Trump, i midterm sono io. Un referendum sul presidente

trump dazi“In un certo senso io sono nella scheda elettorale”. Queste le parole di Donald Trump in una chiamata telefonica a 200mila sostenitori una settimana prima delle elezioni di midterm. Il 45esimo presidente non era ufficialmente candidato ma con le sue azioni e parole ha fatto molto per intromettersi nell’elezione cercando una disperata conferma sul suo mandato.

La conquista democratica della Camera come pure di una mezza dozzina di nuovi governatori democratici rappresentano un rifiuto di Trump nonostante il fatto che i repubblicani abbiano mantenuto e persino ampliato la loro maggioranza al Senato. Il 45esimo presidente non ha però riconosciuto la sconfitta esaltando l’esito elettorale come una grande vittoria, riflettendo la sua fantasiosa capacità di deformare o inventare la realtà.

È tipico che nelle elezioni di metà mandato il presidente in carica perda consensi. Era successo anche a Barack Obama nel 2010. In generale, dopo due anni di presidenza, gli inquilini alla Casa Bianca spendono una buona parte del loro capitale politico e gli elettori li “puniscono”. Nel caso di Obama l’approvazione della riforma sanitaria, Obamacare, rappresentò questa spesa politica. I repubblicani sono stati molto efficaci a demonizzare la riforma e hanno ottenuto ottimi risultati alle elezioni del 2010.

Nel caso di Trump qualcosa di simile è successo ma in questo caso brucia di più perché le dinamiche hanno trasformato le elezioni in un referendum sul presidente in carica. Il 45esimo presidente avrebbe potuto seguire l’esempio di Obama nelle elezioni del 2010 rimanendo a bordo campo. Trump, da egocentrico qual è, ha deciso di sottomettersi alla prova. Infatti, 2 terzi degli elettori, nel bene e nel male, hanno indicato il 45esimo presidente come la ragione principale per recarsi alle urne in massa. Centodieci milioni di americani hanno votato, ossia il 47 percento aventi diritto, cifra apparentemente bassa, ma in realtà molto più alta delle altre elezioni di metà mandato (52 percento democratici, 46 percento repubblicani, 2 percento altri). Per raggiungere un livello simile bisogna ritornare alle elezioni di metà mandato del 1966.

L’insistenza di Trump di partecipare attivamente alle elezioni di midterm, credendo di potere fare la differenza, si è aggiunta alla strategia sbagliata di non ricalcare l’economia rosea, scegliendo invece di rimanere nella sua campagna di odio e anti-immigranti. Nelle due settimane prima delle elezioni il 45esimo presidente ha fatto più di una dozzina di rally inveendo contro l’immigrazione illegale. In particolar modo l’attuale inquilino della Casa Bianca ha tuonato contro la minaccia “dell’invasione” della carovana di migranti dell’America centrale che si sta dirigendo verso gli Stati Uniti. Per contrastarla Trump ha deciso di mandare più di diecimila soldati al confine per impedire loro di entrare nel Paese.

L’invasione dei migranti non è stata vista tale da nessuno eccetto la base dei seguaci di Trump. Persino un commentatore della Fox News, la rete televisiva amica di Trump, ha detto che non c’è nessuna invasione. Il 45esimo presidente ha però cercato di costruire un castello di sabbia accusando i democratici di volere fare entrare i criminali nel Paese senza però offrire alcuna prova. Nel fuoco della campagna le falsità di Trump sono aumentate notevolmente. Il Washington Post ha calcolato che Trump ha già detto più di 6mila asserzioni false o fuorvianti.

Trump ha bisogno di nutrirsi dell’amore dei suoi sostenitori ma ha anche una grande fede nel suo intuito politico che lo ha portato alla Casa Bianca. Lo speaker della Camera, Paul Ryan, gli aveva telefonato suggerendo di abbassare i toni sull’immigrazione e concentrarsi sull’economia in ascesa come cuore della campagna politica. Trump però ha deciso che la strada giusta per proteggere le maggioranze al Senato e alla Camera si trovava nella mobilitazione della sua base la quale richiede il solito Trump battagliero.

Ha sbagliato in parte perché l’America continua a cambiare. Il 41 percento è già formato da membri di gruppi minoritari. Inoltre, le donne bianche istruite nelle periferie del Paese hanno cominciato ad abbandonare Trump e il Partito Repubblicano. Continuare a vedere le vittorie politiche basandosi sul numero sempre in riduzione dei bianchi, soprattutto i maschi, non promette futuri risultati politici positivi.

Il giorno dopo l’elezione Trump ha usato parole dolci verso i democratici offrendosi pronto a negoziare, congratulandosi con Nancy Pelosi, la probabile speaker della Camera a cominciare da gennaio 2019. Ciononostante nella conferenza stampa il giorno dopo le elezioni ha chiaramente dato l’impressione di non avere abbandonato il tono battagliero che ha indirizzato ai cronisti accusandoli di domande improprie. In particolar modo ha etichettato di razzista una domanda rivoltagli da Yamiche Alcindor della Pbs e ha attaccato Jim Acosta della Cnn, definendolo “una persona terribile” dopo un scontro verbale. Per punirlo Trump gli ha fatto togliere l’accesso alla Casa Bianca. Gli scontri con i media sono all’ordine del giorno per Trump.

Ciononostante l’azione più chiara di essere stato ferito dall’elezione consiste del licenziamento di Jeff Sessions, il ministro della giustizia, il quale si era ricusato dall’inchiesta di Russiagate. Il 45esimo presidente aveva interpretato quest’azione di Sessions come debole per non averlo protetto dal pericolo rappresentato dal procuratore speciale Robert Mueller. Il sostituto di Sessions avrebbe dovuto essere Rod Rosenstein, l’attuale vice al ministero di giustizia. Trump però ha deciso di nominare un ministro nuovo temporaneo. Il nuovo ministro è Matthew Whitaker, il quale ha in passato messo in dubbio l’inchiesta di Mueller che dovrebbe concludersi in tempi non lontani. La nomina di Whitaker, però, è stata interpretata da alcuni costituzionalisti come illegale persino da Andrew Napolitano, opinionista legale alla Fox News, perché bypassa l’obbligata conferma del Senato. Poco importa per Trump. Mettendo un uomo di fiducia alla leadership della giustizia chiarisce che le commissioni alla Camera, finora protettrici di Trump, finiranno con la conquista democratica della Camera.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Democratici Usa. Obama in campo contro Trump

Obama-Hillary Clinton Israele-treguaIl boom dell’economia? «Di chi pensate sia il merito?» Alla domanda lanciata da Barack Obama alla vigilia delle elezioni del 6 novembre la platea dei militanti democratici ha risposto con una valanga di applausi, urla, cori di consenso. Quasi è venuta giù la sala per l’entusiasmo incontenibile quando l’ex presidente degli Stati Uniti d’America ha parlato a Chicago polemizzando con i repubblicani e il suo successore Donald Trump.
Obama ha portato fortuna ai democratici: hanno conquistato la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti mentre i repubblicani hanno mantenuto e rafforzato il controllo del Senato. Le cosiddette elezioni di medio termine, a metà del mandato del presidente, sono una battuta d’arresto per Trump e i repubblicani, il suo partito. Wall Street e le Borse mondiali hanno brindato ai risultati elettorali con vistosi rialzi perché è garantita la stabilità politica e il bilanciamento dei poteri negli Usa.

Il presidente repubblicano si è detto soddisfatto su Twitter: «Formidabile successo, grazie a tutti». In realtà si è trattato di un referendum su Trump, il presidente populista e sovranista, nemico dell’establishment, alfiere dei dazi per combattere la concorrenza di paesi avversari (la Cina) ed amici (Unione europea, Giappone, Corea del sud), avversario degli immigrati ispanici e musulmani, critico con l’Onu, teorico della politica muscolare sulla sicurezza esterna ed interna degli Usa, allergico al multilateralismo da sostituire con rapporti bilaterali con nazioni grandi e piccole, sostenitore del forte taglio delle tasse soprattutto agli alti redditi.

Barack Obama, una visione opposta a quella di Trump, a lungo quasi non si è fatto più sentire dopo aver lasciato la Casa Bianca nel gennaio 2017. Poi si è impegnato nella campagna per le elezioni di medio termine. Un caso o un segnale? Ancora non è chiaro. Di sicuro il Partito democratico non è riuscito finora a contrapporre a Trump un leader credibile. I democratici sono ancora scioccati, non si sono ripresi dal trauma subito quando l’imprenditore miliardario a sorpresa vinse le elezioni per la presidenza alla fine del 2016, sconfiggendo Hillary Clinton favorita dai pronostici.

Obama, 57 anni, nel pieno delle forze, con i capelli un po’ più grigi, ha parlato con un volto tirato e in maniche di camicia a Chicago suscitando la passione e l’entusiasmo della base, come si vede in un video girato dall’agenzia Vista Tv. Ha rivendicato tutte le scelte di solidarietà sociale, in testa la riforma della sanità pubblica per oltre 20 milioni di persone, chiave del successo dei democratici. Ha rivendicato il rilancio dell’economia americana (un massiccio piano d’investimenti pubblici contro la crisi scoppiata nel 2008). Ha rivendicato le riforme varate nei suoi otto anni alla Casa Bianca. Quando fu eletto presidente dieci anni fa si trovò davanti la più grave recessione economica americana dalla Grande depressione del 1929: le fabbriche chiudevano e la disoccupazione dilagava, «ho dovuto prendere la scopa e ripulire il casino» lasciato dall’amministrazione repubblicana precedente e a prezzo di grandi sforzi «abbiamo ricominciato a crescere».

