LE PAROLE SONO IMPORTANTI

DRAGHI NON MOLLA PRESA, DECISO CONTRO RISCHI DEFLAZIONE

Gli economisti della Bce hanno ritoccato al ribasso le previsioni di crescita economica dell’area euro, mentre hanno confermato quelle sull’inflazione. Ora sul 2018 pronosticano un più 2 per cento del Pil, a fronte del più 2,1 per cento di tre mesi fa; sul 2019 un più 1,8 per cento invece del più 1,9 per cento, mentre sul 2020 hanno confermato l’attesa di un più 1,7 per cento. I dati sono stati rivelati dal presidente Mario Draghi, al termine del consiglio direttivo. Sull’inflazione hanno confermato la stima di un +1,7 per cento annuo su tutti e tre gli anni.

Tutto confermato come da attese sulla politica monetaria dell’area euro. La Banca centrale europea mantiene l’indicazione di dicembre come ultimo mese di acquisti netti di titoli di Stato, confermando anche la condizionalità dello stop al Quantitative easing al sopraggiungere di dati che confermino le prospettive per l’inflazione a medio termine.

Il principale tasso di interesse resta fermo a zero. La Bce ha anche mantenuto allo 0,25 per cento il tasso sulle operazioni marginali e al meno 0,40 per cento il tasso sui depositi custoditi per cento delle banche commerciali. Il Consiglio direttivo ha anche ribadito di continuare ad attendersi di tenersi su livelli pari a quelli attuali almeno nell’orizzonte dell’estate del 2019 e in ogni caso finché ciò sarà necessario.

Il presidente Mario Draghi, nella conferenza stampa esplicativa, riferendosi all’Italia ed alle dichiarazioni che hanno fatto innalzare lo spread, ha detto: “Negli ultimi mesi le parole sono cambiate molte volte e quello che ora aspettiamo sono i fatti, principalmente la legge di bilancio e la successiva discussione parlamentare. Purtroppo abbiamo visto che le parole hanno fatto alcuni danni, i tassi sono saliti, per le famiglie e le imprese anche se tutto ciò non ha contagiato granché altri paesi dell’Eurozona, rimane un episodio principalmente italiano. La Banca centrale europea si atterrà a ciò che hanno detto il primo ministro italiano, il ministro dell’Economia e il ministro degli Esteri, e cioè che l’Italia rispetterà le regole. Il mandato della Bce è la stabilità dei prezzi e il Qe è uno degli strumenti con cui lo perseguiamo. Non è nostro compito  assicurare che i deficit dei governi siano finanziati in qualsiasi condizione. Il Qe è ancora necessario per sostenere l’inflazione sono ancora necessarie misure di stimolo per via  dei rischi legati a protezionismo e turbolenze sui mercati  emergenti”.

Le dichiarazioni di Draghi, come sempre sono state coerenti e responsabili. Ma i rappresentanti dell’attuale governo italiano, continuano a parlare a ruota libera senza rendersi conto dei danni che stanno arrecando al Paese. Non ultimo l’incidente diplomatico tra Di Maio e Moscovici.

Il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, in una conferenza stampa a Parigi, ha lanciato un allarme affermando: “C’è un problema, che è l’Italia. Ed è proprio l’Italia il tema su cui voglio concentrarmi prima di tutto. L’Italia ha bisogno di riforme alla sua economia. Fermare le riforme e stampare moneta non è quello che salverà l’Italia. Quando dico che ho paura, è pensando agli anni Trenta del Novecento. Non c’è Hilter, ma se ci sono dei piccoli Mussolini è da verificare, in un momento in cui il suo Paese avrebbe più che bisogno della solidarietà europea. Quando dico che ho paura non sono paralizzato, ma bisogna reagire rafforzando la sovranità dell’Europa dinanzi alle minacce esterne”. Il commissario ha ricordato di essere figlio di un ebreo della Romania, venuto a cercare asilo in Francia.

Alle parole forti di Moscovici ha replicato il vicepremier  Luigi Di Maio: “Nel momento in cui abbiamo avuto un rapporto decente con un commissario Europeo, Gunther Oettinger, come al solito c’è un atteggiamento da parte di alcuni commissari europei che è veramente  inaccettabile, insopportabile. Dall’alto della loro Commissione Ue, addirittura si permettono di dire che in Italia  ci sono tanti piccoli Mussolini. Non solo non si devono permettere ma questo dimostra come queste siano persone scollegate dalla realtà. Questo governo ha il più alto consenso in Europa e viene trattato così da commissari e da una Commissione che probabilmente non esisterà più alle prossime elezioni europee. I cittadini europei manderanno a casa buona parte dell’establishment e degli Eurocrati. Mi dispiace sentire queste prese di posizione e questi giudizi ignobili contro l’Italia. Questi eurocrati si scontreranno con la realtà nelle prossime elezioni europee. A questi signori una lezione non verrà dal governo, perché noi incassiamo e li compatiamo anche un po’, una lezione arriverà dai cittadini italiani”.

Però, Moscovicì non ha tutti i torti: Di Maio ha sostituito la parola ‘plucratici’ di mussoliniana memoria con ‘eurocrati’.

Salvatore Rondello

Alla Bce non piace il piano presentato da Carige

carige

La Bce non ha approvato il piano di conservazione del capitale (capital conservation plan) presentato da Carige il 22 giugno scorso. Lo ha reso noto un comunicato dell’istituto ligure che ha svelato i contenuti di una lettera di Francoforte del 20 luglio.

Nelle valutazioni della Bce si legge: “Il soggetto vigilato non rispetta il requisito patrimoniale complessivo pari al 13,125% dal primo gennaio 2018. Nel primo trimestre 2018, il coefficiente di capitale totale era del 12,23%, 89 punti base sotto l’Ocr. L’emissione di strumenti di capitale di classe 2 costituisce la pietra angolare del piano di conservazione del capitale aggiornato. A causa di fattori idiosincratici e di mercato, i tentativi di emissione di strumenti di capitale di classe 2 si sono rivelati un insuccesso”.

