Banche. Psi, serve una commissione d’inchiesta

banca-soldiDal 31 gennaio inizierà in Senato l’esame del ddl per l’istituzione di una commissione di inchiesta sul settore bancario. Lo ha deciso l’ufficio di presidenza della commissione Finanze del Senato. Il 17 gennaio, riferisce il presidente della Commissione Finanze, Mauro Marino, verrà presentata la relazione finale dell’indagine conoscitiva sul settore bancario e il 25 verrà votata. A Palazzo Madama sono già stati depositati 13 ddl di maggioranza e opposizione che chiedono proprio una commissione di inchiesta sulle banche perciò Marino conta di presentare il 31 “una proposta di sintesi”. Intanto, sempre al Senato, stasera l’aula dovrebbe votare la proposta del Movimento 5 stelle di esaminare con urgenza proprio un ddl sulla commissione di inchiesta. La maggioranza ha già calendarizzato questa iniziativa ma nel caso l’assemblea dovesse chiedere una accelerazione allora l’ufficio di presidenza della commissione Finanze si riconvocherà per anticipare i tempi già fissati.

A ricordare che il Psi ha proposto da tempo una commissione di inchiesta è Riccardo Nencini: “Abbiamo presentato molti mesi fa  – ha affermato il segretario del Psi – il disegno di legge per istituire una commissione d’inchiesta sulle banche. Ecco l’occasione per formarla. Qui e ora. I socialisti naturalmente la voteranno. E siccome lo Stato mette un pacco di soldi per icostituire il capitale di MPS, è bene conoscere quali sono stati i soggetti con importi più significativi che non hanno onorato il loro debito”.

“Molte famiglie – ha detto ancora Nencini – hanno pagato prezzi altissimi. È giusto rendere noti i nomi di chi ha contribuito a creare questa situazione. A giudizio del presidente dell’autority competente Antonello Soro non servirebbe neppure una legge giacché le persone giuridiche coinvolte dal 2011 sarebbero esentate dal segreto dovuto alle normative che regolamentano la privacy. Condivido l’esigenza posta da Patuelli. E se serve cambiare una legge, si sappia che i socialisti sono pronti a presentare le modifiche necessarie. Non è concepibile che, mentre lo stato è costretto, per salvare i risparmiatori onesti, a sborsare miliardi di euro, non si possa sapere chi siano coloro che, prendendo i dati ufficiali di Mps, hanno determinato un terzo circa dell’insolvenza creditizia della banca con finanziamenti singoli superiori ai tre milioni. Soprattutto, se, come trapela, si tratta di gruppi economici di notevole rilievo. Non si può distruggere il sistema bancario e rapinare i piccoli risparmiatori, salvati solo dai soldi di tutti i cittadini, senza conoscere l’identità dei responsabili che, assieme alla dirigenza, ne hanno determinato il crollo. Questo vale per Mps, e per le altre banche che si apprestano a ricevere soldi pubblici. Dunque annuncio che anche i socialisti al Senato presenteranno alla Commissione Finanze un emendamento per rendere pubblica l’identità dei soggetti coinvolti”.

Intanto in Senato comincia il percorso del decreto Salva-risparmio nell’ambito del quale si sta già mettendo a punto un calendario delle audizioni a partire dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Le audizioni proseguiranno nel corso dei prossimi giorni. Dopo Padoan, previsto per giovedì, martedì della prossima settimana sarà la volta dell’Abi e Bankitalia e mercoledì della Consob. L’incardinamento del decreto ci sarà tra oggi e domani. Tra i temi che terranno banco, la proposta del presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, il quale chiede di rendere pubblici i nomi dei primi 100 debitori delle banche salvate con soldi pubblici. “L’audizione dell’Abi di martedì – ha spiegato Marino – sarà l’occasione per presentare in modo ufficiale” questa proposta e si comincerà a capire quale potrebbe essere l’emendamento che vada nella direzione auspicata. Se le banche vengono salvate con i soldi pubblici è eticamente giusto che si conoscano i nomi dei principali debitori. Il convincimento espresso dal presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, dovrebbe essere infatti fatto proprio dal governo. “Penso – aveva spiegato Patuelli in un’intervista – al varo di una norma di legge sia per le banche risolute sia per quelle preventivamente salvate dallo stato”. Quindi il decreto dovrebbe essere modificato e l’esecutivo sta pensando quali correzioni apportare e a inserire una norma ad hoc.

Azionisti banche venete, “state sereni”

banca-popolare-vicenzaIl 15% è stato offerto come rimborso forfettario a chiusura e stralcio di ogni contenzioso ai circa 175.000 azionisti di Veneto Banca e Popolare di Vicenza o, meglio, non si è avviata ancora nessuna trattativa perché i rispettivi consigli direttivi delle due banche devono ancora riunirsi per discuterne; vedrete che deliberare poi sarà tutta un’altra storia, ma ne parleremo in seguito. Ebbene, si è messa in moto nuovamente la “vigliacca” macchina della speranza dove ognuna delle parti in commedia recita il proprio ruolo. La sceneggiata vede riemergere dal letargo anche le associazioni che non hanno mai rappresentato gli interessi degli azionisti, le quali, pur non avendo letto il copione dei teatranti già lo contestano. Dunque, gli azionisti. Azionisti che dividiamo subito in grandi e piccoli per non fare confusione.

