Le scelte del governo preoccupano l’Europa

kurz conte

La lettera del governo italiano alla Commissione Europea scatena le reazioni degli altri stati membri. Non sono piaciute a Bruxelles le rassicurazioni del ministero dell’Economia. Tantomeno gradite sono state la richiesta di flessibilità di 3,6 miliardi per interventi contro il dissesto idrogeologico e la generica rassicurazione in caso di superamento del 2,4% del deficit/Pil. L’Esecutivo tiene la barra dritta e l’Europa storce il naso. Austria e Olanda su tutte rendono pubblica la propria delusione. Anche la Germania, nel pomeriggio, si associa alle critiche.

Il ministro delle Finanza olandese, Wopke Hoekstra, si dice poco sorpreso ma molto deluso dal fatto “che l’Italia non abbia rivisto il suo piano di bilancio. Le finanze pubbliche italiane sono sbilanciate e i piani del governo non porteranno ad una robusta crescita economica. Questo budget è una violazione del patto di stabilità e crescita”. La minaccia di apertura di infrazione non è poi tanto velata: “Sono profondamente preoccupato. Ora sta alla Commissione europea fare i passi successivi”.

Secondo il numero uno dell’economia austriaca Hartwig Loeger i messaggi populisti del governo italiano stanno “tenendo in ostaggio il suo stesso popolo”. L’Austria, che nei mesi scorsi ha sostenuto Salvini nella lotta all’immigrazione, insisterà per il rispetto del patto di stabilità. L’esecutivo guidato dal giovane nazionalista Kurz si dice pronto a sostenere le iniziative sanzionatorie che sarebbero attuate nel caso in cui l’Italia non tornasse indietro sulla manovra. “Contrariamente a quanto sostiene il mio collega non si tratta di un affare interno, ma di un affare europeo”, il commento di Loeger alla lettera di Tria.

Anche dalla Germania stigmatizzano le scelte dell’Italia. Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, fa sapere di non condividere “l’idea che i problemi di crescita siano risolti facendo sempre più debito e che l’alto debito non sia problematico”. Il banchiere tedesco sottolinea che “per un’unione monetaria con una comune politica monetaria e 19 politiche fiscali nazionali, è fondamentale che gli Stati membri abbiano bilanci solidi per garantire un’unione di stabilità”.

La replica del vicepremier Salvini non delude le aspettative. “Ci sono dei grafomani a Bruxelles che ci scrivono letterine e noi educatamente rispondiamo, ma non ci muoviamo di un millimetro. Chi è in torto è l’Unione Europea che nei trattati dice che devono essere garantite piena occupazione e diritti sociali, ma se non ci fa spendere come li garantiamo”, le parole del ministro dell’Interno. Lapidario Antonio Tajani, presidente del Parlamento Europeo: “E’ una scelta sbagliata che non fa il bene dell’Italia e degli italiani”.

F.G. 

La Grande Guerra, storie sulla tragica vanità di contese umane e religiose

grande guerra

Cento anni fa, tra il 3 e il 4 novembre 1918 le truppe italiane entravano in Trento e finiva la sanguinosa guerra con l’Austria-Ungheria: doveva essere – secondo gli uni e gli altri – uno scontro breve, invece la Grande Guerra durerà anni, con milioni di morti, di cui 650.000 italiani.  Proverei a proporre un “memento” controcorrente rispetto alle normali celebrazioni gloriose, riportando le irriverenti ma umili e sincere note di un militare siciliano finito al fronte come tanta gioventù d’allora. E’ un riconoscimento anche a tutti quei pacifisti che – trovando un capofila in Giacomo Matteotti – videro nella guerra una scelta disumana: e che ancora pongono a molti di noi – eredi della tradizione politica di Cesare Battisti e del suo interventismo democratico – quesiti irrisolti che possono essere solo quietati da ricerche come quelle dello storico trentino Mirko Saltori, secondo il quale c’era una base comune per le due personalità. «Il socialismo non era stato né per Battisti né per Matteotti un’etichetta o una superficiale infatuazione, bensì un impegno costante e rigoroso, e certo nella concezione della realtà e della politica dell’uno e dell’altro vi sarà stata una larga identità di vedute». Una identità che avrebbe potuto portarli successivamente anche a revisionare i punti di vista divergenti, e comunque a svolgere un comune lavoro utilissimo per il popolo, di cui molti rimpiangeranno la mancanza: infatti non fu loro possibile, perché le vite di queste due personalità furono entrambe stroncate violentemente.

