Kurdistan. Curdi al voto, Erdogan schiera l’esercito

curdi statua peshmergaI curdi pronti al voto in Iraq (Kurdistan) per lo storico referendum sull’indipendenza da Baghdad, anche se il voto referendario non ha un valore legale vincolante, rappresenta comunque un colpo agli Stati della Regione che temono sempre di più l’approvazione di uno Stato curdo a discapito dei propri territori. Sono 12.072 i seggi a cui sono chiamati i 5,3 milioni di elettori curdi registrati, sparsi in tre province del Kurdistan autonomo: Erbil, Sulaimaniyah e Dohuk.
Ma si vota anche nella regione contesa di Kirkuk, ricca di petrolio e in parte controllata dalle milizie curdo-irachene. Si vota anche in altre zone contese, come alcuni distretti di Ninive, di cui Mosul è capoluogo, e altri della regione orientale di Diyala, confinante con l’Iran.
L’iniziativa referendaria, promossa dal presidente della regione autonoma curda Masoud Barzani, ha irritato e preoccupato il governo di Bagdad, tanto che il parlamento ha approvato oggi una serie di misure in risposta alla decisione della regione autonoma del Kurdistan di svolgere il controverso referendum per l’indipendenza. Il parlamento iracheno ha anche chiesto l’invio delle truppe nelle aree nel nord controllate dai curdi dal 2003.
“Meglio morire combattendo che lentamente di fame”, afferma il leader curdo e presidente della regione autonoma curda, Massoud Barzani, nel palazzo presidenziale di Sari Blend, sul perché della sua iniziativa referendum sull’indipendenza.
Si tratta di “un passo verso un futuro migliore”, ha detto il ministro degli Esteri curdo, Falah Mustafa, da poco rientrato da New York dove ha partecipato ai lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu.
Il referendum in questione non è una richiesta politica ma un’istanza popolare che rappresenta un’opportunità di dialogo e di comunicazione con Baghdad, ha ribadito inoltre Mustafa. Tuttavia la comunità internazionale ha più volte chiesto ai curdi di fermare l’iniziativa referendaria proprio per evitare scontri in una Regione in continuo conflitto.
Gli Stati Uniti e l’Ue hanno chiesto al presidente uscente della regione autonoma del Kurdistan, Masoud Barzani, e ai leader curdi di rimandare il referendum sull’indipendenza di almeno tre anni per tutelare l’integrità del paese. Oltre all’Iraq, la Turchia minaccia serie conseguenze nei rapporti con il Kurdistan iracheno, mentre l’Iran teme a sua volta che il voto possa galvanizzare le minoranze curde che vivono sul suo territorio.
Le forze armate di Ankara da una settimana sono impegnate in esercitazioni militari alla frontiera. E questa non è la sola conseguenza legata al referendum: nei giorni scorsi Erdogan aveva preannunciato sanzioni contro la regione e oggi ha confermato in un discorso trasmesso in diretta dalla televisione curda irachena Rudaw: “Bloccheremo l’export del petrolio dalla regione curda”. “Siamo sconcertati da questo tentativo. Il referendum indetto dal governo regionale del Kurdistan è contro il buon senso e mette in pericolo la pace e la stabilità non solo dell’Iraq, ma anche quella della regione” si legge nella nota del ministero turco che ha anche raccomandato ai propri concittadini di lasciare il Kurdistan iracheno. Nel frattempo il ministro turco delle dogane ha smentito che sia stata chiusa la frontiera terrestre all’arrivo dal nord dell’Iraq, come hanno scritto i media turchi bella giornata in cui i curdi della regione autonoma irachena votano nel referendum sulla loro indipendenza.

Mostra di Muhammad Abdullah, fotografo di guerra Reuters

Per il decimo anno consecutivo, il 20 maggio torna a Roma (Stadio Nando Martellini, Terme di Caracalla) Sport Against Violence Event, lo speciale villaggio dello sport per la Pace, gemellato con le maratone di Baghdad ed Erbil, che vede riuniti in un’unica giornata atleti, dilettanti, famiglie, migranti e attivisti per giocare e dialogare sotto il segno delle buone pratiche inter-religiose e interculturali.

Sport Against Vionece_20 maggio 2017Insieme allo Sport, per la prima volta in Italia, “Reagire alla guerra: sport e società civile in Siria”, mostra fotografica di Muhammad Abdullah (ex fotografo di guerra della Reuters attualmente rifugiato in Belgio), Radio Alwan e Arta.fm (media radio e tv dell’area) con le squadre femminili di calcio e immagini dai campi.

