Antonio Scurati, una lettura miope del fascismo

Antonio-ScuratiLa data erronea della disfatta di Caporetto, l’attribuzione a Giosuè Carducci della famosa frase «La grande Proletaria si è mossa» piuttosto che a Giovanni Pascoli, la presenza degli «elettricisti» alla Scala nel 1846, «il ticchettio delle telescriventi» nel Viminale del 1922, la qualifica a Benedetto Croce di «professore» e quella di «politologo» ad Antonio Gramsci, la presentazione di «Monsignore Borgongini Duca» come «ambasciatore inglese presso la Santa Sede» il 16 novembre 1922, l’attribuzione di una lettera del 17 novembre 1922 a Francesco De Sanctis (morto nel 1883), il numero sbagliato dei morti durante la Prima guerra mondiale rientrano nella miriade di errori attribuiti da Ernesto Galli della Loggia («Corriere della Sera», 14 ottobre) ad Antonio Scurati nel suo nuovo libro M. Il figlio del secolo (Bompiani, Milano 2018, pp. 841).

Il cumulo degli errori storici non può essere giustificato dicendo che essi «sono la banalità della condizione umana, testimoniano soltanto la nostra fallibilità», come ha replicato Antonio Scurati a Galli della Loggia ((«Corriere della Sera», 17 ottobre). Esso è molto più numeroso rispetto agli «svarioni» ritrovati da Galli della Loggia, che ne ha rilevato solo una minima parte, senza approfondire incongruenze, giudizi di valore, date erronee, ripetizioni, confusione dei personaggi e persino mancanza di date e cambiamento di termini nei brani citati. Il cumulo di strafalcioni e di giudizi avventati, relativi per ora al 1919, non può essere attributo alla consistenza di «un libro di 850 pagine che abbraccia un’intera epoca», come ha precisato Scurati nella sua replica a Galli della Loggia, ma ad una lettura superficiale degli eventi storici succedutisi dal 1919 al 1924. La citazione di brani (ben 216), spesso inutili e privi di logica storica, copre un numero complessivo di 124 pagine e amplia il romanzo a dismisura, peraltro caratterizzato da ripetizioni e dall’assenza di sintesi.

Eppure su «La Stampa-tuttolibri» (29 settembre, n. 2111, p. III), Mirella Serri presenta il libro con dovizia di elogi e definisce il romanzo «splendido», «dove persino i dettagli sono storicamente verificati». Nulla di più falso se si ha pazienza di controllare i brani citati e gli episodi raccontati, quasi sempre attinti da altri libri. La lettura (?) saltellante del romanzo da parte della collaboratrice del giornale torinese è un esempio significativo del modo come il romanzo sia stato più recensito che letto, se si considera la presentazione elogiativa del romanzo, considerato sul giornale torinese «un antidoto nei confronti di ogni indulgenza verso la dittatura» e su «Dagospia» «una vera medicina per qualsiasi nostalgia». Meraviglia il suo accenno iniziale all’episodio della mucca morta per una malattia infettiva e riesumata dai contadini del Polesine, nonostante il divieto del veterinario di seppellire la bestia invece di consumarla. Nel romanzo Scurati accenna a questa abitudine dei contadini e riferisce il divieto del veterinario (p. 240), considerata quasi una falsa memoria da Matteotti (p. 242). Meraviglia ancor più l’accenno iniziale al deputato riformista Giacomo Matteotti, definito un «socialista impellicciato» e «figlio di un ricco proprietario terriero», quando lo stesso scrittore napoletano non ha le idee chiare sul padre che nella medesima pagina è definito «agrario e usuraio» e più avanti solo un «sospettato di prestare denaro a usura» (p. 835).

Il romanzo non presenta un indice dei singoli paragrafi, né ha un indice dei nomi, per cui è difficile dipanarsi nella selva oscura di un romanzo confuso, farraginoso e per molti aspetti privo di ogni valenza culturale. Esso segue una scansione temporale, ma offre una rilettura superficiale degli eventi storici, descritti più con «l’occhio miope» dell’analista che con quello obiettivo dello scrittore e dello studioso abituato a lavorare sui documenti con lo scopo di comprendere gli eventi storici e la direzione verso cui si muove la società.

Il romanzo analizza il periodo compreso tra la costituzione dei Fasci Italiani di combattimento (23 marzo 1919) e l’omicidio di Giacomo Matteotti. Ma non presenta alcuna originalità nella presentazione dei personaggi che fecero parte del primo movimento fascista ideato da Benito Mussolini. Nella parte dedicata alla «Fondazione dei fasci di combattimento Milano, piazza San Sepolcro, 23 marzo 1919», l’Autore presenta Benito Mussolini come un personaggio indeciso, che non sa il motivo per cui deve pronunciare il discorso nell’assise costitutiva del nuovo movimento: «Ma perché dovrei parlare?!». In realtà, Mussolini pronunciò il suo discorso con arguzia nella ricerca di un consenso volto a favorire la sua ascesa politica. E, giocando su vari fronti, fece leva sullo spirito patriottico degli ex combattenti e sulla grave crisi economica seguita alla Grande guerra. L’auspicio della «grandezza della patria», invocata nel nome dei valori della storia italiana e degli «elementi» presenti «nel nostro sangue», fu accolto con «una lunghissima ovazione» dal nucleo eterogeneo presente nell’assemblea milanese.

Su questo nucleo composito l’Autore presenta un quadro distorto, riducendolo a un’accozzaglia di folli, di delinquenti e di fanatici (quadro poi ripreso da Mirella Serri), senza tenere presente le recenti ricerche storiche che considerano i Fasci come un variegato schieramento e di un ampio fronte formato da interventisti ed ex combattenti. La capacità di Mussolini, profondo conoscitore del «sovversivismo» italiano, fu quella di riunire queste varie anime in un unico movimento sganciato dai sistemi dottrinali dei partiti tradizionali. La struttura flessibile, a cui conformò la sua azione politica nella contrapposizione tra «movimento» e «partito», gli permise di aggiornare la sua tattica e di accogliere tutte le voci del sovversivismo, poi alimentato da nuovi contributi teorici che, seppure sbagliati e inidonei sul piano sociale, formarono l’ossatura teorica del fascismo.

Queste tematiche sfuggono all’Autore, che si dilunga in minuziose descrizioni come la composizione fisica della «sala riunioni del Circolo dei commercianti e degli industriali» con le «poltrone Biedermeier» e la vista della piazzetta parrocchiale (p. 10). Così riporta notizie inutili come il «furto di tre tonnellate di sapone» (p. 16 e p. 18). Corollario dei Fasci Italiani di combattimento fu il carattere provvisorio del programma mussoliniano («il cosiddetto programma di piazza san Sepolcro»), di cui l’Autore non riesce a cogliere la sostanza del suo messaggio, sbagliando persino gli enunciati programmatici pubblicati su «Il Popolo d’Italia» del 6 giugno. Riguardo al programma dei Fasci di combattimento, l’Autore confonde così i vari aspetti, là dove viene auspicata una «politica estera nazionale intesa a valorizzare nelle competizioni pacifiche della civiltà, la nazione italiana nel mondo»: una politica estera che egli inserisce nel «problema militare» e non «programma politico» (p. 63).

Con questo «svarione», l’Autore accenna al ruolo di Cesare Rossi (pp. 63-69 e pp. 71-72) e ai suoi rapporti con Mussolini, senza dire che egli era stato massone e membro di una «vendita carbonara», ossia di quel cenacolo rivoluzionario che si riuniva a Milano nella «pensione di via Eustachi». Né spiega il suo passaggio all’interventismo e alla nefasta attività che svolse negli anni successivi alla fondazione dei Fasci di combattimento e all’ascesa al potere del fascismo. Il focoso Cesare Rossi, su cui ha scritto un interessante volume (Bologna 1991) Mauro Canali – curatore anche della voce nel «Dizionario biografico degli italiani» (2107) – è presentato come un bombarolo, che viene frenato dal moderato Mussolini nei progetti omicidi del suo seguace.

Nella parte intitolata «Benito Mussolini 19 luglio 1919», Scurati attribuisce la frase «Questo proletariato ha bisogno di un bagno di sangue» (p. 75), mentre essa venne sì pronunciata al liceo Beccaria proprio quel giorno, ma fu riferita da Mussolini al 1913 durante la sua militanza socialista (la frase precisa si può leggere nell’«Opera Omnia di Benito Mussolini, Firenze 1954, vol. XIII, p. 252»). La nomea di dittatore fu formulata per la prima volta da Anna Kuliscioff in una lettera a Filippo Turati, datata dall’autore «24 novembre 1921» (p. 447), ma la frase non si ritrova nella missiva (cfr. F. Turati e A. Kuliscioff, Carteggio 1919-1922: Dopoguerra e fascismo, vol. V, Torino 1977, p. 730). Nel medesimo carteggio (p. 770) si legge una lettera di Anna Kuliscioff al suo compagno, datata «7 dicembre 1921» e citata alla pagina 464 da Scurati, ma viene attribuita a Turati e storpiata nell’incipit e persino nella datazione.

Sui rapporti tra Mussolini e Gabriele d’Annunzio, Scurati scrive pagine disordinate, alcune dedotte dal volume Mussolini il rivoluzionario 1883-1920 (Torino 1965) di Renzo De Felice, che gli serve come fonte d’ispirazione. Egli si spinge però ad annotazioni banali sul poeta abruzzese «collezionista di lacche e di smalti del nulla» e riprende il brano di Filippo Turati sulla partecipazione di Sidney Sonnino e di Vittorio Emanuele Orlando. Il discorso di Turati, citato dal grande storico rietino e tratto da Discorsi parlamentari (vol. III, Roma 1950, pp. 1614-1615), fu pronunciato il 29 aprile 1919 alcuni giorni dopo il ritorno della delegazione italiana, mentre Scurati crede che esso sia precedente alla partecipazione della delegazione italiana, a cui il leader socialista rivolse un monito «sui rischi di quella scommessa azzardata attaccando con violenza Orlando e Sonnino» (p. 48). Giustamente De Felice considera il discorso ispirato da una ferma denuncia della posizione assurda in cui l’Italia «si era venuta a trovare con la partenza di Orlando e di Sonnino» (De Felice, p. 526). La citazione del brano turatiano, seppure tratto dal volume di De Felice, è riportato male da Scurati (p. 48) e nella sua versione integrale suona: «O voi sapete, con matematica certezza, che un componimento è possibile, il quale salvi ciò che voi chiamate l’onore della Paese, salvi soprattutto l’onore della vostra missione di negoziatori. A che pro allora, questa enorme montatura dell’opinione del Paese? Signori, una parola mi tenta che trattengo sulle mie labbra… Oppure voi non siete certi del risultato. E allora la montatura, che avete provocata, vi fa prigionieri di sé, vi taglia ogni via di ritorno, che non sia di umiliazione profonda – umiliazione, badate, non vostra soltanto» (pp. 1614-1615).

