“Una vita spericolata” di Marco Ponti: tre giovani alle prese con il destino

vita spericolata filmÈ uscito nelle sale il 21 giugno scorso il film per la regia di Marco Ponti: “Una vita spericolata”. Nel cast: Lorenzo Richelmy, Matilda De Angelis, Eugenio Franceschini (che ha sostituito nel ruolo Domenico Diele, che inizialmente doveva avere la parte prima dei suoi problemi giudiziari e della condanna). Compaiono, però, anche Antonio Gerardi, Massimiliano Gallo e Michela Cescon.
Una storia di giovani e per giovani. Una commedia realistica (molto poco comica e più realistica), in cui non mancano gag divertenti e battute esilaranti, grazie anche alla verve spontanea degli attori, ma che è soprattutto una denuncia sociale aspra della situazione di stallo attuale che vive il nostro Paese, in cui soprattutto le nuove generazioni non trovano né un futuro né un possibile sbocco (professionale e umano di realizzazione). Per loro sembra quasi non esserci possibilità di trovare una propria identità e un proprio ruolo nella società. Tutto parte, come suggerisce il titolo, dalla citazione dell’omonima canzone di Vasco Rossi: “Una vita spericolata”, piena di difficoltà e di problemi da superare. Perché la vera protagonista è proprio la vita, in toto, a 360 gradi. “Forse questo film parla di una cosa sola: di quanto sia importante avere una vita intensa, dignitosa, generosa e, ovviamente, spericolata. Ho voluto incentrarmi -ha spiegato il regista Marco Ponti- sulla fase dell’esistenza in cui la vita stessa ti arriva addosso con la massima velocità possibile, adottando e descrivendo il tutto con uno spirito e un carattere adolescenziale”, che desse freschezza al film.
E la storia parte proprio da quando uno dei protagonisti si reca in banca. Roberto Rossi (Lorenzo Richelmy) è un meccanico la cui officina è in fallimento; gli pignorano la casa e perde tutto (anche la fidanzata Eva, Desirée Noferini, che lo lascia). Considerato da tutti un fallito e un buono a nulla, decide di prendersi il suo riscatto tentando proprio di chiedere un prestito alla banca. Lì incontra una giovane ragazza (Matilda De Angelis); ma il loro incontro si trasformerà prima in una lite con il personale e i responsabili della banca (rappresentati dal direttore interpretato da Michele De Virgilio), poi in una rapina non voluta, nata accidentalmente. Sorta per “divergenze di veduta”. I giovani partiranno in fuga, accompagnati dall’amico di Rossi (Bartolomeo, detto BB, alias Eugenio Franceschini), uno sfaticato ma buono d’animo e generoso. Inseguiti dalla polizia sognano di fuggire lontano: ci riusciranno? Arriveranno a coronare il loro sogno di libertà?