Analogo discorso ha svolto qualche giorno prima a Miami. Ha attaccato Trump: «Mente e si inventa le cose». Ha bocciato la sua politica della mano dura contro gli immigrati: «Non ha compassione, questa non è l’America». Il primo presidente afro-americano, il quarantaquattresimo nella storia degli Stati Uniti contrappone la solidarietà all’egoismo sociale, la tolleranza al razzismo, lo sviluppo economico rispettoso dell’ambiente allo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, il dialogo internazionale allo scontro. Sono riecheggiati gli slogan dei suoi due mandati di presidente: «Il cambiamento può ancora avvenire, la speranza non è ancora morta». È riapparso il suo slogan: «Yes, we can», si può fare.

L’avvocato di colore, difensore dei diritti civili, non si è ritirato a vita privata, è ancora in campo. In caso di necessità il mondo progressista può ancora fare conto su di lui. Obama non è nuovo alle imprese impossibili: prima fu eletto a sorpresa senatore dell’Illinois, poi presidente degli Stati Uniti. Tra due anni, nel 2020, si tornerà a votare per la Casa Bianca e già si parla di tanti possibili candidati democratici da opporre a Trump. La Costituzione americana, con una modifica del 1951, vieta un terzo mandato presidenziale per evitare una concentrazione troppo forte di potere. Ma potrebbe essere introdotta anche la possibilità di un incarico ter sia pure non consecutivo. Nel 2011 Bill Clinton, già presidente democratico con due mandati sulle spalle, tanto amato quanto discusso, lanciò la proposta: «Ho sempre pensato che questa dovrebbe essere la regola». Tuttavia l’idea restò lettera morta.