Inoltre, la Bce ha fatto la seguente considerazione: “Nel piano di conservazione del capitale presentato il 18 aprile erano state programmate una serie di misure di riduzione dell’attività ponderata per il rischio (cessione di attività non strategiche, incluse le attività immobiliari, una partecipazione in Autofiori e la cessione delle quote di Banca d’Italia) da eseguirsi a giugno. Nessuna di tali misure è stata eseguita entro la tempistica iniziale e il piano di conservazione del capitale aggiornato ne ha rinviato la prevista esecuzione di un trimestre”.

La Carige, in proposito, a sua volta, ha precisato quanto segue: “Di avere, nel corso dei primi sei mesi del 2018, dato inizio al percorso volto, da un lato, all’emissione di strumenti di capitale di classe 2 (bond subordinato) e dall’altro, alla cessione di asset non strategici quali la partecipazione in Banca d’Italia e quella in Autofiori”.

Per quanto riguarda l’emissione di strumenti di capitale di classe 2 (bond subordinato), Carige ha risposto: “Non può che confermare e condividere la necessità nonché l’intenzione di procedere a dette emissioni pur ritenendo che le stesse debbano essere effettuate tenendo in dovuta considerazione le condizioni del mercato in generale ed in particolare di quello italiano che nel corso degli ultimi mesi ha fortemente penalizzato non solo Banca Carige ma anche numerosi altri emittenti sia finanziari che industriali che intendevano affacciarsi al mercato per reperire nuove risorse finanziarie”.

Per quanto riguarda, invece, l’eventuale dismissione di asset non strategici, la Banca Carige ha confermato che i processi volti alla migliore valorizzazione di tali asset sono in corso e che intende portare a termine tali processi entro la fine del 2018, purchè ovviamente ne sussistano le condizioni.

Dunque, Banca Carige ha manifestato alla Bce le difficoltà sia a cedere le partecipazioni non strategiche, ma anche le difficoltà incontrate nel collocare i titoli subordinati necessari a raggiungere accettabili quozienti di capitalizzazione. Dopo le risposte della banca genovese, la Bce adotterà i provvedimenti dovuti al caso: proroga dei tempi, commissariamento o intervento di altri istituti di credito per rilevarne l’operatività.

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EUROPA UNITA

DRAGHI NON MOLLA PRESA, DECISO CONTRO RISCHI DEFLAZIONEBorse europee positive nel pomeriggio, dopo il quadro rassicurante tracciato dal numero uno della Banca centrale europea, Mario Draghi, al Parlamento europeo e dopo la buona intonazione di Wall Street, ancora in festa per i dati sul mercato del lavoro di luglio (sono state create 213.000 nuove buste paga, livello superiore alle attese). Il banchiere ha dichiarato che sebbene a fine anno termineranno gli acquisti di asset da parte dell’istituto centrale, questo non significherà la fine dell’espansione monetaria. Draghi è quindi tornato a sottolineare che i fondamentali dell’economia del Vecchio Continente sono solidi, nonostante la crescita degli ultimi mesi sia risultata più moderata e nonostante il protezionismo in atto stia diventando sempre più una minaccia. Il presidente dell’Eurotower ha quindi invocato un’Europa unita, complice il fatto che l’unione monetaria è ancora incompleta e vulnerabile.

“In questi tempi di aumentate incertezze globali, è più importante che mai che l’Europa resti unita” ha avvertito ancora il presidente della Bce sottolineando i pericoli che corre l’Europa a causa dei dazi e del ritorno delle politiche protezionistiche. La ricetta di Draghi è un’Europa più unita: “Per sostenere la fiducia e continuare l’espansione economica, abbiamo bisogno di ulteriore convergenza e integrazione tra gli Stati membri dell’area dell’euro”, ha sottolineato.

I rischi al ribasso per le prospettive di crescita “riguardano principalmente la minaccia di un maggiore protezionismo: un’Unione europea forte e unita può aiutare a cogliere i benefici dell’apertura economica proteggendo al tempo stesso i suoi cittadini contro una globalizzazione incontrollata”, ha insistito il presidente della Bce. “L’Ue – ha aggiunto – può dare supporto al multilateralismo e al commercio globale, capisaldi della crescente prosperità economica negli ultimi sette decenni. Ma per avere successo al di fuori, l’Ue richiede istituzioni solide e una sana governance economica all’interno”.

Draghi ha anche affrontato il tema dell’eurozona, al centro del dibattito tra i Paesi europei e di una riforma in salita. “La condivisione dei rischi aiuta in grande misura la riduzione dei rischi”, ha detto Draghi riferendosi al sistema bancario e alle scelte pendenti per completare l’unione bancaria (la questione centrale è il sistema unico di garanzia dei depositi).

Infine nel corso della conferenza stampa il presidente della Bce si concede un passaggio sull’Italia: “Dobbiamo vedere i fatti prima di esprimere un giudizio, i test saranno i fatti, finora ci sono state le parole e le parole sono cambiate”.

Bce, l’avvertimento di Draghi su debito e pensioni

Draghi-Eurozona

La Banca Centrale Europea ha presentato oggi il Bollettino economico dove si legge: “In alcuni paesi (ad esempio in Italia e in Spagna) il rischio che si compiano passi indietro rispetto alle riforme pensionistiche precedentemente adottate sembra elevato. Al contrario, in diversi paesi con livelli già elevati di debito pubblico (come l’Italia) sono  necessari ulteriori sforzi di riforma volti a ridurre il previsto aumento della spesa connessa all’invecchiamento demografico. In tale contesto sarà importante che i paesi intraprendano azioni politiche risolute e  incrementino gli sforzi di riforme strutturali  in ambiti quali pensioni, sanità e assistenza di lungo periodo”.