La situazione che si presenta è tragicomica, direi tragica, ma fa’ ridere dal nervosismo e dalla tensione palpabile. La banca non concede il prestito ai “poveretti” come Rossi; non vuole venirgli incontro ed investire (dando fiducia) – come dice il ragazzo- “nella vera risorsa del Paese: i giovani”. Quelli che lavorano in banca diventano degli “sciacalli”; non c’è giustizia: la polizia non è in grado di risolvere casi di corruzione e di traffico illecito di soldi riciclati (che tra l’altro circolano all’interno della stessa banca) o di droga; ma non è solo la corruzione, con l’arrivismo o il solo interesse personale privato che guidano ogni azione, il male dell’Italia. Il fatto è che neppure l’economia può crescere se “pochi hanno tanto e molti hanno poco”. E non è neppure il solo divario esistente (quello economico fra ricchi e poveri, fortunati e sfortunati), l’unico gap a dividere a metà il nostro Stato. C’è anche appunto il divario Nord-Sud, ma se si dice che “tutto il mondo è Paese” è vero che la situazione di stallo non cambia da Nord a Sud. Si parte da Torino e si arriverà in Puglia, ma non è che cambi poi molto. Inoltre non è devastata solo l’economia, il nostro Paese non è martoriato solo economicamente, ma anche dal punto di vista ambientale: “prima tracciano una riga sulla cartina, che poi diventa l’alta velocità che spazza via i piccoli paesi come il nostro” ragionano insieme Rossi e BB. E non sono solo i piccoli centri cittadini a ‘sparire’: intere fabbriche chiudono e un sacco di lavoratori vengono mandati a casa. La disoccupazione imperversa. E non è l’unico scempio. I ragazzi, disperati, si ‘vendono’, buttano via i loro sentimenti e la loro umanità, o finendo in mano alla malavita organizzata oppure sognando di andare a “L’isola dei famosi” o in tv, magari da Maria De Filippi. Questo è il loro sogno: la fama e la gloria, diventare noti sul piccolo e grande schermo; ma sono successi effimeri. Il personaggio di Matilda De Angelis, infatti, è una nota giovane attrice prodigio di telenovele di successo che non tutti riconoscono, ma che molti sfruttano. Il suo nome d’arte è “Soledad Agramante”. Soledad appunto, solitudine, come sono ‘sole’ e ‘solitarie’ le anime dei tre ragazzi protagonisti; loro sono alla ricerca della loro identità e il film è intramezzato da brevi narrazioni della loro vita vera: la verità sulla loro vita; ma non sappiamo mai davvero chi siano, soprattutto Soledad, che racconta tante storie, quante ne ha sentite, quante le bugie che le hanno raccontato. Eppure sono ragazzi che sognano solamente una vita normale. Ogni caso di cronaca è strumentalizzato dai media (la cui icona è la giornalista tv di cui veste i panni Stella Novari), dediti solamente allo scoop. Eppure al momento della rapina in banca, che non voleva fare, Rossi continua a gridare: “Non voglio i soldi! Non voglio niente!”, “Voglio solo andare via!”. E, prima di scappare, alle telecamere che li inquadravano e cercavano di strappargli una dichiarazione loro dicono solamente: “Siamo innocenti!”. È il grido sommesso, disperato e quasi rassegnato di una generazione allo sbaraglio. Non manca, poi, la pittura del mondo delle escort (di cui un po’ Soledad fa parte). Corpi venduti quasi al miglior prezzo e al miglior offerente in cambio del niente che hanno indietro se non delusioni, amarezza, rimpianti, dolore, umiliazione, frustrazione, vergogna, repulsione per se stesse di donne ‘mercificate’. Rimpiazzate subito poco dopo da altre vittime come loro: per quanto giovane talento prodigio, a soli 23 (o 25) anni Soledad è già vecchia, a lei si preferisce una 17enne uscita da Disney Channel che ha un botto di followers su Instagram. E così si sente una fallita, una che “ha avuto la sua grande occasione e l’ha sprecata”. D’altronde è lo stesso Vasco a ricordare in “Delusa” che: “Ehi