AGENDA EUROPEA

Al suo arrivo a Bruxelles per partecipare al Consiglio europeo, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha esposto i “tre o quattro obiettivi” del governo nelle discussioni e negli incontri che si svolgeranno oggi e domani nella capitale belga. Innanzitutto, l’agenda di riforme per rafforzare l’Unione, e la necessità di continuare a costruire l’Unione bancaria prendendo misure a favore della crescita e non decisioni “inopportune e intempestive” (come quelle suggerite recentemente dalla Vigilanza Unica della Bce per i crediti detriorati). Poi, la promozione della candidatura di Milano per la nuova sede dell’Ema, l’Agenzia del Farmaco europea che dovrà traslocare da Londra dopo la Brexit (ma la decisione non sarà oggi), e, infine, la questione migratoria, con la rivendicazione dei risultati raggiunti dall’Italia nell’arginare i flussi dalla Libia e l’esigenza di “consolidare questi risultati” al più presto, con un aumento sostanziale dello sforzo finanziario, finora poco rilevante, degli Stati membri per il “Trust Fund” per l’Africa.

Gentiloni ha parlato con i giornalisti a margine della prima sua prima riunione in agenda nella capitale belga, il pre-vertice del Partito dei Socialisti europei. “In questa partecipazione italiana al vertice dei socialisti europei, nell’incontro bilaterale che avrò con il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, e poi nella riunione del Consiglio Europeo, noi – ha detto Gentiloni – ci presentiamo con tre o quattro obiettivi principali: il primo è lavorare, in questa fase fondativa di una nuova agenda europea, in modo che sia il più possibile un’agenda che promuove la crescita, il lavoro e gli investimenti”.

“In questo quadro – ha spiegato – discuteremo anche con il presidente Juncker sostenendo le sue proposte, e insistendo – ha puntualizzato – sulla necessità che l’Unione bancaria per la quale si lavora sia uno strumento per migliorare la capacità delle banche di offrire credito alle imprese e di sostenere la ripresa, e che non ci siano invece misure inappropriate o intempestive che rischiano di produrre difficoltà nei meccanismi del credito e nella tutela del risparmio”.

“Siamo inoltre qui – ha continuato Gentiloni – per promuovere, nell’ambito delle diverse conversazione e occasioni che avremo, la candidatura di Milano come sede dell’Agenzia europea del Farmaco (Ema). Siamo convinti che sia una bella competizione tra diverse città europee, tutte valide; ma siamo orgogliosi del fatto che Milano, e lo dicono molte valutazioni indipendenti, è certamente una delle città che ha più capacità per ospitare l’Agenzia del Farmaco quando si trasferirà da Londra, facendola funzionare al massimo sin dal primo giorno”.

“Infine – ha detto ancora il presidente del Consiglio – siamo qui per rivendicare i risultati molto incoraggianti che l’Italia ha raggiunto per quanto riguarda il contrasto al traffico di migranti clandestini sulla rotta del Mediterraneo centrale”. “Sapete – ha ricordato parlando ai giornalisti – che i numeri degli sbarchi su quella rotta sono diminuiti drammaticamente negli ultimi quattro-cinque mesi. Sappiamo tuttavia – ha aggiunto – che questo risultato va consolidato, e abbiamo preso atto con soddisfazione anche del voto di stamani nel Parlamento europeo sui meccanismi comuni di una politica migratoria”.

Il riferimento di Gentiloni è al voto della commissione europarlamentare competente, che ha approvato stamattina un’ambiziosa proposta di riforma del regolamento di Dublino. Il nuovo testo, se approvato dalla Plenaria di Strasburgo e poi dal Consiglio Ue, creerebbe un sistema di “ricollocamento” permanente, equo ed automatico dei richiedenti asilo in tutti gli Stati membri, mettendo fine al principio attuale secondo cui il paese di primo arrivo de migranti deve farsi carico da solo dell’esame delle domande e della concessione dell’asilo.

“Ci aspettiamo che, oltre a rallegrarsi tutti in Europa per questi buoni risultati sui flussi migratori, ci sia anche, come credo chiederà il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ai diversi Stati membri, un concorso di risorse economiche. Perché – ha sottolineato il premier – il momento per consolidare questi risultati è ora, e non sarà facile consolidarli, se non ci sono risorse economiche adeguate per il Nordafrica, per la Libia e per i paesi africani di transito”.  “Su questi obiettivi – ha concluso Gentiloni – mi auguro che ci sia un impegno comune non solo della famiglia socialista, ma della grande maggioranza dei paesi europei”.

Draghi ottimista su ripresa e prospettive di crescita

Draghi-EurozonaLa ripresa è stabile, diffusa, e le prospettive di crescita robuste. Ma tutto ciò ancora non ha riflessi sull’inflazione, che a fine anno tornerà a scendere, seppure temporaneamente. Per questo bisogna proseguire con il Qe, e anche quando si discuterà della sua fine, in autunno inoltrato, resterà un livello di sostegno “necessario” alla zona euro per completare la transizione verso una traiettoria di crescita “bilanciata”. Il presidente della Bce Mario Draghi, nella sua terza audizione dell’anno alla commissione economica del Parlamento Ue, lancia segnali positivi sull’andamento dell’economia della zona euro, ribadendo però che non è il momento per “decisioni affrettate”. Anche perché esistono ancora “fonti di incertezza”, come l’euro forte, che vanno monitorati. “La stabile ripresa” ancora non si traduce in “più convincenti” dinamiche dell’inflazione, ha detto il presidente agli eurodeputati. Anche se i rischi di deflazione sono “essenzialmente spariti”, l’inflazione sottostante è migliorata “solo moderatamente” negli ultimi mesi. E l’inflazione core, all’1,5% ad agosto, calerà in modo “temporaneo” verso la fine dell’anno. Quindi, nonostante la Bce sia “più fiduciosa” di un ritorno dell’inflazione vicino all’obiettivo del 2%, “sappiamo che serve ancora un livello molto elevato di accomodamento monetario”.

