Articolo 18, il M5S tradisce i suoi elettori e vota contro

di maio caffèPer anni si erano dichiarati paladini dei lavoratori e avevano giurato di smantellare il Jobs Act di Renzi, ma ora il M5S cambia linea proprio sull’articolo 18. I parlamentari di Leu, che avevano presentato l’emendamento per la reintroduzione dell’articolo 18 si sono visti bocciare l’emendamento proprio dai 5 stelle, che è stato quindi respinto con 317 no, 191 astensioni e i soli 13 voti a favore della pattuglia di deputati di Leu.
Eppure proprio l’attuale ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, a dicembre nel suo tour elettorale in Lombardia era intervenuto anche su questioni economiche e che riguardano le politiche del lavoro: “Vogliamo abolire il Jobs Act, crediamo che sotto i 15 dipendenti non serva l’articolo 18, perché in quel caso le imprese sono a conduzione familiare, i cui imprenditori sono anche dipendenti e i dipendenti fanno parte di questa famiglia. Sopra i 15 dipendenti invece vogliamo ripristinarlo”.
Mentre qualche anno fa, sempre il Vicepremier Di Maio, affermava: “Articolo 18? I sindacati storici sono i principali responsabili dello smantellamento dei diritti dei lavoratori”. Ma proprio oggi a presentare l’emendamento è stato l’ex leader della Cgil, Guglielmo Epifani, che dopo il voto esprime il suo rammarico. “Una occasione persa per ridare veramente dignità ai lavoratori e alle lavoratrici”. “Per noi – prosegue Epifani – la proposizione della tutela reale nel caso dei licenziamenti illegittimi risponde a un doppio risarcimento intellettuale e morale. Per 20 anni ci è stato detto che l’art.18 frenava i contratti a tempo indeterminato e gli investimenti. Tolto quel diritto però non sono aumentati né i contratti né gli investimenti. È bene prendere atto che quella narrazione non era e non è vera. E’ necessario tornare a difendere meglio la dignità dei lavoratori che vengono licenziati in modo illegittimo. E sicuramente il cosiddetto DL Dignità non lo fa”, conclude Epifani.
Immediata la reazione del Pd, che “prende atto che M5S e Lega lasciano intatto il Jobs act voluto e attuato dai governi Renzi e Gentiloni. E lo fanno dopo che per tutta la campagna elettorale hanno detto che lo avrebbero abolito e reintrodotto l’articolo 18″, come ha detto la capogruppo in commissione Lavoro, Debora Serracchiani.
Ma Di Maio si difende e sostiene che il governo pentastellato stia “tutelando il lavoro dagli abusi e le imprese dalla concorrenza sleale di chi prende i soldi pubblici e poi scappa”. E sostiene che l’obiettivo del Governo “è portare il provvedimento a casa, quello delle opposizioni è modificarlo, il punto di incontro è fare un buon risultato”.

Ilva, Ancelor Mittal e il suo piano da 4mila esuberi

ilva-operaiLa nuova gestione Ilva parte con il ‘piano’ sbagliato per i lavoratori, annunciando ben 4mila esuberi. In una missiva la cordata Am InvestCo annuncia che saranno 9.930 i dipendenti del Gruppo Ilva che intende impiegare per il rilancio del gruppo siderurgico. La lettera è stata inviata ai sindacati in vista dell’incontro di lunedì prossimo al Mise.
“Le suddette allocazioni – si legge nella lettera – sono soggetti a leggeri aggiustamenti tenendo fermo il numero complessivo di 10.000 lavoratori”. I 10mila lavoratori che resteranno nel gruppo Ilva, saranno assunti ‘ex novo’ da Am InvestCo. Nella lettera scritta ai sindacati si chiarisce che per i 10mila lavoratori non vi sarà “continuità rispetto al rapporto di lavoro intrattenuto dai dipendenti con le società, neanche in relazione al trattamento economico e all’anzianità”, ciò vuol dire che i nuovi contratti rientreranno nell’alveo del Jobs act con la perdita delle garanzie dell’articolo 18.
“Per gli assunti – attaccano i sindacati – ci sarà un nuovo contratto di lavoro, rinunciando quindi all’anzianità di servizio e all’integrativo aziendale e determinando in tal modo un taglio salariale consistente e inaccettabile. Se questo è l’atteggiamento di Mittal nei confronti dei lavoratori diretti – denuncia la Fiom Cgil – il rischio è il massacro sociale dei lavoratori dell’indotto. Per la Fiom, sulla base di quanto formalizzato da Arcelor Mittal, non ci sono le condizioni di aprire un tavolo negoziale. L’unica risposta possibile a tale provocazione è una forte azione conflittuale di tutte le lavoratrici e i lavoratori. Lunedì prossimo ci presenteremo all’incontro convocato al ministero dello Sviluppo economico unicamente per conoscere cosa vorrà fare il governo di fronte a questa inaccettabile posizione assunta da Arcelor Mittal”.
Nel dettaglio del piano di ripartizione delle risorse, 7.600 sarebbero impiegati a Taranto, 900 a Genova, 700 a Novi ligure, 160 a Milano, 240 in altri siti. Per un totale di 9.600 addetti. Quanto alle controllate sono previsti 160 dipendenti in forze AIsm, 35 a Ilvaform, 90 Taranto Energia. Inoltre sono previsti 45 dirigenti in funzione. A questi numeri si aggiungono i dipendenti francesi delle società Socova, Tillet che rientrano nel perimetro del gruppo. Gli esuberi, come assicurato dal Governo, saranno impiegati nelle attività di ambientalizzazione del sito di Taranto gestito dall’Amministrazione Straordinaria.
Nel frattempo però cresce la preoccupazione, soprattutto a Genova, dove è stata già annunciata la mobilitazione e manifestazioni di protesta. Nel capoluogo ligure sono circa 600 esuberi previsti nel solo cantiere di Cornigliano. Secondo gli amministratori locali, le intenzioni della nuova proprietà Ilva “risultano ancora più incomprensibili dove si consideri l’efficienza, da tutti riconosciuta, e la competitività economica dell’impianto di Cornigliano. Ricordiamo – spiegano Regione e Comune – che lo stabilimento genovese è parte di un accordo di programma siglato nel 2005 da Ilva, Comune, Regione, Governo e sigle sindacali, nel quale già venivano delineate le linee guida per il futuro dello stabilimento e dei suoi occupati”.

Incertezza politica di oggi. L’esempio siciliano

Riportiamo qui di seguito l’ultimo articolo di un nostro vecchio compagno Stefano Massimino venuto a mancare lo scorso 12 marzo. Ringraziamo la figlia Angioletta per il contributo.

palermoI Partiti politici oggi hanno modificato le caratteristiche tradizionali che li distinguevano, individuabili nella prospettiva futura, relativa alla società civile, che proponevano in ogni loro azione politica, costituente un presupposto del risultato finale che volevano raggiungere.
Oggi tutto è diverso! Si parla di riforme, ma non si sa dove ci condurranno, nella società di domani.
Tutto ciò conduce l’opinione pubblica a non capire se la crisi economica, che da alcuni anni pesa sul Popolo Italiano e sul Popolo Europeo, sia da considerarsi crisi nel sistema o crisi del sistema.

Il sistema economico che caratterizza la società civile europea ha come elemento fondamentale il profitto, che ogni impresa deve ricavare per legittimare la sua sussistenza. Nella differenza, infatti, tra il prezzo di mercato del bene prodotto e il costo che serve per la produzione, si individua il profitto.
Elementi essenziali del costo sono stati il prezzo delle materie prime e la manodopera. La manodopera ha avuto delle modificazioni, ma la classe padronale è riuscita ancora a mantenerla ad un livello di poca incidenza sui costi.

Il contrasto tra i lavoratori e le imprese, a partire dal secolo scorso, ha creato la lotta di classe, che ha avuto inizio quando il primo imprenditore amò definirsi “padrone”.
La lotta sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori rappresenta l’epilogo di una lotta che ancora è più viva che mai.

I costi sono determinati dalla disponibilità dei capitali. Il loro prezzo, infatti, è rapportato parzialmente alla quantità dell’acquisto e, quindi, il capitale è elemento determinante del prezzo dei costi e della quantità del profitto.
La società di oggi, pertanto, è guidata dal capitale che è elemento essenziale della società liberista.