Lasciata questa premessa, veniamo al nostro militare. E’ grazie alla rivista “Archivio trentino” della Fondazione Museo Storico del Trentino (Publistampa, 2017) che conosciamo la vicenda riportata in un saggio intitolato La “crante querra”: il manuale di sopravvivenza di Vincenzo Rabito, commentato dallo studioso Enrico Meloni. Si tratta delle memorie della prima guerra mondiale scritte a distanza di cinquant’anni tra il 1960-1970, quando al Rabito – annota il commentatore – parve che non ci fosse più nulla da temere dalla “violenza del potere e della società”.  Giovanissimo siciliano chiamato alle armi nel 1917 con i “ragazzi del1899”, racconta, con un linguaggio personale costruito su una base dialettale maccheronica ma comprensibile con un po’ d’attenzione: 1) di come un socialista – o che tale si sentiva per legami familiari e di classe – poté nel vortice della guerra di trincea diventare un carnefice: “deventammo tutti macellaie di carne umana”, “amme mi piaceva di fare la querra e magare sofrire assai, ma restare vivo”; 2) del suo comunque confermato disgusto per chi fa vanto d’atti eroici, come gli Arditi: “tutte delinquente, tutte fatte uscire a posetamente dela galera propia per queste deficile imprese… prima che partevino, si bevevino mezzo litro di licuore, e magare se umpriagavino”; 3) del suo irriverente seppur rassegnato disdegno per gli ordini letali, come quelli ricevuti dalla sua compagnia, che da reparto Zappatori li fa passare ad attaccanti muniti di bombe, pugnali e pistole a razzo: “Erino momente di paura e di morte. Tutte tremammo, perché come li oficiale dicevino ‘Avante Savoia!’, certo che si doveva partire. E aspetammo quella infame e desonesta parola: ‘Avante Savoia!’; 4) della strage di vittime soprattutto civili che colpì con l’influenza spagnola almeno cinquanta milioni di persone nel mondo e diverse centinaia di migliaia anche in Italia, “quasi quanto tutti i militari italiani caduti nella Grande Guerra” commenta Meloni, mentre Rabito giunto nelle sue terre in sospirata licenza per “un bellissimo mese di stare lontano dalla morte” scopre che “qui con la spagnola ni moreno magare 20 o 24 a ciorno”; 5) di come l’Austria perse la guerra per fame: “Li povere austriece… non potevino stare all’empiede e se daveno tante pricioniere e dicevino: Abiamo perso la battaglia. E l’Austria non la puole sostenire, senza manciare, questa guerra”; 6) del tradimento delle promesse di spartizione delle terre ai combattenti per almeno 5 ettari a testa: “ci hanno improgliato che ci dovevano spartere li terre ai contadine”; 7) del perché venne il fascismo: “per fare fenire questa quantetà di sciopere, ci volevino propia questo movemento fascista qiudata di questo Benito Musseline”; 8) e infine dei mezzi con cui il fascismo si impose :“per levarene l’edeia socialista e farese tutte fasciste, poi che a quelle che non zi volevino fare fasciste ci facevino prentere per forza mezzo litro di oglio di ricine”.