Draghi è convinto che “dobbiamo essere persistenti con la nostra politica monetaria, non possiamo permetterci mosse affrettate, dobbiamo essere prudenti”. E non dà soddisfazione a chi cerca segnali sulla fine del Qe. Si limita a ribadire che il futuro della politica monetaria sarà discusso più in là, ed è quindi “prematuro” chiedersi, ad esempio, quali saranno gli effetti sui tassi dei Paesi periferici. Una questione che in ogni caso non riguarda la Bce: “Il nostro mandato è perseguire la stabilità dei prezzi, cioè un tasso di inflazione vicino al 2% che si autosostenga, cioè senza misure di politica monetaria. Quindi la difesa dei tassi d’interesse dei Paesi periferici non è un nostro obiettivo”, ha chiarito. Qualche segnale rassicurante comunque lo invia: qualunque sarà il futuro del Qe, la Bce manterrà “il livello di sostegno monetario che l’economia della zona euro necessita per completare la sua transizione verso una nuova traiettoria di crescita bilanciata, caratterizzata da condizioni sostenute di stabilità dei prezzi”. E manda anche un messaggio ai Governi: “Sblocchino il potenziale delle nostre economie”, e rendano “la governance dell’Unione economica e monetaria più adatta allo scopo”.

Draghi: focus giovani e tutele uniformi per lavoratori UE

Mario Draghi-BocconiMario Draghi, intervenendo al Trinity College di Dublino, in un convegno sul tema della disoccupazione giovanile, ha detto: “Oggi più che mai i Paesi europei devono trovare una soluzione stabile alla piaga della disoccupazione giovanile, affrontandone le cause strutturali”. Il Presidente della BCE ha aggiunto: “In alcuni Paesi dell’Eurozona sono stati  fatti passi avanti per ridurre la disoccupazione giovanile e col consolidamento della ripresa diminuirà ulteriormente. Ma per affrontare le cause strutturali della disoccupazione giovanile, sono necessarie forme di protezione omogenee tra i lavoratori, accordi di lavoro flessibili, programmi di formazione professionale efficaci, un elevato grado di apertura del commercio e sostegni per ridurre i costi sociali della mobilità. I giovani non vogliono vivere con i sussidi. Vogliono lavorare ed allargare le proprie opportunità ed oggi, dopo la crisi, i Governi sanno come rispondere alle loro richieste e come creare un ambiente in cui le loro speranze possano avere una opportunità”. Draghi ha esortato i Governi a rispondere alle richieste dei giovani, per il futuro dei loro Paesi e della loro democrazia.
Il Presidente della BCE ha proseguito: “Il Pil dell’Eurozona è in crescita da 17 trimestri consecutivi, creando nel complesso oltre 6 milioni di posti di lavoro. Dal picco del 24% nel 2013, la disoccupazione giovanile è scesa intorno al 19% nel 2016 ma è ancora di circa 4 punti percentuali più alta rispetto all’inizio della crisi nel 2007”. Poi, Mario Draghi ha anche puntualizzato: “Nel 2016 circa il 17% dei giovani tra i 20-24 anni non studia, non lavora e non fa formazione”.
Poi ha fatto riferimento al mercato del lavoro: “La segmentazione del mercato del lavoro e una scarsa formazione professionale sono tra i principali motivi dell’elevato tasso di disoccupazione giovanile persistente in diversi Paesi colpiti gravemente dalla recessione come Italia, Grecia, Spagna e Portogallo. Invece, Paesi come Germania e Austria sono riusciti a mantenere bassa la disoccupazione giovanile grazie ad efficaci programmi di formazione professionale e piani mirati ai giovani più svantaggiati”.
Sui pericoli della criminalità informatica, ha detto: “La dimensione dominante per le banche centrali sono i rischi ai cyber-attacchi”. Draghi ha sottolineato che ogni innovazione tecnologica andrà affrontata da questo punto di vista. Rispondendo ad una domanda sulla piattaforma blockchain, utilizzata anche per il Bitcoin, ha affermato: “Alla Bce stiamo studiando tutto questo, e la nostra conclusione è che in questo momento la tecnologia non è ancora abbastanza matura per essere considerata dalle banche centrali per le loro politiche o per i sistemi di pagamento”.
Alla domanda di una studentessa su quali consigli volesse dare ai giovani che si apprestano ad affrontare il mondo del lavoro, Il Presidente della BCE ha risposto: “Rimanete curiosi, imparate dal mondo, la curiosità è ciò che spinge a esplorare nuove opportunità professionali e ambienti diversi e ad essere creativi. Non perdete mai il vostro coraggio”.
Poi Draghi ha aggiunto: “In diversi paesi il peso della crisi è caduto in modo sproporzionato sui giovani, lasciando un’eredità di speranze fallite, di rabbia e, infine, di sfiducia nei valori della nostra società e nell’identità della nostra democrazia”.
Dal convegno di Dublino, il Presidente della BCE ha lanciato un grande messaggio a favore dei giovani e della democrazia. Speriamo ed auspichiamo che i Governi dei Paesi della UE lo sappiano cogliere.

