Il sodalizio culturale tra Bobbio e Primo Levi

 

bobbioAlcuni giorni dopo la morte di Primo Levi, suicidatosi l’11 aprile 1987, Norberto Bobbio rilasciò su «La Stampa» una testimonianza sull’amico scomparso con il titolo «La sentinella contro il buio» (14 aprile). Egli confermò quanto aveva scritto dieci anni prima nel suo aureo volumetto Trent’anni di storia della cultura italiana (1920-1950) (1977), ma tenne a precisare il loro sodalizio culturale, riconoscendo «di essere un lettore privilegiato e fortunato perché … suo amico». Una caratteristica che gli permetteva di confrontare l’uomo e lo scrittore per arricchire la conoscenza dell’uno e dell’altro.

primo leviNel corso del suo articolo Bobbio presentò l’amico appena scomparso come uno scrittore problematico «che si interroga e ci costringe ad interrogarci», senza racchiudere le sue riflessioni sulla deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz. Il grande intellettuale di via Sacchi, situata proprio di fronte al dopolavoro ferroviario, rievocò le loro passeggiate nelle montagne intorno a Torino (il monte Freidour, La Rocca Patanúa, la Sbarúa) e il racconto di storie, motti e facezie.

La passione alpinistica è raccontata infatti da Levi in un capitolo del romanzo Sistema periodico, pubblicato nel 1975 con un intervista di Philip Roth: una passione che egli coltivò da giovane e che riscoprì all’inizio degli anni Ottanta. Ma il «mestiere di vivere», come avrebbe detto Cesare Pavese, gli fu difficile per la dolorosa esperienza vissuta ad Auschwitz. Di dieci anni più giovane del suo conterraneo Bobbio, Levi sopravvisse alla ferocia nazista, diventandone il più acuto narratore nel suo romanzo più famoso Se questo è un uomo (1947). Egli non era uno scrittore, ma un chimico prestato alla letteratura, pur avendo in precedenza scritto qualche racconto e poesia. Eppure quel romanzo inaugura un vasto elenco di opere, che contengono un originale valore letterario come testimone dei lager nazisti, romanziere di fantascienza e poeta. Un aspetto della sua personalità, quest’ultimo che lo stesso Bobbio incoraggiava di realizzare in un altro articolo del 3 giugno 1988: «Attendo con impazienza che raccolga le sue poesie in un volume, come ha fatto via via per i racconti» (cfr. Testimonianza per primo Levi, in «La Stampa», 3 giugno 1988).

L’auspicio di Bobbio fu accolto lo stesso anno dall’editore Einaudi, che pubblicò la raccolta delle sue poesie, alcune già note a partire da quella posta nel frontespizio Se questo è un uomo (1947): «Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case Voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per mezzo pane Che muore per un sì o per un no». In un’altra poesia intitolata Partigia (luglio 1981) Levi sottolinea il senso profondo della Resistenza e dei suoi protagonisti. L’interesse per la lotta partigiana si unì ad una verve poetica vissuta come partecipazione a un rito comunicativo particolarmente ricco di spunti autobiografici.

Il valore della Resistenza come opposizione al regime fascista e momento inclusivo dei valori repubblicani unisce l’afflato poetico di Levi alle lucide analisi di Bobbio. Questi mise in rilievo più volte come «la fedeltà all’insegnamento era più forte della censura fascista», ricordando il caso dell’intellettuale tedesco Heins Riedt, partecipe e animatore della Resistenza come membro di una formazione partigiana. Al termine del Secondo conflitto mondiale Riedt rientrò a Berlino e divento il primo traduttore dell’edizione tedesca Se questo è un uomo (1947).

Nunzio Dell’Erba

127 anni fa nasceva un gigante: Pietro Nenni

nenni-legge-lavantiIl 9 febbraio 1891, a Faenza nacque un uomo destinato a fare la storia italiana. Si chiamava Pietro Nenni, e fin da bambino, dimostrò di avere carattere A 7 anni conobbe il suo battesimo politico. Era il 1898 ed erano in corso i moti per la fame. Uomini e donne protestavano e assaltavano i forni, e quando la cavalleria iniziò la carica contro di loro, il piccolo Pietro sentì per la prima volta lo sdegno per le ingiustizie della società.

E pensare che sarebbe potuto diventare prete. Entrò infatti nell’istituto “Maschi Opera Pia Cattani”, ma questo non arrestò il suo interesse per la politica. Dopo aver scritto sui muri dell’istituto “Viva Bresci”, l’anarchico che aveva ucciso il re Umberto I, ne venne definitivamente espulso nel 1908 dopo per aver partecipato ad uno sciopero di agricoltori.

Lo stesso anno, iniziò la sua carriera da pubblicista scrivendo il suo primo articolo sul Popolo di Faenza. La prima bandiera politica che decise di adottare fu quella del Partito Repubblicano. È in quei mesi che nacque un’amicizia che sarebbe diventata una guerra. Nenni infatti conobbe Benito Mussolini, un giovane che allora dirigeva il giornale socialista Lotta di Classe, per cui Pietro scrisse alcuni articoli. È noto l’episodio che vede i due lottare insieme contro la guerra in Libia, dichiarata nel settembre del 1911. Arrestati per lo stesso motivo, condivisero in carcere la stessa cella per un anno e quindici giorni. La prigione non frenò minimamente il temperamento del giovane Pietro, che continuò la sua attività di giornalista.

La crisi della sua identità repubblicana giunse dopo la prima guerra mondiale. Pietro infatti era a favore dell’interventismo e si arruolò come volontario. Subito dopo la conquista di Gorizia la moglie Carmen diede alla luce la sua terza figlia, chiamata a buon auspicio Vittoria. Tuttavia, in generale l’esperienza della guerra fu molto forte e portò Pietro a riflettere sulle sue idee interventiste. Per questo, si allontanò dal Partito Repubblicano e iniziò a frequentare i circoli socialisti. L’anno della svolta definitiva fu però il 1920, quando, per attività giornalistiche, compì un viaggio nel Caucaso e conobbe il mondo sovietico. È allora che decise definitivamente di lasciare il Partito Repubblicano.

Dopo lo sdegno per l’assalto di un gruppo di fascisti alla sede dell’Avanti! Nenni decise di sposare ufficialmente la causa socialista. Iniziò quindi a lavorare da Parigi come corrispondente per il quotidiano socialista, di cui, nel 1923 divenne direttore.

Oggi ricordiamo il 127esimo anniversario della sua nascita ma anche quel percorso forse non lineare ma pieno di passione e ricco di esperienze che lo hanno portato a capire quale fosse, per lui, la giusta parte da cui combattere, ma sempre con lo stesso obiettivo: la giustizia sociale.

