I misteri su Aldo Moro
40 anni dopo

aldo-moro-bnNella miriade di libri usciti per l’anniversario del sequestro di Aldo Moro e dell’uccisione degli uomini della sua scorta sembra esserci una gara per rendere più «misteriosa» quella triste pagina della storia italiana. Più di un aspetto è rimasto sconosciuto tanto da indurre uno studioso di quella vicenda a coniare il termine di «misterologia» sul caso Moro diventato «un mistero in sé». La conclusione a cui perviene è quella sostenuta nella nuova introduzione Quarant’anni dopo da Andrea Colombo nella ristampa del suo volume Un affare di Stato. Il delitto Moro 40 anni dopo (Cairo editore, Milano 2018, pp. XXVI-289), in cui l’Autore afferma che la soluzione di un enigma suscita nuove «clamorose scoperte».

Quando il libro viene pubblicato dieci anni fa dal medesimo Autore, la bibliografia sulla vicenda Moro è molto ampia. La maggior parte degli studi considera falsi i racconti dei brigatisti ed errati i risultati processuali per la mancata individuazione dei registi occulti del delitto. Il fatto contingente si colloca nei cinquantacinque giorni compresi tra il sequestro di Aldo Moro (16 marzo 1978) e la sua uccisione (9 maggio), ma una cospicua quantità di episodi trasforma la sua morte in una vicenda confusa e per alcuni tratti oscura. Essa investe vari aspetti (politico, giudiziario e «fattuale») che cinque processi e due commissioni parlamentari non sono riusciti a chiarire.

L’ultima commissione bicamerale d’inchiesta, istituita il 31 maggio 2014 e presieduta da Beppe Fioroni, ha riaperto le indagini sulla tragica vicenda, avvalendosi della documentazione desecretata nel 2015 dal governo Renzi, ma non è pervenuta ad una vera relazione conclusiva. Elementi eclatanti come la presenza di una Honda durante il sequestro, la testimonianza dell’ex brigadiere della Guardia di Finanza Giovanni Ladu oppure quella dell’ex artificiere Vitantonio Raso restano ancora senza alcuna spiegazione.

Sulla prima testimonianza l’Autore ricorda la rivelazione dell’ex finanziere, secondo cui l’8 maggio 1978 Moro stava per essere liberato «con un blitz nella prigione del popolo di via Montalcini», ma «l’operazione fu però bloccata all’ultimo momento da una telefonata del ministero degli Interni e proprio il giorno dopo il prigioniero fu ucciso» (p. VIII). La rivelazione fu utilizzata da Ferdinando Imposimato nel suo libro I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia (Newton Compton, Roma 2013, pp. 309) prima che Ladu venisse inquisito per calunnia e l’autore riconoscesse l’errore. Sulla seconda testimonianza dell’ex artificiere, Vitantonio Raso, autore del libro La bomba umana (Seneca, Torino 2012, pp. 172), Andrea Colombo sottolinea la notizia secondo cui gli artificieri fossero arrivati il via Caetani il 9 maggio 1978 «alle 11 del mattino, dunque molto prima che arrivasse alle 12.13 la telefonata delle Br».

Le tre relazioni riconoscono infondate alcuni aspetti della «misterologia» come l’eventualità che il commando abbia preso di mira solo da sinistra l’auto di Moro e della scorta, ma anche da destra per l’assenza di fori provocati dalle pallottole. Altri aspetti riguardano la validità della testimonianza di Alessandro Marini, la presenza della Austin Morris oppure il ruolo del misterioso individuo «con cappotto di cammello». Nella trama della vicenda l’Autore discute e richiama la Cia, i servizi italiani «deviati», il Mossad, la P2, i servizi segreti cecoslovacchi, Gladio, la Stasi, i palestinesi, il Vaticano ed organizzazioni criminali come la banda della Magliana, la ’ndrangheta e la mafia. Un intreccio perverso di entità che ha reso più difficile districare una vicenda complessa, svoltasi soprattutto intorno alla trattativa dello Stato. Come emerge dalle relazioni della Commissione parlamentare, lo Stato svolse la trattativa in modo sotterraneo, accanto ad altri filoni cercati ed avviati da altre organizzazioni e personaggi.

