Addio Guglielmo, cronista di vecchio stampo

guglielmo gabbi

E’ scomparso a Roma, dopo una lunga malattia, Guglielmo Gabbi, giornalista professionista, direttore responsabile dell’ agenzia stampa “Fuoritutto”. Romano, con una vera passione per l’ informazione, manifestatasi sin da quand’era ragazzo, Gabbi aveva lavorato molti anni all’agenzia “Adnkronos”, ricoprendo l’incarico di caporedattore per la politica: svolto con molta competenza, grazie anche a un costante rapporto col Parlamento e con vari gruppi politici (che gli aveva permesso di fare anche veri e propri scoop). In seguito, era stato responsabile della redazione AKI prima di Palermo, poi di Napoli: lavorando, in ambedue i posti, sempre con impegno e in stretto rapporto col territorio. All’ AKI, Gabbi aveva a lungo collaborato con Velia Iacovino (salita poi alla direzione dell’agenzia), moglie di Franco Cuomo, brillante redattore dell'”Avanti!” e collaboratore di altre testate, storico e autore di teatro.

Andato in pensione, Guglielmo poi aveva creato, insieme al senatore del PSI Antonio Landolfi (giornalista, scrittore, docente universitario, molto vicino al socialista autonomista Giacomo Mancini) “Fuoritutto”: piccola, ma combattiva, agenzia stampa (che tuttora, da circa un ventennio, esce ogni settimana, raggiungendo tutti i quotidiani con continui aggiornamenti), di cui era divenuto direttore responsabile, alla morte di Landolfi, nel 2011.
I funerali di Gabbi si terranno domattina, sabato 14 luglio, nella cappella dell’ Istituto “Don Orione” in Via della Camilluccia, 112- 120, alle 10,30. Alla moglie Rita, ai figli Andrea e Manuela, a tutta la famiglia, vanno le piu’ sincere e affettuose condoglianze dell’ “Avanti!”.

Chi scrive ha perso veramente un amico sincero: col quale – così come, del resto, con Antonio Landolfi – avevamo un continuo scambio intellettuale, spirituale, affettivo (fatto soprattutto di belle telefonate), e dal quale ho avuto tante dimostrazioni di amicizia vera, e la possibilità d’imparare molto della professione. Ciao, Guglielmo: salutami Antonio, e tutti i componenti della grande famiglia socialista: e se il Padreterno volesse creare un ufficio stampa, o una vera e propria testata, so che ti farai valere…

Fabrizio Federici

Antonio Landolfi, a sette anni dalla scomparsa

antonio-landolfiSette  anni   fa  moriva  il  compagno  Antonio  Landolfi,  un   apostolo  del  socialismo  nell’Italia  repubblicana. Nato  a  Napoli  il  10  novembre  1930,  si  è  spento  serenamente  a  Roma  il 26  febbraio  del  2011  circondato  dall’affetto  dei  familiari.  Al  suo  funerale  si  sono  riuniti  per  il  cordoglio   tutti  i  compagni  socialisti  che  tuttora  sono  impegnati  su  diversi  raggruppamenti  politici.Sette  anni   fa  moriva  il  compagno  Antonio  Landolfi,  un   apostolo  del  socialismo  nell’Italia  repubblicana.  Nato  a  Napoli  il  10  novembre  1930,  si  è  spento  serenamente  a  Roma  il 26  febbraio  del  2011  circondato  dall’affetto  dei  familiari.  Al  suo  funerale  si  sono  riuniti  per  il  cordoglio   tutti  i  compagni  socialisti  che  tuttora  sono  impegnati  su  diversi  raggruppamenti  politici.

