Studi sui mercati. Derivati senza controlli

strumenti-derivati_650x250La Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea ha recentemente pubblicato due studi sui mercati dei derivati otc in cui evidenzia che il loro valore nozionale è salito in sei mesi, dal dicembre 2015 al giugno 2016, da 493 a 544 trilioni di dollari. È un’impennata significativa che interrompe la tendenza decrescente iniziata nel 2013, quando la montagna dei derivati aveva raggiunto la vetta di 710 trilioni!
Il dato più preoccupante è quello relativo al cosiddetto “gross market value” degli otc che nel periodo indicato è letteralmente esploso, passando da 14,5 a 20,7 trilioni di dollari. Questo valore sta ad indicare il costo per rimpiazzare al prezzo di mercato tutti i contratti aperti. Tale aumento riflette la grande tensione in certi settori, soprattutto quello dei cambi monetari dove i derivati relativi alla sterlina e allo yen sono più che raddoppiati a seguito delle significative oscillazioni delle due valute. Nei citati sei mesi lo yen si è apprezzato del 15% rispetto al dollaro, mentre la sterlina ha perso il 10%. Sono segnali di grande instabilità.
La crescita dei mercati dei derivati va di nuovo di pari passo con la loro opacità. È l’effetto visibile e misurabile del progressivo svuotamento delle regole per contenere i fenomeni speculativi, in vigore durante l’Amministrazione Obama..
In merito, anche Aitan Goelman, ex presidente della Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l’agenzia americana che dovrebbe regolare le operazioni in derivati finanziari, ha dichiarato che vi sarebbe una “massiccia quantità di comportamenti irregolari” nel mercato dei futures, delle options e degli swaps, i vari nomi con cui si distinguono i derivati, troppo spesso speculativi.
Negli Usa ogni giorno vengono registrati circa 325 milioni di operazioni in derivati finanziari, di cui non poche sono truffaldine. Infatti, le manipolazioni spesso comportano l’uso di insider trading, di finanziamenti senza copertura, di capitali non propri, di piramidi finanziarie e di ordini fatti senza l’intenzione di portarli a termine. Secondo Goelman la CFTC è a conoscenza di molte frodi ma non riesce a combatterle efficacemente per mancanza di mezzi e di fondi. Ha un budget annuale di 250 milioni di dollari di cui soltanto il 20% per la lotta alle frodi. Di conseguenza almeno due terzi dei casi sospetti non vengono neanche indagati.
Una storia “molto italiana”. Nel nostro Paese le lungaggini della giustizia generano innumerevoli prescrizioni che creano impunità e sfiducia diffusa.
Anche in Europa le operazioni in derivati da parte delle banche sono state troppo consentite. La Bce è stata molto tollerante verso le banche, soprattutto verso la Deutsche Bank che negli anni è incredibilmente diventata leader mondiale nei mercati otc.
Per ben due volte, nel 2014 e nel 2016, la Bce avrebbe omesso di valutare il rischio dei derivati cosiddetti “Livello 3”. Questi titoli non hanno un prezzo affidabile in quanto vengono trattati fuori dai mercati regolamentati. Per esempio, a fine 2015 alla banca tedesca sarebbe stato permesso di iscrivere a bilancio tali titoli per un valore di ben 31 miliardi di euro.
La Bce non sarebbe stata in grado di dare una credibile valutazione dei titoli in questione per mancanza delle necessarie competenze e degli indispensabili sofisticati software. Cosa che, guarda caso, avrebbero soltanto gli stessi inventori dei derivati otc: le grandi banche come la Goldman Sachs. Non si può pretendere da loro una corretta valutazione. Sarebbe come affidare ai lupi la protezione del gregge!
In Europa il permissivismo verso i derivati riflette, purtroppo, anche la decisione delle banche di non far fluire la liquidità verso l’economia reale e l’imprenditoria produttiva. I dati parlano chiaro. Secondo uno studio dell’agenzia Bloomberg, le banche europee hanno depositato circa 1,16 trilioni di dollari presso la Bce, anche senza ricevere alcun interesse. Spesso sono soldi ricevuti dalla stessa Bce che acquista titoli di Stato dei Paesi europei ed altri titoli in possesso delle stesse banche.
Nonostante la Bce abbia immesso nel sistema finanziario europeo 1,8 trilioni di dollari, i finanziamenti da parte delle banche verso l’economia, nel periodo del Qe sono aumentati di appena 175 miliardi, restando comunque ben al di sotto del livello del 2012.
Sembra di raccontare una storia vecchia e ripetuta. Essendoci ancora il rischio di nuove crisi sistemiche, meglio non tacere, per non trovarsi ancora una volta impreparati.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Bce, la sfida di Draghi ai falchi: tassi invariati

Mario Draghi-BCEOggi, per la prima volta dopo il ritorno dell’inflazione, a Francoforte si riunisce il Consiglio Direttivo della Bce. Ancora una volta, Draghi dovrà misurarsi con i “falchi” che vorrebbero una forte revisione al rialzo delle stime sull’inflazione. Nel frattempo, la Bce lascerebbe ancora i tassi invariati.

Il ministro delle finanze tedesco, Wolfang Schaeuble, ad una conferenza ha detto: “Le misure di politica fiscale e monetaria hanno raggiunto il limite. Più dura la fase dei tassi di interesse bassi, più aumenta l’impatto sul settore finanziario”. Per Schaeuble è necessario uscire dalla fase dei tassi bassi spiegando: “ Per questo, pur nel rispetto dell’indipendenza delle banche centrali, sto propugnando un tempestivo avvio della exit strategy. Sarà piuttosto difficile ma deve essere fatto”.

