Olivier Faure, la nuova politica socialista in Francia

locatelli FaureOltre mille partecipanti al congresso del Partito Socialista francese a Aubervilliers, periferia nord di Parigi, che ti fa sentire depressa prima di arrivarci ma, una volta dentro l’area congressuale, senti che c’è spazio per la speranza e un filo di ottimismo.
Una regia giusta, un tono giusto, né scoraggiato dal 6% alle ultime elezioni né trionfalista, il che fa ben sperare conoscendo i nostri cugini francesi, poco propensi rinunciare alla grandeur anche quando non è il caso.
Due giorni di congresso che si conclude con il discorso di Olivier Faure, il nuovo leader del PS francese (lo chiamano Primo Segretario), eletto qualche giorno prima con l’86% dei voti, dopo aver sconfitto gli altri tre candidati ed essere rimasto solo al ballottaggio, per il ritiro di Stéphane Le Foll, secondo al primo turno.
Un’ora e mezzo di discorso per buona parte dedicato a farsi spazio tra Emmanuel Macron e Jean Luc Mélenchon, entrambi definiti dal leader socialista populisti e demagoghi.
“C’è un governo che non è di sinistra ed una sinistra che non è di governo. È dunque urgente far sentire di nuovo la voce di una sinistra che sa governare e proporre una alternativa”, scandisce con convinzione il nuovo leader.
Olivier Faure rivolge i suoi attacchi soprattutto al Presidente della Repubblica, ne mette in evidenza le contraddizioni, e le furbizie, gli fa il verso: “non sono né di destra, né di sinistra”, “non ha ragion d’essere la distinzione tra destra e sinistra”, per poi fare, aggiunge, una politica di destra e una di…. destra.
Di Mélanchon dice che incarna una sinistra protestataria che non vuole affatto governare.
Da’ indicazioni di ambiti di lavoro, dall’ecologismo al bisogno di politiche sociali, annuncia l’apertura di tanti cantieri di lavoro e tra questi il primo è destinato all’Europa, anche per il prossimo appuntamento del maggio 2019, quello delle elezioni europee che prevedono l’indicazione della testa di lista entro l’anno.
Un’Europa che deve ritornare al popolo cui spetta riprendere nelle proprie mani la costruzione europea. È questo l’obiettivo che si danno i socialisti francesi perché la politica non può essere racchiusa nel quadro nazionale désormais dépassé….
Parole forti accompagnate da un altro sferzante giudizio sul duo Macron-Mélenchon, il primo europeista ma non di sinistra e il secondo di sinistra ma non proprio europeista, definendo in questo modo lo spazio di azione e l’identità del PS francese: europeista e di sinistra.
Un filo di ottimismo e di speranza, guastato ahimè dall’abbandono del PS francese da parte dell’organizzazione giovanile, il Mouvement des jeunes socialistes (MJS) .
Roxane Lundy, leader del movimento ha chiesto al partito di rispettare la loro decisione libera ed autonoma. Resta qualche dubbio avendo lei stessa anticipato due settimane fa il desiderio di confluire in Génération, movimento fondato lo scorso luglio da Benoit Hamon, il candidato socialista uscito sconfitto alle presidenziali con il peggior risultato fatto registrare dai socialisti francesi da decenni.

Pia Locatelli

Macron e il contagio italiano. La morte dei vecchi partiti

macron philippeEdouard Philippe, 46 anni, è il Primo ministro del governo francese scelto da Emmanuel Macron all’indomani del suo insediamento all’Eliseo. Il primo consiglio dei ministri, presieduto da Macron, è stato già fissato per mercoledì mattina.


Emmanuel Macron sale le scale dell’Eliseo e stringe la mano a François Hollande. Il volto del neo presidente della Repubblica francese e del suo predecessore sono imbarazzati e tirati. Segue il passaggio di consegne tra i due statisti, tra il giovane Macron, 39 anni, e il maturo Hollande, 62 anni.

L’imbarazzo è comprensibile. Macron è stato un allievo di Hollande, prima è stato il suo consigliere economico e poi è divenuto ministro dell’Economia nel governo socialista. È seguita una forte divaricazione. Macron ha lasciato il Partito socialista e poco più di un anno fa ha fondato una sua forza politica, En Marche!, con l’obiettivo di realizzare una “rivoluzione progressista”, battere i populismi e divenire presidente della Repubblica. La difficile impresa è riuscita, mentre i socialisti sono crollati e il loro candidato non è arrivato nemmeno al ballottaggio per l’Eliseo.

Il neo capo dello Stato francese promette: l’Europa «sarà rifondata e rilanciata» perché essa «protegge» i propri cittadini. Aggiunge: «L’Unione europea diffonde nel mondo i nostri valori», «la Francia è forte quando cresce».

In pillole è il programma di Macron: rifondare la Ue divenuta a guida tedesca, proteggere gli europei spaventati dalla globalizzazione e dal terrorismo islamico, sbloccare l’economia francese in forte difficoltà competitiva. È la coraggiosa piattaforma europeista sulla quale ha vinto le elezioni con il 66% dei voti contro il 34% di Marine Le Pen, la candidata di estrema destra ostile agli immigrati, favorevole all’uscita della Francia dall’euro, dalla Ue e dalla Nato.

