ANCORA AVANTI!

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“L’Avanti! ha dato un contributo fondamentale alla storia di questo Paese. Ora lo stesso lavoro di digitalizzazione andrà fatto pure per MondOperaio che costituisce parte della storia della cultura dell’Italia”. Lo ha detto Ugo Intini in conclusione del convegno di presentazione della digitalizzazione dell’Avanti! dal primo numero, quello del 25 dicembre del 1896, anno della sua fondazione, fino al 1993. Intini, che del quotidiano socialista fu direttore, ha ricordato come la crisi della democrazia nasce anche dalla cancellazione della storia. E la digitalizzazione dell’Avanti! vuole contribuire proprio a questo. A evitare che una parte della storia del nostro Paese venga rimossa e che così possa essere consegnata a una nuova generazione”. La presentazione ufficiale, tenuta presso la Biblioteca del Senato, ha visto la collaborazione dell’Avanti! on line con l’istituto di studi storici Gaetano Salvemini e Critica sociale. Ricco l’elenco dei presenti e degli interventi. Dopo le introduzioni di Marco Brunazzi, dell’istituto di studi storici Gaetano Salvemini, di Stefano Carluccio, della Biblioteca storica di Critica Sociale e dell’Avanti! e di Mauro Del Bue, attuale direttore dell’Avantionline!, ha proseguito il prof. Zeffiro Ciuffoletti, ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Firenze. In sala anche il segretario del Psi Riccardo Nencini. Sono intervenuti inoltre Claudio Martelli, Rino Formica, Stefania Craxi. Presenti i presidenti di varie fondazioni e associazioni. Durante l’incontro si è svolta una breve presentazione della banca dati dell’Avanti!. Presenti Enrico Buemi, Gennaro Acquaviva, presidente dell’Associazione Socialismo, Luigi Covatta, direttore di Mondoperaio. In sala anche Bobo Craxi, Giorgio Benvenuto, Maria Vittoria Nenni, Sergio Zavoli, Ugo Sposetti e Lia Quartapelle.

Il direttore dell’Avanti Online Mauro Del Bue ha ricordato come di recente Renzi abbia scritto un libro dal titolo Avanti. “In risposta – ha detto con una battuta – ho deciso di scrivere un libro dal titolo l’Unità, raccontando le divisioni, le scissioni, le epurazion avvenute nella sinistra italiana dal 1892. Ma l’Avanti! non è un libro, è una storia lunga 120 anni. Voglio ricordare – ha aggiunto – tre prima pagine: il primo numero, con Bissolati direttore, nel Natale del 1896. Un giorno di festa, perché i lavoratori concepissero le feste non solo come riposo ma anche come occasione da dedicare alla cultura e allo studio. L’educazione come giorno fondamentale della crescia del partito”. Il secondo numero ricordato da Del Bue è quello del commento al 2 giugno 1946 con il titolo “Grazie Nenni”. “Il Psi – ha sottolineato Del Bue – è stato l’unico partito della sinistra a fare della discriminante Repubblicana un obiettivo fondamentale”. “In questi anni di celebrazione della Costituzione si dimentica il contributo dei socialisti nella redazione della carta costituzionale che celebra come incontro tra De Gasperi e Togliatti”. Come ultimo numero Mauro Del Bue ha ricordato quello in cui appariva l’articolo di Bettino Craxi sulla necessità della grande riforma. Era l’estate del 1979. “Craxi partiva dalla forma dello Stato e non dalla legge elettorale. Se oggi non comprendiamo che il destino del Paese è legato alla riforma dello Stato non si può capire la natura della crisi attuale. Queste tre prime pagine rappresentano la testimonianza della capacità di anticipazione che il nostro quotidiano ha proposto e diffuso”.

Il prof. Ciuffoletti, nel suo lungo e articolato intervento, ha ricordato come “l’Avanti! eredita la cultura democratica del Risorgimento”. E ha sottolineato il grande lavoro svolto da Gaetano Arfè che con la sua “Storia dell’Avanti!” del 1956 ha ridato slancio e forza all’azione socialista, dopo gli anni bui del frontismo. La politica – ha concluso facendo riferimento alle vicende di oggi – deve avere spessore morale. La democrazia non è un dono che viene dal cielo e noi siamo un paese in cui la democrazia è una conquista recente”.

Claudio Martelli ha affermato che “L’Avanti! digitale ci restituisce intatta, integra, plurale, conflittuale come fu l’opera di civilizzazione compiuta dai socialisti, un’opera immensa dedicata alla vita e alla coscienza di ogni donna e di ogni uomo. Ciascuno saprà approfittarne liberamente secondo i propri bisogni e i propri interessi”. “Nella drammatica crisi che si è aperta – ha concluso Martelli con riferimento al dibattito sul nuovo governo – bisogna unire innanzitutto i socialisti poi i riformisti, moderati e cattolici, per andare oltre e guardare all’Europa fermando l’ascesa dei sovranismi europei. Non c’è speranza senza lotta. Bisogna – ha concluso – difendere il nostro popolo da ciarlatani e avventurieri”.

Dopo l’ex ministro della giustizia è intervenuto Rino Formica che ha ricordato il ruolo dell’Avanti! nelle tre crisi di sistema che il nostro Paese ha attraversato. La prima nel primo dopoguerra quando il giornale socialista fu sempre per la lotta democratica. Poi nel secondo dopoguerra con il sostegno forte alla Costituente e alla Repubblica. Infine la crisi di sistema che si ripeté nel ‘89. “Il metro di Craxi – ha detto Formica – era quello di unire sullo stesso binario le crisi politiche e quelle di sistema. Oggi invece si ripetono gli errori del passato e si affrontano le crisi come fossero solo vicende politiche”. Per Formica una grande battaglia politica va fatta nella riforma della Costituzione non più adeguata ai tempi. Gli stati nazione per Formica devono “cedere sovranità” e quindi serve un “nuovo ordine costituente” per inserire chiaramente la “nostra collocazione internazionale e la natura e i compiti della democrazia rappresentativa. Occorre unire contro il governo dei populisti e dei sovranisti un’ampio fronte repubblicano. Infine un accenno al lavori per il governo: “Mattarella non doveva concedere le ulteriori 24 ore. La questione doveva essere posta rinviando in Parlamento il suo governo neutrale. I due dovevano attendere le decisioni del presidente e non far dipendere le sue scelte dalle piattaforme digitali o da qualche cantina del Veneto”.

Nencini, a margine di lavori, ha parlato della necessità di far diventare l’Avanti! il luogo dove si riuniscono tutti coloro che fanno parte della stessa cultura pur appartenendo a storie partitiche diverse. Poi – ha aggiunto – è vero che l’Avanti era un quotidiano di partito, però ha utilizzato il meccanismo dell’innovazione in maniera decisa. I grandi pittori futuristi si formano sulle copertine dell’Avanti!. Ho trovato pezzi di D’Annunzio che fu candidato nel collegio di Montevarchi. Quindi c’era una attenzione a un mondo di confine a cui veniva dato diritto di cittadinanza”. “Una volta – ha detto ancora – i dibattiti si facevano sui giornali. Ora non si fanno più né sui giornali né in televisione. C’è una frase bellissima e decisamente attuale di Gustave Le Bon, il teorico della psicologia delle masse, che dà questo suggerimento: ‘In campagna elettorale sparatele pure grosse, tanto la folla dimentica’”. Frase che si  presta assai ai nostri giorni.

Daniele Unfer

Avanti!, la presentazione della collezione digitale

Avanti! Progetto On-line della Raccolta Integrale.1896-1993

Avanti! Progetto On-line della Raccolta Integrale.1896-1993

Si terrà il 10 maggio alle ore 15, presso la Biblioteca del Senato – Sala degli Atti Parlamentari, in Piazza della Minerva 38, a Roma – l’evento di lancio della collezione digitale del quotidiano Avanti!, storico organo del Partito Socialista Italiano fondato nel 1896. Il progetto ha visto la collaborazione di: Biblioteca del Senato “Giovanni Spadolini”, L’Avanti! on line, L’istituto di studi storici Gaetano Salvemini, Critica sociale.