Antonio  partecipò  alla  Lotta  per  la  Liberazione  come  staffetta  partigiana  a  Roma.   Inizialmente  iscritto  al  Pci,  ne  uscì  poco  dopo  per  aderire  al  Psi.  A  fianco  di  Giacomo  Mancini  ha  fatto  parte  della  Direzione  Nazionale  e  della  Segreteria  del  Psi,  in  qualità  di  responsabile  della  Cultura  e  dell’Economia. Nel  1979  venne  eletto  al  Senato  della  Repubblica  nelle  liste  del  Psi.

socialista con gli occhialiHa  insegnato  all’Università  La  Sapienza  di  Roma  ed  alle  Università  dell’Aquila,  di  Palermo  ed  alla  Luiss.  Ha  scritto  vari  saggi  ed  opere  di  storia  tra  cui  “Il  socialismo  italiano” (1978),  “Storia  del  Psi” (1990),  “Il  socialismo  meridionale” (1992),  “Il  garantismo  socialista” (1999),  “L’europa  dei  socialisti” (2002),  “Il  gladio  rosso  di  Dio”  (1998),  “Global si,  Global no” (2004),  “Giacomo  Mancini – Biografia politica” (2008).  Fu  collaboratore  dell’”Avanti”,  di  “Mondo  Operaio”,  di  “Critica  Sociale”  e  di  “Le  ragioni  del  socialismo”.  Fu  anche  Presidente  della  Fondazione  Culturale  Città  di  Cosenza  e  della  Fondazione  Giacomo  Mancini.

Chi  lo  conobbe,  anche  oggi,  lo  ricorda    per  l’attualità  del  suo  pensiero  e  per  la  profonda  fede  socialista  rivolta  alle  cose  da  fare  per  migliorare  l’umanità.

Redazione Avanti!

Antonio Landolfi:
il socialista con gli occhiali

antonio-landolfiIl 10 novembre scorso, presso l’Istituto della Enciclopedia Treccani, dopo cinque anni dalla scomparsa, è stata ricordata la figura del Sen. Antonio Landolfi. Per ricordarlo sono intervenuti Luigi Covatta, Michele Drosi, Gennaro Acquaviva, Giorgio Benvenuto e Claudio Signorile coordinati da Massimo Bordin. Il ricordo è avvenuto con la presentazione del libro postumo di Antonio Landolfi “Il socialista con gli occhiali” (ed. Rubettino) la cui pubblicazione è stata curata dalla moglie Adriana Martinelli e dalle figlie Flavia e Laura.

Nel libro autobiografico rimasto incompiuto, Antonio si cimenta nella cronaca degli eventi vissuti in prima persona dall’inizio del suo impegno politico fino agli anni trascorsi nel PSI. Il padre antifascita era stato inviato al confino a Palermo dove trascorse l’infanzia. Tornato a Roma, frequenta il liceo “Dante Alighieri”. Fu testimone oculare dell’assassinio di Massimo Gizzio colpito a morte il 29 gennaio 1944 dalla milizia fascista durante la distribuzione dei volantini antifascisti presso il Liceo frequentato da Antonio. Da quel triste evento, Antonio trovò la spinta all’impegno politico che iniziò subito come staffetta partigiana nella lotta per la Liberazione della città di Roma occupata dai nazi-fascisti. Dopo una brevissima parentesi nel PCI, aderisce al PSI dove ricopre importanti ruoli a fianco di Giacomo Mancini. Divenne membro della Direzione Nazionale in qualità di responsabile della Cultura e dopo dell’Economia. Nel 1979 fu eletto Senatore della Repubblica. Ha collaborato con l’Avanti!, Critica Sociale e Mondo Operaio. Ha insegnato presso l’Università “La Sapienza”, l’Università dell’Aquila, l’Università di Palermo e la Luiss. E’ stato autore di saggi e opere di storia tra cui “Il socialismo italiano” nel 1978, “Storia del PSI” nel 1990, “Il socialismo meridionale” nel 1992, “Il garantismo socialista” (1999), “L’Europa dei socialisti” (2002), “il Gladio rosso di Dio”(1998), “Global si, Global no” (2004) e “Giacomo Mancini – biografia politica” (2008). Fu anche Presidente della Fondazione Culturale della Città di Cosenza e Presidente della Fondazione Giacomo Mancini.

L’opera postuma, con la prefazione di Luciano Pellicani, solo nella prima parte è un libro di memoria come lo aveva concepito. Nella seconda parte, i curatori hanno aggiunto alcuni suoi scritti inediti tratti dal suo archivio personale e le testimonianze di Luigi Covatta, Giorgio Benvenuto, Claudio Signorile e Giuseppe Tamburrano.

