“Porre un argine a questo Governo antieuropeista”

camera“Intanto non è affatto vero che la storia non si ripete. Si ripete, eccome. C’è una dose enorme di diciannovismo in quest’Italia. Un diciannovismo che nasce da una maggiore povertà e da un perdita di ruolo del ceto medio che è stato la colonna vertebrale dell’Italia dal boom economico fino a qualche anno fa. Cento anni fa fu scelto l’uomo solo al comando, oggi si scelgono i partiti antisistema”. Lo afferma in un’intervista al nostro giornale il segretario del Psi Riccardo Nencini che fa il punto sui primi mesi di governo e sul futuro del centro-sinistra tracciando la linea per i mesi a venire.

Come vedi l’alleanza tra i due partiti alla guida del governo?
Dubito che l’alleanza tra Lega e Cinque Stelle duri poco. Potrebbe anche franare il Governo Conte, ma questo non significherebbe la fine dell’alleanza. Anzi, Salvini e Di Maio stanno diventando sempre più come due dioscuri ciascuno per i suoi campi d’azione. Uno ha scelto il tema dei migranti e l’altro il tema del lavoro, ma soprattutto un tema alla Robespierre, nel senso che tutto ciò che esisteva prima era deleterio, tutto ciò che sta per sorgere positivo.

E l’opposizione latita…
Il punto debole dell’opposizione è che non riesce a trasformarsi in alternativa credibile e competitiva di governo. Quindi non offre un approdo a chi vede questa situazione con crescente preoccupazione. Invito anche a valutare i provvedimenti e le posizioni che si assumono.

In che senso?
Intanto c’è una forte dose di antiparlamentarismo. Il Parlamento è inutile, dice il teorico dei 5 Stelle. Si deve procedere con sorteggio alla sua elezione, dice Grillo. Si vuole il mandato imperativo che è decisamente anticostituzionale. Quando i vari ministri vengono in Commissione, dicono che vanno a perder tempo.

E per quanto riguarda i provvedimenti?
Nulla di tutto quello che hanno detto in campagna elettorale viene mantenuto. Salvo una politica più rigida sui migranti. Ma non si parla più di rimpatrio e dei 600mila che avrebbero dovuto essere rimpatriati. Sul lavoro tutti e due sostenevano che il jobs act doveva essere azzerato. Ma non è così, anzi i grillini votano contro un emendamento per la sua abolizione. Il reddito di cittadinanza non lo vedremo sorgere, lo stesso per la flat tax. I pilastri della rivoluzione italiana, come a loro piace chiamarla, per ora non si vedono assolutamente. Sono invece molto attenti a mettere gambe a quello che hanno detto in campagna elettorale in politica estera.

Per esempio su quali temi?
Confermano due visioni: la prima fortemente antieuropeista. Che è un danno, perché l’Europa così com’è non ci piace, però la Ue ci ha protetto dalla guerra. Ricordo che le grandi guerre europee, fino a quelle del 1939-40, nascono sul confine tra Francia e Germania. Quindi uccidere l’Unione europea anziché cambiarla è un fatto preoccupante anche per le sorti dell’Italia. Secondo: la politica filorussa è altrettanto preoccupante perché scioglierebbe l’Italia da un vincolo occidentale dal quale ha ricevuto negli anni benessere e una condizione grazie alla quale ora abbiamo un ruolo nella politica strategica tra le nazioni che contano. Se questo passato-presente viene smontato, noi dobbiamo soltanto preoccuparci vivamente.

L’anno prossimo si vota per le elezioni europee. Quale il rischio che le forze antisistema possano essere maggioranza in quell’appuntamento?
È la ragione per la quale bisogna fare presto. In ogni Paese. È il messaggio nella bottiglia che abbiamo messo nella mani del Partito socialista europeo che però è immobile e apatico. Dobbiamo dare una lettura nuova alla gente che è impaurita per il fatto che si è aperta una stagione che non sa interpretare. Una stagione dove la globalizzazione spazza via le identità locali. Dove le relazioni economiche destano preoccupazione in molte economie e in molte piccole imprese che hanno una struttura fragile. Quello che servirebbe è una Bad Godesberg del socialismo europeo. Vi fu nel ‘59 per la Germania, ora servirebbe per tutta la storia futura del socialismo europeo.