Si prefigura una nuova sfida al Consiglio della Bce di oggi. Mario Draghi dovrà calibrare attentamente l’ottimismo per l’inflazione tornata al 2% e per una solida ripresa nell’Eurozona con i rischi negativi di una prematura stretta monetaria. La pressione sulla Bce continua ad aumentare. I tassi viaggiano ai minimi storici (-0,40 quello sui depositi) e quasi 2.300 miliardi di acquisti di debito, prevalentemente pubblico, che continueranno da aprile al ritmo di 60 miliardi al mese almeno fino a dicembre.

Pesa principalmente la pressione dei tassi di mercato fatta dalla Fed che probabilmente si prepara ad una stretta. I trader l’aspettano quasi con certezza dopo che la presidente Janet Yellen, il 3 marzo scorso, ha detto: “Ad aspettare troppo si rischia un pericoloso rialzo brusco più avanti”. Una valutazione avvalorata oggi negli Usa dai posti di lavoro creati dal settore privato oltre le aspettative (298.000 a febbraio).

Un altro fattore è il raddoppio dell’inflazione nell’Eurozona registrata negli ultimi due mesi fino a raggiungere il 2% a febbraio. Formalmente, il livello è quello desiderato dalla Bce, con la Germania al 2,2%, la Spagna addirittura al 3% mentre sei mesi fa c’era ancora la deflazione.

Il confronto nel Consiglio della Bce odierno vede i ‘falchi’ capitanati dal Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che spingono per una decisa revisione al rialzo delle stime d’inflazione che presenterà Draghi.

Il Presidente della Bce dovrà impegnarsi molto alla conferenza stampa per evitare questi pericolosi ostacoli. Per Draghi non è ancora arrivato il momento di invertire rotta.

Tutti sanno che i prossimi mesi sono pieni di rischi. Naturalmente, la ripresa c’è ma è fragile, nonostante che la crescita dell’1,7% nel 2016 sia stata superiore agli Usa.

Pesa come un macigno il dibattito sulle tariffe all’export nel clima incombente di una propagazione delle politiche protezionistiche.

Inoltre, a breve c’è l’incognita delle elezioni politiche in Olanda, Francia e Germania con i primi due ad alto rischio antieuropeista. La prudenza consiglierebbe di aspettare i risultati elettorali prima di prendere nuove decisioni. Nel Consiglio Bce per le ‘colombe’ e per Draghi, l’argomento principale fa perno sull’inflazione depurata dall’energia che resta sotto l’1%. Per i mercati, le aspettative sull’inflazione futura sono scese all’1,7%. Il rialzo dell’inflazione nominale al 2% è in larga parte dovuto ad un effetto derivante dal crollo del petrolio nel 2015 ma che è destinato a svanire nel corso del 2017 (sono nuovamente in diminuzione i prezzi del greggio). Per Draghi la fiammata inflazionistica di questi mesi non significa che l’inflazione sia diffusa, durevole, in grado di reggersi da sola e stabile nel medio periodo, cioè rispondente ai criteri di applicazione di sani principi della scienza economica.

Lo scontro con i ‘falchi’ si sarebbe affievolito sia con il ministro Wolfang Schaeuble e sia con il Presidente Weidmann che due settimane fa ha dichiarato che “la posizione della Bce rimane appropriata”.

Alla vigilia della riunione del Consiglio della Bce non si escludeva che il Presidente della Bce potesse dare segnali nuovi ai mercati sulla rotta futura da tenere.

Queste aspettative sono rimaste deluse. La Bce ha confermato la rotta già tracciata per tutto il 2017 con i tassi che resteranno invariati fino a fine anno e cioè per tutto il periodo di intervento delle politiche del Quantitative Easing e forse anche oltre.

Salvatore Rondello

Draghi “vota” per l’euro

Tira una brutta aria per l’euro e per l’Unione europea. La moneta unica traballa e vacilla la stessa Ue. Quest’anno si voterà in Francia, in Germania e, forse, in Italia, se ci saranno le elezioni politiche anticipate. La Gran Bretagna lo scorso anno ha detto addio alla Ue con un referendum.

Le spinte anti europee sono fortissime, la sorte dell’euro è appesa a un filo. Marine Le Penn ha avviato la sua campagna elettorale per le elezioni presidenziali francesi con toni infuocati. Ha pronunciato un triplo no all’euro, alla Ue e alla Nato (l’alleanza militare tra gli Usa e gli altri paesi di democrazia occidentale). Se la candidata della destra nazionalistica, euroscettica e anti immigrati sarà eletta all’Eliseo, la Francia uscirà sia dall’euro, sia dall’Europa, sia dall’Alleanza atlantica.

L’incertezza non piace ai mercati finanziari internazionali. L’affondo della Le Pen ha causato una discesa della moneta comune europea sul dollaro e sulle altre divise di riserva mondiali e la flessione delle Borse europee. In difesa della moneta unica, nel silenzio della politica europeista, è sceso in campo ancora una volta Mario Draghi: «L’euro è irrevocabile». Il presidente della Bce (Banca centrale europea), intervenendo al Parlamento europeo, ha lanciato un allarme e svolto un’analisi più da politico che da tecnico: l’euro «ci tiene uniti» e se affondasse anche «il mercato unico non sopravviverebbe».

L’unità europea ha pagato. La nascita prima della Comunità e poi dell’Unione europea ha determinato la sconfitta dei nazionalismi, ha garantito 70 anni di pace, di libertà e di prosperità al vecchio continente, prima flagellato da sanguinosissime guerre fratricide. Certo la gravissima crisi economica internazionale, la peggiore dopo quella devastante del 1929, ha flagellato e continua a colpire la Ue e, in particolare, i paesi più deboli dell’Unione come l’Italia. La ripresa economica è debole così pure quella dell’occupazione, ma la bancarotta per ora è stata evitata grazie proprio a Draghi.