Leo Sansone
SfogliaRoma

Fahrenheit 11/09: Moore e ‘la tempesta’ Trump. Ombra su elezioni

locandina-fahrenheit-9-11-441663.660x368Come prepararsi alle prossime elezioni americane del 6 novembre di metà mandato (o ‘midterm’)? Occorre innanzitutto decidere per cosa votare più che per chi votare. Si deve stabilire se si vuole ancora ‘salvare’ questa America e, soprattutto, se sia ancora possibile farlo. Ma – in primis – c’è da chiedersi come si sia potuti arrivare a tutto ciò. Stiamo parlando di una terra che era quella del ‘sogno americano’: ha ancora senso? Sembra partito da qui Michael Moore per la creazione e produzione del suo “Fahrenheit-11/09”. O forse dovremmo dire 09/11? Sì, perché non si tratta di un remake del suo colossal di successo del 2004 (“Fahrenheit-11/09”, appunto, sulla tragedia dell’11 settembre ovvero dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle). Stiamo parlando di un altro evento che ha stravolto e cambiato per sempre la storia politica dell’America: l’elezione del 45esimo presidente Donald Trump. Si è aperta una nuova fase, di cui lui mostra tutti i retroscena più oscuri, o meglio noti, ma su cui tutti hanno taciuto a lungo. Ma, per quanto estremamente e profondamente satirico e provocatorio, il regista vuole andare oltre la semplice contestazione del presidente; per quanto non si possano negare il tono e l’atteggiamento irriverente di Moore, che non nasconde l’antipatia per Trump. Lo arriva persino a definire razzista e dittatore, tanto da paragonarlo a Hitler per il modo di condurre la sua azione politica, facendo opera di dissuasione di massa. Persuadeva l’elettorato e la sua ascesa fu favorita dalla convinzione che, opere illegali come le leggi razziali o simili, violazione ai diritti umani, non sarebbero mai potute essere attuate in concreto, certi che c’era la Costituzione a vietarlo a garanzia. Invece oggi essa, come allora, potrebbe non bastare più. C’è una nuova minaccia che incombe, peggio di quella terroristica: non tanto quella alla sicurezza quanto quella alla libertà. Infatti, se Trump si è posto come salvezza per l’America, l’obiettivo del regista americano è la tutela dei diritti umani; un film molto sociale dunque. Con il suo documentario-denuncia, Moore ci vuole ricordare l’importanza di questi valori, proprio nel momento in cui si deve decidere del futuro politico del Paese. Siamo ancora certi di godere della libertà? Se no, siamo disposti a sacrificarla per sempre? Dobbiamo pensarci in fretta, perché farlo dopo potrebbe essere già troppo tardi – esorta il regista -. Più che un attacco diretto, sferzato al presidente Trump, il suo sembra il monito di un uomo, di un cittadino, preoccupato per lo stato in cui versa la sua nazione: la terra dove regnano leader del calibro di Trump, ma anche del governatore Rick Snyder. Non tanto capi politici, quanto piuttosto manager che trattano i loro elettori come clienti, guardando al profitto e facendo gli interessi di un’oligarchia a loro vicina che gli dà consenso, che cercano di mettere al vertice i loro amici che li hanno sostenuti. A dispetto di tutto e di tutti. Anche di gente innocente come quella di Flint (nel Michigan, dove è nato Moore). Certo, si potrebbe obiettare, c’è un certo conflitto d’interessi, ma un dato è sicuro: lì sorgerà un caso simile a quello denunciato dalla giornalista Erin Brockovich sul cromo esavalente andato a finire nelle acque di uso pubblico, inquinandole fatalmente. Qui a Flint era presente del piombo in alta concentrazione. I limiti di tollerabilità – previsti per legge – erano di 3,5; mentre, quelli riscontrati nelle analisi, andavano da un minimo di 5, fino persino a 10 o 14. Inutile dire i morti che ha fatto. Eppure quei risultati non sono mai stati resi noti, ma modificati e falsati. Così come è avvenuto per i voti. Flint è divenuta, in seguito, sede di esercitazioni militari, i suoi cittadini nuovi bersagli di una politica distruttiva, in cui non si è neppure liberi di fuggire perché: chi compra la casa che si ha lì? Tutto questo per volontà del governatore Snyder, che aveva fatto costruire un altro viadotto (inutile, oltre all’altro già esistente), che non si alimentava delle acque dolci del fiume Huron (parte del sistema idrico di Detroit), ma da fonte contaminata da piombo appunto del fiume Flint stesso. Perché e da chi è stato finanziato il nuovo sistema idrico realizzato? Naturalmente dalla General Motors (fondata qui a Flint nel 1908) che c’era dietro l’elezione del governatore repubblicano del Michigan Snyder, tanto che la prima fabbrica a cessare di utilizzarlo sarà proprio uno stabilimento della GM. Dall’altro lato i brogli elettorali non sono la sola denuncia mossa a Trump: l’impeachment, ma anche gli scandali sessuali, l’accusa di razzismo e quant’altro. Come ha fatto a resistere in mezzo a tutta questa bufera che gli si è ritorta contro? Perché “io sono la tempesta”, tuona Trump stesso, fiero e convinto del suo potere. Già, perché – per uomini come lui – politica rima solo con potere e non tanto con principi morali. Ma, aggiunge Moore, ci vogliono dei Trump per scuotere le coscienze. Di fronte a un elettorato disilluso, tradito dalle politiche dei precedenti presidenti come Barack Obama, che intervenne direttamente sulla questione Flint in maniera clamorosa: mediatico-sensazionalistica più che pragmatica, come speravano quei cittadini, ovvero mandando la protezione civile a sostituire le condotte contaminate da tubature corrose ad esempio e non aerei militari per le esercitazioni. Invece Obama provocò, facendosi prendere un bicchiere d’acqua da bere per dimostrare l’inesistenza di rischi. Oppure da politici come il governatore Snyder, che seppe creare il governatore per le emergenze solo per dare occupazione ai suoi fidati.
Tutto questo lo scenario che ha permesso l’ascesa di Trump. Nella sfida alle presidenziali, Hilary Clinton sembrava favorita, invece perderà clamorosamente. Trump si farà annunciare da Gwen Stefani, che veniva pagata più di lui negli show, geloso della sua visibilità. Curiosa coincidenza, a sostegno della moglie di Clinton nel film si vedono anche Julia Roberts e George Clooney; proprio l’attrice che aveva interpretato Erin Brockovich in “Erin Brockovich-forte come la verità” (film del 2000 per la regia di Steven Soderberg). E, se per lo scandalo del piombo, Snyder dovette chiedere scusa pubblicamente, Moore sembra mosso da quella ricerca di verità e giustizia simili nella giornalista. È quella verità che vuole smascherare. Del resto anche Moore ha un passato da giornalista.
Non ebbe mai simpatie per Trump, anche se i due si incontrarono in più di un’occasione e si comportarono sempre in maniera civile; tollerante Moore, anche Trump resistette ad offendere, come fatto con la stampa più volte, che umiliava e strumentalizzava, scherniva, facendosi attendere per le interviste, che diceva lui come dovevano essere condotte o che denigrava. Eppure scoprirono di avere una cosa in comune: Trump aveva visto il film di Moore “Roger&Me” (del 1989) e gli piacque, anche se non sarebbe mai voluto essere nel povero Roger; ovviamente. Infatti, per chi conosce la trama, è facile comprendere la sua posizione. Roger potrebbe tranquillamente essere Snyder; tanto che, il documentario di Moore del 1989 narra proprio della crisi della General Motors e della chiusura di una fabbrica di automobili a Flint. Il ‘Roger’ del titolo è proprio Roger B. Smith, ex amministratore delegato della GM. Quest’ultimo licenzierà ben 30mila lavoratori, operai e dipendenti di quella fabbrica. Oltre a negarsi al confronto diretto con il regista, per Moore sorge lo spunto per raccontarci le storie personali, private e umane di tutti quegli uomini e quelle famiglie. Come accadrà nello stesso film “Erin Brockovich-forte come la verità”: Erin sapeva perfettamente a memoria i numeri e gli indirizzi, con esattezza, senza sbagliarne uno, dimenticarne nessuno e senza bisogno di dover consultare i registri e gli elenchi che ne aveva stilati. Per entrambi è la lotta alle multinazionali ed alle loro lobbies.
Trump in politica è stato come un terremoto che ha stravolto lo scenario politico americano, che ha fatto crollare, sotterrandole, tutte le certezze dei votanti, cancellando e azzerando ogni fiducia nella politica da parte degli elettori. Uno tsunami che ha messo a soqquadro e raso al suolo il governo americano. Disegnando un pronostico apocalittico ed epocale: un’ecatombe, ‘la morte della democrazia’ – come la definisce Moore -, come il genocidio razziale nazista (e fascista) degli ebrei. In questo scenario regna solo disperazione, non c’è più speranza. O forse sì, ne è rimasta ancora? L’America è quella multiculturale, ma delle diseguaglianze, della violenza montante anche a seguito della legalizzazione delle armi (che non rendono la gente di questa terra più sicura però). Non è una questione etica e/o morale. Qui non c’entrano né Trump nè Moore. Qui c’entra il ritornare ad essere la “grande America” del passato, una grande America: quella che lo stesso presidente ha auspicato e che Moore medesimo vuole poter riveder risorgere dalle macerie, di corruzione e depravazione, che sembrano non lasciare spazio per il futuro. Per questo non è tanto un processo, un’accusa, un’invettiva, un pamphlet sulla linea del noto “J’accuse” di Zola, quanto una denuncia sociale. Da dove ripartire, soprattutto in vista delle prossime elezioni di novembre?
Il film (presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma, a cui ha partecipato anche il regista stesso), nelle sale dal 22 al 24 ottobre prossimi, sembra proprio voler dire che bisogna ripartire da questa occasione che si ha, di andare di nuovo al voto il mese prossimo. Guidati da un interrogativo, che ricorda il titolo di un altro film presentato alla 13esima Festa del cinema di Roma: “Who will write our history” (per la regia di Roberta Grossman), sull’Olocausto. E allora, viene da rispondere: chi scriverà la storia dell’America? Chi, se non gli americani stessi con il loro voto? Ma da dove cominciare a decidere? Ma naturalmente seguendo gli esempi che sono già stati lanciati e che il regista mostra come spiraglio di luce e speranza. Si spera! Ovvero la protesta delle insegnanti del West Virginia, sottopagate, che non arrivano a fine mese, ma che gli alunni chiamano mamme, perché magari sono rimasti orfani in quanto la loro madre è morta per overdose. O quella, più importante, dei giovani. Dei ragazzi, adolescenti di licei e università che si sono uniti per contrastare il potere delle lobbies, che frutta miliardi a pochi a danno di tanti; ovvero di loro coetanei, morti e uccisi barbaramente in attentati in cui altri ragazzi come loro si sono introdotti in scuole e hanno sparato a raffica con fucili: vittime anche loro di un sistema fallato e depravato, che diffonde e istiga alla violenza, alla rabbia, all’odio, all’uso di armi appunto – sempre più diffuso tra i giovani stessi -. Denunciare il porto d’armi ormai è diventato come registrarsi all’anagrafe: è un’abitudine diventata consuetudine e parte intrinseca della cultura americana. Civiltà poco civile, in cui le minoranze non hanno diritti, se non quello di dover subire. E allora è la mobilitazione di chi non è stato ascoltato e/o riconosciuto che può portare a qualcosa di nuovo. Stiamo parlando di giovani, donne, soprattutto di colore, oppure di religione o indirizzo sessuale diverso. Cioè, vuol dire ascoltare il grido, non troppo silenzioso, di queste ribelli emancipate e rivoluzionarie. Perché i nomi delle candidate alle prossime elezioni già dicono tutto. Quello che si prevede attueranno, che ne potrà nascere e che già stanno iniziando a compiere, è il miracolo di una rivoluzione femminile, ma non femminista. Ci sono molte brutte pagine da cancellare; e non solo la tragedia di Flint, per la morte di circa 10mila persone (per la maggior parte bambini) per l’acqua inquinata dal piombo: “un incubo di ingiustizia, povertà e mancanza di democrazia” nella terra del “sogno americano” (disilluso) – come è stata definita -. Se si vuole il cambiamento, non lo si può fare eleggendo le stesse persone.
“La follia è rileggere sempre le stesse persone e pensare che qualcosa possa cambiare”; questo il pensiero di una delle candidate: Alexandria Ocasio-Cortez. Ma nel documentario di Moore ne appare anche un’altra: Rashida Tlaib. Tuttavia non sono le sole.
Andiamole a conoscere tutte. La prima, 28 anni, è portoricana del Bronx e socialista affermata, avrà un seggio sicuro al prossimo Congresso, dopo aver battuto un leader democratico storico come Joseph Crowley. Lei è l’icona di questo nuovo ‘movimento’, in quanto è riuscita a sovvertire una tendenza abbastanza diffusa: “donne come me non è previsto che corrano alle elezioni”, aveva spiegato. La seconda, potrebbe diventare la prima musulmana-americana ad ottenere un seggio al Congresso. Lei, infatti, ha 42 anni, è un avvocato e ha origini palestinesi, ma è nata, cresciuta e ha vissuto sempre a Detroit. La città, tra l’altro, vide scontri mostruosi tra poliziotti e afro-americani (uccisi a sangue e in maniera violenta dalla polizia), che sono stati al centro dell’omonimo film del 2017 (diretto da Kathryn Bigelow e scritto da Mark Boal); dunque l’aspetto sociale della sua politica sarà centrale, nonché fondamentale e da tenere assolutamente in considerazione. Alle elezioni lei rappresenta i Democratic Socialists of America.
Poi c’è anche Jahana Hayes, 45enne di Waterbury. Premiata come miglior insegnante degli Usa nel 2016, è impegnata nel sociale poiché è cresciuta in una casa popolare e aveva una mamma drogata; anche lei è stata presto una giovane madre, aiutata solo dal sostegno della sua comunità. Potrebbe diventare la prima afro-americana del Connecticut al Congresso. E che dire di Christine Hallquist? Potrebbe essere lei il primo governatore americano transgender nel Vermont (nella regione del New England). ‘Vermont’: il nome deriva dal francese ‘mont’ ‘monte’ e ver ossia ‘vert’ ‘verde’; infatti, qui nel New England, c’è la catena delle Green Mountains (a cui il nome si ricollega), dunque particolare attenzione dovrà essere rivolta alle problematiche ambientali. Poi c’è anche la 35enne, originaria di Mogadiscio (in Somalia), Ilhan Omar, cresciuta lì dal padre e dal nonno (poiché perse la madre da piccola); la sua eventuale elezione al Congresso ne farebbe la prima ‘rifugiata’ americana nel Minnesota per i Democratic Farmer Labor. Arrivò in America (per la precisione a Minneapolis) per sfuggire alla guerra. Altra emigrata, ma stavolta di origini asiatiche, proveniente dalle Filippine e ‘sbarcata’ a San Antonio, – particolarmente rilevante per diverse ragioni – è la figura della 37enne Gina Ortiz Jones; donna esperta di guerra e lesbica, è un vero e proprio marines, una combattente a tutti gli effetti, che ha agito in Iraq ed è stata un membro dell’Intelligence americana. Si candida nel Texas a rappresentante di tutte le minoranze femminili. Come lei, anche la 42enne Amy McGrath è un’esperta militare. Proviene da Cincinnati (nell’Ohio), ma si candida per la Camera del Kentucky; ha fatto parte dei marines per circa un ventennio, partecipando a missioni in Afghanistan e Iraq. È stata la prima donna a pilotare un areo caccia F-18. Infine, segnaliamo anche la presenza, tra le candidate, di Sharice Davids. La 38enne è impegnata a contendersi il seggio in Kansas e potrebbe portare all’elezione della prima indiana (americana) ed anche lesbica; infatti è una nativa di una tribù del Wisconsin, giunta per studi in Kansas. Ma, oltre a tutto questo, Sharice Davids è anche un avvocato, che ben conosce e pratica le arti marziali, che padroneggia con abilità.
Comunque le si voglia definire e valutare, anche incapaci o illuse, i loro programmi di certo sono diversi, ma soprattutto fanno rabbrividire quelli come il governatore Snyder&co, che potremmo definire i ‘Robin Hood’ dei ricchi: prendere ai poveri per dare ancora di più ai ricchi. Nel programma di Alexandria Ocasio-Cortez si parla di istruzione gratuita, tanto per cominciare e fare un esempio. Ma non ci interessa giudicare, indirizzare le preferenze, simpatizzare, accusare o criticare nessuno. Né da una parte né dall’altra. Perché di una cosa siamo certi: che qualsiasi americano, di destra o di sinistra, democratico o repubblicano, socialista o liberale, donna o uomo, di colore o bianco, di qualsiasi fede religiosa o indirizzo sessuale, concorderà su una cosa: l’amore per la sua terra, per il bene dell’America. E allora, per ciascun/a candidato/a sarà imprescindibile possedere un connotato: farsi rappresentante dell’unità del Paese. Viene in mente il titolo di un film dei Vanzina: “Mai Stati Uniti”. Dei fratelli si ritrovano a fare un viaggio negli USA insieme (dove non erano mai stati prima), dopo la morte del padre; e allora scoprono, per la prima volta, di essere davvero una famiglia. Dunque potremmo anche dire: mai stati uniti, nel senso di non essere mai stati prima così coesi. Mai come ora, in America (come in Italia e ovunque) c’è bisogno di essere uniti. Soprattutto per gli Stati Uniti d’America, patria della Guerra d’indipendenza coloniale americana. Ricordo ancestrale di un passato glorioso da riesumare, da quella terribile e temibile tomba della democrazia che preoccupa tanto Moore. Affinché le problematiche sociali e le emergenze umanitarie non siano più strumentalizzate e politicizzate, diventando parte integrante della promozione dell’azione governativa, o di campagne elettorali che sembrano seguire la logica di una strategia di marketing più che dei principi o valori morali. E i movimenti di protesta studenteschi e giovanili sono stati, in questo, centrali nel ribadire tale concetto, ma nel sottolineare anche il fatto che è l’unione a fare la differenza. Consapevoli dell’importante ruolo che potevano avere per veicolare un messaggio sociale del genere. E dettero vita a 700 marce in tutta America e 100 in tutto il mondo; vere e proprie fiaccolate per la memoria di vittime innocenti. Condotte sulle note di “Take me home, country roads” (di John Denver): portami a casa, perché tutti questi americani vogliono poter ritornare a casa, ritrovare cioè la loro patria. E, a tale proposito, un’ultima nota la merita la musica (con canzoni scelte con cura da Moore) che fa da colonna sonora al film, che dà ritmo, incisività, profondità e fruibilità ai contenuti, fornendo un tono di freschezza che non guasta; il regista, inoltre, è bravo a dosare simpatia e ironia accanto all’ asprezza della satira e della denuncia (sociale, giuridica, economica e politica).

