Politica fiscale. Europa e Bce consigliano l’Italia

file43852346_dombrovskisIl giorno dopo il conferimento al professore Giuseppe Conte da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella dell’incarico di formare un nuovo governo M5S-Lega, dall’Europa arrivano alcuni messaggi. La Bce, ha chiesto all’Italia di non allentare la politica fiscale in quanto per un paese con un alto debito l’operazione potrebbe essere rischiosa. La Commissione europea, attraverso la voce di due sue importanti rappresentanti, il vicepresidente Valdis Dombrovskis e il Commissario agli affari economici Pierre Moscovici, ha messo in evidenza come l’attenzione da parte di Bruxelles su quanto accade a Roma sia alta.
Secondo la Bce è rischioso allentare la politica fiscale con un alto debito affermando: “Un contesto di crescita in peggioramento o un allentamento della posizione fiscale nei Paesi ad alto debito potrebbero influenzare le prospettive fiscali e, per estensione, il sentimento di mercato nei confronti di alcuni emittenti sovrani dell’area dell’euro”. Lo ha sottolineato la Bce nel Financial Stability Review dove si legge che i Paesi dell’Eurozona sono diventati “più resilienti” grazie al miglioramento dell’economia, che sta aiutando a mantenere bassi i costi di finanziamento. Il messaggio dell’istituto di Francoforte ha raggiunto in via indiretta anche l’Italia, che in queste ore sta assistendo alla nascita di un esecutivo Lega-M5S.
Nel ricordare ancora una volta che i paesi dell’area euro fortemente indebitati non approfittano delle condizioni economiche favorevoli per ridurre gli elevati livelli del debito pubblico, la Bce prevede che tutti i Paesi dell’area dell’euro vedranno un’ulteriore diminuzione o stabilizzazione dei loro rapporti di indebitamento pubblico nell’orizzonte 2018-19 sostenuti da avanzi primari previsti (tranne Francia e Lettonia) e un differenziale di crescita del tasso di interesse negativo (ad eccezione dell’Italia). Tali differenziali negativi di crescita dei tassi d’interesse possono, tuttavia, invertire e rendere i Paesi altamente indebitati più vulnerabili a una potenziale normalizzazione dei tassi di interesse e/o un possibile peggioramento delle condizioni economiche.
Anche la Commissione europea è intervenuta su quanto sta accadendo nel Paese sul piano politico. Il vicepresidente della Commissione UE, Dombrovkis ha ricordato: “Il monitoraggio sui conti italiani prosegue, non è tutto rinviato al 2019, perché ci sono altri documenti che arrivano prima, cioè il Def aggiornato e la Legge di Stabilità ad ottobre. La Commissione europea continuerà a monitorare la situazione del debito pubblico italiano e faremo la nostra valutazione tra un anno. In ogni caso, prima di questo ci saranno altri documenti e il primo è il nuovo programma di stabilità del governo visto che il precedente governo lo ha presentato a politiche invariate. Si tratta del documento di economia e finanza 2018 appena presentato a Bruxelles dal governo Gentiloni che non contiene impegni di finanza pubblica ma solo le proiezioni macroeconomiche a politiche invariate. Poi, ci sarà il programma di stabilità per il 2019 in autunno. Si tratta del progetto di legge di bilancio dell’anno prossimo e degli impegni per gli anni successivi. Il monitoraggio sull’Italia è in corso”.
Più soft è stato l’intervento del Commissario agli affari economici Pierre Moscovici che ha detto: “Il fatto che il capo del governo Giuseppe Conte dica ‘voglio dialogare con le istituzioni europee’ deve essere preso come un buon segnale”. Poi, Moscovici, parlando con ‘franceinfo’, ha aggiunto: “Il problema è sapere se l’Italia resterà ciò che è. Continuo a credere che resterà un paese al centro della zona euro. In ogni caso, la Commissione non può pronunciarsi su annunci, si pronuncerà sulle decisioni, cioé su un bilancio, su cifre, su leggi”. Concludendo, Moscovici ha ribadito che sarà attento e vigilante sul debito italiano, il secondo più elevato nella Ue dopo quelle della Grecia.
Con sorpresa, un’apertura all’esecutivo giallo verde è arrivata dall’Ocse: “Contate sull’Ocse, lavorate con l’Ocse, sentitevi a vostro agio con l’Ocse. Permetteteci, per favore, di ricordare quanto abbiamo lavorato insieme all’Italia e per l’Italia. Permetteteci ancora di dimostrare che lavorare insieme può rendere ogni decisione concreta ed effettiva”. Così ha affermato il segretario generale dell’organizzazione, Angel Gurria, in una conferenza stampa a Parigi, rispondendo a chi chiedeva quale fosse il suo messaggio al futuro governo italiano.
Sul tema dell’affermazione in Europa di forze politiche critiche nei confronti dell’Ue è intervenuto anche il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, intervenendo al dibattito organizzato in occasione del sessantesimo anniversario del Comitato Europeo Economico e Sociale, ha affermato: “Meglio non seguire le opinioni pubbliche in ogni loro capriccio, che è quello che si fa in Europa. Bisogna cercare di ispirarle. Anche i partiti tradizionali rischiano di essere vinti dal vento populista. Se seguono populisti e demagoghi, finiscono per diventare populisti e demagoghi a loro volta, e i cittadini voteranno per l’originale. Occorre imparare di nuovo a dire la verità ai cittadini. Non bisogna seguire le opinioni pubbliche, ma bisogna cercare di ispirarle”. Parlando poi del futuro dell’Unione e dell’uscita dagli anni della crisi, Juncker ha affermato: “Il vento c’è, ma non ci sono le vele. Un vecchio detto cinese dice che è il vento a dare la direzione. Abbiamo il vento, ma non abbiamo abbastanza vele”.
Dall’Europa sono arrivati segnali di prudenza e determinazione senza nascondere le preoccupazioni. Non sono mancati dalla BCE e dall’UE, per il nuovo governo giallo-verde in corso di formazione, i moniti e gli inviti a continuare il percorso intrapreso dall’Italia con il governo Gentiloni.

Il governo giallo-verde e le preoccupazioni della Ue

Juncker firenzeIn prossimità del varo del nuovo governo giallo-verde, si sollevano le preoccupazioni dall’UE per la propaganda antieuropeista portata avanti dalla Lega e dai penta stellati.