E’ il romanzo di un uomo che cerca di destreggiarsi tra tante difficoltà pur di sopravvivere: non fa richiami retorici al pacifismo o all’antimilitarismo, come è successo ad altri “romanzieri” più colti. No, lui è di una “disarmante sincerità”, che ce lo fa sentire più autentico e vicino anche se la sua è una vicinanza che può disturbare la nostra quiete. Ad esempio, turba e commuove allo stesso tempo il suo disperato elogio della bestemmia, quando in fronte alla fame e alla morte, sbotta: “Il nostro elimento era la bestemia, tutte l’ore e tutte li momente, d’ognuno con il suo dialetto, che butava besteme alla siciliana, che li botava venite, che le butava lompardo, e che era fiorentino e bestemiava fiorentino, ma la bestemia per noi era il vero conforto”. L’imprecazione ripetuta era il retaggio di tanta passata e presente disperazione dei ceti diseredati, che permaneva nelle ordinarie quotidiane abitudini ma che ora in tempo di guerra riaffiorava ancor più impetuosamente contro ogni divinità costituita: “Ma il Padreterno, quelle che voglino vivere onestamente, in vece di aiutarle li fa morire”. E quale divinità poi? Di quale Dio stiamo parlando? Di quello del prete italiano che lo invocava a fine messa per “dare la crazia di vincere questa sanguinosa querra” all’Italia, o quello del prete austriaco che lo implorava di fare la stessa “crazia” all’Austria per “vincere il suo potente nemico”? Domande desolate, che però spiegano la tragica vanità di tante contese umane e religiose.

Nicola Zoller

L’Austria vuole chiudere i confini

kurzIl governo austriaco potrebbe “adottare misure per proteggere” i suoi confini. Lo ha riferito oggi, dopo che la Germania ha pianificato restrizioni sull’ingresso dei migranti come parte di un accordo per scongiurare la crisi politica di Berlino. Se l’accordo raggiunto ieri sera verrà approvato dal Governo tedesco, “saremmo obbligati ad adottare provvedimenti per evitare svantaggi per l’Austria e la sua popolazione”, spiega l’Austria in una nota, aggiungendo che sarebbe “pronta a prendere misure per proteggere” i suoi confini, in particolare quelli meridionali con l’Italia e la Slovenia.

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz si è detto contrario all’opzione di offrire ai migranti la possibilità di chiedere asilo in Europa da “piattaforme regionali di sbarco”, che i leader Ue hanno pensato di creare fuori dal continente. “Io faccio parte di quelli che sostengono che se permettiamo le richieste di asilo (da queste piattaforme) questo creerà un incredibile fattore di attrazione”, ha dichiarato Kurz a radio O1 aggiungendo che la questione ha suscitato opinioni divergenti in occasione del recente vertice Ue sulla migrazione. Secondo il cancelliere austriaco sarebbe “più intelligente andare a cercare la gente direttamente nelle zone di guerra, invece che creare un invito a intraprendere viaggio pericolosi attraverso il Mediterraneo”. Al momento nessun paese terzo al di fuori dell’Ue si è offerto di ospitare tali “piattaforme di sbarco regionali”, la cui attuazione solleva molti dubbi tra i paesi europei e sulla compatibilità con il diritto internazionale. Il cancelliere austriaco ha giudicato “fattibile” concludere accordi con i paesi africani per ospitare tali luoghi, sperando che un vertice Ue-Africa si tenga entro la fine dell’anno.

Ovviamente il ministro degli interni non vuole essere da meno e rilancia: “L’Austria è pronta a chiudere i confini? “Per noi sarebbe un affare. Sono più quelli che tornano in Italia di quelli che vanno in Austria. Sono pronto da domani a restituire i controlli al Brennero perché l’Italia ha solo da guadagnarci”.

Il Gruppo Visegrad che non convince più Praga

Czech Prime Minister Andrej Babis attends a parliamentary session during a confidence vote for the newly appointed government he leads, in Prague, Czech Republic January 16, 2018.  REUTERS/David W Cerny

Czech Prime Minister Andrej Babi REUTERS/David W Cerny

Il gruppo di Visegrad era nato per difendere gli interessi di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca in Europa. Ma per la Repubblica Ceca si sta convertendo in una gabbia in cui inizia a mancare ossigeno.

Lo scorso giovedì i membri del gruppo si sono incontrati per l’ultimo summit a presidenza Ungherese e hanno invitato al convitto anche il neo cancelliere austriaco Sebastian Kurz.
Nell’incontro, per il governo di Praga, si sono cristallizzati molti più punti di sofferenza che di accordo. Quest’ultimi sono legati al tema immigrazione, con il rafforzamento delle frontiere esterne dell’Europa molto caro hai paesi dell’Est, ed una netta opposizione al progetto di Budget Europeo proposto dalla Commissione Europea per il 2021-2027.

