Madri detenute, una stella nel mondo carcerocentrico

Bambino con madre dietro sbarre

I recenti fatti di cronaca hanno riaperto una delle profonde ferite del diritto penale: il (grossissimo) problema-sociale e, soprattutto, giuridico-delle madri detenute. Lo ius puniendi, infatti, nel caso in esame, oltreché “tendere alla rieducazione del condannato (1)”, deve essere mitigato dai diritti-doveri posti, dalla costituzione, a salvaguardia della maternità e dell’infanzia (2): come è facile comprendere, ad oggi, un vero equilibrio tra l’esecuzione della pena e la tutela delle madri carcerate e dei loro figli non è stato raggiunto.

Tale problematica non è da sottovalutare perché i dati ufficiali, attualmente, fotografano la presenza di ben 52 detenute madri-con 62 figli al seguito-all’interno degli istituti penitenziari italiani (3) e questi numeri, dal 93 ad oggi, sono tra i più elevati. Occorre ricordare, inoltre, che la famiglia è una “comunità di persone, che preesiste, di fatto, allo stato e all’ordinamento ed è deputata a svolgere un ruolo primario anche in ambito sociale (4)”: approntare una tutela a favore delle detenute madri e dei loro figli è, pertanto, imprescindibile.

La normativa di riferimento, al fine di fornire tale tutela, prevede espressamente che “alle madri è consentito di tenere presso di sé i figli fino all’età di tre anni. Per la cura e l’assistenza dei bambini sono organizzati appositi asili nido (5)”. Il designato punto di equilibrio tra l’esigenza di punire dello stato ed il rapporto madre-figlio pare, tuttavia, un po’ (troppo?) paradossale: se è vero, ed è vero, che il limite dei tre anni è sorto a seguito della presa d’atto della nocività del carcere, allora, non si comprende come si possa consentire ad un bambino di vivere i primi tre anni della propria vita in tale contesto. “Che si debba punire la colpa dei padri nei figli?”: verrebbe da dire. Fuori dalle (facilissime) provocazioni viene da dire che, come in altri casi, il carcere persegue finalità altre rispetto alla rieducazione e, nel caso de quo, prevarica i diritti costituzionali della maternità.

Le riflessioni sul problema delle madri detenute devono, tuttavia, essere operate tenendo conto dei due differenti piani della “carcerazione”: la fase cautelare va, infatti, distinta nettamente da quella esecutiva della pena. Per quanto attiene all’esecuzione della pena si deve, anzitutto, sottolineare che quest’ultima è differita “se deve avere luogo nei confronti di madre di infante di età inferiore ad anni uno (6)”: un bambino di sei mesi, quindi, potrà trovarsi ristretto insieme alla madre solo se quest’ultima è sottoposta a custodia cautelare in carcere. Se, invece, “una pena restrittiva della libertà personale deve essere eseguita nei confronti di madre di prole di età inferiore a tre anni (7)” la pena può, e non deve, essere differita: già si ravvisa, in tali parole, l’esistenza di una forte discrezionalità in capo al magistrato di turno. Per quanto concerne le misure alternative alla detenzione si potrebbe, al di là della detenzione domiciliare “standard” ex art. 47ter (8), citare la detenzione domiciliare speciale ex art. 47quinquies per la quale “quando non ricorrono le condizioni di cui all’articolo 47ter le condannate madri di prole di età non superiore ad anni dieci, se non sussiste un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti e se vi è la possibilità di ripristinare la convivenza con i figli, possono essere ammesse ad espiare la pena nella propria abitazione (9)”: un’altra norma che, al di là delle facili astrazioni, concede un’eccessiva discrezionalità alla magistratura e, per tale ragione, può divenire di rara applicazione.

Il paradosso della disciplina delle detenute madri si evince, forse ancor di più, allorquando si osservino i vincoli ai quali queste ultime sono sottoposte in funzione cautelare, piuttosto che esecutiva della pena. A tal proposito l’art. 275 comma IV c.p.p. stabilisce che “quando imputati siano donna incinta o madre di prole di età non superiore a sei anni con lei convivente […] non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza”. In tali ipotesi, a seguito dell’art. 1 comma III della l. 62 del 2011, “il giudice può disporre la custodia presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri, ove le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza lo consentano (10)”. Si può dire, in estrema sintesi, che, di default, le madri di prole di età non superiore ai sei anni non possono essere sottoposte alla custodia cautelare in carcere: così è, tuttavia, fino a che non sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. Qualora sussistano, viceversa, il giudice può, sempre se le eccezionali esigenze cautelari lo consentano, sostituire la custodia cautelare in carcere con la custodia presso le “ICAM”: sperimentali e sporadici luoghi di detenzione che, seppure non ne possiedano il nome, rimangono tali. Non occorre sottolineare che nelle misure cautelari, forse ancor più che nell’esecuzione della pena, il magistrato sembra divenire depositario di un’eccessiva discrezionalità avendo riguardo alla tematica de quo: si ragiona, infatti, sempre e comunque in un’ottica cautelare saltando, a piè pari, qualsiasi disquisizione sui diritti ed i doveri costituzionalmente garantiti della maternità.