Su Nicola Bombacci (pp. 76-79), l’Autore non aggiunge nulla di nuovo nei suoi pochi e veloci cenni biografici, riprendendo dal volumetto Il comunista in camicia nera (Milano 1996) di Arrigo Petacco persino la descrizione delle sembianze fisiche («zigomi sporgenti» e «i malinconici occhi turchini» che diventano gli «occhi di un azzurro angelico» (Petacco, p. 11 e Scurati, p. 77). Sembianze ripetute in una pagina successiva e riprese dal medesimo volumetto per la raffigurazione del suo viso e dei suoi «occhi di ceramica olandese» e di «una barba bionda come quella di Cristo» (Petacco, p. 12 e Scurati, p. 81). Il paragone con la Russia postrivoluzionaria e l’Italia postbellica è elementare, come lo è l’analisi del cosiddetto «scioperissimo», le cui cause sono attribuite in modo semplicistico alla pusillanimità dei dirigenti socialisti e alla povertà dell’Italia.

Accanto a questi giudizi di valore, si possono cogliere altre imprecisioni come quelle reperibili nel ritratto di Angelo Tasca, che l’Autore considera un «rampollo di una famiglia della borghesia torinese» (p. 186), mentre egli nacque a Moretta in provincia di Cuneo da una famiglia operaia (il padre era un semplice manovale delle ferrovie dello Stato). Oppure quelle sulle «lacerazioni» tra socialisti riformisti e massimalisti, che si consumano il 3 ottobre a Roma durante i lavori del XIX congresso del partito socialista italiano», quando esso si concluse il 4 ottobre 1922.

Nunzio Dell’Erba

Salvini si ritaglia una Rai al veleno

salvini«Tanti nemici, tanto onore!». Matteo Salvini ha riesumato senza imbarazzo “Molti nemici, molto onore!”, uno dei motti più celebri di Benito Mussolini. Lo slogan non ha portato bene al duce del fascismo e a Gaio Giulio Cesare che lo utilizzò in precedenza, a Salvini potrebbe accadere lo stesso con una Rai al veleno.

Sulla spartizione dei vertici di viale Mazzini, Salvini ha patito la sua prima cocente sconfitta: la nomina da parte del governo grilloleghista di Marcello Foa a “presidente di garanzia” dell’azienda pubblica radiotelevisiva non è stata ratificata dalla commissione parlamentare di Vigilanza.

Foa non ha ottenuto i due terzi dei voti previsti dalla legge. Forza Italia, il Pd e Liberi e Uguali, all’opposizione, non hanno partecipato alla votazione e il candidato leghista è stato bocciato perché i voti leghisti e pentastellati non sono bastati a raggiungere la maggioranza qualificata dei due terzi. Salvini è perfino andato a trovare Silvio Berlusconi ricoverato nell’ospedale milanese San Raffaele per accertamenti, ma il presidente di Forza Italia non ha voluto sentire ragioni. Gli azzurri non hanno sopportato il metodo: il ministro dell’Interno non ha concordato la candidatura ma l’ha semplicemente comunicata a Forza Italia. Il partito dell’ex presidente del Consiglio ha argomentato su Twitter: «Il servizio pubblico non appartiene alla maggioranza o al governo. Appartiene a tutti». I sindacati dei giornalisti, mai teneri con Berlusconi, hanno lanciato critiche analoghe. Fnsi e Usigrai, hanno attaccato immediatamente la nomina come un atto di «totale sudditanza al governo» che però è stata stoppata dal voto negativo in Vigilanza.

È scoppiata la guerra tra i vecchi componenti del centro-destra. Salvini, dopo la bocciatura, ha rinnovato “la fiducia” a Marcello Foa con il rischio di delegittimare l’amministratore delegato e il consiglio di amministrazione della Rai. Il segretario del Carroccio, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha attaccato a testa bassa: «La Lega prende atto che Forza Italia ha scelto il Pd per provare a fermare il cambiamento per la Rai, per il taglio dei vitalizi e per altro ancora». Adesso è sospesa a un filo la stessa sorte della coalizione di centro-destra, la storica alleanza elettorale con Berlusconi tessuta prima da Bossi, poi da Maroni e quindi dallo stesso Salvini.

Ma Salvini deve fare i conti anche con Di Maio. Il capo dei cinquestelle, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico con toni pacati ma decisi ha dato l’altolà all’alleato dell’esecutivo gialloverde: «Il governo non può ignorare il voto della Vigilanza». Perciò Foa si può riproporre solo se c’è «un’intesa» altrimenti sono «le forze politiche che siedono in Vigilanza che devono trovare una alternativa». Tra i possibili nomi per un eventuale accordo gira quello di Giovanni Minoli, uno dei volti storici della Rai, ma c’è aria di guerra ad oltranza.

Una Rai al veleno produce posizioni diametralmente diverse tra i due alleati di governo: nessun richiamo “al cambiamento bloccato” gridato dal segretario della Lega ma al rispetto della legge invocato dal capo del M5S. Tra Di Maio e Salvini sono lontani i tempi della grande sintonia, quando un artista di strada li ritrasse su un muro di Roma come due innamorati: stretti in un forte abbraccio coronato da un appassionato bacio sulla bocca. Lo scivolone sulla Rai potrebbe essere fatale al segretario della Lega. Salvini si ritaglia una Rai al veleno.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

“1938, vite spezzate”. A Roma una mostra a 80 anni dalle leggi razziali

ottaviaIl 14 luglio 1938 il quotidiano “Giornale d’Italia” pubblica “Il manifesto della razza” una pseudo ricerca firmata da dieci scienziati dove si afferma che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. La ricerca è commissionata dal ministero della cultura popolare ma il vero sponsor è Benito Mussolini che vuole adeguarsi alle teorie degli alleati nazisti.

Si replica il 5 agosto nel primo numero della rivista “La difesa della razza”, con tanto di firme degli illustri (per l’epoca) scienziati.

Questo “manifesto” darà il via a una campagna di persecuzioni contro gli ebrei, con l’appoggio di quasi tutta la stampa dell’epoca, che tra il 1938 e il 1939 produrrà 420 tra leggi e decreti (firmati da Benito Mussolini come capo del governo e promulgati dal re Vittorio Emanuele III), circolari di varia natura e 8mila decreti di confisca.

La persecuzione, inoltre, porterà al censimento degli ebrei, ad arresti, eccidi e deportazioni. Nei lager nazisti, infatti, verranno internati 8.569 ebrei italiani, e solo in mille riusciranno a sfuggire alla morte per fame o alle camere a gas.

Vediamo nel dettaglio alcune di queste leggi. Nel settembre 1938 gli ebrei vengono esclusi dall’insegnamento e non possono più iscriversi alle scuole pubbliche. Nelle librerie arriva il divieto di esporre libri israeliti

Ottobre 1938: gli ebrei non possono iscriversi al partito fascista, non possono essere proprietari di aziende con più di cento dipendenti, non possono più prestare servizio militare.

Nel novembre 1938 vengono licenziati tutti i dipendenti di razza ebraica dagli uffici pubblici statali e parastatali, scuole private, banche e imprese private di assicurazione.

Nell’agosto 1939 arriva il divieto di esercitare la professione di giornalista. Successivamente agli ebrei sarà proibito svolgere qualunque attività.

Abbiamo già parlato della mostra “1938 – 2018 Ottant’anni dalle leggi razziali in Italia. Il mondo del fumetto e dell’animazione ricorda l’orrore dell’antisemitismo” con 160 disegnatori che hanno partecipato con tavole e disegni inediti. Ma non è l’unica realizzata per l’occasione.

Un’altra mostra che racconta diffusamente una delle pagine più nere della storia italiana è “1938 Vite spezzate 80° Leggi razziali”, a cura di Marcello Pezzetti e Sara Berger, organizzazione generale C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, e allestita nella sede della Fondazione Museo della Shoah – Casina dei Vallati, in via del Portico d’Ottavia n. 29 a Roma.

“Vite spezzate” racconta un’ampia panoramica di storie di studenti e docenti espulsi dalle università italiane, di impiegati e di professionisti cacciati brutalmente da un giorno all’altro dal luogo di lavoro, di intellettuali e uomini di cultura emarginati.

Storie di persone comuni e di nomi eccellenti, tutti accomunati dall’appartenenza a una razza diventata per legge inferiore dal punto di vista “biologico”. Molti decisero di restare nella loro patria anche se “matrigna”, altri emigrarono e alcuni scelsero il suicidio come estrema via di fuga.

La mostra ricostruisce alcune di queste storie con fotografie, manifesti, documenti, giornali, oggetti e filmati in gran parte inediti e originali, raccolti in tutta la Penisola, provenienti da archivi e collezioni private.

La mostra è divisa in tre sezioni: Esempio di biografie di vittime, Esempi di biografie di persecutori e Destini collettivi.

Nei Destini collettivi vengono raccontate le espulsioni dalle scuole, dagli impieghi lavorativi e l’internamento.

Tra le biografie delle vittime delle persecuzioni vengono proposti nomi eccellenti e persone comuni, tipo Rita Levi Montalcini (scienziati/universitari) e i Salonicchio, una famiglia di rigattieri.

Per le diverse biografie dei persecutori citiamo solo Benito Mussolini, razzismo e antisemitismo di regime, e Telesio Interlandi, propaganda antisemita.

“Vite spezzate” ha il patrocinio della presidenza del consiglio dei ministri, dei ministeri degli affari esteri, dell’istruzione e dei beni culturali, della regione Lazio, di Roma capitale, della Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea, dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, e della Comunità ebraica di Roma con il sostegno di Acea.

La mostra, che resterà aperta sino al prossimo 18 novembre, è visitabile gratuitamente dalla domenica al giovedì dalle 10 del mattino alle 5 del pomeriggio, il venerdì dalle 10 all’1 del pomeriggio, escluse le festività ebraiche.

Antonio Salvatore Sassu

Ottant’anni dalle leggi razziali. L’antisemitismo in 160 disegnatori

leggi razziali 4“1938 – 2018 Ottant’ anni dalle leggi razziali in Italia. Il mondo del fumetto e dell’animazione ricorda l’orrore dell’antisemitismo” è il titolo di una mostra di fumetti itinerante dedicata a una delle pagine più nere della nostra storia recente, quando anche nella società italiana, grazie a una campagna d’odio mai vista prima, vennero coltivati in laboratorio i semi di un antisemitismo che dura ancora oggi e che proprio in questi ultimi mesi sembra avere trovato nuova linfa e nuova forza vitale grazie a complicità, indifferenza, “concorsi esterni” e altre distrazioni varie di politici, stampa e intellettuali.

Una proposta unica nel suo genere, che si rivolge in particolar modo ai giovani, ai ragazzi, che attraverso la visione delle tavole hanno un messaggio immediato, una lezione di storia, un racconto sintetico di quello che succede quando una società sceglie a ragion veduta di perseguire la strada della violenza e dell’intolleranza.

Un racconto a fumetti che illustra un pezzo vergognoso della storia d’Italia, ma di cui oggi una minoranza sempre più vasta continua a celebrarne i presunti fasti.

leggi razziali 3La mostra presenta 160 opere originali realizzate per l’occasione da autori affermati ed esordienti o allievi delle scuole specializzate, disegnatori di fumetti o di cartoni animati, che sono stati chiamati a svolgere il difficile compito di ricordare e di comunicare attraverso la sintesi di pochi tratti tutto l’orrore e la violenza delle leggi razziali italiane, dell’antisemitismo, del razzismo e dei campi di concentramento nazisti.

