Nessuna resipiscenza

Secondo l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti l’alleanza Lega/M5s sarà durevole perché poggia su un “patto di potere” che a lui ricorda il pentapartito degli anni 80 (sic!).
L’affermazione è stata resa nel corso dell’intervento dell’esponente del Pd al talk show serale de La 7 condotto dal genero di Enrico Berlinguer con il controcanto di un chierichetto tanto impertinente quanto irrilevante.
Che l’alleanza poggi su un patto di potere non c’è dubbio ma che c’entra il riferimento ad una alleanza risalente ad un’era politica lontana che comunque aveva caratteristiche di ben altra natura e complessità?
Paragonare un alleanza di governo di stampo nazionalpopulista al pentapartito infatti è un’offesa all’intelligenza degli spettatori più avvertiti e una grossolana semplificazione storica e politica che certo non sarà di alcuna utilità per acquisire consensi.
Non c’è dunque speranza per la sinistra riformista.
Marco Minniti, d’altra parte, nonostante i ripetuti tentativi di affrancamento dalle robuste radici terzinternazionaliste, antropologicamente resta un apparatchnik postcomunista che non perde occasione, più o meno consapevolmente, di mostrarsi tale.
La sua vicenda politica è esemplare.
Reggino di nascita, iscrittosi giovanissimo alla Fgci, entrò rapidamente a fare parte del Sinedrio del Pci del capoluogo calabrese fino a diventare il segretario della locale federazione dopo a un biennio trascorso a Botteghe Oscure ad imparare l’arte.
Nel 1989,con il crollo del Muro di Berlino, come molti suoi colleghi in Italia, si trovò nella condizione di essere l’ultimo federale del Pci diventando il primo del neonato Pds.
Ma l’anno di svolta nella carriera di Minniti fu il 1994 quando, segretario regionale del Pds calabrese, dopo la caduta di Occhetto strinse un sodalizio con Massimo D’Alema, sostenendo la sua candidatura alla segreteria nazionale.
Negli anni successivi l’ascesa di Minniti ai vertici del partito, mercé il fortissimo legame fiduciario con il Lider Maximo, fu inarrestabile e culminò, dopo il Congresso di Firenze del 1998 con la nomina a segretario organizzativo dei neonati Ds con l’incarico di dare attuazione all’operazione Cosa 2, ovvero al tentativo di liquidare definitivamente la presenza autonoma e organizzata dei socialisti, inglobandoli nel corpaccione dell’exPCI.
Nei pochi mesi in cui ricoprì l’incarico Minniti si applicò con fervore,furore e rigore alla realizzazione del mandato ricevuto.
Gli scarsi risultati ottenuti compiendo ogni sorta di nefandezze contro ciò che restava del ricostituito partito dei socialisti italiani, reclutando con blandizie e altro dirigenti e amministratori, non arrestarono la sua ascesa. Chiamato al governo da D’Alema seguitò, ricoprendo l’importante ruolo di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, a perseguire il disegno annessionista arrivando persino, nel 2000, alla vigilia delle elezioni regionali nella sua Calabria a mettere il veto sul candidato socialista (e probabile vincitore) alla presidenza per imporre un candidato a lui gradito che, neanche a dirlo, perse rovinosamente.
Negli anni successivi Minniti pur tra alti e bassi ha continuato, anche dopo la rottura con D’Alema, ad essere considerato uno dei più autorevoli dirigenti del Pd fino a diventare, è storia recente, Ministro dell’Interno del Governo Gentiloni.
Ricapitolando: un cursus honorum importante anche se singolare in cui i “patti di potere” sono stati la cifra dominante: quattro partiti (Pci, Pds, Ds, Pd),innumerevoli incarichi apicali, parlamentari e di governo.
Oggi, nella drammatica situazione in cui è precipitata la sinistra riformista, non c’è traccia di resipiscenza da parte sua ma la solita pretesa che caratterizza gli eredi della tradizione berlingueriana di indicare, anche dopo anni, vedi caso dopo che il settimanale L’Espresso ha avviato una riflessione spassionata su Craxi e il suo tempo, di indicare quelli che furono avversari (o nemici?) come il termine di paragone più appropriato per descrivere e/o definire i mali attuali della politica italiana.
Parafrasando Nanni Moretti, “con questi personaggi al timone il csx è destinato a perdere”.
Forse, visti i chiari di luna attuali (e le candidature alla segreteria nazionale di cui si parla) nel Pd, occorrerà farsene una ragione.

Emanuele Pecheux

Carniti, il coraggio di affrontare il futuro

carniti lama benvenutoLama, Carniti, Benvenuto. Una volta non si diceva Cgil, Cisl, Uil ma Lama, Carniti e Benvenuto. I tre nomi erano sinonimo e simbolo di sindacato: unito, forte, autorevole, vincente. A Roma, nel perimetro di poche centinaia di metri c’era la sede della Cgil in corso d’Italia, della Cisl in via Po, della Uil in via Lucullo e della Federazione unitaria in via Sicilia (presto scomparsa): sull’onda dell’Autunno caldo del 1969 era un intrecciarsi continuo di incontri e di discussioni su come rinnovare la contrattazione e come cambiare la società italiana.

Era il progetto del “sindacato soggetto politico” che discuteva con il governo anche di politica industriale, fisco, sanità, pensioni, casa, sviluppo urbanistico. I metalmeccanici erano la punta di diamante di quella politica innovativa ed unitaria: in corso Trieste per primi avevano dato vita alla mitica Flm, la federazione unitaria dei lavoratori meccanici, combattiva ed attenta alla tutela dei lavoratori e del lavoro.

Sembra una storia di un secolo fa, invece risale agli anni Settanta-Ottanta. Pierre Carniti fu uno dei principali protagonisti di quella straordinaria stagione del sindacato riformista e con i piedi ben piantati al Nord e nelle fabbriche, oltre che negli uffici pubblici e nelle campagne. Oggi, invece, le confederazioni sindacali sono delle organizzazioni sbiadite, deboli, frammentate. Domina la sfiducia, solo i partiti (in particolare quelli tradizionali) stanno molto peggio in quanto a credibilità.

Pierre Carniti, dopo Luciano Lama, se ne è andato. È morto a Roma il 5 giugno all’età di 81 anni, una vita tutta sulle barricate. I funerali si sono svolti il 7 giugno presso la chiesa di Santa Teresa D’Avila (corso d’Italia n.37).

Carniti aveva un fisico esile ma di acciaio, un carattere schivo ma profondo. Non visse in tempi facili. Prima, dal 1970, fu segretario della Fim, la federazione dei metalmeccanici della Cisl, poi dal 1979 al 1985, fu al timone del sindacato cattolico, come si chiamava un tempo. Era un cattolico non democristiano, antifascista e di sinistra, un operaista e riformista radicale.

In quegli anni l’Italia stava vivendo una travagliata stagione di grandi trasformazioni sociali ed economiche, nelle università e nelle fabbriche la contestazione studentesca del 1968 e quella operaia del 1969 avevano dovuto fare i conti anche con i frutti avvelenati del terrorismo. Le Brigate rosse uccidevano e gambizzavano sindacalisti, imprenditori, poliziotti, magistrati, giornalisti. Nel 1978 assassinarono Aldo Moro e massacrarono la sua scorta.

Il lavoro dei sindacalisti era difficile, i dirigenti sindacali erano nel mirino perché erano considerati dalle Br uno dei motori del sistema capitalista italiano da cancellare. Nel mirino c’erano soprattutto i sindacalisti riformisti come Pierre Carniti, ostili al massimalismo e all’antagonismo. Era impegnato a difendere i lavoratori e a cambiare la società, a modernizzarla nel segno della solidarietà, dell’uguaglianza e della libertà. Carniti non ebbe paura, non aveva timore né dei terroristi né di costruire il futuro abbattendo anche dei consolidati ed intoccabili tabù.