Il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, aprendo il suo intervento a ‘The State of Union’ a Firenze, ha detto: “L’Italia è parte integrante dell’Unione europea. Uscire dall’Europa non ha alcun senso e uscire dalla moneta unica, l’euro, sarebbe una scelta anacronistica ed autolesionistica. Non siamo perfetti ma cambiare significa migliorare, andare avanti e non tornare indietro, e la prima cosa da fare è avere un’Europa sempre più politica. La prima riforma da fare è quella della primazia della politica che significa primazia dei cittadini”. Con riferimento alla politica dei dazi di Trump ha aggiunto: “Comprendo che per il presidente degli Stati Uniti è importante ricordare il principio ‘America first’ ma questo non significa ‘America alone’”. Con riferimento alla situazione politica italiana ha sottolineato:  “In Europa tutti guardano con grande attenzione a quello che succede in Italia. L’Italia è un Paese fondamentale in Europa ma che ha i problemi di un altissimo debito pubblico e di un’altissima disoccupazione giovanile. E dopo la Brexit servirà un ruolo più importante per Italia e Spagna. E’ questa sarà la sfida per il nuovo governo”.

La seconda giornata della conferenza europea ‘The State of the Union’, oggi in Palazzo Vecchio a Firenze, è iniziata con i saluti delle istituzioni locali. Protagonisti dell’evento con i loro interventi sono stati, oltre al presidente del Parlamento Europeo  Antonio Tajani, il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker ed il governatore della Bce  Mario Draghi.  Nel pomeriggio è intervenuto l’Alto rappresentante Ue  Federica Mogherini. La chiusura dei lavori è spettata al premier  Paolo Gentiloni.

Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, nel suo intervento di saluto ha affermato: “Le città hanno ruolo di accrescere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sono energia per la vita, per il futuro, per l’Europa. Firenze interpreta il proprio ruolo di attore, non di spettatore dell’integrazione europea”.

Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, si è soffermato, con il suo intervento, sulla futura politica di coesione criticandone l’impostazione che “rischia di far prevalere ancora una volta l’idea di un’Europa dell’austerità che poi dà spazio all’Europa dei demagoghi. Abbiamo invece bisogno di un’Europa della crescita e della democrazia”.

Il Presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha detto: “Populisti e nazionalisti hanno avuto materia per alimentare loro sentimenti e aumentare distacco dagli altri a causa della crisi migratoria. Così la solidarietà si sfilaccia e si perde poco a poco, così i Paesi del Nord Europa hanno riscoperto un’espressione che detesto: il club del Mediterraneo, si deve usare solo per il turismo, per indicare il Sud Europa che affronta il flusso profughi. Invece Europa e solidarietà vanno insieme. La solidarietà fa parte del patto fondatore dell’Europa”.

Durante la prima giornata, a Fiesole, il Presidente Sergio Mattarella, nel suo discorso di apertura dell’evento organizzato dall’Istituto Universitario Europeo per fare il punto sulle sfide e prospettive del prossimo futuro dell’UE, ha detto: “Più sicuri che nel dopoguerra, più liberi che nel dopoguerra, più benestanti che nel dopoguerra, rischiamo di apparire oggi privi di determinazione rispetto alle sfide che dobbiamo affrontare. E qualcuno, di fronte a un cammino che è divenuto gravoso, cede alla tentazione di cercare in formule ottocentesche la soluzione ai problemi degli anni 2000.  Sottraendoci all’egemonia di particolarismi senza futuro e di una narrativa sovranista pronta a proporre soluzioni tanto seducenti quanto inattuabili, certa comunque di poterne addossare l’impraticabilità all’Unione.  Nel turbamento del mondo quanto apparirebbe necessario il ruolo di equilibrio svolto da un concerto di 27 Paesi, tanto si mostra ampio il divario tra l’essere e il dover essere di un’ampia comunità che trova la sua dimensione in uno spazio già condiviso. Mai, dunque, come oggi appare urgente unire.

La operosa solidarietà degli esordi, sembra essersi trasformata in una stagnante indifferenza, in una sfiducia diffusasi, pervasivamente, a tutti i livelli, portando opinioni pubbliche, Governi, Istituzioni comuni, a diffidare, in misura crescente, l’uno dell’altro. Non possiamo ignorare questo stato di fatto, né sottacere quanto sia diffusa, fra i cittadini europei, la convinzione che il progetto comune abbia perso la sua capacità di poter realmente venire incontro alle aspettative crescenti di larghi strati della popolazione; e che non riesca più ad assicurare adeguatamente protezione, sicurezza, lavoro, crescita per i singoli e le comunità. Con una contraddizione singolare, che vede gonfiarsi, simultaneamente, le attese dei cittadini e lo scetticismo circa la capacità dell’Europa di corrispondervi”.

Dunque, non sono mancati i richiami ad un maggiore senso di responsabilità per il futuro dell’UE.

Salvatore Rondello

LA RISPOSTA

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Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha partecipato al Consiglio Europeo e alla riunione dei Capi di Stato e di governo della zona Euro svoltosi a Bruxelles dal 22 al 23 marzo 2018.

I temi che interessano particolarmente l’Italia nel Consiglio europeo a Bruxelles sono le relazioni commerciali con gli Stati Uniti, con l’aspettativa che l’Amministrazione Trump conceda una piena esenzione all’Ue dai dazi che saranno imposti alle importazioni di acciaio e alluminio, la questione della protezione dei dati personali, per tenere conto di quello che sta succedendo in questi giorni, con lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica, le nuove proposte (presentate ieri dalla Commissione europea) sulla tassazione delle grandi piattaforme del web, e infine i progressi nel negoziato sulla Brexit, con la situazione molto positiva dopo l’accordo parziale raggiunto sulla tutela, riconosciuta in modo non discrezionale, dei diritti dei cittadini italiani ed europei nel Regno Unito. E’, in sintesi quanto ha detto il premier uscente, Paolo Gentiloni, al suo arrivo al vertice Ue.

Gentiloni ha infine sottolineato l’importanza del suo incontro bilaterale con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, avvenuto immediatamente prima dell’inizio del vertice. In proposito il presidente Gentiloni ha dichiarato: “In una fase così particolare per le cose italiane, in queste settimane di transizione, è molto importante tenere un rapporto e un raccordo con la Commissione europea. E’ il motivo per cui vado ora da Juncker”.

La risposta ai dazi americani sull’acciaio, la nuova proposta di tassazione delle imprese digitali, i rapporti con la Russia e con la Turchia, lo stato dei negoziati per la Brexit e le riforme per il cosiddetto approfondimento dell’Unione economica e monetaria: sono questi i temi al centro del Consiglio europeo di Bruxelles, con i 28 capi di Stato e di governo dell’Ue, e che è proseguito oggi prima con il vertice a 27, senza il Regno Unito, e poi con l’Eurosummit a 19.