Dalle testimonianze e dagli interventi di ieri, emerge la figura di un personaggio sempre impegnato nel dibattito politico. Con grande umiltà ha dato sempre un grande contributo alle scelte politiche. Il dialogo lo riteneva di fondamentale importanza all’interno del PSI e con le altre forze politiche. Per la sua concezione etica della politica fu un critico severo della corruzione, dei populismi e di tutti i comportamenti politici erosivi dei sani principi della democrazia. Le sue analisi politiche spaziavano dal quadro internazionale a quello italiano con grande perizia. Professava la sua fede per il socialismo con grande convincimento d’animo. In sintesi, potrebbe essere definito un apostolo del socialismo dei nostri tempi.

Pensatore e costruttore del pensiero politico non ha mai manifestato l’egoismo di voler primeggiare come ha ricordato Luigi Covatta. Claudio Signorile, ricordando l’impegno del PSI per salvare Moro dalle Br, ha definito Antonio Landolfi un protagonista politico che potrebbe essere considerato un autonomista di sinistra. Michele Drosi ha ricordato l’impegno di Antonio Landolfi per il Meridione e per la Calabria. Gennaro Acquaviva si è soffermato sull’umanità del pensiero politico di Antonio. Giorgio Benvenuto ha evidenziato l’impegno di Antonio per il mondo del lavoro a difesa dei diritti dei lavoratori ed a fianco della UIL.

L’ultimo dibattito pubblico di Antonio Landolfi avvenne il 26 gennaio 2011 presso lo storico Circolo “Giustizia e Libertà” di Roma sul tema “Trenta anni di socialismo in Italia : 1946-1976” a cui parteciparono anche Enzo Bartocci, Luigi Covatta , Giuseppe Tamburrano ed il sottoscritto. Un mese dopo avvenne la sua scomparsa. Ai suoi funerali, da Fabrizio Cicchitto a Riccardo Nencini, da Giuliano Amato a Giorgio Benvenuto, si riunirono tutti i socialisti protagonisti della diaspora socialista e delle sue divisioni ancora in atto.

Ieri, nel ricordarlo, ha partecipato un pubblico qualificato con numerosi compagni ed amici di Antonio. Tra i presenti sono stati notati: Claudio Martelli, Emanuele Macaluso, Gianni Letta, Ottaviano Del Turco, Giosi Mancini, Franca Chiaramonte, Alberto La Volpe, Letizia Paolozzi, Sara Pontecorvo, Dora Anticoli, Anna e Paolo Borioni.

