Draghi tenta di avvertire il Governo Giallo-verde

Draghi-euroDurante il suo intervento all’European Banking Congress a Francoforte, il presidente della Bce, Mario Draghi, ha detto: “La mancanza di un consolidamento dei conti pubblici nei paesi ad alto debito pubblico aumenta la loro vulnerabilità agli shock, indipendentemente dal fatto che questi shock siano prodotti autonomamente mettendo in questione le regole dell’architettura dell’Ue o che arrivino attraverso un contagio. Per proteggere le famiglie e le imprese dall’aumento dei tassi di interesse, i paesi ad alto debito non dovrebbero aumentare ulteriormente il loro debito e tutti i paesi dovrebbero rispettare le regole dell’Unione Europa. Finora, l’aumento degli spread dei titoli sovrani è stato per lo più limitato al primo caso e il contagio tra i paesi è stato limitato. Questi sviluppi si traducono in condizioni più restrittive per i finanziamenti bancari all’economia reale. Ad oggi, sebbene si verifichi qualche ripercussione sui prestiti bancari in cui l’aumento degli spread è stato più significativo, i costi complessivi per i finanziamenti bancari rimangono vicini ai minimi storici nella maggior parte dei paesi, grazie ad una base di depositi stabili”.Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha avvertito nuovamente i paesi ad alto debito: se aumentano ulteriormente il loro debito, lo spread sale. Con un riferimento implicito all’Italia, Draghi ha detto: “In alcuni Paesi riflette la sfida alle regole di bilancio comuni. Anche se i rischi appaiono ancora bilanciati, e la frenata della crescita nell’Eurozona è normale e non prelude a una improvvisa interruzione, la Bce dovrà monitorare attentamente i rischi posti dalla ‘guerra dei dazi’ e l’inflazione di base deve ancora mostrare una tendenza al rialzo convincente”.
Si avverte un cambio di tono del presidente della Bce che potrebbe avere ripercussioni sulle prossime mosse di politica monetaria, con l’uscita dal Qe programmata a fine dicembre e un ipotizzabile rialzo dei tassi atteso per il prossimo autunno.
Il presidente della Bce ha aggiunto: “Se i dati in arrivo confermeranno la convergenza verso gli obiettivi, la Bce procederà come stabilito. Ma il consiglio ha anche notato che le incertezze sono aumentate e dunque a dicembre, con le nuove previsioni disponibili, saremo più in grado di fare una piena valutazione”.
Lunedì prossimo ci sarà una riunione straordinaria dell’Eurogruppo dedicata alle proposte di riforma dell’Eurozona. Nella riunione, con inizio alle ore 11 per terminare in serata, non si discuterà della manovra finanziaria italiana, di cui però si parlerà, senza dubbio, a margine della riunione. Della questione italiana se ne occuperà, molto probabilmente, l’Eurogruppo successivo, previsto il 3 dicembre, sempre a Bruxelles.
Lo ha confermato oggi a Bruxelles una fonte Ue qualificata che ha detto: “Senza dubbio si parlerà di Italia a margine dell’Eurogruppo, ma non nella riunione dei ministri delle Finanze, perché non è in programma. Penso che l’Italia tornerà sul tavolo nella riunione del 3 dicembre, quando l’Eurogruppo avrà a disposizione il pacchetto delle opinioni della Commissione sui documenti programmatici di bilancio, che potrebbe anche comprendere qualcosa sulla procedura per deficit eccessivo”.

Il governo italiano continua a difendere la manovra ed insiste nei tentativi di rabbonimento della Commissione Ue. Luigi Di Maio, a margine del tavolo sulla Pernigotti, ha affermato: “Quando Austria e Olanda ci chiedono di rispettare tutte le regole, chiedono una manovra lacrime e sangue che è esattamente l’opposto di quanto ci hanno chiesto gli italiani il 4 marzo. Noi andiamo avanti perché l’alternativa è massacrare ancora di più i pensionati, massacrare ancora di più disoccupati e massacrare ancora di più le imprese. L’alternativa non può essere questa”.
Il ministro del Tesoro, Giovanni Tria, intervenendo da Padova alla presentazione del rapporto annuale della Fondazione Nord Est, ha detto: “L’Europa siamo noi e lo sarà anche di più se dialoghiamo con convinzione per definire al strategia per governare le transizioni, sulle quali la nostra manovra offre una risposta diversa dal passato, ma non meno solida e meno credibile”.
Il premier Giuseppe Conte, rispondendo ai cronisti ad Abu Dhabi, ha spiegato: “Con il presidente della commissione Ue, Jean Claude Juncker, parlerò perché non si avvii una procedura d’infrazione non per modulare la sua applicazione”. Conte, a inizio settimana sentirà Juncker per concordare, successivamente un faccia a faccia.

Se ‘errare umanum est’, perseverare è diabolico. Ricordiamoci anche che ‘se il diavolo fa le pentole non fa i coperchi’. Non è detto che la legge sulla finanziaria verrà firmata dal Presidente Sergio Mattarella. Intanto il governo Conte non ha più la maggioranza al Senato: dieci senatori eletti nel M5S stanno per lasciare il gruppo parlamentare di appartenenza e non è da escludere che il numero possa aumentare. In realtà non è l’Ue che chiede lacrime e sangue agli italiani, ma la formulazione della manovra fatta dall’attuale governo.

Manovra, iniziata un’altra settimana di passione

salvini di maio

In mattinata, a quanto si apprende da fonti di governo, si è svolto un vertice a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte, il vicepremier Matteo Salvini ed il sottosegretario Giorgetti per fare il punto sul decreto fiscale e sulla manovra in vista della lettera di risposta da inviare a Bruxelles. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ed il vicepremier Luigi Di Maio, stranamente, non hanno partecipato.

Nel frattempo, il facente funzioni di presidente dell’Istat, Maurizio Franzini, in audizione davanti alle Commissioni di Camera e Senato sulle misure della manovra, ha dichiarato: “Quattro famiglie su 10 sotto la soglia di povertà (il 40,7%) vivono in case di proprietà, sulle quali una su 5 paga un mutuo medio di 525 euro, mentre il 15,6% in abitazioni in uso o usufrutto gratuito. Il 43,7% vive invece in affitto, quota che è particolarmente elevata nei centri metropolitani (64,1%) e nel Nord del Paese (50,6%). La spesa media effettiva per l’affitto è di 310 euro.

La rinuncia a visite o accertamenti specialistici per problemi di liste di attesa complessivamente riguarda circa 2 milioni di persone (3,3% dell’intera popolazione, mentre, sono oltre 4 milioni le persone che rinunciano per motivi economici. A rinunciare di più sono i più anziani, tra i 45 e 64, e rilevante è l’intreccio tra rinuncia e condizioni economiche. Ipotizzando costanti sia i tassi di fecondità osservati nel 2017 per ordine di nascita, sia la popolazione femminile residente tra i 15 e 49 anni al 1 gennaio 2018, si stima la nascita di circa 51 mila terzi figli nel 2019. Questo numero era intorno ai 53 mila tra il 2013 e 2015 e intorno a 51 mila tra il 2016 e 2017″. La media di figli per donna, per le nate a metà degli anni 70, è stimato nell’1,4% e che a livello nazionale la quota di donne senza figli è in continuo aumento da una generazione all’altra: era di circa una su 10 per le nate nel 1950, è cresciuta a circa 1 su 5 per le nate a metà degli anni 70. Parallelamente aumentano, leggermente, le donne con un solo figlio e crolla il numero di donne con almeno due figli”.

Il vice presidente della Bce, Luis De Guindos, ha detto: “Un effetto contagio dall’Italia è stato finora limitato, ma rimane una possibilità. Sul fronte delle finanze pubbliche, l’Italia è il caso più importante al momento, visto il livello del debito e delle tensioni politiche sui piani di bilancio del governo. Le forti reazioni del mercato agli eventi politici hanno scatenato nuove preoccupazioni sul nesso tra banche e debito sovrano in alcune parti d’Europa. E questo è alla base della richiesta di disciplina fiscale e del rispetto delle regole”.