Il vertice è iniziato ieri alle 15 con il tradizionale intervento preliminare del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Poi c’è stato un aggiornamento del premier bulgaro Boiko Borissov, il cui governo detiene la presidenza semestrale del Consiglio Ue, sui principali dossier e negoziati in corso fra i ministri dei Ventotto, e in particolare la riforma (bloccata dall’opposizione dei paesi dell’Est) del regolamento di Dublino sul sistema comune d’asilo.

Sul commercio, i Ventotto hanno espresso il loro sostegno alla posizione della Commissione europea che ha preparato le misure di riequilibrio in risposta ai dazi sull’acciaio (al 25%) e sull’alluminio (al 10%) annunciati dal presidente Usa Donald Trump, nel caso in cui dovessero effettivamente essere applicati contro le importazioni dall’Europa. Uno spiraglio pare essersi aperto dopo l’incontro, ieri a Washington, della commissaria Ue al Commercio Cecilia Malmstroem con il segretario di Stato Usa al Commercio Wilbur Ross. I due hanno concordato, secondo una nota congiunta pubblicata ieri pomeriggio, “di iniziare delle discussioni immediate con l’Amministrazione Trump, con l’obiettivo di individuare un risultato accettabile per entrambi il più rapidamente possibile”.

Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha accolto la notizia con “cauto ottimismo”, secondo quanto lui stesso ha dichiarato sempre nel pomeriggio di ieri. L’Ue ha continuato a sperare di poter ottenere un’esclusione totale dall’imposizione dei nuovi dazi Usa. L’esenzione dai dazi Usa, come si è appreso in tarda serata, per adesso è stata accettata.

Il Consiglio europeo ha ratificato la nomina dell’ex ministro spagnolo delle Finanze, Luis de Guindos, a vicepresidente della Banca centrale europea, per un mandato di otto anni non rinnovabile. De Guindos sostituirà l’attuale vicepresidente, il portoghese Vítor Constâncio, a partire dal primo giugno 2018. La decisione dei leader è stata presa, su raccomandazione dell’Ecofin del 20 febbraio scorso, dopo il parere consultivo favorevole del Parlamento europeo e del Consiglio direttivo della Bce.

Il presidente della Bce, Mario Draghi, durante il Consiglio europeo, davanti ai capi di Stato e di governo, ha letto la relazione sull’economia europea descrivendo un quadro fortemente positivo: “La spinta della ripresa continua senza modifiche, basata sui consumi, mentre gli investimenti sono superiori del 7% ai livelli pre-crisi e persino quelli nel settore dell’edilizia residenziale stanno finalmente riprendendo; non abbiamo visto questi tassi di crescita e livelli di investimenti da 10-15 anni. Nell’Ue ci sono oggi 7,8 milioni di posti di lavoro in più rispetto alla metà del 2013, nonostante un aumento del 2% nella forza lavoro, con la partecipazione di più donne e anziani. E tutto questo avviene in una situazione in cui i debiti del settore privato stanno calando e i coefficienti di capitale delle banche in salute sono quasi del 50% più elevati che all’inizio della crisi, mentre i crediti deteriorati Npl si sono ridotti di più del 30%. Tuttavia, ci sono quattro rischi di medio termine, in gran parte esterni all’Ue. Il primo è il protezionismo commerciale, l’affidamento minore che si potrà fare sul multilateralismo, che è il rischio oggi più grande, perché ha conseguenze dirette, comporta il rischio di rappresaglie e alla fine una perdita di fiducia sui mercati. Il secondo è la deregolamentazione finanziaria. Non vogliamo vedere di nuovo la combinazione di politica monetaria poco rigorosa e di deregulation che abbiamo osservato prima della crisi. Il terzo è il repricing degli asset, ovvero la caduta di valore degli attivi. La turbolenza sui mercati negli Stati Uniti all’inizio dell’anno ha interessato solo le azioni ed è stata mitigata dall’economia forte, ma il rischio rimane. La nostra esposizione agli Stati Uniti è piuttosto alta: non siamo un’isola. Il quarto rischio è quello delle politiche di bilancio, che sono pro-cicliche negli Usa, ma anche nell’Ue, dove gli Stati membri stanno pianificando un’espansione della spesa”.

Dopo la discussione, aperta dal presidente della Bce, Mario Draghi, sulla situazione dell’economia nell’Ue, è intervenuto il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, con una relazione sullo stato di avanzamento dell’Unione bancaria, dove permane lo stallo fra i due schieramenti, quello nordico-tedesco che continua a chiedere sempre nuove misure di riduzione del rischio e il fronte, di cui fa parte l’Italia, che considera si debba ora passare alla fase finale della condivisione del rischio (come la garanzia comune dei depositi).

Sono seguiti le conferenze stampa della presidenza e dei leader. I lavori del Consiglio sono proseguiti affrontando prima la tassazione delle imprese digitali (la Commissione europea ha presentato le sue proposte) e poi i rapporti con la Turchia e con la Russia, con riferimento alla vicenda dell’ex spia russa e di sua figlia ridotte in fin di vita a Salisbury.

Su quest’ultimo argomento, l’Unione europea ha deciso di richiamare per consultazioni il proprio ambasciatore a Mosca a seguito dall’avvelenamento dell’ex spia russa Sergei Skripal nel Regno Unito. I leader hanno concordato di richiamare l’ambasciatore Ue a Mosca per consultazioni. Ieri i leader europei hanno definito altamente probabile che la Russia sia responsabile dell’attacco. Alcuni Stati membri starebbero anche valutando l’ipotesi di espellere i diplomatici russi o di richiamare i propri ambasciatori imitando l’atteggiamento già assunto dalla Gran Bretagna. In un comunicato Ue si legge: “Dopo aver concordato sulla responsabilità (dell’avvelenamento di Sergei Skripal), i leader hanno continuato a discutere su come andare oltre le semplici parole e fare qualcosa. Alcuni membri stanno considerando la possibilità di espellere diplomatici russi o di richiamare i propri diplomatici”.

Inoltre, si è parlato anche della vicenda dell’uso improprio dei dati personali tratti da Facebook da parte della Cambridge Analytica.

Il presidente Tusk, parlando alla stampa ha detto: “Dobbiamo aumentare la nostra capacità di resistenza alla minacce ibride, come l’erosione della fiducia nella nostra democrazia attraverso le fake news o la manipolazione delle elezioni. Questo sembra particolarmente rilevante, alla luce delle recenti rivelazioni su Cambridge Analytica. In questo contesto, affronteremo la necessità di garantire pratiche trasparenti, come la piena protezione della privacy dei cittadini e dei loro dati personali da parte dei social network e delle piattaforme digitali”.