Oltre all’intervento del Segretario del Psi, Riccardo Nencini, ricca l’agenda degli interventi di esponenti del mondo accademico, della politica e del giornalismo che parteciperanno alla presentazione del progetto online della raccolta integrale dei numeri del quotidiano socialista dal 1896 fino al 1993.

Dopo le introduzioni di Marco Brunazzi, dell’istituto di studi storici Gaetano Salvemini, di Stefano Carluccio, della Biblioteca storica di Critica Sociale e dell’Avanti! e di Mauro Del Bue, attuale direttore dell’Avantionline!, si proseguirà con una relazione del prof. Zeffiro Ciuffoletti, ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Firenze. Seguiranno gli interventi, tra gli altri, di Gennaro Acquaviva, presidente dell’Associazione Socialismo, Luigi Covatta, direttore di Mondoperaio, Ugo Intini, ex direttore dell’Avanti!, Claudio Martelli e Rino Formica e dei presidenti di varie fondazioni e associazioni.
Durante l’incontro si svolgerà una breve presentazione della banca dati dell’Avanti! a cura del personale della Biblioteca.

Per consultare il programma cliccare qui

“L’Esperanto” compie novantacinque anni di pubblicazioni

esperanto

Il nuovo numero del trimestrale “L’Esperanto”, che è giunto al suo novantacinquesimo anno di pubblicazioni ci riserva sempre piacevolissime sorprese, soprattutto da quando tre anni fa è stato – con l’apporto di diverse ed arricchenti migliorie – interamente rinnovato grazie all’apprezzabile impegno del suo egregio direttore Davide Astori e della storica Federazione Esperantista Italiana che, per la sua lunghissima e pregevole missione fin qui svolta, ha infiniti meriti. Gradevoli sorprese, dicevamo, puntualmente confermate anche in questo bel numero primaverile dove, tra gli altri vari servizi (e tutti ben guarniti da tante fotografie), ne appare uno alquanto interessante intitolato “Gramsci e l’esperanto”. In esso ci si sofferma, se pur brevemente, sul rapporto certo non amichevole tra Antonio Gramsci e, appunto, la lingua creata (centotrent’anni fa) dall’oculista Lazzaro Zamenhof (1859-1917).

Al futuro fondatore de l’Unità (1924), che in quel periodo non era ancora trentenne ed aveva aderito al Partito socialista che poi abbandonerà, la lingua ausiliare non lo convinceva. Ne scrisse infatti giudizi molto negativi, prima sull’Avanti! e poi sull’organo (settimanale) dei socialisti di Torino e provincia “Il Grido del Popolo” di cui, assieme all’edizione torinese dell’Avanti!, ne era redattore. Proprio su quel settimanale,
che si pubblicò dal 1892 al 1946, l’autore delle toccanti “Lettere dal carcere” (1947), firmandosi con le sole iniziali, compilò un lungo articolo (a due colonne), “La lingua unica e l’esperanto”, che uscì il 16 febbraio del 1918 addirittura in prima pagina. Ma poco più di due
settimane prima (il 29 gennaio), e stavolta con l’esplicita firma “Il redattore torinese anti-esperantista”, Gramsci aveva già inviato anche una missiva al direttore dell’Avanti! (nell’edizione milanese) nella quale si spinse fino a darne alcune forti censorie indicazioni: “(…)

L’Avanti! persegue un fine formativo ed educativo delle coscienze e dei cervelli. Come non darebbe il lasciapassare alla proposta di fondare delle comunità collettivistiche che fossero “ausiliarie” della società borghese, così dovrebbe perseguitare una mentalità utopistica dovunque essa cerchi un riparo e quindi anche nel falanstero esperantista. Che gli esperantisti continuino pure a propagandare le loro idee (…): perché si dovrebbe essere crudeli con gli esperantisti che hanno tanta buona volontà? Ma il Partito, che ha una disciplina ideale oltre che una disciplina politica, e gli organi del Partito, secondo me, dovrebbero combattere sistematicamente questa fioritura di “buona volontà” utopistica e spropositante, così come combattono le altre utopie…”. Di tutt’altro avviso fu invece il più
che ponderato riscontro – particolarmente ben appropriato – del responsabile dell’Avanti! di allora, il ligure Giacinto Menotti Serrati (1872-1926), che diresse il quotidiano socialista dal 1915 al 1922: “(…). Parliamoci dunque un poco chiaro, anche a proposito dell’esperanto. Che si possano sostituire i dialetti, creazioni naturali, colla diffusione di una lingua artificiale, qual è l’esperanto, ci pare cosa veramente difficile per non dire impossibile.

Né gli esperantisti – e questo diciamo non per dare l’appoggio di un organo del Partito alla propaganda esperantista, appoggio che dovrebbe essere deliberato da un congresso, ma per constatazione obiettiva – hanno mai pensato a tanto. Ma anche le attuali lingue ufficiali sono creazioni più o meno artificiali, imposte dalle convenienze consolidate dall’uso. A tutti sono noti i dibattiti che si sono svolti, spesso violenti e persistenti, prima di poter imporre una lingua sola a tutta una nazione. (…) Nelle colonie inglesi si parla l’inglese e si diffonde sempre più. I malgasci e i senegalesi parlano il francese, corrotto fin che si vuole, anti-artistico se vi pare. Gli esperantisti sperano di poter intendersi attraverso i confini parlando esperanto. Ognuno lo parlerà col proprio accento, con le naturali corruzioni. Evidentemente. Ma essi desiderano – continua Serrati, centrando appieno la questione –
di intendersi e si intendono. Utopia! Grida il nostro esperantofobo, che ha in orrore gli spropositi. E utopia sia. Ma gli esperantisti fanno quel che faceva il filosofo a chi negava il moto. Camminano. Ci si dice che nel 1913 si sono radunati a Berna – a congresso internazionale – (si fa accenno esattamente al nono Congresso universale, nda) esperantisti di ogni paese: inglesi, tedeschi, giapponesi e francesi, turchi e cristiani, svedesi e cinesi e quanti altri ancora. Hanno discusso. Si sono capiti. Nei congressi internazionali socialisti si parlano tre lingue – francese, inglese e tedesco – si perdono ore ed ore per le traduzioni e non ci si capisce… qualche volta. Dunque? Noi dobbiamo combattere intransigentemente tutto ciò che può tornare di danno all’azione, di classe, internazionale, del proletariato. Ma che ci si debba mettere a fare dell’intransigenza – cioè del purismo letterario – in difesa della glottologia scientifica – conclude molto ragionevolmente Menotti Serrati – davvero non lo comprendiamo…”.

Ancora tanti altri sono però gli interessanti servizi che si potrebbero menzionare (se solo lo spazio lo consentisse) di questa preziosa e accuratissima testata esperantista. I cui numeri, vista l’abbondante qualità, sono veramente tutti da conservare.

Luciano Masolini

L’Avanti! protagonista della lotta di Liberazione

apreL’Avanti! è sempre stato lo strumento più efficace di lotta politica e di propaganda delle idee socialiste, dalla sua fondazione nel 1896 agli anno ’70 del XX secolo, quando l’ingresso nel mercato editoriale di nuove testate o il rinnovamento di quelle esistenti con grandi investimenti tecnologici e finanziari ne hanno ridotto l’importanza nel panorama politico italiano.