E’ iniziata un’altra settimana di passione per l’Italia, stretta tra la risposta sulla manovra da inviare alla Commissione europea entro domani, e l’attesa dei mercati per l’esito della trattativa, con lo spread che venerdì si era riposizionato attorno ai 300 punti e nuovi titoli di Stato da collocare tra lunedì e martedì. Se nel fine settimana si era un po’ allentata la tensione Roma-Bruxelles, a riaccendere lo scontro è stato un duro botta e risposta a distanza tra Matteo Salvini e il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, prima sui migranti e poi, inevitabilmente, sulla manovra. L’Italia ha già avuto flessibilità per 30 miliardi e ora deve rispettare le regole, è il messaggio di Juncker, cui il leader leghista ha risposto insolentemente: “Non siamo cocciuti ma lasciateci lavorare”. Salvini si mostra spavaldo anche di fronte all’ipotesi, ormai incombente, dell’apertura di una procedura con queste affermazioni provocatorie: “Ispettori Ue? Manca solo l’ispettore Derrick e il tenente Colombo. I fondamentali non saranno toccati. Ben vengano i consigli ma i diktat saranno rispediti al mittente”.

Il clima incandescente certo non aiuta l’opera di tessitura che Giuseppe Conte, forse, sta cercando di mettere in atto e che potrebbe portare a un incontro, al momento ancora non in agenda, proprio con Juncker. Il premier, prima di partire per Palermo per la conferenza sulla Libia, potrebbe vedere di nuovo il ministro dell’Economia Giovanni Tria, per mettere a punto i dettagli delle (poche) concessioni che l’esecutivo è pronto a fare a Bruxelles: da un lato una revisione al ribasso del Pil, che tenga conto dello scenario che si è deteriorato da settembre a oggi, e che diventerebbe così più vicino alle stime europee (1,2% contro l’1,5% italiano) che pure tengono conto di un effetto espansivo della manovra, anche se meno di quanto ipotizzato dal governo.

Dall’altro lato ci potrebbe essere la promessa di una clausola, forse automatica, di taglio della spesa in caso di sforamento. Nulla di più, almeno per ora. L’azione del governo in queste ore è anche sotto la lente degli ispettori dell’Fmi, in Italia per la consueta missione nell’ambito dell’Article IV, che incontreranno Tria proprio martedì, quando scade il termine per inviare il nuovo Draft Budgetary Plan a Bruxelles. In questo contesto incandescente Piazza Affari da settimane subisce contraccolpi. Il grafico del Ftse All Share è in rosso perenne, con una flessione che da inizio anno ha toccato oltre il 12%. Ancora peggio il Ftse Italia All Share banks, quello delle banche, che perde il 25%. Istituti di credito che rischiano di subire più di altri i contraccolpi dell’instabilità perché sovraesposti al debito pubblico, con oltre 369 miliardi di titoli in portafoglio. E proprio domani il Tesoro tornerà sul mercato offrendo in asta Bot a un anno. Martedì sarà invece la volta dei Btp a 3, 7 e 20 anni. Entrambe fino a 5,5 miliardi. Le ultime emissioni hanno registrato tassi al top da 5 anni.

Domani ci sarà un altro vertice del Consiglio dei Ministri prima di inviare la lettera a Bruxelles sulla manovra. Sembrerebbe che la posizione con l’Ue sia rimasta distante senza nessun sostanziale cambiamento. Il vicepremier Salvini ha minacciato che se l’Ue applicherà le sanzioni all’Italia, non verrà più corrisposto il contributo dell’Italia all’Ue. Affermazioni gravi e dirompenti.

Vilfredo Pareto, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale scrisse: “Al governo delle volpi si sostituirà il governo dei leoni e dopo finiranno per sbranarsi”. Allora, come la storia insegna, le affermazioni di Pareto si avverarono tragicamente.

Speriamo che in futuro questo non avvenga, ma, purtroppo la situazione emersa in Italia non promette niente di buono.

Salvatore Rondello

Draghi all’Italia, ineludibile ridurre il debito

Draghi-EurozonaAll’eurogruppo di lunedì scorso, il presidente della Bce Mario Draghi, durante la riunione alla quale ha partecipato il ministro dell’Economia Giovanni Tria, ha insistito sulla necessità che l’Italia riduca il suo debito elevato. E’ quanto si apprende da fonti europee. Prendendo la parola nella riunione dei ministri dell’Economia dell’Eurozona dedicata all’Italia, Draghi ha sottolineato come ridurre il debito sia una responsabilità che va al di là di quanto richiesto dalle regole europee.

L’ultimo Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha deciso di indicare l’italiano Andrea Enria come prossimo presidente del Consiglio di Vigilanza bancaria. La proposta di Enria, attualmente presidente dell’Autorità bancaria europea, sarà sottoposta al vaglio formale dell’Europarlamento.

Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea lo ha preferito alla numero due della Banca centrale irlandese Sharon Donnery.

Per un anno dunque le due massime autorità della Bce saranno a guida italiana: Mario Draghi, in scadenza a fine ottobre 2019, e Andrea Enria, che resterà in carica per 4 anni e succede alla francese Danièle Nouy. Ora la sua nomina dovrà essere confermata dal Parlamento europeo e dal Consiglio europeo formato dai Governi nazionali. Enria sarà a capo di un istituto, la Bce, che esercita la vigilanza diretta sulle maggiori 118 banche dell’Eurozona, che detengono quasi l’82% degli attivi bancari nell’area dell’euro. Le banche più piccole continuano a essere sottoposte alla vigilanza esercitata dalle autorità nazionali competenti in stretta collaborazione con la Bce. La Bce può comunque decidere in ogni momento di assumere la vigilanza diretta di un qualsiasi istituto al fine di assicurare l’applicazione coerente di standard di vigilanza elevati.

La proposta finale spettava al Consiglio direttivo della Bce che si è espresso con 21 voti e non 25 (i 19 governatori delle banche centrali della zona euro e i 6 membri del board della Bce), in virtù del sistema di rotazione che disciplina l’assegnazione dei diritti di voto, in vigore dal 1° gennaio 2015 con l’ingresso della Lituania nell’euro. La rotazione, che esclude dalla votazione quattro membri del Council, sembrava in effetti favorire Enria perché questo mese non votano tre Paesi considerati falchi come Lettonia, Lituania e Lussemburgo e non ha votato neppure il governatore della Banca centrale francese, visto vicino alla posizione della Germania.

Andrea Enria, 57 anni, spezzino, laureato alla Bocconi, dal 2008 al 2010 è stato a capo della supervisione bancaria della Banca d’Italia. Dal 1º marzo 2011 è stato il primo presidente dell’Autorità bancaria europea (e la conseguente gestione degli stress test bancari) per la quale nel 2015 è stato riconfermano per un secondo mandato di presidenza. Enria ha contribuito a creare l’Eba, l’authority che il prossimo anno si trasferirà da Londra a Parigi in seguito alla Brexit. L’Eba ha fissato gli standard patrimoniali per le banche che la Bce ha poi fatto rispettare nella sua attività di supervisione.

Tanto Enria quanto Donnery sono considerati falchi moderati, non colombe: tuttavia i Paesi core appoggiano più Donnery, i periferici più Enria. Detto questo, il conteggio delle possibili preferenze tra l’italiano e l’irlandese (servono come minimo 11 voti per divenire chair dell’SSM) dava incerti i due voti della Spagna (il vice-presidente Bce Luis de Guindos e il Governatore del Banco de España Pablo Hernández de Cos) e del Governatore irlandese della Central Bank of Ireland, Philip R. Lane. Un testa a testa dall’esito incerto fino all’ultimo istante. Enria negli ultimi giorni aveva conquistato terreno rispetto a Donnery disposta a rinunciare all’SSM per divenire governatrice della Banca centrale irlandese e spianare la strada al governatore Philip Lane per il posto del capo economista Peter Praet che si libera nel giugno 2019.

Durante il recente voto nel comitato dei coordinatori che si occupano di finanza e mercati al Parlamento europeo si era verificato un pareggio tra Enria e Donnery. Sarebbe stata la mancanza del voto del coordinatore della Lega, assentatosi al momento del voto, a far mancare a Enria il voto della vittoria.

S. R.

Dall’Europa arriva il test per le banche

Banche popolari-fiduciaOggi, sono arrivati i nuovi stress test dell’Autorità bancaria europea (Eba), l’organismo che da Londra vigila sulle banche dell’Unione europea affiancando la Banca centrale europea. Stavolta, in assenza di sorprese, per le 4 banche italiane coinvolte, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Ubi e Banco Bpm, non si sono state bocciature o risultati dirompenti. Soltanto Bpm sarebbe quella con l’eccedenza di capitale Cet1 più esile rispetto a quanto chiesto negli Srep della Bce 2018, trovandosi al di sopra con un solo punto percentuale.