Partendo da dove?
Per esempio, cominciando a ragionare, mettendo accanto al socialismo europeo, anche quelle aree, quei movimenti democratici, penso ai partiti che aderiscono ai gruppi liberaldemocratici europei, con i quali va saldata una alleanza. Cioè le culture che hanno fatto l’Italia repubblicana e l’Europa libera nell’immediato dopoguerra; socialisti, democratici-cristiani, liberali, un punto di unione devono trovarlo, perché il rischio che corre l’Europa è veramente molto alto. Noi però abbiamo un rischio in più.

Quale?
Il presidente della Repubblica si rielegge nel 2021. Sembra lontana questa scadenza. Però l’anno prossimo si avranno le elezioni europee. Con molti comuni che andranno al voto. La mia opinione è che in molte realtà locali vi sarà una saldatura tra Lega e 5 Stelle. Permanendo questo stato di cose, non possiamo rischiare di consegnare anche il Quirinale a due forze antisistema. Questa è un’altra ragione per mettere le gambe alla alleanza per la Repubblica che bisogna far nascere con rapidità. Bisogna essere, sperando di avere maggior fortuna, i Filippo Turati cento anni dopo. Dico con maggior fortuna perché oggi danno tutti ragione a Turati, ma nel 1919, ‘20, ‘21 quella di Turati era una voce solitaria offesa e vilipesa.

Il Pd non sembra in grandi di proporre molto preoccupato più delle proprie dinamiche interne…
Non lo è ad oggi. Sono preoccupato perché se dovesse tenere il Congresso da qui a troppi mesi, il perdurare del non scegliere, rischia di essere deleterio anche per le scelte che altre forze del centrosinistra italiano dovranno fare.

E il Psi?
Noi intanto dobbiamo preoccuparci di partire. Ecco perché un primo lavoro comune che faremo da settembre è con cattolici moderati, con Più Europa di Emma Bonino e con chi ci sarà. Ma con questi abbiamo già raggiunto una ipotesi di lavoro comune che da settembre diverrà plastica. Il quadro che si delinea invita, se non obbliga, gli uomini di cultura socialista, libertaria, a stare insieme. A non farsi convincere dalle divisioni del passato perché il rischio che l’Italia corre è molto alto.

A proposito di rischi: il populismo. Per combatterlo da dove si deve cominciare?
Si combatte in due modi. Con un occhio che guarda al domani potenziando tutto ciò che riguarda cultura e conoscenza. Ma parliamo di procedure molto lunghe. Nell’immediato: primo, non c’è dubbio che nel tema migranti la modalità Minniti debba essere estesa. Va aggiunta la domanda di cosa fare quando un profugo è qui in Italia. Ripeto e sottolineo che bisogna vivere in Italia secondo il canone occidentale con i diritti e i doveri previsti dalla nostra legge e Costituzione. Inoltre chi vive in italia deve corrispondere positivamente a ciò che l’Italia fa per lui mettendosi quindi a disposizione, gratuitamente, per la società che lo ospita con lavori socialmente utili.

Dove si è visto secondo te in questi anni la debolezza delle forze e del pensiero riformista?
L’errore grosso che abbiamo fatto è stato adottare un pensiero illuminista senza correzioni. Mi spiego meglio: c’è stato un considerare l’idea di progresso come irreversibile. E invece per i cittadini europei questa idea di progresso non è stata assolutamente condivisa. Perché è stata inverata dalla paura e dalla preoccupazione. Una cosa è il progresso che avviene senza devastare i pilastri della comunità dove si vive. Altra cosa invece è vivere nella globalizzazione. E quindi affianco a fenomeni che non si sanno interpretare e che danno quindi preoccupazione. A me fa paura Salvini quando fa montare il presepe nella scuola e mi fa ancora più paura quando fa propaganda con il rosario in mano. Mi spiego: il fatto che le scuole italiane facciano il presepe, lo dico io laico, è un segno di identità da mantenere. Vogliono farlo? Lo facciano.

