Mondiali. Paura per l’Arabia Saudita: l’aereo prende fuoco

Attimi di panico durante il viaggio che stava portando la squadra araba a Rostov per la sfida contro l’Uruguay: durante l’atterraggio l’ala del veicolo è andata in fiamme. Tanta paura, ma fortunatamente nessuna conseguenza

aereoROSTOV – Tragedia sfiorata in Russia. L’ala dell’aereo che stava trasportando l’Arabia Saudita nella città di Rostov per la sfida della Nazionale araba contro l’Uruguay, in programma mercoledì alle 17, è andata in fiamma durante la fase di atterraggio creando inevitabilmente tanto panico. Per fortuna nessuna conseguenza per i passeggeri, soltanto molta paura.

“GIOCATORI SANI E SALVI” – La Federazione Saudita ha fatto chiarezza sull’episodio, tranquillizzando tutti con un comunicato: “Vogliamo rassicurare tutti circa la sicurezza di tutti i membri della missione della squadra nazionale: dopo un malfunzionamento tecnico a un motore l’aereo è atterrato pochi minuti fa a Rostov sull’aeroporto di Don. I giocatori si stanno ora dirigendo verso la loro residenza sani e salvi”. Nel match d’esordio i giocatori allenati dal ct Pizzi hanno perso 5-0 contro la Russia: ora se la vedranno contro Uruguay ed Egitto, la qualificazione agli ottavi è a dir poco proibitiva.

Francesco Carci

Arabia Saudita, in 4 mesi
48 condanne a morte

arabia-saudita

L’Arabia Saudita ha messo a morte 48 persone nei primi quattro mesi del 2018, metà dei quali per reati non violenti legati alla droga. Sono quasi 600 le esecuzioni nel Regno dall’inizio del 2014, più di un terzo per crimini di droga, quasi 150 solo lo scorso anno. I dati drammatici sono stati resi noti in queste ore da Human Rights Watch (Hrw). Il rapporto tra pena di morte e reati di droga resta un tema centrale per gli attivisti per i diritti umani, nonostante siano solo quattro i paesi (Arabia Saudita, Cina, Iran e Singapore) che ufficialmente eseguano sentenze capitali per questa tipologia di reati (ma Amnesty International ritiene che non siano da escludere neppure Malesia e Vietnam, pur non dichiarandolo espressamente). Peraltro, si registrano tendenze discordanti tra paese e paese, perché se in Iran l’entità di esecuzioni di questo tipo si è ridotta dal quasi 60% del 2016 al 40% del 2017, probabilmente – spiega Amnesty nel suo recente rapporto sulla pena di morte – a causa delle modifiche legislative intervenute nel 2017 alle leggi antinarcotici, in Arabia Saudita invece le sentenze capitali eseguite per reati connessi alla droga sono aumentate dal 16% delle esecuzioni complessive nel 2016 al 40% nel 2017.

L’Arabia Saudita punisce con la pena di morte anche reati come terrorismo, omicidio, stupro, rapine a mano armata e i condannati a morte sono decapitati con una spada. Ma le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente espresso preoccupazioni sulla equità dei processi nel Regno, che è governato da una rigorosa forma di osservanza della legge islamica.

«È abbastanza grave che l’Arabia Saudita metta a morte così tante persone, ma molte di loro non hanno commesso un crimine violento – ha dichiarato al Guardian Sarah Leah Whitson, direttore di Hrw per il Medio Oriente – Qualsiasi piano per limitare le esecuzioni per reati di droga deve prevedere miglioramenti al sistema giudiziario che non prevede processi equi».

Il principe ereditario Mohammed bin Salman, erede al trono designato, ha rivelato recentemente in un’intervista alla rivista Time che il Regno avrebbe preso in considerazione la possibilità per alcuni reati, tranne l’omicidio, di cambiare la pena dalla condanna capitale all’ergastolo. Una speranza per le organizzazioni umanitarie, ma in molti temono che gli annunci del principe siano solo di facciata.

Massimo Persotti

Siria: smetterla di gettare benzina sul fuoco

Le notizie di oggi (gli “strilli”, in realtà, come si dice in gergo) buttano qualche ettolitro di benzina sul fuoco.

Bellicose dichiarazioni di Trump, di vari esponenti israeliani; approvazioni varie di vari governi europei a sanzioni alla cattivissima Siria, rea dell’ennesimo ipotetico attacco chimico.

Al solito tutti questi strilli (perché qualcuno grida, quando forse sarebbe necessario parlare con voce ferma ma tranquilla) mi disturbano personalmente e immagino lo stesso succeda a chiunque abbia a cuore la questione siriana e la sorte di quella gente.

Così cerco di capire, mentre i faziosi di ogni parte cercano di convincermi che hanno ragione loro e di trarre le loro conclusioni tagliate con l’accetta.

Attacco chimico?

A chi giova? L’esercito siriano ha appena finito di sfollare migliaia di persone da Ghouta Est e sembra aver vinto la battaglia più importante, quella contro le forze che combattono contro il governo vicino a Damasco; questi gruppi (è sempre difficile dargli un nome, dire chi sono, jihadisti? vecchi oppositori passati alla lotta armata? mercenari? infiltrati dei servizi segreti? un mix di tutto questo?) sono particolarmente odiosi perché sparano contro la popolazione civile dei quartieri di Damasco (fatto che l’agenzia Sana documenta con un certo rigore, numeri precisi, foto e che confermano autorità indipendenti, come i religiosi cristiani che hanno attività in quei quartieri, vedasi per es le testimonianze sul sito oraprosiria). Il rappresentante della Russia all’ONU ha dichiarato che gli esperti russi arrivati a Douma non hanno trovato alcuna traccia di residui chimici. Il Segretario Generale dell’ONU ha dichiarato oggi: “La gravità delle recenti accuse richiede un’indagine approfondita che si avvalga di competenze imparziali, indipendenti e professionali. A tale riguardo, ribadisco il mio pieno sostegno all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) e alla sua missione d’inchiesta nell’intraprendere le necessarie indagini su tali accuse.”