BCE: Pil in rialzo, ma occupazione non soddisfacente

BCE- viglianzaDal Bollettino economico della BCE pubblicato oggi, apprendiamo: “L’espansione economica, che ha accelerato oltre le attese nella prima metà del 2017, continua a essere solida e generalizzata nei diversi paesi e settori. In particolare nella zona euro prosegue e mostra segni di crescente tenuta, mentre le misure di politica monetaria sostengono la domanda interna”.
Dalle stime dell’Eurotower nel secondo trimestre dell’anno, l’aumento del PIL in termini reali dell’area è stato pari allo 0,6% per cento sul periodo precedente, dallo 0,5 del primo trimestre. Secondo la BCE: “La crescita del PIL in termini reali è sostenuta in prevalenza dalla domanda interna. I consumi privati sono sospinti dagli incrementi dell’occupazione, che a loro volta beneficiano delle passate riforme del mercato del lavoro, e dall’aumento della ricchezza delle famiglie. La ripresa degli investimenti continua a essere sostenuta da condizioni di finanziamento molto favorevoli e da miglioramenti della redditività delle imprese. Indicatori a breve e indagini congiunturali confermano una robusta dinamica espansiva su orizzonti ravvicinati”.
Dopo le comunicazioni positive fatte ieri dall’OCSE, le proiezioni macroeconomiche per l’area dell’euro formulate dagli esperti della Bce nel settembre 2017 confermano il trend positivo dell’economia. Le previsioni fatte rappresentano una crescita del PIL  in termini reali del  2,2% per cento nel 2017, dell’1,8% nel 2018 e dell’1,7% nel 2019. Rispetto all’esercizio condotto a giugno 2017 dagli esperti dell’Eurotower, le prospettive di crescita del PIL sono state riviste al rialzo per il 2017 e restano in seguito pressoché invariate.
Con riferimento al fenomeno dell’immigrazione la BCE ha scritto: “Nell’area dell’euro nel suo complesso durante la ripresa, l’immigrazione ha dato un ampio contributo positivo alla popolazione in età lavorativa, riflettendo soprattutto l’afflusso di  lavoratori dai nuovi stati membri dell’Unione europea. A sua volta ciò ha verosimilmente avuto un effetto considerevole sulla forza lavoro, in particolare in Germania e Italia, ma anche in altre economie minori dell’area”.
Con riferimento alla forza lavoro femminile, nel bollettino si legge: “Proseguendo un trend di lungo periodo, l’aumento della forza lavoro durante la ripresa economica è stato trainato dalla partecipazione femminile. Se l’aumento della percentuale di persone appartenenti a fasce d’età più elevate caratterizza entrambi i generi, per le donne la crescita del tasso di partecipazione nel corso della ripresa è stata più sostenuta, mentre il calo della forza lavoro in piena età lavorativa (tra i 25 ed i 54 anni di età) è stato più contenuto. A incidere su questo risultato il livello di scolarizzazione”.
La BCE sull’inflazione recita: “Le misure dell’inflazione di fondo hanno registrato un lieve aumento negli ultimi mesi, ma devono ancora mostrare convincenti segnali di una perdurante tendenza al rialzo. Sulla base della stima preliminare dell’Eurostat, l’inflazione al netto di alimentari e beni energetici si collocava all’1,2 per cento ad agosto, invariata rispetto a luglio, ma superiore di 0,4 punti percentuali rispetto alla media registrata nell’ultimo trimestre del 2016. Le pressioni interne sui costi, derivanti in particolare dai mercati del lavoro, sono tuttora contenute. L’inflazione di fondo nell’area dell’euro dovrebbe aumentare gradualmente nel medio termine, sostenuta dalle misure di politica monetaria della Bce, dal perdurare dell’espansione economica, nonché dalla progressiva riduzione della capacità inutilizzata nell’economia e dall’incremento dei salari associati a tale espansione”.
Nel Bollettino si legge anche: “Il Consiglio direttivo della Bce ha mantenuto invariato l’orientamento di politica monetaria e deciderà in autunno riguardo alla calibrazione degli strumenti di politica monetaria nel periodo successivo alla fine dell’anno”.
Invece, per quanto riguarda la disoccupazione in Italia, dal Bollettino emerge che la disoccupazione sta diminuendo ma non in modo soddisfacente. Italia e Slovenia presentano un tasso di senza lavoro in calo ma non soddisfano ancora i requisiti per una riduzione significativa della disoccupazione.
La BCE non ha ancora accennato alla robotizzazione dei processi produttivi che rallentano l’occupazione. La realtà ineluttabilmente crescente delle innovazioni nella produzione in sostituzione del lavoro umano, pone necessariamente una serie di importanti riflessioni per potere ottenere la crescita dell’occupazione in termini soddisfacenti.

BCE: tassi invariati, ma altre cartucce al Qe

Mario DraghiLa conferenza stampa della BCE, oggi è stata molto attesa dai mercati in merito alla variazione dei tassi, ma principalmente sul tapering del quantitative easing.

La Banca Centrale Europea ha lasciato invariati i tassi. Per il QE ha comunicato: “Il quantitative easing può ancora aumentare, sia nelle dimensioni degli acquisti di bond che nella sua durata, se le prospettive economiche dovessero peggiorare. Il Qe a 60 miliardi di euro al mese continuerà fino a fine dicembre e oltre se necessario”. La possibilità di aumentare il Qe non era scontata: diversi investitori si aspettavano che tale opzione venisse esclusa dalla Bce per segnalare l’avvicinarsi della fine del programma.