In tema di digitale, i leader europei hanno chiesto alla Commissione di presentare entro dicembre un rapporto sull’attuazione delle strategie per il mercato unico sull’Unione digitale, l’Unione del mercato dei capitali e l’Unione energetica, un processo che dovrebbe concludersi prima delle prossime elezioni europee. Il dialogo infine sulla proposta di web tax elaborata dalla Commissione UE è stato avviato.

La seconda giornata del vertice, nel formato a 27 senza il Regno Unito, è iniziata con la discussione sui negoziati per la Brexit, in un clima questa volta decisamente positivo dopo il successo, ancorché parziale, registrato questa settimana per l’accordo di divorzio di Londra dall’Ue, pronto ormai all’80%, e l’intesa sul periodo di transizione, che stava a cuore ai britannici.

Nell’accordo di divorzio sembrano ormai risolte le due questioni fondamentali della garanzia dei diritti acquisiti dei cittadini Ue nel Regno Unito e di quelli britannici nell’Ue, e del regolamento delle pendenze finanziarie. Londra ha accettato di continuare a pagare non solo tutte le suo quote previste nel quadro di bilancio pluriennale 2014-2020, ma anche i propri contributi alle pensioni dei dipendenti britannici delle istituzioni europee fino al 2063.

Sono rimasti due nodi da sciogliere: da una parte la “governance” dell’accordo, per la risoluzione delle controversie, con il Regno Unito che vorrebbe limitare il ruolo della Corte europea di Giustizia solo ai diritti dei cittadini e all’accordo finanziario; dall’altra, la questione irlandese. In quest’ultimo caso un passo avanti c’è stato, perché Londra ha accettato formalmente l’approccio europeo che prevede una soluzione di default, nel caso in cui non si riesca a raggiungere un accordo migliore, consistente nell’allineamento delle regole del mercato nordirlandese a quelle del mercato unico Ue, in modo da evitare di reintrodurre una frontiera “dura” fra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Questo significa, però, che la frontiera verrebbe spostata nel Mare del Nord, fra l’Ulster e il resto del Regno Unito.

Inoltre, saranno adottate delle linee guida sul quadro degli accordi sulle relazioni future con Londra. In questo contesto, ci sono due grandi temi che saranno affrontati, seppur genericamente, in due allegati delle conclusioni del Vertice: l’aviazione civile e i servizi finanziari.

Per l’aviazione, si pensa a un partenariato con il Regno Unito che permetta ai suoi vettori di operare nell’Ue, anche per il cabotaggio. Per i servizi finanziari, l’idea di base è che i futuri rapporti siano basati sul principio equivalenza: l’Ue prende tutte le misure e le società finanziarie britanniche si impegnano a rispettarle per poter operare nel mercato unico europeo.

Chiuso il vertice a 27, la riunione dei leader è continuata fra i 19 membri dell’Eurozona, che discuteranno delle riforme dell’Unione monetaria. Anche qui, come per l’Unione bancaria, c’è uno stallo dovuto alla divisione fra Germania e paesi nordici, da una parte, che non vogliono sentir parlare di capacità di bilancio dell’Eurozona e di dispositivi europei per aiutare i paesi in crisi (meccanismi di stabilizzazione per gli shock asimmetrici, per esempio sussidi europei di disoccupazione), mentre dall’altra parte Italia, Francia, Spagna e Portogallo premono per questi meccanismi, e perché la loro attivazione sia automatica in caso di necessità.

La speranza di esenzione dei dazi sull’acciaio e sull’alluminio, nel frattempo, è diventata realtà. Il rappresentante del commercio americano, Robert Lighthizer, ha detto: “L’Unione europea, l’Australia, il Canada, il Messico, il Brasile, l’Argentina e la Corea del Sud per ora saranno esclusi dai dazi sull’alluminio e l’acciaio che Donald Trump si sta preparando a imporre”.

Durante la conferenza stampa al summit dell’UE, al presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, gli sono state rivolte diverse domande. Alla domanda rivoltagli in inglese se ha inviato un messaggio augurale a Putin per la rielezione, la risposta lapidaria è stata un secco no. Il primo tema che Tajani ha riportato del suo discorso è stata l’immigrazione: “L’Ue non può perdere ulteriore tempo per affrontare la questione immigrazione. Serve una politica europea che impedisca l’incrementarsi dei flussi nei prossimi anni”. Tajani ha ribadito la posizione dell’Europarlamento sull’asilo (“il Consiglio ora faccia la sua parte per la riforma di Dublino”) e ha dichiarato che “In Italia c’è allarme sociale in relazione alle pressioni migratorie. Occorre un piano Marshall per lo sviluppo sociale ed economico dell’Africa, dalla quale si generano i flussi. È un problema europeo  e l’Unione deve prendere posizioni concrete”.

Il Consiglio dell’UE, si è concluso prendendo posizione su importanti temi in discussione. Il percorso dell’integrazione è lungo e difficile, le intese sono importanti. Non bastano solo i piccoli passi, bisogna pensare anche ai grandi passi per raggiungere l’unità politica.

Superata la questione dei dazi con gli Usa, si è aperta la crisi diplomatica con la Russia.

Salvatore Rondello

Draghi più fiducia sulla risalita dell’inflazione

Draghi-EurozonaMario Draghi, presidente della BCE, intervenendo alla XIX conferenza ‘Ecb and Its Watchers’ a Francoforte, ha affermato: “Alla Bce siamo più fiduciosi sulla convergenza dell’inflazione verso i valori obiettivo. Ma dobbiamo ancora vedere prove convincenti del fatto che le dinamiche di inflazione si stiano muovendo nella giusta direzione. Continua la ripresa nel mercato del lavoro e con un aumento di circa 7,5 milioni di posti dalla metà del 2013 nell’Eurozona, tutti i posti di lavoro persi durante la crisi sono stati recuperati e il tasso di disoccupazione è ai minimi da dicembre 2008. Ci sono interrogativi sulla qualità di questi posti di lavoro con un aumento del part-time e di quelli a termine. Stimiamo che entro il 2020 la disoccupazione cali al 7,2%.

Un euro forte e le misure protezionistiche varate dal governo Usa potrebbero rappresentare dei rischi per le prospettive dell’inflazione nell’Eurozona. In particolare, che gli effetti immediati delle nuove misure sull’Eurozona saranno probabilmente modesti ma potenzialmente quelli successivi potrebbero avere conseguenze più serie se dovessero aumentare le tensioni commerciali a livello globale”.

