Assisi, “Tota Pulchra” per la Giornata dell’arte

assisi“Assisi per i giovani 2018. Arte, cultura e sport”. Questo il tema dell’evento che si terrà sabato 4 agosto, dalle ore 11, presso la Sala della Conciliazione all’interno dello storico Palazzo del Comune di Assisi. L’ evento anticipa la XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi che si terrà, sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», a ottobre prossimo: come stabilito dal Pontefice nella recente Assemblea sinodale sulla famiglia, e secondo i contenuti dell’Esortazione Apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia”.Il tutto rientra, osserviamo, nella speciale attenzione di Papa Francesco I per un mondo giovanile che, in un contesto internazionale sempre piu’ difficile, ha bisogno di recuperare un’identità religiosa, e culturale, ispirata anzitutto ai valori della solidarietà e del senso di comunità: la sola che possa aiutarli nel cammino di conoscenza di sé e verso la realizzazione della propria vocazione personale nella Chiesa e nel mondo.
L’evento culturale di Assisi è promosso e organizzato dall’ Associazione di promozione sociale “Tota Pulchra” ( che, nata da pochi anni, vuole anzitutto promuovere la cultura dell’ arte come mezzo di miglioramento della società, e dar modo a nuovi talenti d’esprimersi): con la collaborazione del Comune di Assisi, da sempre impegnato in iniziative di dialogo interreligioso e interculturale . Altre importanti realtà associative che daranno il loro contributo sono “Fare Ambiente. Movimento Ecologista Europeo”, presente con la partecipazione del Presidente Vincenzo Pepe, e “Ars Illuminandi”, rappresentata dal Presidente Pasquale Giannoni. A seguire, interverranno gli artisti presenti, tra cui Francesca Capitini ( pronipote del mitico Aldo, l’antifascista nonviolento amico di Carlo Rosselli e del Mahatma Gandhi, e inventore delle Marce per la pace Perugia -Assisi) e Alan Pascuzzi, scultore italo-americano.
Tota Pulchra è stata l’unica associazione nazionale a raccogliere l’invito di papa Francesco: che, ad agosto dell’anno scorso, ha lanciato un appello agli artisti affinché, attraverso il loro ingegno creativo, la società si riappropri di quell’identità perduta nel flusso incessante d’ un’epoca contraddistinta dall’assenza di valori; e che, inesorabilmente, ha perso il rapporto originario con la bellezza del creato. L’idea della “Giornata mondiale sull’Arte dello scarto e degli scartati”, secondo le indicazioni di Mons. Jean Marie Gervais, presidente di Tota Pulchra, in linea col desiderio espresso dal Santo Padre (centrale, nel pensiero di Papa Francesco, è il rifiuto della “cultura dello scarto”, di quel consumismo frenetico che inquina persino i rapporti interpersonali, e, a livello planetario, finisce col farsi alibi per le peggiori ingiustizie sociali e ambientali) nasce per dar vita, gradualmente, a un secondo Rinascimento. Un Rinascimento dell’arte e e della cultura che non scarti nulla, che si ricolleghi idealmente al Primo e sappia mettere a confronto tutta l’umanità “in un dialogo aperto e spontaneo tra passato e presente, creando una nuova forma di bello proiettata verso un futuro di libertà espressiva che appartiene a tutti”. Proprio la città di Assisi, madrina della manifestazione per il secondo anno di fila, rappresenta il viatico di questo rinnovato rapporto tra arte, bellezza e fede cristiana.
Da ricordare che Mons. Jean Marie Gervais, insieme al giornalista Alessandro Notarnicola, ha pubblicato il volume Benedetto XVI. L’arte è una porta verso l’infinito. Teologia Estetica per un Nuovo Rinascimento, edito da Fabrizio Fabbri. Il libro raccoglie la concezione artistica del “Pontefice emerito”, Benedetto XVI, sin dai tempi in cui era cardinale. Inoltre, per il secondo anno consecutivo, l’evento vedrà la partecipazione anche della giornalista Tiziana Lupi, che, insieme a Papa Francesco, ha scritto l’ altro libro-documentario sull’arte Papa Francesco. La mia idea di arte (ed. Mondadori – Musei Vaticani). Libro in cui Papa Bergoglio esprime chiaramente il suo punto di vista su ciò che deve essere l’arte: testimone credibile della bellezza del Creato, strumento di evangelizzazione e di contrasto della cultura dello scarto.