La sua carica, la sua incredibile onestà e fierezza lo hanno condotto non solo alla guida del Partito Socialista, ma anche tra gli uomini che hanno guidato il paese nel delicatissimo periodo del dopoguerra, periodo a cui Nenni giunse non senza essere coinvolto in tragedie personali, come l’esilio e la perdita della figlia Vittoria, morta ad Auschwitz. Nel dopoguerra, per citare solo alcune delle sue battaglie, si schierò per la repubblica, per il mantenimento del Fronte Democratico Popolare con i Comunisti, contro l’ingresso dell’Italia nel Patto Atlantico, che non vedeva affatto come uno strumento di pace. La sua ultima battaglia fu invece quella per il divorzio. La prima quella forse più entusiasmante: con una determinazione che tradiva le sue origini, si batté per la Repubblica, considerato come unico baluardo democratico possibile dopo il vergognoso fallimento della monarchia; quindi, da ministro per la Costituente portò il Paese alla costruzione di una Carta che nacque non solo sorretta da una grande tensione ideale ma anche accompagnata da uno studio delle scelte così approfondito da far impallidire i recenti tentativi di revisione (o forse sarebbe meglio dire, manomissione).

Amato dagli amici, rispettato dagli oppositori, Nenni si spense il primo gennaio 1980. Per chi volesse portargli un fiore, oggi riposa al cimitero del Verano a Roma.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

Il caso polacco ovvero la verità imposta per Legge

Partiamo da Auschwitz. Perché si deve partire da Auschwitz. Terra di mezzo tra i campi “dell’ovest” (Bergen Belsen, Dachau, Mauthausen) dove morirono di stenti, malattie e collettive violenze individui di ogni nazionalità e quelli dell’Est (Belzec, Grodno, Sobibor, Treblinka) dedicati allo sterminio degli ebrei. Perciò campo di concentramento; ma anche di sterminio.
Anche per questo, luogo deputato per la memoria. Per tutti. Ma anche luogo di una memoria collettiva che ha mutato di segno nel corso del tempo.
Nel 1945 e nei due decenni successivi, Auschwitz fa parte del martirologio della resistenza europea. Un sacrario che vede in primo piano i polacchi. Due milioni di morti per mano dei nazisti, vittime di un progetto genocidario ispirato a criteri razziali che vede, certo, al primo posto gli ebrei ma per essere seguiti in una scala discendente dai russi (destinati anch’essi a morte sicura anche nei campi di prigionia) e, appunto, dei polacchi. E ancora mai colpevoli di collaborazione con collaborazione con il nemico- nessun Quisling- e soprattutto, partecipi attivi, con il loro partigiani e i loro esercito, alla lotta contro la Germania; e vittime, comincia l’era della guerra fredda, dell’Unione sovietica e del comunismo (dalle fosse di Katyn sino al rifiuto di assistenza all’Armja kraiowa insorta a Varsavia.
Di riflesso, all’Olocausto e alla sua unicità si dedica scarsa attenzione. Negli obbiettivi strategici dei bombardamenti alleati non sono comprese le distruzioni delle linee ferroviarie che portano da ogni parte d’Europa verso i luoghi di morte. E pochissimi anni dopo il ministro degli esteri inglese Bevin dichiarerà di non capire perché mai gli ebrei desiderosi di rifugiarsi in Palestina invocassero il diritto di “saltare la coda”.

Alberto Benzoni

La Polonia riscrive la Storia con la legge sulla Shoah

Poland’s Prime Minister Beata Szydlo, right , and the powerful ruling party leader Jaroslaw Kaczynski, second left, taking a vote in parliament on the future of the government,  in Warsaw , Poland, Friday, April 7, 2017. The government, which has a majority among lawmakers, easily survived the no-confidence vote, despite criticism by the opposition that it was taking Poland towards “dictatorship.” (AP Photo/Czarek Sokolowski)

(AP Photo/Czarek Sokolowski)

Varsavia riscrive la storia e cancella le colpe della Polonia sull’Olocausto. Con una legge approvata con 57 voti favorevoli, 23 contrari e due astenuti, il Governo di Jaroslaw Kaczynski prevede pene fino a tre anni di carcere chi accusa la Polonia di complicità nell’Olocausto e di riferirsi ai campi di concentramento nazisti in Polonia come “polacchi”. La legge approvata questa notte in Senato era già stata approvata venerdì scorso dalla camera bassa del Parlamento e ora dovrà essere firmata dal presidente Andrzej Duda, che ha 21 giorni per farlo. Duda potrebbe ancora fermare la legge, avendo diritto di veto, ma ha già lasciato intendere di esserne un sostenitore e probabilmente la firmerà nei prossimi giorni.
Forti reazioni si sono levate in Israele all’approvazione della legge, anche perché proprio in Polonia fu attivo uno dei campi di concentramento e sterminio nazisti più noti della Seconda guerra mondiale, quello di Auschwitz. Il ministro israeliano Yoav Gallant l’ha definita “un caso di negazione della Shoah”. “La memoria dei sei milioni di ebrei uccisi – ha detto su twitter, ripreso dai media – è più forte di qualsiasi legge. Proteggeremo la loro memoria e faremo nostra la lezione: la capacità di difenderci da noi stessi”.

L’ennesimo schiaffo anche all’Europa protagonista dell’orrore dell’Olocausto che ha sempre tenuto a rimarcare l’importanza della memoria del genocidio degli ebrei contro ogni tipo di negazionismo. Sulla legge sulla Shoah adottata dal Parlamento polacco “non farò alcun commento, ma posso aggiungere che non si deve negare la Storia. Se si conosce la Storia si sa che la responsabilità dei campi di sterminio è stata dei nazisti”. Lo ha detto il primo vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans specificando anche, “da olandese”, che “ogni Paese sotto l’occupazione nazista ha avuto molti eroi, ma anche collaboratori con i nazisti occupanti. Questa è la realtà che tutti dobbiamo affrontare”.
Anche Oltreoceano non sono mancati gli inviti al Governo di Diritto e Giustizia a fare retromarcia sulla controversa legge, in particolare un appello è stato fatto dalla portavoce del dipartimento di Stato americano Neather Nauert.