Il presidente della Bce ha difeso la politica monetaria espansiva, criticata dalla Germania e ora anche dal nuovo presidente Usa Donald Trump. Per Draghi è una linea nell’interesse di tutti, Berlino compresa. La scelta attuata negli ultimi anni è stata presa dal presidente della Bce per sostenere la ripresa, gli investimenti e l’occupazione. Ha avvertito: la scelta monetaria espansiva proseguirà «sino e oltre il 2017 se necessario». Quindi continuerà la politica della Banca centrale europea, del costo del denaro zero e degli acquisti mensili di stock di titoli del debito pubblico dei paesi di eurolandia.

La preoccupazione è forte. Potrebbe ripetersi una crisi simile a quella dell’estate del 2012, quando la speculazione internazionale attaccò i paesi più deboli e lo spread dell’Italia (il differenziale dei tassi d’interesse tra i titoli del Tesoro decennali e quelli equivalenti tedeschi) arrivò a oltre 500 punti, una quota da collasso finanziario. Draghi nel luglio del 2012 intervenne e riuscì a placare la tempesta affermando: «Nell’ambito del nostro mandato la Bce è pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro. E credetemi: sarà abbastanza». E il miracolo riuscì. Lo spread gradatamente ridiscese. L’euro fu salvo. Draghi fu battezzato SuperMario dalla stampa internazionale.

Quasi due anni fa lo spread calò fino a scendere sotto quota 100 punti, con notevoli risparmi sulle spese per i tassi d’interesse pagati dall’Italia sul proprio enorme debito pubblico. Lo scorso 23 giugno, con l’uscita di Londra dalla Ue, la crisi ricominciò. Anche allora intervenne Draghi per cercare di calmare i mercati: «La Bce è pronta a qualsiasi evento in seguito al referendum britannico sull’Unione europea». Ma questa volta il miracolo non si è ripetuto.

Lo spread è una “tigre” temibile, fa anche cadere i governi. In Italia è successo nel 2011. Nell’autunno di quell’anno la crisi finanziaria divampò fino a far schizzare lo spread a 575 punti: Silvio Berlusconi si dimise da presidente del Consiglio e al suo posto subentrò il professor Mario Monti, un tecnico alla guida di un esecutivo tecnico. Ma anche Monti non brillò: i pesanti tagli alle spese, come a quelle per le pensioni, fecero piombare l’Italia in una grave recessione economica.

Ora la parola va agli elettori europei. Draghi “vota” in favore dell’euro e dell’unità europea cercando di combattere la crisi e la disoccupazione. SuperMario, scontrandosi anche con la Germania di Angela Merkel e l’America di Donald Trump, difende le sue misure monetarie espansive e critica le scelte protezionistiche. Da tecnico cerca di dare delle risposte anche politiche. Ma tocca soprattutto ai governi europei, ai grandi partiti popolari e di sinistra, dare una risposta politica alla crisi economica e al disagio sociale, cambiando ciò che non funziona nei trattati europei e in quelli sull’euro. Se non si farà nulla c’è il pericolo di una vittoria dei partiti populisti di destra e di sinistra, anti euro e anti Europa. Romano Prodi, convinto europeista, ex presidente del Consiglio, inventore dell’Ulivo e del Pd molti anni fa definì “stupidi” i parametri a fondamento della moneta unica.