Riferendosi alle immissioni di liquidità, il presidente della BCE ha detto: “Quanto al piano di Quantitave easing, per chiudere il Qe occorre che ci sia una condizione chiara: dobbiamo vedere una correzione sostenibile nel percorso dell’inflazione verso il nostro obiettivo, ossia vicino al 2%. Anche se la crescita nell’Eurozona si è rivelata più forte delle attese e la fiducia è aumentata, non possiamo ancora dire di aver completato il lavoro. La nostra politica monetaria dovrà dunque essere calibrata per centrare l’obiettivo, e pertanto deve essere ancora paziente, persistente e prudente per assicurare che l’inflazione ritorni verso il nostro obiettivo”.

Parole di speranza, di prudenza e di preoccupazione quelle che abbiamo ascoltato da Mario Draghi.

Salvatore Rondello

Draghi, voto in Italia è anti-Ue? L’Euro è irreversibile

Draghi-Eurozona

“I dati ci confermano la forte e diffusa spinta della crescita dell’Eurozona, attesa nel breve termine a tassi più forti del previsto”. Lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi. Tuttavia questa stessa crescita, ha poi sottolineato Draghi, potrebbe essere messa a rischio dal “protezionismo in aumento” e da altri fattori globali, come l’andamento del cambio dell’euro. Molteplici i punti toccati dal presidente della Bce parlando al termine del direttivo della Banca europea a cominciare dal voto in Italia.

Voto Italia anti-Ue? euro è ‘irreversibile’ 
“L’euro è irreversibile”: ha detto il presidente della Bce Mario Draghi in risposta a una domanda che citava l’esito del voto in Italia come segnale di un’affermazione di forze antieuropee, proprio quando altri Paesi dell’Unione stanno cercando di rafforzare la governance delle istituzioni europee. “Davvero non voglio commentare” l’esito delle elezioni, ha detto il presidente della Bce, aggiungendo: “Posso solo dire che l’euro è irreversibile e il rafforzamento dell’Unione monetaria ed economica resta una priorità” e infine ha sottolineato che la “Bce sollecita l’adozione di misure specifiche e decisive per completare l’Unione Bancaria e quella dei mercati capitali”.

No scossone mercati ma instabilità mina . Se protratta nel tempo. Voto accolto come quello di altri Paesi
Quanto accaduto dopo le elezioni in Italia “non suggerisce che i mercati abbiano reagito in un modo che minacci la fiducia”, è accaduto “più o meno” quello visto in altri Paesi. Tuttavia “una instabilità protratta nel tempo potrebbe minacciare la fiducia”: ha detto ancora il presidente della Bce

Pensioni Italia?Conti pubblici importantissimi. Per Paesi con alto debito. Ma non ne abbiamo discusso oggi
“Parlando in termini generali, il bilancio pubblico è di massima importanza nei paesi ad alto debito”: lo ha detto il presidente della Bce, Mario Draghi, dando una risposta generale a una domanda sulla possibilità che dopo le elezioni l’Italia faccia marcia indietro sulla riforma delle pensioni e sul jobs act. Del caso specifico “Non ne abbiamo discusso oggi”, ha comunque precisato Draghi.

Dall’attacco alla lira ai subprime, la sfida sui conti

commissione uePrevale nel mondo della politica e dell’economia l’opinione secondo la quale il debitore ha sempre torto in quanto, a prescindere dalle più differenti cause sottostanti, è stato lui a sottoscrivere il debito. Per il debito pubblico, inoltre, la responsabilità è ‘comodamente’ attribuita all’intera popolazione, anche se non ha avuto alcun ruolo nelle relative decisioni. Lo si fa anche quando la sua crescita è dovuta a evasioni fiscali, incompetenze amministrative, corruzione e ruberie. La giustificazione addotta di solito è: «Devono pagare perché hanno vissuto oltre le loro possibilità». Quando il debito s’impenna a seguito di attività speculative internazionali, tale odioso commento diventa ancora più frequente. Gli ultimi dati relativi al debito pubblico italiano indicano che il suo rapporto rispetto al Pil è di poco meno del 133%. È secondo solo alla devastata Grecia, tanto che in Europa si pongono interrogativi circa il ruolo dell’Italia nella Ue. È un solido elemento oppure è una minaccia d’instabilità? Di conseguenza tutti reclamano riforme strutturali, rientri veloci, tagli e austerità, fino a sollecitar forti sanzioni finanziarie per il mancato rispetto dei cosiddetti parametri di Maastricht. Non conta più il fatto che l’Italia sia stata tra i fondatori dell’Unione. La si vorrebbe relegare nel secondo o addirittura nel terzo ‘girone’, quello a velocità ridotta.

È vero che nei decenni passati l’andamento del debito è quasi sempre stato in crescita, tranne nel biennio 2006-8 del secondo governo Prodi. Ma spesso non si evidenzia che la speculazione finanziaria internazionale, esplosa in alcuni momenti della nostra storia, ha inferto delle tremende accelerazioni al debito pubblico. Non si dimentichi che il primo grande attacco avvenne contro la lira nel 1992. Era parte, come risaputo, del più vasto attacco contro il Sistema monetario europeo (Sme). In Italia, però, tale attacco speculativo si combinò con la pressione internazionale per la privatizzazione delle imprese a partecipazione statale. Il famoso ‘scandalo del Britannia’, lo yacht della regina Elisabetta, su cui finanzieri angloamericani e alti rappresentanti ministeriali e delle Partecipazioni statali si incontrarono per ‘progettare’ le privatizzazioni. La speculazione determinò la svalutazione di circa 30% della lira, trasformando così le privatizzazioni in vere e proprie svendite. Le conseguenze sul debito pubblico furono devastanti.

Il rapporto debito/Pil , che nel 1992 era di 105,4%, salì al 115,6% nel 1993 fino a raggiungere il 121,8% nel 1994. Andamento che, ovviamente, si aggravò ulteriormente sotto la pressione dei mercati che fecero lievitare notevolmente i tassi d’interesse sui titoli di Stato. Fu necessario uno sforzo enorme per tagliare la spesa pubblica e avviare la ripresa. Contrariamente alla vulgata populista, anche l’entrata nell’euro incise positivamente nel riequilibrare il rapporto debito/Pil che si assestò intorno al 103% nel 2004 e di nuovo nel 2007. Purtroppo, subito dopo vi fu la crisi finanziaria globale del 2007-8 che, partita dagli Usa, investì tutto il mondo, in primis l’Europa, colpendo tutti i settori economici, bancari e commerciali provocando crolli nelle produzioni ed enormi salvataggi pubblici delle banche a rischio bancarotta.