Fin dai primi anni del regime siriano, lo sport e le squadre nazionali sono stati uno strumento di propaganda di stato e di esaltazione del nazionalismo pan-arabo, in continuità con l’esempio sovietico degli anni della guerra fredda. A sei anni dall’inizio della rivolta ed a cinque da quello della guerra, in ogni parte della Siria e lì dove si ammassano i profughi del martoriato paese mediorientale nascono iniziative sportive. Il gioco e la competizione sono lo strumento per distrarre i giovani dalla brutale quotidianità della guerra e bastano poche ore senza combattimenti per rivedere i bambini sfidarsi a pallone per le strade. Attraverso lo sport si ricostruiscono i legami sociali lacerati da una guerra che ha spinto più di metà della popolazione fuori dalle proprie case, si offre un’occasione di spensieratezza ma anche di sfogo a giovani troppo spesso costretti a vivere nella paura ed attraversati dalla forte aggressività dovuta ai traumi. Non c’è una famiglia che non abbia perso qualche membro, in tante la frustrazione di non riuscire a mettere un piatto caldo in tavola si trasforma in un clima domestico teso e difficile.

Negli scatti in esposizione nell’evento annuale di Sport Against Violence vedremo le immagini del campionato di calcio tra le squadre delle organizzazioni della società civile nel nord del paese, i giochi dei bambini siriani nei campi profughi informali del Libano, l’esperienza delle squadre femminili di calcio e pallavolo nate fin dal 2013 ad Amuda, nell’area curdo siriana e quelle della maratona degli atleti diversamente abili e feriti in guerra che si è tenuta nei sobborghi damasceni.

Alcuni esempi di una società che cerca di reagire alla guerra e di costruire anticorpi contro il perpetrarsi della spirale della violenza anche attraverso la rinascita di federazioni ed associazioni sportive nelle aree al di fuori del controllo del governo di Damasco, nel tentativo di restituire normalità ai giovani.

Le foto in Libano sono state scattate da: Muhammad Abdullah, ex fotografo di guerra della Reuters attualmente rifugiato in Belgio; quelle del calcio dal team di Radio Alwan (la radio a colori, emittente della zona di Idleb); quelle delle squadre femminili sono di Arta.fm, emittente plurilingue che trasmette nell’area curdo siriana e promuove progetti sportivi inclusivi.

Paura a Baghdad: l’Isis rivendica l’attacco

bagadadIl terrore continua purtroppo a diffondersi: mercoledì 29 marzo ’17 si è verificato l’ennesimo attacco terroristico dell’Isis nella parte meridionale della città di Baghdad, causando una decina di vittime e un numero ancora non certo e sempre crescente di feriti. L’attacco suicida, avvenuto per mezzo di un camion-bomba contro un check-point, è stato successivamente rivendicato dallo Stato Islamico attraverso la sua agenzia stampa “Amaq”, in cui il kamikaze è stato identificato con un “martire alla guida di un camion contenente diverse tonnellate di esplosivo”.

L’Isis cerca ormai da parecchio tempo di contrastare le forze irachene per il dominio della città di Mosul. Secondo le fonti, il conducente avrebbe innescato gli esplosivi in un posto di controllo delle forze di sicurezza a sud di Baghdad, facendo saltare in aria il camion in mezzo ad altri veicoli fermi al posto di blocco.

Il clima di allarme non si placa, si percepisce ancora nell’aria la paura per l’attacco di Londra del 22 marzo ’17 (verificatosi nel giorno del primo anniversario degli attentati di Bruxelles), iniziato nelle vicinanze del ponte di Westminster e proseguito nei pressi del Palazzo di Westminster.

È di oggi, inoltre, la notizia dello smantellamento di una cellula jihadista a Venezia: lo sgomento e l’angoscia sono purtroppo in continuo aumento.

La settimana del terrore che spacca la Germania

attentati germania terrorismoMentre a Rouen, in Francia, riesplode la violenza dell’ISIS, la Germania si trova a riflettere sulla propria settimana di fuoco: Würzburg, Monaco, Reutlingen e Ansbach, quattro atti di violenza che in 7 giorni hanno portato il terrore in Germania.

I fatti
Il 18 luglio un teenager di origine Afghana o Pakistana, gli inquirenti sono ancora indecisi, ferisce con un ascia tre cittadini cinesi di Hong Kong all’interno di un treno regionale nei pressi della città bavarese di Würzburg per poi venire ucciso dalla Polizia. Niente di organizzato, ma durante le indagini, la Polizia scopre un video in cui il giovane, Muhammad Riyad, giurava fedeltà allo Stato Islamico e il suo intento di vendicare la morte di un amico in Afghanistan.