Da segretario della Fim combattette per diffondere ed ampliare la contrattazione articolata ed aziendale accanto a quella nazionale. Da segretario della Cisl lottò per conquistare la concertazione sociale tra sindacato, Confindustria e governo. La sua bussola era il coraggio di affrontare il futuro, l’obiettivo era di modernizzare e di rendere più giusta la società italiana.

Sostenne e lottò con convinzione per il patto anti inflazione, toccò e ruppe il tabù della scala mobile. Non si tirò indietro davanti a forti sfide. Appoggiò nel 1984 l’accordo con il governo Craxi per cambiare i meccanismi retributivi, tariffari e fiscali. La tesi era semplice: il primo nemico dei lavoratori e dei pensionati è l’inflazione che erode i salari e danneggia l’occupazione, mandando fuori mercato le aziende. E allora l’inflazione era una emergenza, marciava a due cifre. Non a caso l’inventore della politica dello scambio sociale e della predeterminazione degli scatti della scala mobile fu Ezio Tarantelli, geniale economista, grande riformista, capo del centro studi della Cisl voluto da Carniti. Tarantelli pagò con la vita: per le sue idee riformiste fu ucciso nel 1985 dalle Br all’Università di Roma, dopo una lezione.

Ma il patto anti inflazione passò nonostante tutte le difficoltà. Fu siglato dalla Cisl, dalla Uil e dai socialisti della Cgil (si oppose la maggioranza comunista della confederazione). Nel 1985 il no al referendum abrogativo voluto da Berlinguer contro l’intesa tra il governo Craxi e i sindacati vinse soprattutto per la sua determinazione (il segretario socialista e presidente del Consiglio si batté con forza per l’”accordo di San Valentino” e contro il referendum, mentre il segretario della Dc De Mita fu molto tiepido). Fu un successo. L’inflazione galoppante fu sconfitta, il potere d’acquisto dei salari aumentò, crebbe l’occupazione e la competitività delle aziende italiane.

Immediatamente dopo Carniti lasciò la guida della Cisl, ma restò la sua impronta di riformista coraggioso. Assieme a Lama, Benvenuto e a Del Turco fece di tutto per ricomporre l’unità del sindacato e ci riuscì, anche se le difficoltà non furono poche. Nei congressi, nei comizi e nelle riunioni ripeteva: «L’unità e l’autonomia sono la discriminante della Cisl». Allo slogan di «contarsi per dividersi» contrapponeva quello di «unirsi per contare».

Da senatore ed eurodeputato del Psi e poi dei Ds fece di tutto per unire la sinistra divisa e frammentata in mille pezzi diversi. Fondò i Cristiano Sociali. Ma quello sforzo unitario, purtroppo, ebbe ben poco successo.

R.Ru.
(Sfogliaroma)

“Il socialismo lo fanno i socialisti”

Pia LocatelliIeri, grazie all’organizzazione dell’Associazione Salvemini e di Gabriele Martinelli, si è svolto a Lucca un interessante Convegno dal titolo “Partito Socialista Europeo, crisi o rilancio?”. Alla presenza del Sindaco Tambellini (centrosinistra), dei Socialisti della Lucchesia e di tutta la Regione, sono intervenute due importanti personalità del Socialismo italiano: Pia Locatelli e Valdo Spini, Compagni che non hanno bisogno di ulteriori presentazioni.

Il Sindaco di Lucca ha aperto i lavori, ma è bene tenere in fondo al resoconto la sintesi del suo ragionamento, tutto sommato sorprendente, provenendo da un uomo certamente di centrosinistra, ma non appartenente alla tradizione Socialista.

Pia Locatelli, grazie alla sua esperienza Internazionale, ha rivolto il suo sguardo analitico verso i principali Partiti Socialisti Europei, descrivendone i cambiamenti occorsi negli ultimi vent’anni, la crisi di consensi, le scissioni e la difficoltà diffusa di interpretare i mutamenti socio-economici della contemporaneità. Pur rilevando, anche all’interno dei Partiti Socialisti, il privilegiare delle questioni Nazionali rispetto al Continente Europeo, ha voluto giustamente sottolineare che, nonostante gli ostacoli, una riforma dell’Europa in senso più politico e federale non può darsi fino a quando i Socialisti Europei non si organizzeranno seriamente in forme transnazionali.

Valdo Spini ha voluto sottolineare come i nazionalismi e l’architettura stessa dell’Europa (scarso potere legislativo dell’ Europarlamento, l’eccessivo peso del Consiglio Europeo, il non ben ponderato allargamento a 27 paesi membri) siano elementi critici di un’ Europa che è invece sempre più necessaria, soprattutto nel campo della Politica Estera e nell’obbligatorio grande piano di investimenti pubblici che sostenga ed irrobustisca la ripresa economica nel Continente, una condivisibile posizione keynesiana che trovò, negli anni ’30 attuazione nel “new Deal” di Roosevelt.

Anche in questa proposta si conviene sul ruolo promotore indispensabile del pensiero e della prassi Socialista Democratica.

Al di là dei brillanti interventi è parso di cogliere dei ragionamenti non esplicitati, ma in qualche modo ricorrenti.

Il definitivo tramonto della “questione comunista”: se in Italia un certo establishment culturale, tuttora egemone, ancora si balocca sulla beatificazione di Berlinguer e delle rimembranze di un PCI bucolico mai esistito nella realtà, in Europa il problema non si pone: sinistra=Socialismo Democratico, alle forze che lo rappresentano l’onore e l’onere di costruire un Europa ancora più libera, ancora più fraterna, ancora più eguale. Nel successo o nel fallimento del progetto sta lo sviluppo o l’involuzione del progetto Europeo.

L’esaurimento o fallimento della cosiddetta “terza via” dei Blair e degli Schroeder. Come ha ben illustrato Locatelli, vi è un recupero, non nostalgico, ma funzionale, in tutti i partiti Socialisti di Europa di una visione, potremmo dire più “classica” del Socialismo Democratico. Per intenderci, quello dei Mitterand/Delors, dei Brandt/Schmidt, dei Gonzales, dei Palme, dei Craxi. Gli attuali successi del Labour e del Partito Socialista Portoghese, vengono studiati e finalmente metabolizzati.

La necessità di Partito transnazionale: forse l’operazione più difficile, ma obbligata. Gli Stati/nazioni sono diventati troppo piccoli per il progetto Socialista e Democratico.

Come accennato all’inizio, in questo breve resoconto, ci teniamo per ultimo il senso dell’intervento del sindaco di Lucca Alessandro Tambellini, uomo di centrosinistra, come si è detto, ma non Socialista; ebbene, il Sindaco dopo una lucida analisi della recente gravissima sconfitta della Sinistra in Italia, ha fatto trapelare un messaggio che ci è parso di cogliere.

“Negli ultimi vent’anni, nelle sue varie declinazioni, il centrosinistra ha provato a fare politiche Socialiste e democratiche, ma ormai è evidente che il Socialismo, nella teoria e nella prassi, lo conoscono e lo sanno fare solo i Socialisti, bisogna prenderne atto”.

Interessante, no? Che fare, quindi?

Luca Pellegri

 

Moro, Nencini ne parlai con Craxi per salvarlo

aldo moroA via Fani, il 16 marzo del 1978, una donna agita un mazzo di fiori per segnalare l’arrivo della 130 del presidente della Dc, Aldo Moro. Si scatena il fuoco dei brigatisti: il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci e i poliziotti Giulio Rivera e Raffaele Iozzino vengono uccisi subito. Ancora vivo l’agente Francesco Zizzi, che morirà più tardi. Moro sopravviverà invece altri 55 giorni. Ma il suo progetto politico, l’apertura al partito comunista di Berlinguer, di fatto, finisce in quel momento. Nato a Maglie, nella provincia leccese, il 23 settembre del 1916, Aldo Moro ottiene a soli 25 anni la libera docenza a Bari, insegnando Filosofia del diritto. Nel ’42 entra nella Dc, fondata da De Gasperi in clandestinità: con lui i giovani della ‘seconda generazione’, la futura classe dirigente della prima repubblica, tra questi Fanfani, Dossetti, La Pira, Andreotti, Taviani, Rumor. Finita la guerra viene eletto nella Costituente, scelto dal partito per la ‘Commissione dei 75’, che elaborerà le norme fondamentali della carta costituzionale. Suoi i contributi relativi agli articoli dei ‘diritti e doveri dei cittadini’, lavorando a fianco di Tupini e Togliatti, tra gli altri.