La mostra è divisa in quattro sezioni: Maestri del fumetto, Autori professionisti, Scuole specializzate di disegno e fumetto, Contenuti multimediali. Citare i 160 disegnatori che hanno contribuito alla mostra, ciascuno con il proprio personale racconto, con la propria sensibilità, ovviamente non è possibile. Ricordiamo solo che il manifesto, un bambino ebreo che sul braccio ha tatuato il numero 1938, è stato realizzato da Giorgio Cavazzano (Venezia, 19 ottobre 1947) uno dei più grandi disegnatori disneyani, famoso in tutto il mondo soprattutto per la sua personale interpretazione di Paperino.

La mostra è stata realizzata da Rai Com, in collaborazione con ARF! Festival di Roma e ideata da Roberto Genovesi, direttore artistico di Cartoons on the bay, il festival che la Rai dedica ai cartoni animati per ragazzi, che si tiene a Torino da due anni. I curatori sono Marina Polla De Luca & Mauro Uzzeo.

Argomento importante, questo degli ottant’anni delle leggi razziali, tanto che la Presidenza del consiglio, riconoscendone il valore, ha incluso la mostra tra gli eventi ufficiali per le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali,

promossi in collaborazione con il Ministero dei beni e delle attività culturali e il Ministero della pubblica istruzione.

leggi razziali 1Anche l’Unione comunità ebraiche italiane ha dato il suo patrocinio, insieme alle comunità ebraiche di Torino, Roma, il centro di cultura ebraico “I Pitigliani” e la Fondazione Museo della Shoah.

La mostra ha esordito a Torino proprio in occasione dell’ultima edizione di Cartoons on the bay, nei locali del Museo del carcere Le Nuove, che durante la Seconda guerra mondiale è stato teatro di violenze, torture e omicidi compiute dai nazisti contro ebrei e partigiani. Torino è stata la prima tappa di un tour che toccherà diverse città per concludersi con l’allestimento permanente nel museo Pitigliani di Roma, che ospita il Centro Ebraico Italiano.

Per chi volesse sapere tutto su questa mostra, il catalogo è scaricabile gratuitamente dal sito di Rai Com, mentre il disegnatore Marcello Toninelli ne propone una selezione su: http://www.giornalepop.it/leggi-razziali-dautore/.

E proprio dalle presentazioni del catalogo riportiamo qualche breve nota. Noemi Di Segni, presidente Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha scritto: “Raccontare la violenza fascista e l’emarginazione che scaturì dalle Leggi della vergogna attraverso il contributo dei grandi maestri del fumetto e dell’animazione. Una sfida avvincente, mai tentata finora. Questa mostra rappresenta un contributo formidabile al racconto e alla comprensione di quei mesi drammatici. Una nuova possibilità di confronto e incontro con le nuove generazioni che, sono certa, saprà non solo garantire dei risultati ma anche aprire nuove strade nella trasmissione della Memoria”.

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Mentre Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma, ha affermato che “Abbiamo sostenuto con forza questa mostra convinti che solo attraverso la conoscenza di quello che è stato, si possa costruire un futuro migliore per i nostri figli; un mondo libero dall’antisemitismo, dalla razzismo e dall’odio. Quanto accaduto in Europa ottant’anni fa resterà nella storia come il momento più buio del secolo scorso. L’impegno della Rai sulla strada del ricordo è fondamentale per costruire una memoria condivisa e trasmettere questo alto valore alle nuove generazioni”.

Sempre nel catalogo, Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah, scrive: “Ringrazio di vero cuore la Rai per aver prodotto una mostra che non è solo un insieme di opere d’arte, ma un vero e proprio percorso nella storia del nostro paese. L’Italia del fascismo, dell’emarginazione degli ebrei dal mondo del lavoro, della scuola e della vita di tutti i giorni. L’impegno del servizio pubblico per ricordare l’orrore del passato credo sia un’opera nobile e necessaria per formare dei giovani consapevoli di quello che hanno significato delle leggi razziali e delle loro terribili conseguenze”.

Ottant’anni fa il fascismo mise in piedi una violenta campagna d’odio e di mistificazione in difesa della razza ma in realtà contro gli ebrei, con la complicità di stampa, scienziati, intellettuali e quant’altro. Una delle poche voci apertamente contro è stata quella di Papa Pio XI e della Chiesa in generale, pur con molti distinguo.

Questa campagna aprì la strada alle diverse leggi in difesa della razza “ariana” dove si affermava che gli ebrei non erano mai stati italiani. Leggi e decreti che, firmati da Benito Mussolini e da Vittorio Emanuele III, vennero promulgati tra settembre e novembre del 1938.

Ad aprire quella che poi diventerà una dance macabre è la pubblicazione del “Manifesto degli scienziati razzisti” (che preferirono mantenere l’anonimato) sul “Giornale d’Italia” del 14 luglio 1938 e ristampato nel numero d’esordio della rivista “La difesa della razza” il 5 agosto successivo, questa volta firmato da dieci scienziati. E possiamo anche citare il Decreto legge n. 1728 del 17 novembre dello stesso anno.

All’epoca gli italiani erano circa 41 milioni, di cui 47mila cittadini italiani di religione ebraica che, prima delle persecuzioni, rappresentavano una minoranza ben amalgamata nel tessuto del Paese.

leggi razziali 5Le leggi in difesa della razza vietavano agli ebrei italiani di lavorare nelle pubbliche amministrazioni, di insegnare e studiare nelle scuole e nelle università, di arruolarsi nell’esercito, di gestire quelle attività economiche e commerciali che il governo fascista riteneva di valore strategico per lo stato italiano.

Questo violento attacco agli ebrei, questo fomentare odio e invidia sociale, è servito al regime di Benito Mussolini per rinforzare l’alleanza con la Germania di Hitler e ha dato i suoi frutti peggiori nel 1943, quando il centro nord della Penisola è stato occupato dai tedeschi. Migliaia di ebrei italiani furono deportati nei campi di sterminio nazisti. E solo in pochi sono sopravvissuti.

In pratica si è creato un problema causando grande allarme sociale e poi si è offerta la risposta, la soluzione che permetteva agli italiani di ritornare a dormire sonni tranquilli. Ogni riferimento a campagne d’odio e a slogan tipo “prima gli italiani” (bianchi e ariani?) di questi ultimi tempi, è puramente voluto.

Antonio Salvatore Sassu

Istat: sempre meno nascite in Italia

L’Istat ha presentato oggi il bilancio demografico dell’Italia. Nel 2017 è proseguita la diminuzione della popolazione residente già riscontrata nei due anni precedenti. Al 31 dicembre del 2017, risiedono in Italia 60.483.973 persone, di cui più di 5 milioni di cittadinanza straniera, pari all’8,5% dei residenti a livello nazionale (10,7% al Centro-nord, 4,2% nel Mezzogiorno).

Complessivamente nel 2017 la popolazione diminuisce di 105.472 unità rispetto all’anno precedente. Il calo complessivo è determinato dalla flessione della popolazione di cittadinanza italiana (202.884 residenti in meno), mentre la popolazione straniera aumenta di 97.412 unità.

Il movimento naturale della popolazione ha registrato un saldo (nati meno morti) negativo per quasi 200 mila unità. Il saldo naturale è positivo per i cittadini stranieri (quasi 61 mila unità), mentre per i residenti italiani il deficit è molto ampio e pari a 251.537 unità. E’ continuato il calo delle nascite in atto dal 2008. Per il terzo anno consecutivo i nati sono meno di mezzo milione (458.151, -15 mila sul 2016), di cui 68 mila stranieri (14,8% del totale), anch’essi in diminuzione. I decessi sono stati quasi 650 mila, circa 34 mila in più rispetto al 2016, proseguendo il generale trend di crescita rilevato negli anni precedenti dovuto all’invecchiamento della popolazione.

Il movimento migratorio con l’estero fa registrare un saldo positivo di circa 188 mila unità, in lieve aumento rispetto all’anno precedente. Nel 2018 sono aumentate le iscrizioni dall’estero: poco più di 343 mila (erano 300.823 nel 2016), di cui l’88% riferite a stranieri. Le cancellazioni per l’estero sono risultate stabili, intorno alle 114 mila unità per gli italiani, di nascita e naturalizzati, mentre sono più di 40 mila per gli stranieri, in leggera diminuzione rispetto agli anni precedenti. Le acquisizioni di cittadinanza registrano una battuta d’arresto rispetto al trend crescente degli anni precedenti: nel 2017 i nuovi italiani hanno superato i 146 mila.

In Italia risiedono persone di circa 200 nazionalità: nella metà dei casi si tratta di cittadini europei (oltre 2,6 milioni). La cittadinanza più rappresentata è quella rumena (23,1%) seguita da quella albanese (8,6%).

E’ stata conferma la maggiore attrattività delle regioni del Nord e del Centro, verso le quali si indirizzano i flussi migratori provenienti sia dall’estero sia dall’interno.

Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, ha affermato: “L’Istat ci segnala un triste primato per il nostro Paese: continua il calo delle nascite, in atto ormai dal 2008. Nel 2017, per il terzo anno consecutivo, i nati in Italia sono stati meno di mezzo milione (458.151, -15 mila sul 2016), di cui 68 mila stranieri (14,8% del totale), anch’essi in diminuzione. Un dato sconfortante che rappresenta un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia. Serve una seria politica per la natalità, bisogna investire con decisione e determinazione sulla famiglia, si devono aiutare le giovani coppie, servono misure per le mamme-lavoratrici, bisogna ripensare il welfare, gli asili, le scuole dell’infanzia. È indispensabile, insomma, un cambio di passo. Forza Italia crede convintamente nel rilancio della natalità e farà di questo tema una priorità, uno dei suoi punti chiave per i prossimi mesi. Bisogna credere con ottimismo nel futuro, e i figli rappresentano il miglior viatico per immaginare una nuova Italia, un Paese migliore”.

Anche il fascismo si preoccupava delle culle vuote e varò un programma per incentivare le nascite. Benito Mussolini recitava: “Se le culle sono vuote, l’Italia invecchia e decade”.

Oggi, i figli rappresentano un costo che le famiglie non possono più sostenere. Le precarietà ed i disagi sociali sono in crescita. Quale futuro avranno i nuovi nati rispetto al calo dell’occupazione ? Molto probabilmente potrebbe essere un bene la diminuzione della natalità che potrebbe assicurare un futuro dignitoso ai bambini che nascono oggi. Preoccuparsi del benessere delle famiglie è sicuramente un dovere della politica. Il problema non si risolve soltanto con il miglioramento del welfare che pure è necessario. Occorre principalmente incrementare i redditi delle famiglie attraverso il miglioramento dell’occupazione reale. Una più equa distribuzione della ricchezza e le prospettive future di un miglioramento sociale sono essenziali per dare dignità e serenità alle famiglie, ai lavoratori ed alle future generazioni.

