Atp di Umago e di Bastad: in Svezia e in Croazia due tornei per gli azzurri

tennis cecchinato

Quest’anno gli Atp di Bastad (in Svezia) e di Umago (in Croazia) sono stati due tornei “azzurri”. Infatti la presenza trionfante dei tennisti italiani ha dominato. Nel primo in singolare si è imposto Fabio Fognini; nel secondo Marco Cecchinato. Il primo è arrivato in finale anche in doppio, insieme a Simone Bolelli. Tra l’altro il bolognese partiva dalle qualificazioni in singolare ed è giunto sino ai quarti dove ha perso da Gasquet. Il tennista di Budrio, però, si è tolto la più grade delle soddisfazioni: quella di eliminare al primo turno la testa di serie n. 1, ovvero Diego Schwartzman. Certo i due atleti azzurri non sono riusciti a portare a casa il titolo in doppio, ma hanno regalato molte emozioni. Non da ultimo, dei sorrisi sono venuti dalla videochiamata (al figlio Federico ed alla moglie Flavia Pennetta probabilmente), dopo la vittoria, del tennista ligure (mentre mandava dei baci affettuosi). Enorme la sua soddisfazione. Per quanto abbia ringraziato tutti gli organizzatori per l’ottima gestione del torneo appunto, però forse è stato un po’ pregiudicante per la coppia azzurra giocare immediatamente dopo (circa mezzora) che Fognini (attuale n. 13 del ranking) aveva disputato la finale: faticosa, tra l’altro, perché terminata al terzo set e molto lottata con Gasquet. Dopo aver finito il match decisivo, infatti, è dovuto di nuovo scendere in campo nella finale di doppio, subito a seguire. Evidentemente stanco, non è bastato un generoso Bolelli (che molto si è impegnato e ha cercato di fare, dandosi da fare per prendere l’iniziativa): ha dominato il gioco più rapido e veloce della coppia avversaria, basato su attimi, in cui occorrevano solo saldi riflessi per rispondere ad attacchi sporadici ed estemporanei; un po’ di sfortuna ha fatto il resto -con colpi usciti davvero di poco-. Un terzo set forse sarebbe stato giusto, ma non c’è stato. Forse se Fabio avesse speso meno nella finale di singolare le cose sarebbero potute andare diversamente. Sicuramente bello il fatto di aver ritrovato questa coppia solida di nuovo insieme, da veri amici, compagni di squadra in Coppa Davis e campioni seri. Non è da escludere, infatti, che Fabio abbia scelto di disputare il torneo di Bastad invece che quello di Umago proprio per la presenza dell’amico. Il ligure, infatti, in Croazia avrebbe difeso il titolo, conquistato due anni prima, quando vinse in finale nel 2016. Certo qui in Svezia i due atleti azzurri avrebbero potuto scrivere un esito diverso all’ultima pagina, se gli organizzatori avessero concesso una pausa più lunga al neo campione: giocare alle ore 18 invece che alle 17 italiane la finale di doppio non sarebbe poi cambiato molto per loro, ma avrebbe dato più tempo di recupero al ligure.

Tante le emozioni che gli azzurri hanno comunque regalato; innanzitutto il fatto che Bolelli stesso era ad un passo dalla semifinale e tutti gli italiani sognavano una finale tutta azzurra tra Fabio e Simone. Invece il tennista di Budrio si è fatto sorprendere dal talentuoso e coraggioso Laaksonen, in una rimonta strepitosa. Il nostro giocatore conduceva 6/1 (tutto facile e senza storia il primo parziale, quasi un’esibizione di tutto il suo miglior tennis e dei suoi colpi più belli e talentuosi; un vero e proprio show per Bolelli); poi avanti 3-0 con break nel secondo, sembrava tutto fatto, storia conclusa e invece il mach si è riaperto con la rimonta di Laaksonen fino al 3-3 e poi il break che lo ha portato in vantaggio sul 6-5, dove ha servito e chiuso per 7/5. Al terzo Bolelli è stato sempre più in difficoltà e si è piegato all’avversario, complice anche un po’ di stanchezza. Ma tanto amaro per lui, che è uscito dal campo molto rattristato e deluso per l’occasione sfumata.

Altre emozioni sono venute anche da Marco Cecchinato. Il tennista siciliano in Croazia ha dato proprio spettacolo, vincendo una finale giocata benissimo contro l’argentino (molto insidioso) Guido Pella. 6/2 7/6(4) il risultato finale, che dimostra quanto l’italiano sia partito bene e abbia dominato il primo parziale, mentre nel secondo stava rischiando di far rientrare in partita Pella (era avanti di un break) e si è andati al giusto tie-break, dove ha giocato benissimo: più aggressivo, rischiando di più e soprattutto regalando pochi punti e pochi errori all’avversario (dopo i primi punti persi, ha conquistato gli ultimi tutti di fila). Ormai il tennista nostrano è diventato n. 22 del mondo e si prepara già ai discorsi finali di ringraziamento a chiusura di premiazione come i veri campioni; davanti agli occhi soddisfatti della fidanzata sugli spalti, oltre ai suoi di gioia. E Cecchinato ha continuato a fare bene anche all’Atp di Amburgo, dove ha vinto un primo turno non facile contro il francese Gaël Monfils, decisamente in giornata. Dopo aver trovato il break decisivo nel primo set, che ha chiuso per 6/4, il francese si è portato subito avanti nel punteggio, dominando la partita con un gioco molto aggressivo e mettendo in seria difficoltà Marco, che non sembrava molto in giornata. Tutti ormai lo davano già negli spogliatoti e sotto la doccia, altri lo criticavano perché non aveva partecipato invece a Gstaad (da non confondere con il nome simile del torneo di Bastad, almeno nella pronuncia), dove c’era meno competizione, invece che giocare un torneo così importante come quello qui in Germania. Al contrario, scelta decisamente coraggiosa di confrontarsi con i più grandi in un torneo come quello di Amburgo (sempre di prestigio) proprio per crescere di più tennisticamente. Sugli spalti ad assistere al suo match c’era proprio la testa di serie n. 1 Thiem. L’austriaco, tra l’altro, si è sbarazzato facilmente del giovane francese Corentin Moutet per 6/4 6/2, ma il ragazzo ha fatto vedere molte cose buone (soprattutto con grossi colpi in accelerata), ma Dominic ha giocato in maniera strepitosa piazzando ogni tiro alla perfezione, da tutti i punti di vista, con delle mazzate da manuale, quasi a punire il più giovane ‘esordiente’, annichilendolo e imponendosi con il dominio e l’egemonia del più forte ed esperto, del più ‘anziano’ verrebbe da dire, ma vista la giovane età dei due non è forse il termine più adatto. Per quanto riguarda l’azzurro, invece, Marco Cecchinato pian piano ha ritrovato la fiducia e la concentrazione, riuscendo a pareggiare i conti nel secondo set per poi andare in vantaggio e portare il match al terzo set. La chiave è stata proprio la smorzata millimetrica che ama eseguire e che gli riesce alla precisione, ma drop-shot che lo stava tradendo in questa circostanza in cui era soprattutto Monfils a rifilargli delle spinose e velenose palle corte. Dopo aver vinto il secondo set per 6/3, con il break decisivo sul 5-3, nel terzo aveva più sicurezza di sé e la lotta è stata più alla pari. Match equilibrato che, ancora una volta, il siciliano ha sbloccato con il break fondamentale nel finale, strappando il servizio avanti sul 5-4. Non facile giocare dopo la finale in Croazia, con appena un giorno di recupero: la stanchezza sicuramente si faceva sentire. Bravo a rimanere calmo e concentrato. Ad Amburgo, poi, a proposito degli avversari di Bolelli- da segnalare che Laaksonen ha perso da Bedene (per 6/3 1/6 6/4), mentre Schwartzman ha vinto al terzo sul giovane Ruud (per 6/4 2/6 6/2). Anche Gasquet, avversario in finale di Fognini a Bastad dicevamo, ha conquistato il derby francese contro Paire per 7/6 6/4, come già accaduto in maniera simile contro Chardy ad s-Hertogenbosch dove in finale riuscì a portare a casa il titolo per 6/3 7/6.

