Renzi, Calenda, Gentiloni
l’Irpef  della discordia 

IRPEF1

Irpef tagliata: da vent’anni è il sogno irrealizzato degli italiani. È la principale e più osteggiata tassa nazionale, quella che grava sui redditi personali di lavoratori e pensionati. La diminuzione dell’Irpef avrebbe un doppio effetto positivo: metterebbe un po’ di soldi nelle tasche degli italiani e aiuterebbe l’aumento dei consumi, fondamentale per sostenere la debole ripresa economica.

Meno Irpef è da sempre nei progetti di Matteo Renzi. Quando era presidente del Consiglio, nel suo cronoprogramma sulle riforme, aveva promesso di tagliare l’Irpef nel 2018. Ora ci siamo, mancano pochi mesi all’appuntamento. Da segretario del Pd lo scorso aprile ha confermato l’impegno: «Sull’abbattimento delle tasse dobbiamo andare avanti».  In particolare «sull’Irpef io penso a tre aliquote, ma si dovrà studiare un percorso spiegando le coperture». Si dovrà discutere con la commissione europea una maggiore flessibilità sul deficit pubblico italiano. Ha ricordato al suo governo che lui riusciva ad ottenere 20 miliardi di euro l’anno da Bruxelles. Lo scorso novembre, quando era ancora a Palazzo Chigi, delle simulazioni parlarono della necessità di trovare circa 10 miliardi di euro per coprire le minori entrate determinate dall’eventuale riduzione dell’Irpef.

Renzi e il governo, però, non parlano la stessa lingua. Mentre si stanno gettando le basi della legge di Bilancio del 2018, la fondamentale manovra annuale sui conti pubblici, l’esecutivo si divide anche al suo interno su quali tasse ridurre, di quanto e come. E, comunque, per adesso non c’è traccia di tagli dell’Irpef. Manca, in particolare, nel Def (Documento di economia e finanza) propedeutico alla manovra economica dell’anno prossimo.

L’economia sta andando meglio rispetto alle previsioni sia nel 2016 e sia nel 2017. Il dilemma è se premiare nella legge di Bilancio le imprese o i cittadini. Carlo Calenda e Paolo Gentiloni, nei giorni scorsi, si sono sganciati da Renzi. Il ministro dello Sviluppo economico dà la preferenza alle aziende: «La priorità è abbattere il carico fiscale sulle imprese, che costa immensamente meno rispetto al taglio dell’Irpef». Il tecnico già aderente a Scelta civica, il defunto partito di Mario Monti, spiega che si tratta di una strada obbligata: «La diminuzione delle tasse deve essere sulle imprese e non generalizzata, perché non siamo in grado di fare un taglio gigantesco dell’Irpef che sarebbe la via maestra».

Paolo Gentiloni, Pd, amico di Renzi e suo successore a Palazzo Chigi, ha una ricetta ancora diversa: «Faremo di tutto per la riduzione fiscale sul lavoro e in particolare sul lavoro dei giovani». Il presidente del Consiglio penserebbe a una riduzione delle imposte sui contratti di lavoro per favorire l’assunzione dei giovani. Il percorso è tutto in salita: «Se qualcuno descrive la prossima legge di Bilancio come una passeggiata si sbaglia».

L’economia e i conti pubblici vanno un po’ meglio, ma i margini sono stretti per le operazioni di spesa. La commissione europea continuamente punta il dito contro l’enorme debito pubblico italiano. Anche la Banca centrale europea (Bce) ha rilanciato l’allarme debito pubblico di alcuni paesi di Eurolandia. Sarebbero guai per nazioni come l’Italia se la Bce aumentasse i tassi d’interesse europei e se fermasse gli acquisti di titoli del debito pubblico (di 60 miliardi di euro al mese). In sintesi: il Belpaese deve stare attento a non compiere passi falsi per non innescare manovre speculative da parte dei mercati finanziari internazionali.

Ma, come si diceva una volta, il problema è politico. Soprattutto se le elezioni politiche si svolgeranno regolarmente la prossima primavera e non ci sarà un voto anticipato ad ottobre o a novembre, Renzi non può permettersi di presentarsi a mani vuote o, peggio, con una legge di Bilancio 2018 impopolare. Con gli 80 euro netti in più al mese in busta paga per gli stipendi medio-bassi, vinse le elezioni europee del 2014 con il 40,08% dei voti.

Successivamente andò male con la diminuzione parziale dell’Irap, l’imposta sulle attività produttive, e con la cancellazione delle tasse sulla prima casa. Mentre andò malissimo con il referendum sulla riforma costituzionale del governo, bocciato da quasi il 60% degli italiani lo scorso 4 dicembre.

Da mesi il segretario del Pd ripete: «Io le tasse le riduco davvero». Gli italiani, tra i contribuenti più tartassati del mondo, sono molto sensibili a questo tema. Il taglio dell’Irpef (un balzello enorme tra imposta nazionale, regionale e comunale) potrebbe essere la scelta giusta per varcare la soglia del 30% dei voti (assegnati dai sondaggi) e far rotta verso l’agognato 40% (alla Camera dà diritto al premio di maggioranza). Ma l’impresa è molto difficile. L’ex presidente del Consiglio deve affrontare quattro ostacoli: 1) l’offensiva delle opposizioni, 2) l’attacco della sinistra bersaniana uscita dal partito a febbraio, 3) i pareri contrastanti di Gentiloni e Calenda, 4) la linea finanziaria rigorista europea guidata dalla Germania.

Silvio Berlusconi per primo lanciò una campagna contro “le troppe tasse”. In particolare voleva ridurre le aliquote Irpef mentre Gianfranco Fini, l’alleato di An, spingeva per la diminuzione dell’Irap. Nel novembre 2004 scoppiò uno scontro tra gli alleati di centro-destra, ma l’allora presidente del Consiglio assicurò: «Ci sarà la riduzione delle aliquote dal primo gennaio 2005». Non se ne fece niente, invece. Gli alleati del presidente di Forza Italia e l’Unione europea, per motivi diversi, impedirono l’operazione Irpef. Dopo 13 anni la storia potrebbe ripetersi per Renzi.