La crisi è stata il frutto velenoso della deregulation finanziaria che determinò il crollo dei mutui subprime e il collasso della montagna di derivati finanziari super speculativi a essi collegati. Si ricordi che secondo i dati della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, il valore nozionale globale dei derivati over the counter (otc), cioè contrattati fuori dei mercati regolamentati e tenuti fuori bilancio, era allora di circa 700 trilioni di dollari. Una cifra enorme che nonostante le tante proposte di riforma finanziaria, ancora oggi resta alta, circa 600 trilioni di dollari. I n Italia il rapporto debito/Pil schizzò dal 103,6% del 2007 al 116,0% del 2009. L’impennata più recente si è registrata nel 2011 a seguito dell’attacco speculativo contro l’Italia, che portò lo spread a oltre 500 punti (5%) sopra il tasso d’interesse del Bund decennale tedesco, con effetti pesanti per gli interessi sui titoli di Stato italiani. Ciò determinò la caduta del governo Berlusconi e l’arrivo del governo Monti. L’attacco speculativo si fermò quando Mario Draghi, presidente della Bce, dichiarò che avrebbe utilizzato tutti i mezzi necessari nella difesa dell’euro: il suo famoso «whatever it takes»! Ma il rapporto debito/Pil, che nel 2011 era del 120,7%, schizzò al 127,0% l’anno successivo. È troppo facile affermare, in Europa o in Italia, che la speculazione attacca chi se lo merita. Si dimentica che un’economia più debole deve fare degli sforzi maggiori per recuperare le perdite generate da una crisi a volte provocata da altri.

Ora il debito pubblico, con la sua enormità, ci dice che c’è ancora molto da fare. Nelle sedi europee non servono né l’ottimismo di maniera né la classica voce grossa. A nostro avviso, in quelle sedi bisogna evidenziare anzitutto che il nostro Paese, a causa dei citati ripetuti attacchi speculativi, ha subito un significativo aggravamento del rapporto debito/Pil non inferiore al 30%. Allo stesso tempo bisogna far comprendere la necessità di escludere gli investimenti dai vincoli delle politiche di austerità. Il rapporto debito/Pil si riduce soprattutto con la crescita e lo sviluppo economico sostenuti da una politica di investimenti nelle infrastrutture, nella modernizzazione tecnologica e digitale e nelle stesse politiche sociali. La riscoperta di una finanza rivolta agli investimenti, come i project bond, e non alla speculazione può essere è certamente di grande aiuto.

Crediamo che sia necessario, anche se non facile, definire un sistema di valutazioni e di interventi, anche di carattere giuridico, per evitare che gli effetti della deregulation selvaggia e della speculazione finanziaria siano scaricati, attraverso il crescente debito pubblico, sulle spalle dell’intera popolazione. Altrimenti, come ha ben evidenziato Francesco Gesualdi nell’articolo del 2 febbraio scorso con il quale ha aperto il dibattuto su ‘Avvenire’, l’Italia rischia di rimanere nella trappola del debito, dove il pagamento di alti interessi è fatto attingendo a nuovi debiti pubblici. In merito a questo enorme problema le parole di papa Francesco, quando dice che «i mercati non possono godere di un’autonomia assoluta. Senza risolvere i problemi dei poveri non risolveremo quelli del mondo», ci sembrano le più appropriate ed efficaci.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

*già sottosegretario all’Economia,
**economista, editorialista di Italia Oggi

28 ore di lavoro. I sindacati tedeschi tutelano gli operai

ig-metall-550x395La Germania si mostra come Paese di avanguardia in Europa anche per la tutela dei diritti dei lavoratori. Stamattina è stato siglato un accordo tra il sindacato dei metalmeccanico Ig Metall e gli industriali che tra le novità prevede che chi sceglierà di lavorare 28 ore alla settimana per occuparsi dei figli piccoli o di parenti malati o perché svolge un lavoro usurante non subirà il taglio dello stipendio. Inizialmente i sindacati chiedevano un aumento del 6%, ma le due parti hanno concordato un compromesso di un aumento del 4,3% da aprile, con alcuni pagamenti una tantum aggiuntivi.
Le imprese hanno ottenuto dal canto loro la possibilità di estendere la settimana lavorativa a 40 da 35 ore per i dipendenti che volessero farlo su base volontaria. I capi sindacali avevano minacciato uno sciopero a tempo indeterminato se le loro richieste non fossero state soddisfatte. Una protesta di questo tipo non si verificava nel settore dal 2003.
Per il momento l’accordo interessa 900mila lavoratori nella regione di Daimler e Porsche, ma è un’intesa che prevedibilmente verrà estesa a breve ai 3,9 milioni di lavoratori metalmeccanici del resto della Germania. Per il capo di IGMetall, Jörg Hofmann, si tratta di una “pietra miliare verso un mondo del lavoro moderno, in cui ognuno potrà scegliere per sé”. Il presidente di Gesamtmetall, la federazione tedesca degli imprenditori, Rainer Dulger commenta: “È la pietra angolare del lavoro flessibile del XXI secolo”.
I potenziali effetti sui salari di una fetta così ampia della popolazione produttiva tedesca da tempo attirano l’attenzione degli analisti economici europei per via delle conseguenze per l’inflazione che potrebbero riflettersi anche sulla politica monetaria della Bce. In una nota odierna però Barclays stima che la rinegoziazione incrementi i salari negoziali tedeschi complessivamente del 2,2% il prossimo anno e che, con una produttività del lavoro tedesca allo 0,7% annuo, i costi unitari del lavoro dovrebbero crescere soltanto dell’1,5%, sotto il target d’inflazione della Bce (inferiore ma prossimo al 2%).

Padoan: la flat tax come la fatina blu

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La “flat tax” del programma elettorale del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, “fa parte di quelle proposte che io chiamo ‘bacchetta magica’ o ‘fatina blu'”; e il modello della Federazione russa a cui l’ex Cavaliere ha fatto riferimento “lo vedrei difficile come caso da applicare all’Italia”, visto che “l’economia russa è totalmente dipendente dal prezzo del petrolio: se sale va bene, se scende va male”. Lo ha affermato oggi a Bruxelles il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, durante la sua conferenza stampa al termine del Consiglio Ecofin commentando la proposta del centrodestra di introdurre una flax tax con aliquota unica per tutti i contribuenti a prescindere dal reddito dichiarato.