Salvatore Rondello

Fango (senza prove) su Ignazio Silone

Ci sono accademici che pensano di essere i depositari della verità. Chi dissente dalle loro opinioni viene definito “uno storico della domenica”, “un dilettante”, un “azzeccagarbugli” ed anche peggio. Non parliamo poi dei giornalisti che dissentono delle tesi di certi storici, soprattutto quelli che “non frequentano gli archivi storici”. Ovviamente, Indro Montanelli, Enzo Biagi, Enzo Bettiza e Sergio Zavoli non meritano il rispetto del prof. Mauro Canali perché hanno sempre parlato bene di Silone, rifiutando le assurde accuse su Silone “spia dell’Ovra”. Ma dopo molti anni di ricerche (fatte insieme al suo amico Dario Biocca, anzi forse ex amico) non ha trovato il modo di farsi perdonare i suoi errori, le sua superficialità, le attribuzioni a Silone di informative alla polizia fascista di vere spie, come Quaglino. Questo personaggio non è mai stato, in realtà “analizzato” seriamente. Era troppo comodo, anzi non sembrava vero che ci fossero documenti, attribuiti erroneamente a Silone (e ci rifiutiamo di credere che la ditta Canali & Biocca lo abbia fatto in malafede), che provassero la colpevolezza dell’autore di “Fontamara”, la sua connivenza con i servizi del regime fascista. Del resto qualche contatto con un ispettore di polizia (Bellone) c’era stato per via del fratello (Romolo era stato arrestato per un attentato a Milano, risultato poi innocente, ma morì in carcere) e quindi il gioco, per Canali-Biocca, era fatto. Non c’erano prove o meglio c’erano quelle false di Quaglino attribuite a Silone. Le ripetute analisi calligrafiche di esperti lo hanno ampiamente smentito. Le “rivelazioni” degli autori accademici si sono rivelate con gli anni totalmente infondate perché, per fortuna, in questo paese vi sono ancora persone serie, studiosi rigorosi e non solo “storici della domenica” (che, peraltro, anche questi non vanno disprezzati se scoprono qualcosa di nuovo, non conformista e innovativo). Lo storico Tamburrano (per alcuni decenni presidente della Fondazione Nenni), con un gruppo di studiosi, ha compiuto un’analisi seria per confutare le tesi dei due accademici, scoprendo che erano intessute di ”sviste”, interpretazioni errate e vuoti macroscopici di consultazioni di testi e testimonianze d’archivio.
Un altro studioso, Alberto Vacca – definito “l’avvocaticchio”- ha approfondito la ricerca , consultando ben 400 fascicoli (400, prof. Canali, e lavorando tutti giorni, per oltre un anno, in quell’Archivio centrale dello Stato sempre invocato dai ricercatori accademici), fotografando tutto. Sapete perché è stato definito “l’avvocaticchio”? Semplicemente perché, oltre ad essere stato un docente di filosofia e storia nei licei sino alla pensione, per un certo periodo della sua vita ha fatto anche l’avvocato in Sardegna. Questo dato, invece di confermare la sua competenza anche nel diritto e quindi la sua capacità di interpretare i fascicoli giudiziari, è stata ritenuta negativa, non altezza del grande ricercatore e accademico Canali: l’uomo che ha sempre ragione e che non conosce l’umiltà, che non sa dire semplicemente “mi sono sbagliato, vi chiedo scusa”. Eppure uomini grandi, storici del livello di Benedetto Croce, Giovanni Gentile e, più recentemente, di Renzo De Felice, il “padre di tutti i revisionisti della storia contemporaneamente”, hanno avuto il coraggio di riconoscere di aver preso degli abbagli nel corso della loro lunga professione . Ma Canali (e Biocca) sono di un’altra “pasta”: si credono investiti di un’autorità superiore. Nel suo libro (“Le false accuse contro Silone”,Guerini e Associati), Vacca ricostruisce la genesi e la storia che discolpano in modo inconfutabile Silone da ogni accusa di connivenza col regime fascista. Lo avevamo fatto dieci anni fa in convegno all’Aquila, promosso dalla Fondazione Silone, a cui hanno partecipato storici autorevoli come Bruno Falcetto, Alceo Riosa, Giulio Ferroni, Sergio Soave, Mimmo Franzinelli, Giuseppe Tamburrano, Antonio Landolfi, Luigi Lombardi Satriani, Massimo Teodori e tanti altri. Di questo convegno (e con altri contributi di storici e di studiosi di Silone è nato un libro di 300 pagine, “Silone, la libertà – Un intellettuale scomodo contro tutti i totalitarismi”,Guerini editore, curato da me. Al convegno dell’Aquila erano stati invitati Canali e Biocca. Entrambi si erano impegnati a partecipare. Il primo però ha declinato l’invito asserendo che aveva un impegno col suo dentista; il secondo era negli Usa, ma assicurava il rientro in tempo utile: nessuno è venuto. Ora rinnoviamo l’invito: a breve promuoveremo un confronto pubblico su Silone. Chiediamo ai due “accusatori” di partecipare. Troveranno il coraggio i due professori o ricorreranno a nuovi pretesti? Rai Storia, che denunciamo pubblicamente, ha le sue responsabilità nel continuare a calunniare uno degli scrittori più conosciuti e amati del Novecento. Ma sapete chi è il consulente di quel programma? Il prof.Mauro Canali.

E noi contribuenti dobbiamo contribuire a finanziare, col nostro abbonamento forzoso alla Rai, le calunnie diffuse nei confronti di Ignazio Silone, un uomo che Albert Camus ha definito “meritevole del premio Nobel, perché Silone, cristiano e socialista, parla a tutta Europa, anche se i protagonisti dei suoi romanzi sono i cafoni dell’Abruzzo”.