A proposito dell’Open in Svezia, Fognini ha vinto bene il primo set in finale proprio contro Gasquet per 6/3; poi si è un po’ deconcentrato ed è come uscito dal match (molto falloso e quasi irriconoscibile), merito anche del campione transalpino, che si è imposto nel secondo parziale per 6/3; ma nel terzo è stata la reazione d’orgoglio del tennista ligure che non ha lasciato più scampo a Gasquet: ha iniziato ad avere fretta di chiudere e nel giro di poco il campione azzurro ha messo il sigillo sul torneo per 6/1; un parziale netto che gli rende merito e gli fa di certo onore. Grande prova di maturità la sua, soprattutto per il montare della stanchezza. Tra l’altro nelle semifinali Fognini aveva avuto un duro match (speculare, in cui si era fatto rimontare nel secondo set, avanti di uno) contro Fernando Verdasco: show di Fognini nel primo che rifila un severo 6/1 allo spagnolo; innervosito, l’altro ha reagito diventando sempre più aggressivo e riuscendo a sfruttare un lieve calo del ligure per strappargli il servizio, trovando il break per portare a casa il secondo set per 6/4. Poi Fognini ha riordinato le idee (infatti stava insistendo troppo sul pericoloso dritto mancino di Verdasco e stava scambiando troppo da fondo con lui; un gioco più aggressivo a rete gli è stato utile) ed è riuscito a venire a capo di un difficile ed equilibrato terzo set, che ha chiuso per 7/5. Buone, soprattutto, le percentuali di servizio, in particolare di prime, del tennista azzurro in questo torneo. Di certo non è stata una semifinale così faticosa come la sua, quella del francese Gasquet (che ha imposto un netto 6/2 6/3 in poco più di un’ora a Laaksonen). Questo nella finale tra i due si è sentito. Proprio Laaksonen ha impedito di avere Bolelli (un altro italiano) in semifinale. Il bolognese vince bene in maniera convincente ai quarti il primo set per 6/3. Mette in scena davvero un buon tennis di ottimo livello, con accelerazioni di precisione e potenza, buon servizio (con qualche aces) e solido da fondo nello scambio, ma a suo agio anche in attacco in avanzamento a rete. Sembrava tuto facile e destinato ad evolversi per il meglio. Nel secondo set, infatti, il tennista di Budrio conduceva 3-0. Poi, forse un po’ di stanchezza, forse un po’ di deconcentrazione, forse un po’ di sfortuna complice, ha iniziato a commettere qualche errore gratuito in più (con qualche palla uscita di pochissimo) e lo svizzero è riuscito a strappargli un 6/2 e a portarlo al terzo set. Un po’ innervosito, infastidito e confuso, è sembrato un po’ disorientato, quasi a chiedersi: ma come ho fatto a perdere il secondo set per 6/2? La verità è che lo ha fatto scambiare troppo da fondo, mentre avrebbe dovuto attaccarlo di più col dritto ad uscire in avanzamento (schema che per lui si è dimostrato vincente). Allungando gli scambio da fondo lo ha rimesso in partita e l’altro ha trovato ritmo e regolarità e si è fatto più insidioso. Tanto che, nel finale di partita, era il tennista di Budrio a sbagliare di più e l’altro è riuscito a fargli il break necessario che gli ha regalato la semifinale e il 6/4 decisivo. Un posto in semifinale che forse Bolelli aveva intravisto troppo presto, dando per finita una partita che stava appena cominciando e aprendosi. Comunque si è dimostrato un tennista molto cresciuto, in grado di esprimere un buon tennis, con un buono schema in attacco, da vero tennista di doppio (e forse da erba più che da terra). Comunque resterà quel memorabile 7/6 6/3 che ha rifilato a Schwartzman in un’ora e 54 minuti di gioco all’Atp di Svezia. In sintesi; Atp di Bastad e di Umago: tre finali (due di singolare e una di doppio) per tre campioni, tre talenti azzurri.

Per quanto riguarda, infine, i loro avversari citati, possiamo dire che (al successivo torneo di Amburgo), Monfils ha perso dall’argentino Leonardo Mayer per 6/1 7/6; mentre Schwartzman si è poi sbarazzato con un doppio 6/2 del giovane tedesco Masur al secondo turno; mentre Verdasco è stato sconfitto al terzo set (dopo una dura battaglia) dal talento brasiliano Tiago Monteiro, con il punteggio di 3/6 6/2 7/5 a favore del più giovane tennista.

Barbara Conti

Torneo di Miami 2018: vittoria di talenti ormai ‘cresciuti’