Lui, ex banchiere, il più giovane presidente della Repubblica della storia francese ha vinto e i neo gollisti e i socialisti, le due forze cardine della Quinta Repubblica, sono state quasi annientate. Françoise Fillon e Benoit Hamon, i rispettivi candidati all’Eliseo, sono stati sonoramente battuti e non hanno superato nemmeno il primo turno elettorale.

Macron ha precisato: i partiti tradizionali “sono morti”. Anche Marine Le Pen, dal fronte opposto, ha commentato: «Al primo turno è stata frantumata la vecchia politica francese. Ora si parla di patrioti da una parte e di mondialisti dall’altra». Ora l’obiettivo di entrambi è fare tabula rasa dei vecchi partiti francesi nel voto di giugno per eleggere il nuovo Parlamento. Il neo presidente della Repubblica, forte dei voti centristi, punta ad ampliare il 24% dei voti raccolti al primo turno e ha già lanciato la lista République En Marche! per confermare e consolidare il 66% dei consensi conquistati sia a destra sia a sinistra nel ballottaggio. Cercherà di vincere candidando all’Assemblea nazionale giovani, volti nuovi espressione della società civile, dicendo no ai vecchi nomi dei politici d’Oltralpe. Non a caso En Marche! ha stoppato l’ingresso dell’ex presidente del Consiglio Manuel Valls, che ha rotto i ponti con il Partito socialista scompaginato. Una parallela operazione di rinnovamento la sta tentando la Le Pen, cambiando il nome al Front National, il partito fondato dal padre Jean Marie, su posizioni neo fasciste.

L’obiettivo è cancellare i partiti tradizionali francesi ed introdurre un nuovo bipolarismo tra europeisti e anti europeisti rispetto alla tradizionale contrapposizione tra sinistra e destra. È un po’ il risultato del contagio politico italiano. L’Italia è stato un precursore. Già nelle elezioni politiche del 1994, dopo Tangentopoli, nella Penisola furono azzerati i partiti storici (Dc, Psi e forze laiche) e si affermarono forze nuove: Forza Italia di Silvio Berlusconi, la Lega Nord di Umberto Bossi, An postmissina di Gianfranco Fini, il Pds postcomunista di Massimo D’Alema. In seguito il terremoto è proseguito: hanno conquistato l’egemonia il Pd europeista critico di Matteo Renzi e il M5S anti europeista di Beppe Grillo. Renzi, dopo la sonora sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre, sta cercando di allargare i consensi dal centro-sinistra al centro-destra. Grillo, definendo i cinquestelle né di sinistra né di destra ma post ideologici, sta tentando di ampliare i consensi verso tutti i fronti, compresi i cattolici progressisti e conservatori.

Il voto di giugno sarà una sfida difficile per Macron: il traguardo è ottenere una autonoma maggioranza di governo. Gli elettori francesi, però al ballottaggio, più che per Macron hanno votato contro Marine Le Pen, leader del Front National, partito nazionalista e populista anti europeo e anti globalizzazione. Adesso dovrà convincere gli elettori a votare per lui nelle elezioni di giugno per il nuovo Parlamento. Dovrà il giovane tecnocrate progressista dovrà convincere soprattutto i disoccupati, i precari, gli operai, gli artigiani, i trenta-quarantenni, chi sta peggio. Non a caso un sondaggio è illuminante: ha votato per lui al secondo turno solo il 31% di chi giunge a fine mese molto faticosamente e il 61% di chi ci arriva faticosamente. Invece ha votato per il giovane ex banchiere il 79% delle persone che arrivano facilmente a fine mese.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Macron-Renzi. Un po’ sinistra, un po’ destra

