La settimana del terrore che spacca la Germania

attentati germania terrorismoMentre a Rouen, in Francia, riesplode la violenza dell’ISIS, la Germania si trova a riflettere sulla propria settimana di fuoco: Würzburg, Monaco, Reutlingen e Ansbach, quattro atti di violenza che in 7 giorni hanno portato il terrore in Germania.

I fatti
Il 18 luglio un teenager di origine Afghana o Pakistana, gli inquirenti sono ancora indecisi, ferisce con un ascia tre cittadini cinesi di Hong Kong all’interno di un treno regionale nei pressi della città bavarese di Würzburg per poi venire ucciso dalla Polizia. Niente di organizzato, ma durante le indagini, la Polizia scopre un video in cui il giovane, Muhammad Riyad, giurava fedeltà allo Stato Islamico e il suo intento di vendicare la morte di un amico in Afghanistan.

Passano quattro giorni ed il 22 luglio un altro diciottenne, un tedesco con origini iraniane, apre il fuoco in un McDonalds vicino al centro commerciale Olympia nell’ex-quartiere olimpico di Monaco, sempre in Baviera. Con una pistola comprata su una Darknet, una rete virtuale privata, il giovane uccide 9 persone, un apolide, un kosovaro, un greco, un ungherese, un turco e quattro tedeschi, di cui due con doppia cittadinanza turca. Infine, si suicida. Secondo gli inquirenti era da un anno che pianificava l’atto attratto dall’esempio di Andreas Breivik, il neo-nazista norvegese che cinque anni fa fece una strage nel corso della festa della gioventù socialista sull’isola di Utoya, al largo di Oslo, uccidendo 77 persone. Il giovane, sembra, aveva problemi di instabilità mentale acuiti, dicono le prime indagini, da atti di razzismo e bullismo subiti a scuola.

Quarantotto ore dopo, il 24 luglio, un profugo Siriano di 21 anni uccide a Reutlingen una donna polacca e ferisce due passanti usando un coltello da Kebab, tramutatosi, nella retorica di alcuni giornali, in un machete. Il suo raptus di follia omicida finisce grazie all’intervento di un’automobilista che, di proposito, lo investe. Anche qui nessun collegamento con lo Stato Islamico, anzi, il crimine avrebbe uno sfondo passionale essendo la vittima la fidanzata dell’assassino.

Infine, domenica notte, Mohammed Delel, anche lui profugo siriano, si fa saltare in aria davanti ad un locale ad Ansbach in Baviera. L’attentatore sarebbe dovuto essere trasferito in Bulgaria, dove era stato accettato il suo diritto di asilo, già una decina di giorni prima dell’attentato, ma il viaggio era stato posticipato per l’instabilità mentale dell’uomo. Anche qui, come negli altri casi, problemi mentali; anche qui, come a Würzburg, un video sui social network ricollega Mohammed Delel all’ISIS.

Sembra un bollettino di guerra, ma in realtà è una tragica lista di folli atti la cui origine non è da cercare nello Stato Islamico, ma nel disagio personale, sociale e mentale che si traduce in violenza e solo in due casi su quattro in una matrice islamista, peraltro spontaneista e non organizzata. Eppure lo Stato Islamico c’entra, solo che non è l’ISIS reale che combatte, e perde, in Sira e, soprattutto, in Iraq. Tanto meno non si tratta della rete terroristica che colpisce militarmente a Baghdad, Dacca o in Afghanistan. Anche qui, come a Nizza la settimana prima, è il marchio dell’ISIS che trionfa come vessillo per folli lupi solitari.

A Würzburg come ad Ansbach, riferisce la stessa agenzia di stampa dell’ISIS Aamaq, si tratta di singoli che hanno “risposto agli appelli di colpire i paesi della coalizione che combattono lo Stato Islamico”, quindi non militanti o combattenti tornati dal fronte, come in Belgio, ma singoli individui auto-radicalizzatesi su Internet. L’ISIS c’entra anche negli altri due casi, dove atti di violenza compiuti da individui instabili vengono immediatamente accomunati al “terrorismo” solo perché compiuti da un profugo e un tedesco di origine iraniana. Così si scatena l’opinione pubblica contro la politica dell’accoglienza di Angela Merkel che in taluni casi, nei Social, si spinge a bollare la Cancelliera quale “responsabile morale” degli attentati.