Trump e Kavanaugh: macchie sulla Corte Suprema

Trump Kavanaugh

“È mai svenuto dopo avere bevuto alcol?” Questa una delle domande della senatrice Amy Klobuchar (Democratica, Minnesota) a Brett Kavanaugh durante la sua seconda testimonianza alla Commissione Giudiziaria del Senato per la possibile conferma alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Kavanaugh, evidentemente adirato dalla domanda, ha ribattuto domandando se la senatrice era svenuta in un caso simile.

La Klobuchar, con tono molto pacato, ha pressato il possibile giudice della Corte Suprema ottenendo una risposta negativa. Dopo la pausa del pranzo il giudice Kavanaugh ha chiesto scusa alla senatrice avendo capito il suo sbaglio. Kavanaugh ha anche riconosciuto il suo sbaglio pochi giorni dopo in un suo intervento nelle pagine del Wall Street Journal, noto quotidiano che pende a destra. Nel suo intervento, Kavanaugh mette in risalto le sue qualifiche ma ammette che la sua testimonianza è stata colorata da troppa emotività e ha “detto cose che non avrebbe dovuto dire”.

La reazione inappropriata di Kavanaugh con la senatrice Klobuchar non è stata l’unica asserzione fuori posto. Nel suo discorso di introduzione, il giudice Kavanaugh aveva fatto dichiarazioni che non si addicono alla personalità e temperamento di un giudice né tantomeno di un possibile giudice della Corte Suprema. Kavanaugh aveva dichiarato che nelle ultime due settimane era stato vittima di un “un assassinio politico”,  “alimentato  da rabbia per la vittoria di Trump nel 2016”,  “ con milioni di dollari spesi dalla sinistra per ottenere la vendetta dei Clinton”. Per Kavanaugh la colpa era tutta dei membri democratici della Commissione Giudiziaria al Senato.

Si tratta di dichiarazioni completamente estranee al tenore giudiziario ricordandoci in effetti i toni di una campagna politica. La reazione politica di Kavanaugh è stata spiegata dai suoi sostenitori come sdegno giustificato, considerando le accuse di molestie sessuali nei suoi confronti venute a galla, secondo lui, all’ultimo minuto per silurare la sua candidatura. Comunque sia, la reazione di Kavanaugh non ha riflesso la personalità necessaria per servire nella Corte Suprema che negli ultimi venti anni è divenuta sempre più dominata dalla politica, allontanandosi dalla giustizia che dovrebbe essere imparziale e basata sulle leggi.

Si sa ovviamente che il legame fra politica e sistema giudiziario esiste. I giudici della Corte Suprema vengono nominati dal presidente in carica in buona parte per ideologia politica. Donald Trump nella sua campagna del 2015-16 aveva promesso  che se eletto avrebbe nominato giudici conservatori. Infatti le sue due nomine sono giudici che tendono a destra. Ma la nomina di Neil Gorsuch (confermato l’anno scorso) e quella di Kavanaugh ci ricordano altre colorate da politica e polemiche come  quella clamorosa di Clarence Thomas del 1991. Si ricorda che Thomas, nonostante le accuse di molestie sessuali  di Anita Hill, fu alla fine confermato. Una conferma che rappresenta in un certo modo una macchia nella solennità della Corte Suprema. Alla quale bisogna aggiungere la macchia rappresentata da Gorsuch che è riuscito ad approdare alla Corte per il fatto che i senatori repubblicani, che controllano la Camera Alta, si rifiutarono di prendere in considerazione Merrick Garland che l’allora presidente Barack Obama aveva nominato per rimpiazzare Antonin Scalia. In effetti, i repubblicani, con la loro ostruzione, crearono il posto per Gorsuch.

Quando i senatori repubblicani adesso accusano i loro colleghi democratici di ostruzione non hanno tutti i torti perché fanno il lavoro di opposizione. Ma i “maestri” dell’opposizione sono proprio loro, i repubblicani. Avevano iniziato con la presidenza  di Obama rifiutandosi di confermare un folto numero di giudici alle Corti federali nominati da Obama. Poi, per ottenere più potere, hanno ridotto la voce della minoranza eliminando la procedura del filibuster che richiedeva 60 voti per procedere ai voti della conferma dei giudici. In passato, questa tradizione del Senato spingeva i presidenti a nominare giudici meno estremisti sapendo che la conferma richiedeva voti del partito di minoranza. In sintesi, la tossicità politica di Washington con l’aspra opposizione a Obama, è stata riversata anche sulla Corte Suprema.

Non sorprendono dunque tutti i battibecchi evidenti nella conferma di Kavanaugh. In questo caso però la posta è troppo alta. Una conferma di Kavanaugh significherebbe la netta maggioranza conservatrice in seno alla Corte Suprema con buone possibilità di future decisioni che potrebbero influenzare la politica americana per un cinquantennio. A cominciare dalla legge sull’aborto ma anche su tanti altri temi sociali per i quali Kavanaugh con il suo attacco politico si è dimostrato chiaramente  poco capace di obiettività. Il professor Laurence Tribe, eminente professore di diritto costituzionale alla Harvard, basandosi sugli attacchi di Kavanaugh, ha rilevato una serie di temi sui quali Kavanaugh dovrebbe ricusarsi perché li ha descritti come suoi avversari implacabili. Il professor Tribe include fra questi casi di molestie sessuali, i democratici, i gruppi liberal ecc. Ricusarsi da casi che toccano questi temi non sarebbe legalmente obbligatorio ma lo sarebbe dal punto di vista etico.

Al momento di scrivere queste righe siamo informati che il Senato ha approvato la mozione procedurale con 51 voti favorevoli e 49 contrari. Il voto finale non dovrebbe essere diverso anche se qualche remota possibilità di ribaltarlo potrebbe esistere. Non si sa con completa certezza l’esito finale ma sappiamo però che la probabile conferma di Kavanaugh ha già aggiunto altre macchie che riducono la legittimità della Corte Suprema.

Domenico Maceri

Piano Trump per il deficit: tagli a stipendi dei federali

corey stewart“Sono quasi sempre d’accordo con il presidente Trump, ma non in questo caso”. Queste le parole di Corey A. Stewart, candidato per il Senato in Virginia, in un’email al Washington Post. Stewart dissentiva dalla decisione del presidente americano di bloccare gli aumenti salariali ai dipendenti federali. L’inquilino della Casa Bianca aveva spiegato in un comunicato indirizzato a Paul Ryan, speaker della Camera, che “bisogna mettere il Paese in una strada fiscalmente sostenibile” e che gli aumenti non si possono giustificare considerando “l’emergenza nazionale”.

Stewart è uno dei più grandi sostenitori di Trump. Lo aveva persino difeso nei suoi momenti più bui come nel caso delle rivelazioni del notissimo video di Hollywood in cui si sentiva che l’allora candidato repubblicano poteva approfittare delle donne. Stewart era rimasto al fianco di Trump anche quando questi aveva detto che i neonazisti non erano poi tanto negativi perché in una dimostrazione a Charlottesville c’erano stati problemi “da ambedue le parti”.

La diversa presa di posizione di Stewart sui salari sembra ammirevole specialmente perché non rientra nell’ideologia repubblicana di difendere i lavoratori. Stewart però è tutt’altro che altruista. È candidato al Senato in Virginia e si trova in una situazione disastrosa essendo indietro di 23 punti, secondo un sondaggio. Ha poche speranze di sconfiggere il suo rivale democratico Tim Kaine, attuale senatore e noto anche per essere stato il vice di Hillary Clinton nel 2016. Il Virginia contiene quasi 200mila dei 2,1 milioni di dipendenti federali e quindi Stewart non poteva che prendere le loro difese per cercare di limitare i suoi danni politici.

Gli aumenti bloccati da Trump equivalgono a 2,1 percento e secondo il presidente ammonterebbero a 25 miliardi di dollari. Esclusi dal congelamento sono le forze armate. In realtà si tratta di solo 2 miliardi in un bilancio annuale di 4100 miliardi. Da rilevare anche che il numero di dipendenti federali non aumenta dal 1989 quando la popolazione statunitense era 246 milioni comparata a quella attuale di 320 milioni.