Fabrizio Federici

L’acqua
e le sue declinazioni
nell’arte di Paola Casalino

Dare alla luceAcqua. Che culla l’umanità, che nutre i visceri della Terra. Che accoglie, protegge, disseta. E al tempo stesso distrugge, sprovvista di pietà. Con la stessa forza, con la stessa incontenibile energia E’ intuitiva e passionale, ma non priva di una profonda riflessione sui nostri tempi, l’ispirazione che ha dato vita alla personale di Paola Casalino in programma alla Città dell’Altra Economia, a Testaccio, dal 19 al 26 maggio 2016.

Lo sguardo dell’artista si trasforma in colore, senza fratture. L’emozione diviene gestualità improvvisa, incessante, prorompente. L’olio denso sulla tela contamina il bianco, colmo di inappropriata purezza: non può tacere, non può nascondersi. acquaE’ il respiro che manca, soffocato dal mare nemico, mentre si fugge dalla propria casa e da una guerra non scelta, non capita, non veramente combattuta. E’ il calore, spoglio, che segna il viso e l’anima. Acqua. Che uccide, che si nega. Che sorprende nel sonno con la sua disperata devastazione. Ma anche che chiede aiuto, dagli abissi. Inascoltata dall’uomo che non riesce e non vuole e non sa più ascoltare. Il blu si fonde con il nero, si perde in un rosso inatteso. Ed ecco il liquido della nascita ridare senso al dolore, custodendo in silenzio ciò che ci sfugge.

L’eternità?

Regina Picozzi

“Acqua”

Città dell’Altra Economia – Largo Don Frisullo, Roma

Vernissage – giovedì 19 maggio . dalle 18.30 alle 23

I pittori socialisti: innovatori del linguaggio politico del Novecento

Filatrice addormentata

“Filatrice addormentata” di Gustave Coubert

“Vi dico la verità: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli” sembra difficile che questa frase di San Matteo sia stata affiancata dall’icona di Gesù su un manifesto socialista. Era il 1953 e in Italia i manifesti elettorali sposavano la nuova fase istituzionale democratica attraverso frasi ad effetto molto lontane dall’attuale linguaggio politico. Il Psi in particolare, abbandonata l’immagine di Garibaldi degli ultimi anni 40’, si rifaceva alla tradizione cristiana. E fu uno dei primi partiti, insieme a quello repubblicano, a servirsi di “specialisti” di settore non solo per le campagna elettorali, ma anche per “rinvigorire” l’appeal del partito anche fuori dalla competizione delle urne.

Bisogna aspettare gli anni 80’ per vedere sui manifesti i volti dei politici, segno della prima personalizzazione – tenuta lontana dalla fase repubblicana – della politica, seguendo il trend anglosassone. Con la televisione e l’avvento del web a fasi alterne, il manifesto ha perso la sua potenza espressiva al punto che uno studio accademico francese lo piazza all’ultimo posto come strumento di consenso. Eppure, ben prima della parentesi fascista, ben prima dei manifesti e dei volantini aziendali, i primissimi volantini automobilistici della ‘Ford Company’, vi era solo l’arte a fare cultura. E dalla cultura alla politica, nella sua estemporanea rappresentazione, il passo fu breve.

In Francia, negli anni della pubblicazione del ‘Manifesto Comunista’, una corrente di artisti si faceva largo prepotentemente con il nome di “realisti”. Scaturiti dal terremoto della rivoluzione del 1848, essi si ponevano l’ambizioso obiettivo di superare gli steccati accademici e intellettuali del romanticismo, per “fotografare” la realtà. Un esempio di “manifesto socialista” fu il “Funerale a Omans” di Gustave Courbet, che riprendeva la scena di un funerale con tutti i personaggi del posto, dal parroco ai cittadini, in una scena talmente “ordinaria” per l’epoca, da essere censurata dal Salone di Parigi con l’accusa di volgarità. Nel 1851 Courbet dirà di essere “non solo un socialista, ma un democratico e repubblicano: in una parola, partigiano di tutta un’intera rivoluzione, e soprattutto realista, cioè amico sincero della vera verità”. Per Courbet il “presente” doveva essere l’unica cosa che valeva la pena di dipingere, come oggi farebbe un fotografo, o un grafico di locandine politiche, come dimostrano gli altri suoi lavori che raffigurano il lavoro svolto dai popolani.