Salvatore Rondello

Guido Melis e le contraddizioni interne dello Stato fascista

melisIl fascismo è stato un fenomeno “molto più complesso del regime totalitario” che la storiografia ha talvolta rappresentato e che l’immaginario collettivo spesso ha condiviso, accreditando l’idea che la modernizzazione dell’Italia sia stata da esso interrotta. al contrario, Guido Melis, docente di Storia delle istituzioni politiche e di Storia dell’amministrazione pubblica presso l’Università “La Sapienza” di Roma, in “La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista”, sostiene che il fascismo è stato un fenomeno “più articolato e permeabile, ‘poroso’ persino; più ‘monoliticamente pluralista’…; più abitato da interessi differenti di quanto non si sia spesso ritenuto”; esso ha incarnato una pluralità di interessi che, per quanto “tenuti a freno” dall’esoscheletro della dittatura, hanno caratterizzato una dialettica interna che ne ha corroso il progetto di poterli conciliare attraverso il “corporativismo”, sino a condurlo al baratro. Successivamente, quegli stessi interessi, in concorrenza tra loro e che la dittatura aveva tentato invano di “addomesticare”, avranno la possibilità di riproporsi e di continuare a caratterizzare la tradizionale vita politica del Paese, reinnestandola sul “tronco” dell’instabile situazione politico-sociale del primo dopoguerra, che il fascismo aveva inteso di superare.

La narrazione di Melis “fila liscia” e convincente, perché supportata da prove documentali, snodandosi dall’avvento del fascismo sino alla sua caduta. Il 30 ottobre del 1922 – afferma l’autore – “Mussolini, salendo per la prima volta al governo ‘senza la tradizionale carriera’, homo novus per eccellenza, avrebbe impersonato, per contenuti, modi di porsi, persino per stile, un modello radicalmente alternativo a quello del vecchio mondo liberale”; egli accedeva, attraverso la “piazza”, al governo di uno Stato alla cui organizzazione il fascismo-movimento non aveva dedicato una sufficiente riflessione, convinto di poterne facilmente indirizzare i “meccanismi” sottostanti, solo grazie ad un loro rigido controllo. Non si trattava – osserva Melis – di un’idea nuova, in quanto era ormai diffuso a livello europeo il convincimento che le emergenze nate con la fine della Grande guerra potessero essere affrontate in modo appropriato solo attraverso una forte premiership.

Questo convincimento ha dato inizio a una radicale trasformazione delle istituzioni pubbliche, che il Parlamento, profondamente diviso, e l’introduzione di nuove regole elettorali non hanno potuto impedire; il risultato è stato la messa a punto di una struttura di governo, non più fondato sul tradizionale “check and bilance”, ma sull’azione di un esecutivo che assumeva direttamente le decisioni, per poi proporle al Parlamento perché le trasformasse in legge. I cambiamenti apportati alla struttura del governo nel primo periodo dell’avvento del fascismo al potere – afferma Melis – hanno riguardato, dunque, gli “equilibri di potere al suo interno, il gioco spesso sotterraneo delle influenze e delle concorrenze […] tra ministri e ministri e tra ministri e ministeri. Qualcosa di impercettibile all’esterno […], che spesso sfuggiva alla prescrizione normativa e investiva le prassi di governo nel loro farsi quotidiano”.

A condurre il mutamento è stato lo stesso Mussolini, il quale, per tutto il ventennio della dittatura, ha esercitato un’”incisiva attività direttiva, coadiuvato prevalentemente dalla sua “Segreteria particolare” e dal Ministero delle finanze, in quanto “pendant necessario ai poteri accresciuti della Presidenza”. Sino alle leggi eccezionali, adottate tra il 1925 e il 1926, il governo fascista si è conservato, almeno formalmente, entro i limiti della Costituzione vigente, fatta eccezione per l’istituzione, nel 1923, della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che è valsa ad erodere parte delle prerogative del sovrano. L’equilibrio tra fascismo e monarchia, realizzatosi dopo la nomina di Mussolini a capo del governo, con l’adozione delle leggi eccezionali ha rischiato di rompersi, salvo ricomporsi “su nuove basi con la piena adesione del Re alla svolta autoritaria”.

La ricomposizione dell’equilibrio tra fascismo e monarchia, fondata sulla legge del 24 dicembre 1925 (disciplinante le attribuzioni e le prerogative del capo del governo), si è poi protratta sino al 25 luglio del 1943, nonostante che, con una legge del 1926, fosse stato dato all’esecutivo il potere di emanare norme giuridiche che facevano rientrare nelle prerogative del governo anche quella “di emanare disposizioni concernenti l’organizzazione ed il funzionamento dei pubblici uffici”. La modifica dell’assetto della divisione tra i poteri dello Stato è stata ulteriormente radicalizzata con la successiva “costituzionalizzazione” del Gran Consiglio del fascismo; questo organo, in virtù delle attribuzioni assegnategli, ha rappresentato un vulnus irreparabile della costituzionalità dello Stato, in quanto un organo di partito diveniva una componente delle istituzioni che lo esprimevano.

È stata così inaugura la prassi di un governo diarchico, rappresentato dalla coesistenza della Corona e del fascismo nel governo del Paese; ma Mussolini, “unendo alle sue prerogative istituzionali quelle derivantegli dalla direzione politica del Gran consiglio”, ha potuto esercitare “naturalmente nella diarchia un protagonismo di fatto, concentrando nella sua persona tutto il potere esecutivo e in gran parte quello legislativo”. Solo nelle ore drammatiche del 25 luglio 1943, la Corona riacquisterà i suoi poteri, rimasti pressoché ininfluenti durante il ventennio dell’era fascista.

Parallelamente al mutamento istituzionale impresso all’organizzazione dello Stato italiano da Mussolini, la politica fascista ha dato origine, nell’arco dell’intero ventennio, alla proliferazione di una miriade di enti pubblici; la nuova dirigenza tecnico-amministrativa ad essi preposta, ha proceduto alla regolazione dei diversi aspetti della vita della società civile italiana, ai fini della la sua trasformazione in senso corporativistico. Questa trasformazione, iniziata nel 1922, con la costituzione della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali, si è protratta fino al 1939, con la costituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni; il fatto che per l’introduzione dell’ordinamento corporativo siano stati necessari circa 17 anni dell’intero arco temporale della dittatura evidenzia – afferma Melis – che la “natura processuale” della corporativizzazione della società italiana, già di per sé stessa, ne denotava “le difficoltà di attuazione”.

Se l’ordinamento corporativo doveva costituire la riforma con cui “conferire nuovo ordine all’intero sistema economico-politico-istituzionale”, i tempi lunghi e le difficoltà che il regime ha dovuto superare legittimano l’ipotesi che essa (la riforma) è stata “tardiva, tormentata e in gran larga misura destinata a restare irrisolta”, in quanto, secondo Melis, si sarebbe dimostrata inadeguata per “imporre una visione unitaria” del progetto corporativo; ciò sarebbe accaduto per via del fatto che l’ordinamento corporativo (nei limiti in cui è stato possibile attuarlo) si sarebbe dimostrato inadeguato rispetto alla risoluzione del “paradosso teorico, prima ancora che pratico, di uno Stato che, restando di fatto custode e garante della proprietà privata”, voleva proporsi come regolatore dell’economia attraverso l’introduzione della programmazione. L’adozione di questa e dello strumento col quale esercitarla, il “Piano”, ha suscitato un esteso conflitto tra tutte le parti coinvolte; il che ha compromesso i meccanismi decisionali coi quali si sarebbe dovuta governare l’economia nell’Italia fascista.

Il risultato – continua Melis – è stato “un compromesso” che non ha condizionato l’autonomia decisionale dell’imprenditorialità privata, la cui ostilità ha significato una sostanziale sconfitta per la soluzione dirigistico-istituzionale disegnata dall’ordinamento corporativo; ciò è accaduto perché, secondo Melis, il fascismo pretendeva di regolare un’economia che, dopo diversi anni dall’inizio della realizzazione del progetto corporativo, risultava ancora controllata dalla “vecchia élite industriale e agraria del dopoguerra con il suo sistema di potere”; una élite, appunto, che rifiutava di introdurre nelle modalità di gestione delle attività produttive lo strumento, il piano, al quale lo Stato fascista avrebbe dovuto adeguarsi, perdendo la sua originaria forma burocratica, per divenire l’ispiratore dei contenuti della pianificazione e la guida della sua attuazione. Tutto ciò sarebbe dovuto avvenire fuori da ogni burocratico statalismo, in quanto, col piano, l’”autogoverno economico da parte dei produttori” avrebbe dovuto sostituire la struttura gerarchica delle loro relazioni, propria di una società divisa in classi in conflitto tra loro.

La lentezza e le opposizioni che ne hanno caratterizzato la realizzazione non hanno mancato di suscitare reazioni da parte dei più fedeli sostenitori dello Stato corporativo, propensi a mobilitarsi perché si “andasse oltre” l’attuazione del corporativismo storicamente posto in essere; ma questa pretesa ha fatto solo emergere la realtà di un corporativismo irrealizzato, sia nella sua versione più radicale, che in quella di una versione alternativa più moderata. Ciò accadeva – afferma Melis – quando l’Italia era già coinvolta in una guerra, che segnava un limite invalicabile alle velleità rivoluzionarie del fascismo. “Il suo tempo ‘rivoluzionario’ il fascismo lo aveva avuto nei vent’anni precedenti, ma lo aveva lasciato scadere. Ora era troppo tardi”.

In conclusione, secondo Melis, all’indomani della fine del primo conflitto mondiale, il fascismo aveva inteso risolvere i problemi che agitavano la società italiana attraverso un radicale stravolgimento delle istituzioni dello Stato costituzionale; ciò, al fine di introdurre in Italia un ordinamento corporativo che, nei limiti in cui è stato realizzato, si è tradotto in una “macchina imperfetta”, in quanto il dirigismo statale che essa implicava è stato rifiutato da quelle stesse forze cui andavano ricondotti i problemi che avevano concorso a creare le condizioni per l’affermazione del fascismo. Quest’ultimo è, dunque, fallito per le sue contraddizioni interne, ovvero perché la risposta istituzionale che esso ha inteso proporre per la soluzione dei problemi della società italiana non è stata condivisa, anzi rifiutata, da quelle stesse forze che originariamente ne avevano consentito l’affermazione. Dopo la caduta della dittatura fascista, l’ordinamento corporativo realizzato si è “rotto” come il vaso di Pandora; sono così riemerse, riproponendosi nella riconquistata democrazia italiana, quelle stesse forze che, dopo aver favorito l’ascesa del fascismo, ne avevano causato la caduta.

A questo punto, viene spontanea una domanda. Queste forze sociali, liberate dal fantasma del dirigismo statalista proposto dal fascismo, hanno poi contribuito, in democrazia, a favorire la modernizzazione politico-sociale del Paese? È plausibile nutrire qualche dubbio in proposito. Certo, se si pensa che nei primi decenni di vita democratica, l’Italia è passata, da una posizione che la vedeva “relegata” alla periferia del mondo, ad essere uno dei Paesi economicamente più avanzati, è indubbio che la modernizzazione vi è stata; ma è stata solo di natura economica. Le opportunità offerte dal passaggio del Paese dalla periferia al centro del mondo sono state originate, però, non dalle forze imprenditoriali democratiche, ma dall’estero, ovvero dal sistema di relazioni internazionali all’interno del quale il Paese ha avuto la “fortuna” di trovarsi collocato.