Il libro ultimo del “salvato” di Auschwitz

primo leviTrent’anni or sono, l’11 aprile 1987, moriva suicida Primo Levi. Per provare a capire la sua scelta, possiamo rileggere il suo libro ultimo “I sommersi e i salvati”, dal quale fedelmente vengono tratte e parafrasate queste dolorose riflessioni. “Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti. Fra i sopravvissuti, sono molto più numerosi coloro che in prigionia hanno fruito di qualche privilegio. A distanza di anni si può ben affermare che la storia dei lager nazisti è stata scritta quasi esclusivamente da chi non ne ha scandagliato il fondo. Chi lo ha fatto non è tornato. La morte per fame o per malattie era il destino normale del prigioniero. Poteva essere evitata solo con un sovrappiù alimentare, e per ottenere questo occorreva un privilegio, grande o piccolo; in altre parole, un modo concesso o conquistato, astuto o violento, lecito o illecito, di sollevarsi al di sopra della norma”. Pare proprio che a questo volgersi indietro siano dovuti i molti casi di suicidio dopo la Liberazione. Nella maggior parte dei casi il suicidio nasce da un senso di colpa.

“Fui un eletto, io, – scrive Levi – un salvato. E perché proprio io? Forse perché scrivessi, e scrivendo portassi testimonianza, come mi spiegò un amico religioso? L’ho fatto meglio che ho potuto, ma il pensiero che questo mio testimoniare abbia potuto fruttarmi da solo il privilegio di sopravvivere mi inquieta, perché non vedo proporzione fra il privilegio e il risultato. Non siamo noi superstiti i testimoni veri. Chi davvero ha toccato il fondo, non è tornato per raccontare o è tornato muto; ma sono loro, i sommersi, i testimoni integrali, coloro la cui deposizione avrebbe significato vero. Loro sono la regola, noi l’eccezione, i privilegiati”, conclude Primo Levi.

Egli – pare dire – non può considerarsi un testimone integrale, proprio perché è un superstite: testimoni veri potevano esserlo solo i sommersi. Ma questi erano morti. Ed anche se qualcuno di loro fosse tornato, avrebbe taciuto, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale. È il destino di Lorenzo – ha scritto Cesare Cases nell’introduzione alle “Opere” di P. Levi – il muratore italiano che ad Auschwitz aveva aiutato Levi e tanti altri. Dopo il ritorno si lascia andare e muore: il mondo lo aveva visto, non gli piaceva, lo sentiva andare in rovina; vivere non gli interessava più. E Cases termina: “Sembra che un giorno anche Primo Levi sia arrivato a questa conclusione”.

Sì, egli è morto suicida l’undici aprile 1987: così si è chiamato tra i testimoni autentici, integrali, finalmente anch’egli sommerso! Ma quest’intima determinazione ha preso la colorazione di una tremenda denuncia: “L’esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dai lager nazisti – aveva scritto Levi – è estranea alle nuove generazioni e sempre più estranea si va facendo man mano che passano gli anni”. Cose d’altri tempi?  È forse in questo penoso interrogativo che risiede più precisamente la disperazione estrema del salvato di Auschwitz: anche la sua prova di scrittore sull’abominio delle miserie razziste rischia di rivelarsi inutile, se su di esse cade l’oblio, se “altri” diventano i problemi da considerare più minacciosi. Eppur ricordate – ammonisce Levi – che i nostri aguzzini “erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso… ma erano stati educati male”.

Sono queste le verità che dovrebbero inquietare sempre le occupazioni e le pre-occupazioni delle nostre comunità, se intendono essere libere. Dimenticare che il male è in mezzo a noi, significa preparare nuove catastrofi. Ma chi dovrebbe educarci al bene, se i potenziali buoni maestri ieri hanno finito per servire il male e domani potrebbero fare altrettanto? Rileva ancora Levi: “Le cronache della Germania hitleriana brulicano di casi che confermano questa tendenza: vi hanno soggiaciuto, confermandola, Heidegger il filosofo, maestro di Sartre; Stark il fisico, premio Nobel; Faulhaber il cardinale, suprema autorità cattolica in Germania, e innumerevoli altri”.

Ripetiamo: chi dovrebbe educarci al bene? Probabilmente c’è un compito primario, individuale, di ognuno di noi, specialmente quando notizie false o artefatte vengono presentate e accolte dal pubblico come vere: investire personalmente nella cultura, nell’istruzione, nella capacità di riflettere e di confrontare le ‘rappresentazioni’ dei fatti, è fondamentale per mantenere in vita una società libera e aperta, come avrebbe desiderato Primo Levi.