Nel ’59, tramontata la stagione del centrismo, è segretario dello scudo crociato. Battuto Fanfani, l’altro ‘cavallo di razza della dc’, Moro si prepara alla stagione dell’apertura al Psi di Nenni e al nuovo centrosinistra. Tra i primi a dire no all’allargamento alla sinistra parte delle gerarchie vaticane. Giovanni XXIII si mantiene cauto, ma i cardinali Siri e Ottaviani non risparmiano critiche a Moro, parlando dei socialisti come di ‘novelli anticristi’. Moro tira dritto e risponde che “la democrazia cristiana non è un partito cattolico, ma di cattolici che operano in politica”.

Nel frattempo, il generale De Lorenzo, prepara il ‘piano Solo’, un tentativo di golpe, per impedire la svolta riformatrice, che soprattutto dopo il ’62, i socialisti, ormai nella stanza dei bottoni, avrebbero voluto accentuare. Tentativo che fu ritentato poi, nel ’70 dal principe nero Junio Valerio Borghese, con il fallito golpe dell’Immacolata. Nello stesso anno Curcio e Franceschini fondano le Brigate Rosse.

Tra i risultati del centrosinistra, (nonostante il “tintinnare di sciabole” di cui parlò il leader Psi, Nenni), c’è nel ’62 l’istituzione della scuola media unica obbligatoria e poi la nazionalizzazione delle industrie elettriche, con la nascita dell’Enel. Il 4 dicembre del 1963 Aldo Moro forma il primo governo di centrosinistra organico, ne seguiranno altri due guidati dallo statista dc, fino al 1968. Tra le norme, che chiuderanno di fatto quella stagione di riforme, arrivano la legge sul divorzio, nel 1970, che resisterà al referendum abrogativo di quattro anni dopo, lo Statuto dei lavoratori, la riforma delle regioni. Inoltre il parlamento dà vita alla Commissione parlamentare antimafia.

Negli anni della contestazione Moro si defila, guardando con attenzione al movimentismo del ’68 e alle istanze della società civile, sostenendo che da quel mondo agitato e difficile da interpretare sarebbe comunque sarebbe nata una società “più ricca ed esigente”. “Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai – dice al suo partito – . Sono segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità”, avverte Moro. Nel ’73, Moro assume la carica di presidente del partito. Dopo due governi tra il ’74 e ’76, a impronta centrista, matura la strategia dell’attenzione nei confronti del Pci di Berlinguer. Moro, già nel ’74, parla della necessità di avere “un atteggiamento chiaro, serio e costruttivo di fronte al Pci”.

E dalle parole passa ai fatti, incontri riservati iniziano a essere frequenti tra i suoi e gli uomini di Berlinguer, in vista di una nuova fase, quella che prenderà il nome di ‘terza fase’, dopo quella del centrismo e del centrosinistra. Intanto ad attaccare Moro non sono solo le gerarchie ecclesiastiche, come ai tempi del centrosinistra. Stavolta l’apertura al Pci, è avversata dagli Usa. A far capire il punto di vista di Washington a Moro ci pensa Kissinger che lo ‘invita’ a lasciare fuori i comunisti dal Palazzo. Moro tira dritto e cerca di arrivare all’obiettivo, mentre in molti scommettono che guiderà la transizione dal Colle, pronto per essere eletto alla presidenza della Repubblica. Il 16 marzo del 1978, mentre sta per raggiungere la Camera per la fiducia al governo Andreotti che vede l’ingresso dei comunisti nella maggioranza programmatica e parlamentare, la proposta morotea per la democratizzazione del Paese viene annientata dalle armi dei brigatisti.

“C’era chi era per trattare, chi per manifestare una fermezza assoluta. Chi voleva avviare trattative con le BR non era per questo cedevole. Non rinunciava a difendere i principi costituzionali. Si trattava di salvare la vita di un uomo”. È il racconto di Riccardo Nencini, segretario del Psi, intervistato dall’emittente toscana ‘Controradio’ sul caso Moro, nel giorno del quarantesimo anniversario del rapimento dell’ex segretario della Dc. Nencini racconta: “Ricordo bene quei giorni, da 18enne mi avvicinai ai radicali e al Psi proprio per la loro posizione assunta circa la trattativa, ero in terza liceo e furono sospese le lezioni e convocata immediatamente un’assemblea: si manifestarono le due linee che poi furono le due linee politiche assunte dai partiti.”. Il segretario socialista prosegue: “Ne ho riparlato con Craxi all’inizio degli anni ’90. L’obiettivo – prosegue Nencini riferendosi alla posizione assunta dal Psi guidato da Bettino Craxi – era salvare l’uomo ma anche provare a costruire uno Stato che non si caratterizzasse per una relazione esclusiva tra il Pci e la Dc”. “Le istituzioni ressero bene, non fu dunque un colpo di stato. Quell’evento tragico ha rappresentato uno strappo con la vita politica e istituzionale italiana. Se Moro fosse rimasto in vita – ha aggiunto – forse le vicende politiche del nostro Paese avrebbero preso una piega diversa”.

Nencini sostiene che non è ancora stata fatta luce su tutte le zone d’ombra di quella vicenda: “L’Italia – ha concluso Nencini – era un membro chiave all’interno della NATO e un paese frontiera dove esponenti del terrorismo e servizi internazionali operavano; dunque qualche domanda è legittimo farsela ancora oggi a 40 anni di distanza”.

Psi Forlì
Il genocidio culturale per cancellare la storia del PSI

bandiera-psi

Scriviamo questa nota senza alcuna vena polemica ma solo per amore della verità storica. C’è un genocidio culturale in atto che mira a cancellare la storia del PSI e la parola Socialismo.

Anche il socialista europeo Renzi si richiama più volte a Moro, Berlinguer e De Gasperi e non ai migliori esponenti della cultura e tradizione del socialismo riformista e liberale del nostro Paese.

Ripassiamo in sintesi le conquiste e le scelte dei Socialisti democratici e riformisti con un occhio alle scelte dell’allora PCI e giudichiamo chi era dalla parte giusta.

Siamo figli di Filippo Turati che fondò il partito assieme ad Anna Kuliscioff, combattendo l’intellettualismo del rinvio di Antonio Labriola, poi l’anarchismo e l’operaismo, infine il sindacalismo rivoluzionario, quel socialismo che osteggiò la guerra, proponendo un neutralismo attivo, ma poi, dopo Caporetto, invitò a combattere per difendere il suolo patrio. Il riformismo che accettò di collaborare coi governi liberali per strappare conquiste di libertà e di giustizia. Che si insediò nel sindacato, che formò case del popolo, cooperative, scuole, università popolari. Il socialismo che diviene, citiamo Turati, “che non è lo scatto di un’ora o di un giorno, ma l’evoluzione pacifica e continua delle teste e delle cose”.

Quel socialismo nel 1921 volle la collaborazione coi popolari per salvare l’Italia in preda alla guerra civile e all’esaltazione fascista, contro i rivoluzionari e i comunisti che consideravano capitalismo e fascismo la stessa cosa. Quel socialismo che con il martirio di Giacomo Matteotti denunciò le violenze e i brogli delle elezioni truffa del 1924. Quel socialismo lottò contro la dittatura, senza credere al mito della rivoluzione sovietica e al sopruso della dittatura del proletariato. Siamo quelli che con Nenni si opposero alla liquidazione del Psi voluta da Lenin e accettata da Serrati e che, riunificandosi in Francia nel 1930, generarono un unico partito socialista, comprendente Nenni, Saragat e Turati.