Di tali opportunità si sono avvalse quelle forze esprimenti la continuità dei valori e delle propensioni di quelle pre-fasciste e di quelle che si erano opportunisticamente “intruppate” nel fascismo; ma gli egoismi di cui erano portatrici (responsabili anche le ideologie contrapposte dopo il ricupero della democrazia) sono valsi a riproporre un problema della società italiana mai risolto, ovvero le divisioni sociali preunitarie, che il processo di unificazione del Paese aveva conservato intatte e che ne caratterizzeranno la vita politica, prima, durante e dopo l’esperienza della dittatura fascista, costituendo e che costituiranno una delle cause della debolezza su piano politico-sociale dell’Italia di oggi.

Ironia della sorte, fra i lasciti del fascismo alla riconquistata democrazia vanno annoverate l’organizzazione e l’esperienza connesse alla “nascita dello Stato imprenditore”, al cui operato, dopo essere sopravvissuto al fascismo, va riconosciuto il merito di aver promosso e presidiato il processo di sviluppo economico del dopoguerra, e di aver rappresentato l’unico baluardo al prevalere degli egoismi dell’imprenditorialità privata; non è casuale che tale imprenditorialità, complici le forze antifasciste, sia stata successivamente “liquidata”, portando il Paese ad “incagliarsi” nella palude di una crisi nella quale sembra destinato a sprofondare sempre più.

Gianfranco Sabattini

Elezioni: un’inchiesta sul populismo italiano

populismo

L’esito del voto del 4 marzo ha suscitato un vivace dibattito. C’è stato chi ha parlato della nascita di una Terza repubblica, chi della fine di un’epoca, chi dell’inizio di una fase nuova.

Ma a ben guardare quanto accaduto non ha nulla di davvero sorprendente: è il risultato di un processo più ampio, che va al di là dei confini storici e geografici della politica italiana.

I vincitori di queste elezioni sono, com’è noto, la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio. All’indomani del loro trionfo sono in molti a salire sul carro del vincitore – in particolare su quello di Di Maio – persino personaggi insospettabili come Sergio Marchionne e Eugenio Scalfari. Una situazione che, del resto, si era vista anche negli Stati Uniti a seguito della vittoria di Donald Trump.

Il successo elettorale di una forza politica, tuttavia, non dovrebbe pesare sul giudizio culturale che di essa danno gli analisti, né indurli a rivalutarla con facili entusiasmi; dovrebbe offrire l’occasione per conoscerla meglio e capire il perché del suo trionfo.

Cerchiamo dunque di capire quale sia il retroterra culturale di queste forze, quale la visione del mondo che, in filigrana, leggiamo dietro al loro pensiero.

Oltre la destra e la sinistra

Un dato interessante è che Lega e Movimento 5 Stelle rifiutano di collocarsi organicamente a destra o a sinistra: Salvini afferma di guardare anche “a una sinistra che non vota”, Di Maio dichiara di andare oltre i tradizionali schieramenti. Destra e sinistra, affermano, sarebbero state superate dalla storia; le vecchie categorie andrebbero ridiscusse, riformulate. Comune a entrambi è la tesi secondo cui le “grandi narrazioni” appartengano al passato, a un passato lontano e triste; e che la storia si sia pronunciata a favore di una politica post-moderna e post-ideologica. Dalla fine della Prima Repubblica sono stati in molti a insistere su questo punto: l’Unione Sovietica era crollata, i vecchi partiti erano stati spazzati via, e la politica doveva rinascere dalle ceneri delle vecchie ideologie.

Eppure dietro a questa visione della politica si cela un dibattito che in qualche modo preesiste alla politica stessa: quello sulla linearità o sulla ciclicità della storia. Adorno ci metteva in guardia dai sostenitori della storia lineare, da quelli che pensano che la storia proceda come una freccia. La storia, diceva, non va interpretata in funzione dello stato delle cose presente, non va considerata come una sorta di ineluttabile prodromo dell’oggi. L’apologia del fattuale è il più reazionario degli atteggiamenti: l’idea che la storia proceda verso il Buono e il Giusto è una trappola in cui tanti sono caduti. Contestare la fattualità è anzi uno dei cardini del pensiero dialettico: perché non è possibile una rivoluzione se si pensa che il presente sia il punto di arrivo della storia. Non è possibile utopia se si considera il dato come un totem. Ecco perché tutti i fascismi hanno sempre sostenuto a gran voce la linearità della storia: perché era loro interesse presentarsi come una sorta di strumento quasi mistico di salvezza, come un’espressione ineludibile, inarrestabile, del divenire storico. Lo diceva Hitler: noi siamo un’onda inarrestabile, non ci fermerete. Lo dicono leghisti e pentastellati oggi.

L’invito al superamento di destra e sinistra, dunque, è un invito essenzialmente reazionario. Destra e sinistra non sono entità concrete sconfitte dalla storia, sono etichette con le quali cataloghiamo i due poli opposti del pensiero politico: la conservazione e l’utopia. E se è vero che tutto ha un punto di vista, che tutto quel che affermiamo, nel momento in cui lo affermiamo, riconduce a una visione della vita, allora anche la post-ideologia riconduce a un’ideologia: un’ideologia di destra.

L’autoritarismo

La fede nella storia lineare – e la concezione quasi magica, irrazionale della realtà che essa porta con sé – è uno dei topoi del pensiero grillino-leghista. Un altro, ad essa strettamente concatenato, è l’appello ad un credo dogmatico, ad un’obbedienza cieca. Rinunciare al pensiero dialettico produce infatti il suo opposto: il dogmatismo, l’autoritarismo. Cioè, appunto, la celebrazione dell’esistente come dato. Gli elettori grillini e leghisti non si fanno domande, non discutono le palesi contraddizioni dei loro leader, sono difficilmente permeabili a scandali e rivelazioni. E ciò arriva a toccare tratti parossistici, persino comici: ieri il Movimento 5 stelle affermava che la televisione è il male, oggi se ne serve a piene mani; ieri invocava un referendum sull’euro, oggi lo ha frettolosamente archiviato; ieri stigmatizzava gli “inciuci” dei partiti, oggi apre a un’alleanza col Pd.

Cambiare opinione è lecito, non lo è fare a pezzi la coerenza, prendere in giro, cinicamente, i propri attivisti. Alessandro di Battista è l’uomo che nel 2014 affermava che “l’obiettivo politico (parlo dell’obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell’ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica”, che “nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella” e ancora che “se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche non violente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana.” Frasi come queste avrebbero distrutto qualunque partito, ma non il Movimento 5 stelle. Che un paio d’anni dopo, candidamente, cambiò linea, con l’obiettivo di accreditarsi come forza di governo.

L’abitudine a giravolte improvvise, radicali, è un tratto distintivo di molte forze, per così dire, populiste. Si ricorderà il caso di Benito Mussolini: da anticlericale a amico della Chiesa, da antiborghese a sostenitore della borghesia. Queste forze non chiedono, di solito, un approccio critico, dialettico, alle proprie tesi, ma piuttosto una fiducia prepolitica, un’adesione emotiva. L’elettore non deve condividere criticamente le loro idee, deve avere fiducia in loro, deve affidarsi a loro. Ecco perché l’elettore leghista non si scandalizza se Salvini da neopagano si trasforma in fervente cattolico che giura sul Vangelo. Ecco perché Donald Trump e Silvio Berlusconi sopravvivono indenni – almeno sino ad ora – alla propria reiterata incoerenza. Il loro segreto è trasformare la politica in un fatto emotivo e autoritario insieme.

Silvia Virgulti, influente consulente per la comunicazione del Movimento 5 Stelle, nonché ex fidanzata di Luigi Di Maio, nel 2015 istruiva così gli esponenti grillini: “L’argomento immigrazione suscita molte emozioni, tra cui in primis paura e rabbia. Per questo, in tv iniziare ad argomentare o spiegare trattati o proporre soluzioni più o meno realistiche è inutile, perché le persone sono in preda alle emozioni e sentono minacciate loro stessi e la loro famiglia; non si può pretendere che seguano un discorso puramente razionale, quindi è bene alimentare la loro rabbia e la loro paura.” La Virgulti è esperta di Programmazione Neuro-Linguistica (PNL), una pseudoscienza che viene usata abbastanza spesso come strumento di persuasione psicologica soprattutto nel marketing e nella politica; in tal senso regalava ai parlamentari del suo partito copie de La struttura della magia, il volume di Richard Bandler e John Grinder che descrive i fondamenti della PNL. E del resto è stato documentato da più parti il ricorso dei politici pentastellati a tecniche di seduzione psicologica. Dunque: stabilire un principio di autorità, suscitare rabbia, sacrificare la coerenza.

Il rifiuto dell’antifascismo

Un altro motivo unificante delle forze populiste italiane è la critica dell’antifascismo. Sul caso di Matteo Salvini è superfluo dilungarsi: le sue simpatie per la destra radicale sono note. Più interessante è il caso del Movimento 5 Stelle: gli esponenti pentastellati, infatti, hanno mostrato da sempre un atteggiamento estremamente ambiguo, persino sospetto, nell’accostarsi al problema del fascismo.

Tanti sono gli esempi che si potrebbero citare. Fece scalpore quanto scrisse nel 2013 (e poi ritrattò) Roberta Lombardi: “Da quello che conosco di CasaPound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica, razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia”. La stessa Lombardi che invocava l’abolizione dei sindacati: “Se parliamo dei sindacati chiedendone l’abolizione, ti tacciano di voler tornare indietro alla rivoluzione industriale.” Sempre nel 2013, Beppe Grillo dichiarava: “Se io sono antifascista? Questo è un problema che non mi compete, il nostro è un movimento ecumenico. Se un ragazzo di CasaPound volesse entrare nel nostro Movimento, con i requisiti in regola, non ci sarebbero problemi”. Più recentemente, nel dicembre del 2016, gli faceva eco Alessandro Di Battista: “È più importante essere onesto che antifascista. Nel 2016 parlare di fascismo e antifascismo è come parlare di guelfi e ghibellini… ancora a parlare di questa roba?”

Ancora più grave fu il caso di un’intervista allo storico revisionista Arrigo Petacco che uscì come prima notizia nel blog di Beppe Grillo, il 24 novembre 2014. Titolo: “Mussolini non ha ucciso Matteotti”. E si potrebbe andare avanti citando l’inquietante filmato dal titolo “Gaia – The future of politics”, prodotto dalla Casaleggio Associati nel 2008, che gli esponenti grillini hanno sempre liquidato come una boutade. Un video in cui Hitler e Mussolini venivano dipinti come grandi comunicatori – senza nessuna parola di condanna – e che ricorda per molti versi le tesi dei 5 Stelle.

Infine il pensiero corre al filosofo pop Diego Fusaro, uno che col Movimento ha avuto da sempre un rapporto privilegiato. Fusaro stigmatizza quello che definisce “l’antifascismo in assenza di fascismo”e non teme di affermare: “Sono molto indipendente nelle mie posizioni e appoggio incondizionatamente tutti i movimenti che nuocciono di più ai vertici dell’aristocrazia finanziaria. Quindi, indistintamente, dai comunisti di Marco Rizzo a CasaPound di Simone Di Stefano, passando per tutti i movimenti non allineati e stigmatizzati dal sistema”.