Francoforte ha comunicato di aver lasciato i tassi di interesse invariati. Il tasso principale è allo 0%, quello sui depositi resta negativo a -0,4% mentre il tasso sui prestiti marginali è a 0,25%.

Per Draghi l’euro va monitorato attentamente:  “La recente volatilità del tasso di cambio rappresenta una fonte d’incertezza che richiede di essere monitorata, per le sue implicazioni sulla stabilità dei prezzi nel medio termine”. Il presidente della Bce, Mario Draghi, notando anche l’accelerazione della crescita nell’Eurozona ha anche detto: “La crescita procede solida e ben distribuita. L’inflazione nell’Eurozona deve ancora mostrare segnali convincenti di un rialzo sostenuto.  L’apprezzamento dell’euro è molto importante per la crescita e l’inflazione. Così importante che le prospettive d’inflazione di medio termine sono state riviste al ribasso, e dunque la Bce dovrà tenerne conto nell’insieme delle informazioni con cui prenderà le future decisioni di politica monetaria. La parte preponderante delle decisioni sul quantitative easing sarà presa probabilmente a ottobre”. Così ha concluso il presidente della Bce, Mario Draghi, riferendosi al consiglio direttivo del 25 e 26 ottobre.

La Banca centrale europea ha nuovamente rivisto in meglio le stime di crescita per l’Eurozona per il 2017, portandola al 2,2% dal precedente 1,9%. Invariata l’attesa per un +1,8% nel 2018 e +1,7% nel 2019 ed ha abbassato le sue stime sull’inflazione dell’Eurozona per 2017 (a 1,5%) il 2018 (a 1,2% dal precedente 1,3%) e il 2019 (a 1,5% dal precedente 1,6%).

Le Borse europee sembrano insensibili alle parole del Presidente della Bce, mentre l’euro sale sopra gli 1,20 dollari. I timori legati all’euro forte e alle possibili reazioni del mercato valutario, dettano una linea di prudenza rispetto ad un annuncio che possa essere preparatorio alla normalizzazione della politica monetaria. Ogni indicazione del Presidente Mario Draghi, durante la conferenza stampa, che riguardi il cambio, è preziosa per capire le future mosse della Bce. Analoghe considerazioni possono essere fatte per le condizioni finanziarie in senso lato, che comprendono oltre alla valuta anche i tassi dei mercati.

L’andamento dell’inflazione non convince la Banca centrale europea. È molto probabile che venga ripetuta la diagnosi già espressa nei mesi scorsi: l’inflazione tornerà al 2% in modo graduale, la ripresa tarda a manifestarsi nei prezzi (ma prima o poi lo farà), la dinamica del costo della vita non è ancora autosufficiente e questo comporta molta prudenza da parte della politica monetaria. Ogni variazione di questo schema potrebbe essere importante (anche se è improbabile).

Le considerazioni sull’euro forte (il cambio effettivo è salito del 7% in sei mesi) e sulla diagnosi della dinamica dei prezzi vanno poi confrontate con le nuove proiezioni macroeconomiche. Sono elementi fondamentali perché le previsioni prevedono una politica monetaria invariata: se dovessero mostrare un allontanamento rilevante dagli obiettivi potrebbero invitare a modificare le aspettative sulle scelte della Bce e sui loro tempi.

Qualunque indicazione sui tempi è preziosa. Non solo quelle riguardanti il destino del quantitative easing. La forward guidance, con cui le banche centrali comunicano quali sono le loro previsioni sulle loro stesse azioni, sono diventate uno strumento prezioso della politica monetaria perché plasma le aspettative. Secondo il parere di qualche economista, il quantitative easing, malgrado le smentite della Banca centrale europea, sta incontrando alcuni vincoli tecnici: cominciano a scarseggiare i titoli idonei, e per alcuni paesi l’autorità monetaria è ormai molto vicina a quei tetti che si è autoimposta. I bond acquistabili non possono superare il 33% dei titoli emessi da ciascuno Stato; il totale acquistato per ciascun paese non può superare, in proporzione, la sua partecipazione nel capitale della Bce. Il mantenimento dei due vincoli insieme sta diventando un problema e non si può escludere che prima o poi ci sia qualche modifica. L’opposizione di alcuni governatori, su questo punto, è però ancora molto forte per aspettarsi davvero novità su questo fronte.

Il timone della politica monetaria dell’Eurozona, appare, comunque, ben saldo nelle mani della BCE.

Salvatore Rondello

Magna Germania

La Corte Costituzionale tedesca, con la sua sentenza, sembra voler fermare la corsa dell’Euro e del Presidente della Banca Centrale Europea.

Visto il delicato argomento tecnico, che in breve sostanza mette sotto accusa Mario Draghi, si consiglia la lettura muniti di un commercialista e un avvocato con accanto pure un banchiere. A proposito, per quale motivo Wolfgang Schäuble lo difende? I maliziosi dicono che vuole il suo posto!