Con riferimento alla crescita economica, la Bce nel Bollettino Economico ha affermato: “Nell’Eurozona la crescita rimane  solida e generalizzata nei diversi paesi e settori, sebbene i dati e gli indicatori recenti si siano mostrati più deboli rispetto alle attese. Nel primo trimestre del 2018 la crescita del PIL in termini reali si è attenuata sul periodo precedente, collocandosi allo 0,4 per cento, dopo lo 0,7 per cento dei trimestri precedenti. Gli ultimi indicatori economici e i risultati delle indagini congiunturali sono più modesti, ma restano coerenti con il perdurare di una crescita solida e generalizzata dell’economia. Il rallentamento della crescita nel corso del primo trimestre è stato relativamente generalizzato per via soprattutto del calo delle esportazioni. La decelerazione della crescita osservata tra l’ultimo trimestre del 2017 e il primo trimestre del 2018 ha interessato la maggior parte dei paesi dell’area dell’euro. Tra i maggiori paesi dell’area, le  uniche eccezioni sono rappresentate da Spagna e Italia, in cui i tassi di crescita sono rimasti sostanzialmente stabili tra i due trimestri”.

Sull’applicazione dei dazi, la Bce ha osservato: “Per quanto riguarda l’applicazione dei  dazi europei sui prodotti americani  nel breve periodo è prevista una ripresa dell’espansione economica mondiale, ma l’applicazione di tariffe commerciali più elevate, in un contesto in cui si dibatte di ulteriori misure protezionistiche, rappresenta  un rischio per le prospettive”.

La Banca centrale europea in conclusione, in merito alle raccomandazioni specifiche per Paese per la correzione dei conti pubblici, ha sostenuto: “I progressi verso un aggiustamento durevole dell’inflazione sono stati considerevoli nell’Eurozona. Tuttavia occorre ancora un ampio grado di accomodamento monetario e il consiglio direttivo è pronto ad adeguare tutti i suoi strumenti, ove opportuno, per assicurare che l’inflazione continui ad avvicinarsi stabilmente al livello perseguito.  La discrezionalità adottata nell’accordare una riduzione dei requisiti di aggiustamento a due paesi nel 2018, e cioè Italia e Slovenia, riflette un’applicazione del patto di stabilità possibile a scapito della completa trasparenza, coerenza e prevedibilità dell’intero quadro di riferimento”.

La Bce, nell’ultimo Bollettino Economico, ha focalizzato luci ed ombre che si riflettono nell’attuale quadro economico, fornendo consigli ai Paesi della Ue senza sottrarsi al responsabile utilizzo degli strumenti di politica monetaria.

S. R.

Grecia, atterraggio morbido. Odissea verso conclusione

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L’odissea della Grecia si è conclusa. E’ stato raggiunto l’accordo all’Eurogruppo sui termini per l’uscita della Grecia dal suo terzo piano di salvataggio  che prevede, in particolare, misure per alleggerire il debito. Ha dato l’annuncio il presidente dell’Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno. In base all’accordo raggiunto dai ministri delle Finanze dell’Eurozona a Lussemburgo,  ad Atene è stata concessa l’ultima tranche del prestito di 15 miliardi di euro.

Con questo accordo che molti hanno definito ‘storico’, Centeno ha commentato: “Siamo riusciti ad ottenere un atterraggio morbido per l’uscita dalla Grecia da questo lungo e difficile percorso”.

Il Commissario Ue, Pierre Moscovici, ha dichiarato: “Si tratta di un accordo eccezionale: La crisi greca si è conclusa questa notte”.

Il ministro delle Finanze greco, Euclid Tsakalotos, dal canto suo, dichiarandosi soddisfatto per l’accordo raggiunto che segna la fine di otto anni di crisi, ha affermato: “Questo Governo non dimentica e non dimenticherà ciò che il popolo greco ha dovuto attraversare durante questi otto anni. Dobbiamo assicurarci che molto presto il popolo greco vedrà concretamente i risultati di questo accordo”.

Il governo greco si è impegnato a mantenere un avanzo primario pari al 3,5% del Pil fino al 2022 e, in seguito, a rispettare le regole di bilancio Ue. L’Eurogruppo, nella dichiarazione diffusa nella notte, ha spiegato: “Per la Commissione questo implicherà un avanzo primario in media al 2,2% del Pil nel periodo tra il 2023 e il 2060. Il Paese resterà sotto la lente della Commissione Europea, che attiverà la procedura di sorveglianza aumentata (Enhanced surveillance), con relazioni trimestrali sulla situazione economica e di bilancio della Grecia.

Così, l’ultima tranche di aiuti ammonta a 15 mld: di questi, 5,5 mld verranno versati in un conto segregato, destinato al servizio del debito, mentre gli altri 9,5 mld saranno versati in un conto dedicato, che verrà utilizzato per creare dei ‘cuscinetti’ di contante, da utilizzarsi alla ‘bisogna’ del debito in caso di necessità.

In tutto la Grecia lascerà il programma con un ‘cuscinetto’ di cash che coprirà le necessità finanziarie per circa 22 mesi dopo la fine del programma nell’agosto prossimo, cosa che secondo l’Eurogruppo ‘rappresenta una garanzia significativa contro qualsiasi rischio’. Il presidente della Bce Mario Draghi ha detto: “L’adozione delle misure concordate dall’Eurogruppo miglioreranno la sostenibilità del debito nel medio termine. E’ fondamentale che la Grecia si mantenga sul percorso delle riforme e di una politica di bilancio solida”.

Il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha aggiunto: “Dopo otto lunghi anni, la Grecia si affranca dall’assistenza finanziaria e si unisce a Irlanda, Spagna, Cipro e al mio Paese, il Portogallo, nei ranghi dei Paesi dell’Eurozona che hanno riformato le loro economie e ancora una volta si reggono sulle loro gambe”.

La direttrice del Fmi Christine Lagarde ha detto: “Per la sostenibilità del debito greco nel lungo termine il Fondo ha delle riserve, mentre per il medio termine abbiamo piena fiducia che le misure annunciate, che sono significative consentiranno alla Grecia di ritornare sui mercati per finanziarsi”.

Infatti, la crescita del Pil greco ha ormai raggiunto l’1,4% nel 2017 e dovrebbe accelerare ulteriormente quest’anno, mostrando una espansione dell’1,9%, mentre il prossimo anno è visto al +2,3%. Gli sforzi hanno pagato anche in termini di conti pubblici. La Grecia, infatti, ha ora un avanzo di bilancio dello 0,8% del Pil, un passo da gigante se si pensa che nel 2009 aveva un maxi-disavanzo del 15,1%.