Per questo, dopo la soppressione per legge da parte del regime fascista nel 1926, la principale preoccupazione del gruppo dirigente socialista in esilio in Francia o in clandestinità in Italia è stata quella di stampare e distribuire l’Avanti! per far conoscere ai compagni dispersi il punto di vista del PSI. In particolare, dopo l’armistizio con gli Alleati dell’8 settembre 1943, la stampa e distribuzione clandestina del giornale socialista nei territori della Repubblica Sociale e occupati dalle truppe tedesche darà un contributo importante all’organizzazione della lotta partigiana ed alla creazione di un’opinione pubblica ostile ai nazifascisti e desiderosa di giungere alla fine della guerra ed alla riconquista della libertà.

L’edizione clandestina per il nord Italia dell’Avanti! del 16 marzo 1944 proclamava: “La classe operaia in prima fila nella lotta per l’indipendenza e per la libertà”, con sottotitolo: “Lo sciopero generale nell’Italia Settentrionale contro la coscrizione, le deportazioni e le decimazioni”. Si tratta del grande sciopero del 1° marzo 1944, che paralizzò la produzione industriale delle fabbriche milanesi per un’intera settimana. Ha ricordato Marcello Cirenei, all’epoca segretario del PSIUP per l’Alta Italia: «Lo sciopero generale riuscì una impressionante e davvero imponente dimostrazione della volontà e potenza delle masse lavoratrici — compresi gli intellettuali — di abbattere il nazifascismo e di conquistare la libertà. Il partito Socialista ha avuto nella preparazione e nella esecuzione dello sciopero una parte essenziale, in fraterna e intima collaborazione con il partito Comunista». Il New York Times del 9 marzo 1944 scrisse: «In fatto di dimostrazioni di masse non è avvenuto niente nell’Europa occupata che si possa paragonare con la rivolta degli operai italiani. È il punto culminante di una campagna di sabotaggio, di scioperi locali e di guerriglie, che ha avuto meno pubblicità del movimento di resistenza francese perché l’Italia del nord è stata più tagliata fuori dal mondo esteriore. Ma è una prova impressionante che gli italiani, disarmati come sono e sottoposti a una doppia schiavitù combattono con coraggio e audacia quando hanno una causa per la quale combattere …» (Marcello Cirenei (M. Clairmont), “Il primo Comitato di Liberazione Alta Italia ed il problema istituzionale”, in “Contributo socialista alla Resistenza”).

EUGENIO COLORNI

Eugenio Colorni

L’edizione romana dell’Avanti! clandestino era curata (come ricordò Sandro Pertini in un numero unico del giornale del 25 dicembre 1946 dedicato al Cinquantenario dell’Avanti!), da Eugenio Colorni e Mario Fioretti: «[…] Ricordo come Colorni, mio indimenticabile fratello d’elezione, si prodigasse per far sì che l’Avanti! uscisse regolarmente. Egli in persona, correndo rischi di ogni sorta, non solo scriveva gli articoli principali, ma ne curava la stampa e la distribuzione, aiutato in questo da Mario Fioretti, anima ardente e generoso apostolo del Socialismo. A questo compito cui si sentiva particolarmente portato per la preparazione e la capacità della sua mente, Colorni dedicava tutto se stesso, senza tuttavia tralasciare anche i più modesti incarichi nell’organizzazione politica e militare del nostro Partito. Egli amava profondamente il giornale e sognava di dirigerne la redazione nostra a Liberazione avvenuta e se non fosse stato strappato dalla ferocia fascista, egli sarebbe stato il primo redattore capo dell’Avanti! in Roma liberata e oggi ne sarebbe il suo direttore, sorretto in questo suo compito non solo dal suo forte ingegno e dalla sua vasta cultura, ma anche dalla sua profonda onestà e da quel senso di giustizia che ha sempre guidato le sue azioni. Per opera sua e di Mario Fioretti, l’Avanti! era tra i giornali clandestini quello che aveva più mordente e che sapeva porre con più chiarezza i problemi riguardanti le masse lavoratrici. La sua pubblicazione veniva attesa con ansia e non solo da noi, ma da molti appartenenti ad altri partiti, i quali nell’Avanti! vedevano meglio interpretati i loro interessi». Purtroppo, il 28 maggio 1944, pochi giorni prima della liberazione della capitale, Colorni venne fermato in via Livorno da una pattuglia di militi fascisti della famigerata banda Koch: tentò di fuggire, ma fu raggiunto e ferito gravemente da tre colpi di pistola. Trasportato all’Ospedale San Giovanni, morì il 30 maggio sotto la falsa identità di Franco Tanzi. Nel 1946 gli fu conferita la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

1944 - 07.06 - assassinio di Bruno BuozziIl giornale uscì a Roma in clandestinità fino alla liberazione della capitale il 4-5 giugno 1944. L’edizione straordinaria del 7 giugno 1944 diede la notizia dell’eccidio romano de La Storta del 4 giugno, titolando: “Bruno Buozzi Segretario della Confederazione Generale del Lavoro assassinato dai nazisti con 14 compagni” (in realtà il numero dei martiri assassinati dai nazisti era di 14, compreso Buozzi).

L’Avanti! riprese la diffusione pubblica nella capitale e nei territori italiani via via liberati, mentre rimase clandestino nei territori della Repubblica Sociale.

Sempre Pertini fu protagonista della stampa e diffusione del primo numero del giornale a Firenze, immediatamente dopo la liberazione della città: «[…] improvvisamente all’alba dell’undici agosto, la “Martinella” – il vecchio campanone di Palazzo Vecchio – suonò a distesa; risposero festose tutte le campane di Firenze. Era il segnale della riscossa. Scendemmo, allora, tutti i piazza; i fratelli nostri d’oltre Arno passarono sulla destra, i partigiani scesero dalle colline, la libertà finalmente splendeva nel cielo di Firenze. Ci mettemmo subito al lavoro; tutti i compagni si prodigavano in modo commovente. Il nostro fu il primo Partito a pubblicare un manifesto rivolto alla cittadinanza e pensammo di fare uscire immediatamente l’Avanti! sotto la direzione del compagno Albertoni… Nel pomeriggio dell’undici agosto noi tutti uscimmo dalla sede del Partito di via San Gallo con pacchi di Avanti! ancora freschi di inchiostro e ci trasformammo in strilloni. L’Avanti! andò a ruba. Ricordo un vecchio operaio. Mi venne incontro con le braccia tese chiedendomi con voce tremante un Avanti!. Il suo volto, splendente di una luce che si irradiava dal suo animo, sembrava improvvisamente ringiovanire. Preso l’Avanti! se lo portò alla bocca, baciò la testata piangendo come un fanciullo. Sembrava un figlio che dopo anni di forzata lontananza ritrova la madre».

Andrea Lorenzetti

Andrea Lorenzetti

A Milano l’edizione clandestina dell’Avanti! era curata da Andrea Lorenzetti; nel periodo settembre 1943-maggio 1944, uscirono ben ventotto numeri, quasi uno la settimana: “L’Avanti! clandestino era regolarmente pubblicato: Lorenzetti si occupava della stampa e della ricezione e raccolta degli articoli: ne inviavano Guido Mazzali, e anche altri, tra i quali Ludovico d’Aragona, Lodovico Targetti, Giorgio Marzola” (Marcello Cirenei, op. cit.).

Il 10 marzo 1944 Lorenzetti fu catturato dalla Gestapo, assieme alla quasi totalità del gruppo dirigente socialista di Milano, nel corso della dura repressione seguita allo sciopero del marzo precedente. Gli esponenti socialisti, dopo un periodo di detenzione nel carcere milanese di San Vittore e di internamento nel campo di concentramento di Fossoli, vennero poi tutti deportati nel campo di sterminio di Mauthausen, dal quale uno solo fece ritorno.