tu ‘delusa’ attenta che chi troppo ‘abusa’ rischia poi di più”. E allora ci si chiede: appurato che “il mondo fa schifo”, un dato di fatto ormai purtroppo, ma “che cosa è successo a questo mondo?” ci si domanda. Se nessuno crede più in loro giovani (la banca non dà credito, crede solo alla burocrazia), nessuno la cerca e la vuole più per fare contratti (Soledad), per loro sembra finita. È davvero la fine di ogni speranza? Eppure lei (Soledad) non chiede poi tanto alla vita: sogna solo di avere l’ultimo I-phone 5 come desiderio massimo. Se la polizia (impersonificata dal capitano Greppi, alias Massimiliano Gallo) è incapace e corrotta essa stessa (almeno qui nel film nella parodia viene un po’ ridicolizzata per estremizzare i connotati tragici della situazione nazionale) e se l’interesse che sembra regnare è solo quello per il denaro, loro invece hanno ancora degli ideali: “sono i buoni”, come sottolinea più volte BB, che ama donare il denaro della rapina a tutti e sogna di poterne regalare un po’ anche ai bimbi poveri e bisognosi dell’Albania dove andranno a fuggire. Non solo, ma anche la donna più perfida (Elena Castiglioni, alias Michela Cescon), cattiva e ‘avida di sangue e di sofferenza’, odia ‘la violenza gratuita’ (cioè che non porta soldi), ma poi forse ci ripenserà. A tale proposito da notare il bacio (tipo quello di stampo mafioso di fedeltà al clan) che concede a Soledad: che sia lei (la Castiglioni) la sua vera madre, o lei (Soledad) è solo la figlia putativa che si è concessa per trovare una strada? In realtà ciò che accomuna i personaggi è che tutti cerano ‘amore’. Se il tema delle escort ad esempio ci ricorda quando Massimiliano Bruno lo affrontò con ironia in “Nessuno mi può giudicare” con Paola Cortellesi, sicuramente Ponti lo racconta in modo più serioso. Inoltre tutti i temi sono affrontati in maniera rapida, in rapida successione e sequenza senza soffermarvisi troppo, quasi accennati e non approfonditi (il che appesantirebbe i toni). Quasi a dire “Veloce come il vento” per citare il film che vede protagonista Matilda De Angelis con Stefano Accorsi. Forse perché lei stessa, va “veloce come il vento” (come dice Vasco nella canzone “Rewind”: “perché tu vai vai, veloce come il vento”); quasi a riavvolgere la sua vita (e quella degli altri due con lei), a ricominciare tutto da capo, da zero, azzerando e annullando tutta la sofferenza. E non è la sola. Infatti i tre si ritroveranno “a ridere e sorridere dei guai, proprio come non hanno fatto mai” (sempre per mantenere la linea tracciata dai brani del Blasco) perché “vogliono trovare un senso a questa vita anche se non ce l’ha e se non ha un senso domani arriverà, ormai è qua” (sempre per parafrasare le sue parole): loro tre insieme in fuga. Su una macchina a tutta velocità, guidata come un pilota di rally o di formula Uno da Eugenio Franceschini (BB). Allora potremmo pensare a un nuovo progetto che li vede protagonisti in “Veloce come il vento due” con Stefano Accorsi. Sicuramente essere al volante di quell’auto da corsa sarà stata un’esperienza emozionante indescrivibile, molto eccitante per il giovane attore. Ma non si può neppure escludere un sequel di “Una vita spericolata”, visto il finale aperto: magari lei incinta, in attesa di un figlio che non sa di chi dei due sia, a cui deve dare un futuro e dovrà affrontare le difficoltà di trovare un lavoro quale giovane madre con figlio a carico. E tutto ricomincia di nuovo. Perché, come ricorda Vasco, “stammi vicino e poi col tempo tutto si aggiusterà”. Se lo scenario sembra quello descritto da Vasco Rossi in “Sono innocente…ma”, a proposito della frase pronunciata proprio da Rossi nel film, loro capiscono bene che alla fine la lezione che più hanno imparato è che: “buoni o cattivi non è la fine, prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare”.