Gli scenari di ‘stress’ test, il banco prova a cui vengono sottoposti i bilanci delle maggiori 48 banche dell’Unione europea nelle ipotesi di grave recessione, balzo dei tassi, crollo dei prezzi immobiliari, partono da una fotografia iniziale che è quella di fine 2017, cioè qualche mese prima che il balzo degli spread della primavera di quest’anno facesse peggiorare nuovamente il quadro di numerosi istituti, tornando a far parlare di nuovi aumenti di capitale a causa dei prezzi delle azioni tornati ai minimi storici nelle ultime settimane, e del deterioramento dell’ingente attivo custodito sotto forma di Btp. Non ci saranno promossi o bocciati, non essendoci una soglia ufficiale di capitale Cet1.

Lo ‘scenario avverso’ vedrebbe per l’Italia un calo del Pil dello 0,6% nel 2018, dell’1,5% per il 2019 e -0,6% per il 2020, con disoccupazione in rialzo fino al 12,7% alla fine del periodo e un calo sensibile dei prezzi immobiliari (-7,3%, -4,9% e -0,1% rispettivamente). Per la Borsa si ipotizza un crollo del 35% quest’anno, del 31% il prossimo innescato da una Brexit in grado di scuotere i mercati, del 25% nel 2020.

Gioca a favore dell’Italia il fatto che le banche italiane più problematiche siano escluse dai test dell’Eba (a partire da Carige, che invece sarà passata al setaccio dalla Bce che a gennaio comunicherà i risultati ai singoli istituti, e Mps, esclusa dai test essendo del tesoro dopo il salvataggio).

Sembrano più ottimisti gli analisti dell’agenzia di rating canadese Dbrs, nonostante lo scenario dell’Eba sia duro, che noterebbero i presupposti di partenza meno rigidi per gli spread e l’assenza di una soglia minima per il coefficiente patrimoniale Cet1 che risulterebbe dopo lo stress simulato. Le quattro banche italiane appaiono tutte ben al di sopra del 5,5% di capitale Cet1 minimo fissato come standard dai principi di Basilea2.

Tuttavia, i risultati dell’esercizio dell’autorità guidata da Andrea Enria saranno di grande importanza per il ‘dopo’, cioè quando la Bce valuterà l’adeguatezza patrimoniale su base ‘fully loaded’, ossia con i nuovi criteri Ifrs9 (che impone alle banche una stretta sulla gestione dei rischi in tutto il processo del credito) a regime dal 2021 e con i criteri transitori da qui fino ad allora. Francoforte potrà alzare i requisiti patrimoniali, in una congiuntura caratterizzata dall’incognita Brexit, da una crescita globale che rallenta, dalla fine del Qe che impatta inevitabilmente sull’Italia, e dalle Borse sotto pressione dopo anni di rialzi.

L’attenzione potrebbe finire anche sulle banche tedesche, con Deutsche Bank particolarmente indebolita dai recenti risultati. Ma nel frattempo, come specificato nelle nuove linee guida sugli Npl, l’Eba si appresterebbe a chiedere strategie di gestione dei crediti deteriorati quando questi superino il 5%., segno che il pressing, in tandem con quello della Bce, su questo ‘vulnus’ delle banche italiane proseguirà per un bel po’.

Quindi, si presenterebbe uno scenario macroeconomico duro, con una recessione che toglierebbe al Pil italiano un 2,7% in tre anni. Ma allo stesso tempo criteri meno rigidi per la valutazione dello spread, e dunque per i circa 380 miliardi di euro di titoli di Stato in portafoglio alle banche italiane.

Ma queste previsioni, molto probabilmente, non verranno prese in considerazione dal governo italiano che proseguirà imperterrito il suo percorso a sostegno della manovra di bilancio giunta ormai in Parlamento per la discussione.

Senza le modifiche richieste dalla Commissione Europea entro il 21 novembre, arriverebbe dall’UE la definitiva bocciatura e ci sarebbero le sanzioni da applicare all’Italia. Poi, molto probabilmente, inizierà la propaganda elettorale antieuropeista fatta da Lega e M5S con gli slogan in cui l’Europa sarà colpevole di non aver approvato la manovra ‘espansiva’ del governo italiano.

S. R.

Il ministro Tria sta dalla parte di Draghi

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Il ministro dell’Economia Giovanni Tria in occasione della festa del quotidiano ‘Il Foglio’ a Firenze, ha detto: “E’ chiaro che lo spread a questo livello è dannoso. Draghi ha detto la realtà come banchiere centrale. Non ha detto niente di strano. Ma come facciamo a farlo scendere? Basta abbassare il deficit al 2,2%. Può contare nei rapporti con Europa, ma i decimali non credo preoccupano i mercati. Ad alimentare lo spread non sono i fondamentali dell’economia o i numeri della manovra, ma l’incertezza politica su dove va il Paese. La domanda che gli investitori si fanno è: vuole rompere con l’Europa o no? Bisogna giudicare i fatti, le cifre. La cifra stanziata per il reddito cittadinanza è di 9 miliardi inferiore ai 10 miliardi degli ottanta euro. La verità è che i mercati avvertono un’incertezza su dove va il Paese. Quanto alla manovra, nessuno può giudicare solo con un trimestre. La spesa pubblica si tiene sotto controllo sempre. La spesa la conosciamo mese per mese, mentre il gettito ha scadenze diverse. E la crescita non si misura in tempi brevi. Non vedo pessimismo sui tassi crescita, viene contestata nostra previsione. Tutti dicono che bisogna abbassare toni, ma c’è bisogno di lucidità di giudizio.

Il precedente governo stimava nel 2019 l’1,4%, noi abbiamo stimato 1,5%. Se non ci sarà crescita così, ci sarà un deficit del 2,8%. E’ un deficit normale in una manovra espansiva. Gli investimenti pubblici sono importanti, la carenza di investimenti pubblici riguarda tanti Paesi in Europa e negli Stati Uniti. Nel bilancio dello Stato ci sono soldi per gli investimenti, ma non riusciamo ad attivarli. Stiamo cercando di superare questa difficoltà. Dobbiamo togliere gli intoppi. Si è distrutta la capacità della pubblica amministrazione di fare progetti. Stiamo cercando di fare una struttura centrale di alto livello per farlo. Devono ripartire i cantieri, non si possono tenere bloccate le opere pubbliche”.

Il ministro dell’Economia, con riferimento ad Alitalia, ha detto: “Abbiamo tre commissari, ma non ho visto ancora un piano industriale. C’è un prestito ponte di 900 milioni che deve essere restituito. Perciò bisogna consultarsi con l’Ue per fare in modo che ogni decisione sul prestito sia presa in accordo con l’Unione e nel rispetto degli impegni presi dall’Italia quando è stato autorizzato il prestito. Occorre evitare la liquidazione di Alitalia in quanto per il nostro Paese è utile avere una compagnia efficiente. Quanto all’ipotesi dell’intervento di Fs nel capitale di Alitalia il consiglio d’amministazione della società del Tesoro farà le sue valutazioni in autonomia”.

Infine, sull’Europa Tria ha detto: “Il vero problema dell’Europa è non avere un centro politico discrezionale. Quello che sta accadendo in Europa non è colpa dell’Italia. Dipende dal fatto che l’Europa non è al passo con il resto del mondo. L’Europa sta perdendo di vista le ragioni dello stare insieme, alcuni Paesi dicono no a qualunque proposta”.

Per adesso, l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha confermato il rating sovrano dell’Italia a BBB anche se realisticamente ha rivisto al ribasso le prospettive. L’outlook è infatti sceso a ‘negativo’ dal precedente ‘stabile’. Per ora nessun declassamento, quindi, ma le nuvole nere sono all’orizzonte. L’Italia resta infatti a due gradini dal livello ‘spazzatura’, ma le prospettive negative possono portare a un potenziale declassamento tra qualche mese. Se il presente è più o meno salvo, il futuro dell’Italia per S&P è pieno di incognite. A preoccupare sono soprattutto le deboli prospettive di crescita e le tensioni con l’Europa. E nel mirino dell’agenzia di rating c’è il piano economico del governo che rischia di indebolire la performance di crescita dell’Italia. La manovra messa in piedi dal governo Conte, secondo l’agenzia di rating, rischia di indebolire la crescita dell’economia italiana e per questo l’agenzia S&P ha tagliato le stime sul pil del biennio 2018-19, che dal precedente +1,4% per entrambi gli esercizi ora sono a +1,1% sia per quest’anno che per il prossimo. S&P ritiene inoltre che le politiche fiscali del governo non consentiranno al rapporto debito pil di diminuire. Secondo l’analisi di S&P: “Il debito pubblico dell’Italia rispetto al Pil non continuerà più su una traiettoria discendente”.