“Non conosco la proposta di Berlusconi, ma in generale quando sipropone un taglio delle tasse si deve anche dire come trovare lecoperture, con tagli di spesa o altro”; comunque, ha osservato Padoan, “la progressività dell’imposizione con la flat tax è molto debole e molto limitata”. Padoan ha poi riferito sulla discussione avuta con i colleghi europei riguardo alla situazione e le prospettive in Italia alla vigilia delle elezioni. I ministri delle Finanze degli altri paesi Ue “mi hanno chiesto il mio punto di vista sulla campagna elettorale in Italia. Io ho esposto il dibattito fra le proposte ‘fatina blu’, le proposte ‘Terminator’ (come l’abolizione della legge Fornero) e poi quelle che prevedono la costruzione paziente delle misure. Tutti sono al corrente del fatto che nella situazione attuale, con quattro anni di stabilità economica, l’Italia ha fatto passi avanti, e c’è implicitamente o esplicitamente – ha concluso il ministro – la preoccupazione che questo possa interrompersi”.

Una tassa incostituzionale perché dà ai ricchi togliendo ai poveri, favorendo le diseguaglianze sociali, spiega il coordinatore dei Verdi e promotore della Lista Insieme Angelo Bonelli. “Ma il centrodestra – afferma – continua a proporla come nulla fosse. Del resto non ci aspettiamo nulla di diverso da chi sta sponsorizzando un condannato per frode fiscale, oltre che interdetto dai pubblici uffici, come candidato premier”. “I cittadini – scrive ancora su Facebook Angelo Bonelli – sono abituati alle false promesse di Berlusconi e capiscono anche che la cosiddetta coalizione di centrodestra ha al suo interno tutto e il contrario di tutto. Oggi per esempio, il tentativo di rassicurare l’Europa di Berlusconi parlando di rispetto della regola del 3 per cento del deficit viene smentito immediatamente da Salvini con un ‘per noi non esiste. La nostra coerenza fa perno sull’idea di un’Europa dei cittadini e non dei finanzieri, unita e coesa per rilanciare l’economia, l’occupazione e la difesa dell’ambiente. Grazie ad un Green New Deal che incentivi investimenti nell’innovazione, su auto pulita e mobilità sostenibile, sul recupero urbano, su piani contro il dissesto idrogeologico, energie rinnovabili e agricoltura biologica”, ha aggiunto Bonelli.

Dal Fmi alla Bce nessuna prova che funzioni
Il fisco è un pò come i sistemi elettorali. Ogni paese ha il proprio, come un vestito su misura. Nel dibattito della campagna elettorale è tornata di attualità la flat tax, proposta da Forza Italia e Lega ma con architetture diverse. La Flat tax è in vigore in oltre venti paesi al mondo ma con rilevanti differenze, a conferma che ogni Stato cuce un proprio sistema fiscale. Non solo. In nessun paese è applicata la Flat tax pura secondo l’idea di Hall e Rabushka del 1983. I due ideatori indicavano la stessa aliquota per redditi da lavoro, da impresa e redditi finanziari e la cancellazione di qualsiasi detrazione e deduzione fiscale. Questo per garantire gli obiettivi di semplicità e compliance del fisco.

I fautori della Flat tax ne sottilineano gli effetti benefici su evasione, stimolo agli investimenti e al lavoro e sul Pil, mentre i critici mettono in evidenza che l’aliquota unica è regressiva, anche se va rilevato che nessun paese al mondo ha un sistema fiscale totalmente progressivo, in quanto la tassa sui redditi è solo una parte del gettito fiscale.

Diversi studi sono stati condotti sulla Flat tax. Tra il 2005 e il 2017 anche istituzioni come Fmi, Bce, Banca Mondiale e Ocse hanno alimentato la letteratura sulla Flat tax e il risultato è sostanzialmente lo stesso: non c’è alcuna evidenza che la Flat tax funzioni in termini di stimolo all’economia e abbassamento dell’evasione fiscale. È invece piuttosto evidente una maggiore semplicità del sistema fiscale (ma dipende da quante deduzioni e detrazioni vengono mantenute) e un calo dei costi della macchina fiscale.

Non ci sono evidenze, inoltre, che l’introduzione della Flat tax non abbia riflessi sul gettito, così come non c’è sufficiente chiarezza sugli effetti distributivi delle imposte. Uno degli ultimi studi sulla Flat tax è della Bce con riferimento ai paesi dell’est Europa. Le conclusioni sono indicative. “La Flat tax non garantisce automaticamente la semplificazione del fisco. Il fatto che i paesi che hanno introdotto la Flat tax abbiano al tempo stesso realizzato altre riforme strutturali rende molto difficile isolare l’impatto della Flat tax a livello macroeconomico e sul livello del gettito fiscale”.

Il Fmi in un working paper ha indicato, sempre in relazione all’esperienza dei paesi dell’Est Europa, che in quelli dove la Flat tax era decisamente più bassa, rispetto alla precedente aliquota marginale più elevata, si è verificato un vistoso calo del gettito. Come nel caso di Slovacchia e Ucraina mentre l’incremento di gettito registrato dalla Russia “non sembra il risultato della Flat tax ma l’effetto della rilevante crescita del prezzo del gas nei primi anni del 2000”.

Altro elemento da valutare è che la proposta di Forza Italia e Lega sulla Flat tax è limitata al reddito individuale, mentre i paesi che l’hanno introdotta negli ultimi 20 anni hanno modificato anche la tassazione sulle imprese e sulle transazioni finanziarie. Non solo, hanno anche ampliato la base imponibile. La Russia ad esempio, unica grande economica a introdurre la Flat tax, nel 2001 introduce l’aliquota unica sui redditi delle persone al 13% mentre prima c’erano quattro aliquote tra il 12 e il 30%. La tassazione sulle imprese era il 15% e la riforma del 2001 la innalza al 35% per poi abbassarla al 24% nel 2007.

Un caso che merita attenzione è quello della Slovacchia che ha introdotto la Flat tax nel 2004 per poi tornare al sistema a più aliquote nel 2014. La Slovacchia è il paese che più si avvicinato alla proposta di Hall e Rabushka, introducendo un’aliquota del 19% per i redditi persone fisiche (prima c’erano tre aliquite dal 10 al 38%), per le imprese (dal 25%) e per l’Iva (era al 14%). Al tempo stesso amplia la no tax area e introduce pochissime deduzioni.

Uno studio dell’Ocse rileva tuttavia che la robusta crescita economica del paese tra il 2004 e il 2009 non è attribuibile alla riforma fiscale. Anzi, la Flat tax incide negativamente su deficit e debito pubblico a partire dal 2008 tanto che nel 2014 il Paese torna al sistema di imposte progressive. Anche il Fmi aveva osservato che la Slovacchia deve fronteggiare un preoccupante processo di invecchiamento della popolazione e nell’ambito delle misure di austerità il paese ha tagliato dal 9 al 4% la quota di reddito che può essere trasferita ai fondi pensioni privati, innalzando la quota a carico delle imprese.