Che dice l’OPCW? “Il centro operativo dell’OPCW ha seguito attentamente l’incidente e ha effettuato un’analisi preliminare delle segnalazioni sul presunto uso di armi chimiche subito dopo la loro emissione. La missione d’inchiesta sta raccogliendo ulteriori informazioni da tutte le fonti disponibili per stabilire se siano state utilizzate armi chimiche”. Stanno salendo velocemente su un aereo a controllare? Hanno chiesto al governo siriano il permesso e il governo ha risposto qualcosa? Per ora non ci risulta.

Per finire: da 48 ore il numero di moti del famoso attacco chimico varia da 40 a 100: esiste un rispetto per i morti? I siriani sono morti “un tanto al chilo”?

Ora un esercito che sta vincendo perché dovrebbe fare qualcosa che metterebbe in serio pericolo la sua vittoria? A quale scuola militare hanno studiato i generali di Assad?

Bombardamenti?

Ieri “qualcuno” ha bombardato la celeberrima segretissima base siriana chiamata T4. Chi sia questo qualcuno lo precisa un dispaccio della Sana che cita fonti dell’esercito siriano: F15 israeliani hanno sparato missili dallo spazio aereo libanese. Risultato: morti e feriti.

Israele “non conferma e non smentisce”, secondo una prassi consolidata. Qualche giornale israeliano ha buttato là che erano stati gli USA ma è arrivata una secca smentita. L’ONU fa una inchiesta? Ammonisce qualcuno? Qualche potenza occidentale chiama l’ambasciatore israeliano e gli chiede spiegazioni? Al momento non ci risulta. Risulta invece che le incursioni di vario tipo dell’aviazione israeliana in spazi aerei e territoriali non propri siano un’abitudine consolidata e che, dall’inizio della guerra civile le incursioni sono state un centinaio. Non c’era qualche norma internazionale sull’inviolabilità del territorio nazionale?

Due pesi e due misure

È evidente che nell’area mediorientale ci sono due pesi e due misure, a seconda si parli di Iran e Siria o di Arabia Saudita e Israele. E stiamo parlando di 4 paesi ben distinti, con numerose differenze tra di loro.

Forse ad analizzare la situazione dal punto di vista delle strategie delle multinazionali energetiche e produttrici di armi ci si guadagnerebbe qualcosa: sicuramente tra oleodotti e pozzi di petrolio ci sono in ballo interessi parecchio grossi e, certo, i poveri costruttori di armi per venderle hanno bisogno che qualcuno le usi…

Sia come sia sarà anche ingenuo ma io trovo assolutamente necessario chiedere che si smetta di gettare benzina sul fuoco della “guerra mondiale a pezzi” e che ognuno prenda la propria parte di responsabilità: che l’ONU faccia il lavoro di sanzione e verifica senza guardare in faccia nessuno (una bella inchiesta sui palestinesi con una pallottola israeliana in fronte a Gaza, una sulle violazioni della sovranità nazionale siriana da parte di Israele e Turchia, un’altra sullo Yemen, solo per restare in zona); che i governi facciano azioni diplomatiche e di sanzione di chi non rispetta gli accordi internazionali, che i media la smettano di alimentare notizie senza controllo o di evidente propaganda, che ognuno di noi si mobiliti perché la pace (come primo, minimo, stato di non guerra) sia ristabilita in quella come in numerose altre regioni del mondo. Per il semplice diritto di ogni popolo, e del siriano in particolare, a vivere in pace.

Perché a gettar benzina sul fuoco ci si brucia tutti

Olivier Turquet
Redazione Pressenza

Pena di morte per fermare la droga. Gli Usa come Singapore

pena di morte“Se non usiamo le maniere forti contro i trafficanti, non otterremo niente. E le maniere forti comprendono la pena di morte”. Trump lancia la crociata contro quella che definisce “l’epidemia di oppiacei” proponendo ufficialmente nel suo piano di lotta contro questa emergenza, Stop Opiud Abuse, anche la condanna più dura. “Dobbiamo cambiare le leggi, e stiamo lavorandoci ora”, ha spiegato, smentendo Andrew Bremberg, direttore della politica interna della Casa Bianca, il quale aveva anticipato che non si sarebbe fatto ricorso a nuove leggi ma a quelle già esistenti, che consentono la pena di morte a livello federale per le morti causate da overdose, anche se alcuni esperti la considerano incostituzionale. “Gli Usa devono essere duri contro la droga e la durezza include la pena di morte”, ha ammonito il tycoon, lasciando al dipartimento di Giustizia il compito di indicare i casi per i quali applicare le nuove misure.

L’annuncio fatto lunedì scorso a Manchester, New Hampshire, in uno degli Stati americani più colpiti da questa piaga, in realtà non è una novità assoluta. Già il 26 febbraio, Trump avrebbe espresso la volontà di estendere la pena capitale per i spacciatori di droga, come rivelato da Axios. Volontà poi resa pubblica l’11 marzo quando ha scaldato per la prima volta con questa proposta la folla di un comizio elettorale evocando modelli come Cina e Singapore che, sostiene il presidente americano, hanno meno problemi con la tossicodipendenza per la durezza con cui puniscono gli spacciatori.

Durante e dopo la campagna presidenziale del 2016, del resto, Trump aveva elogiato pubblicamente il presidente filippino Rodrigo Duterte per la sua sanguinosa guerra al narcotraffico, che nel corso degli ultimi anni ha causato migliaia di vittime, pur godendo di un forte sostegno da parte dell’opinione pubblica di quel paese. Anche le drastiche misure in vigore a Singapore contro il traffico di droga sono oggetto di periodiche denunce da parte delle organizzazioni per i diritti umani, secondo cui alle persone accusate di essere trafficanti è negato un processo equo e trasparente. Ed Amnesty International sostiene che gran parte dei condannati a morte per reati di droga sono in realtà piccoli spacciatori costretti a mettersi al servizio dei narcotrafficanti.

