Catalogna: prove di dialogo con il Governo spagnolo

Pedro SanchezIl 9 luglio a Madrid, presso il Palazzo della Moncloa si è tenuto il primo incontro tra il premier socialista Pedro Sanchez e il governatore della Catalogna Quim Torra. Durante la riunione, durata oltre due ore, i leader hanno concordato di “ristabilire” le relazioni tra la regione autonoma e il governo centrale, totalmente interrotte con l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola.

Questa norma costituzionale si può attivare quando una Comunità Autonoma non adempia agli obblighi costituzionali e legali, tra cui la garanzia di unità del Paese.

Come si può ben immaginare, trattandosi di uno strumento legislativo delicato e anche asimmetrico, la sua attuazione dovrebbe presupporre un’estrema prudenza politica e un’attenta analisi operativa, poichè lo Stato assume su di sé il massimo livello della forza coercitiva a discapito della Comunità Autonoma.

Tuttavia, le vicende degli scorsi mesi hanno ampiamente superato il livello di allerta: l’indizione e lo svolgimento del referendum indipendentista in Catalogna, il primo ottobre 2017, hanno comportato un grave cortocircuito istituzionale e uno scontro tra i poteri dello Stato; la successiva violenta repressione delle forze dell’ordine nella giornata elettorale; la messa in stato d’accusa dei rappresentanti istituzionali catalani; il mandato di arresto europeo per l’allora presidente della Generalitat Puigdemont; le recenti elezioni in Catalogna e la nuova vittoria del fronte indipendentista.

Anche il governo centrale ha vissuto un rivolgimento, con l’approvazione della mozione di sfiducia al governo Rajoy, da parte del Congresso dei deputati e, come previsto dalla Carta costituzionale iberica, l’elezione di Pedro Sanchez, leader del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) a nuovo Capo del Governo.

Pedro Sanchez, osteggiato dal gruppo dirigente storico (come la governatrice dell’Andalusia, Susana Diaz, sua sfidante alle ultime primarie del dicembre 2016), è tornato a guidare il Partito con il consenso della base socialista che gli ha riconosciuto coerenza nel contrastare il governo del Partido Popular e la scelta operata dal partito socialista di concedere “un’astensione benevola” al governo Rajoy, atto a cui rispose dimettendosi da segretario nazionale.

Tornando all’oggi, il nuovo esecutivo è un monocolore socialista, un governo di minoranza retto in Parlamento dall’appoggio esterno di Podemos e degli indipendentisti e nazionalisti catalani e baschi.

Pedro Sánchez è consapevole che la questione catalana sia la sfida più grande del suo mandato e un tema sensibile che può portare alla fine anticipata della legislatura. Per affrontare il problema, il Presidente del Governo è fiducioso che la nuova strategia del dialogo e della distensione possano portare al “disarmo” politico dei separatisti radicali che puntano ad una nuova escalation di tensione.

Il governo socialista confida nel fatto che non prevarrà nel movimento indipendentista la linea dura del secessionismo, rappresentata dal “fuggitivo” Carles Puigdemont e dal nuovo presidente della Generalitat, Quim Torra (“il circolo di Berlino”).

Tuttavia, durante l’incontro di ieri, Sánchez e Torra hanno condiviso la necessità di riattivare la Commissione bilaterale Stato-Generalitat, prevista dallo statuto della Catalogna ma non più convocata dal luglio del 2011.

Hanno concordato, inoltre, l’urgenza di ripristinare canali di dialogo tra i due soggetti istituzionali, fissando un nuovo incontro a Barcellona che probabilmente si terrà in autunno.

La mossa compiuta dall’esecutivo socialista può aprire una nuova stagione nei rapporti tra il governo centrale e le diverse autonomie di cui si compone lo Stato Spagnolo.

Sembrano superate le rigidità del governo conservatore di Rajoy che in nome dell’unità nazionale ha preferito utilizzare la ragione della forza rispetto al dialogo. In questa maniera ha ottenuto l’effetto contrario, rafforzando il consenso dei settori più radicali dell’indipendentismo catalano.

All’opposto, il tentativo di Sanchez si poggia sulla necessità di dialogare con le forze più moderate, in modo da raggiungere un accordo che dia maggiore autonomia alla Catalogna ma all’interno di un quadro di rinnovata unità nazionale.

In altre parole, la soluzione che Sanchez propone, con l’intento di scoraggiare la rivendicazione all’indipendenza della Catalogna è una riforma della Costituzione in senso plurinazionale.

La Spagna è una “nazione di nazioni” composta da Comunità autonome e governo centrale, in linea con lo spirito della Costituzione del 1979 con la quale si è inteso disegnare un ordinamento di tipo regionale, tendente al federalismo, in opposizione al centralismo che aveva caratterizzato il periodo della dittatura franchista.