http-o.aolcdn.comhssstoragemidas363e89004d4546e2c0e866152f1a44df205194861MACRON+RENZILa Francia storicamente è faro politico per l’Europa. È la patria delle rivoluzioni e delle restaurazioni: dal 1789, quando il re fu prima deposto e poi ghigliottinato, se ne sono viste di tutti i colori. La rivoluzione democratica contro il potere assoluto di Luigi XVI portò prima la repubblica giacobina, poi l’impero di Napoleone Bonaparte e quindi la restaurazione dei re Borbone. La Francia dalla fine del 1700, di rivoluzione in rivoluzione, ha più volte smantellato i vecchi assetti politici ed istituzionali: siamo arrivati alla Quinta Repubblica e adesso c’è aria di un nuovo terremoto.
La sorpresa si chiama Emmanuel Macron. Ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali del 23 aprile facendo tabula rasa dei vecchi assetti. Con il 24% dei voti ha battuto tutti i concorrenti a destra e a sinistra: Marine Le Pen (21,3%), François Fillon (20%), Jean-Luc Melenchon (19,6%), Benoit Hamon (6,4%). Macron ha messo fuori gioco i neogollisti (Fillon) e i socialisti (Hamon): i due tradizionali partiti della Quinta Repubblica non possono nemmeno partecipare al secondo turno elettorale del 7 maggio per l’Eliseo. Il duello al ballottaggio per chi sarà eletto presidente della Repubblica sarà tra lui e Marine Le Pen, populista anti euro e anti Ue, leader del Front National, il partito di estrema destra fondato dal padre Jean-Marie e tirato fuori dalla secche del neofascismo proprie dalla figlia.
Macron è uno strano personaggio, 39 anni, seducente, banchiere, ex ministro socialista dell’Economia. Ha sfondato con una singolare ricetta politica: un po’ di destra, un po’ di sinistra e un po’ di centro. Propone di tagliare le tasse a cittadini e imprese (ma soprattutto a quest’ultime); vuole aumentare la sicurezza interna ed esterna (più poliziotti e una difesa europea); difende la laicità dello Stato, ma permette alle ragazze islamiche d’indossare il velo all’università. E ancora: s’impegna per grandi investimenti pubblici con in testa l’istruzione (soprattutto per le scuole nelle periferie); dice basta all’energia nucleare in favore delle fonti non inquinanti; punta a maggiori garanzie per i disoccupati, ad incrementare i contratti di lavoro a tempo indeterminato rispetto a quelli a termine e a cancellare del tutto la settimana di lavoro breve di 35 ore.
Si rivolge in maniera contraddittoria a tutti i gruppi sociali: imprenditori, artigiani, professionisti, operai, impiegati, pensionati, studenti, disoccupati cercando di soddisfare tutte le contrastanti richieste. L’obiettivo è di “riconciliare” la Francia divisa tra destra e sinistra, populisti e anti populisti, vecchi cittadini d’Oltralpe e immigrati musulmani, città e campagne. Macron è un esponente della classe dirigente nazionale vilipesa e messa sotto accusa con l’arrivo della Grande crisi economica internazionale, ma lui conquista le folle promettendo più Europa e riforme radicali per affrontare la globalizzazione. Va a parlare anche agli operai infuriati delle fabbriche in crisi e delocalizzate nell’est europeo, tutti tifosi della Le Pen. Quando gli urlano contro, risponde con un sorriso in giacca e cravatta: «Ascoltate. Fatemi parlare…».
Promette la “rivoluzione” liberal-progressista per far tornare “grande” la Francia, per far ripartire l’occupazione, per ricostruire il tandem Parigi-Berlino sul quale far uscire dall’avvitamento l’Unione europea. Considera superati i vecchi equilibri politici basati sul bipolarismo tra neogollisti (a destra) e socialisti (a sinistra). Ha sentenziato: i partiti tradizionali “sono morti”. Non a caso ha lasciato il Partito socialista ed ha fondato il movimento che porta le iniziali del suo nome: En Marche! Punta sul suo personale carisma, invita all’ottimismo, alla fiducia nel futuro, alla “speranza”. Vede lo scontro elettorale solo tra europeisti (lui stesso) e quasi tutti gli altri (in testa Marine Le Pen).
È una strategia molto simile a quella di Matteo Renzi, alla “rivoluzione pacifica” e alle “riforme di struttura” per cambiare l’Italia teorizzate e in gran parte realizzate dall’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd. Sono obiettivi simili a quelli del coetaneo “rottamatore” toscano, quelli di allargare il perimetro del centro-sinistra conquistando nuovi consensi tra gli elettori delusi del centro-destra berlusconiano e dei cinquestelle di Grillo; il cosiddetto progetto del Partito della nazione contestato dalla sinistra del partito e alla base della scissione di Bersani-D’Alema.
Scelte un po’ di sinistra, un po’ di destra, un po’ di centro sono state anche la bussola di Renzi, però battuto sonoramente nel referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale del suo governo. Adesso Renzi sta cercando di ripartire: si è ricandidato a segretario del Pd nel congresso del partito, poi si vedrà. Il ritorno alla presidenza del Consiglio è nei piani, ma è un traguardo difficile da conseguire. Lui e Macron sono quasi due gemelli politici, però il primo è in ascesa mentre il secondo tenta l’ardua risalita. Comunque, anche Macron ha il problema di sconfiggere Marine Le Pen, una concorrente temibile per l’Eliseo.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Francia. La fine dei partiti della Quinta Repubblica