Perché dunque le forze populiste sono tanto restie a dichiararsi antifasciste se il fascismo, a loro dire, non esiste più?

È ancora una volta Theodor Adorno a suggerirci una possibile risposta. Nel suo La personalità autoritaria, scritto insieme a Else Frenkel-Brunswik, Daniel Levinson e Nevitt Sanford, il filosofo e sociologo tedesco raccoglie i risultati di alcune ricerche da lui condotte presso l’Università di Berkeley, nel periodo in cui la Scuola di Francoforte si era trasferita negli Stati Uniti. La grande intuizione di queste ricerche è la presa di coscienza che il fascismo non è un fenomeno che si limita alle esperienze di Benito Mussolini o Adolf Hitler: è una visione del mondo e, prima ancora, una forma mentis. Servendosi degli strumenti della psicologia, con l’aiuto di test e colloqui clinici, Adorno osserva che nei simpatizzanti fascisti – o dei valori che a queste forze fanno riferimento – è possibile ritrovare dei tratti caratteriali che ricorrono con particolare frequenza. Analizzando questi tratti si arriva a mettere a fuoco l’essenza più profonda del fascismo, di cui il populismo – come si vedrà – è in qualche modo un’espressione. In tal senso Adorno sviluppa una scala, detta Scala-F, che misura le tendenze autoritarie, o fasciste, di un soggetto: una scala che si rivela particolarmente utile nell’accostarsi ai movimenti populisti.

I tratti da lui individuati, che stupiscono ancora oggi per la loro validità, sono il convenzionalismo, ossia l’adesione pedissequa a valori borghesi (l’item del test recita: “l’obbedienza e il rispetto per l’autorità sono i più importanti valori che i figli dovrebbero apprendere”), la sottomissione autoritaria, ossia una visione sottomessa e acritica delle autorità idealizzate del proprio gruppo di appartenenza (“quello che occorre di più a questo Paese, più delle leggi e dei programmi politici, sono alcuni leader coraggiosi, instancabili, devoti, dei quali la gente possa avere fiducia”), l’aggressività autoritaria (“i crimini sessuali, come lo stupro e la violenza sui bambini, meritano più del carcere; questi criminali andrebbero pubblicamente frustati o peggio”), l’anti-intraccezione, ovvero il disprezzo per gli individui sensibili, fantasiosi, per la tenerezza e la dolcezza (“la società ha bisogno di uomini d’affari e gente che produca, non di artisti e professori”), la superstizione e la stereotipia, ossia la convinzione che il destino dell’uomo sia influenzato da variabili magiche (“un giorno le guerre e i problemi sociali potrebbero finire a causa di un terremoto o di un’alluvione che distruggeranno il mondo intero”), l’esaltazione dell’idea di forza, quindi l’importanza attribuita ai concetti di dominio-sottomissione, forte-debole, capo-seguace e l’identificazione con figure di potere (“le persone possono essere divise in due categorie distinte: i deboli e i forti”), la distruttività e il cinismo, cioè un senso di rabbia e di odio generalizzati, la proiettività, ossia il trasferimento all’esterno di impulsi emotivi inconsci, che si esprime ad esempio nell’adesione alle teorie del complotto (“molte persone non capiscono quanto le nostre vite siano controllate da complotti orditi in luoghi segreti”) e infine una visione retrograda o moralistica della sessualità (“la selvaggia vita sessuale dei greci e dei romani era monotona se paragonata ad alcune delle cose che accadono in questo Paese, persino laddove uno meno se lo aspetterebbe”).

Il lessico e le idee a cui Lega e 5 stelle ci hanno abituati si inscrivono perfettamente nel quadro tracciato da Adorno, tra autoritarismo e pensiero magico, giustizialismo e culto dell’uomo forte. Alla luce di queste premesse è facile intuire perché i movimenti populisti abbiano tanta simpatia per un fascista moderno come Vladimir Putin, uomo sanguinario, violento, autoritario, tra i capi di stato più pericolosi oggi in circolazione. Si ricorderanno gli elogi spesi da Grillo e Salvini nei confronti del presidente della Federazione Russa, come si ricorderà l’amicizia di Putin con l’estrema destra europea, dal Front National all’Ukip, dal Partito Nazionaldemocratico tedesco ad Alba Dorada.

Il populismo italiano e l’industria culturale

Eppure queste forze hanno avuto un largo seguito in Italia: la somma dei voti di Lega e Movimento 5 stelle raggiunge il 50% sia alla Camera che al Senato. Com’è possibile che dei partiti così ideologicamente grossolani, culturalmente inconsistenti, politicamente reazionari possano aver ottenuto un consenso così alto? Va detto che episodi come questo si sono già visti, anche nella storia recente: si pensi al successo dei partiti populisti in Europa e soprattutto alla vittoria di Trump negli Stati Uniti, un altro fascista moderno non a caso elogiato sia dalla Lega che dai 5 stelle.

Ma l’ascesa dei movimenti populisti merita qualche riflessione in più. L’inizio degli anni Ottanta portò una spoliticizzazione progressiva della società occidentale, un tramonto del fermento culturale dei decenni precedenti: fu il momento di Reagan, della Thatcher, delle politiche neoliberali. Alla militanza subentrò il disimpegno, lo yuppismo, il divertimento amministrato. Furono gli anni della “desublimazione repressiva” – come direbbe Marcuse – cioè di un edonismo farlocco, pornografico, strettamente controllato dal sistema. L’avanguardia cedette il posto al kitsch – secondo quell’eterno paradigma che Clement Greenberg, in tempi non sospetti, aveva così acutamente illustrato – e il post-modernismo portò a una pretesa democratizzazione del gusto.

In quel clima di massificazione culturale, la figura dell’intellettuale iniziò ad uscire di moda: in una società in cui si afferma l’equiparazione di brutto e bello non c’è spazio per i pungolatori del pensiero, per i critici militanti, per gli esteti. Mentre gli intellettuali si facevano sempre più rari i mezzi di comunicazione di massa assumevano un’importanza sempre maggiore, incaricandosi – più di quanto non avvenisse in precedenza – della funzione di arbitri del gusto. Da allora in poi, in mancanza di coscienze critiche in grado di fermarli, i media assunsero una capacità di controllo sociale che non si era sinora mai vista, che progredì esponenzialmente fino ad oggi.

La caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica furono le premesse necessarie per una fase, come quello di Mani pulite, che si palesò presto come un’esplosione di giustizialismo poliziesco, di isteria collettiva, di vendetta spettacolarizzata. La costruzione della “Seconda Repubblica” fu dunque affidata ai mezzi di comunicazione di massa, più e meglio di quanto non accadesse in passato: furono loro a creare Berlusconi (o forse viceversa?), che con la sua tv spazzatura plasmò una sensibilità culturale sempre più spenta e gerarchizzata. Furono sempre i media a creare e a nascondere scandali, a scatenare a comando l’indignazione collettiva, ma anche le passioni e gli entusiasmi popolari.

L’avvento dell’era digitale fece il resto: i social media e Wikipedia, con la loro aria di libertà e democraticità, portavano in dote una capacità di manipolazione che nessuno si era mai immaginato. Cosa c’è di più gerarchico e manipolativo di uno spazio in cui le voci si accavallano, e nel rumore si sente soltanto la voce di chi ha i mezzi per farsi sentire? Cosa c’è di più pericoloso di un’enciclopedia che si vuole obiettiva e nazionalpopolare – ma che in realtà è alle mercé di lobby di ogni sorta – quando l’obiettività, com’è noto, non esiste?

È dunque in questo clima culturale che si espandono prima la Lega e poi il Movimento 5 Stelle, che traggono linfa da un contesto sociale nel quale lo strapotere dei media, social e tradizionali, ha soffocato anche i più timidi tentativi di pensiero dialettico. Nel 2013 la Lega era quasi scomparsa; ma quando Matteo Salvini cominciò a saturare i talk show politici di ogni sorta, il trand cominciò a cambiare. Anche il Movimento 5 stelle era sconosciuto ai più, almeno fino a quando un’aggressiva campagna elettorale fuori e contemporaneamente dentro i media – Umberto Eco la definì una “comunicazione della comunicazione” – non lo portò alla ribalta.

La società italiana era oramai assuefatta alla politica mediatizzata e spettacolarizzata, l’indipendenza e la coscienza critica dei fruitori si era fatta sempre più evanescente. E così nessuno si accorse che un Movimento che si professava libero e democratico redigeva liste di proscrizione come ai tempi di Mussolini, intimidiva gli avversari con l’arma dell’odio. Ricordate? Beppe Grillo pubblicava il nome di un giornalista sulla sua rubrica “Il giornalista del giorno” e il pubblico rispondeva sommergendo il malcapitato di insulti; come quando storpiò il nome di Gad Lerner in “Gad Vermer” e il pubblico commentò con violenti epiteti antisemiti. Si respirava un clima di paura, gli avversari temevano di criticare Grillo apertamente per timore di rappresaglie virtuali. In pochi ripensarono a quanto avvenne agli albori del fascismo, quando le squadracce servirono a Mussolini per intimorire i detrattori, per conquistare il consenso.

Libertarismo e comunitarismo

Gli anni Ottanta furono anche l’epoca in cui il dibattito politico e culturale si dedialettizzò definitivamente. La teoria critica della società e la Scuola di Francoforte furono presto considerate un’eredità del passato, e con esse cadde in disgrazia quello che forse era il cuore pulsante del loro pensiero: il marxismo libertario. Dal marxismo libertario, dall’idea che la giustizia sociale passi attraverso l’emancipazione da ogni potere autoritario, furono in molti a prendere le distanze. Chi in nome del relativismo, chi in nome di un marxismo dedialettizzato, altri ancora confondendo pretestuosamente il libertarismo con il libertarianismo. In un’atmosfera artificialmente post-ideologica come quella degli anni Ottanta, dominata dall’industria culturale, cominciò dunque a farsi strada, dapprima sommessamente, la scuola diametralmente opposta a quella del libertarismo: il comunitarismo. Questa scuola vuole l’individuo non più come un soggetto libero al cui servizio opera la comunità; ma come un soggetto inerte al servizio della comunità stessa. Crede nel rafforzamento dei legami sovraindividuali, nel sacrificio dell’identità singolare sull’altare di un sentire collettivo, nella storia lineare. È, naturalmente, una filosofia con forti connotazioni gerarchiche: come sempre il bene comune è lo strumento più efficace per esprimere la volontà di un capo, per imporre l’ingiustizia in nome di una presunta giustizia.

Fu anche l’affermazione nella società di sottese tendenze comunitariste a facilitare l’ascesa dei movimenti populisti, a creare un terreno fertile affinché potessero imporsi. Una società che crede nell’espressione delle libertà naturali dell’individuo, dell’eros, del gioco, difficilmente sarà permeabile a forme di pensiero autoritario. Una società che antepone la comunità all’individuo, che enfatizza un presunto sentire collettivo – di cui i mass media sarebbero i portavoce – sarà invece il luogo ideale nel quale innestare forme di giustizia sommaria, di violenza di stato.