Guido Mazzali

Guido Mazzali

Subito dopo l’arresto della redazione, la direzione milanese del giornale clandestino fu affidata a Guido Mazzali, grazie al cui impegno il giornale raggiunse una tiratura di 15 mila copie; esso aveva un recapito nei caselli daziari

Così Sandro Pertini ricordò l’impegno di Mazzali: «L’organizzazione politica e quella militare del nostro Partito procedeva nel Nord in modo febbrile e sempre più soddisfacente per opera di Morandi, di Basso, di Bonfantini. L’anima di questa organizzazione era l’Avanti! clandestino. Nel settentrione usciva in diverse edizioni: a Milano, Torino, Venezia, Genova, Bologna. Insieme all’Avanti! facevano uscire altri giornali clandestini… La pubblicazione di questi fogli in Milano la si deve alla tenacia, alla abnegazione, alla intelligenza di Guido Mazzali. Sempre sereno, egli non si turbava delle mie richieste di far uscire nuovi giornali: ascoltava tranquillo le mie sfuriate quando lo incitavo a pubblicare con più frequenza l’Avanti! e si metteva paziente al lavoro. Il giornale lo faceva lui, e lui ne curava la stampa e la diffusione. Si pensi che nella sola Milano siamo riusciti a stampare fino a 30.000 copie per numero dell’Avanti!. Il nostro giornale era lettissimo, soprattutto perché non si limitava a fare opera di patriottismo, come facevano i giornali di altri Partiti, ma prospettava sempre quelle che poi dovevano essere ed erano le finalità della guerra di liberazione, e cioè: l’indipendenza, la Repubblica, il Socialismo…».

«… nel tardo pomeriggio del 25 aprile 1945, un signore, tutto trafelato e dall’aria distinta circolava impavido per Milano insorta, con una bicicletta malandata e una borsa piena di carte che altro non erano che materiale da pubblicare su un giornale. Questo signore era Guido Mazzali che attraversava Milano per arrivare al Corriere della Sera. Il giorno successivo, il 26 aprile 1945, usciva finalmente, dopo vent’anni, il primo numero normale dell’Avanti!, alla luce del sole …» (Giuseppe Manfrin, Mazzali Guido: la tensione etica, in Avanti della Domenica del 22 settembre 2002, anno 5, numero 34).

1945-27-aprile-Avanti-Vento-del-NordVenerdì 27 aprile 1945, mentre nell’Italia settentrionale si andava completando la liberazione dei territori dall’occupazione tedesca, apparve sull’Avanti! un articolo, a firma di Pietro Nenni, il cui titolo divenne famoso: “Vento del Nord”. In esso il leader del PSIUP, nell’esaltare lo sforzo dei partigiani che erano riusciti a cacciare o a costringere alla resa i nazifascisti, individuava nella volontà di riscatto e di rinnovamento delle popolazioni del Nord il “vento” che avrebbe spazzato via i residui del regime che aveva governato l’Italia per oltre vent’anni: «Vento di liberazione contro il nemico di fuori e contro quelli di dentro».

Avanti del 1-¦ maggio 1945Il 1º maggio 1945 uscì a Milano il primo numero dell’Avanti! dedicato alla festa del 1º maggio, che venne celebrata per la prima volta dopo 20 anni con uno storico comizio di Sandro Pertini. Nella prima pagina compariva la foto di Bonaventura Ferrazzutto, sopra il titolo Gli assenti, in cui si ricordavano i compagni caduti sotto il piombo nazifascista o vittime della deportazione nei campi di sterminio.
Dopo la Liberazione l’Avanti! costituirà, con gli infuocati articoli di Nenni, uno straordinario strumento di propaganda per il voto a favore della Repubblica nel referendum istituzionale e per il PSIUP nelle elezioni per l’Assemblea Costituente del 2 giugno 1946.

Alfonso Maria Capriolo

Nencini: “Per un soggetto dentro la sinistra riformista”

apre bologna

C’erano oltre trecento dirigenti e militanti socialisti al convegno del Psi del centro-nord che si è svolto a Bologna all’Hotel Savoia sabato scorso. La relazione introduttiva è stata opera del coordinatore della segreteria Gian Franco Schietroma che ha analizzato brevemente i risultati elettorali e ha proposto alcune necessarie modifiche alla nostra vita interna e alla nostra politica. E’ stata poi la volta del responsabile dell’organizzazione Enzo Maraio che ha dato appuntamento a un successivo Consiglio nazionale per talune modifiche statutarie e ha letto un documento che dovrà passare al vaglio del successivo convegno di Napoli dove verranno coinvolti i socialisti del centro-sud e aperto alle eventuali modifiche. Poi si è aperto un dibattito al quale hanno partecipato numerosi compagni, tra i quali il direttore dell’Avanti! Mauro Del Bue che ha insistito sulle proposte già lanciate attraverso il quotidiano socialista (una convention aperta a tutti i socialisti italiani, l’ipotesi della doppia tessera, una federazione tra socialisti, verdi e radicali pannelliani, un nuovo partito riformista della sinistra italiana come approdo finale).

Il compagno Buemi ha dichiarato che il vertice del partito deve assumersi appieno tutte le responsabilità del pessimo risultato elettorale, Luigi Covatta ha parlato dell’esperienza di Mondoperaio e della suggestione del nuovo partito riformista, Rita Cinti Luciani ha messo in evidenza i temi concreti di un possibile rilancio del centro-sinistra, Luca Pellegri ha presentato un documento organizzativo che prevede una struttura che parte dalla base con un semplice coordinamento nazionale, Federico Parea ha sottolineato la necessità di un cambiamento generazionale, come anche Maria Pisani che ha contestato le futili promesse dei Cinque stelle, Pasquotti ha puntato il dito sui temi più vicini alla vita delle persone dei quali anche il nostro partito ha perso conoscenza, anche Broi, segretario del Psi di Milano, ha presentato un documento critico nei confronti del gruppo dirigente, mentre Lorenzo Cinquepalmi ha esortato a comprendere la sconfitta senza precedenti della sinistra italiana. Particolarmente suggestivo e applaudito l’intervento di Ugo Intini che ha esortato i socialisti a battersi contro le tendenze antidemocratiche che stanno prevalendo. Intini ha ricordato che sul tema della difesa della democrazia non ci devono essere barriere tra destra e sinistra.

“Che il vento soffiasse a favore di Lega e M5S  lo avevamo capito, quello che non abbiamo capito  era la potenza di quel vento”, ha ricordato Riccardo Nencini concludendo i lavori. Nel corso dell’assemblea dei socialisti si è tracciato il cammino politico per il futuro: commentando l’ipotesi di una possibile alleanza di governo con i 5S, Nencini ha ribadito di escludere l’opzione di “un governo a trazione grillina, perché i 5Stelle hanno un tasso di anti parlamentarismo esagerato e perché hanno valori diversi dai nostri”. Il segretario del Psi sottolinea che “bisogna stare all’opposizione per lavorare alla nascita di un soggetto dentro la sinistra riformista”. Un progetto, analizza Nencini, che potrà vedere la luce solo se c’è una vera ” disponibilità a cedere parte della propria sovranità lavorando ad un disegno nuovo e comune”. Secondo Nencini “va cambiato il canone di lettura dei bisogni perché la nostra comunità si salva solo se c’è condivisione di una visione comune e se ognuno deve fa sua parte”.
Tornando al risultato elettorale del 4 marzo Nencini ha sottolineato che “i temi della sicurezza e dei migranti sono stati centrali nel definire l’agenda della campagna e noi lo avevamo capito da anni. Si tratta di problemi reali e non dovremmo fare finta di credere che il voto grillino e leghista sia semplicemente populista. Il risultato delle urne ci dice che noi della sinistra non abbiamo letto bene una serie di condizioni che nella società erano già maturate”.

Di fronte a questo scenario, e alla realtà di un PD che ” ha esaurito la sua funzione”, Nencini ha detto che la comunità socialista “sarà in grado di conservare autonomia solo e parte un disegno politico che coinvolga tutta la sinistra riformista italiana:  una concentrazione repubblicana che si prepari alle elezioni europee 2019 in cui la sinistra riformista possa confluire” ha concluso Riccardo Nencini.