Lo stesso primo ministro ceco, il populista Andrej Babiš, ha definito la proposta “assolutamente inaccettabile. Nel corso del consueto incontro tra diplomatici, studiosi e politici dell’Europa centrale svoltosi a Praga il mese scorso (Prague European Summit) lo stesso Babiš aveva affermato che il Budget per i prossimi sei anni non doveva essere “grossolanamente ed ottusamente modificato” rispetto a quello attuale.

La partita si gioca tutta sulla riduzione dei fondi all’agricoltura essendo, la Repubblica ceca, un paese di latifondi medio-grandi con una media di 133 ettari per possedimento, una delle più consistenti di tutta l’Unione. Ma non solo. La riduzione dei fondi per l’agricoltura intaccherebbe le stesse tasche del primo ministro essendo Babiš proprietario della Agrofert.

Il problema maggiore per il governo Boemo è la totale mancanza di alleati a Bruxelles. Jiri Schneider, ex ministro degli Esteri e direttore della fondazione Aspen Institute Central Europe sostiene che “il problema maggiore per Praga è che il gruppo di Visegrad di cui fa parte è conosciuto in Europa per i continui veti sulla ripartizione degli immigrati ed i no al processo di integrazione europeo”. E ancora: “La visione del governo precedente era quello di collocare Praga come ponte tra l’Europa Occidentale e quella dell’Est. Ma appena Berlino sente parlare di Budapest o Varsavia, automaticamente chiudono la conversazione”.

Praga deve peraltro affrontare anche l’ambiguo strabismo politico del gruppo di Visegrad, con un Orban legato a doppia mandata con Mosca e una Polonia che, in conflitto con tutti i vicini orientali e con la Germania, annovera come unico teorico alleato Trump, molto infastidito dalla legge revisionista sull’Olocausto promossa da Varsavia in primavera a tal punto da rifiutarsi di ricevere il presidente polacco nel corso di una visita a Washington.

Problemi di collocamento estero aggravati dall’instabilità caratteriale e politica dello stesso primo ministro, un mix tra il primo Berlusconi e la spinta populistica di un Grillo. Il tutto condito da un governo che ancora non si è formato (i comunisti devono ancora decidere se appoggiare la deficitaria maggioranza parlamentare) ed un presidente della Repubblica anch’esso fortemente populista, Zeman il quale, al contrario dell’omonimo allenatore di calcio, gioca sulla difensiva ponendo il veto su ministri degli esteri pro europei e socialisti.

Un rebus dal quale la piccola Repubblica Ceca deve uscire se vuole davvero sovvertire gli equilibri di spartizione dei fondi europei.
Verso quale direzione andrà Praga?

La triplice alleanza senza Berlino, l’Italia verso Est


kurz salvini orbanSempre più ad Est. La posizione dell’Italia in Europa prende la piega tanto temuta da Bruxelles. Una linea sovranista ed euroscettica, cara ai paesi di Visegrad e all’Austria di Kurz, oltre che vicina alle idee di Putin. L’alleanza potrebbe portare l’Italia al fianco dei populisti di tutta Europa, creando così enormi difficoltà all’Unione Europea.

Già nei giorni scorsi Salvini, appena nominato ministro dell’Interno e vice premier, aveva parlato dell’Ungheria come partner ideale per cambiare l’Europa. L’intesa tra il leader leghista e Orban è ormai ben salda. La visione del continente è la stessa: alzare muri per evitare l’ingresso dei clandestini e fermare la libera circolazione delle Ong nel Mediterraneo e nell’Europa dell’Est.

Difficilmente i grandi paesi europei chiuderanno un occhio. Orban, le cui posizioni preoccupano da sempre la Commissione, ha voluto sottolineare a suo modo la nascita del legame con il nuovo governo italiano. “Le cose procedono secondo i miei gusti – ha detto oggi il premier ungherese – nella politica europea sono apparsi protagonisti duri”.