Un Partito socialista o, comunque, un Partito di sinistra, deve avere l’obiettivo di costituire una società socialista o, in ogni caso, fondata sul lavoro.

La Costituzione della Repubblica Italiana, con alcuni principi specificati negli artt. 36 e 37, ha individuato una società “dirigista”, i cui principi essenziali un Partito di sinistra deve rafforzare, con la collaborazione dei lavoratori, dei sindacati e di tutte le forze democratiche, per giungere all’obiettivo finale.

Renzi ha proposto diverse riforme, ma a parte il fatto che tali proposte non sono state ancora realizzate, dalle stesse non traspare l’obiettivo finale.
Tutto ciò è stato possibile verificarlo in questi ultimi tempi e non quando Renzi capeggiò la sua corrente, che gli ha consentito di vincere la battaglia per le primarie e per il Parlamento Europeo.

Nulla da dire, quindi, ai Compagni socialisti, guidati dal Segretario Nencini, sull’alleanza con Renzi. Nencini e suoi Compagni di cordata hanno il grande merito di avere ricostruito il P.S.I., distrutto dalle vicende di mani pulite. Contestare oggi Nencini è un grave errore, ancor più grave per le modalità in cui lo si contesta.

Chi scrive avverte, però, la responsabilità di suggerire al Compagno Nencini un riesame della situazione politica, per i fatti che si sono susseguiti dal momento in cui il Segretario ha raggiunto le intese politiche con l’ex capo del Governo, Matteo Renzi, fino ad oggi.

È anche necessaria, in ogni caso, una maggiore collaborazione in tutte le forme e su tutto il territorio nazionale, da parte dei tanti Compagni socialisti.
Le divisioni hanno portato danno al Partito; chi scrive ricorda la scissione dei “Vecchiettiani”, che non hanno raggiunto lo scopo prefissatisi ritornando al Partito e continuando la lotta all’interno del Partito, come corrente di sinistra.
Chi scrive faceva parte della corrente “Vecchiettiana”, ma non seguì il carissimo Compagno Vecchietti nella scissione, restando nel Partito per seguire le direttive del Compagno Nenni, che condussero alla realizzazione della politica di centro-sinistra.

Al Segretario Compagno Nencini, mi permetto di ricordare di intervenire incisivamente sulla vita del governo, il quale manca di ogni responsabilità necessaria per la soluzione dei problemi di ogni giorno.
In primis, bisogna avere le idee chiare su quello che è la politica regionale. Non può il Governo di Roma condannare la Regione Siciliana per inadempienze derivanti dalla mancanza di somme disponibili per aver cura di determinate opere.

Lo Stato Italiano ha concesso alla Sicilia uno Statuto Speciale che gli consentiva di affrontare i problemi essenziali per la vita della Regione, ma, giorno dopo giorno, ha vanificato i principi essenziali stabiliti nello Statuto stesso, in particolare in riferimento agli artt. 15, 37, 38, 40, e agli articoli che riguardano l’Alta Corte per la Sicilia.

L’art. 37 prevede, ad esempio, che le imprese aventi la sede centrale fuori dall’Isola, ma che in Sicilia hanno succursali, devono pagare alla Regione Siciliana le imposte relative a queste ultime.
Tutto ciò non è avvenuto dal 1946 ad oggi e, quindi, con l’applicazione dell’art. 37 dello Statuto la Regione stessa sarebbe creditrice di svariati miliardi nei confronti del governo centrale.

Ed ancora, l’Alta Corte per la Regione Siciliana, in cui tra i giudici figure di rilievo furono Luigi Sturzo, Andrea Finocchiaro Aprile, Aldo Sandulli, Tomaso Perassi, Gaspare Ambrosini, Giovanni Selvaggi, Augusto Ortona.
Fu costituita con l’approvazione dello Statuto Speciale e funzionò, senza soluzione di continuità, dal 1948 al 1955 pronunciando 83 decisioni. Alla fine di tale anno, fu costituita la Corte Costituzionale e i suoi membri prestarono giuramento il 15 dicembre 1955 e si riunirono per la prima volta il 23 gennaio 1956. Di essi, tre facevano parte dell’Alta Corte per la Regione Siciliana, uno con le funzioni di presidente, i quali rassegnarono le dimissioni dall’Alta Corte e dopo non sono stati più sostituiti. Di conseguenza l’organo non è stato più convocato.

La Commissione Tributaria Regionale di Palermo, Sezione X, presieduta da chi scrive, in data 03/02/2000, ha emesso un’ordinanza con la quale ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 22 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112 (Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione della delega prevista dalla legge 28 settembre 1998, n. 337) davanti l’Alta Corte Costituzionale.
La Corte Costituzionale con ordinanza n. 161 del 22/05/2001, alla quale s’è rivolto il Presidente della Commissione Tributaria Regionale di Palermo, Dott. Guido Marletta, che ha rimesso la questione per il mancato funzionamento dell’Alta Corte, se prima aveva dichiarato il superamento dell’Alta Corte Costituzionale della Regione Sicilia ed il potere sostitutivo della stessa Corte Costituzionale, in questa occasione ha dichiarato l’irricevibilità dell’ordinanza, sancendo di fatto il riconoscimento stesso dell’Alta Corte Costituzionale della Regione Sicilia, da ritenersi, pertanto, ancora in vita, sebbene non in funzione.

Le due ordinanze (quella della Commissione Tributaria Regionale di Palermo, sezione X, e quella della Corte Costituzionale) sono state trasmesse ai Presidenti della Camera dei Deputati, del Senato, dell’Assemblea della Regione Siciliana ed al Presidente della Regione Siciliana, ma nessuno ha capito che con l’ordinanza della Corte Costituzionale era venuto il momento di riprendere il discorso per la ricomposizione dell’Alta Corte per la Regione Siciliana.

Se è vero, come è vero, che la violazione dell’art. 37 ha sottratto alla Sicilia ingenti somme di denaro, è anche vero che l’art. 40 dello Statuto, mai applicato, ha impedito lo sviluppo economico della Regione. Così pure, il mancato rinnovo dei componenti dell’Alta Corte Costituzionale ha impedito il funzionamento della stessa e la mancata applicazione dell’art. 15 dello Statuto ha impedito lo sviluppo degli Enti Locali, che con l’abrogazione delle Provincie e l’istituzione dei liberi consorzi avrebbero, mediante l’individuazione di zone omogenee, determinato un migliore sviluppo per le zone produttive.

La Corte Costituzionale, con sentenza del 9 marzo 1957, n. 38, in seguito al ricorso del Presidente del Consiglio, Antonio Segni, ha ritenuto di considerare soppressa l’Alta Corte per violazione dell’art. 134 della Costituzione, che prevede un unico organo della giurisdizione costituzionale, senza accorgersi, però, che, come riportato in Ordinanza N. 604, emessa dalla X Sezione della Commissione Tributaria di Palermo il 3 febbraio 2000, relatore ed estensore il sottoscritto, “… il predetto art. 134 si riferisce alle Regioni a Statuto ordinario e non a quelle a Statuto speciale, e tanto meno alla Sicilia, il cui Statuto può ben essere definito “Specialissimo”.
Con la sentenza n. 6 del 1970, la Corte Costituzionale ha affrontato la questione della competenza penale dell’Alta Corte, prevista dall’art. 26 dello Statuto, sostenendo che la citata norma, nonché tutte le altre relative all’istituzione dell’Alta Corte, “contrastano con la Costituzione, nel loro insieme, perché in uno Stato unitario, anche se articolato in un largo pluralismo di autonomie (art. 5 Cost.), il principio dell’unità della giurisdizione costituzionale non può tollerare deroghe di sorta”.
La Corte Costituzionale, così esprimendosi, colloca la Sicilia fra le Regioni a Statuto ordinario, superando l’art. 116 della Costituzione stessa che così regola la materia: “Alla Sicilia, alla Sardegna, al Trentino-Alto Adige, al Friuli Venezia Giulia e alla Valle d’Aosta, sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia, secondo Statuti Speciali adottati con leggi costituzionali”.
Dall’esame di quest’ultima norma costituzionale è facile dedurre che la stessa Costituzione, nel dettare le regole generali della convivenza nazionale, abbia esplicitamente previsto delle eccezioni, più o meno marcate, per la Sicilia e per le altre quattro Regioni”.
In ogni caso, esiste anche il problema che la Corte Costituzionale non poteva risolvere un problema simile perché di competenza degli Organi legislativi, inoltre i giudizi penali, per i reati commessi dal Presidente o dagli assessori della Regione Siciliana rimangono certamente di competenza dell’Alta Corte e non della Corte Costituzionale.
Chi scrive è un autonomista siciliano ed ha il coraggio di dire che le Regioni devono avere ognuna uno Statuto che riporti, nell’essenziale, principi costituzionali uguali per tutti, come la legislazione esclusiva e quella integrativa previste rispettivamente dagli artt. 14 e 17 dello Statuto della Regione Siciliana.
Ma vi è di più!
La legislazione esclusiva su alcune materie deve essere concessa anche agli Enti Locali specie per le competenze che dovranno essere loro attribuite con l’abrogazione delle Provincie.
Lo Stato, insomma, deve riformare la sua mentalità nei confronti della politica territoriale, perché la parte essenziale della sua politica viene rappresentata in tutto il territorio nazionale.