Siamo anche quelli che nel 1938 condannarono i processi stalinisti di Mosca, i processi delle streghe, come li definì Pietro Nenni, e che nel 1939 presero le distanze dal patto
sovietico-nazista che i comunisti italiani accettarono ed esaltarono. Siamo quelli che combatterono il fascismo con le brigate Matteotti e con tutte le forze disponibili. Ma che non trucidarono mai nessuno durante la Resistenza e soprattutto dopo. Siamo ancora quelli, con Nenni, all’avanguardia della battaglia per la Repubblica, mentre i comunisti con Togliatti avevano accettato la monarchia. E siamo ancora quelli che non votarono l’articolo sette della Costituzione che includeva i patti lateranensi al contrario del Pci che lo votò.

Nel 1948 siamo con Placido Rizzotto, socialista e sindacalista, ucciso dalla mafia per il suo impegno a favore del movimento contadino per l’occupazione delle terre.

Siamo con Nenni che nel 1956 si schierò cogli insorti di Budapest e non coi carri armati, come invece fecero il Pci e L’Unità.

Nel 1962 siamo con il primo centro-sinistra che regalarono all’Italia una grande stagione di riforme tra cui la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la scuola media unica, il piano casa e la riforma agraria.

Nel 1970 siamo con il ministro socialista Giacomo Brodolini che volle lo Statuto dei Lavoratori, ma con l’astensione del PCI.

Siamo con Fortuna che ci regaló le conquiste dei diritti civili dei primi anni settanta, che s’imbatterono in un Pci recalcitrante e tutto proteso al compromesso storico.

Siamo ancora con Craxi che volle il Psi ben piantato nell’eurosocialismo dopo anni di incertezze e di contraddizioni, nel riformismo, nella più completa autonomia politica, che si battè inascoltato per la salvezza dell’uomo Moro, che anticipò nel 1979 il tema della grande riforma, che assunse la bussola del socialismo liberale.

Siamo con Martelli e i suoi referendum e i suoi “meriti e bisogni”, con quel governo a presidenza socialista che ci regalò la lotta vinta all’inflazione anche grazie al decreto di San Valentino osteggiato da Berlinguer e combattuto con un referendum perso, che sfidò i sovietici coi missili a Comiso e gli americani con Sigonella.

Siamo ancora nel 1987 con Martelli che schierò il Partito contro il nucleare nel primo referendum vinto, con il PCI molto titubante.

La storia della Sinistra è stata meglio rappresentata dal PSI e ciò dovrebbe far riflettere tutti, compreso i MEDIA, che spero diano spazio a questo intervento.

Federazione P.S.I. Forlì

Uòlter esce dall’ombra
Si fa alternativa a Renzi

EVIDENZA - Veltroni

Si può perdere tutto in un attimo. Walter Veltroni nel 2008 ci riuscì. Perse contemporaneamente contro Silvio Berlusconi le elezioni politiche, le regionali sarde, il Campidoglio dal quale si era dimesso da sindaco aprendo la strada all’era di Gianni Alemanno. Non solo. Negò nel 2008 un’alleanza elettorale alla sinistra radicale dell’Arcobaleno e a quella riformista del Psi in nome dell’autosufficienza del Pd, perse la segreteria dei democratici.

Un disastro. Nel febbraio del 2009 si dimise da segretario del Pd: «Me ne vado senza sbattere la porta…Non è il partito che sognavo. Ce l’ho messa tutta ma non ce l’ho fatta. Chiedo scusa».

Veltroni si fece da parte ma restò in pista, continuò a fare il deputato e a contare nel Pd fino a quando non fu “rottamato” da Matteo Renzi, il giovane ex sindaco di Firenze, divenuto prima segretario del Pd dalla fine del 2013 e poi presidente del Consiglio dall’inizio del 2014. L’ex segretario dei democratici cambiò vita: uscì dalla scena politica, si dedicò a scrivere libri, a firmare documentari televisivi e a fare il giornalista sportivo.

Sembrava scomparso dall’orizzonte politico come tanti altri finiti sotto il rullo compressore renziano della “rottamazione”, del ricambio generazionale: ma non è stato così. Sorpresa: è ricomparso il 14 ottobre al Teatro Eliseo per festeggiare i 10 anni del Pd. A Roma è salito sul palco con Renzi e il presidente del Consiglio Gentiloni e tra gli applausi ha annunciato un cauto ritorno. Ha sollecitato l’unità condannando divisioni e scissioni, ha invitato a costruire una sinistra riformista capace di tessere alleanze non spurie di centro-sinistra. Ha assicurato: «La mia vita è e sarà diversa, ma non sarà altrove».

Lui era presente all’Eliseo mentre gli altri padri fondatori del Pd del 2007 erano assenti: o si sono allontanati dal partito dedicandosi agli studi (Romano Prodi, Arturo Parisi, Enrico Letta) o si sono separati con dolorose scissioni (Bersani, D’Alema, Fassina, Civati, Cofferati, Speranza, Enrico Rossi).

Adesso c’è una nuova sorpresa: il cauto ritorno si è trasformato in un boato politico contro Renzi. L’ex segretario ha tuonato contro l’attuale segretario del Pd bocciando la mozione presentata alla Camera contro la conferma di Ignazio Visco a governatore della Banca d’Italia. La dichiarazione di ieri 18 ottobre all’Ansa è stata lapidaria: il no a Visco è «incomprensibile e ingiustificabile» perché «da sempre la Banca d’Italia è un patrimonio di indipendenza e di autonomia per l’intero paese».

È scoppiato lo scontro “fratricida”. Renzi ha confermato le critiche a Bankitalia per le carenze nella sorveglianza sui malandati conti di alcune banche italiane: in questi anni «è successo di tutto nelle banche…È mancata una vigilanza efficace. C’è bisogno di scrivere una pagina nuova».

Ulteriore sorpresa: buona parte del Pd e della maggioranza di governo si è schierata con Veltroni. Il ministro dello Sviluppo economico Calenda, il capogruppo democratico al Senato Zanda, l’ex presidente del Consiglio Monti e l’ex presidente della Repubblica Napolitano hanno dato ragione all’ex segretario del Pd. Ma al di là dei contenuti, la contestazione fa ritornare Veltroni protagonista, di fatto diventa una possibile alternativa al giovane segretario.

Uòlter, soprannome dato a Veltroni anni fa dai comici satirici Ficarra e Picone, è rimasto scolpito nel linguaggio comune. L’ex sindaco di Roma, ribattezzato così per il suo “buonismo”, sa tirare delle feroci zampate quando vuole. Da anni ha invitato a fare una politica col “cuore”, a mettere da parte le “ideologie”,  ad abbandonare l’”odio” anche contro Silvio Berlusconi. Ha indicato una strada da seguire: «Siamo uomini e boyscout». Ha sollecitato ad aiutare i “poveri” e le “popolazioni povere” dell’Africa. Anzi, ha annunciato più volte l’intenzione di voler andare in Africa dopo aver lasciato la politica. Dopo le dimissioni da segretario del Pd nel 2009 confermò la promessa:  «Dopo 33 anni di scena politica quello che ritrovo è il tempo, anche per andare in Africa, cosa che tante ironie ha suscitato».