macronDopo l’attentato agli Champs Elysées, si temeva il peggio, ma Emmanuel Macron salva l’onore della Francia, risultando il più votato. Ci sarà quindi il ballottaggio tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Dopo un lungo testa a testa e una prima fase nella quale Marine Le Pen sembrava prevalere, contraddicendo le proiezioni, gli scrutini si sono fermati al 23.86% per Macron e al 21.43% per la leader del Front National.
Ma ciò che emerge è la sconfitta politica dei partiti che hanno governato la Quinta Repubblica. Benoît Hamon (Parti socialiste): 6,35%. Nicolas Dupont-Aignan (Debout la France): 4,75%. Jean Lassalle (Re’sistons): 1,22%. Philippe Poutou (Nouveau parti anticapitaliste): 1,10%. François Asselineau (Union populaire republicaine): 0,92%. Nathalie Arthaud (Lutte ouvriere): 0,65%. Jacques Cheminade (Solidarite et progres): 0,18%, a tenere testa tra gli sconfitti François Fillon (Les Republicains) che ha raggiunto invece il 19,91% delle preferenze mentre Jean-Luc Melenchon (La France Insoumise) il 19,64%.
Ma a parte il declino dei partiti storici, quel che si evince è non solo l’onda populista di Le Pen, ma anche la risalita dei partiti antisistema: l’estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon leader della «France insoumise» (la Francia che non si sottomette) sfiora il 20 per cento.
“Ora sostenere Macron senza tentennamenti o quel poco di Europa che ci resta addio”. Lo ha scritto in tweet il segretario del PSI, Riccardo Nencini, commentando i primi risultati delle elezioni presidenziali francesi.

L’appoggio a Macron è arrivato dal presidente francese, Francois Hollande, in una dichiarazione dall’Eliseo trasmessa in diretta tv: “Voterò per Emmanuel Macron”. ‘Impossibile tacere o restare indifferenti, si impone chiarezza”. “La presenza dell’estrema destra – ha detto Francois Hollande – fa di nuovo correre un rischio al Paese. La sua lunga storia, i suoi metodi, i legami con gruppi estremisti ovunque in Europa, ma soprattutto le conseguenze che avrebbe l’applicazione del suo programma sulla vita del nostro Paese”. Per questo, ha detto Hollande, “è impossibile tacere, non ci si può rifugiare nell’indifferenza, si impone la mobilitazione e la chiarezza, voterò Emmanuel Macaron”.