vincitori-miami-2018-696x338Come ogni anno, dopo il torneo di Indian Wells segue l’importante Master 1000 di Miami. E quest’anno l’America incorona due suoi campioni sempre più emergenti. Davvero “cresciuti” per dirla con il termine usato dal vincitore della sezione Atp: John Isner, quasi 33 anni, vero battitore di aces da record, tanto da chiudere il match (al terzo set) sul game decisivo (con un break di vantaggio strappato all’avversario) con un ace centrale, che faceva seguito ad altri due (sempre nello stesso game) oltre a un dritto vincente eccezionale. Un sogno per lui vincere in casa, in terra americana, il suo primo Master 1000 in carriera; su un avversario durissimo e ritrovato come Alexander Zverev. Isner ha vinto eliminando sia Cilic che niente di meno che Juan Martin Del Potro, campione uscente del precedente torneo di Indian Wells, in semifinale per 6/1 7/6(2). Evidenti le sue lacrime di commozione per il traguardo raggiunto nel finale, mentre in panchina quelle di amarezza, dispiacere, delusione, sofferenza, rancore, rabbia di Alexander Zverev (che ha rotto malamente una racchetta proprio dopo aver concesso il break fondamentale che ha portato Isner a servire per il match sul 5-4). Ma simpatica la dedica che John ha riportato sulla telecamera che lo inquadrava, scrivendo “he is risen”, “lui è cresciuto”: a chi si rivolgeva, a se stesso o all’avversario? Non c’è che dire che il livello di tennis di entrambi è stato altissimo e i successi collezionati dai due sempre più continui; due tennisti solidi e campioni di tecnica. Del resto ormai questa è l’ennesima dimostrazione anche da parte del tedesco di essere entrato a pieno regime nella top ten dei “grandi”, in grado di competere con i primi cinque più forti al mondo (solamente dopo Nadal, Federer e Cilic), seguito a poca distanza da Dimitrov. Ha surclassato ormai i giovani coetanei o vicini di età; come Coric e Pablo Carreno Busta, che ha sconfitto rispettivamente nei quarti (con un doppio 6/4, e lo stesso punteggio ha rifilato a Kyrgios negli ottavi; l’australiano aveva eliminato il nostro Fabio Fognini con un doppio 6/3 ai sedicesimi) e in semifinale (per 7/6 6/2). Oltre a questi, nei sedicesimi, il tedesco e testa di serie n. 4 del tabellone era venuto a capo di un duro match contro Ferrer, vinto al terzo set (per 2/6 6/2 6/4). Per lui comunque raggiungere di nuovo una finale con ottimi risultati, dopo un momento di appannamento, è sicuramente un segnale positivo.
Ma le gioie per i tifosi americani non sono finite qui, perché nel femminile si impone un’altra statunitense come Sloane Stephens, che torna a conquistare un torneo dopo la vittoria lo scorso settembre agli Us Open (sull’altra connazionale Madison Keys per 673 6/0). Nuova n. 9 al mondo, ha saputo riconfermare l’importante obiettivo raggiunto, dando prova e dimostrazione di un grande autocontrollo, non solo e non tanto per la preferenza per una superficie quale il cemento, quanto per la capacità di giocare davanti al pubblico di casa che si fa sentire eccome. Nel match di Isner più volte ha esultato e lo ha esortato, così come il campione americano lo ha incitato a supportarlo. Lo stesso ha fatto, a sua volta, anche Zverev, replicando persino gli stessi punti. Nel femminile non era facile mantenere la concentrazione contro un’avversaria come la Ostapenko, vogliosa anche lei di far vedere che l’exploit al Roland Garros non era solo una parentesi. Ma la Stephens ha dimostrato più intelligenza tattica. Inoltre, curiosità, sugli spalti ad assistere c’erano due Miss Florida; una bianca con i capelli ricci lunghi e biondi, l’altra di colore e mora: esattamente come Ostapenko e Stephens. Così come il torneo di Miami ha visto trionfare un tennista bianco e una tennista di colore. Sloane, tra l’altro, sembra destinata a voler rincorrere l’esempio tracciato all’epoca dalle sorelle Williams: e per gli Usa lei potrebbe essere a pieno regime un’atleta da Federation Cup. Per quanto riguarda la replica del duo delle Williams, potrebbe chiedere aiuto a un’altra giovane di colore, seppure nipponica: la giapponese Osaka, che ha fatto faville nonostante la giovane età, tanto da vincere agevolmente il primo turno anche al Wta di Charleston battendo nettamente l’americana Jennifer Brady con un doppio 6/4. Quello che stupisce di lei è la capacità di rimonta nel match, sotto nel punteggio, con un gioco tutto in anticipo sui tempi dell’avversaria, e in accelerata coi fondamentali. Così come ha sovvertito i pronostici di inizio match Sloane Stephens, a partire dalla finale. Stava perdendo dalla Ostapenko, eppure ha rimontato ed è andata a vincere in un duro tie-break nel primo set dominandolo per 7 punti a 5, giocando in maniera esemplare i punti decisivi. Infine ha dilagato ed è stata protagonista assoluta del secondo set, strapazzando per 6/1 la Ostapenko. Molto è dipeso dalla lettone, che ha fatto più colpi vincenti rispetto alla Stephens, ma il doppio degli errori gratuiti; inoltre non ha servito in maniera brillante, mentre Sloane ha avuto buone percentuali sia (soprattutto) di prima che di seconda. Sicuramente ammirevole l’impegno e lo sforzo di Jelena di fare sempre lei il punto, di costruirselo e di cercare di chiuderlo, ma meno buona una presa di rischio così alta, che l’ha portata a perdere il controllo dei colpi. Ma si conosce il suo carattere ostinato, determinata, gioca sempre per il tutto per tutto, al massimo, senza mai risparmiarsi. Lodevole la sua semifinale contro un’altra giovane americana emergente molto interessante (con buoni fondamentali e un gioco aggressivo valido e solido) come Danielle Collins, che ha battuto per 7/6(1) 6/3, Collins che tra l’altro ai quarti aveva eliminato proprio Venus Williams con il punteggio di 6/2 6/3. Sia Ostapenko che Collins hanno dimostrato di essere due tenniste in grado di costruirsi il gioco e dettare lo schema tattico, senza paura di tirare i colpi, anzi prendendosi rischi molto elevati. E proprio la Collins, insieme alla Stephens, potrebbero rappresentare le due nuove miss Florida del tennis. Di Sloane rimarrà impressa sicuramente la semifinale contro un’altra tennista ritrovata che forse meritava di più: la bielorussa Viktoryja Azarenka, reduce da un momento difficile (dopo l’assenza per gravidanza, la contesa del figlio con il compagno, il duro ritorno soprattutto a causa di una condizione fisica non al top in cui è apparsa molto dimagrita). Nella semifinale contro Vika era sotto di un set e la bielorussa, che mostrava un’ottima qualità di tennis, era in vantaggio 2 a 0 anche nel secondo. Poi la rimonta dell’americana sino al 3 a 2 e, da quel momento, ha preso sempre più campo fino ad impartirle un netto 6/2 6/1. Nel terzo set la Azarenka non ce la fa più, lotta tanto, ma non riesce a correre per un problema alla caviglia, o forse per la stanchezza di un match duro in cui ha speso tanto; ha tentato in tutti i modi di essere aggressiva, ma forse il forte vento le ha giocato contro. Ma la sua vittoria personale, come il suo nome, è scritta nelle sue scarpe: Leo, il nome del figlio, quello per cui lottare e combattere e continuare a giocare. Sempre, per rialzarsi dopo ogni sconfitta bruciante. Tuttavia di questo torneo resterà l’incetta di avversarie ‘nobili’ che ha battuto: la Bellis (per 6/3 6/0), la Keys per ritiro (sul 7/6 2/0 in suo favore), la Sevastova al terzo set in rimonta dopo aver perso il primo, la Radwanska con un doppio 6/2, la Pliskova per 7/5 6/3. Continua il periodo no di Radwanska e Karolina Pliskova.
La finale femminile. Si incomincia con i primi quattro games che sono una serie di break e contro break alternati. Fino al 2-2, dunque, totale equilibrio. Poi sul 4-3 c’è un altro break della Stephens, ma nel momento di andare a servire si fa strappare di nuovo la battuta e non è 5-3; non chiude e si arriverà sino al 5-5, poi di nuovo break di Sloane che, però, fallisce di nuovo l’occasione (forse per l’emozione). Si giunge a un meritato tie-break che, però, la Ostapenko gioca malissimo. La lettone cambia anche racchetta con una tensione di corda diversa, forse per trovare più sensibilità di palla, ma nemmeno questo basta ad impedirle di commettere il doppio degli errori gratuiti non forzati rispetto ai suoi vincenti, rispettivamente 48 a 25. Complice anche la percentuale bassa al servizio. Più aggressiva la Ostapenko cerca il vincente, ma rischia troppo e sbaglia, perdendo il controllo dei colpi; mentre Sloane vince di rimessa, con un gioco più contenitivo, di difesa, in sicurezza o almeno finché non trova fiducia e attacca. Jelena spreca tante energie e corre parecchio, in campo è molto generosa, non si risparmia. Del resto già in precedenza (con la Azarenka stessa) abbiamo visto la Stephens in difficoltà nel primo set e poi recuperare sempre meglio pian paino, fino a ‘sciogliersi’ del tutto. Forse la tensione di giocare in casa e in un torneo importante. Sloane, infatti, dopo il 7/6 del primo set, dilaga nel secondo set e fa doppio break alla Ostapenko: prima sul 2-1 e si porta 3-1 e poi 4-1 con il proprio servizio, e dopo sul 4-1 che la conduce sul 5-1 e a servire per il match; stavolta non fallisce l’occasione e con molto sangue freddo chiude la partita tenendo la battuta a 0.
Del resto altre volte nel tennis femminile abbiamo visto tenniste vincere puntando sull’errore dell’avversaria, o almeno cercando di far sbagliare molto l’altra atleta e tentando di mandarle fuori palla, con un gioco senza rischiare troppo. Era accaduto alla Sharapova contro la Niculescu al Wta di Doha, quando la rumena si è imposta sulla russa al terzo set, in rimonta dopo essere stata sotto di uno, con il punteggio di 4/6 6/4 6/3 mandando in confusione la siberiana e stracciandola con palle corte e smorzate velenosissime. Lo stesso fece la Kasatkina ad Indian Wells contro Venus Williams in semifinale (vinta dalla prima per 4/6 6/4 7/5) : l’americana l’ha persa per un soffio, devastata dalle continue corse laterali e a rete di un’avversaria che respingeva e prendeva tutto, che la costringeva a rischiare e spingere sui colpi per chiudere, non trovando più le righe nel finale per evidente stanchezza e appannamento fisico. La Kasatkina ha aspettato il momento giusto, l’ha lasciata sfogare e l’ha logorata, per poi mordere e attaccare lei per mettere a segno vincenti favolosi. Questo dimostra che occorre saper alternare il gioco difensivo a quello offensivo e non tenere sempre lo stesso ritmo. Questa una cosa che ha migliorato lo stesso Alexander Zverev, ma che deve incrementare per essere ancor più vincente: non giocare solamente in pressione sull’avversario, ma contenere anche a fasi alternate. Questo anche quello che manca un po’ ancora a Denis Shapovalov, che comunque è già a un buon livello, seppure non si ancora esploso del tutto. La capacità di mandare fuori palla l’avversario/a cambiando continuamente ritmo e tipo di colpo, così che vada fuori giri appena prova a spingere i colpi su palle prive di peso, puntando anche sul back e sui tiri lobati o lavorati (specie al servizio). Questo fa perdere sensibilità di palla e regala molti errori gratuiti non forzati appunto.
La finale maschile. Isner vince su Alexander Zverev per 6/7(4) 6/4 6/4. Il tedesco gioca bene il tie break del primo set, poi la partita continua in equilibrio e in parità fino al 4-4 nel secondo set in cui regala il 5/4: Zverev commette un errore di dritto clamoroso. Isner attacca e chiude con un dritto in avanzamento, dopo che il tedesco aveva avuto due colpi del contro break, si procura il vantaggio decisivo: un attacco col dritto straordinario e uno scambio che gli regala il più bel punto del match, passando Zverev a rete col dritto lungolinea, dopo averlo costretto al recupero due volte anche venendo in avanti con palle corte sotto il net, non solo facendolo correre lateralmente tanto; ma Zverev non ci sta e ricambia il punto alla stessa maniera, ma il servizio di Isner è troppo forte e chiude 6/4; così sarà anche nel terzo set quando regala il break sul 4-4 e suo servizio, portando alla battuta Isner sul 5/4 con un errore per cui il tedesco rompe la racchetta molto arrabbiato, che tira al pubblico. Più controllo e maturità dell’americano, ma uno Zverev davvero molto cresciuto.