Tuttavia l’impegno è stato disatteso, non è andato in Africa. Veltroni, 62 anni, ha una lunghissima carriera politica alle spalle che ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica. Ha accumulato una grandissima esperienza politica: consigliere comunale del Pci a Roma nel 1976, per la prima volta deputato nel 1987, segretario dei Ds e del Pd, due volte sindaco della capitale, vice presidente del Consiglio nel governo Prodi, ministro della Cultura.Nicola Rossi, economista, ex Ds, già deputato dell’Ulivo, stimava Veltroni e lo volle segretario del Pd perché sa «suscitare emozioni». Spiegava: somiglia a «una Vespa, quella di Vacanze romane. Elegante, leggera e facile nei cambi di direzione».

Uòlter è abile nelle elaborazioni e nei repentini cambi di marcia. Nel dicembre del 2008, dopo la sconfitta elettorale, esortava: «Meno dirigenti a vita. Serve un ricambio». Adesso è il solo uomo del vecchio gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds-Pd rimasto in piedi, ha saputo resistere a Renzi e si scava uno spazio di sinistra.

Di fatto è una alternativa a Renzi traballante che ha subito la pesante scissione di Bersani-D’Alema-Speranza dopo la disastrosa sconfitta nel referendum sulla sua riforma costituzionale. Certo Uòlter non può essere annoverato tra i giovani e il suo medagliere è piuttosto ammaccato. Ha cercato di conciliare impossibili contrasti come il comunismo e il liberalismo. Non a caso nel suo studio di segretario del Pd aveva sia la foto di Berlinguer e sia quella di Kennedy. Si è dichiarato un liberal kennediano. Alle volte è riuscito nell’impresa, spesso le contraddizioni sono deflagrate. Ora si è aperta una partita nuova, può succedere di tutto nel Pd.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Intervista a Finetti: dalla lite Pci-Psi all’Antipolitica

Con l’intervista ad Ugo Finetti continua la serie di conversazioni storiche sul crollo della Prima repubblica. Finetti, storico esponente del Psi e Vicepresidente della regione Lombardia dal 1985 al 1992, ha le idee molto chiare sulla fine della Repubblica dei partiti. In questa intervista spiega il ruolo del pool di Milano e dei potentati economici, parlando di uno scioglimento per via giudiziaria dei partiti. Finetti, con il suo approccio da storico affermato, illustra anche i meriti storici del sistema dei partiti.

craxi-e-napolitanoQual era il clima politico degli anni Ottanta? C’era sfiducia verso i partiti?
L’antipolitica c’è sempre stata. Bisogna distinguere quando la polemica contro i partiti diventa avversione alla democrazia. Il fastidio verso i partiti nasce nel primo dopoguerra. Già nel 1919 c’era un certo fastidio, soprattutto dopo l’estensione del suffragio universale. Da questo momento i ceti più alti iniziarono a non sopportare che persone da loro ritenute di livello culturale e sociale inferiore potessero prendere decisioni di rilievo nazionale. Inizia l’avversione alla democrazia.
Nel secondo dopoguerra con la vita democratica che rinasce sotto la guida dei partiti del Cln c’è il trionfo dei partiti: i partiti diventano il cardine della democrazia e sono i veicoli di una estesa partecipazione sia alle elezioni che alle varie manifestazioni da essi organizzate. La partecipazione al voto era massiccia. I partiti sono punti di riferimento per un sistema di valori.
Le crepe iniziano dopo il ‘68, quando cresce una vera polemica verso i partiti (gli extraparlamentari), prima c’era solo una contestazione secondaria (per lo più di estrema destra ‘nostalgica’ del fascismo). Un segnale chiaro è l’esito del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti del 1978. Gli anni Settanta, più in generale, logorano il sistema politico, anche a causa delle varie crisi: economica, politica e sociale, sommate all’emergenza del terrorismo. Negli anni Ottanta c’è la fuoriuscita dalla crisi economica. La politica ha un primato, è promotrice dell’integrazione europea; i partiti diventano protagonisti, sia a livello ideale, tecnico-programmatico e istituzionale. Ci si rende conto però che la società italiana ha bisogno di un diverso assetto istituzionale, ma gli anni Ottanta non vedono un’autoriforma, e questo può essere un motivo di sfiducia.
Il ruolo dei partiti dipende anche dalle modalità con cui l’Italia vive la Guerra fredda e anche al ruolo dei partiti unitisi durante la Resistenza. L’antifascismo interseca lo schieramento della Guerra fredda. In Italia non c’è stato nessun muro di Berlino e con il Pci in Parlamento non si è andati a ‘muro contro muro’. Questo può aver comportato forme di consociativismo e può aver creato una sorta di omologazione politica che ha pesato sulla fiducia verso il sistema.
Un’altra questione problematica riguarda la staticità nei gruppi dirigenti: si arriva alla fine della Prima repubblica con a capo del governo il sottosegretario di De Gasperi, Andreotti. Anche gli stessi padri della Prima repubblica sono arrivati alla fine degli anni Novanta con ruoli di rilievo. Questo ha significato anche un certo immobilismo. Si può concludere dicendo che un elemento di crisi dei partiti è che con la fine della Guerra fredda gruppi dirigenti che erano stati ‘in divisa’ si sono trovati ‘in abiti borghesi’. La smilitarizzazione della politica ha messo in libertà l’elettorato.

Come erano percepiti i partiti? Si sentiva la crisi dei partiti di massa?
Prima di parlare di partiti in generale si deve distinguere tra i vari partiti, non si può parlare generalmente di partiti di massa. Si tratta di realtà molto diverse. La Dc ha un retroterra cattolico molto vasto e articolato, è un partito interclassista. Il Psi e il Pci, invece, hanno un primato di elettorato popolare. Ma sono diversi tra loro: il Pci è un partito con un retroterra di solidarietà internazionale ed è organizzato in modo paramilitare con il centralismo democratico, con il divieto delle correnti e con un segretario eletto a vita, con successione monarchica (il vice diventa segretario). Il Psi, al contrario, ha tante correnti, subisce molte scissioni, ed è in stato di divisione permanente.
Elettoralmente si ha un elettorato sempre stabile, gli spostamenti elettorali sono microscopici rispetto ad oggi. Sono mutazioni lievissime, si pensi anche alla tradizione familiare con cui si andava al voto.
I partiti di opinione erano pochi e di dimensioni ridotte. Tutti i partiti però erano accomunati dall’antifascismo. C’era l’antifascismo da parte della Dc che limitava gli elementi di estrema destra, mentre il Pci condannava gli elementi più rivoluzionari della sua ideologia.
I partiti hanno così garantito anche la tenuta democratica durante situazioni drammatiche come il terrorismo, o di fronte a tentativi di colpi di mano. Infine bisogna ricordare che la tanto bistrattata partitocrazia è stata protagonista della resistenza e dello stato sociale. Prima di rivolgerle una critica sferzante, bisognerebbe ricordarne anche i meriti.

Cosa ne pensa del crollo della prima Repubblica? Quali sono le cause?
Non bisogna confondere crollo e sconfitta. Gli errori politici si riflettono in sconfitta elettorale non in crollo di sistema. L’unico grande calo tra il 1989 e il 1992 riguarda il Pci. Nel maggio 1992 Craxi era l’unico candidato alla presidenza del consiglio. Il pentapartito aveva la maggioranza del consenso. Quando per causa giudiziaria scatta il veto su Craxi da parte di Scalfaro, il presidente della Repubblica chiede comunque al segretario socialista di fare il nome del presidente del consiglio.
Il crollo avviene essenzialmente per via giudiziaria, non è la società civile che abbatte il sistema. Non bisogna confondere la procura di Milano con la società civile. Alcuni hanno parlato del referendum Segni come segno inequivocabile del declino, in realtà è un fatto politico, ma non è un crollo. Il Psi l’anno dopo – con Mani Pulite già in corso – nelle elezioni del ’92 mantiene le posizioni (perde due deputati su quasi cento). Non è quindi la società civile che ha rovesciato la politica. La realtà è che c’è stato uno scioglimento giudiziario dei partiti in modo molto selettivo.
Si è voluta creare artificialmente una dialettica politica tra ex fascisti ed ex comunisti. Fatto che fu consacrato nelle amministrative del 1993: si pensi alle contese elettorali tra Bassolino e la Mussolini a Napoli e alla sfida tra Fini e Rutelli a Roma. Questo schema venne sovvertito dal fenomeno berlusconiano.
La disgregazione voluta dal Pool nasce dal fatto che con la fine della Guerra fredda e la globalizzazione, il potere economico pensa che sia venuto il momento di liberarsi dalla politica. Si immagina un mondo senza conflitti, per andare verso un unico modello economico-istituzionale. C’è un assalto al potere politico, anche perché si volevano promuovere delle privatizzazioni che vedevano la classe di governo restìa. Non a caso Mediobanca con Cuccia patrocina il referendum Segni, insieme a Berlusconi. L’ex cavaliere dà molto spazio anche a Mani pulite sfruttando le sue televisioni.