I primi, i grandi azionisti, non solo non ci fanno pena perché riteniamo che a consuntivo, anche se da qualche anno gli è andata male, da questa incresciosa situazione non hanno rimesso nulla, anzi, semmai tra dare e avere degli ultimi anni alla peggio hanno pareggiato: diciamo che non conoscevano nessuno e sono stati bravi. Quello che invece ci interessa, e anche molto, è sottolineare le ipocrite speranze date nuovamente ai secondi, i tanti piccoli azionisti che sono stati letteralmente rovinati da questo grande inganno delle azioni “truffaldine”, peraltro avallate dalla Banca d’Italia che, oltretutto, in Veneto Banca pare avesse un suo uomo sotto mentite vesti. Questa povera gente, già condannata più volte alla disperazione nell’anno appena trascorso, sarà ancora una volta e gratuitamente strumentalizzata perché gli si vuole far credere che potrà contare su una somma che, se e quando la otterrà, la vedrà chissà fra quanto tempo. In Banca Etruria, vogliamo ricordare, che su decine di migliaia di azionisti “truffati”, anche in maniera rozza, ad oggi, nonostante siano passati alcuni anni, ne sono stati rimborsati solo in parte, qualche decina. È questo il modo in cui affrontiamo le cose nel nostro Paese? Sempre sulla pelle della povera gente! Visco, il governatore della banca d’Italia, dovrebbe andare in mezzo a queste persone con il cappello in mano per scusarsi, altro che partecipare ai summit per risanare un’economia che, peraltro, è stato complice nel lasciar bruciare la maggior parte dei risparmi degli italiani caduti in questo grande inganno! Non lo abbiamo mai sentito proferire parola su questi casi drammatici il dott. Visco, qualcuno dei suoi è apparso in televisione, giusto un’anno fa, per brindare al Bail-in, oltretutto, presentandolo come panacea di tutti i mali e, mentre buttavano fumo negli occhi fiduciosi degli italiani, le banche venivano smantellate, fuse, e ricostruite altrove. È per l’incompetenza di questa gente che sono finiti nella disperazione centinaia di migliaia di azionisti; e ora dovrebbero essere loro le persone preposte a risanare il sistema bancario italiano?

Per tornare alle banche venete, chi prenderà la parola per dire agli azionisti di “stare sereni”, l’amministratore delegato Fabrizio Viola appena arrivato dal Monte Paschi di Siena? Ma via, non scherziamo!

Angelo Santoro

Dal governo 20 miliardi a tutela delle banche

Sistema bancarioVia libera sia alla Camera con 389 voti favorevoli e 134 contrari che al Senato, con 221 sì, 60 no e tre astenuti, alla relazione del Governo per autorizzare un debito aggiuntivo fino a 20 miliardi di euro per finanziare eventuali misure “salva banche”, con scostamento rispetto agli obiettivi programmatici. A Montecitorio hanno votato a favore Pd, Ap-Ncd e i deputati di Ala e di Forza Italia. Contro M5S, Sel, Cor e Lega. A Palazzo Madama, oltre ai gruppi di maggioranza si sono espressi a favore i gruppi di Fi e Ala-Sc (con un ‘giudizio sospeso’). Hanno votato contro Cor, Lega, Si e M5S.

Un via libera che per il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ”rafforza la capacità del sistema italiano di crescere e consolidarsi”. La crescita, a sua volta, spiega il titolare di via XX settembre, ”sarà un ulteriore elemento facilitatore del risanamento bilanci bancari”. Il ministro assicura quindi che, in caso di presentazione di uno o più interventi, il governo ”cercherà una valutazione condivisa, la più ampia possibile, delle misure specifiche”.

Nel suo intervento in Aula alla Camera il ministro Padoan ha confermato il quadro già delineato davanti alle commissioni Bilancio dei due rami riunite: “Anche se la richiesta di autorizzazione riguarda un aspetto specifico lo strumento che si chiede di attivare si inserisce in una strategia complessiva che tiene conto delle esigenze del paese, della necessità di tutela dei risparmiatori e del sistema”. “Il governo – ha detto il ministro dell’Economia – ribadisce il suo impegno alla tutela dei risparmiatori retail, nei margini concessi dalle norme europee: gli impatti, assicura, saranno “minimizzati o resi inesistenti”. E il sistema è sano, le criticità sono specifiche e ben note. L’intervento “precauzionale” chiesto dal governo, “al di là dei casi specifici, ha di per sé un impatto positivo sul grado di fiducia del sistema bancario, degli operatori, del mercato e porta valore all’azione del governo e all’azione pubblica”. “L’azione pubblica, ha detto Padoan, sarà “ispirata a due principi fondamentali: mantenere la stabilità finanziaria che è un bene di tutti e non solo delle singole banche e tutelare al meglio i risparmio”.