Nonostante le resistenze della Germania, principale Paese creditore della Grecia, si è raggiunto l’accordo che rappresenta un importante punto di svolta per la zona euro. L’accordo è arrivato dopo quasi un decennio da quando la Grecia sbalordì il mondo con spese fuori controllo, con il debito pari al 180% del Pil, costringendo l’Ue a predisporre tre piani di salvataggio per evitare il collasso della moneta unica. Finalmente la Grecia ce l’ha fatta senza bisogno di uscire dall’euro.

Salvatore Rondello

Ocse. Crisi economica e rischio dei populismi

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L’Italia è il fanalino di coda dell’area euro sulla crescita economica. Nell’ultimo rapporto previsionale dell’Ocse sull’Unione valutaria, la penisola è il Paese accreditato con le stime di crescita più basse: 1,4 per cento quest’anno e 1,1 per cento nel 2019. Secondo lo studio, in media l’Eurozona crescerà del 2,2 per cento nel 2018 e del 2,1 per cento nel 2019, mentre guardando all’intera Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico la crescita attesa è rispettivamente di 2,6 e 2,5 per cento.

Nell’ultimo rapporto, l’Ocse, segnalando i rischi del protezionismo e dei populismi che pesano sulle prospettive di crescita, ha scritto: “Un evento politico negativo come l’ascesa di partiti populisti in alcuni Paesi dell’area euro, associato all’architettura incompiuta dell’Eurozona, potrebbe portare ad un ripido aumento della ridenominazione del rischio e alla perdita di accesso al mercato per alcuni debiti sovrani della zona euro. Una più rapida soluzione sull’alto livello di crediti deteriorati in diversi Paesi sarebbe cruciale per facilitare lo sviluppo del credito e la trasmissione della politica monetaria. Anche se in discesa, sono sempre alti i rischi in alcuni Paesi colpiti dalla crisi. In Italia al momento sono più alti che in Irlanda. Un’accelerazione della soluzione agli npl è la chiave per espandere il credito bancario, visto che l’alto livello è ancora un problema per la stabilità finanziaria”.

Secondo l’Ocse:  “L’Eurozona sta crescendo in modo robusto e i Paesi dovrebbero approfittare dell’espansione per migliorare la loro posizione di bilancio. In particolare, quelli ad alto debito dovrebbero assicurarne una discesa significativa, consapevoli che il consolidamento di bilancio è desiderabile quando i tempi sono buoni”.

Per l’Ocse, nel rapporto 2018 sull’economia dell’Eurozona, bisognerebbe anche semplificare le regole del ‘Patto’, mantenendo la necessaria flessibilità per tenere in considerazione la situazione economica.

Nell’analisi dell’Ocse sull’economia dell’Eurozona, si leggono molti riferimenti all’Italia, e suonano tutti come inviti a non disperdere l’ultima buona occasione per rafforzare l’economia.

Il segretario dell’organizzazione parigina, Angel Gurrìa ha correlato la crescita dei movimenti populisti alla crisi dicendo: “La disoccupazione è sotto i livelli pre-crisi, la ripresa si è rafforzata, ma i miglioramenti sono ancora fragili e l’elevata disoccupazione ancora presente in alcuni Paesi ha spinto il sostegno ai partiti anti-Ue”.

Secondo l’Ocse, sulla crescita robusta dell’Eurozona pesa anche il rischio protezionismo. I Paesi, dunque, dovrebbero approfittare dell’espansione per migliorare la loro posizione di bilancio. Il riferimento è stato fatto anche alla politica ultraespansiva della Bce, che però ha iniziato il percorso per  sospendere il Quantitative easing, tornando verso una lenta normalizzazione della politica monetaria. Ne consegue che i rendimenti dei titoli di Stato risaliranno. L’organizzazione, nel rapporto ha segnalato la necessità di ulteriori riforme che assicurino la sostenibilità dell’unione monetaria nel futuro ed ha prospettato la graduale normalizzazione delle politiche monetarie della Bce alla luce delle attese di un progressivo ritorno dell’inflazione verso l’obiettivo stabilito dal suo mandato.

Le preoccupazioni già segnalate dalle pagine dell’Avanti in diversi momenti, oggi vengono manifestate anche dall’Ocse.

Salvatore Rondello

La Federal alza i tassi. Draghi: Qe verso la fine

BCE-Draghi-anticrisiIl Federal Open Market Committee, cioè il braccio della politica monetaria della Federal Reserve, come previsto ha alzato i tassi di interesse per la seconda volta nel corso del 2018. Dopo la stretta di marzo, quella decisa ieri di altri 25 punti base, ha innalzato i tassi dall’1,75% al 2%.

Si tratta del settimo rialzo del costo del denaro da dicembre 2015. Lo ha comunicato la Banca Centrale Usa alla fine della quarta riunione dell’anno in corso. La terza presieduta da Jerome Powell. All’inizio di febbraio scorso c’è stato il cambio di guardia con Janet Yellen. Powell, già dal 2012, stava nel board della Fed.

Nel 2018, la Fed ha previsto quattro aumenti dei tassi di interesse, anziché tre come inizialmente previsto. Questo cambiamento è emerso dai ‘dot plot’ che accompagnano il comunicato finale sulle decisioni di politica monetaria diffuso al termine della riunione durata due giorni.

Quest’anno, la Federal Reserve, ha fatto già due rialzi dei tassi. Sono state viste in rialzo anche le stime di crescita nella misura del 2,8% per gli Stati Uniti. L’inflazione è stata stimata al 2,1%, pure in rialzo rispetto alle precedenti previsioni. Molto probabilmente, proprio l’aumento dell’inflazione stimata avrebbe spinto la Fed a programmare un rialzo aggiuntivo sui tassi di interessi che a fine anno potrebbero arrivare al 2,5%.

Jerome Powell, presidente della Fed, nella conferenza stampa fatta alla fine della riunione, ha detto: “L’economia Usa sta facendo molto bene. Le decisioni sui tassi non sono prese con il ‘pilota automatico. A partire da gennaio 2019, la Fed terrà una conferenza stampa dopo ogni riunione per migliorare la comunicazione. Finora la Fed ha tenuto una conferenza stampa ogni due mesi dopo le riunioni. Per ora i dazi sul commercio sono solo un rischio. Gli effetti delle politiche commerciali e dei dazi ancora non si vedono sui numeri: sul commercio per ora sono solo un rischio”.