Stefano Massimino

Fisco: Unico in pensione, arriva “Redditi”.
Jobs Act, resta articolo 18 per gli statali

Unico in pensione, arriva “Redditi”
FISCO: DICHIARAZIONE 2017 CAMBIA NOME

Arriva la carica delle dichiarazioni fiscali che i contribuenti e le società dovranno utilizzare quest’anno per dichiarare redditi e calcolare le imposte dovute. E, dopo molti anni, va in pensione il nome ”Unico”: i nuovi moduli si chiameranno semplicemente ‘Redditi, anche perché la dichiarazione Iva non può più essere presentata in forma unificata insieme alle altre imposte. L’Agenzia delle Entrate ha reso disponibili le versioni definitive dei modelli 2017 delle diverse tipologie: da quelle per i redditi delle persone fisiche (Unico Pf) a quella per le società di capitali (Unico Sc).
Redditi Persone fisiche 2017, le novità: Nel modello di quest’anno rientrano l’agevolazione sui premi di risultato per i dipendenti del settore privato, i crediti derivanti da dichiarazioni integrative a favore presentate oltre il termine della dichiarazione successiva e il credito d’imposta per le erogazioni liberali in denaro verso gli istituti del sistema nazionale di istruzione (c.d. “School bonus”). Tra le varie proroghe si evidenzia fino al 31 dicembre 2016, quella relativa all’agevolazione fiscale che consente di detrarre dall’imposta lorda il 65 per cento delle spese relative ad interventi di riqualificazione energetica degli edifici. Spazio nella dichiarazione di quest’anno anche per la detrazione del 19% dell’importo dei canoni di leasing pagati nel 2016 per l’acquisto di unità immobiliari da destinare ad abitazione principale ai contribuenti che, alla data di stipula del contratto, possedevano un reddito non superiore a 55.000 euro.
Reddito d’impresa, cosa entra e cosa esce: Diverse le novità che fanno il loro ingresso nei quadri dedicati al reddito d’impresa. In particolare, spazio alle “variazioni in diminuzione” dedicate alla maggiorazione del 40 per cento (super ammortamento) e del 150 per cento (iper ammortamento) del costo fiscalmente riconosciuto dei beni strumentali nuovi. Spariscono, invece, i righi dedicati ai cosiddetti “costi black list”, a seguito dell’abrogazione della disciplina di indeducibilità parziale per le spese e gli altri componenti negativi derivanti da operazioni intercorse con imprese residenti ovvero localizzate in Stati o territori a fiscalità privilegiata. Infine, per quanto riguarda le persone fisiche e le società di persone, arrivano in Redditi 2017 l’agevolazione Branch exemption e il bonus domotica, oltre ad un’imposta sostitutiva in caso di assegnazione o cessione dei beni ai soci, quest’ultima prevista solo per le società. Sono state inoltre recepite le novità per l’Ace (“aiuto alla crescita economica”) introdotte dalla legge di bilancio per il 2017, che ha modificato le modalità di determinazione dell’agevolazione riconosciuta a imprese individuali, società in nome collettivo e in accomandita semplice in regime di contabilità ordinaria, equiparandole a quelle previste per le società di capitali e per gli enti commerciali.
Irap 2017: Trovano spazio nel nuovo modello Irap 2017 l’aumento della deduzione per i soggetti di minori dimensioni, l’esenzione dall’imposta per il settore agricolo e della pesca, l’estensione ai lavoratori stagionali della deduzione del costo residuo per il personale dipendente.

Cisl
+7% NEL 2016 ACCORDI AZIENDALI SULLA COMPETITIVITÀ

Crescono in Italia gli accordi aziendali sottoscritti dal sindacato sulla competitività, la qualità e la ripresa produttiva. E’ il dato che emerge dall’analisi dei circa 1.000 accordi complessivi stipulati da aziende e sindacati nel 2015/2016 presenti nell’Osservatorio della contrattazione di 2° livello della Cisl (Ocsel è il database in cui i contrattualisti della Cisl di tutta Italia stanno facendo confluire i propri dati). Gli accordi aziendali presenti in Ocsel e stipulati dal 2009 ad oggi sono 5.720, di cui 470 nel 2015 e 525 nel 2016, per un totale nel biennio di 995 accordi. In particolare, emerge che nel 2016 sono aumentati gli accordi per le riconversioni aziendali, che rappresentano il 29% delle intese sul totale degli accordi con un aumento di 7 punti rispetto al 2015. Questo, secondo la Cisl, “è un dato interessante che testimonia i processi di cambiamento e innovazione che molte aziende stanno intraprendendo per riposizionarsi in un mercato sempre più competitivo affrontando la crisi e realizzando nel contempo politiche industriali”. “Nell’ultimo biennio la contrattazione di 2° livello è mutata – ha sottolineato il segretario confederale della Cisl, Gigi Petteni, commentando i dati – non è più segnata solo dalla crisi, ma anche dai nuovi processi di competitività e di ripresa che aumentano le occasioni di rilancio”. Naturalmente, uno degli istituti maggiormente contrattati in azienda continua ad essere la gestione delle crisi, con una percentuale del 38% nel 2015 e 36% nel 2016, per un numero complessivo di lavoratori coinvolti pari a 179.830. A stipulare maggiormente accordi di crisi sono le aziende di grosse dimensioni cioè i Gruppi (75% nel 2015 e 76% nel 2016), la cui contrattazione è valida per tutti gli stabilimenti presenti nel territorio nazionale, seguiti dalle intese sottoscritte nelle Regioni del Nord (13% nel 2016, 10% nel 2015) e nel Centro ( 10% nel 2016, 12% nel 2015). La bassa percentuale di produzione contrattuale nelle Regioni della macro area sud e isole (2% nel 2015 ) è dovuta principalmente al minore tessuto produttivo presente in tali territori. Crescono nel 2016 gli accordi sulla crisi nel settore del commercio ( dal 49% nel 2015 si passa al 51% nel 2016) e nel settore della chimica e affini (dal 8% nel 2015 si passa a un 15% nel 2016), mentre si riducono nel 2016 quelli stipulati in aziende appartenenti al settore delle aziende di servizi (16% nel 2015, 10% nel 2016) al settore manifatturiero (tessile – abbigliamento – calzature -6% nel 2015, 4% nel 2016). Si osserva nel 2015 una maggiore negoziazione della cassa integrazione guadagni nelle sue tipologie (30%), percentuale che si quasi dimezza nel 2016 (16%). Seguono, sempre nel 2016, il ricorso alla mobilità ex legge 223/91 e 236/93 (28%), percentuale che aumenta di 3 punti rispetto al 2015 (25%). Il ricorso al contratto di solidarietà mantiene una percentuale pressoché stabile, diminuisce di un solo punto percentuale nel 2016 (17%) rispetto all’anno precedente (18%). Gli accordi sulla riduzione di organici nel 2016 aumentano di due punti percentuali (7% nel 2015 , 9% nel 2016). L’adozione di varie forme garanzie per il mantenimento dei livelli occupazionali in aziende in crisi sono prefigurate nel 3% degli accordi sulle gestioni delle ‘crisi aziendali’ sia nel 2015 che nel 2016. Sempre a tutela dell’occupazione il 6% degli accordi cosiddetti difensivi ha negoziato forme di ricollocazione dei lavoratori presso altre aziende del gruppo e/o subentrate nella gestione nel 2015, minore la percentuale nel 2016 (2%). In crescita nel 2016 la percentuale (3% nel 2015, 5% nel 2016) degli accordi ha negoziato forme di ricollocazione di lavoratori nel mercato del lavoro attraverso iniziative di outplacement e/o formazione strettamente finalizzate alla ricollocazione sul mercato del lavoro esterno. In progresso – infine – nel 2016 le forme di incentivazione per l’uscita dal mercato del lavoro, quali incentivi all’esodo (11% nel 2016 in salita in confronto al 2015 di tre punti percentuali), mentre diminuiscono nel 2016 gli accordi che prevedono misure di accompagnamento alla pensione (3% nel 2016 in diminuzione rispetto al 2015 di 4 punti percentuali.