Banche: ancora sul tavolo
i contenziosi irrisolti

Sistema bancarioI contenziosi con le banche sono ancora sul tavolo, nessuno li ha risolti e nessuno li ha fermati, diciamo che per un po’ sono stati dimenticati dalla vittima, ma certo non dal “carnefice”.

Dopo un dispiacere si sente il bisogno di rifiutare anche solo il ricordo di ciò che ha provocato la ferita, in molti casi soprattutto perché ci si vede responsabili di quanto è accaduto. Si è coscienti che il problema non solo non è stato risolto, ma lo abbiamo rifiutato lasciandolo coscientemente nel cassetto. Vuoi per l’impossibilità di farlo, ma soprattutto per la prudenza di non lasciarsi trasportare da quella emotività collettiva che avrebbe potuto, come è successo a molti, peggiore la situazione.

Abbiamo rinunciato perfino di ascoltare e leggere sull’argomento specifico, preferendo svaghi e letture diverse. Chi non si è dato pace, mi riferisco quelle persone che per pagare un debito di diecimila euro, per esempio, ne hanno contratti dieci da mille euro, magari perché consigliati dalla stessa banca creditrice o dal loro contabile sono finiti nel tritacarne della follia, al punto di ricevere non più una telefonata al giorno, ma dieci: qualcuno si è perfino ucciso dalla disperazione. Adesso con più freddezza possiamo iniziare a riparlare di quel problema irrisolto, la ferita è ancora aperta ma non infetta. Ora è possibile guardare con freddezza cosa non ha funzionato, e anche in chi avevamo riposto la fiducia. Ma cosa è cambiato oltre alla scomparsa dell’emotività del momento?

Si è modificata la consapevolezza che le banche da paladine dell’arroganza, loro stesse, oggi, sono attività fallibili, proprio come le nostre. Con una differenza fondamentale, che quando abbiamo accettato di stipulare un mutuo, piuttosto che un prestito, noi abbiamo firmato le garanzie che ci sono state richieste e, in molti casi, anche costosissime assicurazioni. Mentre le banche, invece, hanno “truffato” i nostri risparmi vendendoci delle azioni senza valore con la lucidità e la consapevolezza di “fotterci”, il tutto mentre la Banca d’Italia si girava dall’altra parte per non vedere!

Questo immenso fiume di disperati è stato messo nelle condizioni di non poter far valere le sue buone ragioni perché il funzionario con cui avevano trattato – solo poco tempo prima – non c’è più, così come non c’è più la filiale e nemmeno quello che una volta si chiamava “capo area”. Con una velocità incredibile, le banche, hanno portato a compimento una serie di fusioni dove oggi non si capisce più nulla; noi non ci capiamo nulla; i professionisti che hanno succhiato i nostri ultimi spiccioli sapendo che non sarebbe servito a niente non ci capiscono nulla; le associazioni nate per tutelare gli interessi dei risparmiatori, non ci capiscono nulla. Tutto questo perché il sistema – complice dei misfatti – ha permesso alle banche “truffatrici” di mimetizzarsi, insomma le banche sono ancora lì ma non ci sono, perché tra fusioni e contro fusioni è come avessero smontato il banchetto delle tre carte in autogrill per fuggire col bottino.

Visto, però, che ora abbiamo assorbito il colpo, e la ferita sta rimarginando, possiamo affrontare di nuovo l’argomento è confrontarci con i mutui ipotecari che vedranno portare via le nostre case dalla signora “ipoteca”, perché nel frattempo la macchina degli uffici legali degli istituti di credito non si è fermata. Noi, invece, ci siamo fermati, nella “illusione” che i professionisti a cui avevamo affidato la nostra “vita”… ci avessero difesi.

Angelo Santoro

Pragmatismo in risposta
al populismo

L’alternativa al populismo passa dalla ricerca pragmatica di soluzioni che favoriscano il ritorno ad un’economia libera ma anche al servizio delle persone e attenta al bene comune.

Questo comporta scelte distruttive, fuori dagli schemi ideologici tradizionali, contenenti misure di politica economica un tempo incompatibili con il vecchio schema che contrapponeva labouristi a conservatori.

L’assunto di fondo è che sia tornata di attualità l’ispirazione ideale del Kennedysmo della nuova frontiera che riteneva che il radicalismo degli ideali e lo sguardo lungo sul futuro, dovessero accompagnarsi al realismo delle soluzioni, spesso per definizione fuori dagli schemi ideologici tradizionali.

Sulla stampa internazionale sono usciti in questi giorni alcuni interessanti articoli che analizzano le cause della vittoria di Trump negli Stati Uniti e dell’avanzata dei movimenti nazional populisti nelle grandi democrazie occidentali.

Alcuni di questi fanno risalire il fenomeno a ragioni sostanzialmente di carattere economico di cui l’immigrazione di massa è un tassello importante ma non decisivo.

Non siamo insomma diventati tutti razzisti ed impauriti, ma stando a queste analisi economiche avremmo perso la fiducia nel fatto che questo sistema economico sia in grado di servire le persone e non solo di mettere le persone al suo servizio o di emarginarle.