Al duo Salvini-Orban si è unito nelle ultime ore anche Sebastian Kurz, il cancelliere nazionalista austriaco. Oggi il primo ministro ha dichiarato guerra all’Islam decretando la chiusura di sette moschee, l’espulsione di alcuni imam poco graditi e la revisione dei permessi di soggiorno. “L’Italia è un alleato forte” ha detto il ministro dell’Interno austriaco, inviato da Kurz alla riunione in Lussemburgo con gli omologhi europei.

Austria e Ungheria conoscono perfettamente la situazione italiana. Sanno che il tema dell’immigrazione ha giocato un ruolo decisivo nell’ascesa della Lega. E intendono sfruttarlo a proprio vantaggio, arruolando tra le proprie fila un alleato forte come l’Italia. I punti in comune sono tanti, i programmi simili. Con queste premesse non dovrebbe essere difficile consolidare dei legami politici.

Rafforzando i rapporti con Visegrad e l’Austria, l’Italia rischierebbe grosso a Bruxelles. Rappresenterebbe un cambio di linea troppo radicale da parte di uno dei paesi fondatori dell’Unione. Giuseppe Conte non sembra poterselo permettere. Il problema, però, è rappresentato dalla scarsa autonomia che sta dimostrando di avere il premier. E gli accordi sull’immigrazione passano per il Viminale.

Il passato che non serve

Qualche cosa non va. In Europa nessuno si meraviglia che i paesi del nord accettano i rifiuti di alcune regioni italiane poco virtuose. Li pigliano tal quali senza altro dire, tranne il pagamento del servizio. Invece se si tratta di persone, no, nessuno li vuole. Siamo nella strana condizione per cui il “rifiuto” lo scarto del vivere è “accettabile”, la richiesta di “umana speranza” non è neanche possibile. Esiste l’idea di uno “scarto” umano che fa regredire. Gli austriaci, ad un certo punto, hanno annunciato l’invio di blindati al confine con l’Italia, non contro blindati stranieri ma contro uomini inermi, contro ragazzi. Poi sono tornati sui loro passi, ma la gravità è averlo pensato.

La paura genera un problema che monta su se stesso e fa fragile l’idea stessa di Europa. A Parigi Macron, visto da una certa sinistra italiana che si dice riformista ma odia il riformismo, riapre la reggia di Versailles, torna ai borboni. Confini chiusi, riscoperta di simboli vecchi e i rifiuti accettabili ma gli uomini no. Cosa accade? Accade che c’è qualcosa che non va pezzi di convivenza saltati, i porti italiani sono “aperti” gli altri no, vanno tenuti puliti. Versailles deve restare immacolata, grande, ma grande di una monarchia assoluta che non ci può più essere, Macron non era un opzione “riformista”. In Austria si chiudono in una “felicità” danubiana che fa il paio con i muri ungheresi. Cerchiamo di fermare il tempo, siamo al regresso. Noi socialisti siamo internazionalisti, ci stanno strette anche le regioni, ma ci stanno strette le strettoie della paura, e l’ipocrisia di far finta. Sugli immigrati si giocano due partite: una apparente, buoni cattivi ad uso di una opinione pubblica che “si fa cattiva”; l’altra è l’idea di una “salvezza” egoistica nella riproposizione del passato, il giglio di Francia e la dolcezza del Danubio, due anacronismi.

La soluzione? Nell’immediato la condivisione dei flussi in una Europa ” gia piccola” se unità (la sola Francia, seppur gigliata, e la sola Austria seppur blindata, sono niente nel mondo), nel medio lungo periodo con la “redistribuzione delle ricchezze tra nord e sud del mondo”. Quest’ultima idea strategica dei socialisti dagli anni ’80 del secolo scorso. L’alternativa? La paura che ripresenta antichi mostri.