Nuovo trattato fiscale: Hamon e Piketty rilanciano l’Ue

hamon (1)Un nuovo trattato fiscale europeo, con al centro un Parlamento dell’eurozona: è questa la proposta di Benoît Hamon, candidato socialista alle presidenziali francesi che si terranno tra meno di un mese.
“L’Europa di oggi non funziona più, non è in grado di neutralizzare le conseguenze negative della globalizzazione – denuncia Hamon – Di fronte a questa sfida, la soluzione non può essere né il ritorno agli stati nazionali, così come vorrebbe Marine Le Pen, che pone le basi per lo sgretolamento dell’Europa e della Francia, né il mantenimento dell’architettura istituzionale attuale. Se l’austerità si è imposta come marchio di fabbrica dell’Unione europea, questo è innanzitutto perché non c’è abbastanza democrazia in Europa. La conseguenza di questo deficit democratico è il monopolio di tutte le decisioni fondamentali da parte della cosiddetta troika, costituita da Eurogruppo, Banca centrale europea e Commissione europea”.
Hamon ha fatto suo il ‘progetto di trattato per la democratizzazione della governance dell’eurozona’, un documento, disponibile online, che è il risultato di uno sforzo pluridisciplinare di giuristi, politologi ed economisti. Stéphanie Hennette, Guillaume Sacriste, Antoine Vauchez e Thomas Piketty hanno anche pubblicato un opuscolo, dove spiegano uno a uno gli articoli della proposta di trattato.
“Gli Stati Membri hanno risposto alla crisi che ha colpito la zona euro istituendo un vero e proprio sistema di governance, che include il Fiscal Compact, il Meccanismo europeo di stabilità, il regolamento sull’unione bancaria e i pacchetti legislativi ‘six-pack” e ‘two-pack’ e che ha contribuito al consolidamento delle politiche di austerità”, sostengono gli autori del progetto di trattato, che lamentano l’esistenza di un deficit democratico nella gestione dell’eurozona.
In particolare, Thomas Piketty, rinomato economista autore del bestseller ‘Il capitale nel XXI secolo’ e responsabile per le questioni europee della campagna di Hamon, punta il dito contro l’Eurogruppo, l’organo che riunisce i Ministri delle Finanze degli Stati Membri, colpevole, a suo avviso, di prendere tutte le decisioni che contano per il futuro dell’eurozona.
“Il problema è che di solito l’Eurogruppo non è in grado di decidere – denuncia Piketty – Si pensi agli scandali degli ultimi anni legati all’elusione fiscale. Tutti sanno che spesso le multinazionali pagano un importo irrisorio grazie a un basso tasso di imposizione di cui beneficiano in alcuni Stati membri. Tuttavia, l’eurozona non è stata in grado di prendere la benché minima decisione a riguardo. Questo perché l’Eurogruppo di solito rispetta il principio dell’unanimità nel prendere le sue decisioni. In materia di tassazione, il veto del Lussemburgo è sufficiente per bloccare tutto. E anche per quanto riguarda le poche questioni in cui si decide a maggioranza, i Paesi più grandi hanno di fatto il diritto di veto”.
Per questo, gli autori del ‘progetto di trattato per la democratizzazione della governance dell’eurozona’ propongono di affiancare all’Eurogruppo un’assemblea parlamentare dell’eurozona, in cui ogni paese sia rappresentato da un certo numero di parlamentari provenienti dai rispettivi parlamenti nazionali, in misura proporzionale alla popolazione e ai rapporti di forza tra i vari gruppi politici.
Una tale soluzione impedirebbe ai Paesi più grandi di opporre il loro veto. La Germania, ad esempio, costituisce il 24% della popolazione dell’eurozona e verrebbe rappresentata nella nuova assemblea in maniera proporzionale. Inoltre, con la nuova assemblea, verrebbe ristabilita la dialettica tra destra e sinistra sulle questioni economiche. Se l’assemblea fosse costituita da 105 membri provenienti dai parlamenti nazionali, una delle ipotesi avanzate da Piketty e colleghi, di questi 44 sarebbero di centro-destra (CDU/CSU in Gemania, Les Républicains in Francia, Partido Popular in Spagna, Forza Italia in Italia ecc.), 47 di centro-sinistra e dei gruppi ecologisti (SPD e Verdi in Germania, Parti Socialiste in Francia, PD in Italia e PSOE in Spagna ecc.), 9 della cosiddetta sinistra radicale (Die Linke in Germania, ¨Podemos in Spagna, Syriza in Grecia ecc.) e 5 non classificati (Movimento Cinque Stelle, ecc.).
Va peraltro tenuto conto che gli esponenti del centro-destra francese, spagnolo e italiano hanno spesso posizioni più flessibili in materia di politica di bilancio o monetaria rispetto a quelle del centro-destra tedesco, che potrebbe fare affidamento su solo 12 seggi du 105 disponibili.
La creazione di un Parlamento dell’eurozona è quindi, secondo i suoi sostenitori, una precondizione fondamentale per rompere con l’attuale consenso in materia di decisioni di politica economica e monetaria, opaco e decisamente poco democratico, e porre le basi per adottare una serie di decisioni di rottura in grado di far tornare a battere il cuore dei cittadini europei.
A tal proposito, Piketty ritiene che sia fondamentale rinegoziare il Fiscal Compact, trattato che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio per i Paesi Ue e condotto, secondo l’economista francese, a un tentativo di ridurre il deficit in maniera troppo veloce nei vari Stati della zona euro.
“Ridurre il deficit va molto bene nel lungo termine – spiega Piketty – ma se lo si fa in modo troppo veloce si penalizza la produzione. Questo significa meno entrate per lo stato e più disoccupazione. E non si risolve il problema dell’indebitamento, perché il rapporto debito/PIL soffre, appunto, della contrazione della produzione”.
Il problema di un debito superiore al 100% del PIL, come è il caso in molti Paesi europei, non si può risolvere, secondo Piketty, attraverso il semplice ricorso a misure tradizionali, con l’accumulo di piccoli surplus anno per anno. Serve una combinazione di misure straordinarie, come “inflazione – che comunque distrugge molte cose, come il risparmio privato – una rinegoziazione e la messa in comune del debito tra i vari Stati membri”.
E, poi, è fondamentale che il nuovo Parlamento dell’eurozona possa votare un’imposta sulle compagnie. “Solo così si può evitare che le multinazionali continuino ad approfittare dei paradisi fiscali e delle differenze di imposizione che esistono tra i vari Stati membri”, afferma l’economista francese.
Il progetto del tandem Hamon-Piketty si presenta così come una delle poche proposte concrete in una campagna presidenziale dominata dagli scandali e nella quale le discussioni sull’Europa si sono limitate, nella maggior parte dei casi, agli slogan.

Matteo Angeli

Una nuova sinistra plurale in Europa e in Italia

Le prime parole di Benoit Hamon dopo la vittoria alle primarie per il candidato della sinistra alle presidenziali francesi del prossimo 23 aprile, rivolte agli elettori, sono state: “Avete lanciato un messaggio chiaro di speranza e di rinnovamento, voglio scrivere una nuova pagina dalla sinistra e della Francia. Insieme abbiamo deciso di fare della questione sociale e della questione ecologica due elementi fondamentali di un nuovo progetto”.

Un candidato di sinistra autentica dunque, su posizioni diverse dal moderatismo di Hollande e del partito socialista europeo, sempre più omologato all’ordoliberalismo della Merkel, in grado di partecipare al circuito di una nuova sinistra, unita e plurale, con il laburista James Corbyn e con nuove esperienze come Podemos in Spagna e lo spirito originario di Syriza in Grecia, che guardi anche al programma di Bernie Sanders per le passate presidenziali americane, che ponga al centro i diritti sociali, il lavoro e il contrasto al potere della finanza globale.

Anche in Italia ci sono fermenti per la costruzione di una nuova sinistra, in grado di tenere assieme valori e tradizioni diverse, dal riformismo socialista all’ambientalismo consapevole e a posizioni politiche più radicali, distinta e diversa dalla deriva centrista del Pd e da un antagonismo ideologico sterile e protestatario, per candidarsi al governo del paese, contro l’austerity teutonica e il suo monetarismo, per una politica economica e sociale che metta la piena occupazione, l’estensione del welfare state in una logica di inclusione, un nuovo diritto del lavoro. Si tratta di un laboratorio a cui contribuiscono sia l’iniziativa di Massimo D’Alema che la fase costituente di Sinistra Italiana e la straordinaria mobilitazione di popolo nella battaglia per il No nel referendum costituzionale.