Nel corso dei lavori sono intervenuti:

Enrico Buemi, Gian Franco  Schietroma,  Enzo Maraio, Maria Cristina Pisani,  Luca Pellegri, Lorenzo Cinquepalmi, Federico Parea, Rita Cinti Luciani, Pia Locatelli, Marco Andreini, Riccardo Mortandello, Mauro Del Bue, Luigi Covatta, Mauro Broi, Oreste Pastorelli, Giorgio Azzalini, Dario Mantovani (sindaco Pd i Molinella), Enrico Pedrelli, Tomas Carini, Ugo Intini, Marco Parlato, Francesco Bragagni, Ranieri, Ottavio Pasquotti, Alessandro Pietracci

RIPARTIRE DA BOLOGNA

apre bologna

C’erano oltre trecento dirigenti e militanti socialisti al convegno del Psi del centro-nord che si è svolto a Bologna all’Hotel Savoia sabato scorso. La relazione introduttiva è stata opera del coordinatore della segreteria Gian Franco Schietroma che ha analizzato brevemente i risultati elettorali e ha proposto alcune necessarie modifiche alla nostra vita interna e alla nostra politica. E’ stata poi la volta del responsabile dell’organizzazione Enzo Maraio che ha dato appuntamento a un successivo Consiglio nazionale per talune modifiche statutarie e ha letto un documento che dovrà passare al vaglio del successivo convegno di Napoli dove verranno coinvolti i socialisti del centro-sud e aperto alle eventuali modifiche. Poi si è aperto un dibattito al quale hanno partecipato numerosi compagni, tra i quali il direttore dell’Avanti! Mauro Del Bue che ha insistito sulle proposte già lanciate attraverso il quotidiano socialista (una convention aperta a tutti i socialisti italiani, l’ipotesi della doppia tessera, una federazione tra socialisti, verdi e radicali pannelliani, un nuovo partito riformista della sinistra italiana come approdo finale).

Il compagno Buemi ha dichiarato che il vertice del partito deve assumersi appieno tutte le responsabilità del pessimo risultato elettorale, Luigi Covatta ha parlato dell’esperienza di Mondoperaio e della suggestione del nuovo partito riformista, Rita Cinti Luciani ha messo in evidenza i temi concreti di un possibile rilancio del centro-sinistra, Luca Pellegri ha presentato un documento organizzativo che prevede una struttura che parte dalla base con un semplice coordinamento nazionale, Federico Parea ha sottolineato la necessità di un cambiamento generazionale, come anche Maria Pisani che ha contestato le futili promesse dei Cinque stelle, Pasquotti ha puntato il dito sui temi più vicini alla vita delle persone dei quali anche il nostro partito ha perso conoscenza, anche Broi, segretario del Psi di Milano, ha presentato un documento critico nei confronti del gruppo dirigente, mentre Lorenzo Cinquepalmi ha esortato a comprendere la sconfitta senza precedenti della sinistra italiana. Particolarmente suggestivo e applaudito l’intervento di Ugo Intini che ha esortato i socialisti a battersi contro le tendenze antidemocratiche che stanno prevalendo. Intini ha ricordato che sul tema della difesa della democrazia non ci devono essere barriere tra destra e sinistra.

“Che il vento soffiasse a favore di Lega e M5S  lo avevamo capito, quello che non abbiamo capito  era la potenza di quel vento”, ha ricordato Riccardo Nencini concludendo i lavori. Nel corso dell’assemblea dei socialisti si è tracciato il cammino politico per il futuro: commentando l’ipotesi di una possibile alleanza di governo con i 5S, Nencini ha ribadito di escludere l’opzione di “un governo a trazione grillina, perché i 5Stelle hanno un tasso di anti parlamentarismo esagerato e perché hanno valori diversi dai nostri”. Il segretario del Psi sottolinea che “bisogna stare all’opposizione per lavorare alla nascita di un soggetto dentro la sinistra riformista”. Un progetto, analizza Nencini, che potrà vedere la luce solo se c’è una vera ” disponibilità a cedere parte della propria sovranità lavorando ad un disegno nuovo e comune”. Secondo Nencini “va cambiato il canone di lettura dei bisogni perché la nostra comunità si salva solo se c’è condivisione di una visione comune e se ognuno deve fa sua parte”.
Tornando al risultato elettorale del 4 marzo Nencini ha sottolineato che “i temi della sicurezza e dei migranti sono stati centrali nel definire l’agenda della campagna e noi lo avevamo capito da anni. Si tratta di problemi reali e non dovremmo fare finta di credere che il voto grillino e leghista sia semplicemente populista. Il risultato delle urne ci dice che noi della sinistra non abbiamo letto bene una serie di condizioni che nella società erano già maturate”.

Di fronte a questo scenario, e alla realtà di un PD che ” ha esaurito la sua funzione”, Nencini ha detto che la comunità socialista “sarà in grado di conservare autonomia solo e parte un disegno politico che coinvolga tutta la sinistra riformista italiana:  una concentrazione repubblicana che si prepari alle elezioni europee 2019 in cui la sinistra riformista possa confluire” ha concluso Riccardo Nencini.

Nel corso dei lavori sono intervenuti:

Enrico Buemi, Gian Franco  Schietroma,  Enzo Maraio, Maria Cristina Pisani,  Luca Pellegri, Lorenzo Cinquepalmi, Federico Parea, Rita Cinti Luciani, Pia Locatelli, Marco Andreini, Riccardo Mortandello, Mauro Del Bue, Luigi Covatta, Mauro Broi, Oreste Pastorelli, Giorgio Azzalini, Dario Mantovani (sindaco Pd i Molinella), Enrico Pedrelli, Tomas Carini, Ugo Intini, Marco Parlato, Francesco Bragagni, Ranieri, Ottavio Pasquotti, Alessandro Pietracci

Ungheria 1956. Averardi
e le verità nascoste

ungheria

«Coloro che a ridosso della vicenda ungherese accettarono di passare per disertori, soffrendo ingiustamente per questo, meritano il tributo della memoria: disertori non furono; furono al contrario i soli, in un’epoca di dura contrapposizione ideologica, a rifiutare le censure e le autocensure della cultura marxista italiana.».
Così scrive Luigi Fenizi, consigliere parlamentare, già collaboratore dell’ “Avanti!” e di “Mondoperaio”, nella prefazione al documentato saggio di Giuseppe Averardi “Ungheria 1956-Le verità rivelate” (Minerva ed., 2018, €. 18,00). Un libro che è, anzitutto, il bilancio d’un secolo, quel Novecento passato purtroppo alla storia come il secolo delle ideologie disumane e dei conseguenti genocidi. E, insieme, il bilancio esistenziale d’ un gruppo di amici, compagni, sodali, che l’ha attraversato: giornalisti, politici e intellettuali che aderirono in gioventù al comunismo, vedendo nell’Unione Sovietica «il centro della speranza mondiale, la società cui milioni di esclusi guardavano come un modello e una possibilità di salvezza»; salvo poi ritrarsene, disillusi e disgustati, dopo la durissima repressione sovietica della rivolta di Budapest (ottobre-novembre 1956), solo pochi mesi dopo quel XX Congresso del PCUS che , segnato dalla “destalinizzazione” di Kruscev, aveva acceso in tutto il mondo grandi speranze sulla possibilità d’ una vera democratizzazione del colosso sovietico.