L’osservazione complessiva della disciplina delle detenute madri-nella fase esecutiva della pena ed in quella cautelare-sembra dimostrare che l’enorme problematica ad essa associata è, in realtà, figlia di una più ampia e complessa immagine del diritto penale: si potrebbe dire, con una metafora, che non è altro se non una stella (cadente?) dell’universo carcerocentrico.

Si può dire, infatti, che il carcere venga dipinto, sempre e comunque, come la pena maggiormente idonea a fronteggiare la pericolosità sociale e, conseguentemente, più adeguata a tutelare le esigenze di sicurezza dei consociati: questa concezione si riflette, indubbiamente, nella tematica delle madri detenute. La normativa sul tema, infatti, può “reggere costituzionalmente” fintantoché ci si trovi innanzi a detenute madri che abbiano commesso (o siano indagate per) reati di modesta entità: che dire, tuttavia, quando le detenute siano ritenute socialmente pericolose? Nella tragica realtà dei fatti non è, infatti, peregrino sostenere che la pericolosità sociale si desume, per lo più, dalla gravità del reato oggetto del giudizio: ed è proprio quando quest’ultimo è grave che il sistema carcerocentrico e la disciplina delle madri detenute entrano in cortocircuito.

Nel momento in cui si ritiene sussistente la pericolosità sociale, infatti, le madri, quasi sicuramente si vedranno catapultate in carcere insieme ai propri figli di età pari od inferiore a tre anni. Questa riflessione, ahimè, vale in entrambi i binari della carcerazione: l’unica differenza tra i due è che nella fase dell’esecuzione la madre ed il figlio entreranno in carcere solo se quest’ultimo è di età pari o maggiore ad un anno. Successivamente alla condanna, infatti, molto difficilmente un giudice deciderà di differire l’esecuzione della pena nei confronti di una madre con prole di età inferiore a tre anni: non dissimilmente sarà assai arduo ottenere una misura alternativa al carcere come la detenzione domiciliare speciale. Non dissimilmente, per quanto attiene alla fase cautelare, quale giudice, in presenza di pericolosità sociale, eviterà alla madre la custodia in carcere? In buona sintesi, in tal caso, soltanto la madre di infante di età inferiore ad anni uno si eviterà-momentaneamente-il carcere, poiché in tal caso l’esecuzione della pena è differita ex art. 146 c.p.: non è differibile, tuttavia, la custodia cautelare in carcere.

La pericolosità sociale e la gravità del reato oggetto di giudizio sono, in buona sintesi, le scosse in grado di destabilizzare l’intero sistema del diritto penale carcerocentrico: se, infatti, il carcere si considera come la pena “regina” al fine di arginare i “mali della società” allora, ogniqualvolta ci si trovi innanzi ad uno di questi ultimi il primo dovrà, sempre e comunque, essere chiamato in causa, in sfregio ad ogni ulteriore diritto-dovere costituzionalmente garantito. È per tale ragione che occorre “superare il sistema sanzionatorio di tipo carcerocentrico, ingessato nella bipolarità detentivo-non detentivo. La detenzione non deve, cioè, essere concepita quale unica alternativa alla non punizione e la variegatura delle possibili sanzioni […] avrebbe il duplice vantaggio, se attuata con attenzione ed intelligenza, non soltanto di alleviare la situazione carceraria, ma soprattutto di elidere l’effetto criminogeno della struttura carceraria (11)”.

Spesso le grandi innovazioni del diritto penale sono sorte a seguito della loro sperimentazione nel terreno del diritto minorile: perché non smettere di vedere il carcere come la migliore delle pene partendo proprio da qui? Il carcere, infatti, pare godere di un’aura di sacralità idonea a gettarlo, all’interno dell’universo giuridico, in posizione baricentrica: un po’ come se fosse quella terra immaginata dal sistema tolemaico. “Eppur si move”: verrebbe, allora, da dire. Il carcere, infatti, “come accade per tutti i modelli consueti di azione sociale […] si [è

] circondato di un senso di inevitabilità che è contemporaneamente legittimazione dello status quo (12)”: è, tuttavia, nei singoli riflessi di tale visione del diritto penale, tra i quali si annovera il problema delle madri detenute, che si coglie la fallacia della stessa. Fino a che il carcere sarà visto, o si farà finta di vederlo, come la pena più idonea a garantire la sicurezza dei consociati, molto probabilmente, continuerà ad esistere il problema delle madri detenute: i recenti fatti di cronaca, infatti, hanno unicamente creato l’effetto zoom su uno dei rami dell’albero carcerocentrico che, come è facile capire, ha radici ben più nascoste e profonde.

Restiamo in attesa di una rivoluzione copernicana in ambito penale che sappia dimostrare che il carcere non è al centro dell’universo punitivo poiché è soltanto una delle pene possibili (e, molto probabilmente, quella meno efficace) e provi che, casomai, tale posizione è occupata dall’uomo e dalla sua rieducazione. Occorre, infatti, “prendere coscienza del fatto che il diritto penale si basa su una sorta di incanto, su una sorta di illusione [poiché esiste una] trascendenza che fa credere a una differenza tra vendetta, sacrificio e sistema punitivo [e che] consente di ingannare anche la violenza e rompere il rischio di una ritorsione infinita (13)”: se, tuttavia, la pena cardine dell’intero sistema-il carcere-non raggiunge i risultati che promette, allora, l’illusione cessa di esistere e rimane unicamente la tragica realtà conosciuta da tutti.