Come Zapatero, anche il PSOE di Sánchez vede nella ridefinizione del consenso costituzionale in materia territoriale, l’opzione politica più efficace per costruire una nuova egemonia socialista insieme ad alcuni partiti della sinistra radicale, come Podemos, e con l’apporto dei nazionalisti.

Il nuovo stile del PSOE dà ossigeno alla direzione di CER o PDeCAT, indipendentisti catalani pragmatici, che vogliono riprendere il dialogo con il Governo per chiudere le ferite politiche e riparare le fratture sociali.

Da questi settori si fa notare come nonostante “i gesti e le minacce” di Torra, che come detto rappresenta l’ala più radicale, nessuno dei leader separatisti abbia infranto la legge. Anzi, il presidente del Parlamento catalano, Roger Torrent, ha messo in chiaro che non violeranno nuovamente la legge. Sperano, inoltre, che l’attivazione delle commissioni bilaterali tra lo Stato e il Governo consentano una normalizzazione delle relazioni. Tutto questo avviene mentre proseguono i processi alle massime cariche catalane responsabili dei passaggi che hanno comportato l’attivazione dell’art.155 Cost.

Di contro, dal governo spagnolo spiegano che il Presidente manterrà un atteggiamento di ascolto e dialogo, senza offrire al momento netti cambi di rotta sostanziali. Questo atteggiamento prudente si spiega con la necessità di verificare le reali intenzioni del governo catalano: non è chiaro se le sfide quotidiane lanciate da Torra siano una strategia di comunicazione per il proprio elettorato o nascondano la volontà di proseguire sulla strada dell’indipendenza.

Di fatto, Pedro Sánchez tiene aperti tutti gli scenari prima di una possibile evoluzione negativa del processo. Fonti del governo assicurano che se la Generalitat dovesse andare alla prova di forza, allora ci si richiamerà allo stato di diritto, come avvenuto nel 2017. È evidente come tale scenario sia il peggiore anche perché potrebbe determinare la caduta dell’esecutivo.

Per questo motivi continuerà il dialogo e si proporrà un rafforzamento delle Comunità Autonome. In questo senso, vanno lette le recenti nomine della catalana Meritxell Batet come ministro della Politica Territoriale e Funzione Pubblica e della basca, Isabel Celaá come portavoce del Consiglio dei ministri e Ministro dell’Istruzione.

Paolo D’Aleo

Champions League, parte la grande sfida Italia-Spagna

ronaldo

Juventus e Roma pronte a sfidare Real Madrid e Barcellona nei quarti di finale. I bianconeri vogliono vendicare la sconfitta nella finale di Cardiff dello scorso giugno, per i giallorossi impresa quasi impossibile. Giovedì Lazio-Salisburgo per l’Europa League

ROMA – La Champions League entra nel vivo: dentro o fuori, non si può più sbagliare. L’Italia, che ha due squadre tra le prime otto (non succedeva da più di 10 anni), si gioca le proprie chance con Juventus e Roma, chiamate però ad una doppia sfida difficilissima contro le big di Spagna, Real Madrid e Barcellona.

VENDICARE CARDIFF – L’urna di Nyon è stata tutt’altro che generosa con le squadra italiane. La Juventus infatti affronta il Real Madrid, che ha vinto tre delle ultime quattro edizioni della Champions (le ultime due consecutive). E proprio l’ultimo trionfo delle merengues i tifosi bianconeri se lo ricordano bene: lo scorso 3 giugno a Cardiff finì con un sonoro 4-1 per la squadra allenata da Zinedine Zidane. Normale dunque che Cristiano Ronaldo e compagni partano con i favori del pronostico, ma proprio il desiderio di vendetta sarà una spinta in più per la Vecchia Signora. L’andata è in programma stasera a Torino, il ritorno mercoledì 11 nella capitale spagnola.

ROMA, SERVE L’IMPRESA – La Roma, dopo aver eliminato gli ucraini dello Shakthar, è chiamata ad una vera e propria impresa. Il Barcellona, che sta dominando il proprio campionato, sembra infatti una corazzata perfetta. Normale esaltare prima di tutti Leo Messi, ma in ogni reparto i catalani possono contare su una serie lunghissima di campioni. E, particolare da non sottovalutare, la difesa concede molto meno rispetto agli anni passati. Nel calcio nulla è impossibile, ma ai ragazzi di Di Francesco serviranno 180 minuti stellari. Prima gara mercoledì sera al Camp Nou, ritorno martedì 10 all’Olimpico.

C’E’ ANCHE LA LAZIO – La settimana europea si chiude giovedì con i quarti di Europa League. Una particolarità: ci sono otto squadre, tutte di nazionalità diverse. Tra queste anche la Lazio di Simone Inzaghi, che se la vedrà contro il Salisburgo. Un sorteggio abbastanza fortunato (potevano capitare avversari come Arsenal o Atletico Madrid), ma attenzione a sottovalutare i campioni d’Austria, imbattuti nella competizione e pieni di giovani promesse del calcio europeo. Ma se Immobile e soci confermeranno la grande vena realizzativa stagionale (già superata quota 100 gol), il passaggio del turno sarà assolutamente alla portata.