Daniele Unfer

Lorenzo Cinquepalmi
La missione della Sinistra

L’irresistibile tentazione del “più piccolo ma mio” sembra non abbandonare Renzi.
Invece la sinistra avrebbe bisogno di rielaborare un progetto di fondo ridandosi una missione (Bad Godesberg) e di ritrovare un patto di azione comune (Épinay-sur-Seine).
Se aver perso l’abitudine alla politica ed essersi votato esclusivamente all’amministrazione sembra avere inaridito la capacità del Partito Democratico di elaborare ideali di fondo che non siano di una genericità assoluta, tuttavia non è possibile immaginare una proposta politica di medio e lungo termine a sinistra senza coinvolgere lo stesso Partito Democratico, che rappresenta comunque la maggior parte dell’elettorato progressista.
Occorre allora contribuire a far maturare la consapevolezza che un progetto politico non si costruisce con le decisioni di pancia, dentro cerchie più o meno ristrette e sempre consenzienti, rincorrendo il consenso giorno per giorno con iniziative estemporanee.
Occorre, appunto, riflettere su cosa importanti forze progressiste europee seppero fare a Bad Godesberg e a Épinay-sur-Seine, sulle ragioni e sui risultati di quei passaggi politici, e sull’insegnamento da ricavarne.
Insegnamento che non è certo quello della chiusura, dell’autosufficienza e dell’autoreferenzialità.
Naturalmente, i limiti che il P.D. oggi sembra mostrare nelle capacità di elaborazione della missione politica per la sinistra di domani, sono altrettanto presenti nelle forze della frammentata e rissosa costellazione di partiti e movimenti luccicanti nel cielo della sinistra italiana, primo tra tutti il Partito Socialista.
Quest’ultimo, tuttavia, è forse la forza che più di altre, a prescindere dalle dimensioni e dal peso elettorale, ha al suo interno le risorse culturali per innescare un processo, che sarà certo lento, faticoso e di esito incerto, orientato alla costruzione di una moderna forza politica progressista, partendo però dall’individuazione della missione, da adeguare alla situazione e ai bisogni dei cittadini, partendo da un’analisi convincente degli stessi, per poi arrivare alla forma.
Non sfugge a nessuno che, invece, il destino personale di molto dell’attuale personale politico, dipende invece proprio dalla forma e questo rischia di far passare in secondo piano la sostanza.
L’occasione, per i socialisti, di promuovere un’evoluzione della rappresentanza politica progressista consegue proprio a questo apparente blocco, purché essi sappiano, per primi, accantonare il tema dei destini personali per essere motore dei destini di tutti, ciò che è, a ben vedere, la loro vocazione naturale.

Lorenzo Cinquepalmi
Segretario regionale Psi della Lombardia

LA LEZIONE FRANCESE

elezioni francesi“Le elezioni francesi ci consegnano una lezione. Che vale anche per il nostro paese. Quella di una sinistra senza popolo. Di una sinistra presente quasi esclusivamente tra pensionati, statali e mondo della scuola. E in ritirata dal mondo del lavoro e dal mondo delle professioni”. Lo afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini.

E come si è arrivati a questa situazione?
Per diverse responsabilità. La maggiore è quella di chi non ha saputo interpretare un cambiamento straordinario e che ha pensato di governare con un canone tradizionale. È questa la ragione per quale da due anni chiediamo un Congresso straordinario del Pse che sia una sorta di Bad Godesberg della contemporaneità. Nel ‘59 la Spd si allontanò dal marxismo, oggi bisogna allontanarsi dalla terza via e riscoprire il socialismo delle origini, con un’unica variazione.

Quale?
Quella di mettere la barra sulla difesa dei più deboli e allo stesso tempo porsi il problema di come creare nuova ricchezza. Il socialismo delle origini pensava di conferire diritti civili e sociali che il proletariato del tempo non aveva. Oggi il tema è doppio: come creare nuova ricchezza nel tempo della rivoluzione tecnologica e come redistribuirla sapendo che il mondo del lavoro può già contare su ammortizzatori sociali robusti mentre gli esclusi rimangono tali. Quindi il tema centrale non è più solo la difesa della società dei due terzi, è come dare dignità a quel terzo di italiani e di europei che senza lavoro non hanno diritto di cittadinanza.

Pisapia in una intervista invita a unire il centrosinistra per evitare una sconfitta che definisce generazionale. Renzi invece esclude ogni tipo di alleanza con chi si è allontanato. Due visioni opposte. Anzi Renzi sembra voler riproporre il partito della Nazione. Che ne pensi?
Non credo che il partito della Nazione sia il futuro. Credo che una coalizione tra Partito democratico, sinistra di governo e cattolici democratici sia necessaria. Dare una missione all’Italia. Per mettere le gambe a questa coalizione serve una legge elettorale che assegni il premio di maggioranza alla coalizione. E serve un programma che abbia alcuni ingredienti centrali.