Un’ipotesi politica è proprio quella di compattare il popolo di sinistra, partendo dai comitati per il No alla riforma della Costituzione, evitando di ripetere gli errori del passato per “un soggetto unitario della sinistra”, in grado di rappresentare quella parte ampia di elettorato che non si riconosce nel Pd renziano. Ecco, quindi, che, dopo la vittoria referendaria, c’è un lavoro di consolidamento delle reti e dei comitati a difesa della Costituzione da realizzare, con l’obiettivo di attuare la Costituzione, senza diventare un partito politico novecentesco, con nuove battaglie quali il proporzionale nella legge elettorale e i referendum sociali promossi dalla Cgil”.

Insomma, una nuova sinistra in Italia, unita e plurale, deve evitare il politicismo, ponendosi due temi: quello di un programma di radicali riforme sociali e quello, per dirla con Zygmut Baumann, della sua “constituency, del suo blocco elettorale”, formato da quella parte di società che ha pagato i costi della globalizzazione e dell’Europa della moneta unica: lavoratori dipendenti, pensionati, precari, disoccupati e ceto medio. L’alternativa è il campo libero alle “Due destre” sul modello americano: establishment da una parte e neopopulismo dall’altra.

Maurizio Ballistreri

Francia. La rabbia delle banlieue per lo stupro di Theo

banlieueIn Francia si affaccia la paura delle violenze nelle banlieue. Circa 500 persone hanno partecipato alla marcia di Aulnay-sous-Bois, banlieue a nord di Parigi, per manifestare la loro solidarietà a Théo, il ragazzo di 22 anni che sarebbe stato stuprato dopo un controllo di polizia giovedì scorso.
Per la terza notte consecutiva ci sono stati scontri tra giovani e la polizia nel sobborgo settentrionale di Aulnay-sous-Bois, nel frattempo sono stati incriminati e sospesi dal servizio i quattro poliziotti che hanno arrestato il giovane di colore. In particolare uno dei quattro è accusato di aver sodomizzato durante una retata con uno manganello telescopico il giovane, identificato come Theo. Per questo agente l’accusa è di violenza sessuale, mentre gli altri tre sono accusati di violenza volontaria. A sporgere denuncia per questa aggressione “inaccettabile” è stata la famiglia del ragazzo. Giovedì scorso Théo, dopo essere stato fermato per un controllo, è arrivato nel commissariato col volto tumefatto e “importanti lesioni” che “corrispondono chiaramente” all’introduzione di un manganello nel retto del giovane, ha confermato il referto medico dell’ospedale di Aulnay.
L’esame medico all’ospedale di Aulnay ha confermato “importanti lesioni” che “corrispondono chiaramente” all’introduzione di un manganello di un agente nel retto del giovane. Una versione confermata dalle immagini di videosorveglianza della polizia municipale e da diversi testimoni.
A Aulnay nel week-end ci sono state bruciate delle auto, un tentativo di dare fuoco a un autobus e il quartiere è rimasto al buio dopo il sabotaggio della rete elettrica pubblica, non è servito quindi l’”appello alla calma” lanciato da Aurelie, sorella maggiore di Theo. Domani una delegazione di madri del quartiere sarà ricevuta dal commissario di Aulnay. Benoît Hamon, candidato socialista alle presidenziali, ha dichiarato che si tratta di un atto “inammissibile e che va ristabilita una relazione di fiducia tra la polizia e la popolazione”.