Francesco Carci

Steven Forti: in Catalogna gioco pericoloso

Catalogna

Steven Forti risiede da diversi anni a Barcellona, è ricercatore presso l’Instituto de Història Contemporânea dell’Universidade Nova a Lisbona, ed insegna Storia contemporanea all’Universitat Autònoma di Barcellona. Si è occupato del massimalismo socialista e di Nicola Bombacci, e, tra gli altri, ha firmato insieme a Giacomo Russo Spena, un volume su Ada Colau. Scrive per diverse testate e conduce un programma in una storica radio libera barceloneta. Lo abbiamo incontrato per valutare alcuni aspetti del profondo dissidio Madrid-Barcellona.

Steven Forti, il gioco delle parti tra governo centrale spagnolo e quello catalano di Carles Puigdemont sta evolvendo nelle ultime settimane verso sviluppi imprevedibili. Una china molto seria, con l’avvio della procedura di applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sarà votata venerdì in Senato, e che potrebbe portare alla sospensione più o meno integrale dell’autonomia di Barcellona. Quali le prospettive nell’immediato?
Era ovvio che il Premier Rajoy pensasse ad un’unica strada obbligata, ed arrivare ad applicare l’articolo 155. E quindi, risolversi a portare la questione in Consiglio dei Ministri era qualcosa di risaputo e non sorprendente. Lo si era capito nelle ultime settimane. Inoltre, vi è stato anche uno scambio di lettere tra governo regionale e quello centrale sulla questione che è apparso un po’ ottocentesco, dove però si lasciava intendere verso quale direzione il Presidente del Governo potesse andare.
Dal momento che il capo dell’esecutivo, Puigdemont, in due occasioni ha risposto in modo non chiaro su quello che era realmente accaduto il 10 ottobre nel Parlamento catalano, si rendeva evidente che, a quel punto, il Partido Popular al potere non poteva fare altrimenti. E questo, a causa delle posizioni su cui i due governi sono ambedue arroccati da tempo, del tutto schiavi delle loro – chiamiamole così – strategie.

Una vicenda di specchi, giochi e contromosse dove ancora non si ha chiarezza sullo sbocco finale, in cui si inseriscono due discorsi di Felipe VI, forse inevitabilmente, ma nettamente sbilanciati sulla posizione del “centro”, di Madrid.
I discorsi del Re sono molto rilevanti. E credo sia interessante tenere presenti insieme due cose: innanzitutto il recentissimo discorso del 19 ottobre in occasione della consegna dei premi Principe de Asturias, in cui il sovrano ha ribadito che la Catalogna è e sarà sempre parte della Spagna. Ciò si ricollega a quanto Felipe VI aveva affermato nell’altro discorso del 3 ottobre. Questo naturalmente rafforza il governo dei Popolari, legandoli strettamente l’uno all’altro.
Peraltro, pur essendo un esecutivo di minoranza, Rajoy ha la maggioranza assoluta al Senato. In più ha l’appoggio al cento per cento di Ciudadanos ed anche il sicuro sostegno dei Socialisti di Pedro Sánchez, per quanto vi siano alcune divergenze al loro interno su come applicare l’articolo 155. Infatti, la federazione catalana e quella delle Baleari sono molto critiche della linea della dirigenza del Psoe e vorrebbero che non ci fosse il “sì” all’articolo 155. Comunque sia, Sánchez e i socialisti su questo hanno posizioni coincidenti con i Popolari, non intendendo mettere in discussione l’unità della Spagna. Altra cosa importante: l’articolo 155 non è applicabile fino al momento del voto dell’aula del Senato di venerdì. Ma il discorso del Re, soprattutto quello del 3 ottobre, è stato importante anche per un’altra cosa: ha chiuso la strada a qualunque possibilità di intervento o mediazione internazionale. Ed ha avuto successo in questo.

Il Premier ha assunto una posizione nettamente di chiusura, una linea “spagnolista” a tutto tondo, dopo una opaca gestione della vicenda fino alle rudezze ai seggi da parte della Guardia Civil, il giorno del voto referendario. Un punto di non ritorno da parte del governo centrale che avocherà a sé tutte le competenze o Rajoy poi graduerà le opzioni – nonostante la bozza presentata sia estremamente rigida, cosa che ha spiazzato i socialisti – con una linea più soft?
Il discorso di Rajoy dell’altro giorno è stato molto duro e le conseguenze saranno serie: sebbene non si sospenderà formalmente l’autonomia catalana, salteranno le competenze locali sulla polizia, sulla tv pubblica catalana, poi si sospenderebbe il Presidente e gli assessori catalani, con l’intervento, di fatto, di una serie di commissari governativi, fino alla convocazione di nuove elezioni nella regione nel giro di sei mesi.  Il testo appena uscito è molto più pesante di quanto ci si attendesse.
Adesso c’è un margine di tempo di alcuni giorni per discutere, sebbene la bozza di mozione si collochi su una linea severa.  In Senato non ci saranno problemi: il Partido Popular ha la maggioranza assoluta e la mozione passerà senza problemi, con il sostegno aperto di Ciudadanos e socialisti, pur con i loro settori dubbiosi.