Le classi dirigenti occidentali al timone nell’era della globalizzazione che ha duramente impattato sulle economie dei paesi occidentali negli ultimi 20 anni, appartenenti ai partiti conservatori e progressisti avrebbero indifferentemente lavorato a favore di un sistema economico che ha generato un passaggio di reddito dai salari netti dei lavoratori al valore degli utili e dei dividendi lucrati dagli azionisti.

Il sistema avrebbe in parole povere smesso di funzionare per aumentare il benessere dei lavoratori salariati che costituiscono il grande bacino di domanda in grado di acquistare prodotti e servizi prodotti e venduti da quelle aziende che hanno invece aumentato in modo esponenziale i loro profitti proprio comprimendo il costo del lavoro.

Tale processo sarebbe comunque destinato ad avvitarsi su se stesso per un graduale indebolimento della domanda prodotta proprio da quella classe media che ha visto una contrazione progressiva del proprio potere d’acquisto.

Da sinistra tornano ad alzarsi le voci di coloro he invocano Keynes alla faccia del crescente indebitamento di molte importanti economie europee ma anche di quella americana che non più di due anni fa ha visto il proprio Governo federale sfiorare il default.

La realtà è che viviamo una fase congiunturale soprattutto nei paesi occidentali che richiederebbe un pragmatismo freddo e analitico molto lontano dalle scelte di pancia che vengono propinate a gran voce dai movimenti nazional populisti, dal conservatorismo pro-establishemnt che i partiti tradizionali esprimono e dalle ricette economiche ispirate da assunti ideologici preconcetti.

È vero che alcuni stati sono super indebitati e questo vale soprattutto per l’Italia che alla luce del suo peso economico, espone a rischi di attacchi speculativi l’intera area Euro, ma è vero anche che dopo decenni di politiche della supply side economics e cioè tese ad aumentare la produttività e la competitività dell’offerta, accompagnate da politiche di contenimento della spesa pubblica, l’economia richiede a gran voce uno shock positivo di domanda che svolga una funzione anticiclica.

Una politica economica di stimolo della domanda disruptive che ristabilisca fiducia nel futuro, quindi aspettative positive, propensione degli imprenditori ad investire e delle banche commerciali a fornire credito.

Continuare ad agire sul lato dell’offerta, come la teoria economica liberista ha imposto ai Governi negli ultimi 25 anni, ha avuto una sua utilità in termini di riduzione del tasso di aumento dei prezzi e di aumento di produttività dell’offerta, ma va riconosciuto che le ricette adottate fino ad oggi non aiutano l’economia ad uscire dalla spirale dflazionista e recessiva in cui sembra essere irrimediabilmente caduta.

Continuare ad immettere liquidità nel sistema nella speranza che le banche secondo criteri di mercato la facciano confluire in piani di investimento privati delle imprese, si sta dimostrando una misura sterile ai fini della ripresa strutturale dell’economia.

Le banche commerciali sono strutturalmente avverse al rischio e tendono a trattenere la liquidità generata da BCE realizzando investimenti finanziari con rendimenti più interessanti, invece che re-immetterla nell’economia facendo credito alle imprese ; le stesse imprese infatti sono altamente insolventi e operano su un mercato competitivo e soprattutto debole con una domanda stagnante se non strutturalmente in calo.

Molte imprese inoltre non solo chiedono credito e non ottenendolo evitano di investire deprimendo ulteriormente la domanda aggregata, ma spesso non lo chiedono perché non esiste una domanda di prodotti e servizi che giustifichi la realizzazione di investimenti: perché aumentare la produzione o la produttività se si opera in un contesto in cui mancano gli ordini ?

Qual’è quindi la risposta di un riformismo pragmatico e post-ideologico che abbia lo scopo di far ripartire l’economia in modo che sia in grado di generare posti di lavoro reddito e nuova domanda ?

Un piano di investimenti pubblici strategici che si concentri sulle aree di arretratezza strutturale italiana ma anche di altri paesei europei ed occidentali che hanno un diretto impatto sulla qualità della vita dei cittadini:

o Trasporto pubblico locale
o Recupero urbanistico delle periferie
o Bonifiche ambientali
o Coibentazione e risparmio energetico di tutti gli edifici pubblici
o Banda larga e telecomunicazioni
o Sicurezza, controllo dei confini e difesa

A differenza però di quanti propongono un aritmetico aumento della spesa che consenta di realizzare questi investimenti, un riformismo pragmatico e post-ideologico deve continuare a perseguire la riduzione della spesa corrente e una forte razionalizzazione delle funzioni di acquisto nella pubblica amministrazione a partire da sanità e scuola, aree di intervento considerate invece sempre a torto intoccabili, ma ricche invece di sprechi e diffusi fenomeni di corruzione nella gestione degli appalti.