Rodolfo Ruocco

IL TESTIMONE

draghi 3Una giornata segnata dalla debolezza delle borse europee che riprendono fiato dopo la testimonianza del governatore della Bce Mario Draghi alla Commissione per gli affari monetari ed economici del Parlamento europeo.
Le affermazioni di Draghi guardano a un miglioramento della situazione economica dell’Eurozona, ma restano comunque caute al riguardo.
La “ripresa resistente” con l’aumento negli ultimi due anni del pil procapite del 3% nell’eurozona, il sentimento economico al top da 5 anni e la disoccupazione al 9,6%, il livello più basso da maggio 2009, “sono passi nella giusta direzione ma sono solo i primi passi”, afferma il presidente della Bce all’Europarlamento, sottolineando che “dobbiamo continuare su questa strada”. “Le decisioni di politica monetaria prese in dicembre”, ha quindi sottolineato, “sono quelle giuste nel contesto attuale”. Rispondendo a una domanda sulla possibilità di un ritorno al protezionismo a livello globale afferma: “Guardiamo con preoccupazione a annunci di potenziali misure protezionistiche”. E sull’Europa ha aggiunto: “L’Ue è stata creata sulle basi del libero scambio – dovremo giudicare quando vedremo quello che è stato annunciato”.
“L’idea di ripetere le condizioni che hanno portato alla crisi finanziaria è qualcosa di molto preoccupante”, e “l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è l’allentamento delle regole”. È il monito del presidente della Bce in riferimento all’intenzione Usa di modificare le regole del settore finanziario. “Il fatto che non abbiamo visto svilupparsi rischi per la stabilità finanziaria è una ricompensa per le azioni intraprese da regolatori e legislatori sin dallo scoppio della crisi”, ha sottolineato.
“Diversamente da una percezione diffusa, le condizioni economiche dell’eurozona sono stabilmente migliorate” ma “i rischi per le previsioni dell’eurozona restano al ribasso e sono prevalentemente legati ai fattori globali”. Draghi spiega che le decisioni di dicembre “definiscono un equilibrio tra la nostra fiducia crescente” sulle prospettive dell’eurozona, e “allo stesso tempo, alla mancanza di un chiaro segno di convergenza dei tassi d’inflazione”.
L’inflazione in aumento, infatti, sta causando frustrazione in alcuni Paesi – in testa la Germania – mentre la lenta uscita dalla crisi finanziaria sta alimentando un intenso mormorio sull’integrazione europea. Non aiuta poi la presidenza della Casa Bianca di Donald Trump che sta minacciando di strappare gli accordi commerciali già esistenti, e l’incertezza politica del Vecchio Continente che vede dopo anni alle elezioni europee di quest’anno un’ascesa di partiti estremisti.
Draghi ha anche espresso le sue preoccupazioni sul “pericolo populista” che minaccia l’abbandono dell’euro, ricordando il Trattato di Maastricht che fu una “decisione coraggiosa” e “segnò ‘una nuova tappa nel processo dell’integrazione europea’”. Alla vigilia del 25esimo anniversario dello stesso Trattato, Draghi ricorda che “con la moneta unica abbiamo forgiato bond che che sono sopravvissuti alla peggiore crisi economia dalla Seconda guerra mondiale”. “È facile sottostimare la forza di questo impegno” politico, ha ammonito, “che ci ha tenuto insieme per 60 anni” in “tempi difficili”.
“L’euro è irrevocabile, questo dice il Trattato”, afferma durante il suo intervento all’Europarlamento e quanto a un’Unione a più velocità, Draghi, dopo aver rilevato che “non è ancora chiaro” che cosa è stato detto a Malta, ha osservato: “È un concetto ancora da sviluppare, una visione appena abbozzata su cui non sono in grado di esprimere alcun commento, almeno al momento”. “Non siamo manipolatori della moneta”. Così, in italiano, il presidente della Bce Mario Draghi ha risposto all’eurodeputato Marco Zanni (Enf) sulle critiche alla Bce del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble. “Le politiche monetarie fatte riflettono le diverse posizioni nel ciclo economico dell’eurozona e degli Usa”, ha sottolineato, ricordando che nel 2013 il tasso di cambio euro/dollaro era a 1,40 e che già allora la Germania aveva un surplus commerciale del 6% con gli Usa.
Nonostante l’intervento incoraggiante di mario Draghi, Piazza Affari dopo essersi ripresa continua la sua discesa (-1,9%) e resta la piazza peggiore in Europa. Ad appesantire il Ftse Mib sono dalla mattina i titoli del comparto bancario, con le azioni di Unicredit che nel giorno dell’avvio dell’aumento di capitale flettono del 5% (-14% i diritti). Male anche Bper (-5,7%), Banco Bpm (-4,5%), Mediobanca (-3,3%), Fineco (-3,4%), Ubi (-3%). In calo anche Unipol (-4%) e Unipolsai (-3,1%). Giù Leonardo (-2,8%) e Generali (-2,9%). Fanno bene solo Cnh (+3,1%) e Telecom.
(+1,5%).
Ma a preoccupare ancora di più è la corsa al rialzo dello spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp e il Bund vola a 200 punti base, toccando questa soglia per la prima volta da febbraio 2014. Il tasso sul decennale del Tesoro cresce al 2,35%. A pesare non solo l’incertezza economica, ma anche l’approssimarsi del pronunciamento di Moody’s, che ha un outlook negativo sul rating Baa2, atteso per venerdì 10 febbraio.
In cattive acque sullo spread con l’Italia anche la Francia. Dopo che la leader del National Front, Marine Le Pen, nel suo discorso elettorale ha annunciato che se diventerà presidente negozierà l’uscita della Francia dall’euro, lo spread Francia-Germania — ovvero il differenziale di rendimento tra i titoli decennali francesi e quelli tedeschi — si è allargato a 72 punti base, col tasso sul titolo francese a 10 anni all’1,10%, ai massimi da marzo 2013.

Veneto Banca e Bpvi verso fusione, ora tocca alla BCE

I vertici di Bpvi e Veneto Banca: Viola, Mion, Lanza e Carrus

I vertici di Bpvi e Veneto Banca: Viola, Mion, Lanza e Carrus

Oggi, dopo l’incontro della scorsa settimana, verranno sottoposti alla BCE i contenuti del piano di fusione per cercare di ottenere il nullaosta.
Quindi, oggi, per le due banche venete, è una giornata decisiva. I Consigli di amministrazione delle due banche, parallelamente dovranno approvare e mettere a punto la proposta definitiva di fusione da presentare anche in Banca d’Italia.
Le due ex banche popolari dovranno preparare un piano industriale e soprattutto un piano di risanamento che rimetta in ordine i conti su livelli patrimoniali per allontanarle dal fallimento.
Riusciranno le due deboli banche a diventare una banca forte facendo veramente piazza pulita del passato?
La cifra necessaria per raggiungere un risultato positivo sembrerebbe superiore a quanto previsto inizialmente. Sembra che non basterebbe l’aumento di capitale di 2,5 miliardi, ma ci vorrebbero almeno 5,7 miliardi da reperire attraverso un nuovo intervento del Fondo Atlante. Il fondo, proprietario di entrambi gli istituti, ad inizio gennaio ha iniettato 938 milioni di euro ed attualmente dispone di un importo residuo di 1,7 miliardi non investiti per il salvataggio di MPS. Dalla conversione dei bond subordinati delle due banche si potrebbe contare su circa un miliardo. Si tratta di 722 milioni per la Popolare di Vicenza e 622 milioni per Veneto Banca dai quali vanno tolti le obbligazioni in mano alla clientela retail. Rimane l’intervento dello Stato che dal “fondo salva banche” dovrebbe contribuire con una quota di circa due miliardi. Lo Stato, in questa circostanza, otterrebbe una quota di minoranza contrariamente a quanto sta per avvenire al MPS.
L’altro nodo da risolvere, certamente non di secondaria importanza, è quello delle sofferenze. In tal senso si avanza l’ipotesi di una “bad bank” dove trasferire le sofferenze pari a circa otto miliardi lordi di Npl che complessivamente rappresentano 3,6 miliardi netti. Le sofferenze tra le due banche sarebbero così suddivise: per Veneto Banca ci sarebbero 3,6 miliardi lordi di cui 1,7 miliardi netti; per la Popolare Vicentina si tratterebbe di 4,6 miliardi lordi di cui 1,9 miliardi netti. L’operazione verrebbe completata con il contestuale scorporo della good bank che verrebbe messa in vendita sul mercato internazionale.
Naturalmente ci saranno ripercussioni sui lavoratori. Si parla di circa 2.500 esuberi cioè di posizioni lavorative da tagliare per poter rientrare nei costi. Per la campagna ristori sarebbero stati individuati 169 mila soci ai quali verrebbe restituito il 15% del valore delle azioni svalutate.
Anche nel caso delle due banche venete, non sembra pienamente rispettato l’art. 47 della Costituzione della Repubblica Italiana che incoraggia e tutela il risparmio.