Un gioco estremamente pericoloso, dove ognuno fa le sue mosse.
Sì, tutto appare come una partita di poker, quasi una roulette russa. Il conflitto tra Barcellona e il centro madrileno si è andato intensificando moltissimo negli ultimi cinque anni e ancor di più nelle ultime settimane. Avviare la procedura dell’articolo 155 la vedo come una strategia del governo di Rajoy per obbligare il governo Puigdemont a fare comunque una mossa.
Ossia, a Madrid si vorrebbe che l’esecutivo catalano convocasse immediatamente nuove elezioni, il che vorrebbe dire convocare e svolgere legali elezioni regionali in Catalogna. Questo sarebbe come ritornare implicitamente dentro la legalità spagnola, dal momento che per convocarle ci si deve basare sulla legge nazionale spagnola, e non sulla legge approvata il mese scorso dal Parlamento catalano sul Referendum e la cosiddetta Transitorietà giuridica.
Questa ipotesi sarebbe e potrebbe essere perlomeno la soluzione per uscire da una incredibile impasse, che veramente potrebbe condurre verso il peggio. Purtroppo che accada ciò appare molto difficile: ci sono tensioni molto forti nella eterogenea compagine indipendentista, che comprende il governo di minoranza della coalizione Junts pel Sí, formato dai Democratici catalani (aderenti ai Liberali europei dell’Alde, dopo la rottura della alleanza con i democristiani e il crack di Convergencia i Unió, NdR) e da Esquerra Republicana de Catalunya, e che è appoggiato dalla Cup (il cartello anticapitalista di sinistra radicale).

Quale valutazione, invece, sulla condotta del Presidente regionale di Barcellona? Il leader ed i catalanisti pro indipendenza sono ormai prigionieri della retorica?
Bisognerà capire cosa accadrà nei prossimi giorni. Il governo catalano pare non abbia alcuna volontà di orientarsi verso nuove elezioni. Qui giocano a questa tattica suicida di azione/reazione: ossia provocare una reazione dello Stato spagnolo per poi cercare di avere un appoggio maggiore e più esteso da parte della società catalana al loro progetto.
Così come abbiamo visto il 1° ottobre, quando è sceso in strada non solo lo zoccolo duro indipendentista, o anche nella manifestazione dell’altro giorno per la libertà dei due dirigenti indipendentisti incarcerati lunedì scorso, Jordi Cuixart e Jordi Sànchez. Infatti, appoggiano queste manifestazioni persone che sono del tutto contrarie al governo del PP e, comunque gente che vuole difendere l’autonomia catalana, ma che non è direttamente pro-indipedenza.
Dunque, ripeto, il governo catalano di fatto ha una strategia suicida, dove dietro non c’è un vero progetto. Si vede che non ha chiaro né cosa fare, né come farlo. Sono degli irresponsabili.
D’alta parte il governo conservatore di Madrid sta facendo degli errori di calcolo molto gravi. La mozione è pesante, e la cosa contribuirà a far peggiorare le cose.
Tornando alla strategia del governo catalano, ci potrebbe essere la volontà – e vedremo in che termini e se poi accadrà davvero nelle prossime ore e giorni – di dichiarare unilateralmente l’indipendenza. Adesso c’è un dibattito interno, anche se non traspare chiaramente nella compagine indipendentista sul se e come farlo: con una dichiarazione in Parlamento regionale prima dell’applicazione dell’articolo 155? Con una dichiarazione istituzionale? Con un voto parlamentare? Questo scenario provocherebbe evidentemente un’altra reazione da parte del governo di Madrid, che poi alimenterebbe questo circolo improduttivo, dove le cose peggiorano sempre più.