Fabrizio Macri – Zurigo

Banchieri, “marionette”
a caccia di nobiltà

BancheNon è la prima volta che le lacune del nostro sistema bancario ci appaiono in maniera così cristallina e smacchiata, però, facendo a meno di intraprendere pindarici viaggi nel passato – anche perché non saprei dove avventurarmi e se cercassi su internet scommetto verrebbe fuori un pasticcio, un minestrone di quelli industriali e pieni di conservanti, mica quello genuino della nonna! –  mi sforzo di rivisitare la mia memoria in tempi recenti. Ebbene c’è stato un periodo in cui fare il banchiere rappresentava un mestiere senz’altro oneroso, ma più agevole da svolgere. Un banchiere sapeva amministrare i risparmi e finanziare quelle piccole imprese che, dal “boom” fino agli anni Novanta, a poco a poco, sono cresciute e sono andate a rappresentare il motore del sistema economico e produttivo nostrano. Era l’Italia della crescita economica, del lavoro e dello sviluppo. Poi, con un colpo di spugna, abbiamo privatizzato gli istituti di credito, ma con un aggravante non di poco conto: abbiamo lasciato agli acquirenti i precedenti privilegi istituzionali, le garanzie proprie del sistema “pubblico”.

A questi nuovi parvenu della finanza abbiamo affidato tutti i gioielli di famiglia, senza garanzie in cambio. È stato quando li abbiamo visti girare per il castello in canottiera e infradito, con i nostri brillocchi al collo, che abbiamo capito di aver sbagliato! Ma ormai era troppo tardi: Fazio già allenava la squadra dei furbetti del quartierino! Inutile il suo goffo tentativo di mimetizzare i propri “ragazzi”, facendogli indossare vestiti su misura e cravatte di Fenollo, per non sfigurare soprattutto ai consigli d’amministrazione del Corriere della Sera.

Questi maldestri yuppies giravano per i corridoi delle banche storiche in brache corte, addentando cosce di pollo e bevendo vini francesi nei bicchieri del servizio buono. E i loro “discepoli” non furono meglio. Del resto, con i maestri che si ritrovavano, hai voglia a far corsi di aggiornamento professionale e training finanziari!

La “seconda generazione” fu del tutto impreparata ad affrontare quella crisi che ha schiacciato nella morsa della disperazione centinaia di famiglie italiane. Intanto, imperterriti, i banchieri d’Oltralpe hanno continuato a cambiare radicalmente il sistema bancario del Vecchio continente, lasciando però quei banchieri inetti ai posti di comando. Gli unici a tenersi alla larga da questo pasticcio sono stati gli inglesi: sarà forse solo un caso se la piazza finanziaria londinese è una delle più importanti al mondo?

Nel frattempo, noi italiani siamo tuttora intenti a guerreggiare quei banchieri a caccia di nobiltà, dei quali non capiamo la lingua e il significato dei discorsi… forse perché sono intenti a masticare cosce di pollo e a sorseggiare del Sauvignon d’annata, in barba alle imprese che chiudono battenti e a tutte le famiglie che non arrivano a fine mese!? Nonostante i ladrocini con cui hanno depredato i risparmi degli italiani con le azioni “finte”, e poi aver portato al fallimento le stesse banche che ancora dirigono, fanno carriera e prendono centinaia di migliaia di euro di stipendio. E pensare che molti di loro arrivano dai mestieri più “variopinti”, ma qui… ci vorrebbe Checco Zalone!