Secondo un rapporto dell’organizzazione con sede a Londra, nonostante la riforma introdotte nel 2013, la pena di morte per reati di droga resta una sanzione obbligatoria e il potere di stabilire la vita o la morte di un condannato è lasciato nelle mani del pubblico ministero: se l’imputato fornisce collaborazione alle indagini, ottiene un ‘certificato’ che può evitargli l’impiccagione, altrimenti il giudice sarà tenuto a comminare la pena capitale. Su 51 casi esaminati da Amnesty, in 34 l’imputato è stato condannato a morte perché non aveva ottenuto lo speciale ‘certificato’.

Ma a Trump queste cifre e le preoccupazioni delle organizzazioni interessano poco ed è più incline alle rassicurazioni che gli arrivano dalle autorità della città-Stato. “Quando ho chiesto al primo ministro se avessero un problema con la droga, lui ha risposto: ‘No. Pena di morte'”, ha dichiarato.

Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Iran, Kuwait, Laos, Malesia, Singapore, Sri Lanka, Thailandia e Vietnam: sono alcuni dei paesi che infliggono la pena di morte per reati connessi alla droga. Una ‘non rispettabile’ compagnia, in tema di diritti umani, a cui gli Usa si ritroverebbero accostati. “Non dobbiamo seguire l’esempio di altri paesi, come Singapore, in cui le durissime norme anti-droga non solo non incidono sui danni provocati dalla droga ma violano anche norme e standard del diritto internazionale”, ammonisce Kristina Roth, direttrice del Programma Giustizia penale di Amnesty International Usa.

E proprio da Singapore, qualche giorno fa, è arrivata la notizia della seconda esecuzione del 2018. Hishamrudin Mohd, 56 anni, condannato a morte dall’Alta Corte il 2 febbraio 2016 per traffico di diamorfina, è stato impiccato nel Complesso della Prigione di Changi. Nemmeno una settimana prima, il 9 marzo, era stato messo a morte un cittadino del Ghana, sempre per reati connessi al traffico di droga.

DAESH IN PARLAMENTO

isisi teheranIl Paese degli Ayatollah viene colpito al cuore e in due attacchi in rapida successione in luoghi simbolo dell capitale dell’Iran, il parlamento e il mausoleo dell’imam Khomeini, dai terroristi di matrice jihadista. Per fortuna il terzo attentato è stato sventato. Alcuni terroristi hanno agito vestiti da donne. L’Is ha rivendicato l’attentato tramite la sua agenzia Amaq, secondo cui “combattenti dello Stato islamico hanno attaccato il mausoleo di Khomeini e il parlamento” di Teheran. In un successivo comunicato, Amaq ha precisato che “due martiri hanno fatto detonare le loro cinture esplosive” nella capitale iraniana. Se confermato, nel Paese sciita si apre un nuovo, minaccioso fronte della jihad condotta dal gruppo jihadista sunnita.
Questa mattina prima ci sono stati degli spari ad opera di un commando dell’Is nel Parlamento iraniano, poi un kamikaze si è fatto esplodere, portando alla morte di 8 persone e una ventina di feriti. Quasi contemporaneamente un commando armato di due terroristi porta il terrore tra i visitatori del mausoleo dedicato all’ayatollah Ruhollah Khomeini, nella zona sud di Teheran. Anche qui una sparatoria, poi un terrorista si fa saltare in aria, mentre l’altro sarebbe stato ucciso dalla polizia, dice la tv di Stato Irib. Qui il bilancio, scrive l’agenzia di stampa iraniana Fars, sarebbe di un morto e almeno due feriti.
Per fortuna le forze di sicurezza iraniane sono riuscite a sventare un ulteriore attentato nel Paese, arrestando una “squadra di terroristi”, altri dettagli non sono stati forniti per ragioni di sicurezza. Lo ha riferito il capo del dipartimento antiterrorismo del ministero dell’Intelligence iraniano.
Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, ha riferito che l’attacco ha provocato “danni inferiori a quelli previsti, grazie alle forze di sicurezza dimostratesi pienamente in grado di gestire gli aggressori codardi”. Per Larijani, “l’attacco dimostra che i terroristi hanno l’Iran come obiettivo” perché “il Paese rappresenta un hub attivo ed efficace nella lotta al terrorismo”.
In questo modo il presidente ha ancora dato una risposta chiara e forte alle insinuazioni fatte dal Presidente Donald Trump in Arabia Saudita quando ha incontrato i leader dei principali paesi arabi. Dopo le aperture di Obama, Trump fa una sterzata contraria e lancia un’alleanza nel Golfo che porta all’isolamento di due Stati importanti come il Qatar e l’Iran. All’appello del presidente Usa ad una nuova crociata contro il terrorismo e l’Iran shiita hanno risposto prontamente sei Paesi arabi (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Yemen e Maldive) che hanno subito rotto i rapporti con Doha.
Con l’attacco di oggi viene smentita la linea adottata da Washington, mentre ‘The Donald’ proprio ieri esultava per “l’inizio della fine del terrore”. Nel frattempo il Qatar è completamente isolato, anche economicamente: l’Arabia Saudita ha annullato la licenza di Qatar Airways e chiuso gli uffici della compagnia sul tutto il territorio nazionale. E le autorità filippine hanno vietato ai loro cittadini di lavorare in Qatar, una misura “precauzionale” giustificata con il timore che gli oltre 200 mila filippini che lavorano nell’emirato possano trovarsi a dover fronteggiare problemi come la carenza di generi alimentari.