Daniel Monni

Note
1 Art. 27 Costituzione
2 Artt. 30,31 Costituzione
3 Cfr.
4 MASTROPASQUA G., La legge 21 aprile 2011 n. 62 sulla tutela delle relazioni tra figli minori e genitori detenuti o internati: analisi e prospettive, in Diritto Famiglia, fascicolo IV, 2011, pagina 1853
5 Art. 11, l- 26 luglio 1975, n. 354
6 Art. 146 c.p.
7 Art. 147 c.p.
8 Cfr. l. 354 del 1975
9 Ibidem
10 Art. 285bis c.p.p.
11 CIANI G. Intervento del procuratore generale della corte suprema di cassazione, Roma, 24 gennaio 2014
12 GARLAND D., Pena e società moderna. Uno studio di teoria sociale, Milano, 1999, pagina 41
13 BARTOLI R., Nella colonia di Franz Kafka: Dann ist das gericht zu ende, in Rivista italiana di Diritto e Procedura Penale, fascicolo III, Milano, 2014, pagine 1598 e seguenti

Unicef, ogni 5 secondi muore un bambino

unicef

Secondo le nuove stime sulla mortalità diffuse dall’UNICEF, dall’OMS, dalla Divisione delle Nazioni Unite per la Popolazione e dal Gruppo della Banca Mondiale, nel 2017 sono morti circa 6,3 milioni di bambini sotto i 15 anni, uno ogni 5 secondi, spesso per cause prevenibili. La maggior parte di queste morti, 5,4 milioni, avvengono nei primi 5 anni di vita, e circa la metà sono di neonati.

A livello mondiale, nel 2017, la metà di tutte le morti sotto i 5 anni è avvenuta in Africa Subsahariana, e un altro 30% in Asia Meridionale. In Africa Subsahariana, un bambino su 13 è morto prima del suo quinto compleanno. Nei paesi ad alto reddito, questo numero era di 1 su 185.

Il Direttore dei Dati, Ricerca e Politiche dell’UNICEF, Laurence Chandy, ha dichiarato: “Senza un’azione immediata, entro il 2030 moriranno 56 milioni di bambini sotto i 5 anni, la metà dei quali neonati. Dal 1990 abbiamo compiuto notevoli progressi per salvare i bambini, ma in milioni stanno ancora morendo a causa delle circostanze e del luogo in cui nascono. Con soluzioni semplici come medicine, acqua pulita, energia elettrica e vaccini, possiamo cambiare questa realtà per ogni bambino”.

La maggior parte dei bambini sotto i 5 anni muore per cause prevenibili o curabili come complicazioni durante la nascita, polmonite, diarrea, sepsi neonatale e malaria. A confronto, gli infortuni diventano sempre più causa di morte tra i bambini fra i 5 e i 14 anni, soprattutto per annegamento e incidenti stradali. Anche in questo gruppo di età esistono differenze a livello regionale: un bambino proveniente dall’Africa Subsahariana ha un rischio di morte 15 volte maggiore che in Europa.

Per i bambini, ovunque nel mondo, il periodo più a rischio è il primo mese di vita. Nel 2017, 2,5 milioni di neonati sono morti nel loro primo mese di vita. Un bambino nato in Africa Subsahariana o in Asia Meridionale aveva una probabilità nove volte maggiore di morire nel primo mese di vita rispetto a un bambino nato in un paese ad alto reddito. I progressi per salvare le vite di neonati sono stati più lenti rispetto a quelli per gli altri bambini sotto i 5 anni dal 1990.

Anche all’interno dei paesi persistono delle disparità. I tassi di mortalità sotto i 5 anni fra i bambini nelle aree rurali sono, in media, del 50% più alti rispetto a quelli delle aree urbane. Inoltre, coloro che sono nati da madri non istruite hanno una probabilità oltre due volte maggiore di morire prima di compiere cinque anni rispetto a quelli nati da madri con un’istruzione di livello secondario o superiore.

In Italia il tasso di mortalità sotto i 5 anni nel 1990 era di 10 morti ogni 1.000 nati vivi, mentre nel 2017 è calato a 3 morti ogni 1.000 nati vivi.

Nel 1990 il tasso di mortalità sotto 1 anno era di 8 morti ogni 1.000 nati vivi, mentre nel 2017 è calato a 3.

Nel 1990 il tasso di mortalità neonatale nel 1990 era di 6 morti ogni 1.000 nati vivi, mentre nel 2017 è calato a 2.

La dottoressa Princess Nono Simelela, assistente del Direttore Generale per la Salute della Famiglia, delle Donne e dei Bambini dell’OMS, ha dichiarato: “Milioni di neonati e bambini non dovrebbero morire ancora ogni anno per mancanza di accesso ad acqua, servizi igienico-sanitari, nutrizione adeguata o servizi sanitari di base. Dobbiamo rendere la fornitura dell’accesso universale a servizi sanitari di qualità prioritaria per ogni bambino, in particolare nel periodo vicino alla nascita e nei primi anni di vita, per dare loro le condizioni migliori per sopravvivere e crescere”.