Giuseppe Averardi (classe 1928), per più legislature deputato e senatore di area socialista, sottosegretario, membro del Consiglio d’Europa, giornalista, direttore della rivista “Ragionamenti”; Michele Pellicani(1915- 1991), giornalista e politico, già direttore della rivista del PCI “Vie Nuove” e poi del quotidiano del PSDI “La Giustizia”; Eugenio Reale (1905- 1986), antifascista, diplomatico nei primi Governi del dopo Liberazione; Tomaso Smith (1886-1966), commediografo, giornalista, fondatore, nel ’49, di “Paese Sera”. Questi i “quattro cavalieri” di cui parla il libro: che, partiti in gioventu’ da un’ iniiziale militanza comunista, dopo la tragedia dell’ Ungheria escono dal PCI ( sulle stesse orme, in sostanza, già di Angelo Tasca, Ignazio Silone, Altiero Spinelli) , parte anche loro di quel fiume di miltanti ( centinaia di migliaia, riconoscerà poi, in un suo libro del ’76, Giorgio Amendola) che, nel ” ’56 e dintorni”, esce dal “mare magnum” comunista. E approdano alla socialdemocrazia, raccogliendosi intorno al periodico “Corrispondenza socialista”, che Reale e Averardi (entrato fortunosamente in possesso dell’ indirizzario di “Rinascita”!) fondano nella primavera del ’57.

Un settimanale (poi, dal 1960, mensile) che a lungo catalizzerà le energie di quanti, militanti del PSDI e d’ un PSI non ancora liberatosi dell’ ipoteca frontista, socialisti indipendenti, democratici radicali e repubblicani, lavoreranno per creare anche in Italia un’ area autenticamente laburista, democratica, laica, terzaforzista, federalista europea.
«C’era voluto il delirio della gioventù e della classe operaia ungherese e l’onnipotenza dei carri armati sovietici. per dirci “di che lacrime e sangue” gronda la storia del comunismo leninista, stalinista, togliattiano», scrive Giuseppe Averardi. Che, nella seconda parte del libro, ci propone una selezione di articoli di “Corrispondenza socialista” degli anni ’50- ’60: in cui autori italiani, europei e americani (da Robert Conquest a Francois Fejto, da Hovard Fast a Giorgio Galli e Antonio Ghirelli) raccontano la fine della loro innocenza davanti all’ emergere dell’ essenza repressiva del gigante sovietico, e si soffermano su pagine indelebili della storia della sinistra mondiale. Come le lotte di potere al vertice dell’ URSS sin dalla morte di Lenin, l’avventuristica insurrezione comunista cinese di Canton (1927), l’ l’ssassinio di Trockij (agosto 1940), le tribolazioni del comunista eretico Milovan Gilas nella Jugoslavia titoista, il XX Congresso, il ’56 ungherese e polacco.

Fabrizio Federici

Achille Corona, fedeltà assoluta al partito e ai lavoratori

Achille_Corona

Fu per diversi anni uno dei più noti dirigenti socialisti, fortemente impegnato nelle organizzazioni del partito e per  suo conto consigliere comunale, assessore, parlamentare e ministro. Nato a Roma il 30 luglio 1914, studiò fino al conseguimento della laurea in Legge.  Era ancora giovanissimo quando si  fece notare per la critica  rivolta al regime fascista, promotore di nuove guerre, di leggi liberticide e di alleanza innaturali e impopolari, e si avvicinò a noti antifascisti che, sfidando fermi ed arresti, svolgevano una discreta attività propagandistica.

Con l’entrata in guerra  dell’Italia a fianco della Germania hitleriana, nel 1940, radicalizzò la propria posizione politica, e nel 1943 si schierò apertamente coi socialisti. Il 26 luglio, subito dopo l’arresto di Mussolini, si unì a un gruppo di patrioti, tra cui era Tullio Vecchietti, che nella tipografia dove in passato veniva stampato “Il Lavoro fascista” riuscirono a compilare e stampare un numero dell’Avanti! che poi diffusero in città.Successivamente  fece parte della redazione dell’organo socialista che venne ancora stampato anche quando i tedeschi occuparono la città. Per questa attività venne arrestato  e rinchiuso nelle carceri di Regina Coeli. Riacquistata la libertà dopo la liberazione di Roma da parte degli Alleati, partecipò alla costituzione del Movimento di Unità Proletaria, una formazione  quasi interamente di giovani, tra cui erano Leo Solari, Giuliano Vassalli, Tullio Vecchietti,  che si proponeva un rinnovamento profondo del Partito socialista alla luce dell’esperienza fatta soprattutto nel primo dopoguerra dal vecchio PSI e dal PSU. Nel ’45 il gruppo ritenne matura la situazione  per fondersi col  PSI, e nacque il PSIUP, (Partito Socialista di Unità Proletaria), che si accinse a  guidare  le forze progressiste nella ormai prossima battaglia per una Italia  nuova, repubblicana, democratica, sociale.

Circa la posizione del partito nello scacchiere nazionale, egli si espresse  per  l’unità dei due partiti della sinistra nell’azione, ma respinse l’idea della loro fusione in un partito unico che avrebbe  cancellato la specificità socialista. Nella primavera del successivo anno fu attivissimo nella propaganda per le elezioni amministrative e subito dopo per il Referendum istituzionale e la Costituente. Non lo fu meno nei successivi mesi, che videro il partito fortemente scosso dallo scontro  tra “autonomisti”  e “unitari” e avviato  alla scissione  dalla quale nacque  il PSLI.  Egli non approvò  la separazione, cosciente del fatto che, come la storia insegnava, ogni lacerazione produce indebolimento del corpo che la subisce. Il PSIUP, infatti, ridenominatosi PSI, perdette la forza che lo aveva  reso guida  della sinistra, venendo da allora scavalcato dal PCI.

Nell’ aprile del ’48  Corona iniziò una esperienza nuova. Costituitosi il Fronte Democratico Popolare  per la convergenza di PCI, PSI e Indipendenti,  egli venne  candidato alla Camera nelle Marche e fu tra gli eletti. Dopo il breve intervallo della Direzione centrista di Jacometti e Lombardi, avutasi dopo la sconfitta del Fronte e la forte perdita di parlamentari socialisti, entrò nella  nuova Direzione del partito, nella quale  resse con grande abilità  l’ Ufficio Enti locali e successivamente l’Ufficio Internazionale e dal ’51 l’Ufficio stampa e propaganda e l’Ufficio per i rapporti con i gruppi parlamentari, guadagnandosi una fiducia ancor più vasta a livello nazionale. Ripresentato per la Camera  nel 1953, 1958, 1963 e 1968, venne  sempre eletto con ampio suffragio. Nel 1956  fu  ad  Helsinki al Congresso dei partigiani della pace, nel quale con Lombardi e Fogliaresi  espresse  il disimpegno dei socialisti da una organizzazione che non mostrava più l’indipendenza di giudizio e di azione nei confronti della politica sovietica. Ai vari livelli se ne apprezzava la  preparazione e l’equilibrio, per cui veniva designato  per incarichi locali e nazionali. A partire dal 1951 fu consigliere comunale e anche assessore al Comune di Pesaro. Nel 1963 fu Ministro del Turismo,  successivamente dell’Ambiente e dello Spettacolo. In questi settori egli incise  fortemente: soprattutto nel mondo del teatro e di quello lirico più in particolare egli lasciò il segno della sua attività, tra l’altro promuovendo  nel ’67  una legge che favoriva in misura notevole l’attività musicale.  Per lunghi anni a fianco di Francesco De Martino, vi-segretario con Nenni e poi segretario,  ne condivise le idee e ne sostenne convintamente l’azione. Quando perciò all’interno del partito si costituì una nuova maggioranza e Bettino Craxi assunse la segreteria, egli lasciò gradualmente ogni carica e si ritrasse sempre più nell’ombra. Morì a Roma appena sessantacinquenne il 23 novembre 1979.

Giuseppe Micciché 

A “Casa Nathan” il ricordo di Franco Cuomo

cuomo 2Alla sala convegni di “Casa Nathan” (il complesso polifunzionale realizzato pochi anni fa, in uno stabile vicino Viale delle Medaglie d’Oro, dal Grande Oriente d’Italia, come centro convegni e manifestazioni), è stato ricordato, a poco più di dieci anni dalla morte (2007), Franco Cuomo, giornalista, scrittore e autore di teatro. Proprio all’ “Avanti!”, Cuomo aveva collaborato tanti anni: ricoprendo – per incredibile coincidenza storica – lo stesso posto, di responsabile della pagina culturale, che tanti decenni prima era stato di Antonio Gramsci (al quale, tra l’altro, egli aveva dedicato la pièce teatrale “Compagno Gramsci”).