LONDON CALLING

polizia britannicaDopo il dolore arriva il subbuglio. L’attentato di Londra mette con le spalle al muro non solo il Governo di Sua Maestà, ma l’intero Occidente, sempre più incapace di trovare una soluzione e con i Paesi Arabi che a loro volta non riescono a dialogare tra di loro. Dopo le dure parole di domenica (quell’”enough is enough” che aveva dato il senso dell’esasperazione del clima), Theresa May è tornata a parlare dell’allarme terrore: “L’attacco di sabato sera non era solo contro Londra ma contro il mondo libero” ha detto la premier sottolineando le diverse nazionalità delle persone coinvolte. Il primo ministro ha ribadito che il livello di allerta anti-terrorismo resta “grave”, come aveva già indicato ieri il ministro degli Interni Amber Rudd, e confermato il rafforzamento delle misure di sicurezza sui ponti di Londra con barriere a protezione dei pedoni. La premier si è inoltre detta soddisfatta dell’azione degli agenti armati di Scotland Yard sostenendo lo ‘shoot to kill’, lo ‘sparare per uccidere’ i terroristi adottato: grazie alla tempestività, questo ha permesso di salvare “innumerevoli vite”. La premier britannica ha poi continuato il suo discorso sottolineando che il tempo della comprensione è finito, che è necessario iniziare a lottare per garantire i diritti, le libertà e i valori del popolo inglese: “I nostri valori sono superiori a quelli offerti dai predicatori d’odio” e per garantirli, ha annunciato, è pronta a dare maggiore potere alle polizie e a inasprire i controlli sui reati legati al terrorismo.
Sembra però che queste misure servano più che altro a garantire il Governo dei conservatori spaventati dalle imminenti elezioni di questo giovedì. Secondo i sondaggisti, i conservatori di May erano a 330 seggi quando sono state indette le elezioni anticipate ad aprile, sabato scorso, invece secondo YouGov i conservatori erano a 308 seggi. Il primo ministro britannico Theresa May potrebbe ottenere 305 seggi in parlamento nelle elezioni di giovedì, 21 in meno rispetto alla maggioranza di 326, secondo una proiezione della società di sondaggi YouGov. Ad oggi i laburisti potrebbero ottenere 268 seggi contro i 261 delle proiezioni di sabato. La scorsa settimana, un altro sondaggio di Lord Ashcroft Polls dava ai conservatori la maggioranza.
Lo scenario sembra essersi catapultato tutta sulla sfera politica, tanto che il leader laburista Jeremy Corbyn controreplica alla premier Tory, Theresa May, nella polemica sulla sicurezza nazionale innescata dall’attacco terroristico di sabato a Londra e ne invoca apertamente le dimissioni da capo del governo: ancor prima delle elezioni di giovedì 8. May – ha tuonato Corbyn – dovrebbe “dimettersi per aver presieduto ai tagli” imposti alle forze di polizia mentre era ministro dell’Interno. È un’opinione – ha insistito – condivisa da “persone molto responsabili” che sono “molto preoccupate”.
Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, dopo aver visitato i luoghi dell’attacco terroristico di sabato sera con la comandante di Scotland Yard, Cressida Dick ha infatti fatto sapere: “Riceviamo la metà dei fondi alla polizia che ci spettano, 170 milioni di sterline contro 370” e ha aggiunto: “Negli ultimi sette anni abbiamo dovuto chiudere delle stazioni di polizia e abbiamo perso migliaia di agenti”.
Nel frattempo anche da parte americana si pensa a misure restrittive alla tolleranza. Già la settimana scorsa la squadra legale di Trump ha chiesto alla Corte Suprema, che raramente si pronuncia d’urgenza, di consentire l’entrata in vigore immediata del controverso ordine esecutivo del 6 marzo, bloccato da alcuni tribunali, che impedisce ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana l’ingresso negli Stati Uniti. Il presidente Usa Donald Trump oggi ha chiesto alla sua amministrazione una versione più rigida del discusso divieto di ingresso ai cittadini di sei Paesi islamici, dopo l’attacco a Londra nel fine settimana, e ha invitato la Corte Suprema a pronunciarsi rapidamente sulla questione.
“Il Dipartimento della Giustizia avrebbe dovuto sostenere il divieto di viaggio originale, non la versione annacquata, politicamente corretta sottoposta alla Corte Suprema”, ha scritto Trump in una serie di tweet sull’argomento stamattina presto. “Il Dipartimento della Giustizia dovrebbe chiedere un’udienza rapida sull’annacquato divieto di viaggio davanti alla Corte Suprema, e cercare una versione molto più severa!”, ha twittato Trump, che in qualità di presidente sovrintende il dipartimento.
L’eco di Trump è arrivato nei Paesi del Golfo dopo l’appello del presidente degli Stati Uniti rivolto ai Paesi musulmani di combattere il terrorismo: Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno rotto le relazioni diplomatiche con il Qatar con una mossa coordinata, che non ha precedenti fra i principali esponenti del consiglio di cooperazione del Golfo. I tre Stati del Golfo hanno annunciato la chiusura dei trasporti con il Qatar e hanno dato due settimane di tempo ai turisti del Qatar e ai residenti per lasciare il Paese. Il Qatar è stato anche espulso dalla coalizione a guida saudita che combatte nello Yemen. Le accuse contro lo Stato sono quelle di sostenere organizzazioni terroristiche e di interferenze negli affari interni del confinante Bahrain. A questi quattro Paesi si sono uniti, poi nel giro di poche ore, anche Yemen e Maldive. Il terremoto diplomatico registrato nella ricca zona del Golfo è destinato a rimescolare le carte delle alleanza in tutto il Medio Oriente: dalla Libia ai Territori palestinesi, dallo Yemen all’Iraq per non parlare della Siria e il Libano. Per molti analisti arabi sullo sfondo della crisi dietro la mossa di Riad c’è una precisa strategia in funzione anti-Iran. Non è un caso infatti che il Kuwait ed il Sultanato di Oman, entrambi membri del Consiglio di Cooperazione dei Paesi del Golfo ed entrambi favorevoli ad un dialogo con Teheran, non hanno aderito alla decisione di rompere con il Qatar. Nel frattempo il Qatar esprime rammarico per questa decisione di rompere i legami diplomatici. “Le misure sono ingiustificate e basate su accuse che non hanno base nei fatti”, dice la Tv Al Jazeera che cita le dichiarazioni del ministro degli Esteri. Il Qatar ha aggiunto che le decisioni prese non “avranno effetti sulla vita normale di cittadini e residenti”.