Le reazioni politiche
La prima a spaccarsi è l’Union, ovvero il soggetto politico che lega la CDU, il partito di Angela Merkel, alla CSU, la sua controparte bavarese. Da mesi infuria la lotta fra Monaco e Berlino sull’accoglienza ai profughi, con la prima molto scettica sull’effettiva validità di questa politica. Passano infatti poche ore dalla strage di Monaco che il Ministro degli Interni bavarese ipotizza il dispiego dell’esercito per contrastare l’ondata di violenza.

Un’idea irrealistica e vietata dalla costituzione, ma che viene ripresa, a scopi propagandistici dal Ministro della Difesa Von Leyen, per dire alla popolazione che il Governo è pronto e vigile nel contrastare futuri attacchi. Angela Merkel, come sua consuetudine, tace aspettando di far calmare le acque per far sentire la sua voce. Questo non aiuta una CDU in cui da mesi si affrontano posizioni pro e contro i profughi. Lunedì sono arrivate le reazioni del Ministro degli Interni berlinese Henkel che dichiara che in Germania “abbiamo importato persone brutali” e quella del deputato sassone Krah che sottolinea come “la politica dell’accoglienza abbia conseguenze mortale”. Dichiarazione che arrivano da quei Land orientali in cui cresce il voto per l’estrema destra di AfD ai danni, soprattutto, della CDU.

Se la CDU piange, la SPD non ride. Il deputato Flisek punta il dito contro la politica della Merkel che ha aumentato il rischio attentati nel paese mentre il Ministro per l’Integrazione Özoğuz sottolinea come il 99,99% dei profughi arrivi in Germania per scappare alla violenza. Per il ministro “la realtà è più complessa di un Tweet di AfD. Così la pensa anche il vice capogruppo della Linke, la sinistra tedesca, Jan Korte andando in disaccordo però con il capogruppo Sarah Wagenknecht che coglie l’opportunità di attaccare il governo di Angela Merkel e la SPD sua alleata, sottolineando come il Governo abbia sottovaluto il problema dei Profughi.

Il mito del multiculturalismo infranto
L’incertezza della politica si riflette nella società tedesca. Che la matrice islamista sia ideale o, in due casi totalmente inesistente, poco importa e in sette giorni la Germania si ritrova a fare i conti con l’esistenza o meno di una vera società multiculturale. Si tratta di un tema molto importante per il paese. Negli ultimi anni, la Germania si è sentita al sicuro da radicalizzazione e violenze, lontana dalle rivolte delle Banlieu Francesi, del razzismo nell’Europa Orientale e dei problemi delle periferie londinesi, protetta dalla sua identità multiculturale e dal mito della sua accoglienza. Specchio del successo di questa politica è stata la Nazionale di calcio campione del mondo composta da tedeschi di origine turca, marocchina, ghanese, albanese e polacca, simbolo di una Germania organizzata, multiculturale, potente e vincente. Sicura di sé, si è sentita pronta per accogliere i profughi cosa che ha provocato la reazione di buona parte della società tedesca. Il quadro, infatti, non era così idilliaco come lo si voleva dipingere.

In Germania Orientale, città come Berlino, Dresda e Lipsia soffrono da anni di episodi neo-nazisti o di generica xenofobia. Nella capitale il tanto sbandierato multiculturalismo si traduce spesso in comunità ghettizzate e autarchiche, lontane l’una dall’altra che, nei quartieri più disagiati vivono fianco a fianco con il disagio economico e sociale. Episodi di tensione sociale, soprattutto nelle scuole esistono da anni sia che si tratti di assalti ad immigrati, sia che si tratti di emarginazione di scolari. A tutto questo poi, va ad aggiungersi il crescente divario fra ricchi e poveri che colpisce indiscriminatamente tedeschi ed immigrati non solo all’Est ma in tutta la Germania. In questo scenario attecchiscono i radicalismi, sia di estrema destra che islamista. Da una parte nascono così fenomeni di iper-radicalizzazione, 800 i combattenti dell’ISIS di origine tedesca, o, dall’altro, lato la crescita di AfD ora al 12% nazionale ed il 20% in alcuni Land, e la nascita di PEGIDA, l’associazione di cittadini preoccupati per la islamizzazione dell’occidente”.

Impaurita e politicamente vacillante, la Germania si ritrova così, alla fine della sua settimana di fuoco, a vivere un “terrore” che viene dal suo stesso interno. Peccato che, per molta opinione pubblica, e alcuni membri della classe dirigente del paese, il problema non sia né politico né sociale, ma sempre e solo uno: i profughi.