Salvatore Rondello

La Grecia ancora sotto la lente del Fondo Monetario

LAGARDE tziprasSono passati due anni dopo la vittoria alle politiche 2015 della sinistra radicale di Syriza. Ma la Grecia è ancora sotto osservazione ed è nuovamente in trattativa serrata con il Fondo monetario internazionale e ha meno di un mese per cercare di trovare un nuovo compromesso con l’Fmi e con l’Eurogruppo. Nel 2018 terminerà il programma di aiuti al paese. Il terzo, che era stato approvato nell’agosto del 2015 e che consisteva in un prestito da 86 miliardi in cambio dell’approvazione di una serie di misure di austerità da parte del governo guidato da Alexis Tsipras.

Come da otto anni a questa parte, le trattative sono però molto complicate e negli ultimi giorni sembrano essere arrivate a uno stallo: i giornali internazionali parlano di nuovo del rischio Grexit. Tsipras, scrive il Guardian, si trova di fronte al dilemma di accettare un’austerità supplementare o indire nuove elezioni. I timori di una nuova imminente crisi sono aumentati dopo che il Fondo Monetario Internazionale ha previsto che il carico del debito della Grecia potrebbe diventare “esplosivo” entro il 2030.

Come per i precedenti programmi, gli aiuti previsti dal terzo piano – erogati in diverse tranche e forniti dal meccanismo europeo di stabilità (MES) – sono vincolati a una serie di condizioni da rispettare. I progressi nell’attuazione del programma sono monitorati dalla Commissione europea, insieme alla BCE, anche all’FMI. L’ultimo problema riguarda la seconda revisione, che si sarebbe dovuta concludere a dicembre e che si trascina invece da mesi in mezzo a disaccordi su nuovi tagli, riforme del lavoro e obiettivi fiscali. È centrale poi il lungo confronto tra i creditori, non ancora risolto, sulla capacità della Grecia di raggiungere gli obiettivi di bilancio al momento della scadenza del suo ultimo programma di salvataggio, nel 2018.

A un esito positivo della seconda revisione è legata non solo la decisione di sbloccare un’ulteriore quota del prestito prevista dal piano di salvataggio (con 10,5 miliardi di debito rimborsati la scorsa estate è probabile il ritorno di una crisi del debito se non verranno autorizzati dei nuovi prestiti), ma anche la partecipazione della Grecia al programma di allentamento quantitativo della Banca Centrale Europea entro i primi mesi del 2017. Il Quantitative Easing, semplificando, prevede l’acquisto di titoli di Stato e di altro tipo da parte delle banche: questo per immettere nuovo denaro nell’economia, per incentivare i prestiti bancari, per attuare politiche espansive (più spesa, senza rimetterci troppo) e per far crescere l’inflazione. L’accesso a questo programma è molto importante per la Grecia per stabilizzare la propria economia a medio e lungo termine, soprattutto in vista dell’uscita dai piani di salvataggio.

Un accordo sulla seconda revisione è saltato la scorsa settimana: da una parte si chiedono al paese nuove misure preventive, dall’altra il governo greco sostiene che quelle fatte finora siano sufficienti. Syriza, la coalizione di sinistra radicale con cui Tsipras ha vinto le ultime elezioni e che è al governo da due anni, non vuole fare altre concessioni. Intervistato qualche giorno fa dal quotidiano Efimerìda Syntaktòn, Tsipras ha chiesto ai leader europei di facilitare la ripresa economica della Grecia che sarebbe utile all’intera Unione Europea. Ha detto che in «nessun caso faremo approvare leggi che introducano altre misure di austerità: nemmeno per un euro, oltre quello che è già stato concordato». I problemi di Tsipras sono però la perdita di fiducia dei greci nei confronti del suo governo, costretto in questi anni a misure molto impopolari, e la pressione dell’opposizione dei conservatori di Nuova Democrazia che chiedono elezioni anticipate forti anche degli ultimi sondaggi: Nuova Democrazia è al 26,8 per cento mentre Syriza al 17,8, a ben 9 punti di distacco. Inoltre il 53 per cento degli intervistati ha dichiarato di ritenere l’euro «sbagliato» per il loro paese.

Nelle prossime trattative avrà un ruolo fondamentale il Fondo Monetario Internazionale, che il prossimo 6 febbraio discuterà del cosiddetto Articolo IV, quello sulla sostenibilità del debito greco, e che dovrà decidere se partecipare al programma di salvataggio della Grecia. La scorsa settimana è circolato sui giornali un documento riservato dell’FMI di 38 pagine, piuttosto pessimista. Nel report, l’FMI avverte che anche se le nuove riforme saranno attuate, e il debito tagliato, il carico del debito della Grecia è destinato a diventare «esplosivo» e a raggiungere il 275 per cento del PIL entro il 2060: «La Grecia richiede la riduzione sostanziale del debito ai suoi partner europei per ripristinare la sostenibilità del debito».

Il Fondo mette poi in dubbio che la Grecia possa raggiungere l’avanzo primario di bilancio previsto per il 2018, pari al 3,5 per cento. Un avanzo primario si realizza quando le entrate correnti sono maggiori della spesa corrente (al netto degli interessi sul debito): registrare avanzi primari nel medio periodo consente di ridurre il debito pubblico e ripristinare la sostenibilità di bilancio, essenziale per riportare l’economia a una crescita sostenibile. Il Fondo, d’altra parte, sostiene che siano necessarie nuove e ulteriori misure preventive: dunque nuovi tagli alle pensioni e un sistema fiscale ancora più severo, per garantire che il paese continui a seguire la strada dell’austerità anche dopo il 2018. Per questa sua posizione il Fondo Monetario Internazionale è stato accusato dal governo greco di avere un atteggiamento ambivalente e in qualche modo ricattatorio: è stato cioè criticato per aver stabilito un prezzo troppo alto alla sua necessaria partecipazione al salvataggio.