Declich. Crisi mediorientale e rebus saudita

Saudi_women-372x221Quando l’immaginario collettivo si volge a riflettere sul Medio Oriente è impossibile che possa evitare di considerare il peso e il ruolo giocato in quello scacchiere dall’Arabia Saudita; ovvero, da uno Stato nato e costruito, prescindendo dalle “intrusioni” interessate dei Paesi colonialisti occidentali, sulla base di un’interpretazione “radicale e conservatrice” della religione islamica. Secondo Lorenzo Declich, docente di Storia dell’Islam (“Un imperialismo minore: la paradossale parabola dell’Arabia Saudita”, in Limes n. 3/2017), nella costruzione dello Stato saudita, un ruolo fondamentale lo avrebbe anche avuto “il fattore etno-linguistico-tribale trasfigurato in un’identità nazionale non priva di derive nazionaliste”.
Fino al 1992, l’Arabia Saudita fino al 1992 non aveva una Costituzione; essa si identificava nel re, mentre la gestione amministrativa era affidata innanzitutto agli “ulama”, ossia ai dotti nelle scienze religiose, appartenenti al movimento di riforma religiosa wahhabita, sviluppatosi in seno alla comunità islamica sunnita nel corso del XVIII secolo e fondato da Muḥammad ibn ‘Abd al-Wahhāb. Il 1992 ha contrassegnato un momento storico importante per il Regno, maturato nel 1990 dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. A seguito dell’iniziativa di quest’ultimo, sul territorio saudita erano giunti consistenti contingenti di truppe americane, britanniche e francesi, la cui presenza era valsa a ferire “le frange più conservatrici dell’opinione pubblica saudita” (compreso Osama Bin Laden), che consideravano il proprio re come custode dei luoghi santi (La Mecca e Medina) e il territorio del proprio Paese come un “luogo intoccabile” dagli infedeli. Di fronte alla reazione dell’opinione pubblica conservatrice e al nuovo quadro creatosi con l’iniziativa di Saddam Hussein, la struttura statuale tradizionale saudita ha messo in evidenza il limite della sua impossibilità ad avvalersi delle relazioni internazionali, anche quando l’autonomia e la sicurezza del Regno fosse stata messa in pericolo.
Per rimuovere tale limite, nel 1992, re Fahd ha emanato una “legge fondamentale” che prefigura il sistema basilare di governo del Regno, come risulta dal sui primo articolo che recita: “Il Regno arabo saudita è uno Stato arabo islamico, sovrano, di religione islamica, la cui costituzione è il Libro di Dio Altissimo e la Sunna del suo Inviato, che la benedizione e la pace di Dio siano su di lui. La sua lingua è l’arabo e la sua capitale Riyad”.
In questo articolo – afferma Declich – “è sintetizzata la storia dell’Arabia Saudita e tutte le sue contraddizioni”. Esso afferma l’esistenza di una monarchia assoluta, la cui legittimazione deriva dal Corano e dalla Sunna, uno dei testi di riferimento del pensiero giuridico, etico e sociale che costituisce il codice di comportamento dell’intera comunità. Gli articoli della legge fondamentale successivi al primo completano il quadro istituzionale del Regno; essi regolano il “contratto di sudditanza”, nel senso che a fronte del giuramento dei cittadini d’essere fedeli al monarca, si contrappone il giuramento del monarca di farsi garante del canone religioso. La legge fondamentale non stabilisce, però, in che senso lo Stato è islamico, per cui l’Islam dell’Arabia Saudita è quello del re, il quale, storicamente, a parere di Declich, ha legato le sue fortune politiche alla nascita del movimento religioso wahhabita, ovvero al momento in cui, nel 1744, il movimento religioso è divenuto anche politico, allorché Muḥammad ibn ‘Abd al-Wahhāb e Muḥammad ibn Sa’ūd si sono alleati, “per formare il primo nucleo di potere attorno al quale, quasi due secoli dopo, è nato [nel 1932] l’attuale Regno dell’Arabia Saudita”.
Lungo tutto il processo di formazione del Regno, però, il movimento wahhabita è stato considerato eretico dai sunniti, perché ha sorretto e legittimato un’istanza tribale-religiosa a “vocazione egemonica” della tribù del fondatore della Dinastia saudita; questi, muovendo dalla regione Najd dell’Arabia centrale, usando principalmente – a parere di Declich – lo strumento della razzia, ha conquistato tutti gli altri territori dell’attuale Arabia Saudita. Qusto processo avrà termine nel 1932, con la proclamazione – afferma Declich – del Regno dell’Arabia Saudita e il passaggio da “un dominio di tipo locale [….] a una dimensione effettivamente nazionale”; perciò, a parere del docente di Storia dell’Islam, ad affermarsi con la costituzione del Regno nel 1932, non è stato l’elemento religioso, ma quello nazionale. La legge fondamentale del 1992 è quindi lo “specchio” di tutto il lungo processo costitutivo del Regno saudita.
Nella legge fondamentale, il wahhabismo si connota come un elemento fondativo del Regno; esso però è anche un suo elemento di fragilità: sia perché il riferimento alla religione non consente il superamento del vizio originario dello Stato Saudita, espresso dal fatto d’essere nato da una vocazione egemonica di una tribù di un dato territorio, fatta valere con la forza e la razzia; sia perché il wahhabismo, la religione del re, è elemento che divide i sudditi del Regno, la cui unione richiede che essi siano motivati dall’idea di essere “sauditi”. Non casualmente, perciò, in un momento di crisi dell’intera area mediorientale e di pericolo per quegli Stati che, come l’Arabia Saudita, soffrono dei motivi di divisione interna dovuti al loro processo di formazione, il Regno di re Salman è stato spinto ad istituire un grande Ministero dell’Educazione, al fine di promuovere l’approfondimento dell’identità nazionale dei sauditi.