Rodolfo Ruocco
 (Sfogliaroma)

BCE: crescita migliore
del previsto

Ocse-crescita stabileNel suo bollettino mensile, la Banca Centrale Europea avverte che la crescita in Eurozona è maggiore del previsto, ma attenti a protezionismo e Brexit. Inflazione ancora stabile in Eurozona: il Quantitative Easing continua al ritmo di 60 miliardi di titoli acquistati al mese, almeno fino a dicembre. Debito pubblico in calo, ma alcuni paesi esposti a choc.

La crescita in Eurozona si allarga, grazie alla domanda interna. Lo dichiara la Banca centrale europea nel suo ultimo bollettino mensile. Per questo motivo si escludono nuovi tagli dei tassi di interesse. Il programma di acquisto titoli proseguirà al ritmo di 60 miliardi al mese almeno fino a dicembre. La Bce avverte sui pericoli: “I rischi ci sono ancora, seppur bilanciati. E vengono dal protezionismo minacciato da Trump. Dal processo di riforma e liberalizzazione, promosso dalla Cina. Dalla Brexit, tutta ancora da definire. E dal debito pubblico, in calo ma ancora minaccioso. Al punto da esporre alcuni paesi dell’Eurozona a choc”.

L’espansione economica continua a consolidarsi e a estendersi in vari settori e nei diversi paesi. La crescita dell’area dell’euro è sostenuta principalmente dalla domanda interna, ma può contare anche su alcune spinte esterne positive.  In sintesi è quello che gli esperti della Bce hanno evidenziato nel bollettino mensile in cui si nota come la ripresa sia particolarmente evidente nei mercati del lavoro dell’area dell’euro, malgrado la persistente e considerevole capacità produttiva inutilizzata. Il dramma della disoccupazione non è stato ancora debellato. Tuttavia è in crescita il reddito reale disponibile delle famiglie, ed è in aumento anche la spesa per i consumi. Di conseguenza, migliorano pure le condizioni del credito bancario. La graduale ripresa degli investimenti delle imprese, incentivate a modernizzare lo stock di capitale dopo vari anni di investimenti contenuti, è in fase di proseguimento.

Per la Bce i rischi per le prospettive di crescita sarebbero ora sostanzialmente bilanciati. Tuttavia, i  rischi al ribasso potrebbero emergere dal protezionismo, dalla Brexit e dal debito pubblico che non sarebbe stato sufficientemente ridimensionato. Per questi motivi, l’Eurotower ritiene indispensabili ulteriori sforzi di risanamento per quei paesi con un forte indebitamento come l’Italia   che sono particolarmente vulnerabili di fronte a nuovi episodi di instabilità nei mercati finanziari o ad un rapido aumento dei tassi di interesse.

Pertanto è stato confermato il programma di Quantitative easing (l’acquisto di bond per immettere liquidità nel sistema e sostenere la crescita) all’attuale ritmo mensile di 60 miliardi di euro sino alla fine di dicembre 2017, o anche oltre se necessario, e in ogni caso finché non si riscontrerà un aggiustamento durevole dell’evoluzione dei prezzi, coerente con l’obiettivo di inflazione. Anche i tassi rimarranno su livelli pari a quelli attuali per un prolungato periodo di tempo. D’altro canto, l’inflazione di fondo (esclusa cioè la componente energetica) non ha ancora mostrato segnali convincenti di ripresa e ci si aspetta pertanto che dovrebbe aumentare solo gradualmente nel medio termine. L’obiettivo Bce del 2% viene considerato ancora lontano.

Un altro problema indicato dalla Bce è quello delle riforme mancate. Gli esperti dell’Eurotower hanno scritto: “Le prospettive di crescita economica nell’area dell’euro continuano a essere frenate dalla lenta attuazione delle riforme strutturali, in particolare nei mercati dei prodotti, e dalla necessità di effettuare ulteriori aggiustamenti di bilancio in numerosi settori, nonostante i miglioramenti in atto. Per fortuna, l’attività economica della zona euro è sospinta anche dalla sostenuta ripresa mondiale. Un venticello positivo che soffia soprattutto nelle economie dei paesi emergenti”.

Con cautela la crescita economica nell’Eurozona continua lentamente tra rischi e pericoli ancora presenti. Nel medio periodo, con gli opportuni accorgimenti, dovrebbe consolidarsi.