La preoccupazione di Trump per il deficit sarebbe ragionevole eccetto per il fatto che emana odore di ipocrisia. Si ricorda che il 45esimo presidente l’anno scorso ha firmato una legge approvata dal suo partito che ha già peggiorato il deficit annuale e di conseguenza anche il debito federale. Solo nel mese di luglio 2018 il deficit è stato registrato a 77 miliardi di dollari, un aumento del 79 percento in comparazione a luglio del 2017. Il deficit è aumentato del 21 percento nei primi dieci mesi del 2018. Il Congressional Budget Office (CB0), l’agenzia federale non-partisan, ha calcolato che il deficit nel 2019 raggiungerà mille miliardi.

L’aumento del deficit è dovuto principalmente agli sgravi fiscali che hanno beneficiato in grandissima misura le classi abbienti considerando specialmente la riduzione delle imposte dal 35 al 21 percento alle corporation.

L’impatto della proposta di Trump dei tagli salariali sul deficit sarebbe minimo e riflette la mancanza di serietà fiscale non solo del 45esimo presidente ma anche del Partito Repubblicano. Si ricorda che il deficit e il debito nazionale sono temi di importanza per il Gop quando i democratici sono al potere. Adesso che i repubblicani controllano sia la Casa Bianca che le due Camere non si sente parlare di deficit. Il fatto che Trump abbia riaperto il discorso dovrebbe essere positivo ma in realtà è poco promettente.

Anche il congelamento degli aumenti non è cosa fatta perché la legislatura potrebbe agire per ripristinare gli aumenti. Il Senato infatti aveva votato un aumento dell’1,9 percento per i dipendenti federali. La Camera non si era pronunciata ma adesso la pressione sta aumentando per agire poiché anche i parlamentari più conservatori, oltre ai democratici, sono favorevoli al modesto aumento. David Brat, per esempio, parlamentare del Virginia, membro del Tea Party, l’estrema destra del Gop, ha dichiarato che bisogna affrontare aggressivamente il bilancio “ma l’eliminazione dell’aumento ai dipendenti federali all’ultimo minuto non è la strada giusta”.

Ha ragione. La presa di posizione di Trump consiste di una guerra ai dipendenti federali che servono i veterani, forniscono supporto alle forze armate, proteggono l’ambiente e aiutano le famiglie povere. Si calcola anche che un terzo di questi dipendenti federali sono persino veterani.

La ripresa economica iniziata con Barack Obama segue un percorso positivo ma i benefici continuano in grande misura ad andare ai benestanti. Gli sgravi fiscali approvati da Trump, non necessari per stimolare l’economia, erano semplicemente un “regalo” ai più ricchi che in realtà non ne avevano bisogno. L’idea di bloccare il modestissimo aumento ai dipendenti federali ci conferma che il 45esimo presidente è incapace di identificarsi con la classe media. In questo caso però il suo partito lo potrebbe bloccare se non altro per minimizzare le probabili perdite alle elezioni di midterm che sono quasi alle porte.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

I valori di McCain e Trump: due Americhe

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“L’America di John McCain non ha bisogno di essere rifatta grande perché lo è sempre stata”. Queste le parole di Meghan McCain, figlia di John McCain, agli elogi funebri del senatore americano tenutosi alla National Cathedral di Washington. Solo poche ore dopo è arrivato il tweet di Donald Trump che in lettere maiuscole ripeteva “MAKE AMERICA GREAT AGAIN”.

Due frasi diverse che rappresentano due Americhe, quella di McCain e l’altra del 45esimo presidente.

L’America di John McCain era presente nella cattedrale di Washington e abbracciava tutto l’establishment politico americano incluso gli ex presidenti George W. Bush e Barack Obama. McCain, sapendo che era in fin di vita, alcuni mesi fa aveva chiesto ad ambedue di pronunciare elogi funebri al suo funerale. La scelta non è stata casuale rivelandoci la forza e il coraggio di McCain. Sia Bush che Obama lo avevano sconfitto in dure campagne politiche. Il primo per la nomination nel 2000 e il secondo nella corsa alla presidenza nel 2008. I rapporti bipartisan però per McCain erano più importanti dei risultati delle elezioni. Come ha detto Obama nel suo elogio, al di là delle differenze politiche, ambedue erano americani e formavano parte della stessa “squadra”. Obama e Bush hanno lodato McCain per il suo eroismo in Vietnam dove sofferse la prigionia nel cosiddetto Hanoi Hilton. Una volta che i Viet Cong si resero conto che era figlio di un ammiraglio americano gli offrirono la libertà mettendolo davanti alla fila dei prigionieri da liberare. McCain si rifiutò decidendo di aspettare il suo turno, decisione che gli costò ulteriori torture.

La scelta dei due ex presidenti e degli elogi funebri è stata strategica e mirava a mandare un messaggio all’attuale residente della Casa Bianca, un uomo i cui comportamenti McCain disdegnava. In uno dei suoi ultimi dissensi, McCain aveva aspramente criticato  il comportamento di Trump all’incontro con Vladimir Putin in Helsinki. Si ricorda che il presidente americano non riconobbe il lavoro dell’intelligence americana che aveva confermato l’interferenza russa nell’elezione del 2016. Trump dichiarò nella conferenza stampa che Putin gli aveva dato ragionamenti convincenti per l’innocenza russa.

McCain aveva capito che la nazione viene prima del partito e che bisogna sacrificare per il bene comune. Trump, invece, vede il suo bene personale come guida. Ce lo conferma anche il suo attacco più feroce a McCain  durante la campagna elettorale quando l’allora candidato alla nomination repubblicana mise in dubbio l’eroismo di McCain. Trump disse che a lui piacciono “quelli che non si fanno catturare” e che McCain non era un eroe. Una blasfemia ovviamente poiché tutti gli americani riconoscono i sacrifici e contributi di McCain al paese. Nel caso di Trump, non corse il pericolo di essere catturato perché non servì nelle forze armate americane. Non andò in Vietnam perché ottenne quattro rinvii e alla fine fu esentato per una lieve deformazione ai talloni.

L’incapacità di Trump di vedere in faccia la realtà e il suo uso di attacchi personali come arma politica colorano la sua America. Come ha detto Obama nel suo elogio a McCain “la politica attuale americana finge di essere coraggiosa ma infatti nasce dalla paura”. La frase non menziona Trump direttamente ma la stoccata è chiara e diretta all’attuale inquilino della Casa Bianca. Nella campagna politica per la presidenza e in quasi due anni di mandato Trump le spara grosse dicendo di esser coraggioso e grande difensore del paese con la sua politica di “America first”, prima gli americani.

I fatti importano poco nell’America di Trump. I fatti si possono ricreare per confermare il successo personale. E quando la logica presenta un panorama negativo gli attacchi si riversano sui messaggeri. I media che riportano la realtà sono attaccati di “fake news” e in tempi recentissimi di nemici del popolo. Un’espressione che  ci fa subito pensare a leader autoritari per cui Trump ha espresso ammirazione dimenticando che i loro valori si trovano diametralmente opposti a quelli americani incarnati da McCain.

La miopia di Trump pervade la sua politica, che a differenza di McCain, è guidata dalla sopravvivenza personale anche a costo di sbarazzarsi di principi etici e morali. Dalle bugie quasi quotidiane che il Washington Post ha calcolato a più di 4 mila in meno di due anni di mandato a pagamenti di pornostar per silenziarle, prima smentiti, ma poi confermati dai suoi collaboratori, alcuni dei quali stanno per andare in galera.

Meghan McCain, nel suo elogio ha detto che la scomparsa del padre significa “la morte della grandezza americana, di quella vera… non  quella di individui che hanno vissuto una vita di conforti e privilegi mentre lui soffriva e serviva”. Non menziona Trump, ma la stoccata, è chiarissima.

Nel suo messaggio di addio McCain ha reiterato la “fede negli americani” esortandoci a non “disperare per i problemi attuali ma di credere sempre nella promessa e grandezza dell’America”. Un messaggio positivo che mentre l’America perdeva un pezzo importante ci ricorda che il Paese è molto  più grande  e non dipende da un singolo individuo. McCain sapeva benissimo che, nonostante la sua grandezza, l’America non ha ancora raggiunto il punto più alto ma la fede negli ideali vi ci condurranno un giorno.