Nel 2016, il vice principe ereditario Mohammad bin Salmān Āl Sa’ud ha presentato il piano “Vision 2030”, che prevede riforme miranti a modernizzare l’economia e la società del Regno; l’intento del piano è quello di rivoluzionare il modello tradizionale dell’economia del Paese, perché si emancipi completamente dal petrolio come fonte di crescita e sviluppo, trasformando così, nella previsione di un futuro esaurimento dei pozzi, la “rendita petrolifera” in “rendita patrimoniale”. Descritto da molti osservatori delle cose mediorientali come la maggior riforma del Regno, vengono tuttavia avanzati seri dubbi sulla possibilità che il piano possa decollare e cambiare il prevalente ethos sociale dell’Arabia Saudita. Ciò è riconducibile in sostanza alla storia di questo Stato, vissuta dopo la proclamazione del Regno nel 1932, e caratterizzata dalla crescente influenza esercitata dagli Stati Uniti sulla politica interna, a scapito delle vecchie potenze coloniali, quali l’Inghilterra e la Francia.
A un anno dalla proclamazione del Regno, il re ‘Abd al-‘Azīz ibn ‘Abd al-Rahmān b. Faysal Al Sa’ ūd, primo sovrano, ha accordato alla Standard Oil Company of California (Socal) una concessione sessantennale per l’esplorazione e lo sfruttamento del petrolio in una provincia dello Stato. Negli anni Trenta sono stati scoperti i primi pozzi e sono iniziate le prime esportazioni di petrolio; nel 1944, la California-Arabian Standard Oil Company, sussidiaria della Socal, è diventata l’Arabian-American Oil Company (Aramco), la quale, nel 1950, è stata costretta dal sovrano saudita a dividere i profitti al 50%. Dopo la nascita dell’Opec, nell’arco temporale 1960-1980, segnato dalla sganciamento del dollaro dall’oro, dalla fine dei cambi fissi, dalla guerra del Kippur e dalla crisi petrolifera mondiale, i sauditi hanno acquisito definitivamente l’Aramco, trasformata nel 1988 nella Saudi Arabian Oil Compact (Saudi Arammo).
Lo sviluppo storico-economico che ha avuto inizio con la nascita dell’economia petrolifera della quale l’Arabia Saudita è stata beneficiaria – afferma Declich – è stato il “flusso di cassa” che il re e la sua corte si sono trovati a dover gestire. Nei primi decenni, il Regno ha disposto di un’enorme quantità di denaro, “dilapidata” in forme di consumo vistoso e di prestigio; in seguito, gli enormi surplus commerciali sauditi, espressi in dollari, sono divenuti un “fattore strutturale” di un’economia mondiale dominata dai mercati finanziari, di cui l’Arabia Saudita ha colto i frutti, allargando la sua ricchezza patrimoniale in gran parte del mondo economico occidentale e promuovendo al proprio interno una “globalizzata” classe di operatori presenti nei comparti del commercio e delle costruzioni. In questo contesto, uno degli esiti del processo storico-economico, iniziato con la crescente affermazione dell’importanza della risorsa petrolifera, è stata la percezione, da parte del reame, della necessità di potenziare, a propria tutela, l’elemento nazionale; soprattutto in un momento come quello attuale, in cui le ambizioni geopolitiche di molti Stati mediorientali e la rivalità dell’Iran rappresentano una seria minaccia per la sopravvivenza del Regno saudita.
Il vizio genetico costitutivo, espresso dal fatto che il Regno sia nato da una vocazione egemonica di una tribù, fatta valere con la forza e la razzia e col supporto della confessione islamica, secondo l’interpretazione del movimento wahhabita, non da tutti i sunniti condivisa, è la fonte di debolezza della politica saudita volta a potenziare l’elemento nazionale; il vizio genetico, perciò, è anche la causa del perché, malgrado le dichiarazioni ufficiali, non sia credibile l’impegno dell’Arabia Saudita a risolvere la complessa situazione mediorientale.
Infatti, malgrado l’adozione dell’ambizioso piano “Vision 2030”, la sua attuazione non può non scontare la realtà prevalente. Secondo molti osservatori perché il piano abbia qualche possibilità di successo e possano essere realizzate le profonde trasformazioni economiche e sociali previste, in modo efficiente e in tempi realistici, dovrebbe essere rinegoziato il “contratto di sudditanza”; ma questo, come è facile prevedere, non mancherebbe di provocare contrapposizioni tra le varie scuole interpretative dell’Islam, con conseguenze che si tradurrebbero nella difficoltà di attuare il piano riformatore, attraverso una chiara “strategia comunicativa”, soprattutto verso gli stranieri, onde rimuovere il pregiudizio che li espone, in quanto infedeli, al rischio d’essere accusati di violare la sacralità del suolo islamico.
In particolare, l’attuazione di “Vision 2030” richiederebbe la soluzione di due macroproblemi creatisi nel tempo con la gestione dell’economia del petrolio: il primo è costituito dal fatto che, nella conduzione della propria attività di sfruttamento della risorsa petrolifera, l’Aramco ha per lo più utilizzato tecnici stranieri, la cui presenza ha impedito la formazione di tecnici locali; il secondo macroproblema, connesso al precedente, è invece rappresentato dal fatto che, per la formazione del personale qualificato indigeno, il governo saudita dovrà promuovere la formazione professionale in ambiti scientifici e tecnologici, con inevitabili difficoltà, per via del fatto che l’istruzione è profondamente influenzata dai movimenti religiosi.
In conclusione, sarà vero che, come afferma Declich, con la costituzione del Regno saudita nel 1932, a prevalere sull’elemento religioso sia stato quello nazionale; però, non è meno vero che l’elemento religioso continui a rendere opaca la politica dello Stato saudita: non solo perché ritarda e ostacola l’attuazione di qualsiasi piano volto alla sua modernizzazione, ma anche, e soprattutto, perché l’Arabia Saudita non riesce ad affrancarsi dal sospetto che la sua politica, anziché essere orientata a sconfiggere le forze che destabilizzano il Medio Oriente, fondi sull’elemento religioso, più che su quello nazionale, le necessarie motivazioni geopolitiche per aspirare a divenire una potenza regionale.