Ormai non c’è più spazio per un recupero meditato di alcuni elementi delle miniriforme del tempo precedente all’agitazione indipendentista, per un diverso assetto statale, insieme a semplici modifiche dello Statuto regionale, non è così? La crescente spinta separatista e il nazionalismo madrileno hanno vanificato le tappe precedenti?
Sulla possibilità di avvio di una riforma istituzionale e dello Statuto, non credo vi sarà spazio in questi pochi giorni per una ipotesi che richiede dinamiche e tempi più rallentati.
Posso sbagliarmi, perché tutto cambia molto rapidamente, ma ritengo che, adesso, centrale è capire se in tutto questo ‘gioco’ il governo catalano intende muovere lui il primo passo, e dichiarare l’indipendenza e, se sì come; oppure orientarsi a convocare elezioni regionali e di che tipo, magari definendole “costituenti” o “plebiscitarie”.
Oppure dichiarando esplicitamente: “No, noi ora convochiamo elezioni costituenti perché non vogliamo essere più dentro la Costituzione e lo Stato spagnolo, ma seguiamo le leggi che abbiamo varato a settembre, le leggi di Transitorietà giuridica e di indizione del Referendum di autodeterminazione”. E peraltro sempre accettando come dati per buoni i risultati di questa consultazione. A questo punto, si vedrà che cosa farà il governo centrale e quale sarà la gradualità che deciderà di adottare nell’applicazione pratica dell’articolo 155.

La sindaca di Barcellona, Ada Colau, che proviene dai movimenti popolari dal basso, ha una posizione equilibrata e ragionevole. Quali i punti rilevanti di Barcelona en Comú e quelli di Pablo Iglesias con Podemos, peraltro sempre stabili ad un terzo posto nei sondaggi nazionali?
La Colau spinge per un vero dialogo. La sua posizione è: no al 155, no alla dichiarazione unilaterale di indipendenza; sì al dialogo reale ed ad una riforma vera e profonda del sistema spagnolo; ancora, un sì ad un referendum legale e vincolante concordato con lo Stato centrale.
La sindaca è favorevole, poi, a nuove elezioni in Catalogna ma a certe condizioni. Ha chiesto a tutti la massima calma, di cercare di ragionare politicamente. Aggiungendo che, in ogni caso, non dovranno essere elezioni convocate dallo Stato dopo l’applicazione dell’articolo 155, né portate avanti in un clima di così grande tensione. Anche Podemos è, sostanzialmente, sulla stessa linea d’onda.

Inés Arrimadas, la leader di Ciudadanos, i giovani liberal-centristi di C’s, ha ancora oggi sostenuto una alleanza trasversale antindipendentista.
Sì, la Arrimadas, in realtà, da tempo ripete la necessità di una sorta di fronte unionista, che più propriamente definirei il gruppo dei partiti non indipendentisti: PP, Psoe e Ciudadanos. Per lei, è poi molto conveniente farlo, perché il suo partito è il più forte in Catalogna, avendo più voti, e, anche se dovranno discutere, è la candidata naturale a guidarlo. Peraltro, i sondaggi di oggi la confortano: in Catalogna, con la sua linea molto dura verso i separatisti, C’s perderebbe solo qualche seggio a favore dei socialisti, mentre a livello nazionale ne guadagnerebbe molti a spese dei Popolari.

Intanto, si va precisando il calendario e si corre in direzione di un terreno inesplorato. E tutto accadrà questa settimana…
Sì, sono oramai giorni chiave per la Catalogna e la Spagna: martedì si forma la Commissione senatoriale per l’esame della proposta governativa, giovedì questa sarà votata, tra mercoledì e giovedì si vocifera della possibile apparizione del leader Puigdemont in Commissione. Il quale medita addirittura di presentarsi a in aula a Madrid venerdì, durante il voto in Senato. Giovedì peraltro, ci sarà soprattutto la incognita totale: la sessione del Parlamento di Barcellona, in cui forse si proclamerà la dichiarazione unilaterale di indipendenza.
Le ultime notizie, infine, sono che il PP nelle scorse ore, pur riconfermando di voler sottoporre alla Commissione un testo molto duro per l’applicazione dell’articolo 155, ha però lasciato una porta aperta: i Popolari potrebbero addivenire ad un 155 “light” qualora non vi fosse la dichiarazione di indipendenza e, forse, nemmeno la sua applicazione pratica. Ma solo, però, se Puigdemont decidesse di indire le nuove elezioni catalane in un quadro legale.

Roberto Pagano

Perché è illegale il referendum catalano

catalogna“La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”. Questo recita l’articolo 2 della costituzione spagnola. Non la carta del governo spagnolo o di Madrid, ma di tutti gli spagnoli. La base dell’incostituzionalità (ed illegalità) del Referendum Catalano sta proprio qui. Non c’è da discutere se sia giusto o sbagliato, c’è da prendere atto della situazione. Nel percorso post-Franco la costituzione del 1978 è stata frutto di una stesura “democratica” e la sua approvazione è passata da un referendum popolare. Non parliamo di un testo dittatoriale od imposto con la forza, ma di una scelta del popolo spagnolo.