All’ipotesi di rinegoziazione del debito greco – cioè restituire meno e in tempi più lunghi – si oppone da sempre la Germania, che a breve andrà a elezioni: è dunque improbabile, secondo gli osservatori, che prenda una decisione sulla questione in tempi brevi. Ma il tempo sembra essere un fattore fondamentale: se non ci sarà un accordo entro la fine di febbraio, il calendario elettorale dell’Europa (oltre che in Germania si voterà nei Paesi Bassi e in Francia) potrebbe far saltare e congelare i colloqui fino a maggio, quando ormai, secondo alcuni osservatori, potrebbe essere troppo tardi.

Il Fondo Monetario ha commentato anche la situazione del  debito italiano: “L’Italia è un tipico esempio di Paese con un alto rapporto tra Pil e debito pubblico: è una nazione che ha poco o niente spazio fiscale”. Ha affermato il Fmi, sottolineando che ”la principale sfida per l’Italia è la ricomposizione di ‘cuscinetti’ di bilancio al fine di perseguire una politica fiscale ben ancorata in una strategia di medio termine”. La questione del debito, comunque, interessa tutta l’area euro. Il Fondo rileva che è salito da una media sotto al 60% del Pil agli inizi degli anni 1990 a oltre il 90% nel 2015. Nel working paper ‘Fiscal Policy in the Euro Area’, si sottolinea che l’aumento è stato ”pronunciato nel 2009 e nel 2010, al picco della crisi”.

Il sistema bancario naviga pericolosamente a vista

bancarottaDi fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà.

Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.

Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.

Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.

Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca di’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.

Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?

Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.

Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.

Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.

Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio.

Quando Wall Street  e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.

Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.

L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!

Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

*già sottosegretario all’Economia  **economista

Pm Trani, multe e condanne per Standard&Poor’s

standard e poorsLa piccola procura di provincia continua a sfidare il gotha della finanza. Dopo la richiesta di condanna per l’analista di Fitch, anche Standard & Poor’s finisce nel mirino della requisitoria del pm Michele Ruggiero nel processo “rating” in corso di svolgimento a Trani. Ora il processo dinanzi al tribunale di Trani (presidente Giulia Pavese) per manipolazione del mercato a carico di cinque tra analisti e manager di Standard & Poor’s e della stessa società di rating, imputata in base alla legge sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, è arrivato alle richieste di condanna.
Il sostituto ha chiesto la condanna per manipolazione del mercato a 2 due anni di reclusione e 300 mila euro di multa per Deven Sharma, all’epoca dei fatti presidente mondiale di S&P, e a 3 anni di reclusione ciascuno e 500 mila euro di multa per Yann Le Pallec, responsabile per l’Europa, e per gli analisti del debito sovrano Eileen Zhang, Franklin Crawford Gill e Moritz Kraemer. Per la società Standard e Poor’s è stata chiesta la condanna alla sanzione pecuniaria di 4,647 milioni di euro. “Contro di loro un bazooka fumante”, annuncia il pm di Trani Michele Ruggiero.
Nel 2011 l’Italia “stava messa meglio di tutti gli altri” Stati europei, ma da parte di S&P c’è stata “la menzogna, la falsificazione dell’informazione fornita ai risparmiatori” mettendo così “in discussione il prestigio, la capacità creditizia di uno Stato sovrano come l’Italia”, ha detto il pm Ruggiero. In particolare una mail del manager di S&P Renato Panichi “non ci ha dato la pistola fumante, ma il bazooka fumante” perché sia con quello scritto sia con la sua deposizione in aula, “ha affondato la sua società e ha fatto gli interessi dei risparmiatori”.
La pubblica accusa ha ricordato che il giorno stesso in cui nel 2012 Standard & Poor’s declassò l’Italia, il 13 gennaio, esprimendo giudizi negativi anche sulle banche, il responsabile per gli istituti di credito di S&P Panichi inviò una mail agli autori del report contestando loro di aver espresso giudizi contrari alla realtà sul sistema bancario.
In pratica i vertici di S&P avrebbero fornito “intenzionalmente ai mercati finanziari un’informazione tendenziosa e distorta (come tale anche falsata) in merito all’affidabilità creditizia ed alle iniziative di risanamento e rilancio economico adottate dal governo italiano, in modo da disincentivare l’acquisto di titoli del debito pubblico italiano e deprezzarne, così, il loro valore”. A corollario dell’impianto accusatorio anche un recente patteggiamento fatto da Moody’s con il Dipartimento di giustizia americano per definire una maxi sanzione nata dall’accusa di aver gonfiato il rating di mutui ipotecari rischiosi negli ani della crisi del 2008-2009. Fatti diversi ma che confermerebbero il modus operandi (non corretto) delle agenzie di rating.
S&P ha sempre parlato di accuse “totalmente infondate” e ha messo in dubbio la competenza territoriale di Trani. Da parte sua Fitch ha definito la richiesta di giudizio “senza precedenti e infondata”. Nell’ambito delle indagini è stato sentito anche il governatore della Bce Mario Draghi. Senza dimenticare che un anno fa furono chiamati a testimoniare il ministro Pier Carlo Padoan (che dichiarò: “Il declassamento dell’Italia mi sorprese”) e l’ex premier Mario Monti.

La tolleranza della BCE verso le agenzie di rating

agenzie-rating-672-351Come prevedibile, le agenzie di rating sono tornate al centro della scena in modo irritante. Seguendo l’esempio delle famose ‘tre sorelle’, la Standard & Poor’s, la Moody’s e la Fitche, anche la Dbrs canadese si è autonomamente assunta l’autorità morale e politica e ha declassato il sistema Italia al livello BBB.