Se sembra che “qui non arrivano gli angeli” (per dirla alla Vasco Rossi), c’è chi è ancora integerrimo ed agisce con integrità morale e fa rispettare le regole e viene in soccorso. Per ironia della sorte, se paiono esserci invece che angeli due demoni (gli uomini della Castiglioni Rambo e Rambo due la vendetta, alias rispettivamente Mirko Frezza e Alessandro Bernardini) loro agiscono “sempre in buona fede” (per citare una battuta del film). E saranno proprio la musica e la fede (cioè la religione) a salvarli -o forse no?-: la banda musicale durante la festa per il santo patrono in un paese della Puglia. E forse dunque non è un caso che il nome (o meglio il cognome) del protagonista interpretato da Lorenzo Richelmy (Roberto Rossi) possa essere al contempo un tributo al rocker Vasco oppure una citazione (solidale) al noto donatore benefico citato sempre nelle offerte per beneficenza (Mario Rossi) per donare il 5X1000 ad esempio alla Chiesa Cattolica (come un po’ sogna, come detto, BB). Del resto, se un minimo di romanticismo è accennato è rappresentato proprio da Soledad: “anima fragile” come canterebbe Vasco Rossi, delicata e sensibile in fondo, anche se si cela dietro la maschera della ‘cinica dura’. Se “non è niente male essere qui con voi” – dice a Rossi e BB -, si prende coscienza con amarezza che (nel bene e nel male però) “Niente è mai come te lo aspettavi”; parafrasando, potremmo dire, “Tutto può succedere” per citare un film in cui compare Matilda De Angelis (che si dimostra sempre più attrice giovane ma adatta a ruoli impegnati, che molto l’hanno fatta maturare artisticamente, professionalmente ed umanamente e che con coraggio ha fortemente voluto e ricercato; tra l’altro nel film “Una vita spericolata” c’è un’altra attrice della fiction con Matilda: Benedetta Porcaroli). Del resto tutto il repertorio di Vasco Rossi andrebbe bene e si potrebbe citare per questo film, lui sempre così attento al disagio giovanile. Qui, certo, questa problematica regna sovrana accanto a crisi economica, di valori morali, disoccupazione e quant’altro. Come poter riuscire a superare tutto questo? Si capisce che l’arma vincete è una sola: il coraggio, anche per (voler) andare via e fuggire. E questi tre ragazzi ne hanno da vendere, non hanno paura di affrontare nulla. Basterà? Soledad è la nuova “Sally” che sogna di vivere “Come nelle favole”. Sarà in grado di trasformare in realtà vera la favola che ha disegnato nella sua mente con la sua fantasia? Sicuramente un primo passo è la fuga da tutto ‘il male’: per far sì che si inizi ad avere una situazione di cambiamento per cui “c’è chi dice no” alla corruzione, al malaffare; come fanno loro tre, in un certo qual modo, scappando via. Per disegnare davvero “un mondo migliore”. Ma quanta strada c’è da fare, quanta fatica, non è affatto facile: “Eh già!” verrebbe da esclamare con Vasco. Ognuno dei tre sembra pensare il messaggio racchiuso nel brano: “Come vorrei”. Hanno bisogno di “Cambia-menti”, ma non è semplice attuarli. Per loro è tutto un andare e venire come ne “Il mondo che vorrei”. I giovani come Soledad e i suoi amici sono in grado di insegnare agli adulti come il suo manager Leonardi (Antonio Gerardi) ‘lezioni morali’ importanti proprio coi loro esempi di coraggio; ma Gerardi stesso non si dimostrerà da meno, anzi sarà e si comporterà come un vero padre per Soledad. E questo film sembra proprio disegnato sul repertorio musicale di Vasco Rossi: un viaggio attraverso le sue canzoni per conoscere meglio il disagio giovanile; un regalo indiretto (o forse voluto?), dunque, del regista, per tutti i fans del Blasco; che sicuramente avrà successo. Per promuoverlo al meglio forse basterebbe un pensiero di Matilda De Angelis per tutte le giovani ragazze come lei che sognano di intraprendere la sua strada. La giovane attrice non ha nascosto -in un’intervista a Mattia Pasquini di “Amica”- di “odiare l’ipocrisia” e amare viceversa la correttezza, la precisione e il rigore (compresa la puntualità agli appuntamenti). Già questo basterebbe, anche se le recenti parole di Anna Falchi hanno rincarato molto la dose inasprendo i connotati della vicenda (reclutamento giovani talenti e attrici): “per fare tv oggi ti ci vuole un potente, come manager o come amante” ha asserito senza mezzi stermini a “Tv fan page”.