Sonia Gradilone
Responsabile nazionale immigrazione Psi

L’Esercito al Brennero… L’Austria pronta al voto

brennero 4Sulla questione migranti l’Austria mostra i muscoli all’Europa e soprattutto all’Italia e dispone al Brennero quattro mezzi corazzati Pandur delle Forze armate austriache che potrebbero essere impiegati nelle operazioni di controllo sull’immigrazione. Come scrive l’agenzia austriaca Apa, il dispositivo potrebbe essere attivato nel giro di tre giorni e comprende 750 militari, 450 dei quali saranno messi a disposizione da reparti stanziati nella regione del Tirolo, mentre i restanti verrebbero dal comando militare della Carinzia.
“I preparativi per i controlli alla frontiera con l’Italia non sono solo giusti ma anche necessari. Noi ci prepariamo e difenderemo il nostro confine del Brennero se ciò sarà necessario”, così si giustifica il ministro degli esteri austriaco Kurz sostenendo che il suo Paese ha accolto più migranti degli altri Stati europei.
Ma Roma non resta certo a guardare: la Farnesina ha convocato subito l’ambasciatore austriaco “A seguito delle dichiarazioni del governo austriaco circa lo schieramento di truppe al Brennero, il Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Amb. Elisabetta Belloni, ha convocato stamane alla Farnesina l’Ambasciatore austriaco a Roma, René Pollitzer”, comunica il ministero degli Esteri in una nota.
Nel frattempo l’atteggiamento di Vienna viene subito spiegato con le imminenti elezioni previste per ottobre e il fattore ‘migranti’ sul quale ormai punta e vince la politica in Europa. Non sono solo i libeal-nazionalisti del Fpoe, gli eredi di Joerg Haider a gravare sui consensi del presidente dei verdi, Alexander Van der Bellen, ma ora anche i popolari sono in ripresa nei sondaggi. La notizia della presidenza del giovane Sebastian Kurz dell’OeVP (i democristiani austriaci) ha fatto impennare i consensi del partito Popolare, facendolo balzare al primo posto negli orientamenti di voto e la paura dei profughi parla alla pancia dell’elettorato e fa gola ai candidati.

L’Austria e la linea dura sugli immigrati

austriaNo al velo in pubblico, alla distribuzione del Corano e frequentazione obbligatoria di corsi di lingua e cultura tedesca per i profughi nel primo anno del loro arrivo in Austria. Lo riportano i media austriaci precisando che le misure, preannunciate a febbraio, sono state approvate dal governo nel consiglio dei ministri che ha apportato modifiche al piano ‘sicurezza e integrazione’.”Solo in questo modo le persone potranno elaborare il rispetto verso la società”, ha affermato il ministro degli Esteri Sebastian Kurz.

Continua la linea dura sull’immigrazione del governo austriaco a guida socialdemocratica che ha alzato nuove barriere sul ricollocamento dei migranti ritenendo “ingiustificata”la partecipazione di Vienna “al ricollocamento dei migranti a favore di Italia e Grecia, nel segno della solidarietà europea”. Lo scrive il cancelliere austriaco Christian Kern, nella lettera sulla relocation a Bruxelles, inviata a Jean-Claude Juncker. Il testo è pubblicato da “Der Standard”. Kern afferma che l’Austria, fra il 2015 e il 2016, ha registrato “oltre 4,5 richieste di asilo” più dell’Italia e “oltre due volte e mezzo” più della Grecia in proporzione alla popolazione.

“La decisione della ricollocazione dall’Italia e dalla Grecia – scrive Kern – si basa sui principi della solidarietà e sulla distribuzione equa della responsabilità fra gli Stati membri. L’Austria si riconosce in questi principi. Si e’ tuttavia visto che la realizzazione delle soluzioni comuni va avanti solo a rilento, e che il peso maggiore nel contrasto ai flussi migratori poggia ancora su pochi stati membri”. “L’Austria si è mostrata particolarmente solidale nel contrasto alle correnti migratorie, e in proporzione alla sua popolazione è stata fra i primi tre stati membri dell’Ue, col numero più alto di profughi, sia nel 2015 che nel 2016”, scrive Kern.