Aldo Forbice

Vi parlo di Mancini, pratico ed eretico… – Il Dubbio – Giuliano Amato

Il Dubbio
Vi parlo di Mancini, pratico ed eretico…

Giuliano Amato Giurista costituzionalista, membro dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti e docente universitario, presidente onorario dell’Aspen Institute, è stato deputato del Partito socialista italiano e presidente del Consiglio nonché compagno nel Psi di Giacomo Mancini


 

Basta ripercorrerne la vita, a cent’anno dalla sua nascita, per percepire in Giacomo Mancini un leader di prima grandezza nella storia del socialismo italiano. È un percorso, che già solo attraverso le sue vicende e i ruoli che ha ricoperto, offre testimonianze sufficienti di tale grandezza. Ma c’è di più, c’è un filo rosso che congiunge queste vicende ed è la nozione di autonomia socialista che traspare da tutte le sue esperienze e che, ce ne accorgiamo forse più oggi di allora, fu un patrimonio al quale non si attinse come avrebbe meritato e che costituisce, a mio avviso, la ragione prima per cui ricordarlo.

La vita di Giacomo Mancini attraversa tutte le tappe che segnano le grandi figure politiche del suo tempo. Laureatosi a Torino in Giurisprudenza nell’anno- questo mi ha colpito- in cui io a Torino nascevo, il 1938, dopo l’8 settembre 1943 scende a Roma in attesa di potersi congiungere alla famiglia e lì si unisce alla nascente resistenza romana sotto la guida di Giuliano Vassalli, che aveva avuto dallo stesso Nenni il compito di organizzare i socialisti. Questo è una specie di marchio di fabbrica per i giovani di qualità di quella stagione. E lui se lo conquista, divenendo responsabile di una zona di Roma nella quale mette a repentaglio la sua stessa vita, come tanti altri giovani che si offrono alle stesse esperienze.

Rientrato poi in Calabria trova naturalmente il suo posto nelle lotte contadine, condotte unitariamente da socialisti e comunisti. Erano lotte storiche, nelle quali prendevano corpo insieme la rabbia e le rivendicazioni più tradizionali dei diseredati del Sud. Ma presto, davanti alle dimensioni dell’esodo dalle campagne, si rende conto che quelle lotte rispondono, sì, a un fine di ineludibile giustizia, ma non è dal loro esito che dipenderà lo sviluppo del Sud. E inizia un percorso diverso, suggerito non dall’ideologia, ma dalla realtà economica e sociale che si trovava davanti. Non era l’alleanza fra operai del Nord e contadini del Sud che avrebbe riscattato il Mezzogiorno. Era una nuova politica economica, il cui perseguimento non lo mise soltanto in polemica con le vecchie impostazioni unitarie, ma anche con la politica clientelare della vecchia maggioranza, che nel frattempo, nella sua Cosenza e non solo, si identificava con gli interessi della rendita edilizia.

Come scrive Antonio Landolfi nella biografia del suo leader, al quale fu sempre e disinteressatamente vicino, Mancini si trovò a lottare contro due immobilismi, affermando uno “stile politico” – altri ha scritto- non ideologizzato, ma calibrato volta a volta su obiettivi specifici, perseguiti con caparbia attenzione ai rapporti di forza.
Eccolo il filo rosso che comincia a dipanarsi.