Tutto può succedere II stagione: 2 per 2 filosofie di vita da conciliare

Tutto-Può-Succedere-Quarta-puntataAltri 26 episodi andranno in onda per la seconda serie di “Tutto può succedere”, fiction che parte seguendo il filone della prima, ma che sempre più tende a mostrare quanto due concezioni esistenziali possano confluire in un unico approccio alla vita fatto non di antipodi, ma di complementarietà. Colonna sonora è la canzone dei Tiromancino “Per me è importante”. Dopo la sigla iniziale firmata ed eseguita dai Negramaro (ovvero l’omonimo brano musicale Tutto può succedere scritto da Giuliano Sangiorgi e dal compositore Paolo Buonvino), a sancire l’elemento portante della serie tv è il testo del gruppo guidato da Federico Zampaglione: per ricordare che l’unica cosa che conta è la famiglia e che per ogni membro di essa diventa colonna portante imprescindibile e irrinunciabile. Subito in apertura viene proposta “Per me è importante”, ma la musica continua ancora a farla da padrona in varie circostanze. Innanzitutto vediamo Ambra (interpretata da Matilda De Angelis) inseguire il suo sogno di musicista. Dopo la parentesi con l’amica Giada (Valentina Romani) nella prima stagione, ha la sua chance di “sfondare”. L’opportunità le arriva quando le è offerta la possibilità di aprire il concerto di Samuele Bersani, che incontra personalmente. E l’artista recita veramente nella serie tv. Del resto il suo live (“vivere” in inglese) ricorda il termine vita (“life”) di cui è intrisa “Tutto può succedere”. E nell’ottica dell’imprevedibilità dell’esistenza umana viene portata avanti la teoria, da parte dell’assistente sociale e psicologa del piccolo Max (Roberto Nocchi) ovvero Gabriella (Lorena Cacciatore), che “i programmi (della e nella vita appunto) cambiano e bisogna adattarsi e sapersi conformare a questi cambiamenti stessi”. Proprio lei è protagonista di una vicenda sentimentale che intriga e aggiunge romanticismo. Ha una relazione con Carlo (Alessandro Tiberi), la cui storia con Feven (Esther Elisha) è in crisi, proprio a un passo dal matrimonio. Conciliare gli usi e i costumi diversi e mettere d’accordo nell’organizzazione delle nozze le due famiglie è sempre più difficile per i genitori del piccolo Robel (Sean Ghedion Nolasco). Di certo il tradimento di Carlo non aiuta. Salteranno davvero o i due riusciranno a ritrovare il legame forte che li ha uniti anche così dopo tanto tempo? Lo stesso interrogativo è alla base del ritorno di Elia, l’ex marito di Sara (Maya Sansa) e padre di Ambra e di Denis (Tobia De Angelis). Proprio quest’ultimo ritrova il rapporto con il papà; ma, se si tratta di “ricostruire i rapporti”, dimostrando di essere cambiati, non lo si può fare che “facendo la cosa sbagliata”, come dice Elia (ovvero sbilanciandosi e cercando di baciare Sara, che lo respinge contenta). Tra questi due modi di districarsi negli alti e bassi della vita, vediamo che un altro rapporto un po’ minato è quello tra Alessandro (Pietro Sermonti) e la moglie Cristina (Camilla Filippi). Lei è incinta del loro secondo figlio, ma lui non vuole conoscerne il sesso perché ha saputo che se sarà maschio avrà il 90% di probabilità di avere l’Asperger come Max. I due iniziano a litigare, ma riusciranno a superare insieme questa paura ed affrontare da vera coppia la malattia? Anche perché nell’azienda dove lavora Alessandro arriva una nuova collega, con figlio a carico e sola, a cui lui deve fare affiancamento; una veste di tutor che poco gli piace, inizialmente, ma che potrebbe trasformarsi in una nuova fiamma o in una storiella fugace. Intanto difficoltà vi sono anche per Luca (Fabio Ghidoni) e Giulia (Ana Caterina Morariu): lei scopre di non poter avere più figli dopo aver perso l’altro; decideranno