Gianfranco Sabattini

Israele, detenuti palestinesi
in sciopero della fame

israele-prigionieri-palestinesi“Chiediamo di intervenire presso il Governo israeliano affinché venga incontro alle richieste dei detenuti palestinesi, in sciopero della fame dal 23 aprile per protestare sulla situazione delle carceri israeliane”. Lo hanno chiesto in una lettera inviata all’ambasciatore israeliano a Roma Ofer Sachs, Pia Locatelli, presidente del Comitato Diritti umani della Camera. E Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani del Senato.

“Le richieste avanzate da circa il 30% dei detenuti palestinesi riguardano la regolarità, la durata e l’aumento dei permessi di visita dei famigliari. Ci è stato riferito – aggiungono i due parlamentari nella lettera – che in seguito a quest’azione di protesta non violenta sono state messe in atto una seria di azioni punitive che comprendono un inasprimento delle condizioni di isolamento, il divieto di incontrare i propri avvocati e perfino il sequestro del sale”.

Immediata la replica dell’ambasciatore Sachs che nella sua risposta nega categoricamente qualsiasi violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti palestinesi e respinge tutte le accuse. Eppure è proprio un israeliano a dargli torto: lo scrittore Abraham Yehoshua in un’intervista a “ il Fatto quotidiano” afferma che i detenuti palestinesi hanno ragione a scioperare perché sono discriminati e chiedono di poter godere degli stessi diritti di tutti gli altri carcerati, che sono peraltro i diritti sanciti da tutte le Convenzioni per i diritti umani. Israele, se vuole ancora definirsi una democrazia, glieli deve dare. È loro diritto”

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua nell’intervista al “Fatto Quotidiano” ha parlato anche di Trump e attaccato le posizioni del presidente Usa. Trump, dice, fa ironia sui militanti dell’Isis chiamandoli “losers” (perdenti, sfigati) ma “vende armi” a chi da sempre li foraggia e sostiene, ovvero l’Arabia Saudita. “L’accordo raggiunto tra Usa e Arabia Saudita non ha nulla a che vedere con il tentativo di sradicare i terroristi islamici e la lotta al jihad. E nemmeno è finalizzato a migliorare i rapporti tra il mondo arabo sunnita e noi ebrei israeliani – dice Yehoshua – Si tratta esclusivamente di un accordo commerciale basato sulla vendita di armi, che ancora, purtroppo, è il motore dell’economia. Invece di incoraggiare e apprezzare la scelta fatta dagli iraniani votando il moderato Rouhani, Trump non si è fatto scrupolo a vendere armi a una nazione che ha sostenuto e foraggiato proprio al Qaeda e l’Isis”.

Quanto al conflitto israelo-palestinese, lo scrittore è anche più duro: “Voglio essere chiaro: il signor Trump non ha il profilo morale, l’intelligenza, la cultura, la sensibilità per risolvere alcunché, tantomeno una questione tremendamente complessa come quella israelo-palestinese. Questo signore conosce solo il linguaggio volgare e arrogante dei soldi e della peggior tv. Come ha fatto, appunto, parlando di Manchester. “Trump – prosegue – non è interessato alla pace tra israeliani e palestinesi, come non è interessato il suo amico di famiglia Netanyahu. Entrambi vogliono mantenere lo status quo, quello che dicono e fanno in pubblico è solo una farsa. La verità è che entrambi non vogliono la nascita di uno Stato palestinese mentre vogliono continuare la politica rovinosa dell’appoggio alle colonie nei Territori palestinesi occupati”. Peccato, aggiunge, che anche da parte palestinese non sia venuta una chiara presa di posizione. “Il presidente dell’Anp è stato (Abu Mazen) troppo passivo, troppo cauto. La situazione richiede una posizione più decisa”.