Timothy Evans, Direttore senior e capo del Gruppo della Banca Mondiale per salute, alimentazione e popolazione, ha detto: “Più di sei milioni di bambini che muoiono prima del loro quindicesimo compleanno sono un costo che non possiamo permetterci. Porre fine alle morti prevenibili e investire nella salute dei giovani è una base fondamentale per costruire il capitale umano dei paesi, che guiderà la loro crescita e prosperità futura”.

Nonostante queste sfide, ogni anno nel mondo sta morendo un numero minore di bambini. Il numero di bambini sotto i 5 anni che muoiono è diminuito fortemente dai 12,6 milioni del 1990 ai 5,4 milioni del 2017. Nello stesso periodo, il numero di morti fra i bambini di età maggiore, fra i 5 e i 14 anni, è calato da 1,7 milioni a meno di un milione.

Il Sottosegretario generale per gli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite, Liu Zhenmin, ha dichiarato: “Questo nuovo rapporto sottolinea gli importanti progressi compiuti dal 1990 nella riduzione della mortalità fra i bambini e i giovani adolescenti. Ridurre le ineguaglianze assistendo i neonati, i bambini e le madri maggiormente vulnerabili è essenziale per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile per porre fine alle morti infantili prevenibili e per assicurare che nessuno venga lasciato indietro”.

I paesi in cui si è registrato un tasso maggiore di  mortalità sotto i 5 anni  sono: Somalia (127 su 1.000 nati vivi), Ciad (123), Repubblica Centrafricana (122), Sierra Leone (111) e Mali (106).

Repubblica Centrafricana (88 bambini ogni 1.000 nati vivi), Sierra Leone (82), Somalia (80), Ciad (73), Repubblica Democratica del Congo (70) sono i primi 5 paesi al mondo in cui nel 2017 si è registrato il più alto tasso di  mortalità sotto un anno.

I paesi in cui si è registrato un tasso maggiore di mortalità neonatale sono: Pakistan (44 ogni 1.000 nati vivi), Repubblica Centrafricana (42), Sud Sudan (40), Somalia (39) e Afghanistan (39).

Per i bambini, ovunque nel mondo, il periodo più a rischio è il primo mese di vita. Nel 2017, 2,5 milioni di neonati sono morti nel loro primo mese di vita. Un bambino nato in Africa Subsahariana o in Asia Meridionale aveva una probabilità nove volte maggiore di morire nel primo mese di vita rispetto a un bambino nato in un paese ad alto reddito. I progressi per salvare le vite di neonati sono stati più lenti rispetto a quelli per gli altri bambini sotto i 5 anni dal 1990. Anche all’interno dei paesi persistono delle disparità. I tassi di mortalità sotto i 5 anni fra i bambini nelle aree rurali sono, in media, del 50% più alti rispetto a quelli delle aree urbane. Inoltre, coloro che sono nati da madri non istruite hanno una probabilità oltre due volte maggiore di morire prima di compiere cinque anni rispetto a quelli nati da madri con un’istruzione di livello secondario o superiore.

Se, in alternativa i soldi spesi per le guerre sparse nel mondo e per arginare il problema dell’immigrazione, fossero spese per migliorare le problematiche esistenziali nei Paesi più poveri del mondo, forse ci sarebbe un mondo migliore ed anche un fenomeno migratorio più contenuto. Oggi si solleva il problema dell’immigrazione continuando a spendere soldi per curare la sintomatologia, facendo, invece, ben poco per curare la patologia. Anche le dodici motovedette regalate dall’Italia alla Libia sono finalizzate alla cura sintomatologica del problema. Invece, con una spesa equivalente, si sarebbe potuto dare un significativo contributo per iniziare quella cura patologica necessaria a creare condizioni di vita migliori per le popolazioni elencate dal Rapporto fatto dalle autorevoli istituzioni internazionali. Il Rapporto, fa una radiografia eloquente di quelle che sono le più gravi problematiche dell’umanità e dei luoghi in cui si trovano.

La soluzione è un problema politico serio che non potrà mai essere risolto con l’odio razziale e con l’innalzamento di muri e barriere protezionistiche, dimenticando che il numero maggiore delle vittime è fatto da bambini innocenti.

Salvatore Rondello

Vacanze estive. Genitori stressati dai social media

Quasi 3/4 dei genitori italiani (73%) sono preoccupati che le vacanze estive dei propri figli non siano all’altezza delle loro aspettative. Il 49% si sente in colpa per la mancanza di tempo con i propri figli ed il 43% afferma di essersi finto malato al lavoro per trascorrere più tempo a casa con loro.

Genitori-social-601x33619 giugno 2018 – La scuola è finita da una settimana e tutti i bambini sono pronti ad appendere al chiodo libri e zaini per dedicarsi alle tanto attese vacanze estive. L’entusiasmo dei bambini però è inversamente proporzionale a quello dei genitori, che devono pensare a come gestire il tempo dei propri figli mentre loro sono ancora al lavoro.