di adottarne un altro, introducendo il tema delle adozioni. Una scelta non facile, ma di cui sembrano convinti: che possa unirli maggiormente? Del resto per una famiglia allargata, che lo è sempre di più, non poteva mancare un figlio “straniero” come lo è (di richiamo) Robel. Ma, in questa apparente diversità, ci si riscopre tutti simili. Per il compleanno di Max ci si rivolge a un mago degli insetti (adorati dal giovane), che si scoprirà essere affetto egli stesso da Asperger. Ed è un dialogo che ha con Alessandro che è particolarmente interessante perché infonde un messaggio non solo di solidarietà, di vicinanza e di umanità, ma in cui nel confronto con l’altro ci si ritrova uguali. Alla domanda: “lei è un uomo felice?” Il mago risponde “Sì a tratti”. E quando gli viene rivolta reciprocamente, la risposta è la medesima anche da parte del personaggio interpretato da Sermonti. Un invito anche a non giudicare, ad andare oltre le apparenze, perché la vita ha molta più fantasia di noi e ci riserva delle sorprese impensabili. Non sai mai quello che ti può capitare, ma nella positività o negatività della vita così imprevedibile, si può costruire forse anche qualcosa di meglio. È quello che accade a Federica Ferraro (Benedetta Porcaroli) e a Lorenzo, che ottiene finalmente la sua libertà totale e non più vigilata. Ma la loro felicità, a proposito dell’interrogativo di prima su cosa significhi essere felici e quindi sul senso della vita stesso, durerà? Quanto? Se tutto può succedere, dobbiamo aspettarci colpi di scena pronti a controvertere i nuovi equilibri creati perché, in fondo, ci ricorda la canzone interpretata da Vasco Rossi prima e da Fiorella Mannoia poi, “la vita è tutto un equilibrio sopra la follia”. E quest’ultima non manca, anzi è quella che aggiunge sale alle esistenze dei singoli personaggi. Quella follia che ricorda il “fare la cosa sbagliata” di Elia. Dunque si può imparare da chi tanti errori ha commesso in passato.

Barbara Conti

Tutto può succedere, caos travolgente dei Ferraro

Tutto-può-succedere-la-famiglia-ferraro“Tutto può succedere”, per la regia di Lucio Pellegrini, è una fiction che funziona, che piace, riuscita sebbene non si sappia individuare bene per quale ragione, o meglio nonostante non vi sia un motivo univoco per cui si possa dire ben strutturata, ma sia una poliedricità di fattori a farne una serie di successo. Un sequel non stupirebbe, intanto ci sono da godere ancora alcune puntate per scoprire un finale che si preannuncia tutto a sorpresa, poiché i retroscena che offre sono molteplici di episodio in episodio. Segue il filone americano, sull’impostazione della famiglia allargata all’italiana tipica della fiction nostrana “Una grande famiglia” appunto.
Tuttavia c’è un tono meno giallo-poliziesco, drammatico, ma più realistico e sociale in “Tutto può succedere”. E l’ambito sociale sembra davvero il suo punto di forza. Molte le tematiche che vengono affrontate, mentre si tenta di seguire le vicende articolate e complicate dei singoli personaggi della famiglia Ferraro. Non c’è, però, un protagonista assoluto, anzi ogni individuo pare perfettamente incatenato alla vita degli altri, in un unicum che distoglie l’attenzione dagli egoismi personali per concentrarsi sul bene della famiglia, nel cui interesse si lavora tutti, sempre pronti a correre in soccorso di chi è in difficoltà. E tutto funziona proprio quando si è insieme, oppure proprio perché l’unità indiscutibile della famiglia dà ordine nel caos dell’esistenza dei suoi membri, che in essa si ritrovano e si riconoscono, mentre altrimenti sarebbero persi nel vagare incerto della vita in cerca di una dimensione; ma tutti sanno che la loro dipende dalla famiglia ed è in essa, è lì il suo senso.