La Flat tax non è in discussione nei paesi europei che l’hanno introdotta per primi. Si tratta di Estonia, Lituania e Lettonia (1994). Ma qui l’aliquota scelta coincide con quella massima del precedente sistema progressivo: il 33% in Lituania, il 25% in Lettonia, mentre in Estonia il 26% (l’aliquota massima era il 33%). E grazie al sistema di detrazioni e deduzioni il sistema fiscale mantiene un’impronta progressiva. Sugli effetti distributivi, un altro working paper dell’Ocse indica che le imposte progressive tendono a produrre benefici soprattutto per la middle class e che nel caso dei paesi dell’Est Europa è stata proprio la categoria di contribuenti più colpita dalla Flat tax. Anche per il Fmi gli effetti distributivi sono “complessi”. In generale il secondo gruppo di paesi che hanno introdotto la Flax tax (con una aliquota molto bassa rispetto al sistema precedente) ma ampliando la no tax area (Russia, Serbia, Ucraina, Slovacchia, Georgia, Romania, Macedonia e Montenegro) ci sono stati consistenti benefici per le categorie di contribuenti più ricche e per quelle con bassi redditi.

Un altro studio del 2007 pubblicato dal Fmi sottolinea che la Flat tax è stata adottata da quei paesi (quasi tutti appartenenti ex blocco sovietico) che avevano “l’ansia di inviare il messaggio sul profondo cambiamento politico ed economico, affermando sistemi orientatati al mercato. E in molti casi quel segnale è stato ricevutio. Ma per paesi che non hanno problemi reputazionali l’appeal della Flax tax è molto inferiore”. (La Presse)

Bitcoin, qualcosa si muove sul cripto titolo

BitcoinFinalmente le autorità monetarie stanno intervenendo sui Bitcoin. Non molto tempo fa, dalle pagine di questo giornale era stato sollecitato un loro intervento. L’iniziativa è partita dal governatore della Banca centrale austriaca, Ewald Nowotny, esponente di primo piano della Banca Centrale Europea. Ewald Nowotny ha definito la cripto valuta uno strumento speculativo per il riciclaggio di denaro sporco ed ha richiesto di regolamentare i bitcoin, ponendo fine all’anomimato delle transazioni e introducendo un’imposta sul valore aggiunto.

Il Governatore della Banca Centrale austriaca ha così dichiarato al quotidiano tedesco ‘Sueddeutsche Zeitung: “Si dovrebbe applicare quella che è la regola di base in ogni altra transazione finanziaria: tutti i soggetti coinvolti dovrebbero rivelare la propria identità. Abbiamo bisogno di una tassa sul valore aggiunto dei bitcoin, dal momento che non è una valuta”.

I commenti di Nowotny fanno eco a quelli di altri funzionari della BCE, che considerano la spettacolare crescita del valore del bitcoin come una bolla, piuttosto che come un segno che potrebbe renderla una concorrente digitale dell’euro utilizzato dai 19 paesi membri della moneta unica.

Il cripto titolo (impropriamente cripto valuta), definito da qualcuno ‘oro digitale’, è ormai preoccupazione per i banchieri centrali in quanto può consentire ai riciclatori di denaro di eludere le regole sempre più rigide nel sistema finanziario tradizionale.

Nowotny ha anche sottolineato: “Non è possibile che abbiamo appena deciso di smettere di stampare banconote da 500 euro per combattere il riciclaggio di denaro sporco, che abbiamo imposto regole rigide su ogni piccolo club di risparmio per poi vedere alle persone che riciclano spensieratamente denaro in in tutto il mondo con i bitcoin “.

Con le dichiarazioni del Consigliere della BCE, attorno ai Bitcoin è iniziata una nuova battaglia per la legalità contro le attività illegali ed illecite dalle caratteristiche criminose e criminogene in senso lato.

Salvatore Rondello

Eurozona, corre la ripresa ma resta il quantitative easing

Draghi-BCELa ripresa dell’Eurozona corre, e anche la crescita mondiale promette bene, in vista di una “sincronizzazione” fra le principali economie che potrebbe essere la grande novità del 2018. Ma la Bce mantiene la barra dritta sul quantitative easing. È il bollettino economico a confermare la linea della stabilità prevalente a Francoforte. Dove nonostante gli scontenti tedeschi, nonostante la ripresa più forte del decennio, Mario Draghi aspetta i segnali di un’inflazione non solo prossima al 2% (ora è all’1,5%) ma soprattutto in grado di reggersi sulle proprie gambe, prima di decretare la fine del quantitative easing. E proprio per orientare le aspettative degli operatori economici, la Bce promette di non abbassare la guardia. È vero, si legge nel documento, c’è “un ritmo sostenuto dell’espansione economica e un significativo miglioramento delle prospettive di crescita”. Che si traducono in un rialzo delle previsioni di crescita (2,4% per il 2017, 2,3% per il 2019 e 1,9% per il 2019) e d’inflazione (1,5% nel 2017, 1,4% nel 2018 e 1,5% nel 2019). Tuttavia “le pressioni interne sui prezzi rimangono nel complesso moderate e devono ancora mostrare segnali convincenti di una protratta tendenza al rialzo. E cosi’ “il Consiglio direttivo ha concluso che un ampio grado di stimolo monetario rimane necessario affinché le spinte inflazionistiche di fondo continuino ad accumularsi”. Nel merito, la Bce da gennaio ridurrà gli acquisti mensili a 30 miliardi di euro al mese in titoli.

Manterrà le ‘consistenze’ finora accumulate con il Qe, che hanno appena fatto gonfiare il suo bilancio verso l’ennesimo record di 4.487 miliardi di euro (nel 2014 erano circa 2.000 miliardi). E per farlo continuerà a reinvestire in titoli i bond che man mano vengono a scadere. Qualora fosse necessario, la Bce mantiene anche l’impegno ad aumentare il Qe in quantità degli acquisti o nella loro durata. Non solo: sul fronte dei tassi d’interesse, che rimangono ai minimi record, resta immutato l’impegno preso con la ‘forward guidance’, le indicazioni prospettiche sui tassi che non saliranno fino a “ben oltre” la fine del Qe: almeno il 2019. Poche variabili esterne sembrano essere in grado di mutare questo scenario. La Bce si sofferma su un ampio studio sui prezzi petroliferi, vera carta in grado di scompaginare tutto, in un’economia globale che va verso una “robusta espansione” e una crescita “solida” del commercio mondiale.