Tra cui…
Gli italiani e gli europei hanno una gran paura della globalizzazione perché ingenera insicurezza. Bisogna abbandonare alcune cliché della sinistra radical-chic e fare un bel bagno di realismo.

Puoi fare degli esempi concreti?
Primo: rafforzare lo spirito di comunità. Quindi bisogna prevedere l’elezione diretta dei vertici delle città metropolitane in modo da implementare la partecipazione e allargare la platea di votanti ai sedicenni nelle elezioni comunali. Ci crea così può senso civico e più senso di appartenenza. Secondo: per stare nella globalizzazione serve un’altra Europa. Prevedere la revisione dei Trattati di Maastricht per favorire investimenti e Eurobond, lanciare l’elezione diretta dei vertici dell’U.E., superare il Trattato di Dublino per organizzare diversamente accoglienza e rimpatrio, dotarsi di un unico ministro del Tesoro e di politiche fiscali condivise. Terzo, norme più serve contro il microcrimine. Quarto: siccome le ondate migratorie continueranno bisogna obbligare l’extracomunitario che viene a vivere in Italia al rispetto e al godimento dei valori occidentali a partire dall’eguaglianza uomo donna; niente tribunale della sharia, niente matrimonio coatto. Altro esempio: gli alloggi di edilizia residenziale pubblica, vanno dati a chi ha almeno 10 anni di residenza in Italia. Queste sono alcune misure indispensabili per riconciliarsi con i mondo degli esclusi.

Temi di cui si è parlato anche al Congresso del partito…
Infatti stiamo lavorando a due grandi iniziative pubbliche. Celebrare una rilettura dei meriti e bisogni e la faremo a Milano a l’altra, che faremo a Bari, per celebrare i 125 anni della storia del socialismo italiano. Ma senza fare un ricordo da museo ma per rilanciare alcune tematiche nella direzione di punti di cui si parlava prima.

Legge elettorale. Mattarella ha esortato il Parlamento a fare in fretta. Si tratta dell’ultimo avviso per evitare il caos. Senza una riforma della legge elettorale un governo nascerà solo con un accordo Pd-Forza Italia. Che ne pensi?
La sinistra italiana non può fare una campagna elettorale dicendo agli elettori che dopo il voto si alleerà con Berlusconi. Le campagne elettorali si fanno per vincere e il modo per vincerle è creare una coalizione da presentare agli italiani con patto di legislatura. L’appello di Mattarella va in questo senso. Bisogna inoltre mantenere una procedura. La legge elettorale si fa con tutte le forze disponibili in Parlamento. Però l’iniziativa può nascere dalle forze che sostengono il centrosinistra. Una volta che forze hanno trovato un equilibrio il tavolo si allarga a tutte le altre forze che sono in Parlamento.

Il Mattarellum è ancora una possibilità?
Per raggiungere questo obiettivo il Mattarellum è assolutamente auspicabile. Avrebbe tra l’altro il merito di restituire ai cittadini il diritto di scegliere i loro rappresentati in Parlamento.

Daniele Unfer

Bad Godesberg, Pd e identità

Il risultato del referendum costituzionale ha lasciato non pochi problemi all’interno del Partito Democratico. Soprattutto, essendosi particolarmente indebolita la leadership di Renzi, il “correntismo” interno è tornato a muoversi in maniera disordinata e con sussulti tellurici. Tanto da far temere anche una deflagrazione del partito, che non riesce (e non è mai riuscito) a trovare un baricentro stabile.

A tal proposito, e comprensibilmente, qualche giorno fa, in un’intervista all’Huffingtonpost, il ministro Orlando ha parlato della necessità di una sorta “Bad Godesberg” per il PD, prioritaria addirittura rispetto al congresso del partito.

Il richiamo al congresso della SPD tedesca del 1959, fatto da Orlando, è molto evocativo, ma anche indicativo delle condizioni attuali (e forse perduranti) in cui si trova il PD, sempre alla ricerca di una sua chiara identità, pur se in un contesto politico/sociale “liquido”, e difficilmente malleabile con le categorie del ‘900.

Bad Godesberg è stato un passaggio importante per tutta la sinistra socialista e socialdemocratica del tempo, perché in quell’occasione, il principale partito della sinistra democratica continentale, la socialdemocrazia tedesca, ha ufficialmente abbandonato l’ortodossia marxista.