Cosa ne pensa delle recenti parole di Di Pietro?
Parla così perché ormai l’Italia di Mani pulite è uscita di scena, sono usciti di scena i suoi eroi. Mani pulite ha salvaguardato comunisti e sinistra Dc più i neofascisti del Msi. Di Pietro e d’Ambrosio, non per caso sono diventati parlamentari del Pd. Di Pietro vorrebbe ora rientrare in Parlamento e ha fatto dichiarazioni a favore dei postcomunisti (Bersani) e degli ex missini (Meloni).

Che tipo di inchiesta è stata Mani Pulite?
Mani Pulite è un’inchiesta essenzialmente cartacea. Ha come postulato che gli imprenditori sono vittime della politica. L’inchiesta si svolge in maniera abbastanza semplice: si arrestano gli imprenditori affinché facciano i nomi dei politici. Così ottengono la libertà. L’inchiesta si basa sulle sabbie mobili della carcerazione preventiva con ‘confessioni’ firmate per uscire e che contengono accuse che sono quasi sempre parole non documentate.

Non possiamo non parlare del finanziamento ai partiti. Cosa si ricorda? Era un sistema come ha sostenuto più volte Craxi?
C’è in effetti una sorta di continuità dal 1944 con i primi finanziamenti al Cln anche fisica: Enrico Mattei si occupava di dividerli tra i partiti del Cln. È lo stesso Mattei che divide l’’oro di Dongo’.
È sempre Mattei che da presidente dell’Eni divide i soldi per i partiti.
Il sistema di finanziamento alla politica era molto noto e anche il Pci vi partecipava; non solo aveva finanziamenti provenienti dall’Urss, ma anche dai privati in cambio di favori. I verbali della Direzione del Pci lo testimoniano parlando esplicitamente di ‘tangenti’ o di ‘amministrazione straordinaria’ (cioè fuori dal bilancio ufficiale).
C’era un accordo generalizzato a livello nazionale per cui il 3% del valore degli appalti era riservato ai partiti. Si pensò di voltar pagina pubblicizzando finanziamenti una tantum. Anche Craxi si rendeva conto che il finanziamento illecito rendeva vulnerabili e creava marasma di gruppi personali. Ma è da tener presente la reazione dei privati: essi non volevano far sapere quanto davano ai partiti e non volevano comunque rinunciare ai fondi neri. Infatti l’accordo era il 3%, ma nei verbali si dichiara spesso molto di più. Persino il doppio. Nel sistema dei fondi neri si muovevano agevolmente anche i privati. Si tirava avanti sapendo che era ‘il segreto di Pulcinella’.

Quali sono stati gli errori di Craxi e quando inizia il suo declino?
Tra il 1987 e il 1992 Craxi pensa solo al ritorno a palazzo Chigi e vive la legislatura in attesa. La ritiene un tempo morto da far trascorrere in attesa che maturi la ‘controstaffetta’ e infatti arriva come unico candidato alla guida del governo nel 1992. Assume un atteggiamento di distacco, prende l’incarico all’Onu, ostenta distacco dalla politica quotidiana. Però agli occhi dell’elettorato rimane il dominus della politica anche perché i presidenti del consiglio continuano a cambiare.
È sbagliato addossargli tutta la colpa dell’immobilismo istituzionale. Il mutamento istituzionale si inceppa sul fatto che il Psi vuole il presidenzialismo, mentre Pci e Dc vogliono il maggioritario e sono contro il presidenzialismo, proprio perché temono la popolarità di Craxi negli anni Ottanta. Craxi rimane il politico più popolare rispetto a tutti, pur essendo il Psi più debole di Dc e Pci. L’odio nei suoi confronti si deve alla sproporzione tra potere politico e peso elettorale, a cui Craxi cerca di reagire tentando di costruire un’area politica più vasta, si veda la politica verso i socialdemocratici, i liberali, i radicali e anche parte dei repubblicani.

Che rapporti c’erano tra il Pci e Craxi?
Il concetto di ‘duello a sinistra’ non è forse una categoria interpretativa del tutto adeguata. Craxi non era anticomunista, aveva il disegno di far confluire il Pci verso un’opzione socialdemocratica a guida socialista. La politica di Craxi è stata una politica di tallonamento continuo al Pci. Per capirlo bisognerebbe conoscere il Craxi che fa politica tra il 1956 e il 1976
Per quanto riguarda il Pci la politica anticraxiana di Berlinguer è contestata da Napolitano, da Lama e dalla Iotti. Nel 1980 Berlinguer fa addirittura una Direzione-seminario sul Psi, ma la relazione anticraxiana di Natta non viene approvata perché c’è una parte del Pci che non vuole rompere con i socialisti. Berlinguer è contrastato proprio perché Craxi non è anticomunista. Napolitano, per la sua critica a come Berlinguer pone la ‘questione morale’ contro il Psi, sarà anche estromesso dalla segreteria e nominato capo gruppo della Camera. Anche Pajetta è a favore di Craxi. A Berlinguer si contesta il fatto che parla di alternativa, ma in realtà vuole accordarsi con la Dc contro il Psi.
Un episodio interessante riguarda lo scambio di battute tra Reichlin e Craxi dopo l’incontro tra Pci-Psi alle Frattocchie nel 1983. Craxi in modo amichevole avverte che il segretario del Pci capisce poco i mutamenti della società italiana e il dirigente comunista ammette che Berlinguer aveva una ‘visione catastrofista’. Possiamo dire che Craxi invece capiva molto di più le trasformazioni in atto.
Durante la segreteria Natta si sveleniscono i rapporti con Craxi. Il segretario socialista poi spera anche in Occhetto. Nel post ’89 non è aggressivo, è prudente, non incalza, aspetta una scelta socialdemocratica da parte del Pci che però non arriva. I comunisti di Occhetto pensano al cosiddetto ‘nuovo internazionalismo’, a un terzomondismo ‘ambientalista’, ma non alla socialdemocrazia.

Martino Loiacono

Crisi della I Repubblica. Dissidi nella Sinistra italiana

Prosegue la serie di interviste sulla caduta della Prima repubblica. In questa intervista Carlo Tognoli, sindaco di Milano dal 1976 al 1986 e ministro durante la X legislatura, illustra la situazione del Psi tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, raccontando le difficoltà di Craxi dopo la fine del suo mandato da Presidente del Consiglio. Tognoli racconta anche il complesso rapporto con i comunisti, la spinosa questione del finanziamento ai partiti e il ruolo della crisi delle ideologie. Infine ci parla della sua Milano.

Berlinguer-Craxi1Che clima politico c’era alla fine degli anni Ottanta? Si percepiva una crisi di fiducia tra partiti e società?
Un certo scollamento c’era da tempo, questa crisi non nasce certo negli anni Ottanta.
Si profilava già alla fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta, ma dopo le lotte sindacali, le stragi, il terrorismo, il rapimento di Moro, la crisi economica, l’inflazione e l’instabilità politica, si accentuò un certo distacco tra opinione pubblica e partiti.
Ci fu una ripresa di fiducia grazie ai miglioramenti dell’economia, favoriti dal governo Craxi, e all’ingresso dell’Italia nel “club” dei primi sei Paesi industriali del mondo. C’era una prospettiva di stabilità.
Alla fine degli anni Ottanta, però, il distacco popolo-partiti tradizionali si acuì.