Istat
SALE TASSO DI DISOCCUPAZIONE

Il tasso di disoccupazione a dicembre è al 12%, stabile su novembre e in rialzo di 0,4 punti su dicembre 2015. Lo rileva l’Istat ricordando che resta il livello più alto da giugno 2015 (12,2%). Il tasso di disoccupazione tra i giovani tra i 15 e i 24 anni risale al 40,1%. I disoccupati complessivi raggiungono quota 3.103.000 con un aumento di 9.000 unità su novembre e di 144.000 unità su dicembre 2015. Ancora in calo gli inattivi tra i 15 e i 64 anni con -15.000 unità su novembre e -478.000 unità su dicembre 2015.
Il tasso di inattività è stabile sui minimi storici al 34,8%. A dicembre gli occupati sono rimasti sostanzialmente invariati su novembre (+1.000 unità) mentre sono cresciuti di 242.000 unità su dicembre 2015 (+1,1%). Lo rileva l’Istat spiegando che gli occupati nel complesso registrati nel mese sulla base dei dati destagionalizzati erano 22.783.000. IL tasso di occupazione è al 57,3%, invariato rispetto a novembre e in aumento di 0,7 punti su dicembre 2015. Sono aumentati i lavoratori dipendenti con +52.000 unità su novembre (soprattutto a termine) mentre gli indipendenti sono diminuiti di 52.000 unità. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni risale a dicembre superando quota 40%. Lo rileva l’Istat spiegando che la quota di disoccupati sul totale degli attivi in quella fascia di età (occupati e disoccupati) a dicembre è al 40,1%, in aumento di 0,2 punti percentuali sul mese precedente, al livello più alto da giugno 2015.

Jobs Act
RESTA ARTICOLO 18 PER GLI STATALI

Il governo ha optato nel Testo unico l’esclusione dei dipendenti pubblici dalle modifiche all’articolo 18 e quindi dalla reintegra in caso solo di licenziamento illegittimo. Per gli statali, dunque, le nuove regole introdotte dal Jobs act e prima ancora dalla legge Fornero non varrebbero. I tecnici sono stati alacremente al lavoro per esplicitare normativamente l’eccezione. La posizione del ministro Marianna Madia su questo importante istituto dei diritti dei lavoratori è stata motivata, secondo quanto spiegato più volte da lei stessa, per il fatto che nel privato, se il lavoratore non viene reintegrato deve essere indennizzato e siccome i dipendenti pubblici sono pagati dai cittadini, un eventuale indennizzo avrebbe un costo oneroso per gli stessi cittadini. Il governo dunque ha deliberato con il Testo unico, che riscrive le regole del pubblico impiego, l’esclusione dei pubblici dipendenti dall’articolo 18.

Cida
SFORZO MAGGIORE PER VALORIZZARE COMPETENZE

Competenza ed etica, denominatore comune del manager sia pubblico, sia privato, cui spetta, a fronte del continuo e veloce cambiamento della società contemporanea, la responsabilità di gestione i processi di trasformazione. A sottolinearlo Paolo Rebaudengo, presidente Cida Piemonte, Confederazione italiana dirigenti e alte professionalità, che nella regione rappresenta 14.500 dirigenti pubblici e privati di tutti i settori economici, che ha promosso il convegno ‘Essere dirigenti oggi: ruolo e responsabilità’. “La sfida principale – ha osservato Rebaudengo – è quella di riuscire a rincorrere e adattarsi a un mondo che sta correndo e che non si capisce in quale direzione. Ci vuole, pertanto, non solo rapidità ma uno sforzo maggiore di sfruttare e utilizzare le competenze in un contesto dove prevale lo scarico di responsabilità su qualunque ruolo organizzativo. Il dirigente deve poter esprimere la propria competenza e la propria professionalità e non può essere responsabile di tutto quello che accade perché il suo compito è quello di risolvere i problemi”. Questo, ovviamente, non prescinde dalla responsabilità che chi ricopre ruoli manageriali sente propria. “Ci sono tanti modi di essere dirigente – ha osservato a questo proposito il presidente di Cida Piemonte – ma in tutti c’è comunque quel senso etico, quel livello di responsabilità che li porta tutte le mattine a prescindere dall’aspetto economico e organizzativo di arrivare alla sera e di portare a casa dei risultati, in una scuola, in un ospedale, in un’azienda, in qualunque attività commerciale e di servizio”. Quanto alla competenza, Rebaudengo ha rilevato che “in un mondo del lavoro che si è evoluto molto rapidamente, la competenza è l’elemento di fondo e non riguarda solo il direttore di un’azienda ma anche, per esempio, il primario di un ospedale, il preside di una scuola: tutti sono chiamati a gestire il proprio business ma anche a governare spazi sempre più ampi, a organizzare un sistema complesso che è un di più che però va fatto altrimenti non riescono ad esprimere la vera professionalità che hanno”. “Questa è la vera sfida che i dirigenti devono affrontare: se il Paese va avanti – ha concluso – bisogna dire grazie a loro perché se c’è qualcosa che funziona è perché c’è gente che riesce a mandare avanti la macchina e, parafrasando una citazione, i dirigenti e più facile criticarli che farne a meno”

Carlo Pareto

Referendum Jobs Act, torna la partita dei diritti

camusso-poletti-420x235-480882Per non lasciare l’Italia in astinenza di tormentoni ecco rispuntare con prepotenza l’articolo 18 soppresso di fatto dal Jobs act e che è oggetto del referendum della Cgil assieme ad altre mine vaganti come quella, ormai di massa, dei voucher.

Di quel referendum si era persa memoria, ma oggi l’appuntamento rimbalza agli onori della cronaca invadendo i media soprattutto in virtù del potenziale che porta con sè: dare la spallata finale a Renzi che del Jobs act ha fatto una bandiera. Incautamente il Ministro Poletti ha messo subito le mani avanti: si vada alle elezioni così si scongiurerà l’eventuale referendum che attende però ancora il via libera. L’uscita dell’impolitico Poletti (complimento involontario?) ha scatenato un putiferio di reazioni che appare come una… ristampa degli schieramenti del 4 dicembre, ma che non fa i conti con il Paese reale il cui sentiment è sempre più difficile da decifrare, anche se la componente protestataria è forte e rischia di diventarlo ancor di più se l’economia virerà verso fasi di stagnazione.

La storia dell’art. 18 è nota: un padre dello Statuto come Gino Giugni lo aveva previsto in una delle ultime stesure solo per tentare di ampliare il consenso parlamentare che vedeva il Pci arroccato su una posizione ideologica che negava diritto di cittadinanza a scelte sul lavoro che non lo vedessero protagonista diretto, malgrado quelle norme fossero il frutto di lotte unitarie di lavoratori e sindacati (in particolare dell’industria). Tanto che i comunisti non andarono oltre l’astensione nella votazione sullo Statuto. Successivamente quella norma si rivelò essere certamente un elemento di rigidità eccessivo che malgrado tutto fu assorbito nel tempo, malgrado ricorrenti mal di pancia industriali.