Notate, non attraverso teorizzazioni (Mancini non appartiene alla categoria dei socialisti scrittori), ma attraverso l’elaborazione e la prassi politica al confronto con il mutamento sociale. Questo, fra l’altro, gli permetterà di sviluppare una sua distinta identità, e una distinta identità della sua prospettiva politica, senza mai né rompere i rapporti con le forze politiche circostanti né piegare le sue ragioni alle “superiori esigenze” di queste. Abbandona l’unità di sinistra, è con Nenni fra i fondatori dell’autonomia, ma continua ad avere rapporti, anche amichevoli, con esponenti del PCI, del che ci ha dato oggi una vivida testimonianza lo stesso Presidente Napolitano, con il suo bel messaggio inviato al nostro incontro. E lo stesso atteggiamento avrà Mancini quando inizierà la collaborazione con la DC: sarà politicamente leale, ma non farà sconti.
In questa chiave possiamo leggere l’uomo di governo. Il ministro della Sanità, che impose ai medici la vaccinazione antipolio di massa e alle industrie farmaceutiche, che per farlo avevano accumulato ingenti scorte del vaccino Salk, quello che riteneva più efficace, il Sabin. Ma sappiamo tutti che la grande stagione di Giacomo al governo è quella ai Lavori Pubblici. Davanti al sacco di Agrigento, prima costituì la Commissione presieduta da Michele Martuscelli, poi fece quella legge ponte, che ha cambiato la storia d’Italia ripristinando un governo del territorio, che era venuto a mancare per decenni a beneficio della rendita e della speculazione.

Sono andato a rileggerla in questi giorni la relazione finale della Commissione Martuscelli e ho trovato in essa parole che commuovono oggi, come commossero allora. Gli italiani non se lo aspettavano che un uomo di governo e i suoi collaboratori additassero come traditori coloro che violando non solo la legge, ma un loro dovere etico e civile nei confronti degli altri, distruggevano un patrimonio di tutti in nome dei propri interessi privati. Erano cose che avevano sentito dire nei convegni dell’Eliseo, nelle filippiche contro la razza padrona. Cose che si dicono e basta e che, con Mancini, divennero invece pratica di governo. Mi sbaglierò, ma mi ha sempre colpito che fu dopo la svolta così impressa alla politica nazionale che nella Democrazia Cristiana presero a pesare i giovani economisti cattolici, da Andreatta a Mazzocchi, contrari al conservatorismo difensivo che allora prevaleva nel loro partito.

Non guardò in faccia a nessuno Giacomo e mise alle corde quel partito della rendita che aveva cominciato a combattere a Cosenza ed era diventato il tossico più pesante nel corpo stesso della DC. Negli stessi anni – merita notarlo- Nenni non riuscì a prosciugare le sabbie mobili della Federconsorzi. L’autonomia socialista si fermò qui davanti alle ragioni superiori del maggiore alleato, che riuscirono così a prevalere. Non riuscirono a farlo invece con Mancini, che affermò così, nel concreto della politica, la sua visione dell’autonomia, un’autonomia più forte delle ragioni superiori degli altri.
Diverso, ovviamente, il ruolo che aveva e che avrebbe esercitato da uomo di partito. Qui, tanto da collaboratore di Morandi nei suoi primi anni, quanto da segretario nazionale nel ’70, fa valere le ragioni dell’organizzazione e quelle della vitalità da mantenere nelle strutture periferiche, per evitare rapporti politici costruiti solo al vertice e trasmessi a terminali non più interattivi. Ricordo ancora la conferenza di organizzazione che facemmo nel 1975 a Firenze. Lui non era più segretario nazionale, ma fu il suo discorso a segnare la conferenza e fu una bacchettata a tutti noi. Il nostro bersaglio era il rischio di sclerosi burocratica delle federazioni, un rischio vero, ma lui ci ammonì. Attenti a non distruggerlo il partito, perché, dopo, sarete esposti ai quattro venti. E non avrete più il corpo che da’ consistenza alla vostra autonomia.
Riflettiamoci. Negli ultimi dieci anni, le analisi più ricorrenti ci dicono certo che i partiti sono finiti male. Ma ci spiegano anche la funzione essenziale alla quale avevano assolto, come veicoli attraverso i quali i cittadini potevano fare ciò che la Costituzione vorrebbe: concorrere – com’è scritto nell’art. 49- alla determinazione della politica nazionale. I partiti, indicati dallo stesso art. 49 come strumenti a tal fine, non sono più quei veicoli. Ma senza di loro i cittadini sono diventati sempre più spettatori, tifosi, opinione pubblica passiva, che solo per piccoli segmenti riesca ad attivarsi attraverso la rete. Giacomo di questo ci avvertiva, oltre trent’anni fa. E reagiva, razionalmente e d’istinto, al possibile avvento di quella che oggi chiamiamo democrazia plebiscitaria.