Di fronte alla decisione della Fed, Wall Street è schizzata in alto. I mercati azionari  statunitensi hanno aperto in rialzo mercoledì, poiché gli investitori hanno atteso un aumento dei tassi d’interesse ampiamente previsto dalla Federal Reserve e le sue linee guida sulla politica monetaria.

Un rialzo dei tassi di un quarto di punto percentuale è stato valutato positivamente dai partecipanti al mercato, che hanno analizzato la dichiarazione della Fed. Willie Delwiche, stratega degli investimenti presso Robert W. Baird a Milwaukee, precedentemente ha detto: “L’incertezza è se la Fed parla o meno di alcune questioni politiche in corso a Washington e delle preoccupazioni per il commercio. Se si trattasse solo di ciò che sta accadendo nell’economia, allora si parlerebbe di un quarto rialzo dei tassi, quindi il mercato è preparato per questo”.

Anche secondo lo strumento ‘Fedwatch’ di CME Group, i trader sono equamente divisi su un quarto rialzo dei tassi a dicembre. Un rapporto del Dipartimento del Lavoro ha mostrato che i prezzi dei produttori statunitensi, a maggio, sono aumentati più del previsto portando al miglior incremento annuale dagli ultimi sei anni e mezzo anche se l’inflazione sottostante è rimasta moderata.

Tuttavia, in una intervista a Fox News, dopo lo storico summit con Kim Jong Un, Donald Trump ha affermato: “Stiamo preparando una stretta molto forte sulle importazioni della Cina. Vedrete nel giro di un paio di settimane”.

Anche se Donald Trump vanta un’amicizia personale con Xi Jinping, per gli affari di stato si regola diversamente. Oggi, dopo la Fed, si è riunito a Riga la Bce che non ha modificato i tassi, ma ha deciso un  addio al quantitative easing a fine dicembre, con una tabella di marcia che prevede un breve ‘tapering’ nell’ultimo trimestre 2018. I tassi d’interesse resteranno fermi ai minimi record almeno fino alla prossima estate del 2019.

La decisione è arrivata in anticipo per molti osservatori: alcuni si aspettavano un’indicazione di massima dalla riunione di oggi, e una tabella di marcia vera e propria il mese prossimo.

Una nota dell’Eurotower, riunita oggi a Riga nell’appuntamento che ogni anno si svolge ‘fuori sede’, ha spiegato: “Dopo settembre 2018, e in subordine al fatto che i dati in arrivo confermino le stime di medio termine d’inflazione, il tasso mensile degli acquisti netti di titoli sarà ridotto a 15 miliardi fino a fine dicembre 2018, e che a quel punto gli acquisti netti termineranno”.

Tuttavia, la Bce ha promesso di proseguire con il reinvestimento  (ossia l’utilizzo del capitale rimborsato dei bond che ha in portafoglio e che arrivano a scadenza per comprare nuovi titoli di pari durata) ancora a lungo e per tutto il tempo necessario ad assicurare l’accomodamento monetario necessario. I tassi rimangono fermi ai minimi record almeno per tutta l’estate 2019 e in ogni caso finché sarà necessario.

La Banca centrale europea ha indicato, quindi, già da oggi la tabella di marcia verso la fine del Qe dopo un’attenta valutazione dei progressi fatti la cui conclusione è che l’aggiustamento dell’inflazione verso l’obiettivo è sostanziale. Il presidente della Bce, Mario Draghi ha sottolineato:  “La Bce è pronta a rivedere i propri strumenti di politica monetaria se fosse necessario per assicurare il necessario livello di stimolo monetario. Gli acquisti di titoli del Qe non stanno sparendo, restano parte degli strumenti di politica monetaria che potranno essere usati in particolari frangenti. Per una ripresa sostenuta dell’inflazione  serve ancora un significativo stimolo monetario  e la decisione presa oggi sulla riduzione del Qe mantiene un ampio grado di accomodamento nella politica monetaria”.

La Banca centrale europea  ha rivisto al ribasso le stime di crescita per l’Eurozona al 2,1% dal 2,4% per il 2018, mantenendo l’1,9% atteso per il 2019 e l’1,7% per il 2020.  La Bce ha mantenuto stabile all’1,7% la stima dell’inflazione per il 2020.

Inevitabilmente si farà sentire anche il quadro di tensioni che si sono addensate sull’Italia, terzo maggior paese dell’area euro, con la nascita del governo M5S-Lega che è stata accompagnata da una accentuata volatilità dei mercati. Il fatto che la Bce stia continuando a comprare titoli pubblici dell’area euro al ritmo di 30 miliardi al mese ha certamente evitato che le spinte rialziste sui rendimenti dei Btp, così come il loro differenziale sui Bund della Germania, il famoso spread, salissero ancora più su. Un onere imprevisto che comunque grava sulle tasche degli onesti contribuenti italiani.

Finora la Bce ha portato avanti il Qe per affiancare e potenziare la sua politica monetaria ultra espansiva, con tassi di interesse praticamente a zero da anni per stimolare l’economia e favorire un ritorno dell’inflazione ai valori auspicati. L’abbandono del Qe non è stato fatto dalla Bce ‘a caduta libera’, anzi, la scelta del reinvestimento consente di poter continuare una politica monetaria espansiva.

Salvatore Rondello

Sulla flat tax Salvini si toglie la maschera

salvini 6Dopo l’incidente diplomatico con la Tunisia, prima che il nuovo Governo abbia ottenuto la fiducia in Parlamento, Matteo Salvini si è tolto la maschera utilizzata per la propaganda elettorale.