Tennis: le imprese di Coric, Schiavone, Johnson
e Vondrousova

atp tennisQuattro tornei a finale inedito. Si tratta degli Atp di Marrakech e di Houston e dei Wta di Bogotà e di Biel. I vincitori di vere e proprie vittorie-rimonta sono: il croato Borna Coric, l’americano Steve Johnson, l’italiana Francesca Schiavone e la giovane ceca Marketa Vondrousova.

Nell’Atp di Marrakech, infatti, è stato il giovane Coric a sorprendere Philipp Kohlschreiber al terzo set. Una rimonta inaspettata, per due motivi: innanzitutto perché il tedesco era doppiamente favorito in quanto testa di serie n. 3 e per le vittorie precedenti in cui aveva dimostrato un’ottima solidità da fondo. Invece, a fare la differenza, è stata la maggiore tenacia del croato, che potremmo ribattezzare il nuovo Dominic Thiem; stesso carattere e stile di gioco, stesso fisico e medesima aggressività in cui ha rischiato i punti decisivi ribaltando una partita che sembrava quasi persa, o comunque molto dura per lui. Kohlschreiber ha avuto diversi match point e ha annullato altrettanti set point nel secondo, prima che si andasse al terzo. Nell’ultimo parziale, però, non è sembrato più dominare e avere il controllo del match come nel resto della partita. Un incontro in cui gli sono saltati inaspettatamente i nervi, tano da rompere malamente una racchetta. Forse le troppe occasioni mancate e sprecate lo hanno innervosito, comprensibile. Riesce a portare a casa il primo set per 7/5 dopo essere riuscito a fare un break a Coric. Nel secondo set si porta avanti subito di un altro break, strappando un servizio all’avversario che, però, immediatamente lo riconquista. Il tedesco ha altre chances di chiudere la partita, ma si va al tie-break e qui fa un disastro: la testa di serie n. 3 gioca malissimo molti punti, mentre è pressoché perfetto Coric nell’andare veloce, spedito, deciso, dando il massimo e con una concentrazione e una freddezza stupefacenti; non a caso il parziale a favore del croato è di 7 punti a 3. Nell’ultimo set continua quest’andamento favorevole al più giovane dei due, che arriva ad ottenere il break utile decisivo: finisce per 7/5. Avrebbe potuto addirittura chiudere prima perché ormai Philipp sembra davvero buttare via il match, troppo nervoso per ragionare o per piazzare i colpi alla perfezione come al suo solito. Incredibile. Ha lasciato tutti senza parole poiché aveva mostrato, invece, un’attitudine di moderazione, tranquillità, compostezza e totale equilibrio, anche in situazioni di svantaggio. Pensiamo agli incontri contro Struff nei quarti, in cui vince in rimonta al terzo set dopo aver perso il primo con il punteggio di 3/6 7/5 6/3, ma dando l’impressione di avere sempre in mano le redini del gioco. Così come al turno precedente contro il francese Chardy, conclusosi per 6/0 2/6 6/3: andato sempre al terzo, dopo aver vinto il primo e perso il secondo e, pertanto, in una condizione speculare a quella della finale; ci si sarebbe aspettati tutti che il tedesco ripetesse l’impresa. Forse non si aspettava una rimonta, un recupero, un ritorno, una reazione sia fisici che mentali così consistenti da parte di Coric; probabilmente pensava di avere già vinto, che il peggio fosse passato e che ora fosse tutto facile e in discesa, di avere il titolo in mano. Un po’ di deconcentrazione e stanchezza lo hanno fatto uscire dal match, anche perché Borna ha iniziato davvero a giocare decisamente meglio, soprattutto i punti decisivi, quasi togliendo il tempo al tedesco, che aveva incominciato a rallentare e frenare un po’ il ritmo, iniziando a sbagliare un po’ di più. Per entrambi i finalisti facili le semifinali: doppio 6/2 per il tedesco contro Paire e doppio 6/4 per il croato contro Vesely. Quest’ultimo aveva battuto precedentemente il nostro Paolo Lorenzi, giunto a un passo dal compiere un risultato eccezionale (3/6 6/3 7/65 il punteggio di una vera e propria battaglia, in una partita equilibratissima, in cui forse Vesely ha giocato meglio i punti decisivi e c’è stata un po’ di sfortuna per l’italiano). L’azzurro, tra l’altro, era reduce da un duro derby contro il connazionale Gianluca Quinzi, che lo ha visto trionfare per 7/65 2/6 6/4. Lorenzi veniva dalla vittoria contro Garcia-Lopez per 7/6(4) 7/5, Quinzi dal trionfo su Mathieu per 7/6(8) 6/3.

Quasi come un overrulling, nell’Atp di Houston il campione è il padrone di casa: lo statunitense Steve Johnson. Prima porta al terzo set il brasiliano Thomaz Bellucci, dopo che sembrava non avere più chances nell’incontro. Poi arrivano i crampi a un passo dal servire per il match, il time out medico, gli applausi di incoraggiamento del pubblico, la sofferenza sul suo volto, attimi di tensione per il fatto di vederlo incapace di camminare per un po’. Tutto facile per Bellucci per un set e mezzo: vince il primo set per 6/4 e nel secondo sembra assolutamente vicinissimo alla conquista del titolo. Poi la svolta. Il tenace Johnson si fa prendere da un moto d’orgoglio. Non ci sta a perdere e trova la chiave della partita: punta sul rovescio dell’avversario, mancino, che sbaglia invece ad insistere sul dritto potentissimo dell’americano che lancia vere e proprie silurate supersoniche; come frecciate con cui segna il bersaglio del traguardo di portare l’incontro al terzo set. Dopo aver vinto il secondo per 6/4 sempre, continua a spendere energie, generosissimo, attaccando molto, andando spesso a rete mentre Bellucci, più pigro e con meno mordente forse, vuole rimanere ostinato a fondo a scambiare dritto contro dritto, perdendo solamente 15 su 15. Avrebbe dovuto preferire l’altra diagonale, spostando la traiettoria sul rovescio (più di difesa e meno incisivo) di Johnson, che si è salvato molto anche con il servizio. Così qualche problema fisico per l’americano ha portato l’incontro al tie-break, ma qui ha continuato a giocare con molta intelligenza tattica e tanto “cuore”, anche tra i dolori fisici: lo ha vinto per 7 punti a 5. Non a caso, dunque, la testa di serie n. 4 ha fatto sentire il suo peso e primato sulla n. 8. Ma a risaltare è proprio il numero di americani che hanno giocato a questo torneo che si può a pieno titolo definire “americano”. Non solo tre in semifinale: Jack Sock (testa di serie n. 1, giocatore molto valido e solido, battuto dal più concreto futuro vincitore finale Johnson per 4/6 6/4 6/3); poi la wild card Ernesto Escobedo che ha lottato per tre set contro Bellucci (sconfitto per 5/7 6/4 6/2); questo esordiente veniva da un durissimo match in tre tie-break ai quarti contro il connazionale John Isner: ostico, quest’ultimo era testa di serie n. 2 e si è arreso per 7/6(6) 6/7(6) 7/6(5). Un incontro che, sicuramente, il pubblico di casa avrà gradito e che lo avrà fatto impazzire. Infine, ancora, da citare la testa di serie n. 3, sempre un altro americano: Sam Querrey, tutto altezza, aces e servizio potente con cui ama fare serve&volley, sullo stile di Isner appunto; è stato fermato da Bellucci per 6/4 3/6 6/3 ai quarti. Per citare i più forti. Ma si possono anche elencare la testa di serie n. 7 Donald Young oppure e altre wild card Bjorn Fratangelo o Reilly Opelka; oppure, inoltre, anche i qualificati (sempre rigorosamente a stelle e strisce) Tennys Sandgren e Noah Rubin.