Non c’è un protagonista, come non c’è un solo tema affrontato. Tutto sembra incentrato sull’imprevedibilità della vita, che può sempre sorprenderci quando meno ce lo aspettiamo, che affascina e colpisce col suo divenire sullo stampo del “panta rei” di Eraclito, che fa eco al “carpe diem” di Orazio. Si invita a vivere ogni momento fino in fondo, a commettere anche qualche pazzia che fa sentire vivi appunto, a cogliere l’attimo per godere di ogni emozione, a inseguire i propri sogni, pur rimanendo ancorati alle proprie radici, trovando la propria strada senza dimenticare chi si è, da dove si viene.
Nel frattempo si fa un quadro sociale molto interessante. Diverse generazioni a confronto, giovani e adulti, adolescenti alle prese con crisi d’identità, problemi di cuore, ma anche economici, disagi sociali e disturbi mentali, una casa famiglia speculare a quella dei Ferraro; crisi economica, precariato, disoccupazione da una parte e crisi di coppia dei coniugi Ferraro dall’altra; separazioni e ricongiungimenti, matrimoni e convivenze, ma anche il tema del divorzio affrontato. Amicizie, amori, legami di sangue, tra tradizione e modernità. Cambiamento dei tempi che vorrebbe modificare appunto le relazioni sociali, ma che in realtà può intensificarle laddove si lasci spazio ai sentimenti veri. Nonostante le nuove tecnologie abbiamo portato a comunicare in modo diverso, portando un procedere degli eventi inaspettato e complicato. Ci si trova nelle situazioni senza saperne la ragione, senza neppure rendersene conto. Non si sa neppure come fare per uscirne, ma si sa che la soluzione del problema è in un solo posto: la famiglia, che ci seguirà ovunque noi andiamo.
La famiglia, tuttavia, non è il solo argomento trattato, per quanto centrale. Non si manca di parlare di genitorialità, paternità e maternità ai tempi moderni. Madri, padri, genitori e figli, nonni e nipoti, messi gli uni di fronte agli altri per consigliarsi e supportarsi a vicenda. Adolescenti alle prese con i primi amori e a scoprire la loro sessualità (ma si parla anche di omosessualità), ma anche adulti impegnati a ritrovare ciò che tiene in piedi un rapporto di coppia longevo e duraturo. In tutto questo panorama di legami sentimentali, non poteva mancare la multiculturalità di una coppia mista formata da Feven Neghisi (Esther Elisha) e Carlo Ferraro (Alessandro Tiberi), genitori del piccolo Robel (Sean Ghedion Nolasco). La coppia sembra davvero funzionare bene. Una famiglia mista perfetta nelle sue imperfezioni. Di sbagli, errori, incomprensioni ne sono commessi molti, ma proprio questi uniscono di più. Ci si vuole bene e si viene apprezzati proprio per questo, per quello che si è, nonostante tutti i limiti umani che si abbiano.
Dunque un modo per parlare anche di italianità, pur partendo da un esempio americano. La serie, infatti, è un adattamento nostrano di quella statunitense intitolata ‘Parenthood’, creata da Jason Katims (andata in onda sulla NBC per sei stagioni e ispirata al film ‘Parenti, amici e tanti guai’ di Ron Howard). Un cast ricco fa il resto, in cui però una recitazione eccezionale rende più l’idea di persone vere che di personaggi. Nessuno spicca più degli altri, tutti sullo stesso piano e hanno ragione di essere proprio in funzione del resto degli attori e protagonisti: un caos travolgente li (s)travolge.