Domenico Maceri

Accordo nucleare iraniano, conseguenze alla denuncia

trump-rohaniIl presidente statunitense Donald Trump ha di recente denunciato l’accordo sul nucleare iraniano, che il proprio Paese aveva firmato, nel 2015, soprattutto per iniziativa del suo predecessore Barack Obama, assieme ai Paesi del Consiglio di sicurezza dell’ONU, più la Germania. Egli ha anche annunciato che gli USA faranno partire al più presto nuove sanzioni contro l’Iran, al fine di scongiurare che “il regime che sostiene il terrorismo in tutto il Medio Oriente possa arrivare alla bomba nucleare”.
Per giustificare e rafforzare la decisione di rinunciare all’accordo, Trump ha anche sostenuto, riguardo alle intenzioni nucleari dell’Iran, di “avere le prove definitive che quelle di continuo manifestate da Teheran sono bugie”; egli ha fatto riferimento alla denuncia pubblica fatta dal primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, in occasione della quale sono stati mostrati documenti e prove fornite dal Mossad. Ciò ha spinto Trump a concordare sull’esistenza di un programma per il nucleare militare degli iraniani, sebbene nessun osservatore internazionale abbia individuato nei documenti esibiti una qualche violazione di quanto previsto nel Piano d’Azione Congiunto Globale (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA), concordato a supporto dell’attuazione dell’accordo stipulato.
Durante la presidenza di Barack Obama, l’Iran e gli altri mediatori internazionali avevano raggiunto un accordo sulla risoluzione dell’annoso problema del programma nucleare dell’Iran: con l’accordo e l’adozione del piano congiunto d’azione globale, era stata decisa la rimozione delle sanzioni economiche e finanziarie contro l’Iran, precedentemente decise dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea.
Il Piano congiunto prevedeva che il programma nucleare iraniano potesse continuare esclusivamente per scopi pacifici e comportasse un miglioramento nei rapporti internazionali. Questi adempimenti erano stati visti come un pilastro fondamentale del processo di pacificazione internazionale e di stabilità regionale, per via del fatto che l’Iran avrebbe rinunciato a dotarsi di armi nucleari. In ogni caso, l’accordo del 2015 permetteva alla Repubblica Islamica di continuare nella propria attività di ricerca nucleare in ambito scientifico, contestualmente alla cessazione di tutte le sanzioni internazionali a cui era stata sottoposta.
Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo è stato criticato dall’ex presidente Barack Obama, che ha messo in evidenza le possibili conseguenze negative che possono derivare dalla decisione di Trump; ciò in quanto, secondo Obama, la denuncia dell’accordo potrebbe “incoraggiare il regime già pericoloso, minacciare i nostri alleati di devastazione e rappresentare un rischio inaccettabile per la sicurezza dell’America; inoltre – ha aggiunto Obama – potrebbe dare il via ad “una corsa agli armamenti nella regione più pericolosa del mondo” e se le restrizioni sul programma nucleare iraniano dovessero andare perdute, “avvicineremo il giorno in cui ci troveremo davanti ad una scelta: vivere con questa minaccia o lottare per prevenirla”.
L’accordo sul nucleare ha rappresentato il vanto dell’amministrazione degli USA prima di Donald Trump; su di esso, Obama aveva fondato, a livello internazionale, buona parte della sua credibilità, soprattutto perché l’accordo gli aveva consentito di definire le regole della geopolitica della sua amministrazione nei vari scacchieri del mondo nei quali gli USA erano coinvolti. L’opposizione, sia interna che esterna, però, aveva criticato fortemente quest’operazione, definendola un’inaccettabile resa a un nemico dell’America; in particolare, una parte cospicua del Congresso degli Stati Uniti e Israele si erano dichiarati contrari a un alleggerimento delle sanzioni comminate all’Iran dagli Stati Uniti, mentre la comunità internazionale, in larga parte, aveva accolto con favore il “disgelo” nelle relazioni fra i due Stati.
Anche il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, dal canto suo, ha condannato la scelta di Trump, affermando che il proprio Paese continuerà a rispettare l’accordo nucleare, anche senza la partecipazione degli Stati Uniti, e che continuerà a conservare le buone relazioni instaurate dopo l’accordo del 2015 con gli altri firmatari. Rouhani ha però aggiunto che Teheran si riserva di decidere, se continuerà ad essere minacciata dai nemici regionali e dagli USA, l’eventuale rilancio del programma per l’energia atomica.
E’ indubbio che la denuncia unilaterale, da parte degli USA, dell’accordo sul nucleare sia destinato ad alterare il precario equilibrio di potenza che era stato possibile raggiungere nel 2015 tra i principali attori regionali (Iran, Israele, Turchia, Arabia Saudita, Emirati ed Egitto); in conseguenza di ciò, sarà inevitabile l’avvio di una spirale che aumenterà il rischio di una guerra regionale, destinata, non solo a conservare la garanzia della stabilità delle rotte commerciali che attraversano il Medio Oriente, ma anche a minare la sicurezza dello Stato ebraico e a rendere altamente probabile il pericolo di una guerra, per via delle numerose “trappole di Tucidide” delle quali è cosparsa ora l’area mediorientale.
Di tutto ciò ne è prova il fatto che, da tempo, Arabia Saudita ed Emirati puntino a rovesciare il regime delle Repubblica Islamica iraniana. La presunta destabilizzazione, da parte dell’Iran, delle relazioni tra i diversi Paesi dell’area e la minaccia alla sicurezza di Israele sono, in realtà, solo il pretesto degli Stati Uniti per continuare a garantirsi la tradizionale posizione dominante all’interno della principale area fornitrice di risorse petrolifere.
Non casualmente viene osservato che, con la sua decisione, Donald Trump abbia voluto riproporre la dottrina dei “pilastri gemelli” di Richard Nixon: Iran e Arabia Saudita. Questi due Paesi, in quanto principali produttori di petrolio, erano stati messi in concorrenza tra loro dall’amministrazione Nixon, creando un contesto loro favorevole e inducendo Riyad a nutrire il sospetto che gli USA volessero mettere l’Arabia Saudita in una posizione di secondo piano; fatto questo che ha spinto Riyad a cercare di consolidare la propria supremazia, creando le premesse della situazione attuale.
Abdolrasool Divsallar, ricercatore presso l’IMESS, l’Institute for Middle East Strategic Studies di Teheran, in “L’Odio arabo spinge Teheran sull’orlo della guerra” (Limes, n. 7/2018), afferma che sinora “molto si è detto e scritto sul perché l’Iran sia percepito come una minaccia degli Stati arabi del Golfo”; tuttavia, continua Divsallar, meno si è detto “sul perché l’Iran vede le politiche dei suoi vicini arabi come potenziali minacce”. Comprendere, perciò, come Teheran percepisca le intenzioni degli Stati arabi, specie Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, a parere del ricercatore iraniano, è altrettanto decisivo per capire le circostanze che concorrono a stabilire lo status qui nell’area mediorientale.
In questo quadro, secondo Divsallar, il progressivo squilibrio militare venutosi creare negli ultimi anni costituisce la causa principale dell’instabilità delle relazione tra gli Stati dell’area. Gli Stati arabi del Golfo – afferma il ricercatore – hanno avuto accesso ad armi avanzate statunitensi ed europee, guadagnando “un enorme vantaggio bellico sull’Iran, in termini sia quantitativi sia qualitativi”. Di conseguenza, il crescente squilibrio militare è diventato l’elemento principale delle preoccupazioni iraniane, non tanto per le intenzioni dei sauditi, quanto perché “gli iraniani sanno che il loro apparato bellico [dei sauditi] è tarato sulla minaccia statunitense”.
Proseguendo la sua analisi, Divsallar disvela il reale motivo per cui Trump ha preso la recente decisione di “uscire” dall’accordo sul nucleare iraniano: lo “scontro di visioni tra Paesi arabi e Iran sulla presenza americana nel Golfo non è una novità. L’Iran vede un eventuale ritiro delle forze statunitensi come l’occasione per esercitare ciò che considera una legittima autorità nella regione. Viceversa, gli Stati arabi desiderano che l’America resti per controbilanciare Teheran”. Sebbene la convergenza di interessi tra Arabia Saudita e Stati Uniti non abbia mai sorpreso l’Iran, lo status quo è improvvisamente cambiato: “Riyad ed Emirati, tramite i loro gruppi di pressione a Washington, hanno spinto gli Stati Uniti a uscire dall’accordo sul nucleare e a inasprire l’isolamento internazionale della Repubblica Islamica, al fine di cambiarne il regime”.
Può darsi che i gruppi di pressione dei quali parla Divsallar siamo riusciti realmente ad esercitare una qualche pressione perché l’America uscisse dall’accorso sul nucleare, ma la natura degli interessi in gioco spinge a considerare il fatto che Donald Trump, sorretto dalla volontà nazionalistica di perseguire il solo interesse economico del proprio Paese, abbia valutato necessario rilanciare l’offensiva contro la Repubblica Islamica. A parere di Dario Fabbri, esperto di America e Medio Oriente, in “L’America all’assalto dell’Iran” (Limes, n. 7/2018), Trump ha rilanciato l’offensiva contro la Repubblica Islamica, non perché “durante la campagna elettorale si fosse divertito a definire come il ‘maggior accordo della storia’ quello siglato da Obama. Né per soddisfare la destra evangelica, parte integrante del suo elettorato e prossima a Israele”; piuttosto perché, “giunto alla Casa Bianca in una congiuntura molto diversa da quella attraversata dal suo predecessore, Trump ha saputo incarnare lo Zeitgeist [spirito del tempo]”; ovvero, Trump ha compreso che la Repubblica Islamica era tornata ad occupare nell’area mediorientale una posizione di vantaggio, soprattutto a seguito dell’intervento russo in Siria.
A parere di Fabbri, a determinare la denuncia americana dell’accordo nucleare sarebbe stato l’intervento della Russia in appoggio del presidente siriano al-Asad; tale appoggio, pur avendo contenuto le mire espansive in Siria dello stesso Iran, non avrebbe tuttavia impedito alla repubblica Islamica di “mantenere intatto il proprio spazio di dominio geopolitico (seppure in coabitazione temporanea con la Russia)”. La nuova situazione venutasi a creare con la stabilizzazione di al-Asad in gran parte del territorio siriano, è stata valutata pericolosa dalla superpotenza americana; di qui la necessità per la nuova amministrazione degli USA di “stracciare il trattato atomico”, considerato non più adeguato alla difesa degli interessi dell’America.
Tutto ciò è avvenuto senza che gli alleati europei dell’America fossero informati, perché gli Stati Uniti, di fronte alla percezione dei propri interessi mediorientali esposti al pericolo di una possibile destabilizzazione degli equilibri di potenza, non hanno esitato ad agire unilateralmente, mostrandosi indifferenti alle possibili divergenze che la loro condotta Avrebbe potuto determinare nei rapporti con i loro alleati tradizionali.
Sul piano geopolitico, tuttavia, gli USA hanno mostrato interesse a coinvolgere Ankara e Mosca nella loro azione di contenimento della repubblica Islamica: riguardo alla Turchia, essi, secondo Fabbri, si sarebbero addirittura dichiarati disposti, sia a tollerare le crescente indipendenza del Paese dalla Nato, sia a sacrificare l’intesa con i curdi del Rojava (un movimento curdo-siriano per la realizzazione di forme di democrazia diretta da proporre ai Paesi mediorientali, in alternativa ai regimi dittatoriali ed a quelli teocratici); per il coinvolgimento della Russia, invece, Trump, nel suo recente incontro in Finlandia con Putin, si sarebbe dichiarato disposto a sospendere, sia pure parzialmente, le sanzioni anti-russe e a “congelare” la questione ucraina, a patto che “Mosca si impegni a contrastare la presenza persiana in Siria e ad adoperarsi per creare una zona cuscinetto nei pressi delle alture del Golan, così da rafforzare la sicurezza di Israele”.
Nella prospettiva di poter “ammansire” le mire politiche di Ankara e di Mosca, ma soprattutto facendo affidamento sull’interesse della Russia, sia per l’affievolimento delle sanzioni economiche che stanno pesando negativamente sulla sua economia, sia per una legittimazione sul piano internazionale dell’occupazione della Crimea, Trump spera che in questo modo la Repubblica Islamica, all’interno del Medio Oriente, possa essere “abbandonata al suo destino”; ovvero, che contro di essa possano essere create le condizioni per provocare un cambio del regime degli Ayatollah.
Nei prossimi mesi sarà possibile verificare se gli Usa potranno avere successo nella loro politica nazionalistica; al riguardo – osserva Fabbri – il punto cruciale consisterà nel conservare, a un basso livello d’intenti, i rapporti ostili da sempre esistenti tra i Paesi dell’area, impedendo così che la situazione, per iniziativa unilaterale dell’America, degeneri in una guerra aperta; se ciò accadesse, gli esiti di un “conflitto caldo” non mancherebbero di espandersi rapidamente a livello globale, con ripercussioni destinate a destabilizzare lo status quo attuale, già di per sé precario, a causa della “guerra doganale” in atto.