Simone Bonzano

Migranti, il problema diventa “nazionale” per la Merkel

Merkel migranti vignetta

Vignetta tratta da Der Spiegel a cura di Burkhard Mohr

È cominciato ieri il vertice a Valletta che riunisce l’Unione europea, l’Unione africana, l’Alto commissariato per l’Onu dei rifugiati (Unhcr) e la Comunità economica dei paesi dell’Africa occidentale (Ecowas), con al centro delle discussioni il problema dell’emergenza migranti.
Pur di risolvere il problema degli sbarchi e degli arrivi, l’Ue sembra veramente disposta a tutto, secondo alcune fonti nel vertice della Valletta l’Unione europea potrebbe approvare delle misure per diminuire i costi delle rimesse, in cambio di maggiori concessioni sul piano delle espulsioni e dei rimpatri da parte delle nazioni africane. Ma per il momento è stato approvato un Piano di fondi da destinare ai Paesi africani, che suona più come una controfferta in cambio di restrizioni e di controlli ai profughi che un vero strumento per promuovere stabilità e crescita.

“La dichiarazione politica e il piano d’azione” Ue-Africa sono stati approvati all’unanimità. Lo ha scritto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk in un Tweet a conclusione del summit. “Senza controlli effettivi ai confini europei le regole di Schengen non sopravvivranno”, ha ribadito Tusk in una conferenza stampa al termine del vertice Ue-Unione africana, aggiungendo che questo sarà un tema al centro del vertice Ue in programma nel pomeriggio.

La questione profughi è nella lente d’ingrandimento della Germania, in quest’ultimo periodo, infatti, sulla carta migranti si sta giocando il futuro politico di Berlino. “Si possono causare delle slavine, quando uno sciatore disattento va sul pendio e smuove un po’di neve”. Con questo paragone, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble ha descritto il pericolo che la Germania corre di fronte all’enorme flusso di migranti. Poi ha aggiunto di non sapere se la slavina sia ancora sul pendio o sia giunta ormai a valle. Una dichiarazione che ha ulteriormente infiammato il dibattito sulla gestione della politica sui profughi di Angela Merkel. I limiti all’accoglienza chiesti dalla parte cattolica al Governo, rispondono pienamente al grande conflitto interno che si sta consumando all’interno della CDU-CSU.

L’ostilità parte lontana da Berlino, da uno dei Bundesländer, la Baviera. Horst Seehofer, capo del partito gemello della Cdu in Baviera, la Csu, che più volte ha puntato il dito contro le politiche di apertura della Cancelliera e nei confronti dei provvedimenti presi dal governo federale. Anche la crisi dei migranti parte da lontano, sin da febbraio, ma nulla è stato fatto per venire in aiuto agli enti locali che avevano lanciato un appello al governo per ottenere sostegno nell’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo.

Liberato Ricciardi

L’Ue apre a flessibilità per costi accoglienza migranti

Immigrati-Unione EuropeaI migranti potrebbero salvare l’Italia e la manovra del Governo Renzi.
La Commissione europea “applicherà la flessibilità” alle spese per i rifugiati perché “siamo di fronte a una situazione di eccezionalità”, ad affermarlo, durante il suo intervento all’Europarlamento, è il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker. Quella che è stata vista come una crisi, lo sbarco e l’arrivo dei profughi, ora grazie alle ultime dichiarazioni del presidente Ue può aprire la possibilità per l’Italia a spazi di “manovra”. Il bonus immigrati, nell’istanza italiana corrisponde a un margine di flessibilità dello 0,2%, pari a 3,3 miliardi, un margine corposo all’interno della Finanziaria, già inserito nella legge di Stabilità. Una clausola di flessibilità era stata più volte invocata dal Governo che aveva chiesto all’Ue di riconoscere all’Italia una sorta di indennizzo per il peso sostenuto col fenomeno migratorio.

“Il Patto è il Patto – ha sottolineato Juncker – ma di fronte a un problema di una gravità eccezionale, sulla base di un’analisi Paese per Paese andremo a esaminare se si debba tenere in conto dei costi sostenuti per accogliere i rifugiati. Applicheremo il Patto così come è stato aggiornato, ma lo faremo Paese per Paese”. Ma il presidente della Commissione europea ha comunque precisato che si tratta di un fattore si eccezionalità, in quanto “anche tra i grandi paesi c’è chi non fa sforzi sufficienti”. La flessibilità, spiega, “non potrà essere applicata” ai Paesi che “non riescono a dimostrare i costi enormi” per la crisi dei migranti. Juncker ha anche spiegato che “il patto di stabilità non è più quello vecchio” e che la flessibilità, secondo la comunicazione del gennaio scorso, viene applicata “per gli sforzi fatti per un obiettivo comune”.