E da una wild card era partita nel Wta di Bogotà Francesca Schiavone. Qui l’azzurra arriva a conquistare l’ottavo titolo in carriera contro la giovane Lara Arruabarrena. Vince per 6/4 7/5. Un titolo che vale doppio per lei: sia per il ritorno dopo l’essere stata a un passo dal ritiro, quando tutti (e forse anche lei stessa) la credevano “finita”, sia per l’essere riuscita non solo a tornare competitiva, ma anche a “vendicare” la connazionale Sara Errani. Quest’ultima aveva perso dalla svedese Larsson per 7/5 6/4 e lo stesso punteggio la milanese rifilerà alla medesima avversaria al turno successivo di semifinale. Un parziale direttamente inverso, ma esattamente speculare, a quello della finale che però dice tanto. Innanzitutto la capacità di mantenere la calma e la lucidità dell’azzurra. La Larsson, infatti, parte (molto nervosa) con il contestare diverse palle nei primi due games, su cui però l’italiana si porta subito in vantaggio di un break che riesce a mantenere (anche resistendo a una serie di break e contro-break: portatasi subito sull’1-0 a servizio, se lo fa strappare infatti, ma poi lo recupera nel nono gioco); più facile poi sarà il secondo set per lei, che trova fiducia e sicurezza nei colpi e gioca con maggiore aggressività. Quella che le ha permesso di fare la differenza nella finale, attaccando di più, rischiando di più e giocando meglio i colpi decisivi: l’avversaria ha 4 set points, ma Francesca chiude in 100 minuti circa. Qui la tennista nostrana gioca un torneo praticamente perfetto. Senza mai perdere un set, elimina prima Tig (6-3, 6-4), si prende poi la rivincita contro Jakupovič concedendole solo tre games e ai quarti affronta la numero uno del tabellone Kiki Bertens superandola agevolmente per 6/1 6/4. Arriva, così, a disputare la sua diciannovesima finale del circuito WTA. Un vittoria importantissima qui al Claro Open di Bogotá. Grazie al successo recupera 64 posizioni nel ranking femminile, garantendosi per la diciassettesima volta consecutiva l’accesso al main draw di Parigi: ricordiamo che la Schiavone vinse il Roland Garros nel 2010 su Samantha Stosur per 6/4 7/6(2) e che l’anno successivo (nel 2011) perse in finale da Li Na per 6/4 7/6(0).

Ed a proposito di esordienti e wild card vincenti, non si può non menzionare l’exploit assolutamente convincente della 19enne ceca Marketa Vondrousova nel Wta di Biel. Al primo titolo, nella prima finale in carriera, nella prima edizione del torneo svizzero. Contro un’altra giovanissima: la 21enne estone Anett Kontaveit. Classe 1999, da n. 233 del mondo la Vondrousova arriva sino alla posizione n. 117, vince da qualificata la finale per 6/4 7/6(6). Convince assolutamente con un tennis solido, fondamentali assolutamente di altissimo livello, grinta e mordente che non rispecchiano la giovane età. Non trema e non ha timore. Ricorda molto la Kasatkina, sia per struttura fisica che per gioco. Stava per pagare un po’ di stanchezza e rischiava di andare sino al terzo set. Non solo ha recuperato nel primo set, che aveva visto l’avversaria andare in vantaggio, ma nel secondo c’è stato il serio pericolo che lo perdesse; ma non è andata in confusione, anzi ha rigirato la partita a suo vantaggio. Un po’ stremata, ha continuato a lottare e mettere a segno vincenti. Ha vinto solamente facendo punti e non sugli errori della Kontaveit. Ha fatto la differenza con la superiore qualità di gioco, a partire dal servizio, al dritto e al rovescio. Non ha avuto paura di attaccare o di cercare la conclusione vincente con passanti e lungolinea. Si è spostata bene in campo e ha costruito bene il gioco, soprattutto variandolo, coprendo ogni zona del campo. Ineccepibile, se non per un leggero calo di tensione e fisico, di rendimento, con un piccolo passaggio a vuoto e un momento di blackout nella prima parte del secondo set, sicuramente dovuto a stanchezza. Non è mai sembrata superba o convinta di aver già vinto, ma sempre molto umile e una grande lottatrice, maratoneta e stacanovista. Ha resistito, non ha accennato a demordere neppure nelle situazioni a suo vantaggio. Da grande campionessa. Un inchino a una nuova teenager emergente molto interessante. Speriamo continui così.

Us Open, l’Atp: è Stan Wawrinka l’uomo
da battere

stanislas_wawrinkaFinale Atp degli Us Open 2016 come quella del Roland Garros 2015 tra Stan Wawrinka e Novak Djokovic. Se lo svizzero è sembrato decisamente ispirato e al top della condizione fisica, il serbo ha accusato diversi problemi fisici che lo hanno pregiudicato proprio soprattutto nella finale, dove ha ceduto nettamente per 6/3 al quarto set. Con sportività ha riconosciuto il valore superiore in campo dell’elvetico, che ha giocato mettendogli molta pressione addosso con grande  intensità e precisione; nonostante tutti gli sforzi di Nole, che comunque ha espresso una qualità di tennis sempre molto alta tentando di tutto.

Dopo il primo set in cui è andato in vantaggio, pur sprecando qualche occasione, il serbo avrebbe dovuto continuare ad essere incisivo; invece ha diminuito un po’ la pressione, allungando gli scambi e rimettendo in gioco Wawrinka, che ha fatto male soprattutto con il potente rovescio lungolinea. Il serbo ha mancato diverse chances (per sua stessa ammissione) e di questo si è preso tutta la responsabilità: nel primo parziale, ad esempio, dal 5-2 si è fatto rimontare sino al 5-5, sebbene abbia giocato un tie-break impeccabile vincendolo per 7 punti ad 1. Tuttavia la sua colpa maggiore è non aver proseguito cercando di chiudere lo scambio con pochi passaggi e auspicando subito la soluzione vincente. Bravo poi lo svizzero (e testa di serie n. 3) ad imporsi sempre più in campo; sfruttando le condizioni fisiche non al top del serbo, che ha chiesto l’intervento del medico più volte. Due time out medici che hanno ricordato il periodo difficile che sta vivendo Djokovic, con continui problemi fisici alla spalla (tanto che anche il servizio ne ha risentito, servendo meno facilmente al suo livello standard), al polso e al piede destro.

Ḕ stata in particolare la diversa entità della percentuale di vincenti (tutta a favore di Stan) a fare la differenza ad ogni modo. Molta amarezza per Nole: un vero peccato perché non ha potuto sfruttare la fortuna che era volta a suo favore (ma non avrebbe davvero potuto fare di più), ovvero i ritiri in serie dei suoi avversari; resta comunque il n. 1 al mondo, ma lo svizzero si candida ad essere il principale contenditore della leadership, oltre che il legittimo erede di Federer. Dopo il bye al primo turno, Nole ha visto il forfait di Vesely, poi il ritiro dopo aver giocato soli 6 games del russo Youzhny sul 4-2 a suo favore; Novak è andato a vincere in tre set netti, successivamente, contro Edmund (per 6/2 6/1 6/4); inseguito nel match contro Tsonga anche il francese è stato costretto a lasciare il campo per un problema al ginocchio senza neppure giocare il terzo set: una partita finita sul 6/2 6/3. Approdato alla semifinale con facilità, qui ha incontrato la new entry che ha dato più spettacolo: Gael Monfils. Oltre al fatto di aver fatto registrare la presenza di ben tre francesi nei quarti (da record), insieme a Tsonga appunto e a Pouille (suo avversario diretto, che ha sconfitto per 6/4 6/3 6/3), il transalpino ha fatto parlare di sé anche per altri motivi; oltre che per il traguardo raggiunto e per il miglioramento della tecnica tennistica, è stato il suo atteggiamento discutibile contro Djokovic ad aver attirato le attenzioni su di lui.

Forti critiche gli sono arrivate per aver giocato con svogliatezza per quasi due set e mezzo, quasi avesse rinunciato consapevole della maggiore e netta superiorità del serbo; ha rischiato quasi che l’arbitro di sedia aprisse il codice del regolamento per comportamento antisportivo, il che ha fatto innervosire molto il n. 1 al mondo, già parecchio teso. Più difficile, invece, l’accesso alle finali di Wawrinka, che ha battuto in successione avversari del calibro dei ritrovati Del Potro (ai quarti per 7/6 4/6 6/3 6/2) e Nishikori in semifinale (che ha eliminato niente di meno che Andy Murray ai quarti, dopo una dura lotta sino al quinto set), dopo due match duri contro Ewans (in rimonta al quinto set) e Marchenko (al quarto). Guidato da Magnus Norman, ha un gioco davvero pericoloso per tutti. Della finale, tuttavia, oltre alle palle break non realizzate né sfruttate da Djokovic, resterà il momento della premiazione. Proprio come alla finale del Roland Garros del 2015, la parte migliore è stata la sincera e profonda amicizia trasparsa tra i due, un legame esistente da tempo.