Tra questi ultimi vi sono: Pietro Sermonti (che interpreta il primogenito Alessandro Ferraro); Maya Sansa (è Sara Ferraro, secondogenita); Ana Caterina Morariu (la terzogenita, Giulia Ferraro); Alessandro Tiberi (Carlo Ferrero, il più piccolo dei fratelli); Camilla Filippi (veste i panni di Cristina, la moglie di Alessandro), Licia Maglietta (è Emma Ferraro) e Giorgio Colangeli (è Ettore Ferraro). Due coniugi, con i loro quattro figli, due fratelli e due sorelle, ognuno a sua volta con la sua famiglia. Alessandro e Cristina, infatti, hanno due figli: Federica (Benedetta Porcaroli) e Max (Roberto Nocchi), affetto dalla sindrome di Asperger. Sara ne ha altri due: Ambra (Matilda De Angelis) e Denis (Tobia De Angelis). Giulia è sposata con Luca (Fabio Ghidoni) e hanno una bambina: Matilde (Giulia De Felici).
Sicuramente un’altra cosa che funziona di questa fiction (oltre l’intreccio, la naturalità, la spontaneità che sa di quotidianità dei personaggi e degli eventi, di queste storie di vita vera di cui è composta) è la musica. La colonna sonora, infatti, vede la sigla iniziale costituita dal brano omonimo ‘Tutto può succedere’ scritto da Giuliano Sangiorgi e dal compositore Paolo Buonvino ed eseguita dai Negramaro. Inoltre c’è anche la canzone ‘Pinzipo’, intepretata da Raphael Gualazzi. Forse è proprio la sensazione che tutto possa accadere da un momento all’altro e che venga a cambiare la nostra vita per sempre a fornire quella sensazione di sospensione, di attesa e di propensione al nuovo al tempo stesso, di un futuro incerto e imponderabile che affascina e che spaventa contemporaneamente, ad esserne non solo il leitmotiv ma anche il punto di forza. Titolo mai fu più adatto: la vita è fatta di alti e bassi, di gioie e dolori, di sorprese positive e negative, ma se si è pronti a ricominciare insieme, allora si avrà la forza di continuare pronti a veder cosa ci riserverà ancora e ancora, in un avvicendarsi di fatti la cui alternanza è destinata a ripetersi all’infinito, immutabile eppure sempre così diversa.
Come un album di famiglia che si sfoglia, in cui i cambiamenti apportati dal tempo sono evidenti, ma limpido è il ricordo dei momenti fotografati, fermati in quel fotogramma che racchiude in sé l’intensità di sensazioni profonde e forti. Certo regala sorrisi e anche qualche lacrima, di commozione o di tristezza, amarezza e nostalgia, ma anche quello fa parte di noi, perché vedendo quelle immagini non possiamo che pensare: siamo noi, quelli lì, quelli di sempre; esseri umani con la loro vita normale vissuta, fatta di un’umanità così universale eppure così individuale. Per questo una delle scene più belle è quando ci si mette a sfogliare davvero quell’album fotografico. Un momento commovente come quello quando Sara ed Ambra cantano insieme “Luce (tramonti a nord-est)” di Elisa; perché questo è il senso della fiction: ‘siamo nella stessa lacrima’, cioè ci si riscopre così simili, che ci si sente tutti uguali e vicini, stretti dall’universo di emozioni che proviamo, che batte dentro di noi: quello di chi sente col cuore; quasi un unico cuore, una sola l’anima potremmo azzardare: l’animo della famiglia. La simpatia di un tono (auto)ironico, la schiettezza e la spontaneità, la genuinità e la naturalezza con cui si interpreta il tutto favoriscono l’immedesimazione e rendono più piacevole questa fiction in 13 episodi che sa di sincerità. Non mente al lettore nel raccontarsi questa famiglia, perché non si può farlo con chi ci vuole bene.

Ba.Co.