Anche per altri autorevoli esperti, la crescita sarebbe inferiore alle attese, il deficit oltre le previsioni, e quindi avverrebbe la fuga degli investitori dal debito. Sono questi gli spettri che aleggiano sull’Italia secondo lo studio fatto dagli economisti Olivier Blanchard e Jeromin Zettelmeyer, ‘The Italian Budget: A Case of Contractionary Fiscal Expansion?’, pubblicato sul sito del Peterson Institute for International Economics.

Gli autorevoli economisti hanno scritto: “L’espansione fiscale annunciata, molto probabilmente, non riuscirà ad aumentare la crescita e potrebbe persino ridurla. Il disavanzo diventerebbe ancora più grande del previsto. I sostenitori del governo rimarrebbero insoddisfatti. Il governo potrebbe tenere il punto, e gli investitori fuggirebbero, causando una seria crisi. Inoltre, è anche possibile che ci sia una fuga dal debito italiano ancor prima dell’effettiva implementazione della manovra a gennaio. Mentre se gli spread restassero elevati ma stabili nei prossimi mesi, ci sarebbe una nuova sfida in attesa: la sfida a superare il rallentamento della crescita i cui semi sarebbero stati piantati dalla manovra espansiva di quest’anno. Questa, più della prospettiva di uno stallo perpetuo con la Commissione Europea, è la reale minaccia per l’Italia nei prossimi due anni”.

Secondo i due economisti: “Gli effetti generalmente espansivi della manovra bocciata dalla Ue verrebbero prevedibilmente annullati dall’impennata nei tassi di interesse. Anche ipotizzando un moltiplicatore particolarmente generoso. Esperti e mercati sono ora attenti a come questo confronto potrebbe evolversi. Il punto ad ogni modo è se la proposta di bilancio possa davvero supportare l’economia italiana, come sperato e sostenuto dal governo. Noi temiamo di no. Anzi, è molto più probabile che le politiche proposte abbiano l’effetto contrario. E questo per l’impatto dello spread. A partire da metà aprile, i rendimenti dei titoli italiani sono cresciuti di circa 160 punti base. Ciò si è verificato in due fasi: in maggio, quando la squadra e il programma della coalizione di governo si stavano delineando, e a fine luglio, quando hanno iniziato a diffondersi le notizie sui contenuti della manovra. La proposta di bilancio dell’esecutivo riconosce questo aumento, ma lo tratta come esogeno, sottintendendo che l’Italia avrebbe fatto fronte a dei tassi di interesse più elevati anche se il governo si fosse attenuto al percorso di consolidamento fiscale annunciato dai suoi predecessori. Ciò non ha senso: l’aumento dei tassi di interesse è una reazione derivante dalle politiche descritte nella proposta di bilancio. A essere onesti, la crescita dei rendimenti riflette un insieme più vasto di preoccupazioni, tra cui i dubbi sulla volontà del governo di restare all’interno dell’Eurozona. Da qui i rischi che la crescita disattenda le attese, basandosi su una previsione di spread che potrebbe essere diversa dalla realtà”.

Ma anche dall’Italia, le analisi economiche rilevate dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre sono preoccupanti.

Per l’Ufficio Studi della Cgia: “Sebbene sia in arrivo la fatturazione elettronica, nel 2019 il numero delle scadenze e degli adempimenti fiscali è infatti destinato ad aumentare fino a sfiorare quota 100, in particolar modo per le realtà produttive di piccola dimensione che intrattengono scambi commerciali con l’estero (import ed export). Nel 2019, infatti, la pressione fiscale italiana è destinata ad attestarsi al 41,8%, stesso livello del 2018 e il numero delle scadenze fiscali, invece, subirà una forte impennata, soprattutto per le piccole imprese che lavorano con partner stranieri. Non per tutti, comunque, sarà così. Anche se in misura quasi impercettibile, i lavoratori autonomi potranno contare su un piccolo alleggerimento. Un’impresa artigiana senza dipendenti, ad esempio, lungo i 12 mesi del 2019 dovrà versare all’erario o inviare la propria documentazione fiscale all’Amministrazione finanziaria 29 volte (una in meno rispetto al 2018), ma una impresa commerciale con 5 dipendenti lo dovrà fare 88 volte e una piccola impresa industriale con 50 dipendenti addirittura 99. E in entrambi questi ultimi due casi, le scadenze aumenteranno di 10 unità a causa degli effetti delle disposizioni previste dalla Legge di Bilancio 2018 che, a partire dall’anno venturo, ha stabilito che entro la fine del mese successivo bisognerà inviare all’Agenzia delle Entrate i dati relativi alle cessioni e all’acquisto di beni e prestazioni di servizi rivolte a soggetti non residenti nel territorio italiano. La riduzione per l’azienda artigiana, invece, è riconducibile al fatto che dall’anno prossimo, con l’introduzione della fatturazione elettronica, verrà abolito lo spesometro. A regime, pertanto, questi lavoratori autonomi risparmieranno due adempimenti. Nel 2019, comunque, ne conteremo solo uno in meno, perché a febbraio dovranno comunque inviare la comunicazione relativa al secondo semestre 2018”.

Secondo l’elaborazione effettuata dall’Ufficio studi della Cgia, tra liquidazioni e versamenti di acconti e saldi di imposta, invii e trasmissioni telematiche all’ Inps e all’Agenzia delle Entrate: “il peso della burocrazia fiscale ha raggiunto livelli inaccettabili costringendo le imprese a sostenere non solo perdite di tempo inammissibili, ma a sobbarcarsi anche dei costi aggiuntivi spesso proibitivi. E a differenza delle altre, le piccolissime imprese sono le più penalizzate. Non potendo contare su uffici amministrativi interni da dedicare anche a queste problematiche, le piccole aziende sono costrette ad esternalizzare queste incombenze, pagando però un conto salato nel momento in cui sono chiamate ad onorare i servizi ricevuti”.

Il coordinatore dell’Ufficio Studi della Cgia, Paolo Zabeo, ha commentato: “Mentre gli imprenditori chiedono da tempo di abbassare il carico tributario e di alleggerire l’oppressione fiscale, la politica, che ad ogni piè sospinto non manca l’occasione per annunciare imminenti sburocratizzazioni e mirabolanti tagli alle tasse, nei fatti sta spingendo il sistema fiscale nella direzione opposta, incrementando le scadenze e, quando va bene, rinviando a tempi migliori la riduzione delle imposte”.

Il segretario della Cgia di Mestre, Renato Mason, ha spiegato: “In linea generale in nessun altro Paese d’Europa viene richiesto uno sforzo fiscale come quello presente in Italia. E nonostante la nostra giustizia civile sia lentissima, la burocrazia abbia raggiunto livelli ormai insopportabili, la Pubblica amministrazione rimanga la peggiore pagatrice d’Europa e il sistema logistico-infrastrutturale registri dei ritardi spaventosi, le nostre imprese continuano a reggere la sfida e a presidiare i mercati internazionali con performance sorprendenti”.

Dovrebbe essere dunque ormai chiaro al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che il gioco dei ‘furbetti del quartierino’ non ha mai retto, come non potrà reggere la finanziaria basata su illusori cambiamenti che non rispondono alla realtà. Non basta dare ragione al Presidente della Bce con le parole, occorrerebbero i fatti.

Salvatore Rondello

L’ATTACCO

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Parte il secondo round di accuse del Governo italiano verso le istituzioni europee, stavolta contro il numero uno della Bce, Mario Draghi, l’uomo che ha alleggerito il carico del debito dei Paesi più sofferenti della zona Euro (come l’Italia) con il quatitative easing.

Luigi Di Maio ha attaccato Mario Draghi,  dopo il monito lanciato ieri dal presidente della Bce sull’aumento dello spread che sta incidendo sul capitale delle banche italiane. Il vicepremier pentastellato, su Rai2, ospite della trasmissione ‘Nemo’, ha detto: “Mi meraviglia che un italiano a capo della Bce si metta ad avvelenare ulteriormente il clima. Stiamo facendo una manovra mai fatta prima, dalla parte dei deboli e non delle lobby e delle banche. Stiamo mantenendo le promesse e non torniamo indietro”.

Parlando con Enrico Lucci, Di Maio ha spiegato: “Sostenere le banche non significa prendere i soldi agli italiani, lo spread sale perché c’è la paura che noi vogliamo uscire dall’euro e dall’Europa. Ma non è vero non è nel nostro contratto di governo e noi non vogliamo uscire”.