Nicola Zoller

La lezione della Shoah, salviamo i bambini dai ghetti di oggi

bambini romRicorre il 27 gennaio il giorno in cui viene ricordata la tragedia della shoah, vorrei porre attenzione sui minori: inizio trascrivendo il testo del Salmo 23, le maestre ebree facevano cantare ai bambini: “Anche se andassi per le valli più buie di nulla avrei paura perché tu sei al mio fianco se tu sei al mio fianco il tuo bastone, il tuo bastone mi dà sicurezza”. In tutto, si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai nazisti. Più di un milione erano ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom, polacchi e sovietici, e bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali.
​Il loro destino era di venire uccisi al loro arrivo o subito dopo la nascita, o destinati al lavoro forzato o usati per esperimenti medici
Voglio ricordare un episodio vissuto in prima persona in occasione di un viaggio organizzato, circa 15 anni fa, dalla comunità ebraica di Parigi per visitare il campo di Auschwitz. Una guida del luogo ci spiegava che non esistevano bambini nel campo. Ma un nostro accompagnatore, salendo le scale in fretta e con affanno, gridò: ”Non dategli retta, io c’ero ed una sera all’imbrunire assistetti ad una scena che vi prego di riportare ai vostri figli. Ero nella baracca quando ad un certo punto vidi come una processione di tanti bambini, tutti in fila, che venivano accompagnati ai forni. Ecco perché i bambini piccoli non erano nei campi, venivano eliminati subito perché improduttivi!”.
​​Anche i bambini non ebrei non vennero risparmiati, come, ad esempio, i bambini Rom (Zingari) uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz. Le autorità tedesche confinarono anche altri bambini nei campi di transito, costringendoli a vivere in condizioni spaventose.
​Ma nonostante ciò, molti bambini trovarono il modo di sopravvivere Ad esempio, alcuni di loro contrabbandarono il cibo all’interno dei ghetti. A tale ultimo riguardo posso riportare qui la testimonianza di una mia vicina di casa a Tel Aviv, che mi raccontò come, internata all’età di 12 anni, salvava se stessa ed il fratellino perché parlava le lingue facendo da interprete ai nazisti e… rubava, rubava, rubava tutto il cibo che poteva….
Finita la Seconda Guerra si cominciò a cercare in tutta Europa i bambini dispersi. Migliaia di orfani si trovavano nei campi profughi, molti bambini ebrei sopravvissuti erano fuggiti e si erano diretti verso Yishuv, la zona d’insediamento ebraico e poi nello Stato di Israele, dopo la sua costituzione nel 1948.
​Si stima che i nazisti abbiano assassinato complessivamente circa 2 milioni di bambini, tra ebrei, zingari e slavi.
​​Su di loro furono esercitate violenze inaudite e inenarrabili. Nei lager molti furono i medici delle SS che condussero crudeli ed infami esperimenti sui bambini prigionieri per poter dimostrare scientificamente la superiorità della “razza ariana”e, una volta scoperti i meccanismi della gemellarità, incrementare con nascite gemellari la consistenza della popolazione tedesca ariana.
​Se le povere vittime non morivano durante gli esperimenti, si provvedeva a farle sopprimere con una puntura di fenolo al cuore.
​​Questi sono i bambini che ricordiamo oggi, questi sono i bambini per i quali piangiamo, questi sono i bambini che ci fanno ancora e sempre dire “MAI PIU'”
​Ma qualcosa dobbiamo fare per questi bambini. L’unico modo che ci resta come esseri umani per onorarli è ricordare la situazione dei tanti bambini per cui qualcosa possiamo e dobbiamo ancora fare.
​Non parlo dei bambini siriani o africani, ma parlo di quelli che sono qui, nel nostro Paese.
​Mai sentito parlare del ghetto dei bulgari di Foggia, ove i bambini vivono tra sporcizia, e rifiuti senza abiti adeguati per l’inverno? ​
Nel ghetto, in questo momento, vivono circa 100 persone e, tra queste, vi sono 37 bambini. Le condizioni igieniche in cui stanno vivendo sono pessime. Non ci sono bagni, ma latrine poste accanto a vere e proprie discariche a cielo aperto. Abbiamo riscontrato la presenza di escrementi anche lungo la via principale che attraversa il ghetto”, “Tutto intorno è un pantano di fango, rifiuti di ogni genere anche tossici, baracche messe su alla meno peggio, con legno e materiali di ogni tipo”.
​“Sappiamo che la situazione, che oggi è già drammatica, è destinata a peggiorare già da marzo, quando nel campo torneranno molti dei nuclei familiari che arrivano in Capitanata in prossimità dell’inizio dei lavori agricoli stagionali. Per questo motivo è fondamentale intervenire subito. I bambini versano in condizioni pietose: sono sporchi, scalzi, indossano abiti che non possono proteggerli dal freddo. I bambini del ghetto giocano tra fango e rifiuti, nessuno di loro è scolarizzato e hanno tutti serie difficoltà a comprendere e a parlare la lingua italiana. Ad oggi, sono soltanto i volontari a recarsi nel ghetto per fornire qualunque tipo di assistenza. Non si può pensare di nascondere sotto il tappeto dell’indifferenza situazioni come quella del ghetto dei bulgari”.
​Ritengo di dover segnalare un altro problema di non poco conto, che dovrebbe mobilitarci tutti ma veramente tutti.
​Nei primi 8 mesi del 2016 in Italia sono arrivati – attraverso il Mediterraneo – 16.800 minori non accompagnati. Si prevede che per la fine dell’anno il numero dei minori non accompagnati salirà a 20mila. (ricerca Ismu, Istituto per lo Studio della Multietnicità).
​”Ogni giorno in Italia ventotto minori non accompagnati scompaiono. Il sistema d’accoglienza è inefficace, non fornisce supporto necessario”. Così denuncia il documento “Grandi speranze alla deriva”, che afferma come, nei primi sei mesi del 2016, si siano perse le tracce di 5.222 minori, in maggioranza “scappati dai centri di accoglienza”.
​Ragazzi che diventano così invisibili, uscendo dai radar della legge e diventando conseguentemente ancor più esposti a fenomeni di violenza e sfruttamento.
​La maggior parte dei bambini che arrivano da soli via mare sulle coste italiane, provengono da Egitto, Gambia, Eritrea, Nigeria e Somalia. Fuggono da situazioni di guerra, insicurezza e povertà
Che fine hanno fatto i bambini migranti? La domanda è d’obbligo di fronte a un numero sconvolgente: almeno diecimila minorenni arrivati in Europa da soli sono scomparsi. Eclissati, volatilizzati. Di loro non si hanno più notizie e in questi casi l’elemento di per sé porta a pensare a situazioni di pericolo e di illegalità. Giovani vite finite nelle mani dei mercanti di esseri umani o delle organizzazioni criminali che fanno affari con la prostituzione minorile? ​
​“Se siano registrati o meno, stiamo parlando di circa 270.000 bambini. Non tutti sono soli, ma sappiamo che tanti di loro potrebbero esserlo”, ha spiegato Brian Donald, funzionario di Europol che ha poi lanciato l’allarme su quella che ha definito “una sofisticata ‘infrastruttura criminale’ europea che prende di mira i migranti. “Non è assurdo dire che stiamo cercando 10 mila e più bambini. Non tutti sono sfruttati dai criminali; alcuni potrebbero essersi riuniti a familiari. Solo non sappiamo dove siano, cosa stiano facendo e con chi siano”.
​La preoccupazione è che i minorenni arrivati in Europa possano essere finiti nelle maglie della rete di criminali che li sfruttano, anche sessualmente.​A livello europeo esisterebbe una sofisticata rete criminale che sta prendendo di mira proprio i migranti in arrivo dall’Africa o dal Medio Oriente, e in particolare proprio gli adolescenti e i ragazzi giovanissimi .
​In conclusione, dunque, interessarci e risolvere questi problemi è un modo dignitoso di rendere vivo il ricordo di quei tanti bambini massacrati nei campi di concentramento!

Ilda Sangalli Riedmiller

Genocidio armeno. Talaat Pascià: deportateli nel nulla

Resti umani-massacro armenoUn secolo fa il genocidio a opera dell’Impero Ottomano, ma gli armeni continuano ad essere nel mirino del fanatismo islamico ancora ai nostri giorni. Appena qualche mese fa, nel settembre scorso, i miliziani dell’autoproclamato Califfo dello Stato islamico dell’Iraq e della Siria (Isis), hanno distrutto l’antica chiesa armena di Der Zor, nell’est della Siria, considerata la Auschwitz degli armeni e consacrata come memoriale del genocidio perché fu questa la tappa finale del cammino di morte nel deserto imposto dai turchi. Qui, a Deir ez-Zor avevano il loro Yad Vashem, prima che arrivassero le orde dell’Isis e qui riposavano i resti delle vittime del genocidio.

E ancora al Cairo, i Fratelli musulmani, istigati dall’Isis, hanno distrutto l’unico archivio documentale ancora esistente del “Medz Yeghern”, il “Grande Crimine”, come viene chiamato il genocidio dagli armeni.