Hamon e Schulz: la sinistra ritrova i suoi linguaggi

Benoit Hamon in Francia vince le primarie del partito socialista (battendo Valls) nel giorno in cui a Berlino Martin Schulz conferma la sua candidature alla Cancelleria in contrapposizione alla destra di Angela Merkel e all’ultradestra xenofoba di Frauke Petry. Due candidati che sembrano recuperare, almeno timidamente, il linguaggio tradizionale della sinistra.
Schulz nel suo discorso di investitura ha liquidato la “grande coalizione affermando che “l’Spd partecipa alle elezioni del 2017 per diventare la prima forza politica del Paese. E io corro per diventare cancelliere”. Ha lanciato un duro attacco tanto all’Afd facendo riferimento a un terribile passato che ancora imbarazza la Germania (“Frauke Petry si allea con il Front National in un paese che ha conosciuto un nazionalismo aggressivo e il suo partito non è un’Alternativa per la Germania, ma una vergogna per la Repubblica federale tedesca”). Ma non ha risparmiato accuse alla coalizione di destra che sostiene la Merkel e in particolare alla Csu di Horst Seehofer (“Battere le mani a Viktor Orban ha rappresentato un affronto aperto agli interessi della Germania”). Ma soprattutto ha messo sotto accusa le politiche economiche dell’attuale governo e il ministro delle finanze, Wolfgang Schaeuble: “Il fatto che il ministro delle Finanze voglia usare il surplus di bilancio per tagliare le tasse, invece di investirlo per i nostri figli, vuol dire che serve un ministro delle finanze socialdemocratico”. La Spd di Martin Schulz, infine, ripropone come obiettivo una società più giusta da realizzare attraverso anche una riforma fiscale che ripristini una vera progressività (la leva delle imposte, cioè, per ridistribuire realmente la ricchezza).
Non è diversa l’impostazione di Benoit Hamon, “allievo” di Lionel Jospin, da sempre aspramente critico nei confronti della fallimentare interpretazione della politica socialista fornita da Hollande e Valls. Ha sconfitto a sorpresa e largamente Manuel Valls uno dei cinque in camicia bianca alla Festa dell’Unità di qualche anno fa insieme a Renzi; oggi quella foto con il tramonto del francese, il rovinoso fallimento dello spagnolo Pedro Sanchez e la non entusiasmante performance al referendum dell’ex presidente del consiglio, è l’immagine storicizzata della “terza via” blairiana devastata dalla durezza della crisi che non sembra ammettere troppe mediazioni con il liberismo trionfante. L’esponente della Gauche interna al Psf dai sondaggi non era considerato e, invece, come è spesso capitato negli ultimi anni, ha superato abbondantemente il favorito: 58 per cento a 41.
Hamon parla di reddito universale, di politiche energetiche nel segno dei principi ecologici (abolizione delle auto diesel entro il 2025, contenimento del ricorso al nucleare per produrre energia, sviluppo delle fonti rinnovabili), di interventi sociali a sostegno dei più deboli, di orario di lavoro a trentadue ore, di una tassa per le aziende che introducono i robot. E nel giorno di questa prima imprevedibile vittoria dice: “Dobbiamo immaginare risposte nuove, riflettere sul mondo per com’è e non per com’era”. Riscopre, insomma, sull’onda del messaggio di Bernie Sanders, quei valori che l’Eliseo negli ultimi quattro anni ha riposto in soffitta (non a caso tra le proposte di Hamon c’è anche la cancellazione della “loi travail”). Tanto l’impresa di Schulz quanto quella di Hamon (che dovrà provare a conquistare il turno di ballottaggio togliendo il posto o a Marine Le Pen o a Francois Fillon, cioè destra estrema e destra tradizionale) sono obiettivamente disperate. La Merkel è fortissima mentre il francese è stretto a sinistra tra Jean Luc Mélanchon e il verde Yannik Jadot (con i quali proverà ad aprire un dialogo) mentre al centro gli fa quasi da argine l’ex compagno di partito (il volto tecnocratico di una sinistra a pezzi) Emmanuel Macron. Ma il recupero, seppur timido, di antiche tradizioni almeno lascia ben sperare.

Antonio Maglie

Blog Fondazione Nenni

Francia, a sinistra arriva l’effetto sorpresa Hamon

Risultati a sorpresa nelle primarie socialiste francesi che dovranno nominare il candidato alle prossime elezioni presidenziali. Benoit Hamon, ex ministro dell’Istruzione e rappresentante dell’ala più radicale del partito, è arrivato in testa al primo turno, tallonato dall’ex premier Manuel Valls, che era dato per favorito. Hamon ha raccolto il 36% dei consensi, il secondo un deludente 31%. In terza posizione si è piazzato Arnaud Montebourg, con il 17,6% dei voti, che ha subito annunciato il suo sostegno ad Hamon. Vince così Benoit Hamon, il candidato del reddito di cittadinanza, il socialista utopista che ha capeggiato la fronda contro la sua maggioranza di governo. Domenica prossima, al ballottaggio, se la vedrà con l’uomo che ha incarnato il governo che Hamon contestava, l’ex primo ministro Manuel Valls.


 

hamonEvitato il disastro, ma…

di Alberto Benzoni

Si è, dicono i nostri compagni francesi, “evitato il disastro”. Perché sono andate a votare 1.8 milioni di persone. Una cifra non disprezzabile. Ma, cinque anni fa, erano 2.8. E, alle primarie del centro-destra si stava intorno ai 5 milioni.
Si è evitato il disastro, perché c’è stato un dibattito vivace tra diversi candidati, uniti soltanto, ad eccezione di Valls, dal giudizio negativo sulla presidenza Hollande (ricambiato, peraltro, dallo stesso Hollande che, nel libro autobiografico sulla sua esperienza di presidente, accompagna una doverosa autocritica con una denuncia, spesso aspra, dei comportamenti del partito e dei suoi stessi collaboratori). Ma, per la verità, si trattava di candidati, come dire, di seconda schiera; lontani dagli Strauss Kahn e dalle Aubry di cinque anni fa e nemmeno lontani parenti degli Jospin e degli Chevenement degli inizi secolo.