La politica estera di Trump: minacce e poi abbracci

trump dazi“Farò scattare lo shutdown se i democratici non voteranno per la sicurezza del confine, che include il muro al confine col Messico”. Questa è una delle ultime minacce emerse da uno dei tanti tweet del presidente Donald Trump.

Minacciare e poi indietreggiare consiste di una strategia del 45esimo presidente. La usa non solo nelle questioni interne ma anche nei suoi rapporti con leader esteri. In tempi recenti lo ha fatto con il leader coreano Kim Jong-un. Dopo avere minacciato di distruggere la Corea del Nord, Trump ha cambiato strategia ed ha annunciato che si sarebbe incontrato con Kim Jong-un. Infatti, l’incontro è avvenuto a Singapore  lo scorso giugno e secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, la Corea del Nord ha accettato l’idea della denuclearizzazione della penisola. Seguirono incontri fra Mike Pompeo, segretario di Stato americano, e leader coreani alla conclusione dei quali i coreani hanno accusato gli americani di comportamenti da gangster. Pompeo ha minimizzato sostenendo che tutto sta procedendo bene. La consegna dei resti di 55 presunti soldati americani morti nella Guerra di Corea (1950-53) è stato un buon segnale che Trump ha particolarmente gradito, ringraziando Kim profusamente. Adesso però, il Washington Post ci informa che nuove immagini satellitari dei servizi di intelligence americana indicano che la Corea del Nord ha iniziato a costruire altri missili intercontinentali. In effetti, si è ritornati al punto di partenza anche se bisogna ammettere che la retorica bellicosa al momento sembra essere finita.

Trump però ha usato la stessa strategia di minacce e poi fatto passi indietro anche con gli alleati. In questo caso si è trattato di possibili guerre di dazi. Dopo avere dichiarato il NAFTA (Trattato nordamericano di libero scambio) sfavorevole agli Usa il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo. Alla fine Trump ha imposto dazi sull’acciaio e alluminio costringendo Justin Trudeau, primo ministro canadese, a ricambiare con dazi di 12,6 miliardi su importazioni dagli Stati Uniti. Al G7 del mese di giugno il 45esimo presidente si è comportato in modo arrogante, lasciando l’incontro un giorno prima della fine. Poi  parecchi tweet dall’Air Force One sono venuti a galla attaccando personalmente Trudeau di essere “disonesto e debole” aggiungendo anche che aveva dato indicazioni di non “appoggiare il documento finale del G7”.

Al vertice Nato a Bruxelles il presidente americano ha continuato i suoi attacchi agli alleati, dichiarando che la Germania ha stabilito accordi sul gas e il petrolio con la Russia e paga “miliardi  e miliardi di dollari ogni anno a Mosca”  e che la Germania è “completamente controllata dalla Russia”. Pochi giorni dopo in un’intervista al giornale londinese The Sun, il 45esimo presidente ha criticato aspramente il primo ministro britannico Theresa May per il suo debole tentativo di mettere in pratica Brexit. Il giorno dopo però ha cambiato rotta dichiarando che la May è “una donna formidabile”. Questi attacchi agli alleati sono alla fine sfociati in un dietrofront di Trump concluso pochi giorni fa in un incontro con Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione Europea,  nel quale i due leader sembrano avere sventato una guerra di dazi.

Trump ha usato una simile minaccia contro il presidente iraniano Hassan Rouhani il quale aveva iniziato la guerra verbale dicendo che una guerra con “l’Iran è la madre di tutte le guerre”. Il 45esimo presidente ha ribattuto in un tweet con caratteri maiuscoli avvertendolo gli iraniani di “Fare attenzione” e di “non minacciare mai più gli Stati Uniti o subirebbero conseguenze mai viste nella storia”. Dopo una settimana però Trump ha fatto marcia indietro, annunciando che sarebbe pronto ad incontrarsi con il presidente iraniano  in qualunque posto senza precondizioni.

Come aveva fatto con Kim Jong-un e gli alleati, Trump ha fatto marcia indietro, assumendo un tono conciliatorio, in effetti suggerendo che forse aveva sbagliato. Il presidente Rouhani però fino ad adesso non ha accettato l’invito, tenendo in mente l’esperienza della Corea del Nord. Bisogna ricordare però che Trump aveva già cercato di incontrare Rouhani lo scorso settembre quando il presidente iraniano ha fatto un discorso  alle Nazioni Unite. La leadership iraniana ha rifiutato.

Gli iraniani non hanno affatto digerito il ritiro di Trump dell’accordo sul nucleare  che era stato firmato dall’amministrazione di Barack Obama, i Paesi del consiglio di sicurezza Onu, la Germania e l’Iran. Inoltre, Trump aveva annunciato nuove sanzioni per punire l’Iran.

La situazione economica in Iran è precaria in parte a causa delle sanzioni e quindi un vertice con Trump avrebbe potuto migliorare la situazione. In ogni probabilità Rouhani ha capito che le affermazioni alternanti di Trump che un giorno minaccia l’Armageddon e poi fa marcia indietro totale rendono qualunque accordo con l’America poco affidabile.

Ci sarà anche una visione antitetica sui vertici che Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia per negoziare mentre gli iraniani li vedono in modo più cauto quando non sono preceduti da negoziati.

La strategia di minacce e poi marcia indietro favorita da Trump non si applica però a Vladimir Putin per cui il presidente americano ha sempre espresso parole dolcissime. L’ex direttore della Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio del 2017, ha recentemente mandato un tweet chiedendo ai lettori di fare una lista di tutti gli individui attaccati da Trump e poi chiedersi perché Putin non fa parte della lista. Una domanda alla quale ci darà la risposta il procuratore speciale Robert Mueller che sta investigando il Russiagate.

Domenico Maceri

Sommossa contro Ryan e speranza per i “Dreamers”

dreamers“Non vogliamo mai dare il controllo del calendario legislativo alla minoranza”. Con queste parole, Paul Ryan, cercava di dissuadere un gruppetto di parlamentari repubblicani di raccogliere abbastanza firme per una petizione che sottometterebbe automaticamente al voto alcuni disegni di legge sull’immigrazione. Si tratta di una procedura chiamata “discharge petition” che richiede 218 firme le quali verrebbero da 193 parlamentari democratici e 25 repubblicani. Fino al momento mancano 6 firme repubblicane per raggiugnere il traguardo. Per Ryan sarebbe una sconfitta perché gli toglierebbe il controllo del calendario legislativo che gli spetta come speaker.

I leader della “sommossa” includono un gruppetto di parlamentari repubblicani moderati capeggiati da Carlos Cupelo (Florida), Jeff Denham (California) e Will Hurd (Texas) i quali hanno perso la pazienza con la leadership repubblicana che non ha nessuna intenzione di risolvere la questione dei “Dreamers”. Si tratta, come si sa, di 800mila giovani cresciuti in America ma portati nel Paese dai loro genitori senza documenti. Il presidente Barack Obama aveva offerto loro un visto temporaneo con un ordine esecutivo nel 2012. Il presidente Donald Trump ha abrogato quell’ordine nel 2018 sfidando le due Camere a trovare una soluzione legislativa permanente. La scadenza imposta da Trump è però stata ritardata dal sistema giudiziario e il caso potrebbe andare a finire alla Corte Suprema dando più tempo ai legislatori. Con l’elezione di midterm in cinque mesi Ryan non ha nessuna intenzione di spingere molto per risolvere la questione dei “Dreamers”, una patata bollente con seri costi politici alle urne. Ecco dunque la pressione per la “discharge petition”.