Alla Camera, questa mattina, il genocidio è stato ricordato in Aula e per i socialisti è intervenuta Pia Locatelli. “Non sono state molte le voci di condanna, e io laica – ha detto – non posso non sottolineare che le più significative furono quelle di due papi: il primo Papa Benedetto XV, che 100 anni fa scrisse al Sultano per chiedere di porre fine all’ecatombe, e oggi quella di papa Francesco che, usando il linguaggio della chiarezza,  nel ricordare quei morti  ha scatenato le proteste dell’attuale governo turco che ancora oggi nega il genocidio. Un lato oscuro della storia turca, cui ora si aggiunge lo scarso rispetto dei diritti civili, e non solo civili, fatto con il quale la Turchia – ha concluso la parlamentare socialista – se vorrà far parte della famiglia europea, come mi auguro, dovrà prima o poi fare i conti”.
Qui di seguito riportiamo l’articolo, scritto in occasione dell’anniversario di dieci anni fa, per l’Avanti! della domenica, Pierre Balanian.

Perirono così un milione e mezzo di Armeni
Sono trascorsi 90 anni da quando i turchi davano inizio al progetto tendente ad eliminare il popolo armeno dall’Armenia storica. Infatti, nella notte del 24 aprile 1915, su una lista prestabilita, venivano arrestati – senza mandato – e giustiziati tutti i capi e gli intellettuali armeni. Era la prima tappa di quello che in seguito verrà definito il primo genocidio del XX secolo.Già le autorità turche, dopo aver arruolato tutti gli elementi maschili armeni da 16 a 40 anni, avevano poi provveduto a disarmarli: da soldati li assegnavano ai “reggimenti di lavori” forzati e li annientavano, spesso dopo aver fatto loro scavare le loro fosse, per quanto riferito dall’allora ambasciatore Usa ad Istanbul Morghenthau. E pensare che la lealtà dei soldati armeni era stata lodata dallo stesso ministro della guerra Enver Pascià sulle pagine del quotidiano tedesco Osmanischer Lloyd (26 gennaio 1915)!

Il coraggio dei soldati armeni gli aveva perfino salvato la vita nel corso di in un’imboscata nella battaglia di Sarikamish.

Tutti gli altri uomini non arruolati erano stati intanto arrestati per accertamenti circa un’eventuale diserzione: molti di loro non tornarono dalle carceri, veri centri di tortura. Poi, il pretesto di perquisizione in cerca di armi, serviva per il saccheggio, l’estorsione, l’uccisione dei più refrattari e per lo stupro delle ragazze.

Dopo questa breve fase di “terrore di Stato” iniziarono le deportazioni di massa degli elementi rimasti del popolo armeno: anziani, donne e bambini. L’ordine parlava di un allontanamento temporaneo per motivi di guerra: nessuno avrebbe dovuto prendere con sé nulla di quanto posseduto. I beni sarebbero stati custoditi dallo Stato e restituiti al termine della guerra. Nessun armeno aveva infatti potuto leggere il vero ordine di deportazione, il telegramma cifrato inviato dal ministro dell’interno Talaat Pascià: “È stato precedentemente comunicato che il governo ha deciso di sterminare gli armeni che vivono in Turchia”. Mentre in un altro telegramma, Talaat, padre del genocidio armeno, raffigurato come eroe in un mausoleo della Turchia odierna, specificava che “la destinazione” delle deportazioni era “il nulla”.

Il 16 maggio 1915 venne istituita per legge dal governo ottomano turco una apposita amministrazione, creata per sequestrare e vendere i beni “abbandonati” dagli armeni. La stessa legge prevedeva l’insediamento di profughi turchi nelle case e terreni “abbandonati”.

Scortate dai soldati turchi le colonne dei deportati da tutte le province e città venivano convogliate verso i deserti siriani ed iracheni dove, secondo un console tedesco, non vi erano condizioni di “vita né per piante né per animali”. I racconti dei rari sopravvissuti, a prescindere dalla loro provenienza, concordano sul fatto che appena fuori dalle città, lontano dagli occhi di testimoni stranieri (missionari, croce rossa ecc..), le colonne venivano attaccate da truppe di irregolari armati che uccidevano indisturbati, rubavano, stupravano o rapivano ragazze e portavano via i bambini in tenera età per educarli da musulmani o venderli a famiglie turche.

Parecchi vennero rinchiusi in grotte nel deserto siriano (come a Shedadiya) e uccisi per asfissia appiccando il fuoco all’ingresso . Non a torto si è parlato di prototipi delle camere a gas e non a caso molti alti gradi tedeschi presenti all’epoca in Turchia come alleati, saranno anni dopo a fianco di Hitler.

I sopravvissuti all’eccidio morivano di stenti o di malattie.

Al termine della Guerra Mondiale un’indagine della corte marziale turca evidenzierà la natura di queste bande di irregolari, che facevano parte di una “Organizzazione Speciale” creata dal ministero dell’interno nel agosto del 1914, composta da ex-detenuti penali, curdi e fanatici islamici il cui scopo era l’annientamento dell’elemento armeno.

Perirono così un milione e mezzo di armeni, tre quarti della popolazione. Il solo Capo di Stato occidentale ad alzare una ferma voce di protesta fu il Papa Benedetto XV, il quale scriveva personalmente al Sultano (settembre 1915) chiedendo di porre fine all’ecatombe. E il 6 dicembre 1915, non avendo ottenuto risposta, lamentava che “i malaugurati armeni sono stati quasi interamente distrutti”.

Casualità della storia, il Papa Benedetto XVI ha celebrato la sua prima messa da Pontefice il 24 aprile, il giorno in cui gli armeni commemorano il loro genocidio.

Pierre Balanian

Successo di pubblico
per la serie televisiva
“L’angelo di Sarajevo”

L'angelo di SarajevoNella Giornata della Memoria, risuonano le parole di esorto di Papa Francesco, tramite un tweet lanciato dal suo account @Pontifex: “Auschwitz grida il dolore di una sofferenza immane e invoca un futuro di rispetto, pace ed incontro tra popoli”. Questo sembra ben riassumere il significato di questo ricorrenza, nel 70esimo anniversario della liberazione del campo di Auschwitz da parte dei sovietici (avvenuta il 27 gennaio del 1945), per fare memoria, per ricordare la tragica esperienza dell’Olocausto, per non dimenticare mai più. Anche la rete nazionale già da una settimana ha messo in onda film sul tema. Anche per i più piccoli. Continua a leggere

Vivà, così lasciò
la sua vita ad Auschwitz

Vittoria nenni-AuschwitzRaccontare la storia di Vittoria Nenni, per me non è facile. In primo luogo perché le notizie sulla sua vita fino ad oggi sono state frammentarie e poco verificabili. In secondo luogo perché la nostra famiglia ha convissuto con questo dolore per oltre mezzo secolo, un‘angoscia che per Pietro Nenni è stata il rimpianto di una vita, per non averla salvata.