Angelo Santoro

Banche e riciclaggio, “ripuliti” 881 mln negli Usa

banche usaDopo le grandi agitazioni nel mondo bancario internazionale provocate dagli stress test, le vacanze estive sembra abbiano creato un’ovattata atmosfera di apparente tranquillità. Ma, osservando con più attenzione i processi finanziari in corso, l’emergenza resta sempre dietro l’angolo.
Non solo per quanto riguarda il futuro della MPS, della Veneto Banca e di altre banche in Italia.
Negli Usa, per esempio, la componente repubblicana del Comitato per i Servizi Finanziari della Camera dei Deputati ha recentemente presentato un dossier sul coinvolgimento della grande banca inglese, la Hong Kong Shanghai Bank Corporation (HSBC), nel riciclaggio dei soldi provenienti dal traffico di droga operato dal cartello messicano di Sinaloa e da quello colombiano del Norte del Valle.
Sono stati documentati ben 881 milioni di dollari “lavati” dai narcotrafficanti nel sistema bancario americano. Quella emersa e documentata dalle indagini in realtà è solo una piccola parte dell’enorme business che si è sviluppato, in modo incontrastato, per anni.
Durante le indagini, iniziate nel 2013, la HSBC aveva ammesso il crimine e accettato di pagare una multa di circa 2 miliardi di dollari.
Il rapporto accusa in particolare il Dipartimento di Giustizia americano di avere bloccato il processo contro la banca, anche su pressione della Financial Services Authority, l’equivalente inglese della Consob, in quanto “ esso avrebbe potuto avere serie conseguenze per il sistema finanziario”.
E’ un’accusa molto forte che la dice lunga sull’opacità di certe operazioni fatte da importanti attori del sistema bancario americano e inglese. Soprattutto sulla capacità delle ‘too big to fail’ di influenzare le decisioni delle istituzioni finanziarie di controllo e addirittura di quelle dei governi. L’opacità naturalmente si estende anche a molte altre operazioni finanziarie e ai bilanci delle banche che spesso non riflettono il loro vero stato di salute. Nonostante gli stress test.
Anche in Europa sono in corso alcune complesse operazioni bancarie, in particolare in Germania. All’inizio di agosto l’indice borsistico europeo Stoxx Europe 50 ha rimosso dal suo listino la Deutsche Bank e il Credit Suisse per evitare che il livello dell’indice fosse influenzato negativamente dalle continue perdite di valore delle azioni delle suddette banche.
Attraverso le pagine del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Martin Hellwig, un importante economista dell’istituto tedesco di ricerca Max Planck, ha addirittura ventilato l’ipotesi della necessità di una nazionalizzazione della Deutsche Bank che si troverebbe in “una crisi peggiore di quella del 2008”. Il bail in, con la partecipazione di azionisti e obbligazionisti nella copertura delle perdite della banca, non sarebbe sufficiente a salvarla.
Da parte sua il Fmi ha recentemente dichiarato che la DB “presenta grandi rischi ” per l’intero sistema bancario. Infatti essa sarebbe grandemente indebitata e pericolosamente sotto capitalizzata.
La DB è anche in continuo conflitto con l’agenzia americana Commodity Futures Trading Commission (CFTC), che controlla il mercato dei derivati, in quanto non esporrebbe in modo chiaro la vera situazione delle sue operazioni in derivati finanziari otc, “compromettendo la capacità di valutare i potenziali rischi sistemici del mercato dei derivati”.
Da ultimo anche la Banca del Regolamenti Internazionali e l’International Organization of Securities Commissions (IOSCO), che coordina gli enti di vigilanza dei mercati finanziari a livello mondiale, affermano che persino le Central Counterparty Clearing (CCP), cioè le “casse di compensazione” che dovrebbero garantire le parti coinvolte nei contratti in derivati, non sarebbero in grado di far fronte ai loro compiti per mancanza di fondi.
Al riguardo non è un caso che la stabilità delle casse di compensazioni e i rischi derivanti dalla speculazione finanziaria siano stati posti, su iniziativa della Cina e dell’India, nell’agenda del G20 che si terrà nella città cinese di Hangzhou all’inizio di settembre.
Ciò dovrebbe essere di monito anche in Europa per far sì che il sistema bancario e i derivati non siano lasciati in balia del “fai da te“ del mercato. Senza ulteriori indugi essi dovrebbero essere sottoposti ad una stringente e profonda revisione da parte dei governi che dovrebbero ovviamente mirarli più al credito produttivo che agli interessi della speculazione finanziaria.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Banche, Renzi: “Quelle italiane non sono il problema”

MPS-Monte Paschi SienaDopo la giornata di lunedì che ha visto tutti i titoli bancari in sofferenza tranne quello del Monte dei Paschi, le cose stanno prendendo un altro verso. La speculazione come la solito ne ha approfittato. Il piano industriale del Monte del Paschi infatti ha dato maggior impulso rispetto ai risultati degli stress test dell’Eba. Questo diceva la Borsa, che ieri, alla riapertura dopo le simulazioni di venerdì scorso, ha bocciato le quattro banche che l’Autorità europea aveva promosso, salvando solo Mps – a tratti in guadagno del 10 per cento prima di chiudere a 31 centesimi (+0,58%) – che invece venerdì era stata bocciato.

Insomma pesantissima la seduta di lunedì per le banche che hanno trascinato in basso tutto il listino (-1,73%). Bilancio da dimenticare per gli istituti controllati dall’Eba: Unicredit -9,40%, Ubi -6,2%, Banco Popolare -5%, Intesa -3,5%. Poche differenze per gli altri: PopMilano -6,22%, Bper -5,67%, Carige -6,85%. Secondo alcuni analisti potrebbe aver pesato anche la considerazione che, fissato a 33 centesimi il prezzo delle sofferenze del Monte, alcune banche dovrebbero rivedere i loro carichi a bilancio.

Oggi un’altra giornata di passione per le borse europee che si colorano sempre più di rosso. La seduta delle Borse europee, con gli indici dei principali Paesi che cedono oltre l’1%, con l’eccezione di Londra (-0,7%). Milano e Madrid viaggiano appaiate, in calo di circa 2 punti percentuali davanti a Parigi (-1,57%) e Francoforte (-1,26%). A zavorrare i listini sono ancora una volta le banche (-2,4% l’indice Dj Stoxx di settore), con gli investitori che restano scettici sugli stress test e vengono innervositi dal taglio degli obiettivi di utile di Commerzbank (-8%). Vanno male anche le telecomunicazioni (-1,2%), le materie prime (-1,2%) e l’energia (-1%), nonostante il petrolio si sia riportato sopra i 40 dollari al barile.

A Piazza Affari proseguono le vendite su Mps, tornata nel mirino degli investitori (-6,7%), davanti a Bper (-6,1%) e Unipol (-5,8%). Sospeso il Banco Popolare mentre Unicredit riduce le perdite (-3,5%) rispetto ai minimi segnati in mattinata. Vanno male anche Cnh Industrial (-4,35%), UnipolSai (-4%), Moncler (-3,97%) e Saipem (-3,69%).