Il caldo di quest’anno è stato provocato dai banchieri, che hanno assoldato Lucifero per stremare ogni nostra resistenza e portare a compimento i loro programmi. Hanno iniziato a farsi approvare definitivamente dal Parlamento italiano il Decreto Banche Venete, per passare a Francoforte dove un ambizioso progetto è già in fase avanzata. Avanzata al punto che hanno commissionato una bara adeguata per l’Euro (la moneta unica europea). Oddio, le cose sono ancora riservate, ma i chiodi d’oro massiccio con la testa di diamante per chiudere la cassa da morto, tutta rivestita in broccato rosa, li stanno già lavorando – ad Amsterdam (in Olanda). Insomma, in Italia è Ferragosto e sono “tutti al mare a mostrar le chiappe chiare”, come cantava Pippo Franco al salone Margherita. Anche se sono tanti gli italiani rimasti a casa che non si possono più permettere neanche una gita domenicale in treno come ai tempi del fascismo. In Magna Germania, dove sono ancora incazzati per essere stati conquistati dai romani, il 14 agosto si è pronunciata la Corte Costituzionale che in breve sostiene che la politica monetaria espansiva voluta da Mario Draghi, tramite acquisto di titoli sul mercato secondario, “non si può fare”. Ci sono gravi indizi che il QE (Quantitative-Easing), esercitato dalla BCE come parte importante della propria politica monetaria non sia altro che un aiuto finanziario diretto degli Stati: fatto specificamente vietato dallo statuto della stessa BCE. Gli acquisti eseguiti dalla Banca Centrale, sempre secondo la Corte costituzionale tedesca, avrebbero arbitrariamente ridotto gli interessi, stimolato i prestiti e quindi sarebbero intervenuti sui budget dei singoli Stati facilitandone il finanziamento. Tutto questo sembra voglia dire che dopo aver impoverito i risparmi e ridimensionato la classe media e la piccola impresa, non c’è più interesse per i Paesi in difficoltà come l’Italia. Quindi secondo la sentenza dell’Alta Corte tedesca: l’Euro è morto!

A noi, cosa volete, ci lasciano beatamente “tutti al mare a mostrar le chiappe chiare”. Ah, avete saputo? I trasporti aerei greci sono già in mano ai germanici.

Ho idea che la Magna Germania si “magnerà” tutta l’Europa. Ora il punto è, ridotta l’Italia al lumicino lo farà anche con la Francia e si regalerà quel progetto nucleare interrotto – per un soffio – solo qualche decina di anni fà?!

Angelo Santoro

BCE, Nessuna sorpresa dal Consiglio Direttivo

BCE- viglianzaNessuna sorpresa dal Consiglio Direttivo della BCE. Con fermezza e determinazione la Banca Centrale Europea lascia invariata la politica monetaria tracciata. Come largamente previsto, i tassi d’interesse restano fermi a zero.

Più specificatamente, nella riunione odierna, la BCE ha deciso che i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale rimarranno invariati rispettivamente allo 0%, allo 0,25% e al -0,40%.

Il Consiglio Direttivo si attende che i tassi di interesse di riferimento della BCE si mantengano su livelli pari a quelli attuali per un prolungato periodo di tempo e ben oltre l’orizzonte degli acquisti netti di attività.

Per quanto concerne le misure non convenzionali di politica monetaria, il Consiglio Direttivo ha confermato che intende proseguire con gli acquisti netti di attività, all’attuale ritmo mensile di 60 miliardi di euro (QE), sino alla fine di dicembre 2017 o anche oltre se necessario, e in ogni caso finché non riscontrerà un aggiustamento durevole dell’evoluzione dei prezzi, coerente con il proprio obiettivo di inflazione.

Contestualmente agli acquisti netti è reinvestito il capitale rimborsato sui titoli in scadenza nel quadro del programma di acquisto di attività. Se le prospettive diverranno meno favorevoli o se le condizioni finanziarie risulteranno incoerenti con ulteriori progressi verso un aggiustamento durevole del profilo dell’inflazione, il Consiglio direttivo è pronto a incrementare il programma in termini di entità e/o durata.
Dopo il comunicato stampa della BCE, il cambio dell’euro è sceso ai minimi della giornata di contrattazioni, mentre le borse consolidano l’andamento rialzista.

Nel primo trimestre 2017 il debito italiano è salito al 134,7%, e si conferma il più alto dell’Ue dopo la Grecia. Lo comunica Eurostat. Per l’Italia significa un aumento di 2,1 punti percentuali, rispetto al 132,6% del quarto trimestre 2016.

Per Draghi, la ripresa procede ma viene frenata da riforme lente. In proposito il Presidente della Bce ha detto: “ I rischi sulla crescita dell’ area euro sono in gran parte bilanciati, ma la ripresa che procede e’ rallentata dal lento tasso delle riforme. Poi, Mario Draghi ha anche sottolineato: “Il board della Bce ha deciso all’unanimità di non fissare una data precisa per quando considerare cambi al programma di stimoli. Il confronto al riguardo potrebbe avvenire in autunno.  Il quantitative easing proseguirà fino a quando la Bce non vedrà un sostenuto aumento dell’inflazione”. Le affermazioni del presidente della Bce, Mario Draghi, sono coerenti con la strategia già illustrata in altre circostanze per tutto il 2017.

Per il presidente della Bce:  “Dopo un periodo lungo stiamo finalmente sperimentando una ripresa robusta: ora dobbiamo aspettare che i prezzi e i salari seguano. L’area euro ha ancora bisogno di stimoli perché l’ultima cosa che la Bce vuole sono condizioni finanziarie stringenti. L’inflazione non è dove vorremmo e dove dovrebbe essere. Sull’inflazione ancora non ci siamo: la Bce deve essere tenace, paziente e prudente.  Un sostanziale grado di politica monetaria accomodante e’ ancora necessario per favorire una ripresa dell’inflazione”.