Da parte mia ho sempre avuto il timore di fare domande, di sollevare il velo della sofferenza. Per me Vivà era una foto, un triste quadro di Guttuso, qualche racconto frammentario intercettato per caso e nulla di più.

Poi qualcosa è cambiato.

Quando sono andato a vivere in Toscana, nel giardino di un vicino sotto un mucchio di macerie, ho ritrovato per caso il libro di Charlotte Delbo “Le convoi du 24 Janvier” del 1961. O forse è stato il libro a ritrovare me. Non so come, ma questo nome “Delbo” era rimasto impresso in qualche angolo remoto della mia memoria: Charlotte era una compagna di prigionia di Vivà, una sopravvissuta, che ha deciso di raccontare le storie delle protagoniste di questo viaggio verso la morte.

Giorno della MemoriaAllora ho capito che non potevo più evitare l’incontro con la Storia della mia famiglia. Dovevo raccogliere più informazioni possibili su Vivà e ricostruire i frammenti che andavano a formare la sua intensa esistenza. Un’esistenza divisa in due, con un prima ed un dopo. Una fase pre-impegno politico, fatta di amore, famiglia, leggerezza, tipica della giovinezza. Poi l’attraversamento della “linea d’ombra” con la presa di coscienza e la scoperta dell’impegno politico, totalizzante, che ci mostra come spesso, quando il terreno è fertile, siano le circostanze della vita a forgiare gli eroi.

Vittoria Nenni detta “Vivà” nacque il 3 ottobre 1915 e morì a 28 anni il 15 luglio 1943 ad Auschwitz.

Terza figlia di Pietro Nenni, era una giovane italiana trasferitasi a 13 anni a Parigi per seguire il padre costretto all’esilio, dopo i pressanti attacchi fascisti alla sua famiglia.

Mora, slanciata, di una bellezza particolare e raffinata, completa i suoi studi secondari in Francia e si fidanza giovanissima con il francese Henri Daubeuf, un simpatico giovane pieno di vitalità che cerca la sua strada. Nonostante l’esilio, Vivà, Henry con il loro cane sempre al seguito, passano giorni spensierati viaggiando nel sud della Francia, rifuggendo l’impegno politico che era sin troppo presente nella famiglia Nenni.

A 22 anni Vivà sposa Henry e si installano definitivamente a Parigi. Il marito decide di aprire una tipografia. Sono gli anni dell’occupazione tedesca (1940), un’occupazione all’inizio piuttosto soft: gli invasori vorrebbero il consenso dei francesi, subiscono il fascino dello stile di vita parigino.  E anche i francesi, quando vedono arrivare sugli Champs Elysee questi soldati giovani, belli sbarbati e con uniformi impeccabili, sono spiazzati ed entrano in uno stato psicologico di “attesa”.

Giorno della memoriaTuttavia, il cappio tedesco rapidamente si stringe. Cominciano i soprusi, le violenze e gli stupri, le deportazioni. Manca il cibo. Le razzie sono all’ordine del giorno, oltre ai generi alimentari, ai beni di valore e opere d’arte, vengono rubati persino i binari dei tram. Non funziona più nulla. Persino la rete fognaria. Ben presto i cittadini francesi capiscono che si sta progressivamente cannibalizzando la Francia per nutrire la Germania.

E non basta mai.

Anche chi si era disinteressato di politica, non può più fare finta di niente.

Bisogna fare qualcosa. In questi momenti matura in Vivà e in altri giovani la convinzione che la Resistenza è l’unica scelta da fare. All’inizio i rischi sono alti, ma gestibili. Vengono create delle reti per fare girare le informazioni. Le tipografie divengono il centro nevralgico della Resistenza. Di giorno stampano materiale non compromettente, ma la notte producono riviste, opuscoli, giornali che inneggiano alla Resistenza contro l’invasore. Per distribuire questi fogli si utilizzano dei corrieri “insospettabili”: donne eleganti che tutto sembrano fuorché rivoluzionarie perché sanno che i tedeschi non fermano le persone di bell’aspetto. Tecnici che riparano le macchine tipografiche, perché possono ritirare i documenti da più centri stampa senza destare sospetti, nascondendoli nella valigetta degli attrezzi. Finte madri che trasportano carrozzine piene di opuscoli rivoluzionari. Finti garzoni che consegnano il pane.

Questi sistemi funzionano, la resistenza contro i tedeschi diviene sempre più efficace, anche grazie a tecniche di guerriglia urbana, stimolate dalla propaganda anti nazista di Vivà e delle altre reti di tipografie clandestine che diventano il fulcro della Resistenza. Ad un certo momento, non senza lentezza, i tedeschi capiscono. Devono arginare il fenomeno, smantellare queste reti e punire i colpevoli.

Nel 1942 il marito di Vivà, accetta l’incarico di stampare dei volantini comunisti senza capire che è una trappola. Non è chiaro se Vivà ne fosse al corrente.

Scatta una perquisizione della Gestapo. Henry viene avvertito poco prima e fa sparire ogni traccia compromettente. È quasi salvo, ma quando la Gestapo sta per lasciare la tipografia, un tedesco urta inavvertitamente una rotativa e fuoriesce una pagina rimasta impigliata nei rulli. Henry sarà arrestato e fucilato poco dopo, insieme ai membri della rete clandestina “Tintelin”, dal nome del tecnico tipografico che distribuiva i fogli della resistenza.

Vivà crede di impazzire. Non sa che fine abbia fatto il marito. A forza di chiedere notizie alla prefettura, anche lei viene arrestata e portata al carcere di Romainville. Le si chiede di dichiarare la cittadinanza italiana in cambio della libertà. Vivà rifiuta. Non vuole mettere in difficoltà il padre che sta combattendo contro il fascismo ed è consapevole che Mussolini potrebbe usarla come arma di ricatto. Inoltre coltiva la vana speranza di ricongiungersi con l’amato marito in prigione.

La vita al forte di Romainville è molto dura. Una zuppa acquosa al giorno, celle di punizione, dormitori da 24 cuccette una sull’altra, niente visite. Le prigioniere, quasi tutte attiviste della Resistenza, dimagriscono a vista d’occhio. Per sopravvivere capiscono il valore della solidarietà. Si creano amicizie fortissime e si inventano sistemi per mantenere alto il morale e mantenersi in decente forma fisica. Vivà è la leader del gruppo e incita le altre a non mollare. Ma purtroppo Romainville è una parentesi.