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi intervistato da Cnbc ha affermato che gli stress test hanno “mostrato che le banche italiane non sono il problema del sistema europeo. Questa è la vera novità”. “Negli ultimi 12 mesi ogni giorno si diceva che il problema erano le banche italiane e noi replicavamo che non era vero. Alla fine gli stress test mostrano la realtà: abbiamo la migliore banca europea, Intesa Sanpaolo, e quattro istituti su cinque sono in una buona situazione. Il problema è Mps, per la quale abbiamo lavorato con forza a una soluzione di mercato. Perciò sono soddisfatto del risultato”.

Redazione Avanti!

Ecofin, trattativa aperta per il salvataggio di Mps

Quello dell’Ecofin di ieri e oggi è stato un appuntamento molto impegnativo. Davanti ai ministri dell’economia e delle finanze, sul tavolo il deficit di Spagna e Portogallo con la richiesta automatica di sanzioni, la questione degli aiuti alle banche italiane che vedono crescere il totale delle ‘sofferenze’ salito a 200 mld, le previsioni al ribasso per la nostra economia, causa Brexit, del Fmi. E mentre il ministro Padoan esclude che ci sia un ‘caso Italia’ il suo collega ceco Babis, in un tweet ha scritto che il problema “più grande per l’Europa potrebbe essere la salute di alcune banche italiane”.

Il presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem col ministro Pier Carlo Padoan

Il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem col ministro Pier Carlo Padoan

Il Consiglio dei ministri finanziari Ue ha confermato l’indicazione fornita dalla Commissione europea sulla mancata correzione, da parte di Spagna e Portogallo, del deficit eccessivo, che resterà sopra il 3% del Pil perché i due Paesi non hanno deciso “azioni efficaci” come richiesto dalle raccomandazioni di Bruxelles. Per questa ragione potrebbero scattare le sanzioni che possono arrivare allo 0,2% del Pil, ma Madrid e Lisbona hanno la possibilità di presentare un ricorso entro 10 giorni per la riduzione fino all’annullamento delle sanzioni. Una speranza fondata sia sulle parole del presidente di turno dell’Ecofin, lo slovacco Peter Kazimir – “Sono sicuro che alla fine raggiungeremo una soluzione intelligente” – sia sulle posizioni della stessa Commissione propensa formalmente, alla luce dei progressi fatti dai due Paesi, di proporre sanzioni solo simboliche, cioè di un ammontare pari a zero.

Più ingarbugliata rimane la questione delle nostre banche su cui si sta discutendo da giorni su possibili ricapitalizzazioni precauzionali di quegli istituti oberati da pesanti sofferenze. Il principale nodo riguarda il contributo da chiedere agli investitori, come previsto dalle regole europee del Bail In. Roma vorrebbe una sospensione delle regole, ma per ora non è riuscita a spuntarla anche perché vorrebbe dire far pagare alla collettività le speculazioni andate a male di pochi.
“Nel discutere la Brexit – ha detto il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan al termine dell’Ecofin – siamo stati concordi che ha fatto emergere instabilità in tutto il sistema bancario europeo e non solo” e quindi non c’è un’identificazione “solo nel sistema italiano”. “Il sistema bancario rimane solido” anche se ha sofferto di alcuni anni di “recessione profonda”. “Il fatto che qualcuno dica che il rischio generato dal sistema bancario italiano sia così elevato è una dichiarazione completamente infondata”. Non tutti infatti la pensano come lui. “Tutti parlano di Brexit come di un grosso problema, ma è solo speculazione. Un problema più grande per l’Europa potrebbe essere la salute di alcune banche italiane” ha scritto su Twitter, durante l’Ecofin, il ministro dell’economia della Repubblica Ceca Andrej Babis mentre il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem ha fatto notare che i problemi italiani sono precedenti alla Brexit, un fatto di appena due settimane fa. Comunque lo stesso Dijsselbloem, si è detto sicuro che una soluzione al problema sarà trovata entro il mese di ottobre, “ben prima che parta il referendum in Italia”.
Rispondendo alla domanda di un giornalista, Dijsselbloem ha confermato che per ricapitalizzare le banche è possibile usare il Meccanismo europeo di Stabilità (Esm), ma nel quadro di un programma che l’Italia non sembra abbia voglia di sottoscrivere perché la sottoporrebbe a vincoli e controlli esterni. “Considero problematica la facilità con la quale i banchieri chiedono l’aiuto pubblico. Contrasterò questa tendenza molto fermamente. I problemi bancari – ha concluso Dijsselbloem – devono essere risolti in primo luogo nelle banche e dalle banche”.

La data prevista entro cui trovare un accordo è quella del 29 luglio quando l’Eba – l’Autorità bancaria europea (European Banking Authority) divulgherà i risultati degli stress test. Se due settimane non si saranno individuate chiare soluzioni al caso Monte dei Paschi di Siena (Mps) e agli altri guai bancari del nostro Paese allora potrebbero emergere seri problemi di instabilità.