Una ricerca internazionale Groupon rivela infatti che circa 1/3 dei genitori italiani ha iniziato a preoccuparsi delle vacanze estive dei propri figli con almeno 3 mesi di anticipo, perché il 73% di loro è convinto che le vacanze a cui hanno pensato non siano all’altezza delle aspettative.

Social media come motivo di stress

Tra i fattori principali che scatenano l’ansia dei genitori di non essere all’altezza delle aspettative dei figli ci sono i tanto amati/odiati social media: il 28% delle mamme e papà italiani dichiara di sentirsi sotto pressione ad ogni post sui social che raffigura l’estate perfetta. Per il 32% dei genitori, la pressione aumenta a dismisura quando i loro figli raccontano loro le attività che hanno visto fare dai loro amici sui social. Addirittura c’è un 31% di genitori italiani che dichiara di caricare solo le foto migliori e non quelle che sono l’effettivo ritratto della vita quotidiana.

Sensi di colpa

Alle pressioni causate dai social media, si aggiungono poi i sensi di colpa dovuti dal poco tempo che i genitori hanno a disposizione per stare con i propri figli (49%), quelli causati dal tempo che i bambini passano al chiuso (30%), e quelli causati dalla mancanza di attività da fargli fare (25%). A parziale copertura del primo senso di colpa, il 43% dei genitori italiani ha tranquillamente ammesso di aver fatto finta di essere ammalato al lavoro per avere più tempo da trascorrere con i bambini.

Ma quanto costano questi sensi di colpa?

Nel tentativo di alleviare questi sensi di colpa, 7 genitori su 10 affermano di sopperire alle loro mancanze con regali per i figli. In particolare, le mamme sono più spendaccione rispetto ai papà quando si tratta di sensi di colpa da attenuare.

In media, i genitori italiani spendono circa 187 euro a settimana per ogni bambino, rispetto ai “colleghi” inglesi e francesi che spendono circa 212 euro, tedeschi circa 220 euro, spagnoli circa 150 euro.

Principalmente, queste spese sono destinate a cene a base di pizza e hamburger (33%), sempre amati dai bambini, gite giornaliere a parchi tematici o cinema (32%), dolci e gelati (24%) e nuove tecnologie come ipad o videogiochi (19%).

Trattamento particolare al lavoro?

Infine, il sondaggio Groupon si sofferma sul trattamento riservato alle mamme che lavorano da parte delle rispettive aziende. Il 37% delle mamme afferma di ricevere lo stesso trattamento delle altre colleghe, seguito dal 25% che dichiara che all’interno della propria azienda non viene prestata particolare attenzione alle mamme lavoratrici, e dal 19% che dice di non avere particolari agevolazioni se non da parte delle colleghe che cercano sempre di aiutarle.

Nicola Cattarossi, Managing Director Groupon Southern Europe, afferma “La ricerca Groupon dimostra come i genitori si sentano sotto pressione per offrire un’estate perfetta ai propri figli. Ma al termine dell’estate, i bambini cosa ricorderanno di più? Di sicuro i momenti divertenti, spontanei e senza pensieri che vivranno insieme alla propria famiglia. Non è necessario spendere una cifra esorbitante per vivere un’estate indimenticabile in famiglia, basta andare su Groupon e selezionare una delle tante esperienze proposte per trascorrere del tempo con i propri figli”.

Arriva il rapporto Unicef, bambini sotto attacco

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Il rapporto dell’Unicef 2017 sui minori di tutto il mondo denuncia una raccapricciante realtà. I bambini usati come scudi umani, mutilati o reclutati, stuprati, rapiti, costretti al matrimonio, ridotti in schiavitù: secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia sono le tattiche normali nei conflitti in Iraq, Siria, Yemen, Nigeria, Sud Sudan e Myanmar.

Nessun luogo può considerarsi sicuro per i bambini. Nei conflitti, in tutto il mondo, i bambini sono stati utilizzati come scudi umani, uccisi, mutilati e reclutati per combattere. Stupro, matrimonio forzato, rapimento e riduzione in schiavitù sono diventate delle tattiche normali nei conflitti in Iraq, Siria, Yemen, Nigeria, Sud Sudan e Myanmar. Nel rapporto dell’Unicef si legge che quest’anno i bambini che vivono in zone di conflitto in tutto il mondo hanno subito un numero impressionante di attacchi, mentre le parti in conflitto hanno palesemente ignorato le leggi internazionali per la protezione dei più vulnerabili.
In  Afghanistan, durante i primi 9 mesi dell’anno, circa 700 bambini sono stati uccisi.

Nel Nord Est della Nigeria  e in  Camerun, Boko Haram ha costretto almeno 135 bambini ad agire in attacchi bomba suicidi (un numero 5 volte più elevato rispetto al 2016).

In  Repubblica Centrafricana, dopo mesi di conflitti, un rilevante incremento delle violenze ha causato la morte, lo stupro, il rapimento e il reclutamento da parte di gruppi armati di diversi bambini.

Nella regione del Kasai, nella Repubblica Democratica del Congo, le violenze hanno costretto 850 mila bambini a lasciare le proprie case, mentre oltre 200 centri sanitari e 400 scuole sono stati attaccati. Si stima che 350 mila bambini abbiano sofferto di malnutrizione acuta grave.