Salvatore Rondello

Debito pubblico e crisi
del sistema-Italia

bernakeFondata nel 1971 a Newport Beach, in California, PIMCO (Pacific Investment Management Company) è una società di gestione di investimenti, uno tra i leader mondiali più credibili nella gestione obbligazionaria. Tra i suoi compiti, PIMCO annovera, oltre quello di organizzare i forum internazionali sulle più importanti tematiche economiche, quello di coadiuvare i manager delle società nel delineare le politiche di investimento più convenienti.
Tre sono le aree di interesse nelle quali è suddivisa l’attività di PIMCO: “Portfolio Management”, struttura che riceve le informazioni dagli specialisti dei vari mercati, al fine di stabilire quali investimenti proporre; “Account Management”, che si occupa dei rapporti con i clienti e di quelli con le istituzioni; “Business Management”, che ha il compito di stabilire le strategie di investimento.
Tra l’8 e il 10 maggio scorsi, PIMCO ha tenuto a Newport Beach il suo trentaseiesimo “Secular forum” annuale, allo scopo, come d’ordinario, di identificare le “forze secolari” di medio periodo che guideranno, sia l’economia monetaria e le politiche fiscali globali, sia l’andamento dei mercati finanziari nei prossimi tre o cinque anni. Come sempre, anche il forum di quest’anno ha avuto l’obiettivo di confermare l’analisi secolare degli anni precedenti, o di rifinirla sulla base degli ultimi eventi, o addirittura di sostituirla completamente.
Nel corso del Forum del maggio scorso, i suoi esperti (tra i quali Ben Bernanke e Jean-Claude Trichet) hanno esaminato e valutato il panorama economico, dei mercati finanziari e delle politiche economiche attuate all’interno dei singoli Paesi. Nei confronti dell’Italia, il colosso del risparmio gestito ha espresso un giudizio non del tutto incoraggiante, soprattutto riguardo al suo comparto obbligazionario pubblico; al giudizio di PIMCO si è aggiunto quello di identica natura di altri importanti “money center” globali, quali JP Morgan, Merrill Linch, Barclays, ed altri ancora, incluso il Soros Fund.
Secondo gli analisti di PIMCO, la posizione dell’Italia, pur essendo migliorata, sarebbe passata dall’essere “sovrappesata” a “normale”; i termini “sovrappesato” (overweight) e “sottopesato” (underweight) sono usati nel linguaggio dei mercati finanziari per indicare la valutazione di un “gestore di risparmi” riguardo al rendimento di un determinato titolo. Se la valutazione del titolo è underweight, significa che il gestore è pessimista riguardo a quel titolo; mentre la valutazione overweight, esprime convenienza per i risparmiatori ad acquistare. Infine, la valutazione “normale” suggerisce convenienza ad attendere che il mercato finanziario chiarisca le condizioni di rendimento del titolo considerato.
Il fatto che PIMCO si sia espresso con riferimento alle obbligazioni pubbliche dell’Italia per una posizione di “normalità”, significa che tutti i centri di gestione del risparmio sono alla ricerca, o meglio sono in attesa che ciò che accade nel nostro Paese consenta loro di recepire qualche segnale positivo, in grado di dare fondamento ad una stima conveniente del rendimento delle obbligazioni pubbliche; ciò, al fine – come afferma Eugenio Occorsio in “I padroni stranieri del debito pubblico” (in la Repubblica A&F del 12 giugno scorso) – di “capire se il nostro Paese è finalmente rientrato nel novero di quelli affidabili e può avere qualche speranza di risalire nel rating con tutte le conseguenze in termini di tassi, affidabilità, credito”. Una risalita che, però, non è ancora possibile intravedere, a differenza di quanto è possibile prevedere per la maggior parte dei Paesi membri dell’Eurozona.
A tutt’oggi, infatti, non è possibile recepire segnali positivi per una risalita irreversibile dell’economia italiana, per via del persistere di due fattori condizionanti, il rapporto debito/PIL e l’inaffidabilità del quadro politico: il debito pubblico è da quattro anni fermo intorno al 132% del Prodotto Interno Lordo, mentre il quadro politico è caratterizzato da una paralizzante frammentazione partitica, dall’incapacità dei partiti di darsi una legge elettorale e dai ritardi ingiustificati sulla via delle riforme strutturali. Il permanere di questa situazione non volge al bello il futuro prossimo dell’economia e della società dell’Italia, se si pensa che solo il “normale” funzionamento della prima e la capacità di tenuta della seconda dipendono dalla disponibilità dell’estero a sottoscrivere i titoli pubblici che ricorrentemente il Paese deve collocare sui mercati finanziari internazionali.
Secondo la Banca d’Italia, gli investitori stranieri detengono oggi circa il 37% del totale del debito pubblico, ovvero poco meno di 800 miliardi di euro, circa un terzo del totale ammontante a circa 2.240 miliardi. Secondo la stessa Banca d’Italia, la cifra complessiva della quota di debito pubblico detenuto dagli investitori esteri è in netta diminuzione. E’ logico quindi chiedersi cosa potrà accadere, se la costante “uscita dall’Italia” degli investitori esteri si conserverà anche per l’immediato futuro. L’esodo è stato molto alto fra il 2010 e il 2012, quando era diffusa l’idea che l’Italia potesse fallire come la Grecia; da allora, i livelli si sono conservati stabili, ma in coincidenza del referendum costituzionale del dicembre 2916, l’”uscita” degli investitori esteri dall’Italia ha ripreso a salire, come risulta dai documenti contabili della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea.
I documenti confermano, infatti, che fra il settembre 2016 e il maggio 2017 sono usciti dall’Italia 100 miliardi di euro, disertando l’acquisto, non solo di titoli di Stato, ma anche di azioni e obbligazioni societarie. Se alla diminuita disponibilità dei gestori esteri di risparmio ad investire in titoli pubblici italiani si aggiunge, sempre stando alla Banca d’Italia, che anche la quota dei titoli pubblici detenuti dalle famiglie italiane è in diminuzione, le preoccupazioni per come finanziare il normale funzionamento del sistema-Italia non possono che aumentare.
Oggi, la maggior parte dei Buoni Poliennali dello Stato (BTP) è detenuta dalla Banche italiane, da compagnie di assicurazione e da istituzioni che gestiscono fondi pensione. La situazione motiva molti analisti a considerare ancora attuale il pericolo che l’Italia finisca col diventare, nelle valutazione dei centri finanziari internazionali, un “Paese di frontiera”, ovvero un’area interessante solo per operazioni speculative; pericolo, questo, che potrebbe indurre persino gli investitori italiani ad abbandonare l’Italia. Per fugare questo pericolo, secondo gli analisti dei gestori internazionali di fondi di risparmio, occorrono segnali positivi riguardanti l’alleggerimento del livello attuale di debito pubblico. Come? La musica è sempre la stessa, nel senso che la “medicina” è quella che dall’inizio della crisi viene prescritta per l’Italia: occorre intervenire sull’ammontare del debito pubblico con programmi di privatizzazioni e di tagli strutturali di spesa, tutti finalizzati ad aumentare l’avanzo primario, ovvero la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche, escluse quelle per il pagamento degli interessi passivi sul debito.
Nel momento in cui stanno per avere termine le misure straordinarie della Banca Centrale Europea (BCE) a sostegno della stabilità monetaria all’interno dell’Eurozoana, diventa inevitabile che, nel caso mancasse una ripresa economica maggiore di quella prevista (anche al di sopra delle previsioni ottimistiche della Banca d’affari Morgan Stanley, che ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita dell’Italia per il 2017 dallo 0,8 all’1,2%) l’alto livello del dedito pubblico italiano induca gli investitori esteri ad aumentare il costo del denaro a prestito come “risk premium”.
In Italia vi è tuttavia qualche osservatore ed analista, come Reiner Masera, che sullo stesso numero di “A&F del 12 giugno scorso, in “Speculazione il falso allarme: debito pubblico, chi specula davvero non è all’esterno”, sostiene che non sono gli investitori esteri, ma l’Italia a rimettere “di fatto in discussione il sentiero non facile di rientro del rapporto debito/PIL”. E’ infatti discutibile, secondo Masera, che si consideri il rapporto tra quote del debito pubblico detenute in Italia e quote detenute all’estero come sintomo di solidità del sistema-Italia. Se il risparmio italiano indirizzato verso i titoli dello Stato è “in larga misura affidato, direttamente o indirettamente, a grandi operatori internazionali, che negli anni recenti hanno nel complesso bene operato a favore delle clientela retail”, non altrettanto può dirsi per la gestione delle detenzioni istituzionali nazionali dei titoli di debito.
Le modalità di gestione delle quote di titoli da parte dei creditori istituzionali, infatti, devono essere valutate più attentamente di quanto sinora è avvenuto. Certamente – osserva Masera – in condizioni normali dell’andamento dei mercati finanziari, anche i detentori istituzionali nostrani possono contribuire alla stabilità del sistema economico, ma se si manifestano tensioni, essi non mancheranno, come già è capitato negli anni di punta della crisi, di trascurare la loro funzione d’essere anche presidi della stabilità, ignorando completamente il loro rapporto con il debito sovrano.
Questa spada di Damocle fatta pesare sull’economia nazionale dall’inaffidabilità dei creditori istituzionali non è stata rimossa, soprattutto per demerito dei governi italiani, che in questi ultimi anni non hanno saputo approfittare delle politiche di sostegno dei debiti pubblici inaugurate dalla BCE. In conseguenza di ciò è quindi logico attendersi che, cessato il sostegno della BCE, l’intreccio problematico e ricco di insidie tra banche, debito sovrano e Unione Europea si ripresenti in tutta la sua pericolosità; a peggiorare la quale concorre tra l’altro anche la gestione delle ultime crisi bancarie, che da mesi il governo, con ripetuti cambiamenti di rotta, non riesce a risolvere.
La conclusione del discorso di Reiner Masera è che in Italia il problema dell’alto debito pubblico non lo si voglia affrontare realisticamente, attraverso una strategia che “non può che poggiare su molti tasti”. Tra questi, il principale dovrebbe essere individuato “nei tagli mirati e intelligenti di spesa”, concentrando l’attenzione sulle spese correnti a livello di enti locali, soprattutto su quelle “connesse a investimenti collegati al moltiplicarsi senza efficaci controlli di società a maggioranza pubblica”; in secondo luogo, i tagli dovrebbero avere di mira gli investimenti in infrastrutture con redditività privata o sociale che non vale a giustificarle. Gli investimenti pubblici dovrebbero essere selezionati in base alla loro qualità, quali quelli in capitale fisico, capitale umano e ricerca e sviluppo; ovvero, quelli che più direttamente possono concorrere al miglioramento della crescita attraverso l’aumento della produttività totale dei fattori.
Ciò implicherebbe che si individuassero nel risanamento mirato delle finanze pubbliche e nella maggior dinamica della produttività i due obiettivi da perseguire per un reale rilancio della crescita. Questi due obiettivi, non dovrebbero però essere dissociati dall’impegno del governo a rivedere l’assetto delle politiche economiche e monetarie europee; obiettivo quest’ultimo che potrebbe essere perseguito solo se il Paese riuscisse a dotarsi di una soluzione politica interna stabile e credibile.
In realtà, è questo il problema principale che il Paese è chiamato a risolvere, non solo per le fondate ragioni indicate da Masera, ma anche perché, dalle conclusioni dell’ultimo “Secular forum” di PIMCO, è la stabilità politica interna il fattore che maggiormente conta per orientare positivamente i centri di gestione del risparmio estero verso i titoli obbligazionari dello Stato; la loro fiducia è elemento molto più indispensabile di quanto non lo sia quella dei creditori istituzionali nostrani, perché decisiva per ridurre il pesante fardello del debito pubblico.