Oltre alla lentezza delle riforme necessarie a rendere più efficiente il funzionamento degli apparati della pubblica amministrazione, un altro elemento frenante le aspettative della BCE è la robotizzazione dei processi produttivi che rallenta la crescita occupazionale e frena la domanda. Il fenomeno dell’automazione dei processi produttivi, non è riportato nel comunicato della BCE.

Salvatore Rondello

Mps. La Ue approva aiuti di Stato per 5,4 mld di euro

mps-uLa Commissione Ue ha approvato aiuti di Stato da 5,4 miliardi di euro per la ricapitalizzazione precauzionale di Mps, dopo l’accordo di massima sul piano di ristrutturazione raggiunto il 1 giugno 2017 dalla Commissaria Vestager e dal ministro Padoan. Per la Ue “sussistono entrambe le condizioni per questo accordo: la Bce ha confermato che Mps è solvibile e soddisfa i requisiti patrimoniali, e l’Italia ha ottenuto un impegno formale da parte di investitori privati ad acquistare il portafoglio di Npl (non performing loans,  i crediti deteriorati n.dr.)”.

Per avere l’ok della Ue “gli azionisti e i creditori subordinati di Mps hanno fornito un contributo pari a 4,3 miliardi di euro per limitare l’uso di denaro dei contribuenti”, come previsto dalle norme, e “i detentori di obbligazioni subordinate al dettaglio che sono state vendute in modo scorretto potranno richiedere un risarcimento alla banca”. Lo scrive la Ue nella sua decisione e aggiunge che “il Monte dei Paschi prevede una spesa fino a 1,5 miliardi di euro per il risarcimento dei detentori di obbligazioni subordinate al dettaglio che sono stati vittime di vendita scorretta”.

La ristrutturazione di Mps approvata dalla Ue sarà fatta in 5 anni, durante i quali si impegna a riorientare il suo modello di business verso la clientela al dettaglio e le Pmi, e fissa un tetto retributivo per i dirigenti corrispondente a 10 volte il salario medio dei dipendenti. Altro elemento “fondamentale” del piano, secondo Bruxelles, è la cessione a condizioni di mercato di un portafoglio di crediti deteriorati di 26,1 miliardi, operazione finanziata parzialmente dal fondo Atlante II.

Draghi: “Dal QE Europa in crescita del 3,6%”

draghi-6“Tutti i segnali ora indicano un rafforzamento e un ampliamento della ripresa nell’area Euro. Le forze deflazionistiche sono state sostituite da quelle reflazionarie”, ha osservato Draghi aprendo il “Forum on Central Banking” a Sintra, in Portogallo. “Un considerevole grado di accomodamento monetario è ancora necessario per far sì che le dinamiche dell’inflazione diventino durature e indipendenti”.
Dall’inizio del Quantitative easing, il programma di acquisto di titoli di Stato, nel gennaio 2015, il Prodotto interno lordo dell’Eurozona è cresciuto del 3,6%. Lo ha detto il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, intervenendo nel corso del forum della banche centrali a Sintra, in Portogallo. Draghi ha sottolineato anche che la crescita della zona euro è stata superiore a quella degli Stati Uniti “dopo il Qe1 e il Qe2 nello stesso periodo”. Dal gennaio 2015, “l’occupazione è cresciuta di oltre quattro milioni”, ha concluso.

“L’economia migliora, ma prudenza sul rientro del Qe” 
La ripresa nell’Eurozona è “al di sopra del trend e ben distribuita, ma dobbiamo persistere nella nostra politica monetaria”, ha proseguito Draghi. “Serve prudenza” con un aggiustamento graduale dello stimolo della Banca centrale europea.

“Il vento è cambiato a favore delle riforme Ue” 
Nell’Eurozona “c’è una ritrovata fiducia nel processo di riforma e nel sostegno alla coesione che potrebbero aiutare a liberare domanda e investimenti”, ha affermato ancora il presidente della Bce. “Per anni l’Eurozona è stata avvolta in una nube d’incertezza sulla possibilità di realizzare le necessarie riforme sia a livello nazionale che dell’Unione, ma oggi le cose sono cambiate e sul versante politico spirano venti a favore”.

Nell’Eurozona “c’è una ritrovata fiducia nel processo di riforma e nel sostegno alla coesione, che potrebbero aiutare a liberare domanda e investimenti”. “Per anni – ha detto Draghi – l’Eurozona è stata avvolta in una nube d’incertezza sulla possibilità di realizzare le necessarie riforme sia a livello nazionale che dell’Unione”, un freno alla fiducia e agli investimenti. “Oggi le cose sono cambiate” e sul versante politico “spirano venti a favore”.
Il Presidente della Bce, insomma, difende l’impatto delle politiche di stimolo adottate dalla banca centrale nei confronti dei giovani cittadini europei sostenendo che i bassi tassi di interesse hanno contribuito a creare posti di lavoro e, a ridurre la disuguaglianza: “Lo scenario economico è migliorato e la politica monetaria ha giocato il suo ruolo”.

L’eurocrazia e i limiti
del governo a distanza
nel mercato interno

euroIl termine “eurocrazia” è divenuto sinonimo di “sistema di governo imperniato sulle istituzioni UE, che indirizzano a distanza, e in molti casi vincolano pesantemente, le scelte politiche nazionali”; così esordisce Maurizio Ferrera in “Governare a distanza: responsabilità democratica e solidarietà sociale nell’Eurozona” (Il Mulino, n. 2/2017). Obiettivo di tale sistema di governo è assicurare la stabilità dell’euro e del funzionamento del mercato interno europeo, subordinando ad esso ogni altra politica comunitaria.