In Iraq e in Siria, i bambini sono stati usati come scudi umani, intrappolati sotto assedio, sono diventati obiettivi di cecchini e hanno vissuto intensi bombardamenti e violenze.

In  Myanmar, i bambini rohingya hanno sofferto e assistito a terribili e diffuse violenze, sotto attacco sono stati costretti a lasciare le loro case nello Stato di Rakhine, mentre i bambini nelle aree di confine negli stati di Kachin, Shan e Kayin continuano a soffrire le conseguenze delle tensioni in corso tra le Forze Armate del Myanmar e i gruppi armati delle diverse etnie.

In Sud Sudan, dove il conflitto e l’economia al collasso hanno portato alla dichiarazione di carestia in diverse parti del paese, oltre 19 mila bambini sono stati reclutati da forze e gruppi armati e oltre 2.300 bambini sono stati uccisi o feriti dall’inizio del conflitto a dicembre 2013.

In Somalia, nei primi 10 mesi del 2017, sono stati registrati 1.740 casi di reclutamento di bambini.

In Yemen, secondo dati verificati, dopo circa mille giorni di combattimenti, almeno 5 mila bambini sono morti o sono stati feriti, ma il numero reale potrebbe essere molto più alto.

Oltre 11 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza umanitaria. Degli 1,8 milioni di bambini che soffrono di malnutrizione, 385 mila sono malnutriti gravemente e rischiano di morire se non riceveranno urgentemente cure.

Manuel Fontaine, direttore dei programmi di emergenza dell’Unicef, ha dichiarato: “I bambini sono stati obiettivi e sono stati esposti ad attacchi e violenze brutali nelle loro case, scuole e parchi giochi. Questi attacchi continuano anno dopo anno, ma non possiamo diventare insensibili. Violenze di questo tipo non possono rappresentare una nuova normalità”.

Nei conflitti, in tutto il mondo, i bambini sono diventati obiettivi in prima linea. In alcuni contesti, i bambini rapiti da gruppi estremisti hanno subìto abusi anche dopo il rilascio, quando sono stati presi in custodia dalle forze di sicurezza. Altri milioni di bambini stanno pagando il prezzo indiretto di questi conflitti e soffrono di malnutrizione, malattie e traumi, dato che i servizi di base (accesso a cibo, acqua e servizi igienici e sanitari) vengono loro negati, danneggiati o distrutti durante i combattimenti.

Unicef ha lanciato un appello chiedendo a tutte le parti in conflitto di rispettare gli obblighi del diritto internazionale per porre immediatamente fine alle violazioni contro i bambini e all’utilizzo delle infrastrutture civili (scuole e ospedali) come obiettivi da bersagliare. L’organizzazione ha chiesto anche a tutti gli Stati che possono esercitare influenza sulle parti in conflitto di intervenire per proteggere i bambini.

Speriamo che l’appello Unicef venga accolto, ma soprattutto che le coscienze e le intelligenze di coloro che governano nel mondo sappiano dire mai più guerre ovunque.

Salvatore Rondello

Pedofilia: i segnali da non sottovalutare nei bambini

pedofiliaI recenti sviluppi delle indagini sulla morte della piccola Fortuna Lofredo hanno sconvolto l’Italia. I cittadini condannano in modo severo la pedofilia ed anche i detenuti tendono ad isolare coloro che si sono macchiati di tale reato. Infatti, Raimondo Caputo, indagato per l’omicidio della bambina ed anche per gli abusi che ha subito, è stato aggredito nella sua cella dagli altri carcerati ed è stato portato in isolamento.

Il reato di pedofilia da sempre spaventa la società, sia per la sua atrocità, sia perché spesso viene compiuto da persone insospettabili. È per questo motivo che le famiglie dovrebbero prestare particolare attenzione ad eventuali cambiamenti nel comportamento dei più piccoli e ad eventuali sintomi fisici. Genitori e familiari dovrebbero quindi essere informati sui cosiddetti “campanelli d’allarme” e ciò è possibile sia leggendo testi autorevoli, che partecipando alle iniziative preventive.

La American Humane Association ha riassunto i sintomi più generici che i minori potrebbero manifestare qualora avessero subìto abusi e molestie sessuali. Per quanto riguarda i bambini di sotto dei tre anni, viene indicato che potrebbero presentare i seguenti sintomi: vomito, problemi nell’alimentazione, disturbi intestinali, rallentamento della crescita, disturbi del sonno, paura e/o crisi di pianto eccessive. I bambini tra i due ed i nove anni, generalmente manifestano: regressione del comportamento (ad esempio bagnare il letto), paura di persone, luoghi, attività e/o di essere attaccati, sentimenti di vergogna e senso di colpa, disturbi del sonno ed incubi ricorrenti, disturbi nell’alimentazione, comportamento sessuale atipico (ad esempio masturbazione precoce ed eccessiva), vittimizzazione di altri soggetti.