Non più al governo e non più al vertice del partito, continuò a dare sostanza all’autonomia, così come aveva sempre fatto. In prima fila sui temi del rinnovamento civile e sociale, a partire dal divorzio, e non meno su quelli del garantismo, anche a favore di ciò che si muoveva all’estrema sinistra e sfidando gli equivoci che si sarebbero alimentati con l’avvento del terrorismo. Sostenne inoltre i socialisti greci vittime dei colonnelli e divenne per questo un loro eroe, che come tale gli studenti di quel paese avrebbero ricordato alla sua morte.

All’insegna di questa sua coerente visione dell’autonomia favorì l’ascesa di Bettino Craxi, che già aveva voluto come vicesegretario nel ’70, con Mosca e Codignola. Ma presto si trovò in polemica con il verticismo impresso al partito e con l’asse troppo stretto con la DC. Per essere se stesso tornò qui e visse i suoi ultimi anni da sindaco di Cosenza, riaffermando, in questa sua ultima esperienza, due tratti essenziali di tutta la sua vicenda politica: il primo era la qualità del suo rapporto con le altre forze politiche, un rapporto che poteva essere di collaborazione, ma non di sudditanza, ovvero rapporto tra avversari, non tra nemici. Notate a questo riguardo che, prima sostenuto da liste civiche, vinse poi nel 1997 con il sostegno di tutto l’Ulivo. Il secondo tratto era quello del rifiuto del verticismo in nome di una relazione con i cittadini, che riuscisse ad essere diretta e bi-univoca. È questa la relazione che volle vivere nell’esperienza ad essa più congeniale, quella del sindaco, e della quale invece non vedeva più traccia nella politica nazionale.

Si conclude qui una grande storia, che è insieme la storia di un leader, ma è anche quella, fortemente vissuta e coerentemente fatta valere, di una visione a 360 gradi dell’autonomia socialista. Tale fu, per lui, non solo il nesso socialismo-libertà, che ne fu certo la irrinunciabile matrice sul terreno del duello a sinistra e che fu da lui interpretato e sostenuto, pagando anche prezzi che non doveva pagare. Fu, nondimeno, la distanza dal moderatismo conservatore e dagli interessi e le rendite che vi si nascondevano, così da mantenere sempre tesa, per quanto lo riguardava, la corda della collaborazione di governo.

Letta a distanza, e letta nel suo insieme, l’autonomia di Mancini appare nutrita da quella componente libertaria che il Psi doveva alla commistione pre-natale con gli anarchici e che, negli anni, lo avrebbe reso protagonista di tutte le battaglie di libertà. Con una vicinanza, in questo, più ai radicali, e talora alla sinistra estrema, che non alla sinistra tradizionale. E con un legame a quella New Left secondo Wright Mills, che orientò i giovani dei tardi anni ’60 a lottare più contro l’autoritarismo nella società e in tutti i suoi corpi intermedi che non nei rapporti di fabbrica.

È importante ricordarlo. Il Psi perse alla fine la sua battaglia, non sullo storico terreno del duello a sinistra. Lì vinse, anzi stravinse, se è vero che alla fine il Pci, per non essere travolto dalla fine del comunismo, dovette assimilarsi ai partiti socialisti europei e unirsi alla loro famiglia politica. Il Psi perse sull’altro terreno, quello dell’autonomia dalla Dc, quello della capacità di mantenere una identità distinta e distinguibile da quella democristiana e non essere trascinato dal suo tramonto. Diventò, insieme alla Dc, prigioniero del palazzo, partecipe più delle sue vicende che di quelle della società.

Va detto che non capitò così né al giovane o al maturo Mancini, che aveva sempre rifiutato la verticalizzazione del partito e la identificazione con altri, né al vecchio Mancini, che si gettò su un mestiere, quello di sindaco, che lo legava direttamente ai cittadini.
Di questo tutti devono dargli atto. Io sono qui per farlo.

Giuliano Amato