Entrambi umili, sinceri ed onesti, leali e sportivi nel riconoscere che questo traguardo raggiunto da Wawrinka è frutto di duro lavoro che da anni sta svolgendo su di sé. Ma Stan non era lì per prendersi solamente i meriti e i complimenti. Dopo aver ringraziato tutto il suo staff, con allenatore, famiglia e fidanzata tutti presenti sugli spalti (a cui ha riconosciuto la pazienza di supportarlo e sostenerlo sempre nonostante un carattere non facile, sempre al suo fianco in tutti i momenti più difficili), lo svizzero ha ricordato che nella vita ci sono cose più importanti, rivolgendo un pensiero alle vittime della strage dell’11 settembre, di cui si celebrava la ricorrenza, a dieci anni di distanza: proprio nella data della stessa giornata in cui i due aerei si sono schiantati sulle Torri gemelli, in cui per l’America tutto è cambiato in pochi istanti, nello stesso giorno si è giocata la finale maschile. Campione di umanità con Nole, Stan si candida insieme a lui (e assieme a Murray) per il Master di fine anno, accedendovi di diritto. Problemi ancora per Nadal, invece, che ha perso da Pouille al quarto turno in 5 set (8 a 6 del tie-break dell’ultimo set). Inoltre acquista la nomea, con Rafa, di giustiziere degli italiani: se lo spagnolo ha battuto, come a Rio, al primo turno Andreas Seppi, lo svizzero ha spento i sogni e le speranze di Alessandro Giannessi al secondo turno, dove si è interrotta la corsa anche di Fabio Fognini per mano di Ferrer (l’azzurro si è arreso per 6/4 al quinto set). Quest’anno il cielo americano non ha portato fortuna ai nostri atleti, in compenso si è constatata la certezza e la sicurezza di avere un talento insidioso per tutti come Wawrinka, anche se Nole non molla, non cede e non è disposto a concedere facilmente il posto nel suo trono in cima al ranking mondiale.

Se riuscirà a tenere e resistere fino a dicembre, durante la pausa prima della nuova stagione potrebbe avere quel tempo necessario per recuperare energie preziose di cui ora ha bisogno, per ritornare dopo a dominare e vincere incontrastato come al suo solito con più tranquillità e maggiore distacco.

Barbara Conti

Atp di Wiston-Salem e Wta di New Haven a Carreno Busta e a Radwanska

carreno bustaAd anticipare gli Us Open, il Wta di New Haven e l’Atp di Wiston-Salem hanno regalato due finali entusiasmanti piene di sorprese. A partire dalle rivelazioni dei tornei. Il femminile ha visto il ritorno di Agnieszka Radwanska. La polacca ha trionfato, consolidando così la posizione numero 4 del ranking mondiale. Si è imposta facilmente per 6/1 nel primo set in finale sull’emergente talentuosa Elina Svitolina. L’ucraina ha stupito tutti per la facilità con cui è arrivata sino in fondo al torneo, sconfiggendo in semifinale (per 6/4 6/2) l’altra “new entry” e scoperta tennistica: la svedese Johanna Larsson, in grado di eliminare anche la nostra Roberta Vinci con il punteggio di 7/6 6/1. Risultato diametralmente opposto, quest’ultimo, e invertito a quello della finale. Del primo parziale agevole per la Radwanska in finale avevamo già detto; il secondo, invece, ha visto un match molto più lottato ed equilibrato con diversi ribaltamenti di situazione: dopo diversi break e contro-break, prima è stata la polacca ad andare a servire sul 5-4; poi è stata la volta dell’ucraina che ha rischiato di chiuderlo per 7/5; infine il giusto tie-break che ha visto trionfare la giocatrice più esperta e in grado di mettere in campo giocate di vero e puro estro tennistico, con cui ha fatto la differenza. Agnieszka ha cercato molte volte la soluzione vincente con le smorzate e le palle corte, che sono risultate un ottimo modo per chiudere il punto; tuttavia, però, dopo ha visto una maggiore aggressività della Svitolina, che la ha attaccata venendo anche a rete e mettendola un po’ in difficoltà; anche se i recuperi della n. 4 al mondo sono sempre stati straordinari. Ci si sarebbe aspettati, infatti, una semifinale più lottata e faticata contro Petra Kvitova, che invece si è arresa dopo un deludente doppio 6/1, in una partita senza storia in cui la ceca è stata irriconoscibile rispetto agli incontri precedenti in cui aveva giocato bene. Tuttavia con la finale raggiunta al Wta di New Haven (nel Connecticut), la Sviltolina diventerà n. 19 del mondo, guadagnando posizioni preziose.
Altre due rivelazioni sono arrivate anche dall’Atp di Wiston-Salem nella Carolina del Nord. Il suolo americano, con il suo cemento e la sua superficie veloce di gioco, hanno favorito l’emergere di due giovani: il finalista e vincitore del torneo, lo spagnolo Pablo Carreno Busta; e l’altro, il semifinalista, ovvero l’australiano John Millman. Quest’ultimo si è arreso solamente al penultimo turno al primo per 6/4 7/6, ma ha mostrato uno stile, una tecnica e una tattica brillanti, di un tennis vivace e pieno di coraggio, con cui non si è fatto intimorire da nessuno, neppure dal francese Richard Gasquet (super favorito del torneo), che ha eliminato ai quarti per 7/6 6/3. Viceversa ha eseguito un vero e proprio show lo spagnolo, nel derby in finale contro il più esperto connazionale Roberto Baptista Augut. E il più “veterano” dei due sembrava destinato a trionfare; infatti nel primo set si è imposto con abbastanza semplicità, grazie alla sua esperienza, con astuzia; con cui ha vinto al tie-break un set non facile comunque. Dopo c’è stata la risposta di carattere del più giovane dei due, che non ci stava a perdere ed ha cominciato ad essere più incisivo ed aggressivo. Da sancire con un altro tie-break, il secondo set ha visto Carreno Busta imporsi e portare il match al terzo; nell’ultimo parziale ha continuato ad attaccare e a mettere pressione al suo avversario, mandando in confusione e in “sofferenza” Baptista Augut. Lo ha vinto con 6/4, grazie a un break più che sufficiente per portare a casa il risultato e un primo torneo Atp che lo lancia nell’universo del tennis mondiale a pieno regime.
Oltre a Richard Gasquet, ha sprecato un’occasione nell’Atp di Wiston-Salem, anche Viktor Troicki. Il serbo, dopo essere riuscito a rimontare in semifinale contro Baptista Augut, ha sciupato l’opportunità di arrivare quantomeno in finale nel terzo set, dove si è arreso per 6/2. Forse gli ha nuociuto un po’ di stanchezza per un confronto comunque lottato e faticato: con un primo set finito per 7/5 a favore dello spagnolo, il secondo conquistato dal serbo al tie-break e il terzo finito per 6/2, che ha significato quasi una resa da parte di Troicki. Sicuramente un po’ di affaticamento fisico non è da escludere e non stupisce: lo abbiamo riscontrato nettamente in più circostanze anche in Baptista Augut. I tennisti, poi, hanno fatto ricorso più volte a un salsicciotto di ghiaccio intorno al collo per rigenerarsi e riprendersi dall’accaloramento e dall’affaticamento. Può darsi che anche per questo si sia imposto il giovane Pablo Carreno Busta, più fresco fisicamente, ma anche più predisposto mentalmente in quanto pronto a giocarsi il tutto per tutto, a lottare sino alla fine per quello che poteva rappresentare, al contempo, il torneo e l’occasione della sua vita. La spregiudicatezza e l’incoscienza con cui ha tirato i colpi a tutto braccio, rischiando molto su quasi ogni punto, ne sono una prova. Le stesse (neppure a dirlo) avute dalla polacca, scatenata.
A onor del vero la Kvitova, al di là del risultato che non è veritiero sotto questo aspetto, le ha tentate tutte contro la Radwanska ed è stata penalizzata da un po’ di sfortunata su diversi colpi; senza nulla togliere alla polacca, decisamente in forma ed ispirata, a cui è riuscito pressoché tutto in campo.