Nella “Filatrice addormentata” del 1853, il pittore francese raffigurò una donna – probabilmente sua sorella – sfiancata dal lavoro all’arcolaio, addormentatasi con ancora in mano il filo. Con meno “protesta” intrinseca, il suo contemporaneo, Jean-Francois Millet, dipingeva negli stessi anni, lavoratori campestri anch’essi sfiniti, ma con la sensibilità diversa verso la dedizione quasi religiosa di questi. Un altro artista fu Honorè Daumier, famoso per il suo “Vagone di terza classe” esposto al National Gallery of Canada. Per questi artisti il realismo si traduceva nella raffigurazione della fatica, della povertà del presente che li circondava, nelle contraddizioni della società che andava cambiando. Questi furono sicuramente i primi socialisti “espressivi” antenati di quei professionisti che, dal secondo dopoguerra fino alla Seconda Repubblica, raccontarono le trame della realtà nei ceti più bassi, al fine di denunciarne la povertà e il disagio sociale. Forse è anche per questo che Gesù finì in quel manifesto elettorale del Psi. Ma i realisti non si spinsero mai nell’arena politica, già abbastanza confusa in quegli anni prematuri, eppure affermare che ispirarono non poco il linguaggio politico del 900’, non è così azzardato.

Santi Cautela 

Lanciata l’idea
degli “Stati generali
dell’arte contemporea”

Stai generali arteMario Michele Pascale, responsabile cultura della federazione del PSI di Roma scrive ai galleristi della capitale, lanciando l’idea degli “Stati generali dell’arte contemporanea”. 
E’ stata resa pubblica la classifica, redatta da ‘Artnet’, voce più che autorevole del panorama dell’arte contemporanea, delle migliori 55 gallerie d’Europa. La fanno da padrone Londra e Berlino, Parigi tiene, la lontanissima Islanda ha qualcosa da dire. L’Italia è rappresentata dalla inossidabile Lia Rumma di Napoli/Milano, dalla galleria Kaufmann Repetto e la Massimo De Caro di Milano. Viene segnalata anche la Franco Noero di Torino. La madunnina fa la sua discreta figura. E Roma? E’ presente con la sola galleria Frutta di via Giovanni Pascoli. La città eterna, tanto per cambiare, fa una figura barbina.

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‘Momenting the
memento’. Quando moda
e arte si incontrano

cover-momenting-the-memento-smallIn concomitanza con l’Expo di Milano 2015 e con la cinquantaseiesima Esposizione Internazionale di Arte della Biennale di Venezia, che porranno l’Italia al centro dell’attenzione globale, il Polimoda di Firenze aprirà le sue porte alla conferenza IFFTI2015, dal 12 al 16 maggio, presentando l’evento ‘Momenting the Memento’, a cura di Linda Loppa, direttrice di Polimoda. L’International Foundation of Fashion Technology Institutes è una Fondazione Internazionale che riunisce 46 istituti da tutto il mondo, tra cui proprio il Polimoda di Firenze, che si occupano di promuovere la ricerca, l’insegnamento e l’alta formazione nel campo della moda.

La missione è quella di creare un network tra istituti che rappresentano l’eccellenza nella formazione in materia di design, tecnologia e fashion business, favorendo la collaborazione internazionale. Il Polimoda di Firenze, oltre ad essere l’unico rappresentante italiano, quest’anno è anche l’organizzatore della diciasettesima conferenza annuale dell’IFFTI2015 che si terrà dal 12 al 16 maggio. ‘Momenting the Memento’ vuole rappresentare un momento di svolta tra cultura, moda ed arte, coinvolgendo la culla del Rinascimento con un intenso programma articolato in conversazioni e dibattiti con ospiti di rilievo internazionali, installazioni e performance nei principali luoghi artistici e d’ispirazione del capoluogo, creando così un confronto tra le arti e le mode, tra il passato e il presente, tra la staticità della memoria e la fluidità degli attimi in cui viviamo.