Gianfranco Sabattini

Fmi, in Europa più luci che ombre

Lagarde-Grecia-GermaniaAl  termine   della   missione  annuale dei tecnici  del  Fondo  Monetario Internazionale, dalla  dichiarazione conclusiva  emerge  un  quadro economico  tra  luci  ed  ombre.  Le luci, adesso,  sembrerebbero  più  presenti delle  ombre.

Nella  dichiarazione  conclusiva  del  FMI si  legge:  “La ripresa  dell’Eurozona  ha preso slancio  grazie a un circolo virtuoso di consumi privati e creazione di lavoro.  I  paesi  con un  elevato  debito  pubblico,  dall’Italia  al  Portogallo,  ma  anche  la  Francia,  dovrebbero sfruttare  la  finestra  di  opportunità  ancora  offerta  dalle  politiche  monetarie ‘accomodanti’  varate  dalla   BCE   per andare avanti sulla strada del consolidamento e delle riforme strutturali. In generale  l’Eurozona, che registra la minore divergenza nei tassi di crescita fra i suoi paesi membri dall’introduzione dell’euro, ha una eccellente opportunità di approfondire l’Unione Economica e Monetaria. Sul fronte bancario, l’Fmi sottolinea come in alcuni paesi (e anche qui è chiaro il riferimento all’Italia)  i  passi  in  avanti  nella riduzione  dei  prestiti non  performanti sono stati lenti e la qualità degli asset  pone una sfida a livello europeo ma  gli interventi sul fronte della vigilanza sono incoraggianti”.

Per quanto riguarda   l’Italia, il  Fmi conferma la necessità di  varare   ulteriori   riforme  nel mercato  del  lavoro   ed  in  quello   dei  prodotti   e  dei  servizi , per  mantenere  la crescita  della produttività oltre a quella dei salari.  Inoltre, in quanto paese ad alto debito, all’Italia è indirettamente   inviato  un monito sulla possibilità di differenziali  in crescita sui propri titoli quando la politica monetaria  accomodante verrà ridotta (anche se per il momento, l’invito del Fondo  alla  Bce  è  a  mantenere  questa linea).

Se   ci   sono   finalmente  dei   buoni   motivi  per  essere   ottimisti,   il   rigore   e l’attenzione,  tuttavia   debbono   essere   sempre  presenti.   Il   Fmi,   con   le   sue dichiarazioni  ha   indirettamente   lodato  la  politica  monetaria   della  Bce.   Le indicazioni  che   provengono  dal  FMI  e   dalla  BCE   sulle  scelte  di  politica  economica   per  l’Europa  e  le  raccomandazioni   per  l’Italia   sono  analoghe.

Spetta   ai   politici   raccogliere   le   indicazioni   delle  due  importanti  istituzioni monetarie   ed  agire  di  conseguenza   per   dare  ad   intere   popolazioni   la  prospettiva  di  un  futuro  migliore.

Salvatore   Rondello

Banche Venete. Padoan riesce a scongiurare il Bail-in

padoan 4“Riguardo alla situazione della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca – si afferma in una nota del Portavoce dell’Ue -, la Commissione europea, il Meccanismo di vigilanza unica bancaria (l’Ssm, costituito presso la Bce, ndr) e le autorità italiane stanno lavorando fianco a fianco (‘hand-in-hand’, ndr) al fine di raggiungere una soluzione per le due banche in linea con le regole Ue, senza un ‘bail-in’ che coinvolga gli obbligazionisti privilegiati (‘senior bondholders’, ndr). I depositanti – conclude la nota di Bruxelles – saranno pienamente tutelati in ogni caso”. In questo modo vengono confermate dalla Commissione europea le assicurazioni date in una nota stamattina dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, riguardo alla soluzione in vista per le due banche venete in crisi che, con l’accordo di Bruxelles, usando il meccanismo del “burden sharing” non comporterà perdite per i detentori di obbligazioni senior e per i depositanti.
Il Ministero del Tesoro ha infatti pubblicato una nota stamattina per precisare che “in relazione all’andamento delle discussioni in corso su Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, il Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan comunica che la soluzione è ormai prossima e che le interlocuzioni con le istituzioni europee sono incoraggianti”. Da parte di via Venti Settembre arriva anche una precisazione ulteriore: “Il Ministro ribadisce che la soluzione non contemplerà alcuna forma di bail-in e che obbligazionisti senior e depositanti saranno in ogni caso pienamente garantiti”.
Ma la pressing di Padoan in queste ore non è solo su Bruxelles, ma anche sulle altre banche italiane allo scopo di coinvolgerle nel salvataggio, in particolare per le banche claudicanti si chiede un àncora di salvezza a Intesa SanPaolo e UniCredit che potrebbero decidere quindi se intervenire per iniettare capitali freschi nei due istituti in crisi, a cui mancano 1,2 miliardi di euro circa per potersi mettere in salvo. Ci sono state anche indiscrezioni di incontri separati a Palazzo Chigi tra il Paolo Gentiloni e gli Ad di Unicredit e Intesa, Mustier e Messina. Ma per il momento dirsi disponibile è stato per ora solo l’Ad di Mediolanum, Massimo Doris, si vedrà poi se nella partita ci saranno anche le Poste. Ma intanto un no chiaro a un bis è venuto ieri dall’amministratore delegato di Banco Bpm, Giuseppe Castagna: “In questo momento stiamo risolvendo i compiti a casa”, ha detto, escludendo che della questione possa occuparsi il cda di oggi, che approverà la vendita di sofferenze per oltre 700 milioni. E nemmeno dalle Fondazioni bancarie c’è da attendersi una mano, dopo i soldi bruciati in Atlante.
Nel frattempo il governo punta su una ricapitalizzazione precauzionale ma cerca di convincere la Dg Comp a ridurre la richiesta addizionale di 1,2 miliardi.
Così oggi il Cda di Banca Popolare di Vicenza dovrà prendere atto della situazione senza che vi sia alcuna garanzia sugli aiuti promessi dai big italiani del credito per scongiurare scenari ben peggiori col rischio che il board possa rassegnare le dimissioni in blocco rimettendo la palla alla Bce. Probabile, però, che nulla verrà deciso, in attesa che si faccia chiarezza fra governo e Ue sulla questione del contributo privato da iniettare nelle casse delle banche venete e per il quale il Ministro Padoan aveva chiesto uno sconto alla Dg Comp.
Mentre oggi si riunisce il cda di Vicenza per domani è previsto quello di Veneto Banca e mercoledì scade anche un bond senior retail di Veneto banca da 100 milioni la cui gestione potrebbe sollevare problemi legali.

Bankitalia, dare centralità al lavoro

Visco-BankitaliaTradizionalmente, una particolare attenzione è riservata alla relazione annuale della Banca d’Italia che si svolge il 31 maggio di ogni anno. Nelle considerazioni finali, il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, dopo aver ricordato la figura di Carlo Azeglio Ciampi scomparso il 16 settembre del 2016, nel corso del suo intervento, l’ultimo prima della scadenza del suo mandato ad ottobre prossimo, ha affermato: “Il debito pubblico e i crediti deteriorati rendono vulnerabili l’Italia. La centralità è il lavoro. Perché è qui che si vede l’eredità più dolorosa della crisi”.

Ha proseguito incalzando: “Gli squilibri vanno corretti tempestivamente, altrimenti prima o poi si pagano. Sul terreno delle riforme, su quello della finanza pubblica, per le banche servono altri passi in avanti. L’adeguamento strutturale dell’economia richiede di continuare a rimuovere i vincoli all’attività d’impresa, incoraggiare la concorrenza, stimolare l’innovazione mentre sul fronte della spesa pubblica deve tornare a crescere la spesa per investimenti pubblici in calo dal 2010”.

Davanti ad un pubblico molto qualificato, tra le importanti personalità presenti, ad ascoltare Visco in prima fila si trova Mario Draghi, che viene salutato pubblicamente dal Governatore quando nella relazione affronta il tema delle misure straordinarie decise dalla Bce nel 2014: “Do’ il benvenuto al presidente Bce. Le misure straordinarie decise da Francoforte nel 2014 hanno contrastato con successo i rischi di una spirale deflazionistica”.

Accanto a Draghi sono seduti l’ex premier Mario Monti e la presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi. Seduti in prima fila anche Antonio Fazio, Lamberto Dini e Fabrizio Saccomanni. Nelle sue considerazioni finali, Ignazio Visco ha toccato altri punti molto importanti della attuale situazione economica e sociale: “Il debito pubblico e i crediti cosiddetti deteriorati riducono i margini di manovra dello stato e degli intermediari finanziari; entrambi rendono vulnerabili l’economia italiana alle turbolenze sui mercati e possono amplificare gli effetti delle fluttuazioni cicliche. L’elevato debito pubblico è un fattore di vulnerabilità grave, condiziona la vita economica del paese.

La questione del lavoro è centrale ed è soprattutto su questo mercato che vediamo l’eredità più dolorosa della crisi. I pur significativi benefici in termini di occupazione si sono rivelati effimeri perché non sono stati accompagnati dal necessario cambiamento strutturale di molte parti del nostro sistema produttivo.

Non possiamo correre il rischio di intaccare la fiducia nelle banche e nel risparmio da esse custodito a causa degli interventi delle autorità con le norme Ue che hanno segnato una brusca cesura. Nell’applicazione delle nuove regole occorre evitare di compromettere la stabilità finanziaria e nel rispetto dei principi alla base del nuovo ordinamento europeo gli interventi devono preservare il valore dell’attività bancaria. Manca una efficace azione di coordinamento fra i diversi soggetti nazionali e sovranazionali sulla gestione delle crisi bancarie. In Italia, negli scorsi anni, si sono superate fasi di tensione anche gravi senza danni per i risparmiatori e per il sistema creditizio nel suo complesso.

La Banca d’Italia negli ultimi anni è stata criticata anche in maniera aspra, siamo stati accusati di non aver capito cosa accadeva o di essere intervenuti troppo tardi. Non sta a me giudicare, posso solo dire che l’impegno del direttorio è stato massimo.

E’ un’illusione pensare che la soluzione dei problemi economici nazionali possa essere più facile fuori dall’Unione economica e monetaria. L’uscita dall’euro, di cui spesso si parla senza cognizione di causa, non servirebbe a curare i mali strutturali della nostra economia; di certo non potrebbe contenere la spesa per interessi, meno che mai abbattere magicamente il debito accumulato. Al contrario, essa determinerebbe rischi gravi di instabilità.

Le conseguenze della doppia recessione sono state più gravi di quelle della crisi degli anni Trenta. Agli attuali ritmi di crescita il Pil tornerebbe sui livelli del 2007 nella prima metà del prossimo decennio. In Italia l’espansione dell’economia, ancorché debole, si protrae da oltre due anni, tuttavia restiamo indietro rispetto ai nostri partner in Europa. L’aumento del Pil nell’area euro dovrebbe essere prossimo, quest’anno, al 2%, circa il doppio del nostro paese. L’esigenza di superare la crisi, sollecita ancora, uno sforzo eccezionale. Non minore è l’impegno necessario per ritrovare un sentiero di crescita stabile ed elevata, per risolvere la questione del lavoro, così difficile da creare, mantenere, trasformare, questione centrale dei nostri giorni non solo sul piano dell’economia.

Gli squilibri vanno corretti tempestivamente, altrimenti prima o poi si pagano. Sul terreno delle riforme, su quello della finanza pubblica, per le banche servono altri passi in avanti, non retromarce. L’adeguamento strutturale dell’economia richiede di continuare a rimuovere i vincoli all’attività d’impresa, incoraggiare la concorrenza, stimolare l’innovazione. Deve tornare a crescere la spesa per investimenti pubblici in calo dal 2010.

Non c’è stata piena consapevolezza anche al livello politico dei rischi derivanti dalle norme sul bail in e della vendita, che era del tutto legittima secondo le norme, delle obbligazioni subordinate delle quattro banche finite in risoluzione.

Affinché si realizzi una piena convergenza dell’inflazione verso l’obiettivo della banca centrale serve ancora un grado elevato di accomodamento monetario. La revisione dell’orientamento della politica monetaria, da attuarsi con la necessaria gradualità, dovrà costituire la conferma che crescita della domanda e stabilità dei prezzi possono sostenersi autonomamente nel medio periodo”.

Riferendosi agli amministratori delle banche italiane, Ignazio Visco ha chiarito: “Posso solo assicurare che l’impegno del personale della Banca d’Italia e del Direttorio è stato sempre massimo. Le crisi bancarie, purtroppo, non sono una peculiarità dei nostri tempi. E, come dimostra la storia, non è sempre possibile prevenirle. Negli anni 70 abbiamo avuto Italcasse, Sindona, il Banco Ambrosiano. Poi a ridosso del processo di privatizzazione, negli anni 90, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, Sicilcassa. Oggi più che mai è importante partire dalla valutazione delle persone che guidano una banca. Quando si consolidano posizioni di dominio assoluto, aumenta il rischio che si sfrutti la propria intoccabilità per abusi e favoritismi”.

Alle belle parole del Governatore bisognerebbe auspicarsi che possano seguire i fatti. Altrimenti ascolteremmo soltanto “prediche inutili” come scrisse con rammarico Luigi Einaudi. Le crisi nella storia bancaria italiana ricordate dal Governatore Visco, nessun italiano vorrebbe che si ripetessero. Le qualità etiche delle persone designate a guidare una banca dovrebbero essere una condizione necessaria ed indispensabile preventiva all’assunzione degli incarichi dirigenziali. Purtroppo, molti amministratori delle banche italiane si trovano in chiara posizione di conflitto di interesse. Se per le piccole realtà bancarie la vigilanza compete tuttora alla Banca d’Italia, per le banche di grandi dimensioni l’esercizio della vigilanza compete direttamente alla BCE.

Salvatore Rondello

Grecia. Ferito in un attentato l’ex premier Papademos

Papademos

L’ex premier greco Lucas Papademos è rimasto ferito ad Atene dall’esplosione di un ordigno collocato nella sua automobile: lo ha reso noto la televisione di Stato ellenica, la Ert. Secondo quanto riportato dalla Ert – che ha parlato di una “lettera bomba” – sia Papademos che il suo autista sono rimasti feriti “in modo grave” e sono stati ricoverati in ospedale; fonti della polizia greca hanno parlato di “diversi feriti” senza precisare se al momento dell’esplosione Papademos si trovasse all’interno della vettura. Papademos, ex governatore della Banca di Grecia, ex vicepresidente della Bce, è stato a capo di un governo tecnico ad Atene dal 2011 al 2012.

Secondo quanto riporta il quotidiano ellenico Ekathimerini l’ex premier sarebbe rimasto ferito alle mani e alle gambe dopo aver aperto una lettera bomba. Secondo fonti della polizia citate dal quotidiano l’esplosione sarebbe avvenuta mentre la macchina – un’auto blindata – era in movimento, alle 18.30 ora locale (le 17.30 in Italia); le fonti non hanno tuttavia confermato chi fossero i passeggeri della vettura. L’attentato non è stato al momento rivendicato; le lettere bomba erano state utilizzate in passato da diversi gruppi anarchici greci, in particolare i Nuclei della Cospirazione del Fuoco, organizzazione che aveva inviato dei pacchi imbottiti di esplosivi agli uffici del Fondo Monetario Internazionale e al ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble.

Istat: Pil italiano in crescita… ma lontano dall’Europa

Ue_bandiera_Bruxelles_FgDal comunicato stampa odierno sull’andamento del Pil nello scorso mese di aprile, l’Istat a rivisto al rialzo le stime fatte nei primi mesi dell’anno. Tuttavia, l’ottimismo dell’Istat ha un valore molto relativo. Occorre tenere conto che la crescita dell’Italia raggiunge un livello quasi dimezzato rispetto alla crescita della media UE. A fine anno potrebbe finire od essere ridotta la spinta data dalla politica monetaria espansiva praticata dalla BCE. Dunque il Governo dovrebbe darsi da fare e porsi l’obiettivo minimo di raggiungere la crescita della media della UE.
Il comunicato Istat recita: “Nel 2017 si prevede un aumento del prodotto interno lordo (Pil) pari all’1,0% in termini reali. Il tasso di crescita è lievemente superiore a quello registrato nel 2016 (+0,9%).
La domanda interna al netto delle scorte contribuirebbe positivamente alla crescita del Pil per 1,1 punti percentuali, mentre l’apporto della domanda estera netta sarebbe marginalmente negativo (-0,1 punti percentuali) e risulta nulla la variazione delle scorte.
La spesa delle famiglie e delle ISP in termini reali è stimata in aumento dell’1,0%, in rallentamento rispetto al 2016. La crescita dei consumi continuerebbe ad essere alimentata dai miglioramenti del mercato del lavoro, solo parzialmente limitati dal rialzo atteso dei prezzi al consumo.
L’attività di investimento è attesa consolidarsi sui ritmi di crescita registrati nel 2016, beneficiando anche degli effetti positivi sul mercato del credito derivanti dal proseguimento della politica monetaria espansiva della Banca Centrale Europea (+3,00%).
Il miglioramento dei livelli occupazionali dovrebbe proseguire nel 2017 (+0,7% in termini di unità di lavoro) ma in decelerazione rispetto agli anni precedenti. La riduzione della disoccupazione osservata negli ultimi anni proseguirebbe anche nel 2017, con un tasso previsto pari all’11,5%.
Una ripresa più accentuata del processo di accumulazione del capitale, legata al miglioramento delle aspettative delle imprese, costituirebbe un ulteriore stimolo per l’attività economica. I rischi al ribasso sono costituiti da una più moderata evoluzione del commercio internazionale e dall’eventuale riaccendersi di tensioni sui mercati finanziari. Le previsioni incorporano le misure descritte nel Documento di economia e finanza diffuso ad aprile 2017”.

Salvatore Rondello

Draghi annuncia: quaresima finita. E l’Italia trema

Dopo Macron, Draghi. Aria meno intossicata in Europa. Non spazzerà via tutte le nubi sul futuro ma è certamente meno stantia del recente passato. Secondo il Presidente della Bce la ripresa ora è resistente, più solida. Mentre si profila un nuovo (e diverso da ieri) asse franco-tedesco sulla cui qualità politica è difficile fare previsioni, dopo l’avvento di Macron all’Eliseo, ecco che la massima autorità monetaria del Vecchio Continente lancia un messaggio che annuncia inevitabili novità. Si avvicina, pare di capire, la fine del QE che ha cercato di sostenere lo sforzo verso la crescita senza default, malgrado le riserve di un certo mondo tedesco, si intuisce un probabile ritocco all’insù dei tassi. Insomma siamo alla vigilia di importanti cambiamenti.

Ma ne sappiamo anche di più sulla tenacia con cui Draghi ha portato avanti una eterodossa politica monetaria: secondo la sua analisi finalmente la maggioranza silenziosa sta vincendo i round elettorali contro i populismi; si può ricominciare a costruire nuovi passi comuni per l’ Europa e non solo sul nodo dell’immigrazione. L’argine monetario difeso con grande determinazione acquista così in modo più esplicito anche una valenza più “politica”, una scelta di campo a favore di un’ Europa dalla quale non si deve tornare indietro anche perché ci sono i consensi utili a promuovere questa scelta ( tanto meno dall’euro che Draghi quasi non menziona, convinto come è della necessità di guardare avanti).

In questo senso la complessa scommessa di Macron ottiene un avallo non da poco, probabilmente non sgradito alla Merkel. Draghi, Macron, Merkel, questo può esssere oggi il nuovo… trio Europa. Le conseguenze non tarderanno a farsi sentire. Chi ha perso tempo, mentre la Bce cercava di farlo guadagnare a tutti e s’affacciava il fenomeno Macron, avrà di che rimpiangere la sua inerzia. Quando i tassi torneranno a salire, quando la “normalità” monetaria busserà alle porte dei conti pubblici (e del sistema bancario) non sarà più possibile trincerarsi dietro gli alibi. E per l’Italia quel “Trio” finirà, se saprà procedere, per disegnare uno spartiacque complicato con quello che abbiamo alle spalle.

Siamo indietro, non dimentichiamolo, in tema di produttività, dobbiamo recuperare ancora almeno 300 mila posti di lavoro persi con la recessione ed oltre sette punti di Pil. Non abbiamo politiche del lavoro adeguate ai ritmi della rivoluzione tecnologica, gli investimenti non decollano, il mercato interno stenta mentre per esso lavora più dell’80 per cento delle nostre imprese. Inoltre il nostro welfare è in attesa di una svolta inevitabile (domanda inquietante: quali pensioni per i tanti giovani condannati ad una interminabile precarietà?) E la giungla delle diseguaglianze si dirama sempre più fitta. I cambiamenti alle viste, come sempre accade, sono anche una opportunità. I limiti attuali della nostra classe dirigente sono arcinoti, ma ciò non toglie che processi come quelli in… marcia in Francia siano possibili. Almeno per porre le basi della classe dirigente nuova in grado di misurarsi con un mondo rivoluzionato.

L’attaccamento alle poltrone, la rissosità, le ambiguità nella lotta per possedere il potere e non utilizzarlo per costruire l’Italia di domani, sono un macigno che frena il cammino in questa direzione. Ma il vero scontro, culturale, politico e sociale sembra essere proprio questo: rimuovere quel macigno e ritrovare sintonia con coloro che in Europa sanno guardare oltre i nazionalismi e i non meno deleteri provincialismi. In questo scontro rischiano di scomparire nobili ed antiche tradizioni politiche, vedi il tramonto del socialismo europeo. Non i suoi ideali, la cultura solidaristica, ma la forma partitica appare davvero logora. E non è neppure in discussione il valore della scelta di sinistra. Non quella velleitaria e salottiera che abbiamo vissuto da noi, ma quella che continua ad essere baluardo di diritti del lavoro e della dignità della persone, specie di quelle che sono meno favorite, escluse. E che dovrebbe battersi anch’essa per una nuova Europa.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Draghi e l’Europa fuori dalla crisi

Mario Draghi-BCEMario Draghi ha ricevuto ieri la laurea “honoris causa” conferitagli dall’Università di Tel Aviv. Il Presidente della Bce, nel suo intervento, ha affermato: “L’Europa è finalmente riuscita a mettersi la crisi alle spalle, ora, servono riforme strutturali per consolidare crescita e benessere, ma bisogna anche ritrovare il senso del progetto dell’Unione europea. La ripresa nell’area euro è resiliente ed è sempre più ampiamente distribuita tra settori e Paesi. La domanda interna, sostenuta dalla politica monetaria della Bce, è il motore principale della ripresa”.

Poi, proseguendo, ha anche detto: “Oggi ci sono cinque milioni di occupati in più che nel 2013 e la disoccupazione, sebbene resti troppo alta, è ai minimi da otto anni. A livello globale, il sistema finanziario è più resiliente. Le prospettive economiche mondiali stanno a loro volta migliorando e i rischi di indebolimento stanno diminuendo”.

Concludendo il suo intervento all’Università di Tel Aviv, Draghi ha detto: “Tuttavia quel che ci serve in Europa, per assicurare che la crescita economica e la maggiore prosperità siano sostenute nel corso del tempo, sono le riforme strutturali”.

Oggi la Bce ha pubblicato il “Rapporto sull’integrazione finanziaria in Europa”. Nel Rapporto della Bce si legge: “Nel 2015 il processo di integrazione finanziaria dell’Eurozona è entrato in stallo. Dopo alcuni anni di integrazione conseguenti la crisi finanziaria, il processo è rallentato, una frenata su cui hanno pesato gli scenari economici differenti tra i diversi Paesi, l’avversione globale al rischio e le incertezze politiche”.

Come sostiene l’Eurotower, “per la Bce servono progressi tangibili e tempestivi nel processo di revisione delle due direttive chiave dell’unione bancaria: quella sull’adeguatezza del capitale bancario (Crd) e quella sulla risoluzione delle banche in crisi (Brrd) armonizzandone gli aspetti discrezionali in capo ai singoli paesi”.

Nonostante i progressi sull’unione bancaria resta limitata la costruzione di gruppi bancari pan-europei che potrebbe aiutare i processi di integrazione.

Permane la necessità, di armonizzare le leggi fallimentari rimuovendo gli ulteriori ostacoli all’integrazione, tra questi la questione dei crediti deteriorati, l’armonizzazione delle norme a protezione dei consumatori considerando l’Eurozona una singola giurisdizione per calcolare i cuscinetti di capitale aggiuntivo richiesti da Basilea per le banche sistemiche.

Dall’Eurotower arrivano le spinte necessarie per rafforzare l’Unione Europea. In una realtà velocizzata, in cui il progresso scientifico ed i nuovi prodotti rivoluzionano i rapporti economici, è sempre più necessario accelerare i processi di integrazione Europea.

I principi di solidarietà umana tra i popoli dovrebbero essere considerati, sempre più, la base del progetto dell’Unione Europea. Di pari passo con l’integrazione pan-finanziaria si dovrebbe procedere con l’integrazione della politica fiscale, del lavoro, del welfare, della politica estera, militare, etc….. Insomma, fare quanto è necessario per la realizzazione di uno stato federale o di una confederazione di stati. Dopo settanta anni, l’Unione Europea è ancora un progetto incompiuto che sarebbe utile portare avanti.

Salvatore Rondello