Il 24 gennaio 1943, le 230 donne vengono trasferite alla stazione e caricate sul convoglio 31000, senza finestre, nulla da bere e con le porte sigillate dall’esterno. Un secchio serve da toilette e l’aria è irrespirabile. Insieme a loro sul treno ci sono un medico, un dentista, una levatrice, contadine, negozianti, operaie, insegnanti, qualche ebreo, segretarie e casalinghe. Addirittura tre delatrici: i tedeschi pur di non pagare i loro servizi, avevano semplicemente deciso di deportarle.

Insomma appare evidente che la scelta dei nazisti di imprigionare qualcuno segue ormai criteri totalmente arbitrari.

Nessuno ha idea della destinazione del treno. I campi di sterminio sono dei segreti ben custoditi dalle autorità tedesche.

Himmler li aveva voluti come esperimento da replicare anche negli altri campi di prigionia. Erano istituzioni totali, in cui sradicare l’umanità dei prigionieri, situati in luoghi malsani con un clima impossibile e condizioni igienico-sanitarie disastrose. L’obiettivo era di sterminare un gran numero di persone facendole morire di stenti o in maniera asettica nelle camere a gas, in modo tale che nessuna guardia avesse eccessivi rimorsi. I resti dei cadaveri erano poi bruciati e gettati nel fiume. È una macchina omicida di un’efficienza perfetta, che si mette in moto fin dalla traduzione in treno verso il campo, in cui muoiono le prime vittime per le terribili condizioni.

Ma torniamo al convoglio 31.000. Ad una fermata del treno, i tedeschi autorizzano una sola prigioniera ad andare a prendere dell’acqua. Una guardia le sussurra: “Scappa finché sei in tempo, perché questo è un viaggio senza ritorno!” .

Al loro arrivo, esauste per la precedente prigionia e il viaggio in condizioni disumane, scoprono i primi cadaveri all’uscita dal treno. Vivà e le donne del convoglio 31000 devono percorrere alcuni chilometri a piedi per raggiungere il campo di concentramento. Molte prigioniere muoiono lungo il percorso. Inciampano sui corpi. Le guardie urlano ordini incomprensibili in tedesco, aizzano i cani, sono aggressive e usano fruste e manganelli.

Le donne cercano di non cedere al panico. Da lontano scorgono esili figure, sporche, con gli occhi vuoti, che camminano come fantasmi. “ Come sono sudice”, “Potrebbero almeno lavarsi”, sono questi i commenti delle nuove arrivate ancora ignare del proprio destino.

AuschwitzAltre prigioniere sono incaricate di incidere sul braccio un numero progressivo di identificazione “31.001, 31.002, etc.”, le tosano come pecore disinfettando le ferite con la benzina anche nelle zone pubiche. Una nobildonna francese, fatta prigioniera a Parigi per aver risposto male ad un soldato tedesco che la spintonava, tenta di conservare i propri capelli offrendo il proprio orologio d’oro tempestato di diamanti: la guardia accetta lo scambio, le prende l’orologio ma poi la rade a zero lo stesso. Tutti i beni personali sono requisiti e delle sporche divise macchiate di pus e escrementi prendono il posto dei loro abiti.

Non c’è possibilità di fuga.

Nella baracca in cui sono alloggiate, l’odore è nauseabondo, l’unico pasto consiste in una zuppa di acqua sporca, versata in ciotole che le altre prigioniere “anziane” polacche utilizzano anche come vaso da notte non riuscendo a contenere gli attacchi di dissenteria. Il primo giorno rifiutano questa schifosa brodaglia, ma poi capiscono che è la loro unica speranza di sopravvivenza.

Scoprono presto che un mese è la durata media di vita in simili condizioni.

Non c’è traccia di solidarietà nella baracca: il campo di concentramento è concepito per azzerarla.

Vivà e le altre, all’inizio provano a cambiare le regole del gioco. Forti dell’esperienza di Romainville cercano di organizzare delle attività per non abbattersi, ma le altre prigioniere le ammoniscono: “Conservate le forze per sopravvivere!”. E hanno ragione.

L’aspetto più duro sono gli appelli: alle 3 di notte le guardie svegliano a forza le prigioniere, le portano sul piazzale in mezzo alla neve e le lasciano lì in piedi per ore. Non hanno vestiti, ma una specie di pigiama a righe. Fa molto freddo.

Le prime a morire per congelamento sono quelle che hanno perso le scarpe.

Cadono come birilli ed è evidente che gli appelli sono un processo di selezione.

Le nostre amiche si sostengono a vicenda, se una cade, la tengono per le braccia, ma a volte non c’è nulla da fare. È un comportamento lodevole in un mondo parallelo in cui ognuno pensa a sé.

Vivà può ancora far valere la sua cittadinanza italiana, ma capisce che non può abbandonare le sue compagne.

In breve del convoglio 31000, restano solo 30 sopravvissute. Lo spazio in campo di concentramento è prezioso, e bisogna sempre accogliere nuovi arrivi.

Ogni tanto vengono buttate giù dalle cuccette, costrette a correre al freddo sotto i colpi dei manganelli e delle fruste. I carcerieri fanno a gara a chi è più sadico: il minimo segno di empatia tra le SS è punito duramente come segno di debolezza morale. A volte un medico entra in baracca e chiede con voce suadente se per caso qualcuna di loro desidera evitare gli appelli perché troppo stanca. Nessuno parla: dire di sì significa morire nella camera a gas.

Pietro Nenni-famigliaVivà, Charlotte Delbo e le altre non si perdono d’animo e decidono di mettere la propria riserva di dignità morale al servizio delle altre prigioniere: supportano quelle più debilitate per evitare loro la morte, non si perdono d’animo. Nel frattempo il Reich decide che i campi di sterminio devono essere più funzionali alla causa nazista: occorre aumentare la produttività.

Vivà e le altre superstiti sono ammesse ai lavori forzati, a due ore di cammino dal campo. Lavorano nelle paludi, hanno le gambe gonfie, cadono in continuazione ma sono ancora vive. Ogni giorno il corpo sembra soccombere all’abnorme sforzo fisico e alla costante denutrizione.

Sulla testa di Vivà sta ricrescendo un ciuffo di capelli, forse ce l’ha quasi fatta, ma si ammala di tifo. Il corpo l’aveva già abbandonata e adesso anche la mente. Comincia ad avere allucinazioni, pensa di rivedere il padre, crede che il marito defunto sia tornato a casa sano e salvo, vuole nascondere l’orrore della realtà dietro a ricordi felici.