Infatti quest’ evento avrà la forma di un walk and talk che coinvolgerà, attraverso dei progetti video, eventi e performance, anche i luoghi simbolo della Firenze di un tempo, quali Palazzo Vecchio, l’Opera di Santa Croce, la Biblioteca centrale, Palazzo Strozzi e Villa Favard, sede dell’istituto. Protagoniste saranno le sei aree di indagine rappresentate e messe in relazione tra loro attraverso 26 lavori di artisti e stilisti emergenti, frutto di una selezione delle migliori idee e progetti pervenuti al Polimoda da tutto il mondo. Progetti che si prestano a numerose letture che si legano e si connettono con aree diverse, anche in relazione al dialogo con lo spazio che li andrà ad ospitare e per il quale saranno adattate.

Body: quale corpo materiale ed espressivo, tela bianca nella quale ricercare emozioni, pensieri e stati d’animo; protagonista indiscusso tanto della moda quanto dell’arte. Body come body language, attraverso il cui studio trovare punti di contatto tra le diverse culture.

Calligraphy: intesa come bellezza della scrittura, mezzo per esprimere idee e concetti e forma d’arte per raccontare emozioni e punti di vista che, come tale, necessita di un background culturale e un percorso di ricerca, riflessione e studio.

Craft: ovvero la manualità dell’artigiano, senza la quale non vi sarebbe creazione effettiva.  E’ l’effettività tangibile di un’idea, la nobile arte di creare un oggetto ma anche l’insieme di raffinate tecniche di realizzazione che differenziano un oggetto o un capo banale da uno prezioso.

Dress: l’abito, protagonista del mondo della moda ma anche elemento importante di ogni sistema culturale e società. L’abito, con la sua forma e i suoi colori, ha un significato intrinseco per chiunque lo possieda e lo realizzi. L’abito è appartenenza e rinascita estetica, è la sensazione che la nostra storia possa essere pronta a qualcosa di nuovo.

Imagery: il luogo dove pensiero e visione creativa si incontrano, punto di ritrovo tra reale ed immaginario, tra tangibile ed intangibile; scenario multiforme ove convergono spazio, tempo, materia ed energia.

Space: inteso come spazio architettonico che ci circonda ma anche come spazio scenografico, dove creare momenti emozionanti quali quelli di una sfilata o di una mostra. Lo spazio è percezione  e conoscenza di sé stessi e egli altri, è il luogo  di eterno dialogo tra il contenuto ed il contenitore.

Dunque ‘Momenting the Memento’ è un momento della città: un momento innovativo, creativo e di confronto, dove moda e cultura convergono, perché la moda non è altro che espressione culturale. Ma anche un momento “oltre la moda”, che rivede l’idea di sedere in una sala conferenza ad ascoltare dei relatori che parlano di questi temi per, invece, partecipare attivamente e prendere parte all’azione.

Fine ultimo, quindi, è quello di creare un nuovo momento, non incentrato sull’ultimissima collezione, ma piuttosto sull’ultimissima emozione, frutto del lavoro di tutti quegli artisti, stilisti, designer che magari non siederanno nelle prime file delle sfilate ma che sono i veri protagonisti della moda di domani, perché “Il momento – spiega Linda Loppa –  non è altro che una violenta reazione emotiva che avviene nel nostro corpo..un momento che cambierà la nostra percezione,la nostra visione di un oggetto,  un concetto, una strategia o una decisione”.