La percezione è che Craxi dopo la fine del suo secondo esecutivo (aprile 1987) fatichi a definire una strategia, conferma?
Di certo Craxi aveva un partito poco organizzato, che comunque aveva retto, senza sfondare, anche per la sua presenza alla guida del governo. La strategia l’aveva: recupero di voti e alleanze a sinistra, con l’obbiettivo della grande riforma.
Voleva vedere anche cosa facevano gli altri partiti (Dc e Pci). Per questo tenne in piedi dei governi di pentapartito, guidati dalla Dc (sdebitandosi così per l’appoggio avuto dai democristiani tra l’83 e l’87) per poi riprendere l’iniziativa.
La chiave di volta della questione riguarda la caduta del Muro di Berlino, dalla quale Craxi si aspettava svolte che, allora, non si sono verificate. Sperava che, acclarata la sconfitta del comunismo, i postcomunisti riconoscessero la validità del socialismo democratico e liberale.
Il Pds si spinse invece nei meandri dell’ecologismo, di un neo-terzomondismo e di un neo-pacifismo antiamericano (vedi il comportamento degli ex-Pci nella prima guerra contro l’Iraq per liberare il Kuwait).
Questo ha bloccato i progetti di Craxi che aveva nella sua prospettiva il recupero di un rapporto a sinistra. Voleva rafforzare il Psi e poi aprire verso il Pds (come dimostrò facendolo entrare nell’internazionale socialista). In realtà la maggioranza dei postcomunisti non voleva il dialogo con i socialisti e in particolare con Craxi.

Quindi era possibile un’apertura a sinistra?
Io credo di sì. Craxi sperava che con il passare del tempo ci sarebbe stata un’evoluzione del Pds in senso socialista. Sia i miglioristi sia una parte dei vecchi togliattiani non erano pregiudizialmente contrari ad un’apertura ai socialisti. Fattasi più lontana tale ipotesi, Craxi fu costretto a rimanere nel pentapartito e a puntare al ritorno alla guida del governo nel 1992.
È bene ricordare che il leader del Psi era anticomunista ideologicamente (non era leninista, né stalinista ed era profondamente democratico) ma non lo era politicamente: fu sempre disponibile al dialogo e alle alleanze col Pci, come dimostrano le sue scelte a Milano (1975 e 1988) e in molte altre città e la sua esperienza politica dagli anni ’50 in poi.

Uno degli elementi che scuote il sistema partitico è la Lega: che movimento era all’epoca?
L’avanzata della Lega era il segnale che una parte dell’opinione pubblica era stanca. L’antipolitica aveva ora una rappresentanza parlamentare.
Craxi aveva intuito la debolezza del sistema politico italiano, lento nelle decisioni, litigioso, interessato più al futuro “del partito” (per ciascuno il proprio) che non agli interessi generali.
Il movimento di Bossi si affermò nel Veneto e nelle province in cui, in Lombardia, prevaleva la Dc: Bergamo, Brescia, Como, Lecco, Varese, Sondrio. La Lega si allargò come movimento antipartitico e antimeridionale, soprattutto ai danni della Dc.
Nel 1992 c’era una Lega all’attacco, ma era ancora un fenomeno provinciale: a Milano non attecchì molto.
Nel 1993 la Lega portò a casa il sindaco, nel capoluogo, in piena “bagarre” giudiziaria, perché prese, al ballottaggio, gran parte dei voti moderati che al momento non avevano rappresentanza politica, anche perché non c’era ancora Forza Italia.

Cosa accade nel 1992?
I prodromi della crisi del 1992 si riscontrano già nel 1991 quando Craxi, e parte della Dc, non comprendono il significato del referendum sulla preferenza unica.
Craxi, tra l’altro, aveva accolto la richiesta del Pds, timoroso di perdere troppi voti, di non votare nel 1991 per andare alla scadenza naturale della legislatura.
L’azione della magistratura, dopo le elezioni politiche del 1992 (nelle quali il pentapartito mantenne numericamente la maggioranza parlamentare) fece capire quale sarebbe stata l’evoluzione del quadro politico, malgrado il varo del governo Amato.
Il problema politico è che parte della Dc sottovalutò l’inchiesta, mentre il Pds cercò di utilizzarla a proprio vantaggio. I media e il Pds sostennero con forza l’azione della magistratura. Nessuno raccolse l’invito di Craxi di dare una lettura politica, oltre che giudiziaria, alle vicende dei finanziamenti illeciti dei partiti, in atto dal dopoguerra. Anche per questo Craxi divenne il capro espiatorio di questa drammatica crisi.
A dire il vero, fino al 1973 non c’era una legge sul finanziamento alla politica, e i partiti si arrangiavano come potevano, con contributi che arrivano in vari modi. Il finanziamento veniva dal mondo privato, dagli iscritti, dall’estero (URSS).
Con la legge sul finanziamento pubblico venne introdotto il reato di finanziamento illecito. Il sistema non cambiò di molto. I partiti facevano fatica a rinunciare a finanziamenti che servivano per gestire i costi crescenti della politica.

Alcuni hanno anche parlato di crisi delle ideologie, cosa ne pensa?
Per me le ideologie erano in crisi già negli anni Settanta. (c’è un bel saggio di Virgilio Dagnino di quel periodo, Obsolescenza delle ideologie).
Sia il ‘68 che il ‘77 furono le ultime fiammate, da parte di minoranze di giovani, di ideologie vecchie e superate. Basti pensare ai cortei in cui si esaltavano Marx, Lenin e Mao. Le ideologie si sgretolavano. Lo stesso Pci strumentalizzava quei movimenti, ma non sventolava più quelle bandiere.

Un’ultima domanda: ci parla brevemente della sua Milano?
A Milano avevamo ottenuto un grande consenso. Craxi era milanese. Nel 1980, alla mia prima prova elettorale come sindaco, il Psi sfiorò il 20%, confermato nel 1985.
Gli anni Ottanta per Milano furono l’uscita dal tunnel della crisi economica, della violenza e del terrorismo. Gli anni Ottanta, anche per l’azione positiva del governo Craxi, furono una liberazione dai mali del periodo precedente.

Si passava da una Milano da morire ad una Milano da vivere.

Martino Loiacono

Il trionfo del giustizialismo e le ragioni di Craxi

craxi monetineIl 30 aprile 1993 è una data indimenticabile per i feticisti di Mani Pulite. È il giorno in cui Craxi venne linciato con un terribile lancio di monete all’uscita dell’hotel Raphael, dopo che la Camera aveva respinto quattro delle sei richieste di autorizzazione a procedere nei suoi confronti.

A ventiquattro anni di distanza, sopite le emozioni del tempo, è doveroso provare a comprendere perché Craxi venne aggredito in tal modo.

La violenza ai danni del leader del Psi è spiegabile seguendo due linee interpretative interrelate: le logiche del finanziamento ai partiti e la demonizzazione sistematica di Craxi, con il conseguente trionfo del moralismo-giustizialista postcomunista.

Il finanziamento illecito ai partiti è il centro della questione, ed è anche il motivo per cui Craxi verrà processato, ma soprattutto demonizzato dal circuito mediatico-giudiziario a trazione pidiessina. È ormai noto che tutti i partiti della Prima Repubblica si finanziassero, almeno in parte, in modo illegale. Le ragioni di questa realtà sono molto complesse e riguardano, da un lato gli scenari e le conseguenze della guerra fredda e dall’altro i crescenti costi della politica.