Per quanto riguarda gli adolescenti, i sintomi possono essere: incubi ricorrenti e disturbi del sonno, depressione, abuso di sostanze, promiscuità, aggressività, paura di essere attaccati, rabbia per essere costretti a fare qualcosa/vivere una determinata situazione, andamento scolastico negativo, tendenze suicide. Infine, la Child Welfare Information Gateway ha indicato altri “campanelli d’allarme” che riguardano, in generale, i bambini di tutte le età: conoscenza esplicita del comportamento sessuale, che non rispecchia la fascia d’età, richiamare l’aspetto sessuale (tramite linguaggio, disegni o comportamenti), comportamenti sessuali inusuali o aggressivi nei confronti di altri bambini, dolore o arrossamento nelle aree genitali, perdita di appetito, autolesionismo, parlare di un nuovo amico molto più grande, fare menzione di segreti inconfessabili, possesso di denaro inspiegabile.

Ovviamente i sintomi devono essere contestualizzati, ma è importante prestare attenzione ed approfondire le cause di ogni potenziale segnale. È anche opportuno limitare l’utilizzo di internet per i minori, impostando filtri di sicurezza e controllando eventuali chat, qualora i bambini fossero già in grado di leggere e scrivere. Infatti, secondo i dati riportati dall’associazione Darkness To Light, un bambino su cinque viene sessualmente adescato mentre si trova su internet.

Ci sono anche altri dati allarmanti che vengono indicati da Darkness To Light, tra cui: l’età media dei bambini abusati (secondo le stime fatte su coloro che hanno denunciato l’abuso) è di nove anni; l’ 85% dei bambini non racconta degli abusi subiti; il 90% degli abusi avviene da parte di persone che i bambini conoscono e a cui vogliono bene; tra il 30% ed il 40% delle violenze sessuali sui minori avviene all’interno del nucleo familiare.

Alessia Malachiti

Rotherham, non vide commercio di 1400 bambine

Rotherham-pedofiliaShaun Wright, Commissario di polizia e criminalità del South Yorkshire, si è finalmente dimesso dopo settimane di pressione a seguito di un rapporto di condanna sullo scandalo riguardante il traffico sessuale di bambini nella cittadina di Rotherham. Il primo ministro, il ministro degli Interni e i residenti stessi avevano chiesto al signor Wright di accettare la responsabilità per la mancanza di risposte sugli abusi quando emerse lo scandalo.
Shaun Wright è stato membro del gabinetto responsabile dei servizi per l’infanzia al consiglio di Rotherham per cinque anni, periodo durante il quale 1.400 ragazze, anche undicenni, sono state picchiate, violentate e vendute sul mercato del sesso da uomini principalmente di origini pakistane. Continua a leggere

Svezia, trapianto di utero: attesi bimbi già
alla fine dell’anno

Trapianto-uteroPotrebbero nascere a fine anno, o all’inizio del 2015, i primi bambini da donne sottoposte a trapianto di utero. Stanno portando avanti la gravidanza alcune pazienti su cui è stato effettuato quest’innovativo e complicato intervento in Svezia, dall’équipe del Sahlgrenska University Hospital di Gothenburg, che ha operato 9 donne, la maggior parte senza utero dalla nascita, con le tecniche della fecondazione assistita sono poi stati impiantati gli embrioni, precedentemente creati e congelati, e adesso si attende il risultato, la nascita di bimbi sani. Continua a leggere

Lettura e scuola: un legame da rafforzare

Libri e Scuola La kermesse “Il Maggio del libro” è alle porte e Stefano Bordiglioni, scrittore ma anche maestro elementare quasi in pensione, invita a riflettere sul legame sempre più forte e importante che si sta instaurando (e che si deve sempre più creare) tra lettura e scuola. Già alla scorsa edizione della Fiera della Piccola e Media Editoria il numero di classi e di scuole presenti, intervenute con lavori – con cui hanno partecipato a concorsi e per i quali sono state premiate – era cresciuto in modo consistente. La lettura deve essere sempre più un prodotto per i più piccoli. Un invito a riflettere arriva anche da Romano Montroni, neopresidente del Centro per il Libro e la Lettura che in una recente intervista affermava che “gli scrittori devono essere ospitati nelle aule, salire in cattedra, tenere lezioni. Questa prassi dell’autore a scuola dobbiamo renderla stabile e mandarla in porto a livello nazionale. Gli editori possono favorirne la diffusione”. Così è accaduto recentemente in un piccolo paesino del viterbese, Oriolo Romano. Con un’osmosi e un interscambio che veda le scuole partecipare ad eventi letterari e gli autori presenziare negli istituti stessi, partecipando attivamente alla vita scolastica, con suggerimenti per insegnanti e genitori, proponendo progetti e collaborando fattivamente per dare un valore aggiunto notevole. Questo lavoro di squadra è fondamentale e deve coinvolgere tutte le parti in causa. Stefano Bordiglioni – senza esitazioni – rimarca all’Avanti! il fatto che “anche i genitori devono essere un buon esempio”. Continua a leggere

Difendere l’infanzia, il nostro futuro
Il Garante: “Fiducia nelle Istituzioni”