Ma la flat tax è iniqua, favorisce i ricchi e non avvantaggia i poveri? A questa domanda il ministro dell’Interno  Matteo Salvini, a  Radio Anch’io, ha risposto: “Con la flat tax ci guadagnano tutti. Se uno fattura di più e paga di più, è chiaro che risparmia di più, reinveste di più, assume un operaio in più, acquista una macchina in più, e crea lavoro in più. Non siamo in grado di moltiplicare pani e pesci. Il nostro obiettivo è che tutti riescano ad avere qualche lira in più nelle tasche da spendere”. Il discorso potrebbe sottintendere il principio che è bene che i ricchi paghino meno tasse perché, avendo più mezzi, spendono di più e rimettono in moto l’economia del Paese.

Ma le opposizioni sono passate immediatamente al contrattacco. La vicepresidente del Senato,  Anna Rossomando  del Pd ha detto: “Il governo del cambiamento ha cambiato la trama di Robin Hood,  si toglie ai poveri per dare ai ricchi”. Il presidente del PD, Matteo Orfini,  ha aggiunto: “Finalmente ha detto la verità”.

In realtà, Salvini è rimasto nell’ambiguità, senza scoprirsi eccessivamente, ma ha commesso un errore nella valutazione della propensione al consumo che, con la flat tax, resterebbe invariata ed anzi con tendenzialità negativa. L’inversione di tendenza della propensione al consumo, per rimettere in moto l’economia del Paese, è possibile ottenerla soltanto aumentando il reddito delle fasce più povere.

Sempre in tema economico, il vicepremier leghista ha parlato anche di pensioni: “L’impegno è sacro. Smonteremo la legge Fornero pezzo per pezzo. Con l’obiettivo di tornare a 41 anni di contributi”.

Poi, Salvini è ritornato sulla questione migranti e sugli attacchi contro la Tunisia, promettendo di voler fare chiarezza: “Siamo al lavoro per capire meglio gli accordi con la Libia e la Tunisia già nel fine settimana, spero, incontrerò il ministro dell’Interno tunisino, un Paese dove non c’è guerra, epidemia, carestia e bisognerà cercare di lavorare meglio”.

A Salvini, dunque, non basta leggere i documenti sugli accordi firmati da Minniti che sono al Viminale.

Tra i temi a cui il Viminale sta lavorando per la prossima estate, Salvini ha citato il dossier ‘spiagge sicure’, una serie di provvedimenti per litorali liberi dagli abusivi affermando: “Stiamo preparando un dossier per evitare almeno in parte il dramma dell’abusivismo che colpisce commercianti e bagnanti”.

Dopo, a Montecitorio è ritornato sul tema dei centri di accoglienza sostenendo: “Il governo realizzerà dei Centri per i rimpatri chiusi affinchè la gente non vada a spasso per le città. La gente non vuole avere dei punti dove uno esce alle 8 della mattina, rientra alle 10 la sera e durante il giorno non si sa cosa fa e fa casino”. In merito alle possibili opposizioni delle Regioni alla realizzazione dei Centri, Salvini ha detto di aver già parlato “con tutti i governatori leghisti che non vedono l’ora di avere Centri chiusi”. E a chi gli ha fatto notare che si tratta di prigioni a cielo aperto, il neoministro di palazzo del Viminale ha risposto: “Sono dei centri per i rimpatri e se qualcuno è trovato in possesso di documenti falsi o senza documenti, prima di espellerlo dobbiamo capire chi è e da dove viene”.

Atteggiamento duro e repressivo quello di Salvini coerente alle promesse elettorali.

Anche i mercati sono stati coerenti con le preoccupazioni sul programma di governo della lega e dei pentastellatati. Sono tornati a salire lo spread Btp-Bund nel giorno del voto di fiducia al governo Conte alla Camera. Dopo l’avvio dei mercati finanziari, il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato decennali italiani e quelli tedeschi è passato in pochi minuti da 238 a 250 punti base.

Fra quattro mesi scadrà il quantitative easing della Banca Centrale Europea e non si sa ancora se verrà prorogato e per quanto tempo. Poi, nel 2019 scadrà il mandato del presidente Draghi alla Bce . Non si sa ancora se chi sostituirà Draghi alla Bce continuerà la politica monetaria del Qe che finora ha sostenuto efficacemente i Paesi dell’Ue, soprattutto quelli con un forte indebitamento pubblico. Con questo scenario sono giustificate le preoccupazioni dei mercati, ma saranno gli italiani a pagare il conto.

Salvatore Rondello

Bankitalia: “Il futuro dell’Italia resta in Europa”

Ignazio Visco BankitaliaOggi, a palazzo Koch, a Roma, si è svolta la relazione annuale della Banca d’Italia alla presenza delle autorità istituzionali e dei rappresentanti del mondo del lavoro, economico, finanziario e dell’imprenditoria.
Nel corso dell’esposizione delle Considerazioni finali del Governatore sulla Relazione annuale, Vincenzo Visco ha usato parole misurate: “Non sarebbe saggio ignorare le compatibilità finanziarie perché è a tutti evidente la delicatezza e la straordinarietà del momento che stiamo vivendo”.
Nel giorno dell’appuntamento lo spread ha sfondato pericolosamente i 300 punti, il massimo dal giugno del 2014, e in cui è attesa la presentazione dei ministri del governo di Carlo Cottarelli.

Secondo Visco, che è al primo anno del suo secondo mandato da governatore: “Data la straordinarietà di queste settimane è dunque necessario rispettare i parametri europei, non per rigidità a livello Ue o minacce speculative, ma perché le nostre azioni, i nostri programmi forniscono i segnali che orientano l’allocazione delle risorse a livello nazionale e globale”.
I punti sottolineati nella relazione hanno toccato il debito pubblico, la riforma delle pensioni, il destino europeo dell’Italia, i vincoli Ue e la situazione delle banche italiane. Tutti temi fondamentali per il futuro e la stabilità del paese.
Visco, con un probabile riferimento ad articoli di stampa pubblicati da alcuni giornali di paesi europei, ha detto: “E comunque al di là di meschine e squilibrate valutazioni, la fiducia nell’Italia è grande sul piano economico e su quello civile”.