La presenza del Partito comunista più forte d’Europa fiancheggiato anche finanziariamente dall’Urss fu un elemento particolarmente gravoso per la democrazia italiana. Il contrasto al Pci e alla sua macchina burocratico-propagandistica, in altre parole, costava moltissimo ai partiti democratici.

Inoltre, a partire dagli anni Ottanta, con la modernizzazione delle campagne elettorali e con la diffusione di massa del mezzo televisivo – e quindi degli spot elettorali – i costi della politica iniziavano ad aumentare vorticosamente.

In effetti, l’aumento dei costi della politica si era reso evidente ben prima dello scoppio dell’inchiesta di Mani Pulite. Infatti nell’autunno del 1989 era stata approvata da tutto l’arco costituzionale un’amnistia riguardante la violazione della legge sul finanziamento ai partiti.
Il provvedimento è emblematico ed evidenzia anzitempo l’attendibilità delle denunce fatte da Craxi ad indagini iniziate. Ma soprattutto implica che i processi di Mani Pulite riguardino solo il triennio 1989-1992. La presunta opera di moralizzazione della vita pubblica, dunque, è solo parziale e non tiene conto di tutti fatti ante 1989.

Anche la demonizzazione di Craxi, iniziata ben prima del triennio 1992-1994, per varie ragioni tra cui il suo viscerale anticomunismo e la sua forte personalità, ebbe il suo punto apicale proprio con le indagini di Mani Pulite. Ed ebbe una notevole accelerazione con il discorso del 3 luglio 1992 in cui Craxi rivelò al Paese la natura del finanziamento illecito a tutti partiti, incluso il Pci che si finanziava tramite i contributi sovietici. Le sue affermazioni – riprese anche nel discorso difensivo prima della votazione per l’autorizzazione a procedere 29 aprile 1993 – di una verità sconcertante per il tempo gli costarono care. Rivelando ciò che tutti i principali leader sapevano, il segretario del Psi venne identificato come il campione della partitocrazia. A questo concorse massicciamente il Pds, che tramite il gruppo l’Espresso e tramite alcune emittenti televisive, cercò di identificare Craxi come l’incarnazione del malcostume politico e della corruzione, portando a compimento la demonizzazione iniziata alla fine degli anni Settanta

E così, a causa delle denunce sul finanziamento illegale ai partiti manipolate ad arte dal circuito mediatico-giudiziario guidato dai post comunisti e da una magistratura particolarmente attiva e connivente, Craxi divenne il capro espiatorio della drammatica crisi in cui era precipitata l’Italia nei primi anni Novanta. Il leader del Psi, insomma, venne identificato come il Cinghialone ovvero il principale ostacolo da abbattere per il rinnovamento morale (miseramente fallito..) dell’Italia.

Il Pds riuscì ad eliminare giudiziariamente – e non politicamente, si badi – il proprio nemico di sempre, colui che aveva relegato l’ex Pci all’opposizione dal 1979.

Tramite questo apparente successo la diversità comunista del tardo Berlinguer divenne il nuovo faro ideologico del Pds, che da pochi anni aveva abbandonato, sconfitto dalla Storia, il dogma marxista-leninista.

Le monetine lanciate a Craxi, dunque, si trasformarono da deprecabile gesto squadristico, in compiuta affermazione del paradigma giustizialista che ormai guidava gran parte del Paese.

Martino Loiacono

Craxi, il Midas e la svolta dell’Italia riformista

6 Luglio 1976: la svolta del Midas, il riformismo socialista e la modernizzazione dell’Italia

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Le elezioni del 20 giugno 1976 – insieme a quelle del 18 aprile 1948 – sono state definite le elezioni più bipolari della storia dell’Italia repubblicana. Queste elezioni, infatti, segnano per i due partiti Chiesaun grande trionfo: la Dc ottiene il 38,7% dei consensi e il Pci il 34,4. Il Psi, invece, racimola un misero 9,6%, giungendo al suo minimo storico soprattutto dopo che De Martino aveva interrotto anticipatamente la legislatura.

Alla luce di questa grave sconfitta il Psi fu costretto a cambiare rotta: gli equilibri più avanzati e il legame con il Pci non erano più praticabili, i compagni frontisti erano troppo superiori e seguirli sul loro terreno avrebbe comportato la fine del Psi che paradossalmente si sarebbe sciolto nel partito nato da una sua scissione interna.

In questo contesto storico si colloca l’irresistibile ascesa di Bettino Craxi. Questi fu designato come segretario per succedere a De Martino, poiché, a causa della sua giovane età, i capicorrente ritenevano fosse più facilmente manovrabile. La personalità del giovane autonomista milanese avrebbe ridimensionato decisamente i loro piani.

La svolta impressa da Craxi al Partito socialista avrebbe cambiano i destini della storia d’Italia e della stessa tradizione socialista. La prima fase della segreteria craxiana è segnata da un forte impegno culturale, volto ad elaborare una piattorforma politica innovativa in grado di superare le contraddizioni del marxismo-leninismo di cui era imbevuto il Pci. Questo radicale mutamento si origina dalle colonne di Mondoperaio dove intellettuali del calibro di Norberto Bobbio, Luciano Pellicani e Giuliano Amato incalzano teoricamente il Pci, facendo emergere i contrasti tra marxismo e libertà. Il portato teorico dal dibattito innescato dagli intellettuali socialisti è talmente notevole da costringere il Pci sulla difensiva, obbligando i suoi intellettuali organici a ribattere colpo su colpo al nuovo dinamismo socialista.

Se sul piano intellettuale Mondoperaio insidia l’egemonia comunista, sul piano politico Craxi non è da meno. Anzi, sfruttando il prezioso lavoro dei chierici di Mondoperaio, il neosegretario del Psi lavora ad una piena emancipazione dal partito di Berlinguer, sia per il suo viscerale anticomunismo sia per la sua abilità tattica. Proprio per questo Craxi sarà pesantemente demonizzato dai comunisti negli anni Ottanta e linciato dal circuito mediatico-giudiziario alimentato dai post comunisti durante il biennio 1992-1994.

La convergenza tra il fiuto politico craxiano e il monumentale lavoro intellettuale dei “chierici” di Mondoperaio porta il Psi al superamento del marxismo-leninismo e all’approdo al riformismo. La cultura e la politica riformistica a cui approda il Psi sono gli elementi essenziali per capire il significato della svolta del Midas. Il Psi, grazie ai propri quarantenni, si configura come il partito della modernizzazione in grado di dialogare con i ceti emergenti e di gettare le basi per una “Grande Riforma” delle istituzioni. Una riforma che ha come pilastri la governabilità e la stabilità degli esecutivi, che mira a razionalizzare l’attività del Parlamento per rendere le decisioni più rapide ed efficaci.

I meriti del Psi craxiano sono molteplici e riguardano in primo luogo la tematizzazione delle riforme istituzionali. Il congresso di Palermo del 1981 e la conferenza programmatica di Rimini del 1982 sono forse i momenti più alti dell’elaborazione politico-culturale dei socialisti. Anche grazie a questo dinamismo Craxi riuscirà a diventare primo ministro nel 1983 e sarà il suo decisionismo a smuovere l’annosa trattativa per riformare il Concordato (1984).

Infine, è doveroso ricordare il superamento dell’anacronistica cultura marxista-leninista e la rinascita del riformismo socialista. Proprio per questa tendenza anticomunista, e soprattutto per aver isolato politicamente il Pci, Craxi subì una demonizzazione spietata. Gli attacchi al segretario del Psi si svolsero sostanzialmente in due tempi: durante gli anni di governo a causa del suo agire risoluto; durante la crisi della Prima Repubblica facendo leva sulla questione morale che trasformò la politica in sterile moralismo.

L’ingiusta damnatio memoriae è sotto gli occhi di tutti, ma si sa la Storia, presto o tardi, gli renderà ciò che gli spetta

Martino Loiacono