Tanto basta per dichiarare illegittimo il referendum del primo ottobre. Se così non fosse la stabilità di ogni ordinamento democratico potrebbe essere minata da qualsiasi movimento populista (o meno) che abbia un grande seguito. Se per superare la costituzione fosse sufficiente un referendum (per giunta limitato ad una singola regione), allora molti atti incostituzionali sarebbero legittimati. Chi approva questo tentativo di secessione, riempiendosi la bocca con “autodeterminazione dei popoli” o “democrazia”, va proprio contro questi stessi concetti. Un popolo che si dà delle regole limita il suo raggio d’azione alle stesse, imponendosi di rispettarle per vivere in una società civile. Questo non significa che i referendum secessionisti siano illegittimi in senso assoluto, ma che debbano rientrare entro gli schemi di legge eventualmente previsti dalle singole costituzioni. Si pensi a quello del Quebec nel 1995 o al tentativo scozzese nel 2014. In entrambi i casi furono seguiti gli iter di legge, rispettando i principi democratici dei singoli paesi. Aspetto che pare non stare troppo a cuore ai leader indipendentisti spagnoli. Il governo catalano, in barba alla costituzione ed al buonsenso, ha persino indetto un referendum senza quorum e a indipendenza automatica in caso di vittoria dei secessionisti.

Ma oltre al “tecnicismo” costituzionale, la scelta della secessione risulta persino sconveniente. In un mondo che va verso la globalizzazione estrema, la divisione non può che far male. I dati del “Registro Mercantil” (“Registro delle Imprese” spagnolo) parlano di 8000 imprese fuggite dalla Catalogna (a partire dal 2008) a causa del rischio di secessione e per la pressione fiscale crescente. Questi dati portano la regione al secondo posto per fuga di società, subito dietro alle Canarie. Gli ultimi due anni sono stati ancora peggiori. Nel 2016 sono stati persi capitali per 1,3 miliardi di euro, mentre i primi 8 mesi del 2017 hanno registrato la migrazione di 414,6 milioni. Numeri che dovrebbero far allarmare la classe politica catalana, ma che evidentemente non bastano per far comprendere il rischio della secessione.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

STRAGE IN CATALOGNA

catalognaOre drammatiche per una delle città più cosmopolite d’Europa, finita nel mirino Isis. Ieri la Rambla di Barcellona è stata colpita a morte da un attentato terroristico, dopo che un furgone a folle velocità ha falciato decine di persone nel cuore della città, portando alla morte di 13 persone e centinaia di feriti.
Adesso all’ambasciata italiana in Spagna risulta finora che tre connazionali sono rimasti feriti nell’attentato a Barcellona, è quanto riferisce l’ambasciatore a Madrid Stefano Sannino. Tra le vittime un 35enne di Legnano che si trovava lì in vacanza con la famiglia, anche se non ci sono conferme ufficiali. Le ultime notizie sull’attacco di Barcellona danno sempre in fuga il terrorista che ha provocato la strage della Rambla, lanciandosi sulla folla al volante di un furgone bianco, mentre altri due uomini sono stati arrestati, uno marocchino, l’altro originario di Melilla. L’attacco è stato rivendicato dallo Stato islamico. L’uomo è fuggito a piedi dopo che il furgone si era schiantato contro un’edicola. Posti di blocco della polizia sono stati allestiti in tutte le uscite dalla città della Catalogna.
Ma i terroristi del Daesh non si sono fermati anche se a bloccarli ci ha pensato la polizia catalana, otto ore dopo l’attentato di Barcellona, lo scenario stava per ripetersi nella notte a Cambrils, località turistica della costa a sud-ovest della capitale catalana.
Sei civili e un agente sono rimasti feriti e cinque terroristi sono stati uccisi a Cambrils, nel nuovo attacco poche ore dopo la strage sulla Rambla del capoluogo catalano. Intorno alle 2 del mattino un altro veicolo, una Audi A3, è stato scagliato contro la folla con un bilancio fortunatamente meno pesante di quello di Barcellona. In seguito la sparatoria con la polizia, durante la quale 4 persone sono state uccise sul posto e una è morta successivamente per le ferite riportate. Il poliziotto coinvolto è ferito in modo lieve. Dopo aver investito i passanti, l’Audi si è scontrata con un veicolo dei Mossos d’Esquadra, la polizia regionale catalana, ed è iniziata la sparatoria.

Champions League. L’impresa della Juve e la lezione al Barcellona

Dopo il 3-0 dell’andata a Torino, i bianconeri evitano la remuntada dei catalani pareggiando 0-0 al Camp Nou. Un punto che consente ai ragazzi di Allegri di accedere alle semifinali, dove troveranno una tra Real Madrid, Monaco e Atletico Madrid.