L’obiettivo comune e l’unità di intenti è proprio quello che sta mancando a un’Europa sempre più divisa, tanto che il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha denunciato il rischio che la crisi migratoria sta portando con sé, come la distruzione di conquiste quali “la libera circolazione delle persone previste dal trattato di Schengen, inoltre questa crisi “può creare scosse tettoniche nel panorama politico europeo”. Un peggioramento dello stato dell’Unione è stato segnalato anche dallo stesso presidente Juncker che ha ricordato la riunione straordinaria dei capi di Stato e di governo dei Paesi interessati dalla rotta dei migranti dei Balcani occidentali, sottolineando che “la riunione di domenica non avrebbe dovuto essere convocata, ma avvenire in modo volontario, e questo, ripeto, dimostra che l’Ue non versa in buone condizioni”. Continuano infatti i battibecchi non solo tra i Paesi del Centro Europa sull’arrivo e la gestione dei profughi, ma anche tra i Paesi “meta” dei migranti, l’ultimo tra Austria e Germania.

“Il comportamento dell’Austria sta danneggiando le nostre relazioni”, ha affermato il premier del Land meridionale, Horst Seehofer. La Baviera accusa l’Austria di tenerla all’oscuro dell’arrivo dei profughi e chiedendo un intervento della Merkel. La Cancelliera in questi giorni sta tentando di trovare una soluzione chiedendo anche l’aiuto di Ankara, una richiesta supportata anche da Juncker che ha detto che l’Unione europea deve “lavorare con la Turchia per attuare il piano per frenare i flussi di migranti”. Il Presidente Ue riconosce che su Ankara “ci sono un certo numero di questioni irrisolte, come i diritti umani e la libertà di stampa. Ma non possiamo essere ossessionati da questo, dobbiamo coinvolgerla nelle nostre iniziative”. “Dobbiamo accelerare sulla liberalizzazione dei visti con la Turchia e rivitalizzare i colloqui per l’accesso” di Ankara alla Ue, dice ancora Juncker. L’ex Premier lussemburghese ha sottolineato che “dobbiamo fare passi concreti in uno spirito di solidarietà quando lavoriamo con la Turchia per fermare i flussi dei rifugiati e per far andare là i bambini a scuola”.

La Turchia si è detta pronta a costruire nuove città per accogliere i rifugiati nel suo territorio o in zone rese sicure nel nord della Siria. A dirlo è il vicepremier di Ankara, Numan Kurtulmus, secondo cui “la politica della comunità internazionale sui rifugiati è fallita”. Secondo il piano turco, questi “nuovi insediamenti” per i rifugiati dovrebbero essere vere e proprie città con scuole, ospedali e fabbriche. Ma se la richiesta di aiuto verso Ankara per l’Ue è necessaria, dall’altro la Turchia resta uno Stato con carenza di diritti civili senza dimenticare il problema sul versante Isis: l’esercito turco ha attaccato di nuovo i combattenti curdi. In un clima di crescente tensione in vista delle elezioni del primo novembre in Turchia il premier Ahmet Davutoglu ha confermato che l’esercito turco si è scontrato nella città di Tal Abyad, nel nord della Siria con i miliziani dell’Unità di protezione del popolo (Ypg), gruppo armato sostenuto dagli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato islamico.

Maria Teresa Olivieri

Immigrati. Blocco al Brennero per aiutare la Germania

Profughi-BrenneroBerlino chiama, Roma risponde. L’Italia blocca così l’arrivo dei profughi diretti in Germania al Brennero dopo l’appello della Cancelliera Merkel, così come avvenuto lo scorso anno, quando a giugno, in vista del G7, la Germania sospese il tratto di Schengen e Bolzano divenne per tre settimane una sorta di piccola Lampedusa.