In fondo, l’ortodossia marxista la SPD non l’aveva mai realmente applicata. Il suo è stato sempre un agire riformista; nella sostanza, al di là di quello che c’era scritto nei programmi succedutesi nei vari congressi, il revisionismo di Eduard Bernstein si era ben radicato nel partito già ad inizio ‘900.

A Bad Godesberg si prese atto di ciò, e si passò, anche formalmente, ad un socialismo democratico, con un forte radicamento nell’etica cristiana. E la SPD si dichiarò anche a favore del libero mercato, concependo, così, la proprietà collettiva come “ultima possibilità”, e non come principale obbiettivo politico.

Dal Klassenpartei (partito di classe), si passo al Volkspartei (partito del popolo). Ed il socialismo assunse un volto decisamente più libertario e volontaristico, facendo propri i principi dell’antiautoritarismo. Uscendo dalle secche di un “ufficio” dove si adempivano compiti dogmatici secondo logiche di puro apparato.

Nel programma socialdemocratico, lo stato manteneva un ruolo essenziale in un contesto di economia mista, la quale potesse garantire la ristrutturazione del capitalismo; che, usando le parole di Olaf Palme di qualche anno più tardi, diventava “ufficialmente” una pecora da tosare.

Ruolo dell’individuo, del partito, dello stato e dell’economia di mercato. Questi, con una brutale sintesi, sono alcuni dei punti più importanti della revisione avvenuta a Bad Godesberg. Che non poche critiche, sia inteso, provocò. E non solo in Germania, ma anche in Italia, dove il solo Saragat la salutò con estremo favore. Mentre Nenni e Lombardi ne furono critici (le critiche del PCI le diamo per scontate).

Ma, tornando alle parole di Orlando, si può parlare di “revisione” per quanto riguarda il Partito Democratico? O, forse, più che di una Bad Godesberg tedesca, si accontenterebbero di una Epiny francese, congresso in cui, nel 1971, si arrivò all’unificazione delle varie anime del socialismo d’oltralpe, diviso in tanti rivoli, così come l’attuale Pd “balcanizzato”?

Perché la revisione è applicabile ad una identità che già esiste. Ad un programma, un modello o un progetto. Il Pd ha tutto questo?

E’ un problema dibattuto ormai da anni, che ancora non ha trovato alcuna soluzione. E che si trascina, infondo, dalla svolta occhettiana, che ha dato il maggior apporto quantitativo al PD attuale. Perché, se dal discorso della Bolognina, si “decise di non scegliere” con nettezza un alveolo (il socialismo) in cui identificarsi, con l’approdo al Partito democratico le lassità identitarie sono rimaste le stesse. Anzi, si sono acuite in un contesto in cui è tutta la socialdemocrazia europea a soffrire un cambiamento socio-economico epocale; trovandosi, così, “disarmata” di fronte alle sfide che la globalizzazione ha portato.

Oggi, non esiste un socialismo di stampo europeo con caratteri marcati. Esistono dei partiti socialisti alla perenne ricerca di soluzioni il più possibili accettabili e compatibili con la loro storia e il loro nome. Alle prese con problemi internazionali, che vorrebbero risolvere ancora in un’ottica di stato-nazione. Alla ricerca di una bussola che, fino ad ora, il neocapitalismo gli ha abilmente nascosto e “scombussolato”.

Ma, nonostante i vistosi problemi della sinistra britannica, francese, spagnola e tedesca, per il PD la situazione è ancora più complessa. E potrebbe portarlo ad una crisi irreversibile. Perché, i partiti socialisti sopra citati hanno comunque una loro identità forte, e che gli consente cadute e risalite, come è avvenuto nella storia. Revisioni comprese. O ritorni ad idee e programmi “old fashion”.

Sono partiti radicati, con una storia di oltre un secolo, che un peso ce l’ha, anche come motore/base per un cambiamento. Si pensi, ad esempio, alla decisione di Blair di togliere dallo statuto del Labour la famosa “clausola 4”; la quale impegnava la sinistra britannica a raggiungere l’obiettivo del controllo dello Stato sui mezzi di produzione e di distribuzione. Obbiettivo di per sé già abbandonato, o forse mai veramente perseguito fino in fondo, effettivamente da tempo. Ma, di certo, una decisione di grande impatto. Di revisione ideologica, si potrebbe dire. Ma che non ha impedito, a distanza di anni, di rivedere un Corbyn alla guida dei laburisti.