juve (1)DIFESA PERFETTA – La Juve partiva da un vantaggio importante, ma la qualificazione, nonostante il 3-0, era tutt’altro che ipotecata considerando l’impresa del Barcellona contro il Psg nei quarti di finale (vittoria per 6-1 dopo il ko 4-0 a Parigi). Ma non concedere nemmeno una rete in 180 minuti a una corazzata che in attacco può contare su Messi, Suarez e Neymar è stato davvero un capolavoro che in pochi possono rivendicare. La Vecchia Signora è così tra le prime quattro d’Europa e il sogno di alzare la coppa il 3 giugno a Cardiff è sempre più concreto. Una mano può darla il sorteggio di Nyon di venerdì, dove Buffon e compagni conosceranno l’avversario in semifinale.
REAL, ATLETICO O MONACO – Probabilmente il 99% dei tifosi juventini vorrebbe affrontare il Monaco, vera rivelazione della competizione. Ma guai a sottovalutare la squadra del Principato, che può contare su una serie di baby fenomeni (Mbappe su tutti) e che nel campionato francese sta tenendo a distanza il più quotato Psg. Da evitare assolutamente il Real Madrid di Cristiano Ronaldo, alla settima semifinale consecutiva in Champions e favorito per la vittoria finale. Sarebbe invece una sfida alla pari contro l’Atletico di Simeone, squadra molto simile alla Juventus che al gioco spettacolare preferisce il pragmatismo e l’aggressività. Ma nel doppio confronto con il Barcellona, i bianconeri hanno dimostrato di poter affrontare chiunque senza paura.

Francesco Carci

Dortmund: attentato a bus del Borussia. Juve Show: tre sberle al Barça

dybalaPoco prima del match Borussia Dortmund-Monaco, valido per l’andata dei quarti di finale di Champions League, il bus della squadra tedesca è stato attaccato con tre forti esplosioni nel tragitto per arrivare allo stadio. Giocatori sotto shock, il difensore spagnolo Bartra ferito al braccio dai vetri e costretto all’operazione al polso e partita inevitabilmente rinviata. La polizia tedesca non ha rilasciato un’ipotesi ufficiale sulla natura dell’attacco: non si esclude un gesto da parte dell’Isis contro la Germania, ma ci sono anche altre piste. Si pensa per esempio ad un avvertimento di un gruppo di tifosi contro la società giallonera. In passato infatti alcuni ultrà di sinistra si erano lamentati per l’atteggiamento troppo “morbido” del club nei confronti della parte neonazista dei supporter. Al contrario, la stampa tedesca parla di rapporti freddi tra il patron del Borussia, Hans-Joachim Watzk, proprio con i tifosi neonazi, tant’è che nei giorni scorsi era apparsa su un muro della città la scritta “Finirai in un bagagliaio”, riferita al proprietario della società. Si continuerà ad indagare, intanto la partita contro i francesi si recupererà oggi alle 18:45.bus

JUVENTUS SHOW, BARCA AL TAPPETO – Tornando a parlare di calcio, è stata una notte indimenticabile per la Juventus. I bianconeri hanno steso la corazzata Barcellona per 3-0 grazie alla doppietta di Dybala e alla rete di Chiellini. Il campione argentino della Juve ha stravinto il confronto con il connazionale Messi, mentre il difensore azzurro è stato un gigante contro Suarez (ricorderete il celebre morso dell’attaccante uruguaiano nel Mondiale 2014). Guai però a parlare di qualificazione ipotecata perché, negli ottavi di finale, la squadra catalana aveva perso all’andata addirittura per 4-0 contro il Paris Saint Germain per poi rimontare il ko con un clamoroso 6-1 a Barcellona. Come ha detto lo stesso tecnico dei blaugrana, Luis Enrique, “un’altra remuntada sarà difficile” (con un pizzico di scaramanzia) ma ora la Vecchia Signora può davvero sognare in grande. Il ritorno si giocherà mercoledì 19 aprile alle 20:45.

Francesco Carci

“Aiuti di Stato” nel Calcio. Nei guai Real Madrid
e Barcellona

liga-630x415Secondo l’Unione Europea sette società devono restituire al governo una cifra vicina ai 70 milioni di euro per aver ricevuto denaro senza giustificazione. Osasuna ed Hercules rischiano il fallimento.

MADRID – Soldi erogati senza giustificazione: 7 club spagnoli (Barcellona, Real Madrid, Valencia, Elche, Osasuna, Athletic Bilbao ed Herclues) devono restituire al governo una cifra vicina ai 70 milioni di euro per aver appunto ricevuto dei fondi senza una giusta causa.
A riportare la notizia è l’Unione Europea secondo cui questi club hanno avuto un vantaggio economico considerato sleale: negli ultimi 20 anni Barcellona, Real Madrid, Osasuna e Athletic Bilbao avrebbero pagato il 25% di tasse e non il 30% come tutti gli altri club ottenendo così un importante vantaggio. Inoltre le tre squadre di Valencia (Hercules, Elche a appunto il Valencia) avrebbero ricevuto dei prestiti eccessivamente vantaggiosi dall’IVF (Istituto Valenciano delle Finanze). Per tutti questi motivi, sempre secondo l’UE, tutti i club devono rimborsare lo Stato, anche se si attende la decisione finale del fisco. Le società sono pronte al ricorso, ma per alcune di loro (Osasuna ed Hercules) il rischio fallimento è dietro l’angolo.