Una società che si è spostata a destra, che ha archiviato troppo in fretta il marxismo libertario e il pensiero dialettico, si presta facilmente alle sirene della demagogia. Il voto del 4 marzo lo ha dimostrato

Giulio Laroni

(pensalibero.it)

Il ruolo ancora non chiaro di Claretta Petacci, l’amante del duce

mussolini claraLa battuta di Gene Gnocchi sull’amante del duce Claretta Petacci, accostata a un tipico rappresentante del mondo suino, ha suscitato un ampio dibattito sulla stampa e sui social network. Essa, ad eccezione di un’intervista di Mirella Serri, ha circoscritto il personaggio solo intorno alla sua morte avvenuta il 28 aprile 1945. Ma, al di là della battuta peraltro inopportuna, nessuno ha chiarito il ruolo di quella donna, della sua famiglia originaria e i loro rapporti con il duce del fascismo.

Il primo incontro tra Benito Mussolini e Clara Petacci avvenne la domenica del 24 aprile 1932 sulla strada del mare tra Ostia e Castelfusano. Il passaggio dell’auto del duce – secondo Renzo De Felice – suscitò un vivo entusiasmo tra i passeggeri di un’altra vettura che egli “fece fermare la sua per salutarli.” (“Mussolini il duce. Lo Stato totalitario 1936-1940”, Torino 1981, p. 278). La giovane ammiratrice aveva vent’anni, essendo nata il 28 febbraio 1912 da una facoltosa famiglia romana: la madre si vantava di essere una lontana parente di Pio XI, mentre il padre Francesco Saverio faceva parte dell’equipe medica del pontefice (F. Bandini, “Claretta”, Milano 1969, pp. 13-15). Tuttavia sin dall’età di quattordici anni aveva tempestato il duce di missive per esprimergli la sua solidarietà e ammirazione per lo scampato pericolo all’attentato dell’inglese Violet Gibson.

Clara (Claretta o Clare) Petacci era una donna affascinante ed aveva una scollatura abbondante, che lasciava intravedere un seno prosperoso, a cui il duce era molto sensibile. La differenza di età –Mussolini aveva quasi cinquant’anni, essendo nato nel 1883 – non gli impedì di diventare sua amante. Qualche giorno dopo il duce le telefonò, chiedendole di recarsi alle sette di sera a Palazzo Venezia perché desiderava meglio conoscerla. Dopo quell’incontro, quante volte si videro e quanta cominciarono la loro relazione, non è facilmente appurabile, ma sembra che gli incontri furono molto frequenti. Gli incontri proseguirono anche dopo il matrimonio che la Petacci contrasse il 27 giugno 1934 con Riccardo Federici, appena promosso tenente: un matrimonio durato appena due anni e sfociato nella separazione legale con divorzio ungherese e, solo alla fine del 1941, nell’annullamento della Sacra Rota.

La separazione con il marito da parte della Petacci, avvenuta nel luglio 1936, favorì gli incontri amorosi con il duce, che prima lo favorì e poi ostacolò la loro unione. C’è una lettera di Claretta, datata 25 settembre 1933, in cui ella chiese al duce di interessarsi del fidanzato per favorire il suo trasferimento nella capitale dalla sede di Brindisi dove era stato trasferito per punizione “avendo volato con suo idrovolante su Roma al di sotto della quota di sicurezza”. Nel novembre 1933 la Petacci chiede a Mussolini di concedere una deroga per dare la possibilità al suo fidanzato di sposarla, non avendo compiuto il trentesimo anno di età come stabilisce il regolamento della Regia aeronautica.

Come si evince dalla lettura della loro corrispondenza, la giovane dimostrò di essere perdutamente innamorata del duce, ma si rivelò una donna pratica e intenta a soddisfare le richieste dei suoi parenti, quasi a costituire una specie di clan finalizzato alla richiesta di favorì e all’arricchimento della sua famiglia. Per gli incontri amorosi, De Felice ci informa che “fu approntato a palazzo Venezia il cosiddetto appartamento Cybo dove la donna usava passare molte ore in attesa che Mussolini, alla fine delle sue udienze, la raggiungesse (cit. p. 279). Su suo interessamento fu addirittura organizzata dal 19 dicembre 1936 al 1° gennaio 1937 nelle Sale dei cultori d’arte a Roma una mostra personale della “pittrice Petacci Clara”, presentata dall’artista Piero Scarpa.

La frequentazione dei due amanti sollevò invidie nelle dame di più alto lignaggio, come si ricava da alcune testimonianze: “La signorina Petacci, suo ultimo amore, benché abbia belle gambe e piedi incredibilmente piccoli come che l’aveva preceduta, non era la compagna appropriata per un capo di stato. L’ho vista una volta all’opera e l’ho trovata molto attraente in un certo modo. Aveva troppi riccioli e il suo trucco era innaturalmente pesante. La sua pelliccia di visone era troppo ampia; i suoi gioielli troppo vistosi”. (F. Bandini, “Claretta”, cit. p. 11 ed E. Cerruti nel suo libro “Visti da vicino. Memorie di un’ambasciatrice”, Milano 1951, p. 294). Eppure Mussolini la preferiva a donna Rachele, che accudiva i figli e coltivava la propria immagine di casalinga e di madre, nonostante le continue lamentele della Petacci, umorale e lamentosa per la propria cagionevole salute.

Rispetto alle relazioni intrattenute con altre donne, “spasimanti stagionate” e spesso non belle, Mussolini nutrì verso Claretta una particolare predilezione (era anche geloso) per la fusione di bellezza e giovinezza, che lo rendevano giovane e gli facevano dimenticare i dolori ulcerosi allo stomaco. Le astuzie della donna, rivolte a favorire i suoi familiari, non turbavano per nulla il duce, che cedeva alle sue lusinghe e richieste con facilità. La sorella Myriam cercò di affermarsi nel mondo dello spettacolo prima nel teatro e poi nel cinema con l’aiuto delle autorità fasciste: il film più importante “Le vie del cuore” (1942) le permise di partecipare al festival di Venezia, dove fu derisa per la scelta del nome Miria di San Servolo, che ricordava il manicomio di Venezia. Il fratello Marcello Cesare Augusto (nato nel 1910) si affermò nei giornali scandalistici e in alcuni maneggi economici, assicurandosi il buon esito degli esami con le “raccomandazioni” procurategli dalla sorella (Rochard J.B. Bosworth, “Mussolini. Un dittatore italiano”, Milano 2004, p. 376). Egli, diventato medico della marina, “faceva grossi guadagni contrabbandando l’oro sotto la copertura del privilegio diplomatico e con vari traffici illegali di valuta straniera, e sventolando una sua pretesa amicizia col Duce che gli aveva permesso […] di far assegnare a chi voleva lui dei contratti lucrosi con enti statali e delle cariche redditizie” (C. Hibbert, “Mussolini”, Milano 1962, p. 199). Il padre si fece costruire a Roma nel quartiere Monte Mario una lussuosa villa con le stanze da bagno tappezzate di marmo nero. L’intera famiglia soleva trascorrere le estati presso lo splendido Grand Hotel di Rimini, forse su consiglio dello stesso duce. Mussolini trascorreva infatti le vacanze estive a Riccione, dove incontrava la sua amante, scambiandosi effusioni amorose e trascorrendo insieme incontri piacevoli. Essi sono rievocati con struggente passione nel 1943, quando la Petacci ricordava le ore trascorse insieme ad aspettare l’alba nella spiaggia deserta dell’Adriatico.

Dopo l’8 settembre 1943 l’intera famiglia seguì Mussolini, stabilendosi in una villa a Gardone, ubicata non lontano dalla residenza di Mussolini e dalla sede ufficiale del governo repubblicano a Salò. Il 22 aprile 1945 Clara Petacci si rifiutò di salire su un aereo per Barcellona e seguì Mussolini fino a Dongo, dove venne arrestata dai partigiani per essere “giustiziata” tre giorni dopo con il suo amante. Il 29 aprile i loro corpi furono esposti a Piazzale Loreto (Milano) e appesi per i piedi sulla pensilina di un distributore di benzina come vendetta simbolica per la strage di quindici partigiani, uccisi il 10 agosto 1944. Sono queste storie ignorate da alcuni giornalisti come Nicola Porro o Marcello Veneziani, che non fanno alcun cenno a questa strage e alle immense ricchezze possedute dai due amanti (l’oro di Dongo).

Nunzio Dell’Erba

Le vite parallele: “Mussolini contro Lenin”

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Un lungo duello, inframmezzato da momenti di reciproca, malcelata ammirazione, pur da opposte sponde; duello seguìto a un prologo in cui i due personaggi avevano appena avuto modo d’incrociarsi e “annusarsi” superficialmente. Così possiamo sintetizzare il lungo, altalenante corso dei rapporti – svoltisi soprattutto a distanza – tra Vladimir Lenin e Benito Mussolini. Corso che lo storico di fama internazionale Emilio Gentile, docente emerito alla “Sapienza”, studioso soprattutto del fascismo e del “Secolo degli orrori”, ha attentamente ricostruito nel saggio “Mussolini contro Lenin” (Bari-Roma, Laterza, 2017, pp. 263, €. 16).

Che ci sia stato un incontro diretto tra Lenin e il Mussolini socialista, rileva Gentile sin dalla prima pagina del saggio, non è da escludere: agli inizi del 1904, entrambi abitavano a Ginevra, dove il russo era giunto, da Londra, l’ anno prima, e il giovane agitatore italiano era arrivato il 30 gennaio (dopo aver girovagato per 2 anni nei vari Cantoni svizzeri). Il momento più probabile è il 18 marzo 1904: in un convegno organizzato, in una birreria di Ginevra, per il trentatreesimo anniversario della Comune di Parigi, con intervento anche del futuro Duce. Più di 20 anni dopo, nel 1926, Margheria Sarfatti, collaboratrice e amante di Mussolini, nella celebre biografia ufficiale di quest’ultimo, “Dux”, non avrebbe però confermato la cicostanza: riportando, tuttavia, il noto aneddoto su un Lenin che, giunto ormai al potere, avrebbe definito Mussolini l’ unico leader che, a suo tempo, avrebbe poturo realizzare una rivoluzione in Italia (aneddoto, però, di dubbia sicurezza, che ricorda l’altro celebre giudizio di Lenin – storicamente accertato – su Giovanni Gentile come unico pensatore borghese che aveva veramente capito il marxismo).

Sia come sia, Lenin e Mussolini effettivamente son stati due personaggi che, pur avendo preso strade molto diverse, si sono spesso guardati da lontano, soppesati, attentamente studiati: come evidenziato da Gentile in questa sorta di plutarchiane “Vite paralelle” del leader bolscevico e del socialista divenuto poi Duce del fascismo ( un po’ come fatto, anni fa, da Alan Bullock col suo “Hitler e Stalin…”). Oltre alla Balabanoff, poi (che, anche lei amante di Mussolini, da lui chiamata all’ “Avanti!”, come redattrice capo, nel 1912, avrebbe rotto col compagno al momento dela sua espulsione dal PSI nel novembre 1914), altro importante “trait-d’union” tra i due fu Nicola Bombacci. Il socialista rivoluzionario che, negli anni della guerra civile in Russia, rincuorava lo stesso Lenin quando le cannonate degli eserciti bianchi facevano tremare i vetri dei palazzi bolscevichi di Leningrado; e che piu’ di vent’anni dopo, aderito alla RSI, sarebbe morto fucilato con gli altri gerarchi sul Lago di Como, gridando “Viva il socialismo!”.