Giornata mondiale infanziaEra il 20 novembre 1989 quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ad oggi sono 193 i Paesi nel mondo che hanno ratificato la Convenzione, tra cui, nel 1991, l’Italia. Nonostante vi sia un generale consenso sull’importanza dei diritti dei più piccoli, ancora oggi molti bambini e adolescenti, anche nel nostro Paese sono vittime di violenze o abusi, soggetti a discriminazione ed emarginazione o costretti a vivere in condizioni di grave trascuratezza.  Avanti! ne ha parlato con Vincenzo Spadafora, Garante dell’Autorità per l’Infanzia e l’Adolescenza, organo di garanzia monocratico nato nel luglio 2011. Continua a leggere

Schiavitù, la ‘colonna infame’ non ha confini

Schiavitù

Lo studio. India e Cina, due superpotenze economiche mondiali, due nuove ‘Americhe’, hanno anche un altro primato, meno glorioso, l’altra faccia della medaglia: tra i record che vantano c’è infatti anche quello negativo della massima presenza, non di industrie ultra-moderne ed efficienti, non di brevetti o di neolaureati, ma la percentuale più alta a livello mondiale di schiavi. Anche questa è la globalizzazione e rientra nelle conseguenze degenerative di una disoccupazione senza regole, di una ‘disumanizzazione’ che pare non voler mai aver fine.

Sono circa 30 milioni le persone che in tutto il mondo vivono in condizioni di schiavitù. Di queste, 21 milioni sono costretti ai lavori forzati.

India, Cina, Pakistan e Nigeria detengono il record della schiavitù moderna mondiale con i ¾ del totale e in questo numero è compreso anche il costume dei matrimoni combinati con le spose bambine. Per avere un’idea della quantità, per l’India si parta di 14 milioni di individui.

La classifica in percentuale dei peggiori dieci vede al primo posto la Mauritania e a seguire Haiti, Pakistan, India, Nepal Moldavia, Benin, Costa d’Avorio, Gambia, Gabon.

La statistica del vergogna, una vera e propria ‘colonna infame’, è opera dell’organizzazione per i diritti Walk Free Foundation che ha redatto per la prima volta il Global Slavery Index, l’indice di schiavitù globale, con una ricerca su 162 Paesi del mondo. L’indice di schiavitù fa luce sugli angoli bui di Paesi emergenti e in alcuni casi conferma quello che fino a oggi erano solo informazioni giornalistiche come, ad esempio, quelle sul Pakistan, rese note dai libri di Khaled Hosseini.

I numeri. La Mauritania si aggiudica il suo record negativo con oltre 151 mila schiavi su una popolazione di 3.796.141 abitanti.

Ma è tutta l’Africa, che ancora porta le cicatrici della antica colonizzazione fatta essenzialmente di schiavitù, e che oggi registra pesantemente il fenomeno della tratta di esseri umani e dei lavori forzati. In Sud Africa, sono stati calcolati 44.545 schiavi su una popolazione totale di 51.189.307. Tutto sommato poco, un decimo del Congo dove gli schiavi sono quasi mezzo milione su una popolazione di poco superiore a quella sudafricana, con circa 66 milioni di abitanti.

La ‘colonna infame’ della schiavitù non ammette eccezioni. Ci sono gli Stati Uniti con 59.644 persone, ma pure il migliaio della civilissima Svizzera.

Così neppure i Paesi di moderna civilizzazione e altamente sviluppati, non si salvano da questa piaga. Sono di poche settimane fa i dati relativi all’UE, con quasi un milione di persone ridotte in schiavitù, prevalentemente immigrati dal terzo mondo, ma anche dagli ex Paesi del blocco sovietico, e nella stragrande maggioranza donne avviate alla prostituzione o bambini costretti all’accattonaggio.

Se andiamo in fondo alla classifica troviamo i ‘migliori’ dieci, Paesi dove tutto sommato il fenomeno può definirsi fisiologico, compreso nell’ambito della criminalità comune e non certo elemento di sistema. La Danimarca è al 150.mo posto, a pari con Finlandia, Lussemburgo, Norvegia, Svezia, Svizzera e ultimi al 160.mo posto, Gran Bretagna, Irlanda e Islanda.

E l’Italia? Il nostro Paese è al 132.mo posto, dopo il Giappone (130.mo), ma prima degli Stati Uniti (134.mo). Qui hanno registrato 7.919 ‘schiavi’ su 61 milioni di abitanti nonostante ci siano norme severissime del codice penale per colpire il fenomeno.

Leggi a parte che possono reprimere, restano le cause da estirpare e le cause sono sempre le stesse: sete di denaro e desiderio sfrenato di potere assoluto sul prossimo. Così la manodopera a basso costo fa gola a troppi imprenditori avidi di successo e di soldi che senza scrupoli non si accontentano di lavoro sottopagato, ma arrivano a pretenderlo in cambio di un misero sostentamento. E poi i fenomeni terribili della prostituzione, dell’accattonaggio, dei bambini costretti a rubare perché non sono perseguibili per legge. In fin dei conti nel XXI secolo ci scopriamo assai meno civili di come ci piace dipingerci.

Barbara Conti

La ‘colonna infame’ della schiavitù non ammette eccezioni. Ci sono gli Stati Uniti 59.644 persone, ma pure il migliaio della civilissima Svizzera.