La certezza per Visco è comunque che il futuro del nostro paese resta in Europa. Il passaggio è rivolto chiaramente ai partiti anti-sistema, Lega e M5S. Il Governatore ha spiegato: “Il destino dell’Italia è quello dell’Europa, il cui sviluppo determina il nostro e allo stesso tempo ne dipende. E’ dunque importante che la voce dell’Italia sia autorevole nei contesti dove si deciderà il futuro dell’Unione europea, come ad esempio il Consiglio europeo in programma a fine giugno dove sono in discussioni temi come la governance dell’Unione, il suo bilancio pluriennale, la revisione della regolamentazione finanziaria”.

Per Visco: “Comunque, la condizione essenziale è conservare la credibilità del processo di consolidamento dei conti pubblici. E dunque, in una fase espansiva e con la politica monetaria ancora (per poco) accomodante della Bce di Mario Draghi non è utile aumentare il disavanzo, come invece avevano immaginato Lega e Movimento 5 Stelle. I vincoli infatti non sono le regole europee, è la logica economica. A essa è strettamente connesso l’obbligo, che tutti abbiamo, di non compromettere il futuro delle prossime generazioni: accrescere il debito vuol dire accollare loro quello che oggi non si vuol pagare. Per ridurlo non vi sono scorciatoie. Se venisse a repentaglio il valore dei risparmi dei cittadini, i risparmiatori reagirebbero fuggendo, cercando altrove riparo. E gli investitori stranieri sarebbero più rapidi. Uno scenario che metterebbe a rischio la stabilità del paese”.

Riferendosi ad uno dei temi più discussi nelle ultime settimane, cioè il superamento della legge Fornero, come previsto anche dal contratto tra Lega e Cinque Stelle, per Visco: “Le riforme sulla previdenza fatte in passato rendono gestibile la dinamica della spesa pensionistica e sarebbe rischioso fare passi indietro. Quelle riforme, hanno risposto alla necessità di tenere conto dell’allungamento della vita media nel definire il rapporto tra i contributi versati e l’entità e la durata della prestazione. Certo, sono possibili interventi mirati volti a ridurre qualche rigidità ma compensati in modo da assicurare l’equilibrio attuariale del sistema”.
Nonostante le parole misurate e tranquillizzanti del Governatore, lo spread impazzisce, sfondando anche il muro di 300 punti base, i tassi sui BTP italiani sforano la soglia del 3,20% e le banche italiane continuano a tremare in borsa: l’espressione “doom loop” torna nelle prime pagine della stampa nazionale e internazionale. Il bagno di sangue non sta travolgendo solo i BTP ma anche i titoli bancari. E non si tratta certo di un caso, vista l’esposizione che gli istituti hanno verso il debito sovrano italiano. Non è così un caso che l’indice Ftse Italia All-Share Bank Index sia scivolato nelle ultime ore in mercato orso, scendendo a livelli inferiori del 20% circa rispetto ai massimi di aprile.

Ma il “doom loop” non riguarda ‘soltanto’ le banche italiane. Lo afferma uno studio recente della BRIA, Banca dei Regolamenti Internazionali o anche Banca delle banche centrali, che mostra che il debito governativo italiano incide sugli asset bancari italiani per quasi il 20%: si tratta di una delle percentuali più elevate al mondo. In media, stando a quanto riportato da Eric Dor, direttore della divisione di Studi Economici dell’IESEG School of Management, ci sono dieci banche che hanno un’esposizione verso i BTP che coincide con un valore superiore al 100% del capitale Tier-1: esattamente il parametro che viene utilizzato per monitorare il grado di solvibilità degli istituti di credito. La lista include le due banche italiane più grandi: UniCredit e Intesa SanPaolo, che hanno rispettivamente una esposizione che rappresenta il 145% del loro capitale Tier1. La lista fa però anche altri nomi: c’è Banco BPM (327%), MPS (206%), Bper Banca (176%), Banca Carige (151%).
Del ‘doom loop’ italiano ha parlato nelle ultime ore anche Holger Zschäpitz, senior editor del desk finanziario di ‘Die Welt’, ricordando tra l’altro come l’Italia dipenda dai mercati, soprattutto se si considera l’emissione di bond prevista per quest’anno.
L’esperto ha anche sottolineano che le banche italiane sono le prime creditrici del debito pubblico italiano, con una esposizione che è pari a 81,4 miliardi di euro per Intesa SanPaolo e a 54 miliardi per UniCredit.
Ma non sono solo le banche italiane a essere esposte ai BTP. Le banche francesi, per esempio, stando ai dati dell’Autorità bancaria europea, detenevano un valore combinato di bond italiani per un valore di 44 miliardi di euro; le banche spagnoli per 29 miliardi. Tre poi sono in particolare le banche non italiane che sono le più esposte, in termini assoluti, al debito italiano, secondo la ricerca di Eric Dor. Sono BNP Paribas, Dexia, e Banco Sabadell.
A margine dell’assemblea della Banca d’Italia, il presidente dell’ABI, Antonio Patuelli ha commentato: “Bisogna essere consapevoli di una fase particolarmente complessa nella quale le preoccupazioni sulle prospettive dell’Italia si sono diffuse sui mercati internazionali e anche nelle cancellerie e quindi bisogna avere più consapevolezza, più forza, più determinazione, più serenità e più convergenza per cercare di superare questo momento che purtroppo non è il primo di quelli che abbiamo vissuto nella nostra storia della Repubblica”. Secondo Patuelli: “Questa incertezza pesa su tutta l’economia produttiva italiana e quindi occorre senso di responsabilità, ognuno faccia la propria parte. Le banche italiane detengono stabilmente una quota assai rilevante del debito pubblico e quindi danno un contributo forte alla solidità e alla stabilità del debito pubblico dell’Italia, ma le banche non possono fare tutto”.