A differenza di una qualsiasi forma di governo democratico, quello burocratico europeo è fondato su un “preciso e vincolante” sistema di priorità, adottate sulla base del convincimento che, per governare la stabilità del mercato interno, i singoli Paesi aderenti all’Eurozona debbano attenersi a “inviolabili criteri di stabilità monetaria e fiscale”; a tal fine, è imposta la necessità che tutti i Paesi membri seguano rigidamente regole “uguali per tutti”, con l’erogazione di sanzioni in caso di un loro mancato rispetto.

Questo convincimento, mutuato dal neoliberismo in “salsa tedesca”, nella forma dell’ordoliberismo, poggia – afferma Ferrera – “su una forte diffidenza nei confronti della politica democratica, considerata come sfera ove prevalgono interessi di parte e contemporaneamente opportunistici che danneggiano sistematicamente l’economia”. Sennonché, è ormai diffusa la critica di chi ritiene l’eurocrazia una forma di governo “distopico”, ovvero antiutopistico, in quanto portatore di una modalità di governo indesiderabile, contrario ai valori di una autentica democrazia; in altri termini, una forma di governo che “pretende di decidere sulla base di certezze inconfutabili”, espresse dall’ideologia ordoliberista.

Il governo a distanza dell’eurocrazia ha provocato, a parere di Ferrera, una serie di deficit sul piano dell’equità, della democrazia e della legittimità dei processi decisionali. Ciò perché, invece di attivare un “circolo virtuoso” di convergenza delle situazioni economico-sociali dei singoli Paese, ha promosso la formazione di un assetto istituzionale che ha generato una divergenza e favorito la diffusione dell’idea che “le economie politiche dei vari Paesi possano essere costrette ad adottare un unico modello per la crescita e la competitività”; in tal modo, è stato inevitabile che il governo burocratico del mercato interno europeo, anziché concorrere all’”addomesticamento” del pluralismo dei gruppi d’interesse, abbia finito con lo scatenare “i demoni dell’antipolitica e del populismo”, motivandoli a criticare e spesso ad “attaccare” la stessa Unione Europea.

Come superare gli esiti del governo a distanza?, si chiede Ferrera; egli propone di superare il “governo distopico” europeo, attraverso un’analisi critica di alcuni suoi aspetti, al fine di pervenire alla formulazione di un “modello” di governo democratico dell’Eurozona, in grado di prefigurare un auspicabile futuro dell’unione economica e monetaria, congiuntamente alle possibili vie “per conciliare integrazione economica e solidarietà sociale”.

A parere di Ferrera, le democrazie contemporanee sono portatrici dell’idea che il Governo “faccia ciò che i cittadini vogliono”, appartenendo la sovranità al popolo e dipendendo la legittimità dal consenso di quest’ultimo; tuttavia, i rappresentanti del popolo devono esercitare il loro mandato responsabilmente, nel senso che le loro decisioni devono essere sorrette da “una certa distanza dalle contingenze elettorali e [da] una capacità lungimirante di bilanciare le considerazioni di principio con accurate valutazioni delle conseguenze nel far fronte a un flusso di problemi che non possono essere ami completamente prevedibili”; in conseguenza di ciò, la rispondenza delle decisioni dei rappresentanti del popolo ai suoi “desideri” deve essere, come si è detto, sempre coniugata all’assunzione di decisioni responsabili. Perché ciò possa avvenire, sottolinea Ferrera, sono necessari “specifici incentivi istituzionali”; ciò perché, le principali sfide che, con riferimento all’Europa, i leader nazionali devono affrontare (processo d’integrazione politica dei Paesi membri dell’Unione e contenimento delle difficoltà interne che l’integrazione comporta) richiedono la loro collocazione in una prospettiva di lungo termine.

Le decisioni che devono essere assunte nel momento presente comportano, infatti, sacrifici che possono essere compensati solo da vantaggi differiti; fatto, questo, che mal si concilia con la logica della competizione politica nei regimi democratici. Imporre, però, sacrifici attuali in cambio di probabili benefici futuri non rappresenta una “strategia efficace per vincere le elezioni” in sistemi pluralistici. In linea di principio, secondo Ferrera, l’Unione Europea dovrebbe facilitare l’azione dei leader nazionali con “incentivi e risorse per esercitare la responsabilità nei confronti sia delle interdipendenze transnazionali sia degli imperativi di lungo periodo”, il governo burocratico europeo, non solo non ha preso atto dell’esistenza delle difficoltà con cui devono confrontarsi i leader nazionali, ma le ha anche aggravate, facilitando il ricorso a livello europeo e nazionale di processi decisionali fondati su un sistema di “irresponsabilità organizzata”.

Tuttavia, secondo Ferrera, esisterebbero diversi elementi del governo a distanza che “potrebbe essere saggio e ragionevole conservare e persino migliorare”. La critica dell’eurocrazia è concorde nel sottolineare come il principio dell’austerità abbia concorso ad aggravare gli effetti destabilizzanti, soprattutto sui “regimi di cittadinanza sociale”; per questo motivo, persino “molti studiosi tedeschi […] pensano che l’euro vada in qualche modo smontato a causa delle sue perverse disfunzionalità”, sino a proporre “una rottura ordinata, negoziale e consensuale dell’Eurozona e di un ritorno al regime monetario pre-euro, basato su cambi flessibili entro bande predefinite”.