Allo stesso tempo l’americana Moody’s sta patteggiando con il dipartimento di Giustizia americano il pagamento di una multa di ben 846 milioni di dollari per aver gonfiato le sue stime sui titoli tossici, a suo tempo legati ai mutui immobiliari, che contribuirono alla grande crisi finanziaria. È noto che in precedenza la stessa S&P aveva patteggiato una multa simile per 1,37 miliardi di dollari.

La decisione della Dbrs, già Dominion Bond Rating Service, è stata motivata con la solita “lista della spesa”: incertezza politica, debolezza del sistema bancario, alto livello delle sofferenze creditizie, crescita bassa e alto debito pubblico, ecc. L’analisi negativa è infarcita anche di semplicistiche e banali riflessioni sulla nuova legge elettorale e sulle future elezioni. Ovviamente avrà un ulteriore e concreto impatto negativo sulla credibilità dell’Italia. In particolare, quando le banche italiane chiederanno un prestito alla Bce dovranno portare in garanzia beni, titoli di stato, in quantità maggiore rispetto a prima. Il declassamento certifica l’aumento del “rischio paese” con conseguenti effetti sui mercati, sui titoli obbligazionari e sulla propensione a investire.

In verità, la cosa più irritante è il comportamento della Bce e delle altre istituzioni europee che tacciono sulle nuove evoluzioni delle suddette agenzie.
Negli anni passati si è molto parlato della necessità di creare un’agenzia di rating europea indipendente. Alla fine non se ne è fatto niente.
Nonostante il fatto che varie commissioni d’indagine del Congresso americano avessero denunciato le tre grandi agenzie di rating americane per complicità, corruzione, conflitto di interesse e per tante altre malefatte in relazione alla bolla dei mutui subprime e a quella dei derivati finanziari ad alto rischio, la Bce non ha mai volute mettere in discussione la credibilità delle “tre sorelle”. Ha solo deciso nel 2008 di affiancare loro la Dbrs, volendo forse farci illudere che, in quanto canadese, essa sarebbe potuto essere realmente indipendente. Niente di più errato. Purtroppo è proprio la Bce a conferire alle quattro agenzie di rating l’autorità di interferire pesantemente con l’andamento economico dei paesi europei.

Per qualche ragione inspiegabile la Bce e altri istituti europei sono stati e sono ancora meno critici e più tolleranti verso l’operato delle agenzie di rating rispetto alle stesse autorità americane. È il momento che Francoforte dia qualche spiegazione.

La Dbrs, creata nel 1976, ha il suo quartier generale a Toronto, in Canada, ma oggi è forse la più americana di tutte. Dal 2015 essa è controllata da un consorzio di interessi, guidato dal The Carlyle Group di Washington e dalla Warburg Pincus di New York.
La Carlyle è il più grande private equity al mondo coinvolto soprattutto nei settori della difesa e degli investimenti immobiliari. Si ricordi che il private equity è un fondo che di solito raccoglie capitali privati con l’intenzione di acquisire imprese non quotate in borsa. La Carlyle è impegnata in numerosi fondi di investimento e anche in hedge fund speculativi. Fino al 2008 era conosciuta come la multinazionale che vantava stretti rapporti politici, in particolare con la famiglia Bush e con la casa reale saudita. Una sua controllata, la Carlyle Capital Corporation, che si era specializzata nella speculazione finanziaria con derivati emessi sui mutui subprime e sulle ipoteche, nel 2008 divenne insolvente (in default) per oltre 16 miliardi di dollari!

Anche Warburg Pincus è un fondo di private equity frutto della fusione di due banche. Esso è grandemente impegnato nei settori dei servizi finanziari, dell’energia e delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni. Il suo presidente attuale è Timothy Geithner, già ministro del Tesoro dell’Amministrazione Obama, che ha coordinato tutte le operazioni di salvataggio finanziario delle banche e delle assicurazioni in crisi dopo il 2008. È doveroso chiedere alla Bce di rendere conto delle ragioni della grave decisione di sottoporre governi e istituti creditizi alla valutazione di agenzie di rating non affidabili, forse politicamente condizionate e sicuramente interessate agli andamenti di borsa.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

MPS la ricapitalizzazione sale a 8.8 miliardi

MPS-Monte Paschi SienaIl Monte  dei  Paschi  intendeva  chiedere al mercato  5  miliardi  per  ricapitalizzarsi.  Il  mercato  ha  risposto  negativamente  alle  aspettative  degli  amministratori  del  MPS. Dalla  lettera  della  BCE  pervenuta  recentemente al  MPS tramite  il  Ministero  dell’Economia e delle  Finanze,  il  finanziamento  dovrà  ammontare  complessivamente  a  8,8  miliardi.

In  larga  parte  dovrà  intervenire  lo Stato  quale  azionista  di  maggioranza  e per il resto gli obbligazionisti. È questa la richiesta avanzata dalla Banca centrale europea. Da Siena si era comunicato al regolatore di voler sfruttare la ricapitalizzazione precauzionale appena disciplinata dal decreto “salva-risparmio”  varato  dall’attuale  Governo.

La lettera  della  BCE  modifica più del previsto lo scenario che si era ipotizzato nei giorni scorsi,  dentro e fuori della banca.  Si immaginava  la  possibilità  di  un aumento  dell’ammontare   della  ricapitalizzazione, ma  si  ipotizzava   di raggiungere  un  importo  compreso  tra  i  6 e gli 8 miliardi. Ieri pomeriggio alle 18 si è subito riunito il cda del MPS, con molti consiglieri ovviamente collegati per telefono, per prendere atto della richiesta e preparare i prossimi passi.