Dovrebbero ormai essere chiari i danni che sta subendo il popolo italiano a causa dei programmi politici di M5S e Lega, i quali, purtroppo, detengono la maggioranza in Parlamento. Il futuro dell’Italia dipenderà molto dal senso di responsabilità dei giallo-verdi verso l’Italia e verso gli italiani. Finora, dopo quasi tre mesi dalle elezioni, c’è stata soltanto una prosecuzione di propaganda demagogica incapace di assolvere agli interessi della nazione, anzi, con effetti decisamente negativi.
Roma, 29 maggio 2018

Salvatore Rondello

Politica fiscale. Europa e Bce consigliano l’Italia

file43852346_dombrovskisIl giorno dopo il conferimento al professore Giuseppe Conte da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella dell’incarico di formare un nuovo governo M5S-Lega, dall’Europa arrivano alcuni messaggi. La Bce, ha chiesto all’Italia di non allentare la politica fiscale in quanto per un paese con un alto debito l’operazione potrebbe essere rischiosa. La Commissione europea, attraverso la voce di due sue importanti rappresentanti, il vicepresidente Valdis Dombrovskis e il Commissario agli affari economici Pierre Moscovici, ha messo in evidenza come l’attenzione da parte di Bruxelles su quanto accade a Roma sia alta.
Secondo la Bce è rischioso allentare la politica fiscale con un alto debito affermando: “Un contesto di crescita in peggioramento o un allentamento della posizione fiscale nei Paesi ad alto debito potrebbero influenzare le prospettive fiscali e, per estensione, il sentimento di mercato nei confronti di alcuni emittenti sovrani dell’area dell’euro”. Lo ha sottolineato la Bce nel Financial Stability Review dove si legge che i Paesi dell’Eurozona sono diventati “più resilienti” grazie al miglioramento dell’economia, che sta aiutando a mantenere bassi i costi di finanziamento. Il messaggio dell’istituto di Francoforte ha raggiunto in via indiretta anche l’Italia, che in queste ore sta assistendo alla nascita di un esecutivo Lega-M5S.
Nel ricordare ancora una volta che i paesi dell’area euro fortemente indebitati non approfittano delle condizioni economiche favorevoli per ridurre gli elevati livelli del debito pubblico, la Bce prevede che tutti i Paesi dell’area dell’euro vedranno un’ulteriore diminuzione o stabilizzazione dei loro rapporti di indebitamento pubblico nell’orizzonte 2018-19 sostenuti da avanzi primari previsti (tranne Francia e Lettonia) e un differenziale di crescita del tasso di interesse negativo (ad eccezione dell’Italia). Tali differenziali negativi di crescita dei tassi d’interesse possono, tuttavia, invertire e rendere i Paesi altamente indebitati più vulnerabili a una potenziale normalizzazione dei tassi di interesse e/o un possibile peggioramento delle condizioni economiche.
Anche la Commissione europea è intervenuta su quanto sta accadendo nel Paese sul piano politico. Il vicepresidente della Commissione UE, Dombrovkis ha ricordato: “Il monitoraggio sui conti italiani prosegue, non è tutto rinviato al 2019, perché ci sono altri documenti che arrivano prima, cioè il Def aggiornato e la Legge di Stabilità ad ottobre. La Commissione europea continuerà a monitorare la situazione del debito pubblico italiano e faremo la nostra valutazione tra un anno. In ogni caso, prima di questo ci saranno altri documenti e il primo è il nuovo programma di stabilità del governo visto che il precedente governo lo ha presentato a politiche invariate. Si tratta del documento di economia e finanza 2018 appena presentato a Bruxelles dal governo Gentiloni che non contiene impegni di finanza pubblica ma solo le proiezioni macroeconomiche a politiche invariate. Poi, ci sarà il programma di stabilità per il 2019 in autunno. Si tratta del progetto di legge di bilancio dell’anno prossimo e degli impegni per gli anni successivi. Il monitoraggio sull’Italia è in corso”.
Più soft è stato l’intervento del Commissario agli affari economici Pierre Moscovici che ha detto: “Il fatto che il capo del governo Giuseppe Conte dica ‘voglio dialogare con le istituzioni europee’ deve essere preso come un buon segnale”. Poi, Moscovici, parlando con ‘franceinfo’, ha aggiunto: “Il problema è sapere se l’Italia resterà ciò che è. Continuo a credere che resterà un paese al centro della zona euro. In ogni caso, la Commissione non può pronunciarsi su annunci, si pronuncerà sulle decisioni, cioé su un bilancio, su cifre, su leggi”. Concludendo, Moscovici ha ribadito che sarà attento e vigilante sul debito italiano, il secondo più elevato nella Ue dopo quelle della Grecia.
Con sorpresa, un’apertura all’esecutivo giallo verde è arrivata dall’Ocse: “Contate sull’Ocse, lavorate con l’Ocse, sentitevi a vostro agio con l’Ocse. Permetteteci, per favore, di ricordare quanto abbiamo lavorato insieme all’Italia e per l’Italia. Permetteteci ancora di dimostrare che lavorare insieme può rendere ogni decisione concreta ed effettiva”. Così ha affermato il segretario generale dell’organizzazione, Angel Gurria, in una conferenza stampa a Parigi, rispondendo a chi chiedeva quale fosse il suo messaggio al futuro governo italiano.
Sul tema dell’affermazione in Europa di forze politiche critiche nei confronti dell’Ue è intervenuto anche il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, intervenendo al dibattito organizzato in occasione del sessantesimo anniversario del Comitato Europeo Economico e Sociale, ha affermato: “Meglio non seguire le opinioni pubbliche in ogni loro capriccio, che è quello che si fa in Europa. Bisogna cercare di ispirarle. Anche i partiti tradizionali rischiano di essere vinti dal vento populista. Se seguono populisti e demagoghi, finiscono per diventare populisti e demagoghi a loro volta, e i cittadini voteranno per l’originale. Occorre imparare di nuovo a dire la verità ai cittadini. Non bisogna seguire le opinioni pubbliche, ma bisogna cercare di ispirarle”. Parlando poi del futuro dell’Unione e dell’uscita dagli anni della crisi, Juncker ha affermato: “Il vento c’è, ma non ci sono le vele. Un vecchio detto cinese dice che è il vento a dare la direzione. Abbiamo il vento, ma non abbiamo abbastanza vele”.
Dall’Europa sono arrivati segnali di prudenza e determinazione senza nascondere le preoccupazioni. Non sono mancati dalla BCE e dall’UE, per il nuovo governo giallo-verde in corso di formazione, i moniti e gli inviti a continuare il percorso intrapreso dall’Italia con il governo Gentiloni.