattutto il fenomeno del terrorismo almeno a detta del governo interessato. Dopo l’Ungheria che ha confermato l’avvio della costruzione della barriera anti-immigrati al confine con la Serbia, è stato il primo ministro tunisino Habib Essid in tv ha annunciare una analoga decisione per sigillare il ‘fianco’ libico della Repubblica. La decisione arriva a poche settimane dall’attacco terroristico di Sousse, che ha provocato 38 morti e danni gravissimi all’industria del turismo. Dopo l’attentato il governo tunisino ha dispiegato oltre mille soldati per garantire la sicurezza negli hotel e lungo le spiagge.

Solo qualche giorno fa, il 4 luglio, il presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi aveva chiesto al Parlamento il via libera per la decretazione dello stato di emergenza, in vigore da sabato. Una misura straordinaria, che dovrebbe durare trenta giorni, e dovrebbe servire a sventare nuovi attentati terroristici dell’Isis. “I gruppi terroristici e criminali vogliono fare altri attentati con il fine di paralizzare l’economia del Paese”, ha detto Essid davanti al Parlamento riunito in un’udienza straordinaria sulla proclamazione dello stato di emergenza.

Tunisia-Sousse

Il ‘vallo di Essid’ si estenderà per 160 chilometri della frontiera a partire dalla costa, con torrette e centri di sorveglianza, verrà costruito dall’esercito tunisino e sarà completato entro la fine del 2015. Tempi rapidissimi che lasciano capire l’urgenza del provvedimento.

Secondo il capo di governo, il muro contribuirà a ridurre il rischio di infiltrazioni di gruppi e commando islamisti da oltreconfine. Alcuni giorni fa – scrive l’agenzia Misna – Essid aveva sostenuto che l’attentatore di Sousse, Seifeddine Rezgui, sarebbe stato addestrato dalla formazione libica Ansar Al Sharia.

Alvaro Steamer