Al PD tutto questo manca, e potrebbe essere un problema grave.

La nascita del Partito Democratico si fa, in un certo senso, coincidere con il discorso del Lingotto pronunciato da Veltroni. Ma, più che un’idea di partito, ne uscì un programma elettorale.

In esso faceva troppo spesso capolino il rifermento al berlusconismo, come contraltare per la fisionomia e l’identità di un partito che nasceva.  C’era l’indicazione di un programma di governo, condivisibile o meno che sia, non la costruzione di un partito.

Ed anche la “vocazione maggioritaria” sembra riguardare più aspetti “elettoralistici”, che ideali. Trovando il suo conforto più nella tipologia della legge elettorale, che nell’identità del partito.

Veltroni parlò di “riformismo”, ma quasi più come un “contenitore”, che un “contenuto” (socialista/socialdemocratico).

Un partito non si fa dall’oggi al domani, questo è chiaro, soprattutto quando le condizioni politiche, sociali ed economiche sono così complesse come quelle attuali. Tanto da rendere ogni programma sempre incerto. E questo vale anche per il Partito Democratico (che qualcuno avrebbe voluto già della Nazione).

Emanuele Macaluso, in un suo libro, riportaquesto antefatto: “Tanti anni fa Gerardo Chiaromonte partecipò a un congresso dell’Spd. Al suo ritorno gli chiesi notizie sui lavori. Gerardo mi rispose che quel che più d’ogni altra cosa l’aveva colpito era l’addobbo della sala in cui si svolgeva il congresso. Tanti drappi rossi con tante foto: Marx ed Engels, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, Kautsky, Bernstein e altri. Un partito che da tempo aveva fatto la grande svolta di Bad Godesberg non cancellava il suo passato e il suo a volte drammatico cammino”.

Il problema di (una) identità si pone con grande urgenza. Altrimenti, caduto “l’uomo forte” di turno, si rischia ogni volta la tabula rasa.

Per una Bad Godesberg socialista

Il socialismo europeo ha urgente bisogno di una risistemazione politico-ideologica. Ma non per diventare un’altra cosa; ma, al contrario, per ricostruire, su nuove basi e, certo, anche con nuovi strumenti, un rapporto vitale con il suo passato e il suo  futuro. Rapporto che si sta progressivamente perdendo. La socialdemocrazia reale, quella che è stata protagonista della battaglie politiche e sociali nel secolo scorso, aveva una visione critica del capitalismo. E oggi accettiamo passivamente (o contestiamo solo verbalmente) l’emergere della sua versione più aggressiva e globalizzata. La socialdemocrazia reale aveva nel suo orizzonte l’eguaglianza e la piena occupazione. Temi che sono scomparsi dal nostro orizzonte e anche dal nostro vocabolario. La socialdemocrazia reale promuoveva la democrazia. Mentre oggi si afferma, con il nostro concorso, l’idea dell’uomo solo al comando. E, infine e soprattutto, il nostro mondo era quello dell’internazionalismo pacifico  e solidale. Mentre oggi, anche perché chiusi nei nostri ristretti confini nazionali, siamo partecipi e complici di un’Europa che manda a picco greci e barconi all’insegna di un’ostilità, mista a disinteresse, per il mondo esterno.

Ma ci fermiamo qui. Perché una Bad Godesberg dovrebbe passare attraverso un vero e proprio salto di qualità nel nostro pensiero e nella nostra azione politica, di cui non si avvertono che minime tracce. E, per converso, perché il degrado che stiamo vivendo sembra, invece, inarrestabile. In questa situazione il titolo di questa nota dovrebbe essere “Salvare il salvabile”. La nostra eredità. Il nostro orizzonte. La nostra capacità, magari anche residuale, di rappresentare un punto di riferimento per una sinistra alternativa alla destra. Perché è queste sono oggi sotto attacco. E non da parte dei nostri avversari. Ma piuttosto da parte di un’infinità di non disinteressati consiglieri.