Carlo Ricotti, docente di Storia delle istituzioni politiche alla LUISS, ha ricordato anzitutto il saggio di Franco “I dieci…” (2006), minuziosa ricostruzione dell’ iter accademico (purtroppo, anche postfascismo) di quei docenti universitari che, nell’ estate del 1938, avevano firmato il “Manifesto per la difesa della razza”, fornendo una pseudocopertura scientiifca ai filonazisti deliri razziali del tardofacismo. “Saggio che – ha precisato Ricotti – ebbe il merito d’ avviare un nuovo filone di ricerca, centrato appunto sulle napoleoniche carriere e le incredibili protezioni che costellarono la vita di questi docenti e tanti loro collaboratori e simpatizzanti”. Santi Fedele, docente all’ Università di Messina, s’è concentato, invece, sulla passione di Cuomo per la storia medioevale, e specialmente degli ordini cavallereschi e dei Templari (la cui vicenda, poi, rappresenta un po’ uno dei “miti fondativi” della Massoneria, non solo italiana).

Alberto Cuomo, figlio di Franco, tra gli organizzatori del “Franco Cuomo International Arward” (premio che, ogni autunno, viene assegnato a personalità meritorie della cultura, dell’ arte, della società civile), a proposito dei Templari ha evidenziato anche la loro forte carica d’ attualità: “specialmente quello che, nelle intenzioni di quest’ Ordine, era un piano universale di pace, in primo luogo con l’ Islam (si pensi alla vittoriosa “crociata” di Federico II di Svevia, che, grazie a un accordo col Sultano, nel 1223 aveva portato al riconoscimento della piena libertà di culto in Terrasanta e al suo temporaneo reinserimento nell’ orbita occidentale, N.d.R.). Piano il cui fallimento, per la miopia e la crudele avidità di molti governanti d’ allora, in primo luogo Filippo il Bello di Francia, portò alla soppressione dell’ Ordine e al ritorno, in Medioriente, di quel caos geopoltiico destinato a sfociare, a lungo termine, nel dominio degli interessi imperialistici, sino alla guerra “di tutti contro tutti” di oggi”.

Riprendendo gli studi di Cuomo sui Templari, Dino Fioravanti, responsabile del Servizio Biblioteca del Grande Oriente d’ Italia, ha ricordato la loro fisionomia di Ordine essenzialmente militare; e messo in guardia dalle tante informazioni errate su questo tema circolanti soprattutto in Rete e su testi poco seri. Soffermandosi, poi, sulla coerenza e onestà intellettuale di Franco: “Che in ogni momento della vita testimoniò personalmente l’importanza d’ esser sempre pronti a rimettere in discussione le proprie convinzioni e il proprio corso, quando necessario”. “Proprio come fa il protagonista del romanzo di Cuomo, finalista al premio Strega 1990, “Gunther d’ Amalfi cavaliere templare”, ha sottolineato Filippo Grammauta, presidente dell’ Accademia Templare: “Gunther è un templare di ritorno in Europa dalle Crociate, che perde ogni certezza, ogni fiducia anche in sè stesso, ritrovando poi la forza attraverso l’amore e un nuovo interesse per la vita. E che, al tempo stesso, non dimentica la dura disciplina imposta ai Templari dalla loro Regola: che aveva centinaia di articoli e scandiva la loro vita quotidiana con ritmi simili, in realtà, a quelli dei cistercensi”.

Sergio Masini, ricercatore storico, s’è soffermato, invece, sull’ ultimo romanzo di Cuomo, “Il tradimento del Templare”: il cui protagonista, Esquinn de Floryan, è un po’ un “antiGunther”, il cui tradimento dell’ Ordine risulta in un certo senso necessario per permettere a quest’ultimo, attraverso la “Via crucis” che gli imporrà Filippo il Bello con la connivenza del debole Papa Clemente V, di purificarsi uscendo dal decadimento morale degli ultimi decenni del secolo XIII. “Mentre da tutta l’opera di Cuomo emerge una concezione profonda della libertà, ma anche della responsabilità, dell’uomo:per questo, cogliendo appunto il senso piu’ profondo degli scritti di Franco, definirei la nostra natura col termine, piu’ che di “uomini del dubbio”, di “uomini della ricerca e della responsabilità”: che poi conducono, chiaramente, al dubbio nel senso migliore e piu’ costruttivo del termine”.
Chi scrive, infine, ha ricordato la fraterna amicizia con Franco, conosciuto, negli anni ’80, appunto alla redazione dell’ “Avanti!”.Ricordando la sua capacità, come giornalista e ricercatore storico, d’ andare sempre oltre le “verità precostituite” , i clichès di comodo: vedi, ad esempio, nel luglio 1981, un articolo di Franco per l’ “Avanti”, nel centenario della pubblicazione di “Pinocchio”, evidenziante le indubbie, sorprendenti analogie tra la suia figura e quella di Cristo ( anche Pinocchio è figlio d’un falegname, vuole farsi Uomo e deve affrontare tutta una serie di prove iniziatiche, culminanti anch’ esse in un sacrificio e una resurrezione finale; Collodi, del resto, era massone). Mentre negli anni ’90, Cuomo pubblicava, su un settimanale d’ attualità, una documentata inchiesta sulle origini della mafia: origini che non vanno ricercate solo in Sicilia e nei tempi moderni , dal ‘500 in poi, ma assai prima e altrove. Cioè in quelle associazioni segrete, a sfondo anche esoterico, contigue alla criminalità comune e agganciate al potere politico, nate in realtà in Germania e iniziate a diffondersi, in Sicilia e in tutto il Sud,.già addirittura con l’invasione normanna. Pur essendo fortemente laico, infine, Franco riservò molto interesse anche alle figure di vari santi cattolici ( Santa Rita, ad esempio, di cui scrisse una biografia); mentre non esitò a partecipare anche a varie iniziative culturali di scuole cattoliche (ma con rigore fortemente laico) come l’ Istituto “Santa Maria” di Roma, a Viale Manzoni.

Fabrizio Federici

Arturo Vella forte difensore dell’autonomia del PSI

Arturo_VellaNel primo trentennio del ‘900 fu uno dei più autorevoli  dirigenti nazionali del Partito socialista. Nacque a Caltagirone, grosso comune della Sicilia, da tempo noto per l’industria della ceramica in cui si è sempre distinto, il 12 febbraio del 1886. A 5 anni appena rimase orfano del padre, Sebastiano, piccolo industriale ceramista con famiglia numerosa, e a 11 anni venne inviato in un collegio romano, per continuarvi gli studi, conclusi poi in un Istituto tecnico.

Nella capitale si ambientò perfettamente ed entrò sempre più in contatto con i gruppi politicamente più vivaci in senso progressista, fin quando, ai primi del ‘900, costituì una Federazione di studenti secondari, che assieme al Circolo giovanile socialista si impegnò in una intensa attività di organizzazione, presto estesa alla Toscana e all’Emilia e capace di portare nelle sezioni e nei circoli un elevato numero di giovani. Fin da allora si distinse quale difensore della autonomia organizzativa dei gruppi giovanili nei confronti del PSI, ma entro una ferma “unità di dottrina”, e cioè con un forte  legame di natura ideologica col partito.

Nel congresso di Bologna del 1907 – su cui, come sull’intera  storia dei giovani socialisti hanno ampiamente scritto Gaetano Arfè nel 1973 e Renzo Martinelli nel 1976 –  fu tra i fondatori della FIGS aderente al PSI, e ne diresse l’organo di stampa “L’Avanguardia”, un foglio che si distinse per la vivacità e la ricchezza dei contenuti. Lavorò con grande entusiasmo  per la crescita della organizzazione, e dopo  la separazione dai sindacalisti rivoluzionari concorse in misura notevole alla sua crescita e alla ulteriore definizione dei suoi caratteri, impegnandola su posizioni antimilitariste, internazionaliste e anticlericali.