Tra le più significative l’Autore ricorda la trattativa del Vaticano che, su iniziativa di Paolo VI, raccolse una cospicua somma da offrire in cambio della vita di Moro: un episodio su cui ha gettato nuova luce Riccardo Ferrigato nel suo libro Non doveva morire. Come Paolo VI cercò di salvare Aldo Moro (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo-Milano 2018, pp. 263). Altro tentativo fu quello di Bettino Craxi che, come segretario del Psi, considerò giusta la trattativa per giungere a uno scambio di prigionieri con le Brigate Rosse. Altri ancora sono ben presentati dall’Autore, che dimostra una conoscenza ampia della documentazione dell’opera di Aldo Moro, che ripropone una lettura suggestiva della sua vicenda, anche se sembra esagerata la tesi per cui negli ultimi dieci anni non sia emerso nulla di eccezionale valido per modificare l’impianto della sua ricerca.

Nunzio Dell’Erba

Quirinale. Renzi: vietato fallire o saremo colpevoli

Pd-renzi-direzioneIl dopo Napolitano al centro dei lavori della direzione nazionale del Pd. “Questa prima direzione del 2015 già ci fa capire il grado di rilevanza e importanza che hanno le sfide che ci attendono, sfide legate alle partite nazionali e istituzionali del Paese e del partito, ma anche di natura più ampia”. Con queste parole il premier Matteo Renzi apre i lavori. Il 2015 si annuncia, afferma, come un anno “difficile”, nel quale “dovremo più che mai riflettere sul ruolo dell’Italia nel Mediterraneo e in Europa”. La prima responsabilità che attende il Parlamento è quella di eleggere il presidente della Repubblica e, come afferma il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, il Pd, anzi Renzi, ha l’onere di fornire  un nome. O una serie di nomi.

Le danze si apriranno ufficialmente il 29 gennaio alle 15 con il Parlamento in seduta comune e mentre continua il totopresidente, uno dei papabili, Romano Prodi, mette le mani avanti e si tira fuori dai giochi: “Già fatto le mie dichiarazioni. Sto passando una fase molto interessante e creativa della mia vita, non voglio più essere in mezzo a queste tensioni e a questi problemi”. Prodi poi aggiunge: “Io credo che sia importante che in una società ci siano persone che anche al di fuori di aspetti istituzionali servano il proprio Paese, io credo di fare questo in modo soddisfacente per me e anche utile per tutta lItalia”.

“Il Pd – continua Renzi – ha una responsabilità nell’elezione del nuovo presidente della Repubblica per cui o siamo in condizioni di fare quel che è necessario o se si fallirà come nel 2013 e noi saremo additati come colpevoli”. Un esplicito richiamo alla disciplina di partito, il suo, proprio per scongiurare l’incubo dei 101 che, quasi due anni fa, tagliarono le gambe a Romano Prodi e Pier Luigi Bersani che al momento era segretario del Pd.

Alla riunione sono presenti, tra gli altri, Pierluigi Bersani e altri esponenti della minoranza, come Stefano Fassina, Gianni Cuperlo, Alfredo D’Attorre, Barbara Pollastrini e Pippo Civati. Ci sono i tre capigruppo di Camera, Senato ed Europarlamento, Roberto Speranza, Luigi Zanda e Simona Bonafè. Tra i membri del governo Paolo Gentiloni e Sandro Gozi.  Oltre a Franco Marini sono arrivati anche gli ex Ppi guidati da Beppe Fioroni, nonché alcuni sindaci e Governatori, come Dario Nardella, Piero Fassino e Sergio Chiamparino. Non risultano presenti invece Massimo D’Alema e Valter Veltroni, in questi giorni impegnato in Cile, con un orecchio verso Radiocolle ovviamente…