Passano quattro giorni ed il 22 luglio un altro diciottenne, un tedesco con origini iraniane, apre il fuoco in un McDonalds vicino al centro commerciale Olympia nell’ex-quartiere olimpico di Monaco, sempre in Baviera. Con una pistola comprata su una Darknet, una rete virtuale privata, il giovane uccide 9 persone, un apolide, un kosovaro, un greco, un ungherese, un turco e quattro tedeschi, di cui due con doppia cittadinanza turca. Infine, si suicida. Secondo gli inquirenti era da un anno che pianificava l’atto attratto dall’esempio di Andreas Breivik, il neo-nazista norvegese che cinque anni fa fece una strage nel corso della festa della gioventù socialista sull’isola di Utoya, al largo di Oslo, uccidendo 77 persone. Il giovane, sembra, aveva problemi di instabilità mentale acuiti, dicono le prime indagini, da atti di razzismo e bullismo subiti a scuola.

Quarantotto ore dopo, il 24 luglio, un profugo Siriano di 21 anni uccide a Reutlingen una donna polacca e ferisce due passanti usando un coltello da Kebab, tramutatosi, nella retorica di alcuni giornali, in un machete. Il suo raptus di follia omicida finisce grazie all’intervento di un’automobilista che, di proposito, lo investe. Anche qui nessun collegamento con lo Stato Islamico, anzi, il crimine avrebbe uno sfondo passionale essendo la vittima la fidanzata dell’assassino.

Infine, domenica notte, Mohammed Delel, anche lui profugo siriano, si fa saltare in aria davanti ad un locale ad Ansbach in Baviera. L’attentatore sarebbe dovuto essere trasferito in Bulgaria, dove era stato accettato il suo diritto di asilo, già una decina di giorni prima dell’attentato, ma il viaggio era stato posticipato per l’instabilità mentale dell’uomo. Anche qui, come negli altri casi, problemi mentali; anche qui, come a Würzburg, un video sui social network ricollega Mohammed Delel all’ISIS.

Sembra un bollettino di guerra, ma in realtà è una tragica lista di folli atti la cui origine non è da cercare nello Stato Islamico, ma nel disagio personale, sociale e mentale che si traduce in violenza e solo in due casi su quattro in una matrice islamista, peraltro spontaneista e non organizzata. Eppure lo Stato Islamico c’entra, solo che non è l’ISIS reale che combatte, e perde, in Sira e, soprattutto, in Iraq. Tanto meno non si tratta della rete terroristica che colpisce militarmente a Baghdad, Dacca o in Afghanistan. Anche qui, come a Nizza la settimana prima, è il marchio dell’ISIS che trionfa come vessillo per folli lupi solitari.

A Würzburg come ad Ansbach, riferisce la stessa agenzia di stampa dell’ISIS Aamaq, si tratta di singoli che hanno “risposto agli appelli di colpire i paesi della coalizione che combattono lo Stato Islamico”, quindi non militanti o combattenti tornati dal fronte, come in Belgio, ma singoli individui auto-radicalizzatesi su Internet. L’ISIS c’entra anche negli altri due casi, dove atti di violenza compiuti da individui instabili vengono immediatamente accomunati al “terrorismo” solo perché compiuti da un profugo e un tedesco di origine iraniana. Così si scatena l’opinione pubblica contro la politica dell’accoglienza di Angela Merkel che in taluni casi, nei Social, si spinge a bollare la Cancelliera quale “responsabile morale” degli attentati.

Le reazioni politiche
La prima a spaccarsi è l’Union, ovvero il soggetto politico che lega la CDU, il partito di Angela Merkel, alla CSU, la sua controparte bavarese. Da mesi infuria la lotta fra Monaco e Berlino sull’accoglienza ai profughi, con la prima molto scettica sull’effettiva validità di questa politica. Passano infatti poche ore dalla strage di Monaco che il Ministro degli Interni bavarese ipotizza il dispiego dell’esercito per contrastare l’ondata di violenza.

Un’idea irrealistica e vietata dalla costituzione, ma che viene ripresa, a scopi propagandistici dal Ministro della Difesa Von Leyen, per dire alla popolazione che il Governo è pronto e vigile nel contrastare futuri attacchi. Angela Merkel, come sua consuetudine, tace aspettando di far calmare le acque per far sentire la sua voce. Questo non aiuta una CDU in cui da mesi si affrontano posizioni pro e contro i profughi. Lunedì sono arrivate le reazioni del Ministro degli Interni berlinese Henkel che dichiara che in Germania “abbiamo importato persone brutali” e quella del deputato sassone Krah che sottolinea come “la politica dell’accoglienza abbia conseguenze mortale”. Dichiarazione che arrivano da quei Land orientali in cui cresce il voto per l’estrema destra di AfD ai danni, soprattutto, della CDU.

Se la CDU piange, la SPD non ride. Il deputato Flisek punta il dito contro la politica della Merkel che ha aumentato il rischio attentati nel paese mentre il Ministro per l’Integrazione Özoğuz sottolinea come il 99,99% dei profughi arrivi in Germania per scappare alla violenza. Per il ministro “la realtà è più complessa di un Tweet di AfD. Così la pensa anche il vice capogruppo della Linke, la sinistra tedesca, Jan Korte andando in disaccordo però con il capogruppo Sarah Wagenknecht che coglie l’opportunità di attaccare il governo di Angela Merkel e la SPD sua alleata, sottolineando come il Governo abbia sottovaluto il problema dei Profughi.

Il mito del multiculturalismo infranto
L’incertezza della politica si riflette nella società tedesca. Che la matrice islamista sia ideale o, in due casi totalmente inesistente, poco importa e in sette giorni la Germania si ritrova a fare i conti con l’esistenza o meno di una vera società multiculturale. Si tratta di un tema molto importante per il paese. Negli ultimi anni, la Germania si è sentita al sicuro da radicalizzazione e violenze, lontana dalle rivolte delle Banlieu Francesi, del razzismo nell’Europa Orientale e dei problemi delle periferie londinesi, protetta dalla sua identità multiculturale e dal mito della sua accoglienza. Specchio del successo di questa politica è stata la Nazionale di calcio campione del mondo composta da tedeschi di origine turca, marocchina, ghanese, albanese e polacca, simbolo di una Germania organizzata, multiculturale, potente e vincente. Sicura di sé, si è sentita pronta per accogliere i profughi cosa che ha provocato la reazione di buona parte della società tedesca. Il quadro, infatti, non era così idilliaco come lo si voleva dipingere.

In Germania Orientale, città come Berlino, Dresda e Lipsia soffrono da anni di episodi neo-nazisti o di generica xenofobia. Nella capitale il tanto sbandierato multiculturalismo si traduce spesso in comunità ghettizzate e autarchiche, lontane l’una dall’altra che, nei quartieri più disagiati vivono fianco a fianco con il disagio economico e sociale. Episodi di tensione sociale, soprattutto nelle scuole esistono da anni sia che si tratti di assalti ad immigrati, sia che si tratti di emarginazione di scolari. A tutto questo poi, va ad aggiungersi il crescente divario fra ricchi e poveri che colpisce indiscriminatamente tedeschi ed immigrati non solo all’Est ma in tutta la Germania. In questo scenario attecchiscono i radicalismi, sia di estrema destra che islamista. Da una parte nascono così fenomeni di iper-radicalizzazione, 800 i combattenti dell’ISIS di origine tedesca, o, dall’altro, lato la crescita di AfD ora al 12% nazionale ed il 20% in alcuni Land, e la nascita di PEGIDA, l’associazione di cittadini preoccupati per la islamizzazione dell’occidente”.

Impaurita e politicamente vacillante, la Germania si ritrova così, alla fine della sua settimana di fuoco, a vivere un “terrore” che viene dal suo stesso interno. Peccato che, per molta opinione pubblica, e alcuni membri della classe dirigente del paese, il problema non sia né politico né sociale, ma sempre e solo uno: i profughi.

Simone Bonzano

Iraq, ecco la mappa dei finanziatori dei jihadisti

Ribelli IsisLa situazione in Iraq sta seriamente precipitando se oggi a Bagad è giunto persino il segretario di Stato americano, John Kerry, per incontrare il premier sciita Nuri al Maliki. I jihadisti dello ‘Stato islamico dell’Iraq e del Levante’ (Isis), infatti hanno consolidato il controllo di ampie zone nel nord e nell’ovest dell’Iraq e hanno conquistato l’aeroporto di Tal Afar, dopo aver preso le città di Rawa e Ana, tanto che il Kuwait ha richiamato l’ambasciatore per motivi di sicurezza mentre la Exxon e la BP, e da qualche giorno anche l’ENI, stanno  smobilitando perché gli impianti petroliferi sono un obbiettivo privilegiato dei jihadisti.
Ma come ha fatto l’organizzazione terroristica dei ribelli iracheni a battere su più fronti l’esercito dei regolari e ad impadronirsi in così poco tempo dei punti nevralgici del Paese? E soprattutto come riesce a finanziarsi? Continua a leggere

13 dicembre 2003: la fine di Saddam

Cattura-Saddam-HusseinIl 13 dicembre del 2003, nel corso dell’operazione ‘Alba Rossa’, un dispiegamento di soldati americani ai quali si unirono guerriglieri curdi catturò Saddam Hussein. L’ex dittatore iracheno era nascosto sul fondo di un pozzo in una fattoria vicina alla città di Tikrit. Il rais, riferì poi chi lo stanò, stava accovacciato in una buca malamente scavata e occultata nel terreno, un cunicolo così angusto che poteva accogliere solo una persona alla volta. Il rifugiato nell’antro claustrofobico poteva respirare a malapena grazie a un rudimentale impianto di areazione. Continua a leggere