Per una soluzione spingono in tanti, a cominciare dalla Francia mentre la resistenza più forte viene da Berlino. Conservatori e socialdemocratici, cioè i due partiti della maggioranza della Larga Coalizione (Große Koalition) che regge il Governo Merkel, si sono nuovamente dichiarati contro gli aiuti pubblici alle banche italiane in difficoltà e hanno chiesto al governo Renzi di attenersi alle regole europee.
Angela Merkel, Pier Carlo PadoanIl potavoce parlamentare per l’economia della Cdu, Joachim Pfeiffer, “Il governo italiano rispetti le regole per la liquidazione ordinata e la ristrutturazione delle banche”, ha detto alla RND (Redaktionsnetzwerk Deutschland), gruppo editoriale proprietario di 30 testate regionali, che una violazione delle regole europee, leggi Bail In, sarebbe “inaccettabile”. A ruota il vice presidente del gruppo parlamentare Spd, Carsten Schneider, ha avvertito che l’Italia non deve aggirare le regole adottate per proteggere i contribuenti europei. Il Bail In è stato infatti pensato per responsabilizzare il board delle Banche, scaricando su azionisti e obbligazionisti il peso di condotte speculative sbagliate per evitare che, come avvenuto in passato, sia lo Stato a farsi carico col denaro pubblico degli ‘errori’ dei banchieri. Come si è visto però di recente, l’applicazione delle regole risulta ‘dolorosa’ anche per i piccoli risparmiatori che possono essere stati ingannati dalle banche oppure aver scelto un rischio calcolato per interessi ben più corposi di quelli offerti dai Titoli di Stato. E il danno collaterale di queste regole di pulizia a vantaggio della collettività, è la perdita di consensi elettorali, un tema su cui, come si vede sono tutti molto sensibili prima delle elezioni, non solo in Italia.

Intanto il bollettino della Banca d’Italia racconta che le sofferenze bancarie è rallentata a maggio sui 12 mesi precedenti, ma che il dato complessivo si è attestato a un soffio dai 200 miliardi di euro (199,994) tornando ai massimi da gennaio, quando fu toccato il picco di 202,065 miliardi.

Banche italiane nel mirino Ue. Smentita di Renzi

renzi bancheFari puntati sull’Italia. Dopo gli avvertimenti sulla Deutch Bank, è la volta di Mps e le Banche italiane. Per il Financial Times “l’Italia è il punto più vulnerabile d’Europa, dopo la Brexit”; perché “è impossibile sapere come andranno a finire gli stress test bancari, i cui risultati saranno resi noti il 31 luglio, e il referendum costituzionale di ottobre, le cui conseguenze sulla stabilità dell’economia del Paese sono state mostrate chiaramente da Confindustria e da gruppi bancari come Citi”.
Per il quotidiano inglese il nostro Paese sarebbe pronto a sfidare Bruxelles sul sistema del Bail In “aiutando” il sistema bancario nostrano iniettando miliardi.
Una notizia che ha già dato la prima scossa a Piazza Affari che tocca i suoi minimi storici per l’ennesima volta. Sul listino, Milano stamane è il peggiore tra quelli europei, dopo i timori sullo stato di salute delle banche con Mps (-9,35% a 0,34 euro). Senza contare i grattacapi dopo che la Bce ha chiesto di cedere 10 miliardi di sofferenze nette al 2018, rendendo più concreto il rischio che Siena debba intervenire un’altra volta con un aumento di capitale.

Ma va giù tutto il comparto con Unicredit (-3,58%) che, come Mps, ritocca i minimi storici. Fuori dal settore le vendite colpiscono Fca (-4,1%) ed Exor (-2,6%) mentre in controtendenza ci sono i ‘petroliferi’ Saipem (+5%) e Tenaris (+1,3%). Tra i titoli minori Rcs (+0,74% a 0,81 euro) attende il rilancio di Bonomi sopra gli 0,80 euro dell’Opa. Cede intanto Cairo (-2,4% a 4,39) che ha rivisto leggermente al rialzo la sua offerta di scambio mettendo sul piatto 0,17 titoli del proprio gruppo per ogni azione di via Rizzoli, pari a una valorizzazione, alle quotazioni attuali, di 0,74 euro.

Nonostante la notizia di una sfida tra l’Esecutivo di Renzi e l’Europa stia facendo il giro del mondo, arriva la smentita da Palazzo Chigi.
Il governo italiano ribadisce di voler affrontare i problemi del sistema bancario utilizzando “soluzioni di mercato, nel rispetto delle regole vigenti in Europa”. Inoltre, sul fronte delle “sfide” in Europa, si sottolinea dal Governo che è su “crescita, investimenti, cittadinanza, immigrazione, lotta alla disoccupazione che si concentra l’attenzione dell’Italia”.
Tuttavia il Governo è in contatto con investitori per aumentare di 3-5 miliardi la dotazione di Atlante, il fondo che ha è già intervenuto a sostegno di Popolare Vicenza e Veneto Banca.

Redazione Avanti!