Di Maio, però, forse non sa che, un uomo politico serio, prima di fare promesse elettorali agli elettori avrebbe il dovere di verificarne la praticabilità.

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico ha poi affrontato il capitolo Standard&Poor’s, che dopo la bocciatura di Moody’s la scorsa settimana, potrebbe annunciare stasera prospettive negative sulla tenuta del debito italiano che preludono a un possibile declassamento tra pochi mesi. Di Maio ha affermato: “Non ho paura del giudizio di Standard&Poor’s. La Francia è più indebitata di noi, che abbiamo un debito privato quasi inesistente e questo crea stabilità”.

Infine, Di Maio non ha risparmiato una stilettata all’ex premier, Matteo Renzi. Ha così commentato: “Ci vuole poco a essere meglio di Renzi, ma decideranno i cittadini. Al Circo Massimo c’erano 30mila persone, e se guardate la nostra area bibite, quello era il numero delle persone della Leopolda”.

In soccorso del governo italiano sono arrivate le dichiarazioni del presidente dell’Associazione delle banche russe, Garegin Tosunyan, che, a margine del XI Forum economico eurasiatico di Verona,  ha detto: “Senza dubbio c’è un interesse reciproco tra Russia e Italia, anche sul mercato dei titoli. Ovviamente prima dell’emissione dei titoli è molto importante una valutazione dei rischi, ma è un fatto che la Russia e l’Italia abbiano intenzione di venirsi incontro. Non solo lungo lo spettro dei vari prodotti e dell’energia, ma anche sul mercato finanziario. Lo dimostra il lavoro attivo delle banche italiane sul mercato russo, e l’attivo interesse dei russi verso l’Italia sugli investimenti possibili”.

Oggi, Piazza Affari ha ridotto il calo dopo le notizie sul Pil trimestrale Usa migliore delle stime. L’indice Ftse Mib è sceso dell’1,1% a 18.726 punti, con Eni (+0,51%) unico titolo in rialzo, mentre Intesa cede lo 0,85% e Unicredit l’1,31%. Nonostante lo spread in calo a 308 punti restano pesanti Ubi Banca (-3%), Banco Bpm (-2,6%) e, soprattutto, il Carige (-4,35%). Più cauta Mps (-1,46%), mentre continuano le vendite su Saipem (-5,41%). Fuori dal paniere principale, prosegue la corsa di Astaldi (+4,9%), mentre frena Tiscali (-7%).

Il Tesoro ha venduto tre miliardi di euro del nuovo Ctz novembre 2020 e 996 milioni del Btp indicizzato maggio 2028. I rendimenti in asta sono balzati per entrambi i titoli, raggiungendo il 2,34% per il Btp (+78 centesimi rispetto al collocamento di fine luglio) e l’1,626% per il Ctz (+91 centesimi rispetto a un mese fa).

Oggi c’è molta attesa per il giudizio di Standard & Poor’s sull’Italia. Dopo l’avvertimento di Fitch, che ha espresso dubbi sulla manovra, e la bocciatura di Moody’s della scorsa settimana, l’agenzia di rating statunitense potrebbe annunciare prospettive negative sulla tenuta del debito italiano facendo tornare l’incubo del declassamento. Attualmente il nostro Paese si trova un gradino sopra il livello dei cosiddetti ‘titoli spazzatura’, ovvero alla soglia del ‘non investment grade’, la categoria di imprese e Paesi cioè molto rischiosi per la platea di investitori. Ma quali sarebbero i rischi per l’Italia nel caso di un’ulteriore previsione al ribasso?

Se Standard & Poor’s si esprimesse con una revisione in negativo dell’outlook, cioè le prospettive future, il mercato potrebbe cominciare a riposizionarsi con effetti quasi immediati, anche se non meccanici. In primo luogo, potrebbero cambiare le politiche di investimento dei grandi fondi internazionali, ossia fondi comuni o fondi pensione, che diversificano e mettono un tetto massimo ai titoli più rischiosi.

Ci sarebbe poi da considerare l’effetto scia che il downgrade di un rating sovrano porta con sé. Le agenzie di rating riuniscono i comitati e valutano le implicazioni del declassamento di un Paese sulle società residenti che emettono obbligazioni. Sarebbe, nel caso, quasi scontata una revisione per il settore pubblico (Comuni, pubblica amministrazione), per quello delle partecipate statali e soprattutto per quello delle banche, molto esposti sui titoli governativi.

Quanto allo sguardo delle Authority europee nei nostri confronti non cambierebbe molto. Per le regole della Bce, sia ai fini del QE che ai fini delle operazioni di rifinanziamento con Titoli di Stato come garanzie collaterali (beni offerti in garanzia di un prestito), basta che almeno una delle quattro agenzie mantenga il Paese in area investment grade per continuare le operazioni.

Salvatore Rondello

Tria e Conte spaventati dallo spread

tria conte

Dopo che lo spread ha superato quota 320 punti, sono arrivate le parole del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, intervenuto nella trasmissione ‘Porta a Porta’ sull’andamento del differenziale tra Btp e Bund: “Lo spread sopra i 300 punti non è una febbre a 40, ma neanche 37, ma è un livello che non possiamo tenere così troppo a lungo. Uno spread alto pone un problema al sistema bancario. Ci saranno gli stress test il prossimo mese, lì si vedrà situazione e vedremo come intervenire”.

Il titolare del Tesoro sembrerebbe di aver avviato il governo ad un percorso di ragionevolezza. Ma, si potrebbe anche dubitare. La borsa di Milano è la maglia nera in Europa da quando sono arrivate le prime notizie sulla manovra.

Il governo, intanto, tira dritto sulla manovra. Ma Tria ha anche detto: “Per ora non ci sono motivi per cambiarla, perché pensiamo che sia corretta, e non ho nessun piano B. Monitoreremo quello che accade sui mercati, sarà un’analisi razionale della situazione economica nella quale decideremo cosa fare. Al momento non ci sono elementi nuovi. Quanto ai rapporti con l’Europa, è chiaro che c’è un confronto costruttivo, c’è un dialogo con il commissario Ue Pierre Moscovici e con il vice presidente Dombrovskis, ma la lettera di ieri della Commissione Ue per molte parti mi ha lasciato perplesso e un po’ sorpreso per alcune valutazioni superficiali. Forse è stata scritta un po’ in fretta. È la prima volta che la Commissione Ue boccia una manovra da quando esiste questa giunta di regole denominate Fiscal compact. Ma nelle prime due decadi circa dall’introduzione dell’euro le regole sono state molto spesso violate, per primi da Germania e Francia, e non sono neanche state condannate, e poi ci sono state varie procedure di infrazione”.

Insomma, sembrerebbe che il governo stia maturando l’idea di poter cambiare la manovra, ma ha bisogno di ‘salvare la faccia’.

Tria ha così risposto, poi, alla domanda sulle critiche fatte dal portavoce della Presidenza del Consiglio Rocco Casalino sull’operato del Mef: “Non desidero commentare volgarità e minacce contro funzionari dello Stato  specie se questi ricoprono una funzione di garanzia ed indipendenza universalmente riconosciuta e prevista dall’ordinamento”.

Dura la reazione del Movimento 5 Stelle, che in una nota ha sottolineato: “L’audio rubato al Portavoce del Presidente del Consiglio, Rocco Casalino, è un’altra vergognosa pagina di giornalismo. Quelle parole erano dette in privato e tali dovevano rimanere. Non si trattava affatto di minacce ma il Portavoce riportava quella che è la linea del Movimento 5 Stelle, perché tutto il Movimento è convinto che alcuni tecnici del Mef non svolgono il proprio ruolo con indipendenza e professionalità. Ci sorprende che il ministro Tria invece di fare valutazioni di merito e pulizia nel suo Ministero li difenda a prescindere”.

Sull’argomento è intervenuto anche il premier, Giuseppe Conte che ha affermato: “Non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto affermato un mese fa. Già in quell’occasione ho espresso piena fiducia al mio portavoce Rocco Casalino”.

Il vicepremier Luigi Di Maio è intervenuto in merito allo spread affermando:  “Intervenire sullo spread significa monitorare lo stato della situazione, ascoltare gli istituti di credito, vedere le criticità. Sono fiducioso che lo spread nelle prossime settimane inizierà a scendere perché sono le settimane di dialogo con l’Unione europea e saranno definiti i dettagli della legge bilancio e ci sarà quindi consapevolezza sulla manovra”.