Barbara Conti

Atp di Los Cabos: Lopez delude in California contro un Karlovic al top

atp los cabosMentre sono in atto le Olimpiadi di Rio 2016, nella Bassa California del Sud si è disputato l’Atp di Los Cabos. Il torneo prende il nome dall’omonimo Comune di poco più di 164mila abitanti (164.162 per l’esattezza), con una superficie di quasi tremila km² e mezzo (pari a 3.451,51 per la precisione).In finale ad affrontarsi erano la testa di serie n. 1, Feliciano Lopez (34 anni), e la testa di serie n. 3 del seeding Ivo Karlovic. Se lo spagnolo ha deluso, il croato è sembrato davvero in forma, riuscendo a conquistare il trofeo soprattutto grazie al potente e regolare servizio. Se il match di finale è stato, tutto sommato, abbastanza equilibrato (specie per quanto riguarda il primo set terminato poi al tie-break), spesso la differenza il 37enne di Zagabria l’ha fatta con gli aces: ne ha piazzati 13 contro i soli 3 dell’avversario, con cui ha regolato spesso i conti ristabilendo la parità e consolidando il vantaggio. Non è una novità, dati i suoi due metri e 11 di altezza (è il tennista più alto del circuito Atp); ma soprattutto dato il doppio record che è riuscito a conseguire: quello del servizio più veloce, piazzando una battuta a 251 km/h nel 2011 in un match di Coppa Davis (primato poi strappatogli l’anno successivo da Samuel Groth, che arrivò a servire fino a 263 km/h); e quello del maggior numero di aces piazzati: è riuscito a metterne a segnocirca 10.247 in totale nel 2015, superando il connazionale Goran Ivanisevic (l’altro croato che gli assomiglia anche in particolare per questo connotato di alta statura e di punti conquistati al servizio con aces). Numeri da manuale, che fanno sì che i suoi incontri siano basati su pochi scambi.

Tuttavia Karlovic è sembrato al top della condizione fisica anche per l’impostazione di gioco. Non solo per Lopez è stato difficile, ovviamente, strappargli il servizio, ma anche attaccarlo. Spesso, infatti, è stato costretto a stare sulla difensiva con il croato che è venuto più volte a rete. Specialmente nel primo parziale, lo spagnolo ha sbagliato molti passanti e non ha saputo tenere a fondo Ivo. Se quest’ultimo ha concesso qualcosina di più nel protrarsi degli scambi da fondo campo appunto, Feliciano ha peccato clamorosamente le uscite a rete: tentando lui stesso l’attacco per uscire dall’impasse in cui si era trovato costretto e imbrigliato, ha sbagliato molte volée anche facili. Come del resto il croato, in particolare per quanto riguarda il primo set, finito infatti al tie-break (per 7 punti a 5); molte le occasioni sciupate da entrambi, tutto più facile per Karlovic nel secondo set conclusosi con un netto 6/2 a suo vantaggio.

Stranamente poche le palle corte e le smorzate giocate e tentate dallo spagnolo, forse più a suo agio sulla terra rossa piuttosto che su una superficie veloce come quella dell’Atp di Los Cabos. Per Karlovic si tratta del secondo titolo stagionale (dopo la vittoria sull’erba a Newport contro Gilles Müller, conquistata al terzo set per 62-7, 7-65, 7-612) e dell’ottavo in carriera. Se già in semifinale il croato aveva convinto contro Dusan Lajovic, dominandolo e imponendosi facilmente nel primo set sempre per 6/2; di certo poi il ritiro sull’1-1 di quest’ultimo è volto tutto a suo favore. Viceversa, una semifinale più complicata per Lopez, apparso subito in grossa difficoltà nel primo set contro il connazionale Pablo Carreno Busta, facendosi sorprendere da questa wild card per 2/6. Poi con l’esperienza ha rimontato con un doppio 6/3, ma non è apparso decisamente il solido Lopez di sempre, anzi molto falloso e assai più del solito. Sicuramente un po’ di amarezza per lui e un po’ di delusione.

Barbara Conti

Sfida tra giovani emergenti all’Atp di Nizza. Thiem si conferma campione

dominic-thiem-nizza-achtelfinaleL’Atp 500 di Nizza ha visto protagonisti della finale i due giovani più promettenti del momento: Alexander Zverev e Dominic Thiem. Quest’ultimo si conferma il campione e vince il torneo confermando il successo dello scorso anno. Una partita conclusasi solo dopo tre set (6/4 3/6 6/0), in cui entrambi si sono alternati al comando del gioco. Soprattutto un match terminato con l’abbraccio dei due, pressoché quasi coetanei, che sono molto amici; tanto da giocare insieme in doppio, formando una coppia molto equilibrata e forte, ben compensandosi: la maggiore ponderatezza tattica di Thiem, all’estemporaneità dei colpi talentuosi improvvisi di Zverev. L’austriaco comunque è apparso decisamente più solido e avere principalmente maggiore tenuta fisica e mentale. Il KO finale nel terzo set incassato da Zverev dimostra proprio questo, indice di una stanchezza che ha preso il sopravvento togliendo lucidità e incisività ai colpi del tedesco. D’altronde ha compiuto da poco tempo 19 anni e questo potrebbe essere l’anno decisivo per la maturazione e la crescita tennistica definitive. Mentre i 22 anni di Thiem iniziano a pesare e far sentire la differenza. Quello anagrafico é, infatti, l’elemento differenziale che li distingue ancora. Non a caso Thiem già ha sei titoli all’attivo ed ha raggiunto, lo scorso marzo, la posizione n. 13 del mondo: suo best ranking. Trenta le posizioni in più per Zverev, che comunque può tranquillamente aspirare ad entrare tra i primi 20. Mentre il Roland Garros potrebbe regalare la top ten a Thiem.
Ed è proprio il tedesco a partire meglio, più aggressivo sin dal primo game (anche se l’austriaco riesce a mantenere il servizio). Si porta in vantaggio fino al 4-2, poi si fa recuperare dall’avversario sul 4-4. A quel punto, al campione uscente riesce anche un altro break che lo porta a servire per il set sul 5-4, che infatti chiude per 6/4.
Se il primo parziale ha visto una breve interruzione perché è uscito del sangue dal naso a Zverev, nel secondo é stato Thiem ad accusare qualche problema alla spalla destra: fastidio per cui chiederà il medical time out nel terzo set per un massaggio. Anche nel secondo set l’austriaco parte bene e strappa subito il servizio al tedesco, portandosi sul 2-0. Poi un nastro aiuta Alexander che, complice un dritto in sventaglio mandato fuori da Dominic (che ne sbaglierà molti altri) in fase di attacco, fa il contro-break all’avversario. Si prosegue così fino al 3-3. Se Zverev fatica a tenere il servizio, Thiem per tutto il torneo ha dovuto lottare per portare a casa i match, conquistati molti proprio al terzo set come contro il tedesco. Quest’ultimo c’è e non molla, tanto da procurarsi tre palle break per il 4-3 e servizio. Sarà ancora un rovescio fatale all’austriaco, che vede il 19enne portarsi sul 5-3. Con un servizio un po’ in calo come rendimento, Thiem perde il secondo set: una risposta di dritto lungolinea vincente di Zverev, un doppio fallo dell’austriaco, che sbaglia anche una palla corta, regalano al tedesco un set point. Il tedesco chiude il secondo set con un passante di rovescio incrociato in risposta vincente, sul servizio in slice di Thiem ad uscire che tenta persino il serve&volley (non riuscito).
Poi, il terzo set, nell’Atp a Nizza sulla Costa Azzurra, prende improvvisamente una piega inaspettata. Quasi un crollo fisico di Zverev, il rovescio lungolinea vincente a una mano ritrovato (che lascia partire a tutto braccio con accelerate improvvise, veloci e potenti), aiutano Thiem a recuperare aggressività e regolarità. Avendo di nuovo un rendimento alto e il controllo del campo, l’austriaco tiene facilmente tutti i servizi a 0 o a 15. Strappa altrettanto facilmente a Zverev i suoi, che prova ad attaccare, ma si fa trovare troppo distante dalla rete e in ritardo sulle volée (che sbaglia) e su palle basse a metà campo, tra i piedi, che non riesce a sollevare. Il primo match point a disposizione di Thiem è quello buono: Zverev butta via malamente e manda lunga la risposta di rovescio, quasi a volersi sbrigare a finire e terminare l’umiliazione del 6-0, ormai rassegnato come se avesse già mollato; stremato dalla stanchezza, senza più forze né idee mentali e trovate di gioco ad effetto e sorpresa da realizzare. Siamo sicuri, però, che potrà avere la sua occasione di riscatto, ma si deve rafforzare anche fisicamente e mentalmente.