Il succo delle loro tesi è che i partiti, almeno nominalmente, socialisti possono salvarsi e prosperare solo gettando a mare il socialismo o, più esattamente, liberandosi dal medesimo. Era quello che diceva, meno di tre anni fa, il professor Monti di fronte alla scolaresca “migliorista”, in occasione del suo incontro annuale ad Orvieto: una sola via per uscire dalla crisi, l’austerità liberista; una sola formula per attuarla, l’unità nazionale; un solo nemico da combattere, il populismo. Una ricetta che è sopravvissuta al disastro: e che ci viene riproposta di continuo, in varie forme, come formidabile combinazione di pensiero unico e di senso comune.

A suffragarla due considerazioni di cucina elettorale. Quelle di cui ci occuperemo nella conclusione di questa. Il socialismo tradizionale, si dice, non ha futuro: perché i suoi rappresentanti perdono voti; e perché la sua base tradizionale è oramai acquisita dai partiti populisti che sono chiusi a qualsiasi ipotesi di alleanza e con cui non si può parlare perché sono antisistema. Mentre questo stesso futuro appartiene invece ai partiti liberi da qualsiasi vincolo e, quindi, in grado di parlare con tutti, così da diventare, in tutti i sensi, “partito della nazione”.

E’ bene, allora, “andare a vedere”. Per scoprire, da subito, che l’unico partito in giro che aspiri a questa qualifica deve, certo, i suoi consensi alla genialità del suo Capo ma anche al fatto di essere il punto di fusione tra le due grandi sensibilità politiche della prima repubblica ( che rappresentavano pur sempre, anche nell’atto del suo crollo, poco meno del 50% dei votanti ). E per verificare, in generale, che i partiti ( a partire da quello tedesco) coinvolti in grandi coalizioni non se la passano affatto bene. E sotto ogni punto di vista.

In questo mese di maggio si è votato non solo in Inghilterra, ma anche in Polonia (presidenziali) e in Spagna (elezioni locali a Madrid e Barcellona e nella maggioranza delle Regioni). In Polonia un populismo di segno clericale, identitario e sovranista ha battuto di stretta misura il suo rivale liberale ed europeista. Al terzo posto un cantante rock. A una cifra il consenso per il candidato socialista: espressione di un partito formato sul ceppo del vecchio partito comunista e poi riciclatosi (conservando del passato solo le abitudini) nel segno dell’internazionalismo liberista; nel bene, ma anche nel male. Qualche tempo prima, in Ungheria, le cose erano andate anche peggio: straconfermato Orban (variante più radicale dei confratelli polacchi); a difendere il popolo la “variante democratica”  delle croci frecciate; e i socialisti (variante peggiorativa del partito polacco) da nessuna parte.

In Spagna, il Psoe aveva subito in pieno, qualche anno fa, l’urto della crisi economica e del discredito per le sue pratiche. Ma, nonostante le pressioni internazionali, non si era acconciato a nessuna grande coalizione, modello italiano. Mantenendo ferma la sua opposizione alle politiche del governo Rajoy. In Spagna, Podemos non era andato alla carica contro tutto e tutti. Ma aveva partecipato alle elezioni in modo aperto e articolato, sostenendo con liste civiche, l’affermazione, a Madrid e Barcellona, di donne impegnate a fondo nelle lotte sociali e civili e collocandosi lungo due discriminanti fondamentali: quella populista (“basso contro l’alto”), ma anche quella sinistra-destra (battere il partito popolare). In Spagna esistono le condizioni per un’alleanza tra Podemos basata sul duplice obbiettivo di rinnovamento della politica e della radicale modifica delle politiche economiche e sociali imposte da Bruxelles. In Spagna la partecipazione al voto è aumentata; e la destra è stata battuta. E che a vincere è stata quella che una volta si chiamava “sinistra plurale”.

A questo punto, per carità, niente attese fuori luogo. Non c’è, in arrivo, nessun Settimo cavalleggeri. A noi basta, qui e oggi, sapere che esiste ancora; in Spagna e magari anche altrove. E, soprattutto, che è intenzionato a resistere.