Dopo i numerosi arrivi registrati ieri nella Baviera, il Governo italiano ha risposto alla “richiesta della Germania comunicando la disponibilità a reintensificare, nel rispetto degli accordi di Schengen, i controlli al confine del Brennero, analogamente a quanto avvenuto in occasione del G7”. Lo spiega la Provincia di Bolzano, annunciando la disponibilità ad accogliere per qualche giorno – come misura temporanea per permettere alla Baviera di riorganizzarsi e fronteggiare l’emergenza – un numero di profughi stimati tra i 300 e i 400. “Non si tratta di una sospensione degli accordi di Schengen al Brennero, ma esclusivamente di un’intensificazione dei controlli”, ha precisato il governatore Arno Kompatscher, rettificando così un comunicato stampa della Provincia autonoma di Bolzano.

Il Governo italiano, ancora una volta, e in nome dell’Europa, accetta le richieste tedesche, anche se le spese per questo intervento umanitario straordinario saranno a carico dello Stato. Ma a far discutere è un altro punto, dopo mesi di braccio di ferro a Bruxelles, sulla questione “quote” quasi sempre osteggiata da Francia e Germania, ora è proprio Berlino, in seria difficoltà a fare appello alle “quote immigrati”. Il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha annunciato, parlando oggi a Berlino, un’iniziativa congiunta di Francia, Italia e Germania per “una più giusta distribuzione” dei migranti nell’Ue al prossimo incontro dei ministri degli Esteri a Lussemburgo.

Ancora più assurdo risulta che mentre in Ungheria si continuano a respingere i migranti e a bloccare nella stazione di Budapest quelli con regolare biglietto e mentre addirittura la polizia ceca decide di segnare i migranti in arrivo al confine con l’Austria un numero scritto a pennarello sul braccio, per identificare il treno e il vagone, il dito dell’Ue venga ancora una volta puntato sull’Italia. La Corte di Giustizia europea ha condannato l’Italia stabilendo che le spese che il nostro Paese fa sostenere ai migranti per il rinnovo del permesso di soggiorno sono troppo alte (tra gli 80 e i 200 euro).

Non solo, ma l’Unione Europea ha anche chiesto conto all’Italia di 63mila migranti spariti, ovvero non identificati. Sono i migranti che risultano ufficialmente entrati in Italia nei primi sette mesi di quest’anno di cui non c’è traccia sui registri di identificazione, la differenza fra i 92 mila accolti e i circa 30 mila registrati. La Commissione Ue ha scritto al governo Renzi per intimargli di far luce sui profughi spariti, sottolineando che la mancata raccolta dei dati dei migranti costituisce una violazione degli accordi europei e si chiedono ragguagli entro il 10 settembre.
Intanto l’Italia, comincia a fare fronte comune con Francia e Germania. I tre Paesi vogliono “una forte risposta” Ue sul fronte dell’immigrazione. Lo chiedono Paolo Gentiloni, Frank-Walter Steinmeier e Laurent Fabius, che hanno inviato un documento comune all’Alto Rappresentante Federica Mogherini con la richiesta che dell’argomento si discuta il 4-5 settembre a Lussemburgo.

Intanto in Germania la questione profughi viene presa sempre più di petto, tanto che il ministro dell’Interno Thomas De Maiziere sta verificando la possibilità di una modifica della Costituzione tedesca per poter gestire meglio l’emergenza profughi in Germania e velocizzare le procedure. Il ministro ha sottolineato: “Non abbiamo tempo da perdere la questione richiede decisioni rapide…”. Già il 24 settembre, la cancelliera Angela Merkel (CDU) incontrerà il Presidente per valutare la ripartizione degli oneri tra le autorità federali, statali e locali. In sostanza però i richiedenti asilo saranno divisi tra profughi (esempio i siriani) e immigrati (esempio i senegalesi).

Maria Teresa Olivieri

G7, dalla Russia con (poco) amore

G7-BavieraIl G7 di Elmau, in Baviera, che si conclude oggi, non è solo clima, immigrazione e Ttip, l’accordo sul libero scambio tra Usa e Ue su cui si sta imprimendo una forte accelerazione. Ma è soprattutto Russia e i suoi rapporti con l’Ucraina.

Nel comunicato finale del G7 infatti si sottolinea come le sanzioni “non verranno ritirate fino a che la Russia non avrà attuato completamente gli accordi di Minsk”. Anzi nel comunicato finale del vertice si legge che “siamo pronti a prendere ulteriori misure restrittive contro la Russia se non rispetterà gli impegni presi”. Anche il presidente Usa Barack Obama alla conferenza finale del vertice ha parlato senza mezzi termini dichiarando che “la Russia sta ancora violando gli accordi sull’Ucraina e se sarà necessario inaspriremo le sanzioni”. E poi ancora un affondo di Barack Obama contro il leader russo Vladimir Putin: sta portando il suo Paese alla rovina “nello sforzo di ricreare i fasti dell’impero sovietico”.