Da Mosca, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha detto alla stampa: “Se lo spread si alzasse ancora, e comunque anche se si mantenesse elevato, come ora a questo punto, certo sarebbe chiaramente una problema. Un problema di sistema. Perché paghiamo tanto di interesse. Dobbiamo augurarci che scenda, abbassiamo tutti i toni e facciamo sistema perché ciò avvenga”.

Domani potrebbe presentarsi il conto di Standard & Poor’s, con il rischio di un nuovo declassamento del rating italiano.

Ma il premier Conte ha spiegato: “Se arrivasse il downgrade, lo valuteremo. Io non sono contento se lo spread è alto. Ognuno deve contribuire facendo la propria parte. Io faccio la mia e infatti cosa ho detto fin da subito? Serve un dialogo costruttivo: la nostra manovra è seria, i fondamentali sono solidi, il codice di comunicazione che abbiamo adottato è un codice molto più tranquillo che in passato. E’ vero, c’è stata qualche dialettica verbale ma adesso dobbiamo metterla da parte e lavorare tutti assieme concentrandoci sull’obiettivo. Dobbiamo fare in modo che questo spread si abbassi”.

Matteo Salvini, dopo che la Lega e M5S hanno additato le banche come principali responsabili della crisi attuale, adesso sarebbe favorevole all’ipotesi di ricapitalizzazione delle banche in caso di aumento dello spread fino a quota 400, ventilata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti.

Sulle affermazioni di Giorgetti, Salvini ha detto: “Se qualcuno ne ha bisogno noi ci siamo. Senza fare gli interventi del passato. Se qualche banca o qualche impresa avrà bisogno noi ci siamo”.

Per quanto riguarda lo spread, Matteo Salvini ha aggiunto: “Se segue l’economia reale, scenderà inevitabilmente”.

Così, Matteo Salvini, o ha manifestato tutte le sue lacune sulla conoscenza delle teorie economiche, oppure ha saputo mentire.

Nel giorno del Consiglio direttivo della Bce, il Financial Times ha lanciato un appello alla Bce affinché rinvii la sua manovra di parziale riduzione degli stimoli monetari. Secondo il quotidiano finanziario: “Ci sono buone ragioni per riconsiderare i piani attuali”.

La Bce, invece, ha in programma di portare avanti fino a dicembre gli acquisti netti di titoli pubblici e privati dell’area euro, per poi interrompere questo canale e proseguire unicamente con il rinnovo dei titoli già accumulati che giungeranno a scadenza.

Ma, secondo il Financial Times vi sarebbe un crescente numero di fattori che metterebbero a repentaglio il quadro di miglioramento dell’economia in base al quale la Bce aveva deciso questo percorso. La crescita dell’area euro più debole, le tensioni internazionali sul commercio e le tensioni di mercato sull’Italia sarebbero i fattori di preoccupazione. La politica monetaria non va decisa a beneficio di un singolo Paese, ha chiarito il quotidiano londinese, ma le prospettive di risalita dell’inflazione sono meno solide. Pertanto, ha invitato la Bce a riflettere seriamente su un rinvio della rimozione degli stimoli.

La Banca centrale europea non si è smentita ed ha mantenuto la rotta tracciata sulla politica monetaria. Come ampiamente previsto ha confermato tutti i livelli dei tassi di interesse: zero sulle operazioni di rifinanziamento principali, 0,25 per cento sulle operazioni di rifinanziamento marginali e meno 0,40 per cento sui depositi presso la stessa banca centrale. L’istituzione ha anche confermato l’orientamento a mantenere i tassi ai livelli attuali almeno fino all’estate del 2019 e in ogni caso finché sarà necessario per assicurare lo stabile ritorno dell’inflazione ai livelli auspicati: inferiore ma vicina al 2 per cento sul medio periodo (circa 18-24 mesi).

Infine, in una nota, la Bce ha anche confermato “l’orientamento a concludere gli acquisti netti di titoli pubblici e privati dell’area euro, che proseguono ridotto al ritmo di 15 miliardi di euro al mese, dopo dicembre, se i dati più recenti confermeranno le prospettive di inflazione a medio termine”.

Questo aspetto è più controverso dato che il percorso di parziale riduzione del livello di stimolo è stato deciso nell’ottica di una economia in ripresa che favorisce la normalizzazione dell’inflazione. Da alcuni mesi, invece, stanno aumentando i segnali di indebolimento nell’area euro.

Nella consueta conferenza stampa esplicativa, il presidente Mario Draghi, al termine del Consiglio direttivo, ha affermato: “In un contesto di crescita economica diffusa sono necessarie politiche di bilancio in grado di ripristinare margini, e questo risulta particolarmente importante nei Paesi dove il debito pubblico è alto e dove il pieno rispetto delle regole Ue è cruciale per salvaguardare la fiducia”.

Il messaggio di Draghi è rivolto anche all’Italia, ribadendo quanto già affermato in precedenti interviste.

Sulla questione italiana, in ambito europeo, ci sarebbe qualche novità. La portavoce della Commissione, Mina Andreeva, a Bruxelles, oggi, ha riferito: “Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha avuto ieri un colloquio telefonico con la cancelliera tedesca Angela Merkel sui temi di attualità europei, e in particolare sulla manovra finanziaria italiana e sui negoziati per la Brexit”.

La portavoce non ha aggiunto nulla sul contenuto del colloquio riguardante la manovra italiana, limitandosi a ricordare che ieri il governo tedesco aveva preso posizione in merito alla questione.

Il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, aveva in effetti espresso il sostegno di Berlino alla posizione della Commissione, che ha respinto martedì il documento programmatico di bilancio italiano chiedendo di ripresentarne una versione rivista entro tre settimane, ma lasciando le porte aperte al dialogo con Roma.

Siebert, durante una conferenza stampa, ha detto: “La Commissione ha sottolineato, e noi l’appoggiamo fortemente in questo, che quello in corso (col governo italiano sulla manovra) è un processo cooperativo, e che si aspetta un dialogo costruttivo con l’Italia, e noi salutiamo con molto favore questo dialogo cooperativo e costruttivo”.

L’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, in una sua intervista, ha affermato: “Il Governo ha ottenuto quello che cercava: lo scontro con la Commissione Europea sulla Legge di Bilancio. Si sta costruendo il leit motif che ci accompagnerà alle elezioni europee. Il Governo è per il popolo, ma è ostacolato dalla burocrazia europea. Come si evolverà la linea del Governo nelle prossime settimane? Un ripensamento sulla dimensione e sui contenuti della manovra? I due vice premier hanno escluso che si cambi di un solo euro. Il ministro dell’Economia ha anticipato che se si sforassero gli obiettivi interverrebbero tagli di spesa. La crescita sarebbe frenata ulteriormente. Gli obiettivi di deficit e debito si allontanerebbero. Ma cosa farà il governo se i mercati voteranno contro il Paese con più decisione? Una stretta fiscale? Ma questo sarebbe inaccettabile per i partiti di governo. Si dice che se lo spread si avvicinasse a quota 400 ci sarebbe una risposta adeguata. Quale? Operazioni straordinarie sul debito? Il sottosegretario Giorgietti ha detto che se continua così bisognerà ricapitalizzare le banche. Quanti soldi ci vorrebbero? Dove andrebbe a finire il rapporto debito-pil? Come potremmo far fronte al panico e al contagio? Gli scenari peggiori sono facilmente immaginabili. Quanto ne sono coscienti i registi della teoria dello scontro frontale?”.

Le domande che ha posto Pier Carlo Padoan sono quelle di un economista serio e responsabile.

Tuttavia, il governo Conte potrebbe aver trovato il cavaliere bianco che salverà l’Italia. Avrà il volto di Vladimir Putin? Presto per dirlo ma ieri, a seguito del bilaterale con il premier Giuseppe Conte a Mosca, dal presidente russo è arrivata un’apertura importante ed ‘Il Sole 24 Ore’, oggi, ha aperto con l’articolo: “Putin: pronti a comperare i BTP”.

Ma, alla domanda postagli nella conferenza stampa successiva all’incontro con il presidente del Consiglio, Putin ha chiarito di non voler intromettersi nel dialogo sulla legge di bilancio in corso tra il governo M5S-Lega e Bruxelles, ma ha aggiunto: “Non ci sono remore di carattere politico sull’acquisto di titoli di Stato italiani dal fondo sovrano russo”.