Negli anni ’90 la questione tornò in auge e vide ad esempio contrapporsi sul tema di una maggiore flessibilità del lavoro D’Alema ed il leader della Cgil Cofferati. In D’Alema la concessione alla revisione non fu altro che il tentativo di allearsi con quei grandi gruppi imprenditoriali e di potere finanziario, orfani della prima Repubblica, per rafforzare il potere post comunista. Per Cofferati fu invece una tappa necessaria per la conquista di una leadership a sinistra, ma anche un modo necessario per non spaccare la Cgil proprio quando balenava l’idea di semplificare il panorama sindacale, isolando il maggiore dei sindacati. Il merito come al solito cedette il passo alle strategie politiche.

A posteriori va detto però che negli anni ’90 aver aperto il rubinetto dei licenziamenti poteva solo aggravare e non di poco una situazione occupazionale sull’orlo del collasso. Oggi però, a parere di chi scrive, tornare totalmente indietro sarebbe anacronistico. Il mercato del lavoro è cambiato profondamente, la difficile priorità sembra essere quella di crearlo il lavoro. Il governo Renzi con furbizia ha accompagnato il varo del Jobs act ad incentivi che per mesi hanno favorito le assunzioni. Peccato che il loro ridimensionamento ha impietosamente messo in luce la modestia del tentativo riformatore. Il perdurare delle incertezze sul futuro, l’assenza di politiche economiche espansive, la carenza di investimenti privati ha fatto il resto. E sono ripresi i licenziamenti. A questo punto andrebbe fatta una riflessione sul comportamento degli imprenditori che molto hanno preso, poco hanno dato in termini di rischio e soprattutto in termini di propensione ad investire.

Il loro debito nei confronti della società italiana sta crescendo senza che da parte loro venga un mutamento reale di rotta. Inoltre il mercato del lavoro presenta le stesse lacune di prima della recessione: un mercato della domanda e dell’offerta del lavoro al limite del ridicolo (o del passa parola come negli anni ’50 e ’60), una precarietà esorbitante, la frattura territoriale nord-sud e, per finire, un ritardo esiziale sul piano della innovazione che però comporterà nuovi affanni sul piano occupazionale.

Con un piede nel passato ed uno in un futuro assai poco tranquillizzante il nodo del lavoro resta un nervo scoperto del nostro assetto economico e sociale. Il Governo Renzi voleva cambiare le regole. In realtà non ha capito che in questo Paese è già un miracolo se si…rispettano le regole. È il caso del secondo punto del referendum: l’abolizione dei voucher. Che sono una riedizione del proliferare delle partite Iva ovviamente molto più…in grande. Un espediente delle imprese, alla faccia del lavoro stabile, per aggirare la scelta di assumere. Con il Jobs act impotente in questo caso ad arginare il fenomeno. Abolire del tutto i voucher forse non sarebbe positivo: troppe piccole imprese finirebbero in difficoltà. Riscoprire la vera natura di compenso occasionale e solo occasionale sarebbe più opportuno. Ma anche in questo caso si sfiorerebbe solo il vero problema: come ridurre la precarietà e le troppe porte di ingresso al lavoro, spesso pertugi furbi ma solo in grado di aumentare diseguaglianze e disaffezione verso il valore lavoro. In questo senso va osservato che la proposta Cgil, criticabile quanto di vuole, va oltre i quesiti referendari e pone all’attenzione, finora disattenzione, generale la questione dei diritti del lavoro. Forse questo tema sarebbe un buon banco di prova per tutti. Rimetterebbe in pista l’intero movimento sindacale e porrebbe la politica di fronte ad una problematica che va oltre i giochi, perdenti, di potere. Ma l’orizzonte nel quale ci si muove appare purtroppo troppo angusto e dominato dalle tattiche, speriamo non autodistruttive, del mondo politico.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

CRESCE IL LAVORO

Lavoro-Renzi

Buone notizie dall’Istat che ha registrato un aumento dell’occupazione in Italia sotto la spinta dei contratti a tempo indeterminato e degli over 50. E’ quanto emerge dall’analisi sul mercato del lavoro dell’Istat secondo cui “i primi tre mesi dell’anno in corso hanno determinato una crescita complessiva di 242 mila occupati su base annua, con un contributo decisivo dell’occupazione dipendente a tempo indeterminato (+341 mila), a fronte della sostanziale stabilità di quella a termine e del calo degli indipendenti, concentrato tra i collaboratori e gli autonomi senza dipendenti”.

Aumenta l’occupazione
Secondo l’Istituto di statistica l’occupazione nel primo trimestre del 2016 è pari, al netto degli effetti stagionali, a 22 milioni 558 mila persone, in moderato aumento rispetto al trimestre precedente (+0,1%), con un nuovo incremento dei dipendenti a tempo indeterminato (+0,5%, +75 mila), a fronte della diminuzione dei dipendenti a termine (-2,4%, -57 mila) e della stabilità degli indipendenti. Aumenta inoltre l’occupazione tra gli over50: “Divaricazioni si osservano anche in relazione alle dinamiche degli occupati per classe di età, con un aumento per i 50-64enni a fronte di lievi diminuzioni per i 15-34enni e per i 35-49enni”, si legge. Un aspetto significativo delle dinamiche recenti del mercato del lavoro è costituito dal calo, sia congiunturale sia tendenziale, degli inattivi. Ma l’aumento dello 0,3 % congiunturale del Pil nel primo trimestre è stato caratterizzato da “un crescente utilizzo di lavoro: le ore complessivamente lavorate aumentano dello 0,5% sul trimestre precedente e del 2,1% su base annua”. Inoltre l’incremento dei passaggi da disoccupazione a occupazione aumenta soltanto per gli uomini e i giovani 15-34enni, ed è maggiore tra i residenti nel Centro-nord e tra i laureati. Il tasso di disoccupazione rimane però invariato all’11,6% rispetto al trimestre precedente e diminuisce di quasi 1 punto percentuale rispetto ai primi tre mesi del 2015, con un calo tendenziale di 127 mila disoccupati di lunga durata.

L’assemblea di Confcommercio
Ma non è la sola notizia sul fronte economico. Renzi intervenendo all’Assemblea di Confcommercio ha preso qualche fischio da alcuni contestatoti ai quali ha risposto con i numeri: “I numeri di posti di lavoro dell’Istat qualsiasi paese che non vive di rancore ideologico dovrebbe accoglierli con uno sguardo sorridente. Dal febbraio 2014 sono 455mila posti in più, più 390mila a tempo indeterminato. Aver cancellato l’articolo 18 non ha tolto diritti. I numeri dell’Istat – ha detto ancora – riguardano soprattutto i posti a tempo indeterminato, c’è un record storico. Ma contemporaneamente i lavoratori autonomi e le piccole medie imprese sono ancora in sofferenza. I risultati sono sì positivi ma non ancora sufficienti a rilanciarci”.

Per il segretario del Psi Riccardo Nencini, bisogna già da ora pensare alla prossima legge di stabilità per affrontare “con decisione le tante povertà. Tre le nostre priorità: aumento delle pensioni minime finanziando il provvedimento con una maggiore tassazione del gioco d’azzardo; un ‘piano casa’ che affronti la fame di alloggi; sostegno agli studenti meritevoli e in condizione di bisogno”.

L’Iva non si tocca
Parlando di impegni il presidente del consiglio ha aggiunto di ritenere “irrinunciabile per la crescita nel 2017 di non aumentare l’Iva. Ma l’Iva non si tocca più dal 2013, le clausole non sono mai state toccate dal nostro governo, l’ultimo aumento è scattato nell’ottobre di quell’anno, noi siamo in carica dal febbraio 2014″. “Nei prossimi mesi – ha aggiunto – ci sarà una discussione se intervenire di più su Irpef o su una misura di riduzione del cuneo o di Ires”.
Non si è detto del tutto soddisfatto il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli che in apertura dell’Assemblea 2016 della Confederazione ha detto che “un anno fa parlavamo di ripresa, ma fu una previsione che si è realizzata solo in parte”. In dodici mesi “occupazione, consumi, produzione, fiducia e credito hanno avuto andamento altalenante, non riuscendo ad imprimere un cambio di passo alla ripresa”. Lo scenario internazionale “è altrettanto ridicolo, tassi di interesse e tassi di cambio dovrebbero spingere investimenti ed esportazioni, che invece non stanno funzionando”. Per Sangalli siamo di fronte “ad una ripresa senza slancio e senza intensità”. E ancora: “Siamo pronti a dare il nostro contributo per un Paese più moderno e giusto, perché su riforme ed equità si gioca il destino dell’Italia”. “Abbiamo da tempo sostenuto la necessità e l’urgenza di riforme istituzionali- ha aggiunto Sangalli – soprattutto per rafforzare la governabilità del Paese e promuovere l’economia diffusa, che richiede decisioni chiare e rapide. Per noi ora – ha terminato il presidente Confcommercio – è importante che si sviluppi nel Paese un approfondito dibattito sui contenuti delle riforme”.

La Cassazione e l’articolo 18
Dalla Cassazione è arrivato una sentenza che ha stabilito che nei licenziamenti del pubblico impiego si applica ancora l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e non la disciplina prevista dalla legge Fornero. Tanto meno quella arrivata dopo con il Jobs act. Lo ha confermato la Cassazione con una sentenza della sezione lavoro. Viene così confermata l’esistenza di un doppio binario tra pubblico e privato per le regole sui licenziamenti. La riforma Fornero del mercato del lavoro aveva limato l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, che prevede la possibilità di reintegro del dipendente in caso di licenziamento illegittimo. Con il Jobs act, poi, il reintegro è stato di fatto limitato ai casi di licenziamento discriminatorio, quello basato su motivi di razza o religione ad esempio, sostituendolo in quasi tutti gli altri casi con un indennizzo in denaro. Ma da tutte queste modifiche restano fuori i dipendenti pubblici, come confermato dalla Cassazione. Per loro in caso di licenziamento illegittimo, scatta sempre il reintegro nel posto di lavoro.

Redazione Avanti!

Jobs Act. Addio alla privacy
dei lavoratori

Ormai appare chiara la mission politica, e gli interessi economici retrostanti, del ‘Jobs Act’: disarticolare il ruolo sindacale (grazie anche ai tanti errori delle confederazioni!) e ripristinare la primazia datoriale in azienda. Coperta dal clamore della polemica sulla fine dell’art. 18 per i contratti a tempo indeterminato e a full time, era rimasta in ombra un’altra delega del ‘Jobs Act’, sempre in materia di modifica dello Statuto dei lavoratori: quella sui controlli a distanza dei dipendenti. Infatti, l’art. 4 della legge 300 del 1970 consentiva alle aziende di utilizzare sistemi per fini organizzativi e produttivi, attraverso cui controllare la prestazione dei propri dipendenti, previo accordo con i sindacati e, nell’ipotesi di mancata intesa, con decisione assunta dall’Ispettorato del lavoro competente per territorio. Nell’ipotesi di violazione di tale obbligo, a seguito di installazione di tecnologie utili al controllo a distanza dei dipendenti senza alcun accordo o autorizzazione, si poteva esperire un’azione presso il Tribunale del lavoro, attraverso cui ottenere la rimozione delle stesse.

Con il ‘Job Act’, tale disciplina vincolistica unita alla tutela processuale per i lavoratori viene meno, con la cassazione di un’altra delle prerogative contrattuali dei sindacati sui luoghi di lavori, anche se l’obbligo di stipulare accordi con le rappresentanze sindacali in azienda permane per gli impianti audiovisivi. Sul piano della cultura giuslavoristica il provvedimento in questione è in linea con le altre novelle in materia di tutele del lavoratore, da quelle sui licenziamenti individuali alla possibilità di ricorrere al demansionamento, certamente meno garantistica sul piano dei diritti individuali del lavoratore e di schietta matrice produttivistica, intesa come il primato degli interessi aziendali rispetto alla tutela della persona nello svolgimento della prestazione di lavoro subordinato, in linea con la concezione lavoristica e personalistica della Costituzione.

Si può parlare di una destrutturazione del modello giuslavoristico fondato sul riequilibrio tra la supremazia del datore di lavoro e i lavoratori, apprestando verso questi ultimi delle tutele di bilanciamento dei poteri imprenditoriali. C’è chi ha parlato, circa tale norma, dei rischi del “Grande fratello”, con un richiamo – non allo show televisivo – ma al celebre romanzo dello scrittore anti-totalitario di cultura libertaria George Orwell, “1984”, con una regressione, sul terreno della cultura giuridica del diritto alla privacy dei cittadini, definito di terza generazione.

Maurizio Ballistreri 

Terremoto nel PD dopo le dimissioni di Cofferati

Cofferati_SergioL’addio di Cofferati non è rimasto nel perimetro della politica ligure, ma si è allargato immediatamente al PD nazionale e dintorni. Mentre in Liguria poche ore dopo l’addio di Cofferati, il deputato Luca Pastorino e la europarlamentare Renata Briano hanno detto che non voteranno Paita e prepareranno una lista alternativa, Stefano Fassina, esponente di punta dell’opposizione interna al PD, ha avvertito Renzi che ci saranno ripercussioni anche sul voto per le riforme (cioè legge elettorale prima di tutto, ndr) e su quello per il Colle come conseguenza del comportamento tenuto sul caso ligure. Agli oppositori di Renzi ha dato fastidio infatti non solo  il comportamento politico della candidata alla presidenza della Regione, Raffaella Paita che avrebbe stretto un patto col centrodestra, ma anche il giudizio liquidatorio delle dimissioni dello stesso Cofferati, ridotte a ripicca per non aver vinto. Un po’ troppo per un personaggio della statura dell’ex segretario della CGIL, che ora si trova  in pole position per guidare la fronda della sinistra PD, ma fuori e non dentro il partito. Un bel guaio per un Renzi che perde consensi contemporaneamente a destra e a sinistra e che deve affrontare nei prossimi giorni scadenze potenzialmente esiziali per la sua segreteria.

Facciamo un passo indietro. Sabato, dopo rancori e polemiche, Sergio Cofferati ha annunciato l’abbandono del PD: “Per me è un momento molto doloroso, sono tra i 45 fondatori del Partito Democratico e ho creduto molto in questo progetto politico”. E subito è arrivato il commento insultante dal vicesegretario del Pd, Debora Serracchiani: “Non si può far parte di una comunità politica dicendo: se vinco resto, se perdo me ne vado”
Sempre accusato di essere o troppo “estremista” o troppo “moderato, il “Cinese” Cofferati è sempre stato in mezzo alle tensioni della sinistra italiana, dai tempi del primo scontro con un altro ex del sindacato, Fausto Bertinotti, passando per le critiche sull’amministrazione di Bologna per finire alle polemiche di questi giorni sui brogli alle primarie del centrosinistra in Liguria. Lascio, ha spiegato, per “l’incredibile silenzio” del mio partito dopo la denuncia delle irregolarità.
Sulla vittoria della renziana Paita, Cofferati ha affermato: “Il voto è stato inquinato come ha dimostrato il collegio dei garanti, ma quel che è più grave è che il centrodestra è intervenuto nelle primarie del centrosinistra per proporre un modello politico e il mio partito non è intervenuto per fermare questo”.  “Anzi – ha aggiunto – il partito ha parlato, perché un ministro della Repubblica, Roberta Pinotti, è venuta a Genova a sostenere Paita e a teorizzare l’opportunità di fare nascere qui un governo con il centrodestra. E non è stata smentita. Questo è un grande tema etico che non viene affrontato, anzi il mio segretario ieri ha immediatamente proclamato Paita candidata”, senza neppure attendere che si pronunciasse la Commissione di garanzia.

L’ex segretario della Cgil ha confermato quindi voci e indiscrezioni che si rincorrono dai tempi delle primarie per l’elezione del segretario del Pd, quando molti sostennero che Renzi avesse ricevuto l’appoggio e i voti degli elettori del Centrodestra. Ma Cofferati a supporto della sua tesi sull’inquinamento del voto “da destra” ha citato “Alessio Saso (Ncd) inquisito per voto di scambio che disse farò votare Paita per poi fare accordo politico per le regionali”. E ancora “Eugenio Minasso, fascista non pentito che aveva sostanzialmente detto la stessa cosa” senza dimenticare “l’ex senatore Franco Orsi”
L’europarlamentare aveva poi avvertito: “Il centrodestra si è mobilitato per votare alle primarie del centrosinistra: questo è problema politico e morale”.
Intanto i socialisti di Bologna plaudono all’ex sindaco della città: “La decisione assunta da Cofferati potrà avere ripercussioni importanti nello schieramento politico della sinistra; a tale riguardo la posizione dei socialisti sarà di grande e non marginale attenzione”, assicura Marco Strada, segretario del Psi a Bologna. “La denuncia di irregolarità nel corso delle primarie di Genova e la decisione di Cofferati di lasciare il Pd – aggiunge Strada – colpiscono particolarmente la sensibilità dei bolognesi”. Cofferati, prosegue il numero uno Psi, “è stato sindaco di
Bologna. Fu votato con un’ampia partecipazione di elettori del centrosinistra. Svolse il suo compito deludendo le aspettative dei cittadini, pur dimostrandosi figura di forte connotazione carismatica. La sua motivata decisione di uscire dal Pd – avverte il socialista – conferma il grande disagio di questo partito e allarga lo stato di confusa evoluzione del quadro politico nazionale. Nel contempo obbliga tutti a ripensare completamente il metodo italiano di svolgimento delle elezioni primarie”.

Per molti dopo  l’abbandono del ‘Cinese’, a fregarsi le mani è la sinistra di Vendola che ha già fatto sapere di essere disponibile a sostenerlo in caso decidesse “di rendersi disponibile per una candidatura alla Regione”, secondo quanto ha affermato Nicola Fratoianni.  Altre dichiarazioni sono giunte da diversi esponenti dell’area della sinistra del PD, Pippo Civati in testa, ma già da tempo Sel ed ex rifondaroli si erano detti disponibili verso la figura del tanto discusso “Cinese”, il solo che è riuscito a tenere testa a Berlusconi sull’articolo 18, anche se in veste di sindacalista…

Maria Teresa Olivieri

Basta con le diatribe tra socialisti

Ricevendo da più parti sollecitazioni, intendo chiarire ancora una volta alcune mie posizioni. La dialettica è sempre positiva all’interno di qualsiasi contesto sociale e capisco che all’interno di un Partito politico sia particolarmente accesa. La dialettica di hegeliana memoria, però, che è quella che più apprezzo, mette a confronto una tesi e un’antitesi per poi arrivare ad una sintesi! Ebbene, io non vedo alcuna sintesi in quella che è diventata ormai solo una cinica e sterile diatriba tra Socialisti, che ad una tesi contrappone sempre la stessa antitesi senza mai arrivare ad una sintesi, la quale dimostri pur anche il superamento sia della tesi che dell’antitesi, ma che sia senza dubbio un momento evolutivo.

Perdonatemi Compagni, ma questo è ciò che più mi fa arrabbiare!!! Tutto è fermo, è sterile, è inutile polemica e non si va avanti, ma indietro, dimenticando il fine ultimo che è la crescita del nostro amato PSI.

Per rispondere, inoltre, a quanti mi pongono domande riguardo l’art. 18, dico che così come non mi è piaciuto il fatto che il PSI abbia dovuto accettare un passaggio dal PD, ma, rendendomi conto della realtà, riesco a mettere da parte i sogni e mi confronto con i numeri e le possibilità reali, così pure sull’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, in toto conquista socialista per merito del Compagno Giacomo Brodolini, con il cuore non ho approvato la scelta socialista di appoggiarne la modifica e penso che i Socialisti avrebbero dovuto battersi e urlare contro tale modifica, in danno dei lavoratori, di un articolo che è stato un totem socialista, ma con la testa devo riflettere anche sulle ragioni che hanno portato a ciò.

Mi chiedo però, contemporaneamente, dov’erano tutti i Socialisti che adesso gridano inorriditi contro la modifica dell’art. 18. Ritengo che invece di perdersi in inutili diatribe, tra Socialisti Veri e non, e stare a stigmatizzare continuamente l’operato dei nostri Compagni parlamentari, dalla base sarebbe potuto arrivare un forte incitamento a battersi per un baluardo tutto socialista, perché siamo noi che dobbiamo spingere e incoraggiare i nostri parlamentari socialisti a fare ciò che i Socialisti chiedono.

Una riflessione, per onestà intellettuale, però, va fatta in ogni caso: il diritto è una macchina complessa che si evolve seguendo di pari passo i cambiamenti e le evoluzioni della società e deve obbligatoriamente farlo proprio perché vuole assurgere alla dignità di regolatore della vita della collettività da una posizione super partes che non avvantaggi o svantaggi nessuno in particolare ma, recepisca giustamente i princìpi di civiltà, di eguaglianza e giustizia sociale. Non quindi un diritto astratto, neutro e indifferente.

Aderendo a questo principio credo si sia giunti alla modifica dell’art. 18, e non alla sua abolizione, proprio per adeguare la realtà ad una società oggi profondamente modificata dalla crisi politico-socio-economica. Non dimentichiamo, però, che la tutela dell’art. 18 scatta per i dipendenti di aziende con più di 15 dipendenti, che sono solo una piccolissima percentuale, rispetto alla grandissima maggioranza di aziende con meno di 15 dipendenti. In percentuale, quindi, “le aziende interessate dall’articolo 18 sono il 2,4 per cento, quelle non interessate il 97,6 per cento. Per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, invece, su oltre 11 milioni di operai e impiegati presenti nel nostro Paese, quasi 6.507.000 lavorano alle dipendenze di aziende con più di 15 dipendenti: soglia oltre la quale si applica l’articolo 18. La questione del reintegro interessa quindi il 57,6% dei lavoratori dipendenti”.

Le aziende chiudono in tutta Italia, forse più al Sud che al Nord, e in Sicilia me ne accorgo tutti i giorni, provando un grande senso di scoraggiamento, e in tal modo non ci sarà alcun art. 18 da applicare, perché mancherà sempre più proprio il lavoro. Anche se è difficile da digerire, è necessario, dunque, capire le ragioni profonde di questa modifica che tiene fermo, in ogni caso, il reintegro obbligatorio per i licenziamenti discriminatori, tutelati anche dalla Costituzione in seno ai diritti della persona, in attesa di tempi migliori che spero verranno!

In ogni caso, ritengo che la priorità del governo non avrebbe dovuto essere la modifica dell’articolo 18, ma caso mai quella di aiutare le persone senza lavoro a trovarne un altro, attraverso appositi programmi di ricollocazione professionale.

Inoltre, ci può essere apertura verso una modifica dell’articolo 18, purché non si intacchino le tutele acquisite da chi oggi ha già un lavoro stabile.

Confrontandoci con gli altri Paesi, possiamo poi osservare che “in Francia, il reintegro nel posto di lavoro è valido solo in caso di licenziamento discriminatorio. Per un licenziamento senza causa reale e seria, il datore di lavoro può opporsi al reintegro e il giudice può disporre solo un indennizzo non inferiore alle 6 mensilità. In Germania, le tutele si applicano nelle aziende con più di dieci dipendenti, ma il reintegro non è obbligatorio e per il licenziamento si passa davanti al comitato d’impresa che può scegliere di ricorrere al giudice se lo ritiene illegittimo. In Spagna, la riforma Rajoy ha tentato di rendere il lavoro meno rigido: il reintegro è diventato facoltativo e il lavoratore può ottenere solo il risarcimento del danno con una somma che non può superare i 33 giorni per anno di lavoro invece dei 45 di prima. Nel Regno Unito, il reintegro del dipendente – previsto dalla legge – viene applicato molto raramente, mentre l’indennizzo economico varia a seconda dell’anzianità di servizio”.

Complessivamente, in attesa di tempi migliori, l’art. 18 è un articolo che rifugge da posizioni intransigenti ed ultimative e che denota l’attitudine a confrontarsi con la realtà in continuo divenire, senza per questo abdicare ai princìpi e valori di fondo, prerogativa di quanti orgogliosamente, e a ragione, si richiamano al Socialismo.

Angioletta Massimino

2014, raccontato così con
le prime pagine dell’Avanti!

Apore 2014Gennaio
2014 UN ANNO PROMETTENTE
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale e la “tirata d’orecchie” del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si torna a discutere di un piano di riforme per il 2014. A lanciare la palla nel mucchio è il neoeletto segretario democratico Matteo Renzi …

IL LAVORO, UNA BATTAGLIA EUROPEA
«Un vero e proprio disastro sociale». Così viene descritta la realtà del mondo del lavoro nel disegno di legge per un “Atto Unico per il Lavoro” che i parlamentari socialisti presenteranno domani, martedì 14, presso la sala stampa della Camera …

LA LEGGE ELETTORALE BR
Il telefono squilla e mi risponde lui con la sua inconfondibile voce. Rino Formica è sempre un fiume in piena. E risponde senza domande. Con ragionamenti, previsioni, ricordi sempre lucidi, avvolgenti. Conditi con pepe e aceto. Con graffi …

Febbraio
ALL’ARRENZAGGIO
Veloce, veloce, veloce. Matteo Renzi prosegue di gran carriera la sua tante volte smentita avanzata verso Palazzo Chigi. Enrico Letta è salito da Napolitano oggi alle 13 non per pranzare, ma per dimettersi e dopo quaranta minuti..

SI SPARA A KIEV
Per gli scontri sempre più sanguinosi tra opposizione e forze governative, nella giornata la lista dei morti si sarebbe allungata di altre decine di vittime. Addirittura cento secondo fonti dell’opposizione mentre i feriti sarebbero più di 500. I dimostranti …

Marzo
LA SCOMMESSA
«L’Italia sta lavorando per riempire il bicchiere mezzo vuoto». Se per il presidente del Consiglio Matteo Renzi, quella di Berlino, doveva essere una trasferta esplosiva, in cui avrebbe riaffermato il ruolo dell’Italia in Europa, nella realtà i risultati …

HELP ME BARACK
Ieri (26 marzo) è arrivato il segretario di Stato americano John Kerry, e questa sera atterra (20,40) a Roma anche il Presidente Barack Obama per una visita di 36 ore. Il programma, in una capitale ‘blindata’, prevede …

Aprile
UNA LISTA EUROPEA
“Un patto federativo tra due forze politiche con spiccate identità affinché il 2014 sia un anno ottimo per la sinistra riformista”. Questo l’auspicio del segretario nazionale del Psi, Riccardo Nencini durante la presentazione del patto siglato con il Pd …

80 EURO NELL’UOVO
Ha scelto la formula dei 10 tweet il presidente Matteo Renzi per illustrare il lavoro del CDM sul cosiddetto “decreto Irpef” e ha scelto anche di riscoprire la «norma Olivetti, che richiama il grande principio sacrosanto secondo cui in un’azienda nessuno …

RIFORME SI TRATTA
«C’è una questione di bon ton costituzionale. Che il Parlamento sia chiamato a discutere su una riforma costituzionale del governo è già un problema. Un’iniziativa di modifica costituzionale non può essere indotta in maniera forzata su un testo varato …

Maggio
MARE MONSTRUM
La commissione Immigrazione dell’Internazionale Socialista ha un nuovo vicepresidente. È Marco Di Lello, presidente dei deputati socialisti italiani. L’esponente del PSI  è stato eletto nell’ambito di una riunione tenutasi a Tangeri, in Marocco …

TERRA DI NESSUNO
Il caos libico promette di essere la novità della campagna elettorale europea, l’elemento che potrebbe costringere tutti i partiti, e in particolare quelli italiani, ha cambiare la propria agenda. Il perché è presto detto. La stragrande maggioranza, se non quasi …

GROSSE KOALITION
Ventitre seggi. Sono quelli che segnano la distanza tra i popolari e i socialisti in Europa. Pochi, eppure tanti. Tanti da permettere di scegliere il presidente della Commissione come sottolinea la parlamentare socialista Pia Locatelli che ricorda come «in Europa …

Giugno
80 EURO È LEGGE
Nonostante i tentennamenti il governo segna ancora: passa infatti il DL Irpef alla Camera con con 322 sì, 149 no e 8 astenuti. Il Dl è passato agli onori della cronaca per i famosi 80 euro in busta paga, ma contiene al suo interno altre interessanti
 …

MILLE E NON PIÚ MILLE
“Mille e non più mille”, lo dicevano nel medioevo temendo un’apocalisse a fermare il tempo allo scoccare della mezzanotte del’anno 999. Profezia sbagliata, per fortuna. Ora tocca a Renzi e non si parla di anni, ma di giorni. Quelli necessari …

FUGA DALL’IRAQ
Arriva il Califfato dell’Isis. Alcune compagnie petrolifere, tra cui la Exxon e la British Petroleum – secondo quanto riferiscono fonti giornalistiche statunitensi – hanno avviato l’evacuazione del personale dagli impianti in Iraq. La situazione resta invece …

Luglio
CREDIBILITÀ E RIFORME
Alitalia, economia, riforme istituzionali. Questi i temi affrontanti dal segretario del Psi Riccardo Nencini intervenuto questa mattina a “Omnibus”, trasmissione de “La7”. Parlando della questione Alitalia il viceministro ai Trasporti ha detto che …

GAZA SENZA TREGUA
È durata poco l’assenza di attacchi aerei a Gaza. Solo una tregua apparente di poche ore. Le forze di difesa israeliane hanno ripreso a colpire obiettivi terroristici nella Striscia. La decisione delle forze di difesa israeliane è stata presa dopo il lancio  …

Agosto
UNA VIOLENZA SUI GENERIS
Oggi entra in vigore la Convenzione di Istanbul per prevenire e per la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, una violenza di genere che interessa non solo il nostro Paese visto che a firmarla sono stati 47 Paesi, ma qui in Italia c’è ancora …

PARLARE AGLI ITALIANI
Il riformismo, più che da partiti monolitici, é stato rappresentato in Italia da tendenze culturali figliate nell’associazionismo e nel mondo accademico e da correnti minoritarie nate dentro le forze politiche. Isole comuniste, scogli liberaldemocratici …

Settembre
UN’ITALIA DI PAPERONI
“La differenza fra ricchi e poveri è che i ricchi si fanno pagare per tutto, mentre i poveri devono pagare per tutto” (Jean Anouilh, 1910-1987), così anche a pagare per la crisi che stiamo vivendo, ci pensano i poveri. Ma non è la sola novità. Secondo le ultime …

L’ULTIMA TRINCEA
Continuano le polemiche sulla riforma del mercato del lavoro e sull’art.18 dopo l’accelerazione voluta da Matteo Renzi con l’approvazione di ieri da parte della Commissione Lavoro del Senato che ha dato il primo via libera alla delega …

Ottobre
JOBS ACT AL VIA
Da Palazzo Chigi, dopo l’incontro con i sindacati, Matteo Renzi lancia segnali di ottimismo sul percorso del Jobs Act incassando una sostanziale apertura dalla minoranza del Pd: “La fiducia è una forzatura – dice Pier Luigi Bersani …

CIVILI UNIONI
Sono anni che si parla di una legge sulle coppie di fatto, anni in cui tra le pieghe delle legislature succedutesi si sono impantanate diverse proposte, presentate, e non ancora discusse. In ballo c’è quello che dovrebbe essere una naturale consegna …

SEPARATI IN CASA
I dissidi negli ultimi anni c’erano già stati, ma che tra i vertici della CGIL, tutt’ora il maggior sindacato del Paese con oltre sei milioni di iscritti, e il PD, erede storico del PCI-PDS-DS, si arrivasse al punto di organizzare manifestazioni opposte e distinte …

Novembre
L’ULTIMATUM
Al vertice di maggioranza di ieri sera, al termine del consiglio dei Ministri, si è parlato soprattutto di legge elettorale anche se l’accelerazione imposta all’iter della legge elettorale piace a pochi. Renzi avrebbe ottenuto dagli alleati un impegno scritto …

TERRORE IN SINAGOGA
Martedì di sangue in una sinagoga di Gerusalemme, dove quattro israeliani sono stati uccisi e almeno altri nove sono rimasti feriti, di cui alcuni in modo grave, nel corso di un attentato condotto da due palestinesi, armati di una pistola, una mannaia e un coltello …

Dicembre
UN CUPOLONE NERO
Ventinove persone già arrestate, 8 ai domiciliari e una sfilza di indagati che attraversa tutta la politica romana, ma che sembra avere il suo centro di comando nella destra neofascista della Capitale. “Con la nuova amministrazione  …

LA MANOVRA È SERVITA
Con 307 voti a favore e 116 contro, la Camera ha definitivamente approvato nella tarda serata il testo della Legge di stabilità, la ex Finanziaria, rendendo operativo il ddl uscito dal consiglio dei ministri del 15 ottobre e modificato nell’esame parlamentare …