Molti i temi toccati da Renzi. Ma il centro della discussione è sul Colle. Momento delicato e strategico per il proseguimento della legislatura e delle riforme fino ad ora incardinate.  “La disponibilità alla discussione non è un optional ma un metodo che rivendichiamo”. “Il Presidente della Repubblica – dice ancora – si prova a fare con gli altri. Berlusconi ha votato gli ultimi due presidenti della Repubblica. I Cinque Stelle se vogliono stare al tavolo ci stiano. Noi abbiamo dato loro la possibilità. Sta a loro scegliere se essere parte del gioco istituzionale. Spero possano cogliere l’occasione. Noi possiamo fare anche senza di loro, ma speriamo di fare con loro”. “Se qualcuno si chiama fuori faremo senza di lui. Non accettiamo veti da nessuno”. Nelle pieghe, un messaggio di pace a Silvio Berlusconi, mentre un passaggio secondario viene usato per polemizzare con Renato Brunetta, uno dei capi della corrente dissenziente all’interno di Forza Italia.

Il risultato promesso da Renzi è che il Pd si presenterà all’appuntamento da forza tranquilla, e soprattutto con un nome in tasca. “L’appuntamento interno al Pd – dice Renzi – sarà preceduto da un giro con altri partiti”. Allo stesso tempo il premier propone che la delegazione sia composta dai due capigruppo, i due vicesegretari e il presidente del partito. “Sapremo che i nostri alleati di governo saranno con noi nella nostra sfida e saranno le prime persone con cui dialogheremo”.

Dalla minoranza Pippo Civati ironizza sull’intervento di Matteo Renzi: “Dallo  staisereno allo  staitranquillo”.  Civati sul suo blog ricorda l’hashtag,  staisereno, che Renzi usò in un messaggio a Enrico Letta prima di sostituirlo al governo. Sul Quirinale, osserva il deputato della minoranza dem, Renzi passa allo  staitranquillo. “A gennaio si parte sempre con il piede giusto – commenta – la citazione di Francois Mitterrand (la forza tranquilla) è il miglior viatico all’elezione del nuovo Presidente”.

 Ginevra Matiz

La frattura del Pd passa da Strasburgo

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«Non aderire al PSE è davvero assurdo, significa guardare al passato e non al futuro». Non ha dubbi Sandra Zampa, parlamentare, co-fondatrice del PD e portavoce di Romano Prodi che, intervistata dall’Avanti!, risponde alle polemiche degli ultimi giorni sul tema dell’adesione del PD alla famiglia del Socialismo europeo.  Secondo l’esponente democrat, la posizione critica assunta da alcuni esponenti del PD – vedi Beppe Fioroni – dopo l’annuncio di Epifani che il partito avrebbe organizzato a Roma il congresso dei socialisti europei,  «ha una natura prettamente identitaria che si basa sulle vecchie collocazioni politiche precedenti alla nascita del PD e che si sviluppa meramente all’interno del contesto nazionale senza tenere conto della necessaria dimensione europea delle problematiche attuali». Continua a leggere

IL PD ENTRERA’ NEL PSE
E NON SI SPACCHERA’

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«Se c’è un punto di convergenza nel programma di tutti e quattro i candidati alle primarie per la segreteria del PD, bene questo è proprio l’adesione al PSE. Se poi qualcuno immaginava un futuro differente, allora avrebbe dovuto presentarsi come candidato con una piattaforma programmatica diversa». Così il senatore democratico Vannino Chiti, in un’intervista all’Avanti!, fa il punto  sulla polemica, l’ennesima, esplosa in casa PD dopo che il segretario Epifani aveva annunciato che “tra febbraio e marzo” i democratici avranno «l’onore di organizzare a Roma, per la prima volta, il congresso del Pse». Un’altra faglia in un partito che, sempre più, come ricordava il senatore Macaluso in un’intervista di qualche giorno fa sul nostro giornale evidenzia l’eredità di quella «fusione a freddo tra Margherita e Ds» che fu all’origine del PD stesso. Continua a leggere