Barbara Conti

Indian Wells incorona Azarenka e Djokovic

Azarenka e Djokovic

Il torneo di Indian Wells regala grandi emozioni. Innanzitutto il ritorno di Victoria Azarenka, che si impone in finale con un doppio 6/4 su Serena Williams. Tiene diversi servizi a 0, vince gli scambi più duri e lottati, annulla nove palle break a Serena, che le prova tutte: tira di rabbia un passante lungo-riga con tutta la foga e la forza che ha, girandosi su se stessa con il busto completamente in torsione a completare tutta la rotazione, quasi a richiamare le ‘sue’ piroette di gioia per esultate per un punto andato a segno, come a dire ‘questo colpo deve assolutamente entrare’. Poi lo sconforto e la rassegnazione sua e del suo staff sugli spalti, dove c’è la sorella Venus. Prima, infatti, arriva in spaccata su un colpo in diagonale laterale tentando di recuperare un passante micidiale della Azarenka, poi si innervosisce e commette troppi doppi falli. L’amarezza è troppa e così, furiosa, fracassa la racchetta al cambio campo e si prende un penalty point (attribuito raramente).

In compenso Serena dà sfoggio di un nuovo look molto particolare: body e gonnellino plissettato turchese, capelli corti e piastrati, con una fascia blu in fronte e un rossetto rosso sulle labbra a rifinire. Anche la Azarenka non è da meno. Per la finale toglie i leggins neri e la maglia bianca a maniche lunghe indossati per tutto il torneo, per optare per canottiera bianca e verde e più pratici pantaloncini corti bianchi.

Il tennis femminile è anche estetica, ma non solo. Forte la nostalgia per l’assenza di Maria Sharapova, ma soprattutto di Flavia Pennetta che vinse il torneo lo scorso anno. Peccato per Roberta Vinci che si è fermata solamente ai quarti. Bene per il ritorno di Simona Halep che perde malamente in semifinale da Serena. Ancora più buona e interessante la performance della Pliskova nel torneo, che deve arrendersi alla Azarenka in semifinale: Victoria si conferma così la più lottatrice di tutte, con una grinta e una rabbia e cattiveria agonistiche che sono sembrate mancare a tratti persino alla Williams.
Indiscusso, invece, il dominio di Djokovic nel maschile. Si impone su un più che valido Raonic, che interpreta un ottimo match al di là del punteggio. Poi un infortunio, per cui chiede il medical time out, per un problema forse alla schiena lo ha frenato. 7/6 6/2 il parziale di un incontro lottato, in cui solamente la maestria di Djokovic nel giocare alla perfezione i punti decisivi ha permesso a Nole di trionfare agevolmente sia sul canadese che su Nadal in semifinale. Per lui si tratta del 27esimo Master 1000 vinto (come lo spagnolo), del 62esimo titolo in carriera e del terzo di quest’anno. E soprattutto della quinta volta (la seconda consecutiva) che si impone qui ad Indian Wells: IW#5 é la scritta riportata di sua mano sulle telecamere.

Per Raonic è la terza finale persa di un Master 1000. Forse ha pagato la stanchezza della dura semifinale contro Goffin, vinta per 6/3 3/6 6/3. Del resto i precedenti contro il serbo parlavano chiaro ed erano tutti a favore del numero uno al mondo, che li aveva vinti tutti e 5, lasciando solamente un game a Milos. Con Hilary Swank sugli spalti ad assistere, la partita è sembrata un’equazione inversamente proporzionale: minimo rischio con massimo risultato per Nole, esattamente l’opposto per il canadese.

A dare infine spettacolo nel maschile sono, però, anche ancora i campioni di ieri. Nel torneo ‘speciale’ internazionale tipo ‘La Grande sfida’ dell’Atp di ‘Kings of tennis’ da Stoccolma, un siparietto molto curioso e divertente tra McEnroe e Muster merita una parentesi. Il primo strapazza duramente il secondo, che rischia un ‘cappotto’, come si dice in gergo, davvero duro e umiliante. Così punta sulla farsa e sull’auto-ironia. Muster, dopo diversi doppi falli, dice all’arbitro di scendere lui a giocare, a seguir di una chiamata a suo avviso sbagliato. L’arbitro sta al gioco e lancia una palla sulla sedia (dove nel frattempo si è andato a sedere Muster) e un’altra sugli spalti tra il pubblico. Poi i due tennisti riprendono il match, il punto viene ripetuto e McEnroe manda in rete il colpo, allora Muster esulta, invoca verso il cielo, si inchina a terra e bacia la riga bianca. Essere campioni significa anche questo: la sportività di affrontare con simpatia anche una sconfitta amara. Quasi invidioso e geloso McEnroe di Muster che per qualche attimo gli ha rubato la scena, se non fosse per il punteggio che lo ha incoronato nuovamente. Altrimenti, chissà, sarebbe stato lui stavolta a spaccare racchette ed imprecare come solito da chi come lui non vuole e non ci sta a perdere. Sorprendente la facilità con cui ha giocato, quasi disinteressato e come se tirasse la palla ad occhi chiusi, lasciando partire il braccio con naturalezza in scioltezza.

Barbara Conti

Atp di Dubai. Bolelli e Seppi vincono il doppio

Barclays ATP World Tour Finals - Day OneL’Atp di Dubai vede il ritorno di Stan Wawrinka, che conquista la sua nona finale dal 2013. Complici i ritiri di Novak Djokovic, testa di serie n. 1, e di Nick Kyrgios. Nole è stato impeccabile fino ai quarti, chiudendo facilmente in due set netti tutti gli incontri, quando si è ritirato contro Feliciano Lopez (sotto di un set per 6/3 a favore dello spagnolo) per un problema all’occhio: un’infezione che tuttavia non gli impedirà, ha promesso, di giocare la Davis. Lo stesso è accaduto a Nick Kyrgios; l’australiano, tra l’altro, aveva portato a casa la scorsa settimana il suo primo titolo Atp all’Open di Provenza in Francia. Quest’ultimo si è fermato in semifinale proprio contro lo svizzero, che era avanti per 6/4 3/0. Wawrinka, testa di serie n. 2, ha potuto alzare la coppa soddisfatto dopo un match non facile contro Marcos Baghdatis, su cui si è imposto per 6/4 7/6 e riuscendo a chiudere il tie break solamente per 13 a 11, dopo aver annullato 5 set point e al quarto match point utile a sua disposizione.
Egli ha dimostrato di essere il solito lottatore. Bella anche la stretta di mano a cambio campo tra Stan e Baghdatis, dopo che lo svizzero lo aveva colpito involontariamente con una palla al corpo, in uno scontro a rete. Match equilibrato, che ha entusiasmato il pubblico soprattutto nel secondo parziale. Ed è stato un altro tie break lottato a regalare una gioia agli spettatori italiani, con la vittoria della coppia Simone Bolelli e Andreas Seppi sul duo spagnolo dei Lopez (composto da Marc e Feliciano) per 62 36 14-12. Gli azzurri hanno cancellato anche due match point per gli avversari e hanno chiuso solamente al terzo a loro favore. Un risultato che infonde fiducia soprattutto in vista del prossimo incontro di Coppa Davis; soprattutto un esito positivo che rende onore al merito al duro lavoro di tennisti seri, che non riescono spesso ad emergere per colpa anche di sorteggi poco fortunati. Ci riferiamo in particolare proprio a Simone Bolelli, uscito subito al primo turno contro la testa di serie n. 4 Roberto Bautista Agut: ingiusto il punteggio (6/2 6/4) di un match tutto sommato equilibrato, ma Bolelli sarebbe dovuto essere più aggressivo e venire più a rete. Lo stesso dicasi per Thomas Fabbiano (qualificato), che ai sedicesimi ha trovato la testa di serie n. 3 Berdych, che lo ha liquidato con un doppio 6/2. È uscito, così, dal torneo dopo il bell’incontro vinto al turno precedente contro Leonardo Meyer, per 6/3 6/4. Contro Tomas Berdych, però, l’italiano ha commesso troppi errori gratuiti per voler rischiare troppo, regalando molto all’avversario che non ha dovuto faticare granché per portare a casa a partita.
Nel maschile, poi, dall’Atp di Acapulco arriva la conferma del buon momento, della solidità e del talento tecnico e tattico dell’austriaco Dominic Thiem, che conquista il suo secondo titolo consecutivo dopo quello di Buenos Aires. Battendo Bernard Tomic con il punteggio di 7/6 4/6 6/3, infatti, l’attuale n. 14 del mondo si è aggiudicato il suo quinto titolo in carriera dando prova di essere ormai una certezza del tennis mondiale a tutti gli effetti. Ormai a ridosso della top ten, siamo sicuri che non tarderà a farvi il suo ingresso e ad accedervi senza troppe difficoltà in tempi rapidi. La sua continuità e il suo alto rendimento fanno davvero paura.

Barbara Conti