Da Bruxelles difficilmente arriveranno sconti stando alle parole del commissario europeo alla concorrenza, Margrethe Vestager: “Il calcio professionistico è un’attività commerciale e l’erogazione di denaro pubblico deve essere conforme alle regole di concorrenza leale. Le sovvenzioni che abbiamo studiato in questi casi non dimostrano tutto questo”.
Dunque, multe e guai in vista per i 7 club spagnoli.

Francesco Carci

Spagna. Una Catalogna “amara” per Rajoy

Rajoy CatalognaSembrano non finire mai i problemi politici in Spagna… e per Rajoy.
“Purtroppo non è andata bene. Non c’è vocazione a raggiungere un accordo tra Rajoy e il governo catalano”. Le parole di Carles Puigdemont, presidente della Generalitat di Catalogna, sono chiarissime, nella conferenza stampa dopo il suo primo incontro ufficiale, oggi a Madrid, con il premier spagnolo.

A Rajoy il President Puigdemont ha chiesto di poter organizzare un “referendum vincolante” sull’indipendenza delle regione autonoma, e la risposta del premier non ha suscitato nessuna sorpresa: è arrivato l’ennesimo nettissimo no.
Nella seguitissima conferenza stampa, alternando spagnolo e catalano, Puigdemont ha definito “cordiale e amichevole” l’incontro, ma ha detto che le rispettive posizioni rimangono “agli antipodi” in quanto c’è “un profondo disaccordo di fondo sul progetto politico di uno stato indipendente di Catalogna all’interno dell’Unione Europea”.

Contrario all’indipendenza della Catalogna. Rajoy, ma lieto che sia iniziato un dialogo tra Madrid e Barcellona, ha ricordato che il suo governo ancora in carica “è sempre più convinto che la Catalogna faccia parte della Spagna e del fatto che l’immensa maggioranza degli spagnoli condivida questa visione, perché vogliamo continuare a rimanere insieme e difenderemo questa posizione politica e personale”.

Rajoy al termine dell’incontro ha confermato che Puigdemont ha inoltre anticipato alcuni temi del suo programma politico, come il referendum vincolante, “ho detto che non sono d’accordo. Ha mantenuto la sua posizione ed io ho mantenuto la mia” ha affermato nella conferenza stampa il presidente del governo.

Nulla di nuovo sotto il cielo piovoso di Madrid, tranne che alla Moncloa il palazzo del governo le bandiere erano tre, quella spagnola, europea e catalana.

Sara Pasquot

Spagna. Nencini: “Perso un pezzo dell’Italia migliore”

13 students dead in Spanish bus crash

“E’ un giorno profondamente triste. Abbiamo perso un pezzo dell’Italia migliore. Un abbraccio ai parenti delle nostre giovani ragazze. Il Psi si stringe attorno al loro dolore.”
Lo ha detto il Segretario del Psi, Riccardo Nencini appresa la notizia della morte di sette studentesse italiane. In tutto sono 13 i morti nell’incidente stradale che ha coinvolto un autobus su cui viaggiavano 57 studenti Erasmus assegnati a Barcellona, di 22 nazionalità diverse. L’autista dell’autobus è indagato per omicidio plurimo per ‘imprudenza’: “Mi dispiace mi sono addormentato” ha detto ammettendo la sua responsabilità. L’uomo, risultato negativo ai test alcolemici e per le droghe, è stato incriminato per omicidio colposo plurimo.

Lo schianto del bus è avvenuto sull’autostrada che collega Valencia a Barcellona. È stato il ministro dell’interno catalano Jordi Jane a fornire le nazionalità di tutte le ragazze morte. Oltre alle sette italiane ci sono anche due tedesche, una romena, una uzbeka, una francese e una austriaca. Nell’incidente sono rimaste ferite 34 persone tra cui cinque italiani.

Il premier, Matteo Renzi, che ha rimandato la direzione del proprio partito prevista per lunedì pomeriggio, e si è recato in Catalogna, per incontrare i familiari delle sette giovani italiane. Il presidente regionale della Catalogna, Carles Puigdemont, lo ha accolto all’aeroporto, da dove i due sono partiti alla volta di Tortosa, distante una novantina di chilometri. Secondo una nota della Generalitat di Catalogna, i due visiteranno insieme il centro operativo installato a Tortosa e gli ospedali in cui sono ricoverati i feriti (dei quattro italiani, una paio sono in condizioni più critiche). Le salme si trovano nell’obitorio dell’ospedale di Tortosa mentre nella foresteria di El Parador, sempre a Tortosa, sono stati accolti i famigliari delle vittime. La Generalitat catalana ha precisato che si tratta di una “visita privata” del premier italiano.

Redazione Avanti!