Secondo  alcuni,  la decisione di  innalzare  l’aumento  fino agli 8,8 miliardi sarebbe stata presa giovedì scorso durante l’ultima riunione  del Supervisory  board  della  Bce. Una scelta non facile, tanto è vero che non sarebbe stata presa all’unanimità da parte dell’organo guidato da Danièle Nouy dove siedono tra gli altri gli italiani Ignazio Angeloni e Fabio Panetta. Verosimilmente,  per il MPS  sarebbe passata una linea ultra-prudenziale, viste le dimensioni della banca e l’elevato ammontare di crediti deteriorati, si sarebbe deciso un trattamento analogo a quello adottato negli anni passati per le banche greche ricapitalizzate con risorse pubbliche.

Dopo  i risultati dello stress test condotto nella prima metà dell’anno e reso noto il 29 luglio scorso,   il Monte dei Paschi si era classificato ultimo tra i 51 istituti esaminati, con un coefficiente Common equity tier 1 negativo del 2,23% nello scenario sotto stress. Nella terapia d’urto studiata nel mese di luglio dal ceo Fabrizio Viola e avallata dalla Bce, con 5 miliardi e l’azzeramento delle sofferenze mediante cartolarizzazione si puntava a riportare quel valore al 4,5% sempre nello scenario peggiore.  In quel caso si trattava di risorse private, e per di più,  almeno inizialmente, non si prevedeva di coinvolgere i bond subordinati, che quindi sarebbero rimasti computabili (pur ponderati) ai fini del Total capital ratio. Ora invece la Vigilanza europea,  avrebbe chiesto di elevare, con 6,3 miliardi,  la riserva di capitale in modo da ritrovarsi all’8% in caso di stress, così come era stato preteso per le banche elleniche.  Bankitalia  chiarisce: Francoforte avrebbe richiesto una piena reintegrazione del cuscinetto di capitale rappresentato dai subordinati, per un ammontare di 2,5 miliardi, e così si arriva agli 8,8 miliardi di fabbisogno.  Già  allora  si  diceva  che in larga parte  sarebbe  intervenuto  lo Stato. L’ammontare esatto si calcolerebbe  per sottrazione, dopo che saranno convertiti in azioni i bond in mano agli istituzionali al 75% del valore nominale e al 100% quelli in mano retail (che però potranno chiedere il riacquisto da parte dello Stato e lo scambio con titolo Senior). Pertanto,  il Tesoro dovrebbe spendere una cifra nell’ordine dei 6 miliardi, a seconda delle scelte dei bond holder  retail  (che potranno restare azionisti), e di eventuali nuove emissioni di subordinati. Con queste cifre lo Stato  otterrebbe una quota ben superiore  al  67%  necessario per le delibere  dell’assemblea straordinaria. Con gli 8,8 miliardi freschi, che potrebbero  essere  rimborsati  allo  Stato con la reimmissione  sul  mercato  e  in parte prima con dividendi straordinari: se fossero oggi in cassa, il Cet1 della banca salirebbe oltre il 22%, valore da primato, dunque il capitale necessario per gestire la cessione degli Npl  potrebbe  esserci esserci tutto.

Tra  il  30  novembre  2016  ed  il  21  dicembre  2016,  la  liquidità  della Banca  ha  subito  un  rapido  deterioramento.  La  counterbalancing capacity  è  scesa  significativamente  da  14,6 miliardi  di  euro  a  8,1  miliardi  di  euro.  La  liquidità  netta  ad  1  mese  è  passata  da  12,1  miliardi  di  euro  (pari  al  7.6%  del  totale  delle  attività)  a  7,7  miliardi di  euro  (pari  al  4,78%  del  totale  delle  attività).

Naturalmente,  la richiesta di ricapitalizzazione giunta ieri è molto diversa da quella da 5 miliardi ancora avallata dalla Bce il 23 novembre, con l’ultimo via libera giunto alla vigilia dell’assemblea straordinaria che aveva deliberato l’aumento. A quanto si apprende, però, il trattamento “alla greca” adottato dal Regolatore non sarà automaticamente richiesto alle altre banche che nei prossimi mesi potrebbero avvalersi delle risorse pubbliche messe a disposizione dal decreto salva-risparmio. Con ogni probabilità la decisione sarà adottata caso per caso.

Sul  salvataggio  del  MPS,  dalla  Germania  giungono  atteggiamenti  e  giudizi  critici.  Jens  Weidmann,  presidente  della  Bundesbank  afferma: “Per  le  misure  decise  dal  Governo  italiano  le  banche   devono  essere  finanziariamente  sane  a  livello  core.  I  fondi  non  possono  essere  usati  per  coprire  le  perdite  che  sono  già   previste”. Secondo  Weidmann  il  rischio  è  che  ci  siano  forti  turbolenze. Proseguendo: “Tutto  questo  deve  essere  attentamente  esaminato”.  Poi  Weidmann  spiega: “Le regole  europee  servono  per  tutelare  i  contribuenti  e  dare   responsabilità agli  investitori.  I  fondi  statali  sono  come  ultima  risorsa”.  Altri  dubbi  li  manifesta  Isabel  Schnabel,  componente  del  Sachvestaendigenrat, il  Consiglio  di  Esperti  Economici  della  Germania, i cosiddetti  “Cinque  saggi”,  che  afferma: “un ampio  clean-up  del  sistema  bancario  italiano è  necessario  e  deve  essere  effettuato  prontamente.  Le  banche  insolventi  devono   essere  chiuse,  le  banche  vitali  devono  essere  ricapitalizzate.  Le  sofferenze  dovrebbero  essere  rimosse  dai  bilanci  delle  banche”.

La  questione  del  Monte  dei  Paschi  apre  grandi  problematiche  politiche   sul  futuro  del   sistema  creditizio  italiano,   sulle  politiche  del  credito   e  sulle  qualità  dei  gruppi  dirigenti.

Salvatore  Rondello