L’ Autore ricostruisce l’ evolversi dei giudizi di Mussolini e degli uomini a lui piu’ vicini sul leader (e poi dittatore) bolscevico: esaminando soprattuto i tanti articoli e reportage dedicati alla Russia, dal marzo 1917 in poi, dal “Popolo d’ Italia” e da altri fogli della stessa area. Evidenziando, tra l’altro, che effettivamente, sino alla seconda metà del 1918 (quando il giornale cambia, sulla propria testata, la denominazione di “quotidiano socialista” in organo “dei combattenti e dei produttori”), la linea editoriale di Mussolini, in complesso, non è troppo diversa da quella di tanti socialisti dei Paesi dell’ Intesa, inizialmente contrari alla guerra ma poi fattisi interventisti democratici in odio all’ autoritarismo e al militarismo tedesco.In questo contesto, va inquadrata sempre l’ ostilità di Mussolini a Lenin, definito giustamente un uomo assetato di potere, giunto addirittura, per realizzare i suoi piani, a vendersi alla Germania ( che infatti, a marzo 1918 presenterà il conto ai bolscevichi, imponendo alla Russia la vergognosa pace di Brest-Litovsk). Il futuro Duce arriva persino, per contestare il sanguinario “esperimento” – marxista solo a parole – tentato in Russia da Lenin, a citare Plechanov, Karl Kausky e lo stesso Marx ( che, nella celebre opera minore “Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del secolo XVIII”, aveva diffidato i rivoluzionari suoi contemporanei dal cercar di realizzare il comunismo in un Paese come la Russia, ancora ben lontano dal capitalismo maturo). Il direttore del “Popolo d’Italia”, che ancora proclama la sua fede nel socialismo indissolubilmente legato alla democrazia, è persino contrario all’ intervento dell’ Intesa in Russia ( iniziato già nell’estate 1918, a guerra non ancora conclusa): giudicato atto puramente imperialista. Poi, come accennavamo, tra il ’18 e il ’20 la prospettiva mussoliniana cambia radicalmente:il fascismo, nato nel marzo 1919 come movimento trasversale libertario e antistatalista, diventa, invece, autoritario e statalista.

Quel che non cambia ( ma parte, quindi, da basi assai diverse, prima da sinistra, poi da destra) è il giudizio totalmente negativo su Lenin e la mostruosa palingenesi tentata in Russia dai bolscevichi: non a caso costretti, dal marzo 1921 in poi, ad andare alla “Canossa capitalista”, riaprendo consistentemente, con la NEP, l’economia del Paese all’ iniziativa privata e al capitale straniero. Poi, nei giorni della fine di Lenin (gennaio 1924), e, in parte, anche negli anni seguenti, il giornale mussoliniano correggerà parzialmente il tiro: riconoscendo comunque, al dittatore bolscevico, la tempra dell’ “uom fatale”, destinato a lasciare un segno indelebile nella storia come costruttore – pur con fallimentari risultati – d’uno Stato alternativo all’ odiata democrazia liberale e borghese.

Da qui parte l’avvio delle trattative italo-sovietiche-. subito dopo la marcia su Roma – per ristabilie le relazioni diplomatiche fra Italia e Russia:.che si concluderanno, col riconoscimento italiano del Governo bolscevico, nel febbraio 1924 e poi, definiivamente, in giugno ( pochi giorni dopo il delitto Matteotti, come cinico espediente di Mussolini per distrarre l’ opinione pubblica). E sempre da qui partiranno tutte le iniziative dei fascisti nel Paese dei Soviet, per lo sviluppo di collaborazioni diplomatiche e commerciali, degli anni 1925- ’36: sino al definitivo “spartiacque” del Congresso del Komintern del ’35 ( col lancio della strategia dei “Fronti popolari” di tutta la sinistra contro i fascismi, dopo i vergognosi anni, dal ’29 in poi, del “socialfascismo”, disastrosi per la democrazia, soprattutto nella Repubblica di Weimar ) e dell’ aggressione italiana all’ Etiopia.

Fabrizio Federici

Govoni, adulatore di Mussolini per denaro

Govoni

Corrado Govoni (1884-1965) è stato autore prolifico di libri di poesie che hanno segnato la storia letteraria del primo Novecento, nonché di romanzi, prose liricheggianti e testi teatrali.Da ragazzo Govoni studia nella vicina Ferrara, nel collegio dei Salesiani, fino alla quinta ginnasiale. Qui, a dispetto della “deprimente claustrazione” procuratagli dal severo collegio, la lettura dei Promessi sposi e l’incontro con alcuni testi del Leopardi servono ad aprirgli il germe del gusto artistico latente. Discendente da un’agiata famiglia di mugnai e di agricoltori, Govoni nella giovinezza si dedica alle sue campagne. In seguito, però, desideroso di “correre dietro agli illusori e ingannevoli miraggi della poesia”, prima abbandona le sue “bellissime terre”, poi è costretto a venderle “per un piatto di lenticchie”. Da quel momento inizia per Govoni la disperata ricerca di una stabile sistemazione economica, che durerà per oltre cinquant’anni. Ora l’impellente esigenza di denaro costringe Govoni ad esercitare diversi mestieri: venditore di giocattoli, avicoltore, impiegato allo Stato civile, poi all’Archivio Comunale di Ferrara. Dopo il primo conflitto mondiale, Govoni, collaboratore di riviste e periodici e autore delle importanti raccolte poetiche Le fiale, Armonie in grigio et in silenzio, Fuochi d’artifizio, Gli aborti e Poesie elettriche, si stabilisce a Roma. Qui il poeta diventa vicedirettore della sezione del libro della Siae e, dal 1928 al 1943 segretario del Sindacato nazionale autori e scrittori. Dopo l’avvento del fascismo, Govoni, che fascista non è, per mantenere la famiglia composta dalla moglie, da tre figli e dall’anziana madre, lo diventa. Per ricevere le elargizioni che il regime offre a giornalisti, poeti e scrittori, per costruire un esercito di intellettuali “in linea”, Govoni scrive molte lettere di supplica al Duce (che si possono leggere nel libretto di Giuseppe Iannaccone, Suppliche al Duce (Terziaria Editore, Editore, Milano 2002, pp.127, che raccoglie la documentazione inedita dei rapporti tra il poeta e Mussolini), nelle quali chiede soldi, che gli saranno generosamente concessi, ed espone le sue difficoltà economiche, le umiliazioni subìte nel posto di vicedirettore alla Sezione del Libro, il desiderio (frustrato) di essere nominato nel ruolo di Accademico d’Italia. Riportiamo stralci di alcune di queste lettere seguendo un ordine cronologico.27 maggio 1931: “Eccellenza, nella mia condizione presente, tristissima, sarebbe per me una vera fortuna ottenere un prestito di 20.000 lire che mi permettesse di arrivare alla fine dell’anno, col sollievo di sapere un po’ rallentato l’assedio asfissiante dei miei creditori”.

Settembre 1931: “Eccellenza! Sono rimasto vittima di un’ingiustizia. La Direzione della Società degli Autori, dopo avermi defraudato per ben 28 mesi della metà dello stipendio…conferente alla mia carica di Vice Direttore, alla Sezione Libro, avrebbe voluto mettermi nientemeno in sottordine ad una impiegata, mia dipendente; facendomi così una condizione di disagio morale tale, da costringermi a dimettermi da funzionario”.19 luglio 1932: “Eccellenza, Se il Duce vuole aiutare ancora la mia poesia (come l’ha già generosamente aiutata), in questo momento io mi trovo in condizioni ancora più dure dell’anno passato. Da incorreggibile poeta che spera fino all’ultimo respiro, prima di rivolgermi al grande cuore del Duce, ho aspettato di non avere in tasca che poche lire. Confidando sempre in Vostra Eccellenza, con devoto affetto Corrado Govoni”.

13 gennaio 1933: “Eccellenza, in questi giorni, andando avanti e indietro per lo studio, sempre seguito dagli occhioni del suo ritratto, dicevo mutamente, con il singhiozzo nell’anima: ‘Grandi occhioni pieni di passione, non vedete dunque quale pauroso straccio sto moralmente diventando?’ Ma gli occhi del Duce mi avevano già letto in cuore la mia cupa disperazione, se è vero che stamattina ho ricevuto la lettera dell’On. Polverelli con il generoso aiuto. Che Iddio benedica Vostra Eccellenza, i Suoi vivi e i Suoi morti! Io, che cosa posso fare per il Duce?”.

1 aprile 1939: “Duce, perdonatemi! Da due eterni anni vivo di quelle grandiose parole per l’Accademia che Voi mi faceste così generosamente telefonare. Sono ancora nelle vostre mani benedette. Che Dio tenga lontana da me l’immensa sventura di vedermi abbandonato dal Duce!”. Naturalmente, per ricevere emolumenti dal regime, Govoni produce “poetici omaggi” (Saluto a Mussolini nel 1932 e Poema di Mussolini nel 1937) e scritti di propaganda utili al fascismo. Come nel 1933, quando il suo contributo sul ruolo dell’intellettuale nella società, intitolato L’assedio d’amore alle torri d’avorio viene sintetizzato così dall’Ufficio stampa del Duce: “L’autore esalta la funzione della poesia e chiede che i poeti vengano aiutati non con sussidi né con premi di incoraggiamento né con ‘i milioni spezzettati in briciole’ dall’Accademia d’Italia, ma con un numero limitato di ‘sinecure onorifiche’, sufficientemente retribuite e affidate a quei poeti che danno maggior affidamento di poter lavorare ‘in linea’ ”. La vicenda umana ed intellettuale del poeta Govoni, trasmessaci dalle sue lettere al Duce, retaggio di un costume arcaico-feudale che non nasceva con il fascismo, esprime bene la soggezione e la sudditanza dei ceti medi acculturati verso uno stato solo formalmente moderno. Alcuni mesi prima di essere straziato dalla morte del primogenito Aladino, militante della Resistenza romana, torturato e ucciso alle Fosse Ardeatine, in una lettera dell’1 settembre 1943 indirizzata a Giovanni Papini, Govoni si riconosceva colpevole di “aver creduto, piuttosto tardi e solo per un certo periodo” in Mussolini e di averlo omaggiato in versi, in cambio di “qualche migliaia di lire” date come elemosina, accettate per necessità, pagate con “vergognose anticamere affannoso salire e scendere scale di redazioni di giornali e di ministeri”. Parole che non cancellano l’atteggiamento adulatorio e politicamente ambiguo tenuto da Govoni verso Mussolini, ma rivelatrici delle mire di un sistema totalitario maligno, abietto e prepotente che, offrendo agli intellettuali non recalcitranti prebende, privilegi e visibilità, invadeva la vita degli individui, ed alternando ricompense e punizioni li spingeva ad uniformarsi alla stupidità, alla volgarità e alla violenza del regime.

Lorenzo Catania