Si è evitato il disastro, almeno secondo i cultori della continuità “di sinistra”del socialismo francese, perché, a questo primo turno, uno dei due candidati dell’area, Hamon, il cui cavallo di battaglia è stato il reddito di cittadinanza, con il 36% dei suffragi ha superato il blairiano e attuale presidente del consiglio Valls ( 31%) e, con il concorso dell’altro, e più famoso, esponente di quest’area, Montebourg, può essere ragionevolmente certo di una vittoria al ballottaggio di domenica prossima. Per inciso, sia Hamon che Montebourg avevano votato no al referendum sulla costituzione europea ed erano usciti dal governo Valls in occasione del voto della nuova legge sul lavoro, senza dimenticare che non avevano mai approvato la politica economica e sociale di Valls. Ma questa vittoria è dovuta più alla debolezza politica del loro avversario che alla loro forza propria. Ed è avvenuta in un contesto in cui il partito socialista francese attraversa uno dei momenti più difficili della sua storia; e al punto di rischiare la sua marginalizzazione politica.

Oggi, i sondaggi sulle prossime presidenziali danno tra il 25 e il 30% la Le Pen e Fillon, con una leggera preferenza per la prima; al terzo posto Macron (l’ex ministro per l’economia di Hollande…) intorno al 15%; poi il socialista di sinistra Mèlenchon tra il 10 e il 15%; e, infine, appena sotto il 10%, il candidato socialista.

Cos’è successo? È successo che il grande bacino socialista di cinque anni fa si è svuotato verso due diversi emissari: il primo, in ordine di tempo, quello dei delusi di sinistra; il secondo, quello dei delusi per una svolta liberal-liberista annunciata anche in modo provocatorio e poi sostanzialmente abortita. Ed è successo anche che sia Macron, con la sua “rivoluzione liberale e sociale” che Mèlenchon, con la sua sinistra radicale e “ribelle” (“insoumise”) abbiano invaso il territorio politico-elettorale, rispettivamente del centro- destra e della sinistra classica ( per la prima volta nella sua storia, il Pcf non è stato in grado di presentare un candidato alle presidenziali; ma anche i verdi sono alla canna del gas). A livello di primarie, questo ha danneggiato più Valls ( i cui sostenitori potenziali non sono andati proprio a votare) che Hamon. Nella prossima primavera, questo limiterà fortemente ( anche perché non ci sarà l’argomento del voto utile) la possibilità di recupero del candidato Psf a sinistra; tra l’originale e la copia si preferisce sempre la prima.
Perché tutto questo? Parlare con il senno del poi suggerirebbe, sempre, sobrietà nel commentare ciò che è avvenuto. ed è attenendosi a questo aureo principio, che ci limitiamo a due sintetiche constatazioni.
Primo: in un contesto in cui, in termini di competizioni elettorali, le vecchie guerre di trincea (in cui lo spostamento di voti si misurava sulle dita di una sola mano) sono diventate guerre di movimento, il centro- destra classico (in Francia come in Germania, in Gran Bretagna come in Spagna) regge l’urto popolar-populista molto meglio della sinistra classica ( forse perché non deve dimostrare niente?).

Secondo: il partito socialista francese è sempre stato maestro nel conciliare il rigore nei principi o meglio nella loro enunciazione con il pragmatismo dilagante nella condotta politica di ogni giorno. Ma, purtroppo (o per fortuna) le parole della politica, oggi, contano meno di zero; e, quindi, quel vecchio gioco non funziona più. Anzi, si ritorce in modo feroce contro quelli che continuano a praticarlo.

Francia, da Benoit Hamon
schiaffo a Manuel Valls

Manuel-Valls-Francia-HollandeSchiaffo a Manuel Valls. L’ex capo di governo francese, in lizza per correre alle prossime Presidenziali è stato superato dal suo avversario Benoit Hamon, sconfitto di circa quattro punti percentuali (31% contro 35%)

Ieri, le primarie dei socialisti francesi hanno quindi incoronato il frondista di sinistra, un outsider critico nei confronti delle posizioni assunte dal presidente Hollande e dallo stesso governo di Valls, specie riguardo alla Loi Travail, il Jobs Act francese.

Alta la partecipazione popolare, di poco inferiore ai 2 milioni di elettori. Non bene quanto le primarie dei Républicains né quanto quelle che incoronarono Hollande sei anni fa, ma nemmeno il tracollo annunciato nel quale si voleva far versare il Parti Socialiste.

Proprio Hollande è stato invece il grande assente. In visita ufficiale in Cile, il presidente francese ha voluto ostentare il suo mancato voto, quasi a dissociarsi dalle bagarre interne – forse stizzito per essere diventato, non senza colpe, il capo di stato transalpino meno popolare della storia.

Il ballottaggio, domenica prossima, sarà dunque un duello tra Valls e Hamon, tra una sinistra moderata e una tendenzialmente più radicale, tra un socialista liberale e il fautore del reddito di cittadinanza.

Valls si auspica che il voto della prossima domenica possa essere un momento storico di pacificazione, nel quale tutte le differenze possano essere da parte per correre insieme, senza fingere di non sapere che la sua fazione potrebbe essere destinata ad un lungo periodo d’isolamento all’interno del partito. A conferma di tutto ciò, anche la presa di posizione del terzo contendente, Arnaud Montebourg, che si è già schierato con Hamon e sembra ormai spianargli la strada verso la corsa all’Eliseo.

Giuseppe Guarino