310x0_1433766859589_rainews_20150608143342798Insomma una posizione dura. Sostenuta anche dal cancelliere tedesco Angela Merkerl che in conferenza stampa ha affermato che “siamo pronti, ma non lo vogliamo, nel caso sia necessario, a rafforzare le sanzioni” verso Mosca. Mentre per il presidente del consiglio Matteo Renzi sulla crisi in Ucraina “la bussola è l’accordo di Minsk: se sarà rispettato sarà una svolta per l’Ucraina, per l’est dell’Ucraina”. Quanto alle sanzioni contro la Russia, “saranno affrontate nel consiglio europeo del 25-26 giugno”, ha aggiunto Renzi.

La vede ovviamente in modo diverso il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov secongo il quale l’Ucraina ha cercato di aggravare la situazione in coincidenza dell’inizio del vertice G7. C’è un legame con il G7 in corso, dichiara Lavrov, denunciando la “retorica pesante, aggressiva e militante proveniente da Kiev”. Per Lavrov l’Occidente deve fare pressing anche sul governo di Kiev affinché rispetti i propri obblighi. E il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov aggiunge di non vedere nulla di nuovo nella linea dura adottata dai leader del G7 per quanto riguarda le sanzioni.

Il portavoce di Putin ha allo stesso tempo sottolineato che “alcuni dei partecipanti” al G7 “parlano della necessità di promuovere il dialogo con la Russia e della impossibilità di risolvere i problemi seri senza questo dialogo”. E ha quindi espresso rammarico per il fatto che finora non è stato lanciato un appello ai firmatari di Minsk-2, piuttosto che a Mosca, affinché rispettino gli accordi per risolvere il conflitto in Ucraina.

Insomma la questione ucraina continua a tenere banco. Il presidente degli Usa Barack Obama e il capo di Stato francese Francois Hollande al termine di un incontro bilaterale a margine del summit si sono detti d’accordo sul fatto che le sanzioni contro la Russia debbano restare fino a quando Mosca non applicherà pienamente gli accordi siglati a Minsk e finora ripetutamente violati. L’Occidente contrasterà con fermezza “l’aggressione all’Ucraina” è l’avvertimento di Barack Obama lanciato nella prima giornata del G7. Le sanzioni rimarranno fino a quando non ci sarà una piena applicazione degli accordi di Minsk, e finché Mosca non rispetterà la sovranità di Kiev. E su questo hanno concordato, secondo la Casa Bianca, il presidente degli Usa e Angela Merkel già nell’incontro bilaterale che ha preceduto l’apertura dei lavori del summit. Non l’annuncio esplicito di una proroga, come vorrebbero gli Usa, ma un segnale in quella direzione. Stabilito in un incontro a quattr’occhi in cui si è parlato di Ucraina, rapporti con la Russia, Nato, Ttip. E Grecia. Putin non è infatti l’unica preoccupazione dei leader delle democrazie più industrializzate del mondo. E Obama ha parlato anche di questo con la Merkel, facendo capire di non volere problemi dall’Europa. Il presidente, e questo trapela solo da fonti americane, ha chiesto una soluzione su Atene “per evitare di innervosire i mercati”.

Con toni particolarmente duri, Alexis Tsipras è stato viceversa evocato da Jean-Claude Juncker, che elencando i rinvii del premier di Syriza ha sollecitato una proposta alternativa: vorrebbe “studiarla” per poterne discutere mercoledì a Bruxelles, al prossimo incontro.

Redazione Avanti!

Il putsch di Monaco

Monaco-PutschTra l’8 e il 9 di novembre del 1923 si consumò nella regione tedesca della Baviera un tentativo di colpo di Stato che passò alla storia come il putsch di Monaco. Il protagonista di quel golpe subito abortito fu Adolf Hitler, presidente della Nsdap (Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi). Il futuro fuhrer, in quei giorni, cercando di rovesciare il governo, si avvalse dell’alleanza del Kampfbund (una sorta di Lega di società patriottiche operanti nella regione). Il colpo di mano, passato alla storia con il nome di putsch della birreria, visto che la fiamma era divampata tra i tavoli del noto e molto frequentato Burgerbraukeller, era nato in modo del tutto improvvisato, senza che vi fosse la minima organizzazione. Continua a leggere