Sostenendo che una partecipazione adesso alla relocation sia “non giustificata”, Kern conclude: “Una parte consistente di queste persone, che hanno chiesto asilo in Austria nel periodo rilevante per la decisione, sono entrate in Ue attraverso i due Stati, e poi hanno proseguito il loro viaggio in Austria direttamente o indirettamente”. L’Austria ha quindi “di fatto con questo contribuito a un alleggerimento dei due Stati” e questo “al di la’ dell’applicazione della relocation”. L’annuncio del cancelliere socialdemocratico Christian Kern è stato definito dal ministro degli interni austriaco Wolfgang Sobotka (popolari) “un primo passo” per disattendere il piano Ue per il ricollocamento dei profughi. Per quanto riguarda invece l’accoglimento di 50 minorenni non accompagnati dall’Italia, il ministro ha detto che “i preparativi sono in corso”, ma potrebbero impegnare “alcune settimane”.

Immigrazione. L’Austria apre ai richiedenti asilo

ImmigrazioneAnche se in modo riluttante, il ministro dell’Interno austriaco, Wolfgang Sobotka ha annunciato l’intenzione del governo di Vienna di accettare richiedenti asilo da Grecia e Italia per rispettare le regole europee sulla ridistribuzione dei rifugiati. “Ho l’obbligo di rispettare il processo a cui l’Austria ha aderito e questo non è accaduto finora”, ha detto Sobotka prima di una riunione dei ministri dell’Interno dell’Ue: “Il fatto che non sia d’accordo sul sistema delle relocation è un’altra questione”. Per Sobotka, “tutte le eccezioni legali sono state discusse” ma per l’Austria “non ci sono altre possibilità” se non iniziare con le relocation dei richiedenti asilo. “Avvieremo il processo. Ho già parlato con il ministro dell’Interno italiano e con il commissario Avramopoulos, che mi aveva incoraggiato diverse volte”, ha spiegato il ministro. Un passo in avanti sulla giusta strada indicata dall’Europa sulla divisione dei compiti per quanto riguarda l’onere dell’accoglienza.

Nello stesso giorno sono arrivati i dati sugli sbarchi nel mese di febbraio. Gli arrivi di migranti in Italia sono quasi raddoppiati rispetto a gennaio: da 4.504 a 8.320 persone, per lo più da Costa d’Avorio, Guinea e Nigeria. Nello stesso mese di febbraio gli arrivi in Grecia sono scesi a meno di mille rispetto ai 1.493 di gennaio. In Spagna 770 migranti sono entrati nelle enclave di Ceuta e Melilla, altri 160 sono sbarcati nella penisola iberica con delle barche. La polizia ungherese ha bloccato a febbraio 2.183 persone dalla Serbia contro i 1.616 di gennaio. In Austria a febbraio sono giunti 2.450 richiedenti asilo, in Svezia 1.750. Sono numeri resi noti con il rapporto mensile dell’Agenzia Ue per i diritti fondamentali, che ha sede a Vienna. Lo stesso report rende noto che è deceduto il tunisino che, per sfuggire ad un rimpatrio coatto, è caduto da una terrazza del terminal 3 di Fiumicino.

Lo stesso report informa che nella seconda metà del 2016 circa 5.500 persone sono state bloccate alla frontiera di Ventimiglia e trasferite nel sud Italia. Nel 2016 le autorità italiane hanno dato parere negativo al 56% delle domande di asilo, al 5% è stato concesso lo status di rifugiato, al 35% e’ stata concessa una forma di protezione. A Brescia spetta il primato della severità: respinto  il 97% delle richieste di asilo.

Per quanto riguarda le riallocazioni al 7 febbraio dall’Italia sono partiti 3.200 migranti, per lo più verso Finlandia, Francia, Germania, Olanda. L’impegno formale è di 34.950 riallocazioni. La Germania ha accettato di riallocare dall’Italia 500 richiedenti asilo al mese. L’Italia – informa il report dell’Agenzia Ue per i diritti fondamentali – ha annunciato l’apertura di ulteriori hotspot a Crotone, Reggio Calabria, Palermo, Messina e Corigliano Calabro. Rimangono sovraffollati i centri di Lampedusa, Ceuta e Melilla. A Ventimiglia il centro della Croce Rossa non dispone di acqua calda.