Vivà muore ad Auschwitz il15 luglio 1943. Le autorità tedesche scrivono sul certificato di morte, “causa: influenza”.

La sua famiglia ne è all’oscuro e cerca disperatamente sue notizie.

La Chiesa è l’unica struttura organizzata ancora funzionante ad avere una rete efficiente di informazioni sul territorio. Sarà Montini, segretario alla Santa Sede, poi Papa Paolo VI, a comunicare a Pietro Nenni la morte di Vivà. Le sue ultime parole, riportate sulla targa ad Auschwitz, sono state: “Dite a mio padre che non ho perso coraggio mai e che non rimpiango nulla”.

Le compagne di prigionia ricordano il suo coraggio e l’impegno per gli altri, fino alla fine. Vivà non le ha mai abbandonate, nonostante potesse salvarsi e tornare in Italia.

A me piace ricordarla così: in una giornata di sole, con la faccia sorridente e spensierata in viaggio nel sud della Francia insieme al marito, la sua famiglia e la vita ancora davanti.

Pierpaolo Nenni

Nenni, umanità e tanta intelligenza politica

Nenni_legge_Avanti!È difficile parlare di Nenni, pur avendo avuto io con lui una lunga consuetudine. Spiccava, fra le sue caratteristiche, la sua grande intelligenza; poi l’inventiva e la vena poetica del suo scrivere, il senso del reale e del possibile, il grande coraggio fisico e morale.

Riconosceva di essere ambizioso, ma all’ambizione sapeva opporre i giusti limiti. Spartaco Cannarsa era un vecchio socialista che si dilettava a raccogliere i discorsi parlamentari o quelli pronunciati nei vari congressi del PSI e poi li pubblicava a proprie spese. Quando presentò a Nenni il suo centone sul “biennio rosso” Nenni corse subito a vedere l’indice dei nomi citati. “Ci stai, ci stai”, lo rassicurò Cannarsa. Ma quando ci fu il testa a testa con Saragat per la presidenza della Repubblica, Nenni mi confidò: “Vincerà Saragat, perché io sono soltanto ambizioso e Saragat, invece, è anche orgoglioso e non gli interessa niente al di fuori di se stesso”. Nenni avrebbe potuto vincere prolungando lo scontro fino a spaccare il debole partito di Saragat. Sull’ambizione prevalse il senso di responsabilità e si ritirò non senza grande pena.

Prima di pronunciare un discorso, Nenni pretendeva che qualcuno leggesse ciò che aveva scritto e spesso toccava a me perché era solito scrivere le sue relazioni nei fine settimana nella villetta a Formia acquistata con i soldi del ‘Premio Stalin’ e io a Formia ero quasi di casa.

Un giorno lo trovai impegnato in un’accanita partita di bocce. L’ultima biglia spettava a lui, un colpo difficilissimo, ma decisivo. Fallì per un’inezia. Mentre rincasavamo cercai di consolarlo. “Sei stato proprio sfortunato, hai giocato benissimo”. Mi si rivoltò come un cane: “Non mi importa niente di giocare bene, io voglio vincere!”.

Un’altra volta, alla fine del pranzo, mi offrì una pera che io rifiutai. “Non mangi una pera?!” mi rimproverò con il tono di chi ha desiderato mangiare una pera per tutta la vita…

Era un uomo di assoluta modestia. Non aveva mai soldi in tasca. Carmen, la moglie, gli metteva ogni giorno mille lire in tasca, ma lui non le trovava mai. Se ti invitava a prendere un caffè alla buvette (il bar adiacente al Transatlatico dentro Montecitorio ndr) potevi star sicuro che pagare toccava a te.

Vestiva senza alcuna pretesa. Per andare al Quirinale a giurare come vicepresidente del Consiglio si fece confezionare un abito da un sarto socialista rifugiato come lui in Francia. Era a quadretti e i quadretti dei pantaloni, mancando l’à plomb, gli giravano intorno alle gambe come le glorie di Traiano intorno alla sua colonna.

Quando si era fissato in testa un obiettivo non smetteva di battere finché non lo avesse raggiunto, costasse anche dieci anni di sforzi come è stato per portare un partito succube dei comunisti all’accordo con la DC; e ci riuscì senza rinunciare alla cultura marxista che il PSI ha abbandonato solo con la svolta di Craxi.

Nenni leggeva tutto e il minimo fatto di cronaca gli serviva per ribadire la sua tesi. A volte mi mandava articoli consistenti in un titolo, cinque righe di inizio e tre di conclusione: il resto – diceva – metticelo tu. Una volta mi mandò un discorso con una lunga tirata contro Saragat seguita da “vivissimi applausi”. Prima che il discorso fosse pronunciato Saragat disse qualcosa che piacque a Nenni e io ricevetti un singolare biglietto: “A pagina tot del discorso togliere vivissimi applausi”. Lasciò l’attacco ma non lo fece applaudire. Finezze ormai sconosciute.

La prosa di Nenni andrebbe studiata a fondo. Dietro ogni frase, la più banale, c’era il sentimento, la capacità di indurre pathos e sensazioni. Nel primo dopoguerra era stato capace di sconfiggere Serrati, che stava conducendo a Mosca le trattative per far confluire il PSI nel Partito Comunista con una sola frase: “Non si vende un partito come un fondaco da mercante”; ed era soltanto il redattore capo dell’Avanti!. Chiese il Congresso, lo ottenne e lo vinse.

Scrisse: “La repubblica o il caos” e ottenne la repubblica contro i riottosi comunisti e i cattolici che non si pronunciarono fino all’ultimo, inducendo a fare il referendum istituzionale ‘monarchia o repubblica’ assieme al voto per l’Assemblea Costituente. Un vero colpo da maestro.

Ma quello che non dimenticherai mai di Nenni è la riga colma di umanità, di dolore e di verità apposta sulla lapide della figlia Vittoria morta ad Auschwitz: “Eppure domani è un altro giorno”. C’è sempre un sole che torna a splendere sul più grande dolore che un uomo possa provare, ma non è un sole consolatorio, è l’obbligo di vivere nel dolore e col dolore. Non è prosa, è poesia.

Franco Gerardi 

Questo è il sesto di dieci brevi scritti lasciati per la pubblicazione da Franco Gerardi, già direttore dell’Avanti!, e affidati alla figlia Karen, nostra collaboratrice.
Già pubblicati:
1 – La politica ‘svelata’: Il water di Dossetti
2 – Il PSI e gli anni dei rubli. Una difficile autonomia
3 – Il PSI, De Mita <br> e la sinistra ‘str…a’
4 –
 La giustizia italiana e l’albero tagliato
5 – Il primo centrosinistra grazie a Moro e Nenni