Gioia Cherubini

La straordinaria eredità
della Commedia dell’Arte

Commedia dell'ArteIn epoca rinascimentale la storia del teatro fu essenzialmente la storia di una straordinaria rivoluzione scenografica e architettonica che favorì la nascita di rappresentazioni fortemente spettacolarizzate: dalle feste di corte le “mirabilie”, frutto della fantasia e dell’esperienza tecnica di abili scenografi, finirono con l’essere traferite nei teatri, sotto le sembianze di intermezzi pastorali che andavano ad intrattenere il pubblico tra un atto e l’altro della commedia erudita. Esperienze, queste, che prepararono il terreno alla nascita dell’Opera Lirica, discendente diretta della tragedia greca. In questo contesto storico e culturale la Commedia dell’Arte si pose al di fuori di questi meccanismi stilistici e commerciali: essendo incentrata sull’attore non aveva bisogno di teatri speciali, di scenografie, né del mecenatismo di ricchi principi; tutto quello che occorreva ai suoi comici era un palco sollevato da terra e una tenda in cui cambiarsi. In queste piccole compagnie professionali ciascun attore era specializzato a impersonare un solo tipo fisso: caratterizzazioni che affondano le loro radici nelle tipologie già delineate dall’antica commedia greco-romana ma che adesso vengono codificate in maschere immediatamente identificabili: “Arlecchino” tra la categoria dei servi è sicuramente il personaggio più conosciuto, ai quali si aggiungono gli altrettanto conosciuti “Brighella” e “Pulcinella”.

Da parassiti della società questa allegra brigata vive alle spalle di altri gruppi di personaggi: giovani senza esperienza (di solito innamorati) e anziani professionisti (Dottori, Mercanti e Militari). Come tipo fisso, il costume del Dottore deriva da quello dei professori della più antica città universitaria, Bologna. La maschera archetipa del mercante era quella di un veneziano residente a Rialto dal nome scenico di “Pantalone”. La vita militare era rappresentata dal “Capitano”, ironicamente dipinto tanto più codardo quanto più si atteggiava con i suoi vanti e le sue false imprese. Gli Innamorati erano convenzionali, come tutte le parti giovanili; ma avevano la libertà di adottare nomi e costumi adatti alla propria personalità. Il fatto veramente saliente della Commedia dell’Arte consisteva nel fatto che l’autore, invece di scrivere un copione, si limitava a tracciare per sommi capi una trama, detta in gergo canovaccio, che gli attori erano poi tenuti  a rispettare attraverso l’improvvisazione delle loro battute. Ne deriva quindi la posizione centrale e fondamentale dell’interprete rispetto a quella dell’autore, un contrasto che non è venuto mai meno nella storia del teatro. Recitando a soggetto gli interpreti dovevano colorire nei particolari la personalità dei loro personaggi.

Questo comportò la tendenza da parte degli attori stessi a specializzarsi nella rappresentazione di un personaggio in particolare: in pratica gli interpreti portavano in scena, ad ogni recita, lo stesso “tipo fisso”, il servo astuto, il servitore pigro, il vecchio brontolone, il soldato fanfarone. Questo permetteva anche una certa facilità di comunicazione con il pubblico popolare che si abituava a questi schemi; il tipo fisso poi variava nei dettagli nello sviluppo delle rappresentazioni e nella evoluzione storica. Per “sorreggere” le sue interpretazioni, ad un buon comico erano necessarie doti non solo mimiche, ma anche atletiche poiché salti, capriole e contorsioni erano parte integrante del repertorio di alcuni personaggi. In breve tempo questo teatro, destinato inizialmente al popolo, entusiasmò tutti, compresi i nobili, e le compagnie furono chiamate ad esibirsi presso le corti d’Europa, particolarmente in quella francese. L’eredità che la Commedia lasciò al successivo sviluppo drammaturgico e attoriale del teatro fu enorme, ma si propagò anche ad altre forme spettacolari, ivi compreso il cinema, una simbiosi questa che si instaurò sin dalle sue origini. Le cadute spettacolari, le corse a rotta di collo, schiaffi e acrobazie varie le possiamo trovare nei grandi comici del cinema degli anni ’20 (Chaplin, Keaton, Laurel & Hardy) per arrivare ad epoche più vicine a noi (Totò, Jerry Lewis, Jack Tati) e giungere infine ai contemporanei Jim Carrey e Eddie Murphy. Ma l’eredità non converge solo sui meccanismi recitativi e sullo stile decisamente extra-quotidiano di comunicare e interagire con il pubblico; si estende anche alle dinamiche che coinvolgono il genere della commedia tout-court (sia essa teatrale, cinematografica o addirittura televisiva) dove possiamo andare a ripescare situazioni e caratterizzazioni che riproducono fedelmente il percorso che parte da Aristofane e Menandro, passa per Plauto e Terenzio e si “canonizza” con la Commedia dell’arte.