Tra gennaio e febbraio 2017 in Italia sono giunti quasi 400 minori non accompagnati. A novembre 2016 c’erano in Germania 50.300 minori non accompagnati. Per quanto riguarda gli atti d’odio nei confronti dei migranti, il report della Ue cita le parole di Salvini del 17 febbraio a favore di una “pulizia di massa”. Lo stesso giorno un petardo è esploso contro il centro nei pressi di Verona. In Germania sono stati registrati nel 2016 3.533 attacchi contro i centri per i rifugiati e 217 contro le organizzazioni di supporto. Nel 2017, sempre in Germania, gli attacchi sono stati 18, di cui 6 incendiari. In Grecia un pakistano è stato attaccato ad Aspropyrgos. Il proprietario di una radio è stato inquisito per “diffusione di notizie false e incitamento all’odio”. Anche in Polonia i crimini d’odio sono in aumento.

Austria, l’europeista Van der Bellen fa il bis

vanderbellenBuona la seconda. L’europeista Alexander Van der Bellen ha vinto anche il ‘ballottaggio bis’ delle presidenziali austriache, aumentando addirittura il distacco sul rivale ultranazionalista Norbert Hofer e facendo tirare un sospiro di sollievo a molti in Europa.  Il professore verde si è subito rivolto agli elettori di Hofer per superare la profonda frattura che in questi mesi ha diviso il Paese: “Voglio essere il presidente di tutti gli austriaci”, ha detto nella sua prima intervista televisiva dopo il voto.

In primavera Van der Bellen aveva vinto per una manciata di voti – 30.863 per l’esattezza – solo grazie a quelli per corrispondenza. Irregolarità nello scrutinio avevano poi portato all’annullamento del voto e un difetto delle buste (la colla non teneva) ad un ulteriore rinvio.  Nella campagna più lunga e più sporca di tutti i tempi in Austria, il 72enne ha avuto il fiato più lungo e alla fine non è servito neanche il fotofinish del voto per posta, che sarà scrutinato solo domani. Il professore di economia ha conquistato il 53,3% dei consensi, distaccando nettamente Hofer, che si è fermato al 46,7%.

Van der Bellen è il primo presidente verde in Europa, ma soprattutto è l’uomo che ha fermato l’onda lunga di Trump e della Brexit, che se avesse raggiunto il cuore dell’Europa avrebbe potuto avere effetti devastanti. “Il mio obiettivo per i prossimi sei anni è che i cittadini, che mi incontreranno per strade, in metropolitana oppure in paese, dicano ‘Guarda, il nostro presidente’ e non solo ‘il  presidente'”, ha detto. Il professore ha sottolineato di essersi impegnato per “un’Austria europeista” e di aver vinto grazie ai “vecchi valori di libertà, uguaglianza e solidarietà”.

Ma la partita non si chiude oggi. E così Hofer, dopo aver ammesso la sconfitta e essersi detto “immensamente triste”, ha annunciato la sua candidatura alle elezioni politiche, che con ogni probabilità saranno anticipate alla prossima primavera. Precisando, solo dopo le domande dei giornalisti, che “correrà a sostegno del leader Fpoe, Heinz Christian Strache”.

Paradossalmente la sconfitta potrebbe essere la sua chiave di successo. Hofer ha infatti dimostrato di raggiungere con il suo volto gentile praticamente metà dell’elettorato austriaco. C’è chi ormai vede il ‘golpe’ all’interno della Fpoe dietro l’angolo, i toni di Strache sono ritenuti troppo duri e le sue posizioni troppo estreme per poter mirare alla poltrona di cancelliere, anche se il suo partito nei sondaggi è in netto vantaggio. Il cancelliere socialdemocratico Christian Kern si è detto soddisfatto del successo di Alexander Van der Bellen alle presidenziali. “Sono convinto che sarà un presidente che rappresenterà egregiamente l’Austria all’estero come anche all’interno”, ha detto.

“La vittoria di Van Der Bellen in Austria è davvero una bella notizia per l’Europa”. È stato il commento del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.