 Alberto Benzoni 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Europa e le anomalie
del socialismo italiano

socialdemocrazia-l-altra-voce-dell-europaPerché in Italia non riesce a crescere una forza autenticamente socialista e democratica, sinceramente laica (che non vuol dire antireligiosa), riformista ed europeista (quindi, proprio per questo, consapevole anche di limiti, e contraddizioni, della stessa costruzione comunitaria negli ultimi vent’anni)? Se lo son chiesto, alla Biblioteca del Senato in Piazza della Minerva, relatori come Luciano Pellicani, docente di sociologia politica alla LUISS e direttore emerito di “Mondoperaio”, Gerardo Bianco, presidente del’ Associazione ex-parlamentari, Luigi Fenizi, funzionario del Senato e storico. Presentando l’ultimo libro di Giuseppe Averardi (senatore emerito e storico, già direttore di “Ragionamenti”, la vecchia rivista mensile del PSDI, e poi di “Ragionamenti Storia”, testata di dibattito storico-politico dell’ area riformista) “Socialdemocrazia – L’altra voce dell’ Europa” ( Roma, Datanews ed., 2014, E. 20,00). Molte, le cause di quest’anomalia: dall’eredità negativa di fenomeni come la Controriforma, col suo incredibile peso di “catafalchi dogmatico-liturgici” (per dirla con Gaetano Salvemini) e servilismo verso il potere al fascino che su larga parte del movimento operaio ha esercitato per decenni il massimalismo comunista, soprattutto togliattiano ( che, sulle orme di Lenin, addirittura proclamava la lotta alla socialdemocrazia sua principale ragione d’esistere). Continua a leggere

I ritardi della sinistra
in un libro di Averardi

GIOVANI-Socialismo“Come mai la socialdemocrazia italiana, pur avendo pienamente sposato la causa democratica, non ha mai compiuto un’ “operazione Bad Godesberg” sul modello dell’ SPD tedesca? E come mai un uomo come Saragat , consapevole dei limiti del marxismo, non ha investito di piu’ nella diffusione, in Italia, della vera cultura socialista democratica, da Bernstein agli intellettuali laburisti e fabiani britannici, agli economisti svedesi della “Scuola di Stoccolma” anni ’30, e agli stessi austromarxisti?”.

Con quest’interrogativo di base, pur da angolazioni diverse, Franco Ferrarotti, “Decano” dei sociologi ialiani, premio per la Sociologia 2001 dell’ Accademia dei Lincei, e Luciano Pellicani, docente di Sociologia politica alla LUISS di Roma, hanno presentato, alla sede nazionale della UIL in Via Lucullo, il libro di Giuseppe Averardi (parlamentare in pensione già membro della Direzione dello storico PSDI di Saragat e autore di vari saggi di storia contemporanea).

Una carrellata su centocinquant’anni di storia delle socialdemocrazie europee, con speciale attenzione ai risultati dei loro lunghi periodi di governo: dalla Svezia (1932 – 1976 e 1982 – 2006) all’Austria (1918 – 1920 e poi 1970 – 1986); dal Regno Unito, con la grande svolta impressa dal “New Labour” di Blair, alla Germania, dove centrale resta, nella storia dell’SPD e di tutta la democrazia europea, la storica “resa dei conti” col marxismo fatta a Bad Godesberg nel 1959. “Un’operazione analoga a quella di Bad Godsberg”, ha rilevato ancora Ferarrotti, “in Italia in realtà fu compiuta negli anni ’70, con l’azione delle storiche testate d’area riformista, come “Ragionamenti” (attivo già a metà anni ’50, insieme al quotidiano socialdemocratico “L’Umanità”), “Mondoperaio”, col suo circolo culturale, “Critica Sociale” e “Tempo presente”. Ma era tardi, perché un’operazione del genere, pur positiva, potesse incidere a fondo sulla cultura popolare italiana di sinistra”.

Angelo Sabatini, presidente della Fondazione “Giacomo Matteotti”, già direttore di “Tempo presente”, ha evidenziato le analogie tra l’iter politico-culturale di Averardi, ex-comunista approdato alle sponde socialdemocratiche con l'”indimenticabile ’56”, e quello di Ignazio Silone, spinto a cercare la celebre “Uscita di sicurezza” dalla consapevolezza dei gravi limiti morali, oltre che culturali, del comunismo marxista. Luigi Angeletti, segretario generale della UIL, ha sottolineato l’indispensabilità, per una socialdemocrazia del Duemila che voglia tornare a guidare veramente le società europee, di ripensare se stessa in termini nuovi, dinanzi allo “Tsunami” della globalizzazione, che sconvolge la forma Stato e tutte le categorie politiche tradizionali.
Fabrizio Federici

Socialdemocrazia – L’altra voce dell’ Europa
Roma, Data News ed., 2014, pp. 327, €. 20,00