 Si collocò presto tra gli intransigenti e fu elemento di punta in una intensa e appassionata attività propagandistica, intervenne a numerosi convegni e congressi, scrisse frequentemente su “L’Avanguardia” e fu tra i redattori de “La Soffitta”, un quindicinale di orientamento socialista sorto nel maggio del  1911.

Relativamente al problema elettorale Vella era favorevole a una alleanza “vigile” coi gruppi di democrazia borghese, in attesa  di un irrobustimento del movimento operaio. Era però avverso a posizioni di cedimento, che  si rilevavano  qua e là, e conseguentemente fu tra quanti, nel Congresso di Reggio Emilia del 1912, sostennero l’espulsione dei “bissolatiani”, considerandone le idee involutive e pericolose per l’autonomia di classe dei lavoratori e l’identità socialista.

Subito dopo il congresso lasciò la direzione dell’organo di stampa della FIGS per assumere la carica di vice-segretario  del PSI. Lavorò allora in sintonia con Costantino Lazzari, cui i congressisti avevano affidato la segreteria del partito, distinguendosi nell’impegno volto a precisare i caratteri  del programma socialista e a limitare l’influenza di Mussolini nel partito e nella redazione dell’Avanti!, non rimanendo convinto dell’equivoco “rivoluzionarismo” espresso da costui.

In quegli anni lavorò a un programma di riorganizzazione del partito fondato sulle federazioni provinciali e regionali, in sostituzione delle vecchie federazioni di collegio. La situazione  non era però matura per simile riforma, sicchè egli incontrò ostacoli di varia natura che lo costrinsero a rinviare l’idea a tempi migliori.

All’inizio della Grande Guerra Vella sostenne la neutralità dell’Italia e con Lazzari propose la linea del “non aderire né sabotare” che il PSI fece propria, caratterizzandosi in modo netto nel panorama politico nazionale.

Nel maggio del 1916  venne richiamato alle armi e assegnato a un reggimento di fanteria di stanza a Trapani, poi a Siracusa, infine a Firenze. In questo periodo svolse una coraggiosa attività antimilitarista, sicchè il 7 febbraio del 1918 venne arrestato a Siracusa per disfattismo. Il 13 settembre successivo, durante il processo che si celebrava a Catania, pronunziò parole di fede profonda nell’idea che l’aveva conquistato fin dai più teneri anni. Dal banco degli imputati, incurante dei frequenti richiami dei giudici, difese con forza le ragioni che avevano spinto i socialisti a schierarsi nettamente contro la guerra, e concluse il suo intervento dichiarando: “Sereno e sicuro, oggi io affermo la mia fede di fronte a voi, con una fermezza spoglia di qualsiasi ostentazione provocatrice, ma consapevole della sua forza e della sua legittimità sul terreno del pensiero e su quello degli interessi anche nazionali…. Se condannato, tornerò sereno e forte nella mia cella etnea a riprendere lo studio e la prepararmi alle battaglie di domani, se assolto, rientrerò in caserma con la fronte alta come ne uscii con le catene, ma il mio pensiero lo conserverò per me, tutto per me”. La Corte lo condannò a cinque anni di reclusione per insubordinazione al Tribunale e subito dopo a sette anni  cumulativi con la prima condanna. Rimase in carcere per alcuni mesi: nel marzo del ’19 venne infatti amnistiato e potè tornare all’impegno nel partito, dove si occupò di problemi elettorali in vista del prossimo rinnovo della Camera eletta nel 1913. Prendendo posizione ben definita nel dibattito interno al partito, fu autorevole rappresentante dei massimalisti elezionisti, a nome dei quali intervenne al congresso di Bologna, dove riprese il concetto della “delittuosità” della guerra e fece rilevare la responsabilità dell’alta borghesia nell’averla voluta. Entrò quindi nel massimo organo di direzione del partito, da dove però uscì quando alla fine dell’anno, candidato alla Camera nel collegio di Bari per volontà della Direzione, venne eletto deputato.

Difese allora i contadini del Meridione che procedevano alla occupazione delle terre incolte e degli ex feudi, e denunziò con forza le violenze perpetrate in Sicilia e nelle Puglie ai danni dei lavoratori. Di fronte al montare della reazione nazional-fascista, specie in vista delle nuove elezioni politiche fissate per l’aprile del ’21, nel ’71 rievocate con le vicende del dopoguerra in Puglia da Simona Colarizi, si distinse per la fermezza e il coraggio, che suscitarono l’odio degli agrari e la persecuzione delle “squadracce”. Impegnato nella nuova campagna elettorale, venne ferito gravemente a Barletta. Riuscì comunque a essere rieletto.

Nei mesi che seguirono, pur essendo un sincero sostenitore della unità di classe e della convergenza di tutte le forze antifasciste nella lotta contro la reazione, apparve sempre più geloso difensore del Partito Socialista Italiano, della sua storia e dei suoi valori nei confronti del Partito Comunista e di qualunque altra forza politica.

Per questo alla fine del ’22 si schierò nettamente contro la fusione col PCd’I, richiesta dall’Internazionale di Mosca, che se accettata  avrebbe portato alla definitiva scomparsa  del Partito socialista. Sostenne il “Comitato di difesa socialista”, sorto proprio allora, e  subendo gli attacchi dei comunisti e della loro Internazionale lavorò con Nenni e altri per salvare il  partito. Contribuì in tal modo a salvare il PSI alla storia, ai lavoratori, alle lotte del progresso e della libertà.

Nel 1924, dopo avere  partecipato a una campagna elettorale divenuta infernale per le violenze senza limiti dei fascisti, venne rieletto alla Camera, ma in Sicilia, dove fu l’unico rappresentante del PSI. Dopo l’uccisione di Matteotti fu tra i più attivi animatori della “questione morale”, propose la costituzione di un Comitato dei partiti d’opposizione e fu favorevole alla secessione parlamentare, anche se mostrava di propendere per la lotta nel paese sì da dare un seguito concreto alla secessione. Successivamente si disse favorevole  al ritorno nell’aula di Montecitorio per tentare di neutralizzare l’azione di Mussolini.  Più tardi sostenne  la  partecipazione alle elezioni amministrative con liste espresse dai partiti più nettamente d’opposizione. Ormai però il fascismo procedeva in modo inarrestabile verso l’affermazione della dittatura.

 Con le leggi eccezionali del ’26 Arturo Vella seguì la sorte dei parlamentari d’opposizione dichiarati decaduti. Due anni dopo, bisognoso di lavoro, si trasferì a Caltagirone, per gestirvi una piccola fabbrica di ceramica ereditata dal fratello. Visse  da allora, per diversi anni, tra la città natale e Roma, conservando salda la fede negli ideali socialisti, ma, per la strettissima vigilanza della polizia, senza potere svolgere alcuna attività di opposizione.

All’inizio degli anni 40 si ammalò gravemente. Nel ’42, trovandosi a Roma, subì gli arresti, ma per mancanza di seri elementi di accusa e per le sue condizioni  di salute venne rimesso in libertà. Vinto dal male, morì nella capitale il 31 luglio del 1943, e se ne prese nota nella scheda del CPC ( b. 5341) intestata al suo nome. Dieci giorni prima in Sicilia era avvenuto lo sbarco delle truppe anglo-americane, a Roma cinque giorni prima Mussolini era stato arrestato. Iniziava così una nuova fase nella vita del paese. Vecchi e nuovi rappresentanti del Partito socialista stavano già riprendendo la lotta in nome degli ideali ai quali egli aveva dedicato gran parte della propria vita.

 Giuseppe Miccichè