Carlo Da Prato

 

“Il Sesto Continente”,
ancora pochi giorni per
visitare la maxi mostra

Sesto-continente-OrioDanza, arte ed ecologia si incontreranno in uno spettacolo di danza di alto livello che chiuderà i battenti de “Il Sesto Continente”, la mostra di Cracking Art (movimento artistico italiano che, attraverso installazioni colorate e spettacolari, conduce il pubblico a riflettere sui grandi temi della sostenibilità e dell’ambiente, ndr) ospitata all’Oriocenter – centro commerciale ad Orio al Serio in prossimità di Bergamo, entrata nel Guinness dei Primati, essendo stata “più grande esposizione di Cracking Art mai realizzata in un centro commerciale”. Domenica prossima, 26 ottobre, la piazzetta al primo piano del Centro Commerciale Oriocenter ospiterà la compagnia di danza ONE THOUSAND™ DANCE, riconosciuta fin da subito per i suoi ballerini di eccezionale talento e per l’estro del coreografo Luca Rapis, che vanta collaborazioni con Maurice Béjart e il Royal Ballet di Londra.

LO SPETTACOLO DI DANZA – Durante la performance, i ballerini interagiranno con gli animali della Cracking Art Group con l’obiettivo di lanciare un messaggio sull’importanza dell’armonia tra gli uomini e la natura. I danzatori rievocheranno le caratteristiche delle sette specie di animali esposte, e racconteranno il loro rapporto con l’uomo offrendo spunti di riflessione importanti, oltre al piacere di assistere a uno spettacolo di danza di alto livello.

cracking-artL’ESPOSIZIONE “IL SESTO CONTINENTE” – Inaugurata lo scorso giugno e visitabile fino a domenica, l’esposizione – dal forte impatto spettacolare – conta settemila sculture in plastica riciclata di grandi dimensioni che riproducono sette specie di animali (chiocciole, rane, suricati, lupi, rondini, pesci angelo e stelle marine). Una provocazione, condita di arte e cultura che ha lo scopo di sensibilizzare i media, l’opinione pubblica e soprattutto i giovani sul tema dell’ambiente (www.crackingart.it).

Redazione Avanti!

Arte, sport e beneficenza per celebrare il centenario del Coni di Roma

Centoanni-Coni“100 Anni di Sport”, questo il titolo della retrospettiva, a scopo benefico, in mostra negli spazi del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) di Roma per celebrarne il centenario dalla costituzione. Nata da un’idea del talentuoso artista Fabio Ferrone Viola, l’esposizione presenta ventotto opere – incentrate sul tema delle attività sportive – di undici artisti che hanno deciso di donare la loro creatività per sostenere l’impegno dell’Associazione Bambin Gesù Onlus. Il ricavato delle opere vendute sarà infatti devoluto per il 50% all’associazione no profit. La mostra – curata da Farshad Shahabadi – sarà aperta al pubblico, con ingresso gratuito, dal 5 giugno al 2 luglio dalle 18,30 alle 21. Continua a leggere

Un critico allo specchio.
I paradossi di Sgarbi, l’occasione di un incontro

sgarbi-vittorioSiamo stati insieme stamani Vittorio Sgarbi ed io e non succedeva da molti anni. L’occasione è stata la conferenza stampa sulla Fiera mercato dell’arte promossa a Reggio dalla locale fiera. Gli ho ricordato i tempi della Camera dei deputati, quando dal 1992 al 1994 lui era l’unico che contestava i magistrati di Milano. Gli ho ricordato quando, nel 1985, arrivò alla mostra dei capolavori di Magnani e rivelò che la Madonna del Durer, sulla quale si erano esercitati in tanti a decantarne la bellezza, era in realtà una fotografia e che l’originale era stato custodito, per paura dei ladri, dalla stesso Magnani in luogo segreto.