Libia. L’Italia passa in secondo piano per la Russia

russia_putin_libia.jpg--La crisi libica a distanza di sei anni è ancora punto e a capo, ma stavolta a dirigere i piani potrebbe essere il Cremlino. Ieri un “convoglio” di auto del premier libico Fayez Al Sarraj è rimasto coinvolto in una sparatoria a Tripoli che ha causato il ferimento di due guardie del corpo. Poche ore prima di finire sotto il fuoco dei miliziani probabilmente fedeli a Ghwell, però Al Serraj aveva preso pubblicamente atto dell’impossibilità di arrivare a un accordo con il generale Haftar in un’intervista alla Reuters, nella quale ha ammesso il sostanziale fallimento dei colloqui del Cairo. Nella capitale egiziana, ha affermato, “non si è raggiunto un accordo perché sfortunatamente l’altra parte in causa (il generale Haftar, ndr) rifiuta ostinatamente il dialogo”. Per questo motivo, secondo Al Serraj sarebbe auspicabile un intervento della Russia nelle vicende libiche e, in particolare, sarebbe utile che Mosca fungesse da intermediaria tra lui e Haftar prendendo direttamente in mano le redini del processo di pace.
La Russia plaude e si rimette in prima linea. Mosca non ha mai nascosto né le sue intenzioni in Medioriente, né le sue mire per quanto riguarda i giacimenti petroliferi. Il gigante russo del petrolio Rosneft e l’ente petrolifero libico National Oil Corporation (Noc) hanno siglato un accordo di cooperazione che “getta le basi per gli investimenti della Rosneft nel settore petrolifero libico”: lo scrive oggi la Tass citando la società libica. L’intesa è stata firmata ieri dal presidente di Noc Mustafa Sanalla e da quello di Rosneft Igor Sechin a margine della Settimana internazionale del petrolio a Londra.
La notizia ha lasciato l’Italia con l’amaro in bocca, ma Roma ha voluto comunque ribadire la sua vicinanza e supporto a Tripoli. “La Libia è la nostra priorità”. Lo ha ribadito il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, in una conferenza stampa alla Farnesina con il collega saudita Adel Al Jubeir. Sulla questione libica, ha aggiunto Alfano, “abbiamo condiviso visioni, rapporti e abbiamo anche valutato quanto sia importante questa nostra collaborazione” con l’Arabia Saudita. Proprio l’Arabia Saudita è sempre più irritata dall’espansione russa sul greggio: Mosca torna sul podio dei produttori mondiali di petrolio, un titolo che viene strappato all’Arabia Saudita.
Tornando alla Libia, poche ore fa il capo di Stato maggiore, generale Claudio Graziano, ha elogiato le missioni all’estero dell’Italia e per quanto riguarda la Libia “a terra siamo impegnati con circa 300 uomini, è un messaggio di sostegno alla Libia, e quindi contribuisce alla stabilità del Paese. E, indirettamente, aiuta anche nella lotta contro il terrorismo”. E per quanto riguarda invece lo schieramento di un contingente sul territorio ha affermato: “Noi siamo pronti ma la precondizione è la richiesta libica. La Libia è una priorità dell’Italia”.
Ma il Governo di Accordo Nazionale libico sembra voler chiedere di più e intanto ha iniziato a volgere lo sguardo verso la protezione di Mosca. Anche perché crescono i timori per le mire dei Paesi confinanti.
Ieri a Tunisi i ministri degli esteri di Tunisia, Algeria ed Egitto si sono incontrati per fare il punto sui risultati raggiunti e i contatti stabiliti dai tre Paesi con le parti libiche. Il meeting di Tunisi conferma che l’Egitto, che non ha mai nascosto il suo appoggio ad Haftar, ambisce ad assumere un ruolo guida nella soluzione dei problemi del Paese confinante prima che uno stato di guerra civile permanente minacci di diffondere le sue tossine politiche e religiose in tutto lo scacchiere nordafricano.

Sanità chiave della cooperazione con l’Africa

Medici-sanitàLa sanità si conferma sempre più come uno dei terreni fondamentali su cui sviluppare una costruttiva cooperazione col Terzo Mondo, abbattendo muri e barriere vari; e assorbendo buona parte dell’offerta di lavoro espressa dai nostri operatori sanitari. Poco dopo il sit-in di protesta organizzato il 17 novembre, a Montecitorio, dai medici dipendenti del Servizio sanitario pubblico e da giovani medici in genere, da settimane in stato di agitazione perché, secondo CIMO, ANAAO, CGIL e CISL medici, «maltrattati sul piano economico per le scarse risorse destinate ad assunzioni e rinnovo contrattuale», l’ AMSI, Associazione Medici d’ Origine Straniera in Italia, il movimento internazionale “Uniti per Unire” e l’UMEM, Unione Medica Euromediterranea, trasmettono, attraverso la voce del presidente, Foad Aodi, la richiesta di personale medico giunta ad AMSI dall’Arabia Saudita: “Divulghiamo la proposta avanzata dal delegato Amsi in Arabia Saudita,  in collaborazione col Ministero della Salute saudita; in questo Paese servono medici specialisti in cardiochirurgia e neurochirurgia con cittadinanza italiana, d’ origine italiana o straniera.

Ci rivolgiamo dunque a questi specialisti, italiani o d’origine straniera, provvisti di passaporto italiano, che parlino arabo o inglese, disposti a trasferirsi nella regione dell’Arabia Saudita ai confini con la Giordania, con un compenso pari circa a 12.000 Euro mensili, spese escluse”.  Tutti gli interessati potranno inviare il loro curriculum vitae all’ e-mail di riferimento del Movimento Uniti per Unire: unitiperunire@hotmail.com. Una commissione congiunta Amsi-Uniti per Unire coordinata da Aodi, in collaborazione coi rappresentanti del Ministero della Salute saudita, analizzerà le domande pervenute e svolgerà colloqui personali coi medici candidati.
Quanto alle proteste dei medici italiani (che minacciano , per il 28 novembre, una giornata nazionale di sciopero , a meno dell’ accoglimento, entro l’approvazione della legge di stabilità, prevista per il 24, delle richieste presentate al ministro della Salute, Lorenzin),  Amsi e Uniti per Unire si dimostrano solidali. Auspicando, come dichiara Aodi, “una tempestiva soluzione dei problemi legati anzitutto alla precarietà del lavoro di medici e operatori sanitari in Italia, al loro aggiornamento professionale col sistema dei crediti Ecm  e alla spinosa questione della medicina difensiva” (intendendo, con questo termine, il “campo minato” delle possibili azioni giudiziarie di pazienti e loro familiari contro medici ritenuti colpevoli di danni alla loro salute, e delle logiche forme di autotutela da parte dei dottori, N.d.R.). A tal proposito, l’Amsi lancia l’appello “#Uniticontroilprecariato” e “#Unitiperildirittoallasalute”, rivolto a tutti i professionisti  della salute: perché “Il SSN – dichiara Aodi – deve essere migliorato per il bene di tutti i cittadini del mondo, intensificando la collaborazione e lo scambio dei medici e degli operatori sanitari, chiave  della cooperazione internazionale  tra l’Italia e i Paesi Euromediterranei e Africani. Il gran numero dei professionisti della Sanità d’ origine straniera  arrivati in Italia  gli scorsi anni  è in diminuzione, negli ultimi 3 anni, ed è cambiata anche la loro tipologia: si tratta, infatti, nella maggioranza dei casi, dei  figli delle rivoluzioni post-primavere arabe, che sostituiscono i professionisti, provenienti dai Paesi dell’Est, della generazione prima, quella arrivata in Italia in seguito alla caduta del muro di Berlino”.