Benché si dichiari d’accordo sull’esigenza di un franco dibattito sulle disfunzionalità dell’euro, sul ritorno a un regime monetario pre-euro, Ferrera è apertamente contrario; ciò perché, a suo parere, lasciare ora l’unione monetaria, per l’economia e la società dell’Italia, significherebbe fare un “salto in mare aperto” e commettere un errore fatale, soprattutto per un motivo che egli ritiene fondamentale: l’estrema debolezza della compagine nazionale; debolezza legata principalmente al fatto d’essere una nazione tenuta assieme da uno stato ancora molto difettoso, gravato da un debito pubblico molto alto, da un sistema antiquato di relazioni industriali, dalla persistente presenza di squilibri territoriali, da una diffusa economia sommersa, da un’insostenibile evasione fiscale, dalla presenza di una criminalità sistemica e, infine, ma non ultima per gravità, dalla sopravvivenza di mercati dei prodotti e dei servizi “mal regolati e ancora fortemente protetti”.

Per Ferrera, però, “sotto il malessere italiano c’è un cuore pulsante”, nel senso che il Paese possiederebbe “ancora un’ampia e robusta base industriale”, orientata verso le esportazioni, che avrebbe bisogno d’essere potenziata dal sostegno di un settore dei servizi molto più efficiente, “nonché da un ambiente istituzionale favorevole, compreso uno Stato sociale modernizzato”. Dopo il 2014, le condizioni dell’economia nazionale sono certamente migliorate; ciò però non significa che l’Italia si sia portata fuori da ogni pericolo e che, per consolidare questa sua posizione, debba fuoriuscire dall’euro, e neppure “che le cose debbano rimanere così come sono”.

Il regime burocratico è troppo vincolante “per il tipo di modernizzazione che si addice all’Italia”, per cui diventa necessario l’approfondimento dello studio diretto a verificare come la conservazione della moneta unica possa risultare compatibile con “modalità di governance economica e fiscale” alternative a quelle sinora privilegiate. Poiché tutte le alternative implicheranno un elevato grado di solidarietà interstatale, occorrerà confrontarsi, in particolare con la classe politica tedesca, perché le modalità di governance dell’euro siano inquadrate, nell’interesse di tutti i Paesi dell’Unione, in una prospettiva più corretta, nella consapevolezza che la conservazione di “una pericolosa e autolesionista spirale di contrapposizioni nazionali non è inevitabile” e che, al contrario, è nelle aspirazioni di tutti il suo superamento.

Tra gli economisti ed i politici, sono in molti a pensare che “per rendere l’unione monetaria più rispondente alle esigenze dei vari Paesi”, sia necessario dotarla di un grado di ridistribuzione dei surplus finanziari più efficace di quella sinora attuata, nella convinzione che l’”euro avrebbe potuto e dovuto essere progettato molto meglio sin dall’inizio”. Il fatto che ciò non sia avvento non significa, però, che quanto sin qui realizzato sia da rigettare; significa, al contrario, sperimentare un processo di riforma della governance dell’euro, nel convincimento – come afferma Ferrera – che ancora esistano margini di cambiamento, più di quanto le élite attuali siano pronte o capaci di riconoscere.

Ferrera è convinto della possibilità di cambiare la govermance dell’euro, anche perché non ritiene fondata l’idea che la crisi della moneta unica europea sia da imputarsi alla sregolatezza con cui i Paesi del Sud dell’Europa hanno governato i loro conti pubblici; al fine di smentire tale idea, s’impone l’urgenza di evidenze empiriche più dettagliate e precise, in merito “ai guadagni asimmetrici” dei quali hanno goduto i Paesi maggiormente distintisi nel sostenere la necessità del rigore monetario, a partire dalla Germania e dalle rigide posizioni assunte dal suo Ministro delle finanze, Wolfgang Schäuble, e dal Presidente della Deutsche Bundesbank, Jens Weidmann.

Smentire quest’idea, che la colpa della crisi dell’euro sia da attribuirsi ai Paesi poco virtuosi nella gestione delle loro finanze pubbliche, servirebbe tra l’altro a “disvelare” la sua infondatezza morale e ad evitare ciò che spesso nella gestione della crisi è accaduto con l’imposizione di politiche di umiliazione, basate “sul castigo paternalistico gerarchico, anziché sul fraterno incoraggiamento”; al riguardo, basta ricordare il trattamento riservato alla Grecia e si potrebbe aggiungere anche la famosa lettera con la quale la Banca Centrale Europea indicava al Governo italiano le misure di politica monetaria che dovevano essere adottare, per «rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali».

Al fine di evitare che in futuro possano di nuovo verificarsi umiliazioni di tale natura, il primo passo da compiere deve essere quello di “una chiara affermazione dei principi”, ribadendo a chiare lettere l’uguaglianza politica di tutti i Paesi membri dell’Eurozona. Inoltre, Ferrera, sostiene la necessità di elaborare direttive di governo della moneta unica che tengano conto degli “standard sociali” esistenti all’interno dei singoli Paesi europei. Ciò potrà consentire di stabilire in modo appropriato il quantum di solidarietà e di ridistribuzione dei surplus finanziari che sarà necessario adottare per evitare il riproporsi di nuove crisi.

Cero, la sfida più difficile sarà quella di determinare gli standard ottimali di “solidarietà paneuropea”; al riguardo, tuttavia, occorrerà convincersi che, senza una prospettiva profondamente riformistica del governo a distanza dell’eurocrazia, sarà difficile procedere sulla via dell’unificazione politica dell’Europa. A tale fine, forse è giusto concludere con Ferrera, che occorreranno “massicci investimenti” di natura intellettuale, prima ancora che politici.

Gianfranco Sabattini