Spavaldo, incosciente, ma sicuro di sé. Gli ho anche ricordato di quando a Ragusa, nel 1988, era accompagnato da una delle ragazze del suo harem privato e davanti a Sciascia tenne una conferenza dottissima sulle reliquie fasciste del palazzo del Municipio. Sgarbi è uno spettacolo garantito quando parla di arte. E in particolare di arte moderna dove la sua fantasia può esercitarsi senza freni, perché non la conosce quasi nessuno. Sgarbi è maestro di paradossi. Come quando afferma che l’arte è quel che si decide che sia, o meglio quel che gli artisti decidono che sia. Un artista può indicare come non sua un’opera sua e come sua un’opera non sua. Il gioco delle parole non si sovrappone alla logica. Oppure quando afferma che si può sostenere di tutto.

Ad esempio che gli artisti dell’antica Grecia siano più giovani di noi, perché noi abbiamo più anni. Oppure quando dichiara con certezza che il tempo è soggettivo nell’arte e che De Chirico dipingeva negli anni sessanta i suoi quadri siglandoli 1914-1915. O quando afferma che gli artisti contemporanei sono quelli meglio sponsorizzati e paiono sempre gli stessi. Ed espongono alla Biennale coi loro nomi disposti come fossero “loculi”. O quando parla dei critici sui quali spara a zero, come dei docenti di storia dell’arte che impallina con la sua voluttuosa ars oratoria.

Quanto ai mercati anche questi sono utili, per Sgarbi, perché molti artisti sono stati conosciuti non certo grazie ai soloni dell’arte ma proprio ai mercati. Ama Ghirri, reggiano, che non conosceva nessuno. Anche la fotografia è arte se non viene contaminata. Se sfuoco una fotografia posso anche dire che è bella, sì questo è artisticamente ammesso. Ma non è più fotografia. E ancora elogi alla fiera di Reggio che ospita l’ennesima edizione di questa mostra mercato, “Immagina, arte in Fiera”, che prende avvio venerdì 25 ottobre e che ha visto lo scorso anno la partecipazione di più di settemila visitatori e dove saranno esposte opere di cento gallerie, che porteranno artisti contemporanei, ma anche vecchi capolavori e dove il giro di affari è sempre stato cospicuo. Poi via per Genova, non senza aver ricordato la sua partecipazione all’unica rappresentazione di Radio Belva, con scontri furibondi e a colpi di male parole. Si era augurato che fosse l’unica è così è stato. Anche profeta. Due sguardi alle giornaliste più carine, un panino e via in auto verso l’autostrada. Alla prossima sfuriata, Vittorio.

Mauro Del Bue

Le mille e una notte di Marsiglia

Marsiglia portoBastava che superasse il Castello d’If, sulla minuscola isola di fronte alla città, che una piccola folla di curiosi cominciasse a radunarsi sul belvedere del forte di Saint-Jean e quindi trottare senza indugi verso il porto.  Ogni volta una gran festa di cappelli in alto, applausi e grida di giubilo, “ché a Marsiglia l’arrivo di un bastimento, soprattutto se è stato costruito, attrezzato e stivato nei cantieri della vecchia Fhochée e appartiene a un armatore della città, è sempre un grande avvenimento”. Questa la Marsiglia del Conte di Montecristo, descritta con partecipazione da Alexandre Dumas. Immagine che nel trascorrere del tempo si era via via deteriorata, dopo il trauma della guerra di liberazione algerina, fino agli ultimi anni duranti i quali la città con il porto più importante di Francia appariva come decadente, pericolosa per i turisti e sporca per gli abitanti.

Oggi non è più così: Marsiglia rinasce come Capitale Europea della Cultura 2013. Con una radicale trasformazione architettonica costata ben 660 milioni d’euro che ha dato un nuovo volto al porto, restituendo alla città la vocazione di ponte proteso verso le civiltà mediterranee e sviluppo d’indotto al resto della regione. Sessanta i progetti di recupero, riconversione, costruzione e ammodernamento, anche di interi quartieri, affidati ai più grandi architetti del mondo. Così la città ora vive un nuovo “Rinascimento” urbano oltre che culturale (più di 900 eventi in programma), pur custodendo tutto il fascino dei suoi 2.600 anni di storia cosmopolita: bastides, siti storici, aree industriali dismesse che testimoniano, in ogni quartiere, la ricchezza del suo passato. Un passato che la rende anche la città più “islamica” tra le città francesi con i suoi 200mila fedeli (un abitante su quattro) e i 63 luoghi di culto per i musulmani. Continua a leggere