Al momento di scrivere non si sa se il gruppetto di parlamentari “ribelli” riuscirà a trovare le altre sei firme richieste. Un esito positivo aprirebbe le porte al voto a quattro disegni di legge sui “Dreamers”. Tre di questi sono già pronti e riflettono una versione molto conservatrice, una liberal e un’altra più moderata. Un quarto disegno sarebbe a disposizione di Ryan come speaker.

Le possibilità di un percorso totalmente positivo con un susseguente voto al Senato e la firma di Trump sono basse. Si ricorda che nel mese di febbraio il Senato aveva tentato di approvare alcuni disegni di legge per risolvere la situazione dei “Dreamers” senza alcun esito positivo.

Non si sa come andrà a finire alla Camera. Ciononostante, l’idea di coinvolgere i democratici con una parte dei repubblicani, mettendo da parte Ryan e la maggioranza repubblicana, potrebbe essere la strada bipartisan giusta. Comunque vada il gruppo di moderati “ribelli” ci guadagnerebbe. Anche se il disegno di legge non verrebbe approvato dal Senato per poi arrivare alla scrivania di Trump per la sua firma, il fatto di un semplice voto aiuterebbe politicamente i fautori poiché segnerebbero gol politici. Un punto di grande utilità per le prossime elezioni di midterm considerando il fatto che molti di questi repubblicani moderati devono correre in distretti congressuali in bilico. Inoltre, non esiste pericolo di ritorsioni per il loro atto ribelle dato che Ryan ha già annunciato di lasciare la Camera e il suo incarico di speaker alla fine di questa legislatura. Per la leadership repubblicana però si tratta di un passo tutt’altro che positivo poiché il piano della “discharge petition” conferma la confusione nei vertici della maggioranza repubblicana alla Camera e soprattutto la debolezza di Ryan.

Lo speaker da parte sua ha cercato di spiegare la riluttanza a un voto sull’immigrazione dicendo che non vuole perdere un sacco di tempo se non ha assicurazioni dalla Casa Bianca che Trump firmerebbe la legge. Non ha tutti i torti. Le posizioni del 45esimo presidente sulla questione dei “Dreamers” sono altalenanti con tutte le sfumature possibili dal suo grande amore per i giovani immigrati alla sua domanda che metteva l’immigrazione in dubbio perché gli Stati Uniti accettano immigrati di “paesi di m…da”.

D’altra parte però quando Barack Obama era presidente Ryan e i repubblicani approvarono una sessantina di voti per abrogare l’Obamacare, la riforma sanitaria, sapendo benissimo che l’allora presidente avrebbe imposto il suo veto. Poco importava però dato che l’idea dei voti era solo di ricordare agli elettori di tendenza repubblicana che tutta la colpa era del presidente democratico e sottolineare l’importanza della conquista repubblicana della Casa Bianca. Una volta eletto Trump e il controllo repubblicano delle due Camere, Ryan e compagnia non sono riusciti a mandare in porto la revoca della loro odiata Obamacare, paradossalmente un bene per il Paese poiché continua a fornire assicurazione medica a più di venti milioni di persone.

In passato Ryan aveva speso parole comprensive sui “Dreamers”. Da speaker però non fatto nulla. I moderati “ribelli” non avranno successo ma almeno, nel bene e nel male, ci stanno provando.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Donald Trump e James Comey: incontri e scontri

trump comey

“La avevo nominata Direttore della Fbi per la sua integrità e competenza. Nulla è successo, nulla, nel corso dell’anno scorso che ha cambiato la mia opinione”. Ecco come il presidente degli Stati Uniti si è rivolto a James Comey. No, non è Donald Trump, ovviamente. Si tratta di Barack Obama in un incontro con Comey subito dopo l’elezione del 2016. Il 44esimo presidente non ha giudicato nel bene o nel male la condotta di Comey nel caso delle e-mail di Hillary Clinton che ebbe un effetto positivo ad aiutare Trump a vincere l’elezione.

I rapporti fra Comey e Trump, invece, non sono stati caratterizzati da questo tipo di cordialità. Con la pubblicazione del libro di Comey “A Higher Loyalty”, altre informazioni sono emerse che ci chiariscono gli incontri e gli scontri con Trump. L’iniziale faccia a faccia tra i due è avvenuto alla Trump Tower prima dell’insediamento di Trump come presidente. I vertici delle agenzie di intelligence avevano incaricato Comey di informare il neoeletto presidente della possibile situazione scandalosa con prostitute russe che era stata identificata anche se non confermata. Comey ha chiarito che se i russi avevano prove di questa situazione potrebbero essere compromettenti e usate per ricattare il presidente degli Stati Uniti. Trump non ha dato l’impressione di preoccuparsi, ma, secondo Comey, era interessato a confermare che non vi era stata collusione con la Russia.

Pochi giorni dopo BuzzFeed pubblicò i contenuti del dossier preparato dal 007 inglese Christopher Steele che includeva la scena potenzialmente scandalosa di Trump con prostitute russe. I contenuti scabrosi del dossier non erano stati verificati completamente dalla Fbi e tutt’ora non lo sono ma altre parti sono state accertate.

In un susseguente incontro a cena, tenutosi alla Casa Bianca, Trump iniziò la conversazione con la bellezza della sua dimora temporanea ma subito dopo chiese a Comey cosa volesse fare con il suo incarico di direttore della Fbi. Trump chiarì che molte persone volevano il posto. Il soggetto sorprese Comey perché in precedenza Trump aveva lodato il suo lavoro. Adesso sembrava che il presidente volesse la conferma che Comey intendesse restare. In effetti, Trump voleva ripetergli che lui era il capo e il direttore della Fbi lavorava per lui. Ne seguì che Trump gli chiese “loyalty”, tradotto erroneamente come “lealtà” da molti cronisti in lingua italiana, ma che invece di tratta di “fedeltà”. Comey rispose che lui gli avrebbe dato “onestà leale”. Trump non capiva o non voleva capire che, nonostante i poteri presidenziali, il direttore della Fbi e il Dipartimento di Giustizia devono svolgere compiti che obbediscono le leggi del Paese che a volte non coincidono con i desideri o gli interessi del presidente.

Comey, conoscendo la reputazione di Trump di dire cose contraddittorie, decise che doveva prendere appunti dei suoi incontri con il presidente in cui non c’erano testimoni. Fece proprio quello. Mise una copia dei suoi appunti nella cassaforte personale e un’altra negli uffici della Fbi.

In una riunione alla Casa Bianca, Trump chiese a parecchi collaboratori di uscire dalla sala perché voleva parlare da solo con Comey. In questo faccia a faccia il 45esimo presidente chiese a Comey di lasciare andare l’indagine su Mike Flynn perché il suo ex consigliere di sicurezza nazionale era “una brava persona”. Comey acconsentì che Flynn era una brava persona e interpretò la richiesta come un ordine che lui non potè eseguire perché si trattava di un’indagine criminale. Anche se il presidente degli Stati Uniti fa una simile richiesta la Fbi non può seguire il suggerimento o ordine che sia.

I contatti fra i due continuarono mediante chiamate telefoniche nel mese di marzo del 2017. Adesso Trump sembrava agitato. Nel frattempo Comey aveva deposto al Congresso confermando per la prima volta che il Dipartimento di Giustizia aveva aperto un’indagine per verificare se collaboratori della campagna elettorale di Trump avevano avuto contatti con funzionari russi. Trump vedeva queste informazioni sulla Russia come distrazioni del suo governo. Voleva che l’ombra di questo tema fosse eliminato per potere governare in modo efficace per il bene del Paese. Voleva anche che fosse annunciato che lui, in persona, non era sotto indagine.

In un’intervista alla Abc, Comey ha spiegato che non poteva fare tale dichiarazione perché avrebbe dovuto fare la stessa cosa con il vice presidente ed altri. Il compito della Fbi non è di annunciare al mondo chi non è sotto indagine. Le indagini vengono fatte in segreto e poi non si sa nulla a meno che qualcuno venga incriminato.

Nell’ultima telefonata di Trump il presidente voleva sapere da Comey che cosa avesse fatto per comunicare che lui non era sotto indagine. Comey spiegò che ne aveva parlato con i suoi superiori al Dipartimento di Giustizia e che spettava a loro fare una dichiarazione del genere.

Il 9 maggio del 2017, mentre si trovava a Los Angeles, Comey viene a sapere da un annuncio televisivo che Trump lo aveva licenziato. I contatti fra i due finirono ma i tweet velenosi di Trump contro Comey, attaccandolo personalmente, vennero fuori a raffica dopo il licenziamento nel maggio del 2017 e anche dopo la pubblicazione del libro dell’aprile 2018. Trump credeva che licenziando Comey avrebbe bloccato l’indagine del Russiagate. Si è sbagliato poiché Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha dato l’incarico di procuratore speciale a Robert Mueller di investigare la possibile influenza della Russia nell’elezione del 2016. In ogni modo si teme che Trump possa licenziare anche Mueller. Per questa ragione la Commissione Giudiziaria al Senato, dominata dai repubblicani, ha approvato (12 sì, 7 no) un disegno di legge che impedirebbe a Trump di licenziare Mueller. Anche se il disegno di legge sarà approvato dal Senato e poi alla Camera richiederebbe la firma di Trump che probabilmente non concederebbe. Ciononostante una legge del genere manderebbe un messaggio eloquente a Trump di non toccare Mueller.

Domenico Maceri
PhD, University of California