Naturalmente, da parte sua, Conte ha precisato: “Non sono venuto qui per chiedere a Putin di comprare titoli italiani tramite il fondo sovrano. I fondamenti dell’economia italiana sono solidi, ci viene riconosciuto all’estero, meno in patria. Faccio una battuta: se poi all’esito di valutazioni tecniche il fondo sovrano e la banca centrale lo faranno sarà perchè come io credo, è conveniente, farebbero un buon affare ad investire in Italia”.

E’ chiara, dunque, la sfida lanciata ai mercati ed all’Unione europea dal governo Conte forte dell’appoggio della Russia che sicuramente acquisterà i titoli del debito pubblico italiano. Dunque, il sospetto già manifestato da questo giornale sarebbe sempre più plausibile: il governo Conte è strumento della Russia nel tentativo di distruggere l’Unione europea.

Salvatore Rondello

INCERTEZZE D’EUROPA

DRAGHI NON MOLLA PRESA, DECISO CONTRO RISCHI DEFLAZIONE

Non è la prima volta che Draghi ha dovuto metterci una pezza. Lo ha fatto con il Quantitative Easing, il massiccio programma di acquisto dei titoli di stato dei paesi membri per aiutarne la sostenibilità del debito. Nel giorno in cui lo spread riprende a salire e tocca quota.

La Bce ha riunito oggi il consiglio direttivo in una fase delicatissima per l’Europa, in piena bufera per lo scontro sulla manovra italiana, incerta sull’esito dei negoziati della Brexit e preoccupata per dati che mostrano un indebolimento complessivo della crescita. Il Consiglio direttivo ha lasciato invariati i tassi sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale rispettivamente allo 0,00%, allo 0,25% e al -0,40%. E proprio mentre si contano i giorni prima della fine del Quantitative Easing, la lista dei problemi e delle preoccupazioni sull’eurozona e sull’euro si allunga. Sulla manovra italiana Draghi cerca di tranquillizzare augurandosi che non si arriverà allo scontro. Lo fa in conferenza stampa al termine del Consiglio direttivo della Banca europea affermando di essere “fiducioso che si troverà un accordo” tra Commissione europea Ue e governo, precisando che questa è una sua opinione personale. Se non altro, ha spiegato perché gli aumenti dei rendimenti sui titoli di Stato italiani peseranno sui costi di finanziamento di imprese e famiglie e al tempo stesso “riducono i margini espansivi” del Bilancio.

Quello che è certo e che l’Italia rimane, in compagnia della Brexit, “fra le incertezze per lo scenario economico dell’Eurozona”. Sulla manovra italiana bocciata da Bruxelles il presidente della Bce Draghi esclude il rischio che la Bce possa essere coinvolta: “Finanziare i deficit non è nel nostro mandato” chiarisce. Quindi precisa: “Abbiamo l’Omt come strumento specifico”, da usare in caso i paesi entrino in un programma, “per il resto siamo in un regime di dominanza monetaria”, non di bilancio. Un intervento della Bce nel dibattito tra Roma e Bruxelles, insomma, è “assolutamente” da escludere: “Non è il nostro compito quello di fare da mediatori” rimarca Draghi. Questa “è una discussione fiscale, non è un ruolo da banchieri centrali”.

L’ex governatore di Bankitalia parla anche dello spread e avverte: “Io non ho la palla di cristallo, 300, 400, certamente questi titoli sono nelle banche e se perdono valore loro impattano sul capitale delle banche”. Certo, “abbassare i toni e non mettere in discussione l’esistenza dell’euro può far ridurre gli spread” è l’indicazione che arriva – con un chiaro riferimento all’Italia – dal presidente della Bce. E a chi gli chiede se i rialzi dello spread italiano possano contagiare altri paesi della zona euro, risponde: “Forse c’è qualche ricaduta ma limitata”. Secondo il presidente della Bce, i rialzi dello spread sui Btp italiani pesano sui costi di finanziamento di imprese e famiglie e “riducono i margini espansivi” del bilancio.

Poi sulla manovra italiana aggiunge: “Non c’è stata una grande discussione sull’Italia, c’era Dombrovskis, gli ho chiesto il permesso di citarlo”, aggiunge, facendo eco al vice presidente dell’esecutivo Ue: “Si devono osservare e applicare le regole, ma anche cercare il dialogo” specifica il presidenre della Bce. Nel corso della conferenza stampa, Draghi mette poi l’accento sull’inflazione. “Nell’area dell’euro l’inflazione sui dodici mesi si è portata lo scorso settembre al 2,1%, dopo il 2,0 di agosto” afferma, aggiungendo che “sulla base dei prezzi correnti dei contratti future sul petrolio, è probabile che l’inflazione complessiva si collochi intorno al livello attuale nella parte restante dell’anno”. “Davanti ad ogni evenienza – sottolinea ancora Draghi – il Consiglio direttivo della Bce è pronto ad adattare i propri strumenti per assicurare che l’inflazione continui a muoversi verso l’obiettivo”.

Infine la crescita dell’Eurozona: la Bce, ha detto Draghi, “regista un certo rallentamento dello slancio ma non una inversione di rotta”. “Una delle spiegazioni arriva dalle situazione specifica dei singoli Paesi”, rimarca, facendo l’esempio delle recenti difficoltà dell’industria automobilistica tedesca. Quindi ammette: “Non è semplice distinguere fattori transitori da fattori permanenti” sottolineando però come i dati e i segnali “non ci bastano per cambiare scenario di base”.

I rischi che circondano le prospettive di crescita dell’area dell’euro possono ancora “considerarsi ampiamente equilibrati. Allo stesso tempo, i rischi relativi al protezionismo, le vulnerabilità nei mercati emergenti e la volatilità dei mercati finanziari rimangono importanti” afferma il presidente della Bce. L’espansione economica, aggiunge Draghi, è “sostenuta dalla domanda interna e da continui miglioramenti nel mercato del lavoro”. Sulla fine del Quantitative Easing, Draghi spiega che alla riunione odierna “non abbiamo parlato di un prolungamento del programma di acquisti, e non abbiamo discusso di cosa fare dopo, abbiamo altri due incontri prima di fine anno”, osservando che alla Bce “pensiamo di avere ancora strumenti che possiamo usare”, come gli Tltro tema che è stato sollevato “da due partecipanti”.

DIABOLICO PERSEVERARE

moscovici tria

Il governo ha risposto alla lettera della Commissione Ue consegnata da Moscovici a Tria la settimana scorsa. Nei tempi stabiliti, entro le ore 12 di oggi, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha inviato la lettera di risposta all’Ue indirizzandola al vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, ed al commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici.

Nella lettera, il ministro Tria ha scritto: “Pur riconoscendo la differenza delle rispettive valutazioni, il Governo italiano continuerà nel dialogo costruttivo e leale così come disciplinato dalle regole istituzionali che governano l’area euro. Il posto dell’Italia è nell’area euro. Il governo è fiducioso che la manovra di bilancio non esponga a rischi la stabilità finanziaria dell’Italia né degli altri paesi membri dell’Unione europea. Riteniamo infatti che il rafforzamento dell’economia italiana sia anche nell’interesse dell’intera economia europea. Comunque, prendendo atto delle divergenze con Bruxelles sugli obiettivi di finanza, l’esecutivo si impegna a intervenire qualora il deficit dovesse superare gli impegni assunti. Qualora i rapporti debito/Pil e deficit/Pil non dovessero evolvere in linea con quanto programmato il governo si impegna a intervenire adottando tutte le necessarie misure affinché gli obiettivi indicati siano rigorosamente rispettati”.

Il ministro dell’Economia ha così replicato alle tre questioni sollevate da Dombrovskis e Moscovici nella loro lettera relative alla deviazione del saldo strutturale rispetto a quanto prescritto dal Patto di Stabilità, alla riduzione del debito e alla mancata validazione dell’Ufficio parlamentare bilancio delle previsioni contenute nel Def: “Per quanto riguarda il sentiero del saldo strutturale, il Governo italiano è cosciente di aver scelto un’impostazione della politica di bilancio non in linea con le norme applicative del Patto di Stabilità e Crescita. È stata una decisione difficile ma necessaria alla luce del persistente ritardo nel recuperare i livelli di PIL pre-crisi e delle drammatiche condizioni economiche in cui si trovano gli strati più svantaggiati della società italiana. Il Governo intende inoltre attuare le parti qualificanti del programma economico e sociale su cui ha ottenuto la fiducia del Parlamento italiano. La Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza, e la Relazione al Parlamento a esso allegata, chiariscono che il Governo prevede di discostarsi dal sentiero di aggiustamento strutturale nel 2019 ma non intende espandere ulteriormente il deficit strutturale nel biennio successivo e si impegna a ricondurre il saldo strutturale verso l’obiettivo di medio termine a partire dal 2022. Qualora il PIL dovesse ritornare al livello pre-crisi prima del previsto, il Governo intende anticipare il percorso di rientro. Il Governo considera le condizioni macroeconomiche e sociali attuali particolarmente insoddisfacenti a un decennio dall’inizio della crisi e reputa necessario imprimere un’accelerazione alla crescita. La dinamica del Pil è ovviamente cruciale quando si valutano gli sviluppi del rapporto debito/Pil. Inoltre, va sottolineato il calo significativo di tale rapporto previsto per il prossimo triennio, a differenza di quanto sperimentato dalle finanze pubbliche italiane nell’ultimo decennio. Tale evoluzione è frutto delle misure a favore della crescita che verranno introdotte con la prossima legge di bilancio. Tra queste il rilancio degli investimenti pubblici che godrà non solo di maggiori risorse finanziarie ma di semplificazioni normative e di nuovi strumenti di capacity building che faciliteranno la loro esecuzione in tempi brevi. Il Governo è fiducioso di poter far ripartire gli investimenti e la crescita del Pil e che il recente rialzo dei rendimenti sui titoli pubblici verrà riassorbito quando gli investitori conosceranno tutti i dettagli delle misure previste dalla legge di bilancio. Per quanto riguarda i rendimenti sui titoli pubblici, lo scenario programmatico del DPB (Documento programmatico di bilancio, ndr) assume tassi di rendimento sui titoli di Stato inferiori a quelli riscontrati sul mercato negli ultimi giorni ma coerenti con i livelli registrati all’atto della chiusura delle stime. Nello scenario programmatico sono stati infatti indicati livelli di rendimento lievemente più elevati rispetto allo scenario tendenziale per tener conto degli sviluppi di mercato che sono nel frattempo intervenuti”.

Il governo non modifica la manovra ma si manifesta disponibile al dialogo senza renderne noti i margini, a parte l’impegno a modificare se le condizioni di crescita ipotizzate non dovessero manifestarsi. La partita con l’Ue resta aperta, ma non sappiamo cosa deciderà domani la Commissione Ue.

Intanto, in Italia, i sindacati bocciano la manovra e scendono sul piede di guerra. Alcuni giorni fa, gli studenti in piazza hanno contestato duramente le scelte di politica economica del governo.

L’agenzia di rating Moody’s ha abbassato il rating e lo spread da marzo scorso si è raddoppiato.

Nonostante il parere sulla manovra espresso da importanti istituzioni economiche italiane ed internazionali, nonostante il parere disinteressato di economisti di chiara fama, nonostante la posizione isolata in cui si trova l’Italia in seno all’Ue, il governo giallo-verde, imperterrito continua a sostenere una politica di bilancio contro corrente. E’ ormai chiaro che dietro alla manovra ci potrebbero essere disegni antieuropeisti da attuare senza nessuno scrupolo nei confronti degli italiani che pagherebbero il prezzo di politiche economiche destabilizzanti e disatrose. Le prospettive future non consentiranno la realizzazione delle stime di sviluppo ipotizzate: tra due mesi finirà il ‘Quantitative Easing’ della BCE, le misure protezionistiche stanno rallentando lo sviluppo mondiale dell’economia. Manca una credibile politica di equa distribuzione della ricchezza. La prospettiva futura è quella di un paese sempre più povero.

Salvatore Rondello

Ciambella di Draghi. Tregua fragile su spread

Mario DraghiLe cose si erano messe male, malissimo per l’Italia. Poi è arrivato il miracolo, probabilmente per la ciambella di Draghi. Lo spread non è esploso e la Borsa di Milano non è crollata. Anzi, è successo l’esatto opposto. Martedì 16 ottobre, dopo la manovra economica per il 2019 approvata dal “governo del cambiamento” la notte precedente, lo spread scendeva sotto quota 300 e chiudeva la giornata a 296 punti, mentre Piazza Affari guadagnava il 2,23%.
Un colpo insperato. L’esecutivo Lega-M5S temeva (e teme) la bomba atomica dello spread a 400-500 punti, un livello da collasso finanziario. C’è stata una tregua anche se pesano come macigni i contrasti tra la Lega e il M5S, in particolare sul decreto fiscale collegato alla manovra. La parte sul condono fiscale è “un testo manipolato”, ha accusato Luigi Di Maio annunciando addirittura una denuncia alla Procura della Repubblica. Sono seguiti il caos e la corsa del presidente del Consiglio per rivedere il decreto.
La Commissione europea, la Bce (Banca centrale europea), il Fmi (Fondo monetario internazionale) e l’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione economica tra i paesi occidentali) non erano stati teneri. Avevano pesantemente criticato, in modi e con forza diversa, l’ossatura della legge di Bilancio 2019 indicata a fine settembre dall’esecutivo grillo-leghista. Tre in sostanza le accuse: 1) misure mirate all’assistenza più che alla crescita economica, 2) messa in pericolo della stabilità dei conti pubblici, 3) rischio di far franare l’euro non rispettando le regole di bilancio.
Le imputazioni erano state rispedite al mittente dal governo giallo-verde, ma lo scontro era divenuto furibondo con gravi conseguenze sui mercati internazionali: la valanga di vendite dei titoli del debito pubblico italiano aveva fatto schizzare lo spread fino a quota 316 e aveva inferto alla Borsa di Milano un tonfo dietro l’altro. Jean-Claude Juncker aveva usato la mano pesante. Il presidente della Commissione europea aveva sollecitato a rivedere la manovra economica soprattutto sul punto del deficit pubblico fissato al 2,4% del Pil (prodotto interno lordo). Aveva paventato una bocciatura europea e pericolose conseguenze.
Tuttavia, nonostante le critiche la manovra economica del governo populista è rimasta sostanzialmente la stessa e Juncker non ha chiuso la porta al confronto sollecitando «l’applicazione ragionata delle regole europee», anche se ha tuonato: sono inaccettabili le deroghe dell’Italia alle regole. Lo scontro, per ora, è frontale. Conte, i vice presidenti del Consiglio Salvini e Di Maio hanno ribattuto: i conti sono a posto, dialogo sì ma «non cambieremo la manovra».
Eppure i mercati finanziari non hanno inferto il colpo di grazia al Belpaese. Forse il merito va a una ciambella di Draghi lanciata all’esecutivo populista. Il presidente della Bce ha proseguito ad applicare il cosiddetto Quantitative easing, il Piano di allentamento monetario, acquistando 15 miliardi di euro al mese di titoli dei paesi di Eurolandia (tra cui quelli italiani) per sostenere la crescita e l’occupazione (all’inizio erano 80 miliardi al mese), calmierando così il mercato.
Non solo. La ciambella di Draghi ha anche una forte caratura politica. Il 13 ottobre ha invitato l’Unione europea e l’Italia ad “abbassare i toni”. Intervenendo in una riunione del Fmi a Bali si è detto fiducioso: «Sono piuttosto ottimista che sarà trovato un compromesso». È tornato a criticare il governo Conte-Salvini-Di Maio perché le tante bellicose dichiarazioni hanno fatto raddoppiare lo spread da 130 punti all’epoca dell’esecutivo Gentiloni fino ad oltre 300, con un pesante rincaro degli interessi pagati dall’Italia sui titoli del debito pubblico.
Tuttavia ha sollecitato al realismo sulle regole dell’euro: «Ci sono state deviazioni, non è la prima volta e non sarà l’ultima». Parola di Mario Draghi, l’uomo che nel 2012, scontrandosi con il rigorismo della Germania, salvò la valuta unica europea con misure straordinarie come i tassi d’interesse europei zero e il Piano di allentamento monetario. L’uomo che ha definito l’euro “irreversibile” e “indissolubile”.
Ma occorre fare in fretta a trovare una mediazione con Bruxelles da sostituire alla ciambella di Draghi. Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, braccio destro di Salvini, già a luglio era preoccupato di un “bombardamento” dei mercati internazionali. La tregua sui mercati regge a fatica. La Borsa è tornata a dare dispiaceri ai risparmiatori e lo spread si è riaffacciato sopra quota 300. A fine anno cesseranno gli acquisti di titoli della Bce e da gennaio i dioscuri Salvini-Di Maio dovranno correre senza rete.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma