IN BILICO

dimaiosalvini

Sul Colle non si diradano le nebbie. L’oscurità continua ad avvolgere la nascita del nuovo governo, lasciando l’Italia ancora orfana di una guida. Il presidente Mattarella vuole vederci chiaro prima di nominare Giuseppe Conte presidente del Consiglio. Il rischio è quello di incaricare un premier senza poteri, un mero esecutore che Lega e 5 Stelle possono dirigere a proprio piacimento. La lista dei ministri già pronta e il programma preconfezionato non sono piaciuti al Capo dello Stato. Punti programmatici e guide dei dicasteri dovranno essere discussi dal premier con il presidente della Repubblica. E la procedura costituzionale dovrà essere rispettata. Non saranno ammesse altre superficialità. I tempi, quindi, rischiano di allungarsi.

A far crescere le perplessità del Quirinale arrivano i rumors sul curriculum vitae di Conte. Sembra infatti che il professore abbia gonfiato il suo background millantando studi alla New York University in realtà mai effettuati. “Una persona con questo nome non compare nei nostri archivi come studente o membro di facoltà” ha reso noto il New York Times in mattinata. Nel pomeriggio l’agenzia AdnKronos rivela di essere in possesso di uno scambio di email tra il giurista pugliese ed un collega americano che invece proverebbe la presenza di Conte nell’ateneo americano durante i mesi estivi dal 2008 al 2013. La vicenda, comunque, è ancora tutta da chiarire. Così come andrà fatta luce sul rapporto con il metodo stamina, che secondo Il Manifesto sarebbe stato caldeggiato dal professor Conte.

Il Movimento 5 Stelle, in un comunicato diffuso in tarda mattinata, difende la propria scelta di puntare sul docente, che per ora rimane il favorito alla corsa a Palazzo Chigi. Se, infatti, dopo attente verifiche, Mattarella dovesse concedere il suo nulla osta, entro giovedì l’Italia avrà un nuovo presidente del Consiglio. Diverso sarebbe il discorso qualora il Capo dello Stato dovesse palesare dei dubbi sulla scarsa rappresentatività del premier designato o sul programma di governo poco credibile. In quel caso il Presidente potrebbe convocare nuovamente Lega e 5 Stelle e comunicare loro che l’incarico deve essere affidato ad un soggetto che abbia un proprio programma da presentare in Parlamento ed una collocazione ben riconoscibile dai cittadini. Un politico, insomma. A quel punto il 5 Stelle punterebbe tutto su Di Maio e la sua voglia di diventare presidente del Consiglio. Ipotesi che non piace affatto alla Lega, che potrebbe cogliere la palla al balzo per tornare tra le braccia di Berlusconi e Meloni.

L’ennesimo problema in una situazione già complicatissima riguarda il ministero dell’Economia. Il nome di Paolo Savona per via XX Settembre non sarebbe gradito al Colle. Un ministro euroscettico, nel momento in cui i mercati tengono d’occhio l’Italia, non sarebbe ben visto né a Bruxelles né alla Bce. Salvini lo vuole a tutti i costi. L’alternativa valida potrebbe essere rappresentata da Giancarlo Giorgetti. La questione è dirimente per la Lega. I problemi da risolvere, però, sono diversi. E mentre il Governo Conte traballa, quello “di servizio” inizia a coltivare una flebile speranza.

F.G.

Il Governo Incognita

Più che un governo giallo-verde quello che sta nascendo è un governo incognita, perché le certezze che accompagneranno questo esecutivo sono davvero poche. A partire dalla maggioranza ‘risicata’ – soprattutto in Senato ­– e atipica che sosterrà il futuro primo ministro. Nelle ultime ore sono circolati insistentemente i nomi di due professori: Sapelli e Conte. Ma poco importa, poiché il presidente incaricato dovrà fare i conti con gli elementi deteriori del parlamentarismo che potrebbero far saltare il banco da un momento all’altro. Insomma, senza la benevolenza di Berlusconi e Meloni il futuro governo avrà vita molto difficile. La riabilitazione dell’ex Cavaliere, poi, rende ancor più incerto lo scacchiere parlamentare in cui, a maggior ragione, potrebbero verificarsi le tradizionali ‘imboscate’.
Inoltre, il futuro premier sarà sicuramente ostaggio di Salvini e Di Maio e, teoricamente, dovrà attuare un programma di governo calato dall’alto, su cui non dovrebbe avere voce in capitolo vista la natura contrattualistica promossa dal MoVimento 5 Stelle. Non bisogna poi dimenticare il ruolo del Colle. Mattarella, pur essendosi mosso con una certa moderazione, potrebbe pesantemente influenzare la nomina dei ministri facendosi garante di una linea marcatamente europeista. E proprio dall’Ue arrivano segnali di grande preoccupazione per la natura del nuovo governo. Ma, ad oggi, non essendo plausibili delle nuove alleanze internazionali e senza l’appoggio del Colle, sembra impossibile attuare dei provvedimenti economici in deficit violando apertamente gli accordi di Maastricht. Le tante promesse elettorali, quindi, potrebbero sciogliersi come neve al sole.
La fragilità e l’eterogeneità della maggioranza leghista-grillina, lo spettro di Silvio Berlusconi, l’imprescindibile vincolo europeo e il possibile interventismo del Presidente della Repubblica configurano uno scenario totalmente incerto. Quello che giurerà tra poche ore sarà – unica certezza di questi giorni – il governo incognita.

LA PROROGA

Mattarella quirinale consultazioni

“Ancora 24 ore”. La richiesta arriva a Sergio Mattarella in tarda mattinata. Mittenti Matteo Salvini e Luigi Di Maio. I due leader chiedono al Capo dello Stato un giorno di tempo per trovare un accordo e dar vita a un governo politico. Mattarella acconsente. Se però anche questo tentativo dovesse fallire, partirebbe subito l’Esecutivo di servizio nominato dal Quirinale. Premier e ministri sono già pronti. Aspettano solo il via libera dal Colle.
Entro domani Salvini e Di Maio dovranno comunicare l’esito del confronto iniziato stamattina alla Camera. La svolta potrebbe essere vicina, considerate le indiscrezioni giunte da più parti. Rispetto ai giorni passati, Salvini tende ad abbassare i toni. “Il voto a luglio non è la mia ambizione – afferma il segretario federale a Radio Capital – benché i sondaggi diano il mio partito in crescita. Non sto facendo pressioni su Berlusconi né su nessuno. Non sta a me forzare, non mi permetto di dare lezioni”.

L’ago della bilancia in questa vicenda è rappresentato proprio da Silvio Berlusconi, che restando sulle barricate rischia di diventare il capro espiatorio della mancata partenza della diciottesima Legislatura. Se, però, il Cavaliere lasciasse andare la Lega, il Governo Salvini-5Stelle sarebbe cosa fatta. Sino ad oggi Berlusconi non ha mollato la presa. Cedere ai grillini dopo che Di Maio non lo ha neanche riconosciuto come interlocutore sarebbe un’umiliazione troppo grande per il vecchio leader.

Da giorni, tuttavia, ad Arcore giungono le chiamate più disparate. Parlamentari appena eletti che non vogliono lasciare la poltrona, vertici delle aziende berlusconiane, l’inner circle del Cavaliere vuole andare all’opposizione, abbandonare la Lega e lasciar naufragare con calma il tandem con il M5s. Giovanni Toti, governatore azzurro della Liguria e da sempre mediatore tra Forza Italia e il Carroccio, assicura a Radio1 che ad un esecutivo Salvini-Di Maio “non parteciperà Forza Italia con un appoggio esterno. Il che non vuol dire che, dopo sei settimane di stallo del Paese, non si possa guardare a questa esperienza di un nostro socio strutturale da vent’anni, con una benevolenza critica”. Una mezza apertura che lascia più di uno spiraglio. In ogni caso la decisione finale sarà esclusivamente di Berlusconi.

A favore della trattativa tra Lega e 5Stelle si sbilanciano anche due pezzi da novanta come Renato Brunetta e Paolo Romani, colonnelli berlusconiani della prima ora. “Forse vale la pena sperimentare un governo giallo-verde. Vediamo cosa può offrire…”, si lascia scappare Romani. E Brunetta rassicura Salvini: anche in caso di appoggio a Di Maio, Forza Italia confermerebbe l’alleanza così da tutelare i governi delle grandi regioni del Nord. “Se vogliono fare il governo, lo facciano. L’alleanza resta perché per noi è un grande valore, ma nessuno ci può chiedere di più”, le parole dell’ex ministro.

Strada spianata, quindi. Sul nome che andrebbe a guidare l’Esecutivo Lega-5Stelle torna a circolare il nome di Giancarlo Giorgetti, plenipotenziario di Salvini. Anche se non è da escludere la possibilità che per il mandato da premier venga proposta a Mattarella una figura terza, che non abbia connotati così riconoscibili delle due forze vincitrici delle elezioni del 4 marzo. Quel che è certo riguarda l’accelerazione imposta oggi da Salvini e Di Maio che presto potrebbe consegnare nella mani di Mattarella l’accordo tanto sospirato. “Prepariamoci a un governo delle destre” dice sicuro Graziano Delrio, capogruppo Pd a Montecitorio, annunciando “un’opposizione ferma e intelligente” da parte dei dem ad un Esecutivo che “rappresenta un pericolo per l’Italia”.

F.G

VERSO LE URNE

sergio_mattarella_9_csm_lapresse_2017_thumb660x453L’Italia si prepara al voto. Dopo l’ultimo giro di consultazioni al Quirinale, si rafforza sempre di più l’ipotesi di una nuova tornata elettorale prima del previsto. Il primo mese buono potrebbe essere luglio, al più tardi una delle prime domeniche del mese di ottobre. Oppure in primavera. Dipenderà tutto dall’esito del voto di fiducia che chiederà il Governo di servizio nominato da Mattarella. Se non ci sarà un maggioranza, il Paese tornerà subito alle urne.

Certo è che il Capo dello Stato non ha voluto affidare un mandato al buio al centrodestra, senza avere la certezza di una maggioranza, così come richiesto da Salvini. A questo punto era rimasta solo l’eventualità di un incarico di personalità, affidato ad una figura terza, scelta direttamente dal Presidente della Repubblica, che avrebbe traghettato il Paese al voto. E così è andata. Presto si saprà il nome del nuovo premier.

Mattarella ha deciso, dunque, dopo che nella giornata di oggi hanno sfilato al Colle i delegati dei principali movimenti politici. Di Maio, dopo aver “chiuso definitivamente” la settimana scorsa, oggi ha tentato di riaprire il forno con la Lega. Il capo politico grillino si è detto (nuovamente) disponibile ad un accordo con Salvini per un premier di garanzia così da attuare una serie di punti programmatici in comune, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero su tutti. Salvini, però, non ha mai voluto mollare la coalizione di centrodestra e ha risposto picche. “Non voglio tirare a campare. O nelle prossime settimane qualcuno fa un passo indietro come abbiamo fatto noi, oppure si torna alle urne”, ha rilanciato il segretario federale.

Il passo indietro non lo farà sicuramente Berlusconi, che al Quirinale si è presentato insieme a Salvini e Meloni. “Rispetto a un governo del cambiamento Salvini ha scelto ancora una volta Berlusconi”, ha tuonato Di Maio, che prima ha svestito gli abiti istituzionali per tornare a indossare quelli da campagna elettorale, poi ha sfoderato l’evergreen grillino: “Quello che dobbiamo dedurre è di formare non un governo del cambiamento di centrodestra, ma un governo dei voltagabbana, della compravendita dei parlamentari, dei traditori del mandato politico nella migliore delle ipotesi”.

Quelli del Partito Democratico sono gli unici intenzionati a supportare un governo di tregua. “Qui c’è da dare certezze al Paese con un governo che blocchi l’aumento Iva e loro continuano a giocare al gatto e al topo. È davvero incredibile, il Paese non si merita tutto questo”, le parole del segretario reggente Maurizio Martina. Al Nazareno si appellano alla responsabilità, dunque. In realtà i dem sono ben consapevoli che un ritorno alle urne in estate potrebbe assestare un colpo decisivo alla sopravvivenza del Pd.

F.G.

ALLA FINESTRA

palazzo-giustinianiIl secondo giorno di consultazioni è ancora più complicato del primo. Ancora poche ore, poi Maria Elisabetta Alberti Casellati dovrà riferire al presidente della Repubblica l’esito delle consultazioni andate in scena in questi due giorni con gli schieramenti politici. Incontri interlocutori, fanno sapere i protagonisti. Che non sbloccano lo stallo e le posizioni da cui si è partiti.
A questo punto sembra improbabile che Casellati possa riuscire nell’intento di formare una maggioranza. Dopo di lei potrebbe toccare a Roberto Fico, il presidente della Camera grillino che a quel punto avrebbe un mandato ampio di trattativa. Ma se anche Fico dovesse fallire – escludendo la possibilità di elezioni immediate – Mattarella darebbe avvio ad un governo del presidente al quale sarebbe dura per i partiti dire di no.
In mattinata il centrodestra si presenta compatto al Senato. Berlusconi questa volta si fa da parte, lasciando la parola ad un Salvini ottimista, che lancia l’ultimo appello al M5s: “Nutriamo la fondata speranza che si riesca finalmente a superare la politica del no che in molti hanno portato avanti fino a oggi” afferma il leader leghista, confidando in un “accordo fra i primi e i secondi, fra il centrodestra votato dagli italiani e i 5 Stelle che sono il secondo partito”.
I grillini, però, non intendono cambiare rotta. “Non faremo mai alleanze con Berlusconi, che ha fatto fallire il Paese”, ribadisce Danilo Toninelli, capogruppo pentastellato a Palazzo Madama, che poi si rivolge al Pd, “al quale rinnoviamo la proposta di sedersi a un tavolo e scrivere un contratto di governo. Io spero che su sollecitazione anche del presidente della Repubblica facciano un passo avanti. Se il Pd vuole realizzare un programma serio noi ci siamo, noi abbiamo il reddito di cittadinanza e loro hanno il reddito di inclusione, troviamo una via di mezzo e combattiamo la povertà”.
Intanto in mattinata la segreteria nazionale del Partito Democratico ribadisce la linea di opposizione. “I 5 stelle sono molto distanti da noi. Per il Pd le intese si fanno solo sui programmi e un’alleanza con Di Maio e Toninelli è del tutto improbabile” fa sapere Andrea Marcucci, presidente dei senatori dem. Per ora, dunque, il Pd resta alla finestra. Prima di scendere in campo, al Nazareno aspettano i flop di Salvini e Di Maio.

F.G.

L’ESPLORATRICE

casellati

A Maria Elisabetta Alberti Casellati va l’incarico esplorativo mirato. La presidente del Senato avrà due giorni di tempo per verificare se esistono le condizioni per formare una maggioranza parlamentare composta da Centrodestra e Movimento 5 Stelle. Il tempo scadrà venerdì. Poi il Colle percorrerà altre strade.

In tarda mattinata arriva la decisione del presidente della Repubblica.  “Ho ringraziato per la fiducia Mattarella – afferma Casellati dopo l’incontro al Quirinale – che terrò costantemente aggiornato. Intendo svolgere l’incarico con lo stesso spirito di servizio che ha animato in queste settimane il ruolo di presidente del Senato”.

Immediate le reazioni a destra. “Noi siamo pronti a fare tutto, tranne che un governo con il Pd. Se Di Maio e Berlusconi continuano a dirsi no a vicenda se ne assumono la responsabilità. Se Di Maio vuole fare la rivoluzione con il Pd, gli faccio i migliori auguri” le parole di Matteo Salvini. Il capogruppo leghista a Palazzo Madama Centinaio non vive la vicenda con ottimismo: “Un risultato sarebbe un miracolo”.

La partita diventa sempre più complicata. Ad oggi un accordo centrodestra-M5s appare improbabile. Basti pensare che subito dopo l’ufficialità della nomina, il senatore pentastellato Vito Crimi ci tiene a ribadire: “A Casellati ripeteremo che il veto su Berlusconi rimane”. Difficile anche immaginare che la Lega possa mollare Forza Italia e Berlusconi per Di Maio. Insieme Lega e FI governano le grandi regioni del Nord che, in caso di scossoni a livello nazionale, sarebbero a rischio. Insomma, l’impasse non si sblocca.

L’unica soluzione potrebbe essere rappresentata dal Partito Democratico. Al Nazareno nessuno ha intenzione di intervenire in soccorso di chi ha ricoperto di insulti le politiche dem fino a poco tempo fa. Per questo un eventuale intervento dovrà essere necessariamente successivo ad una ammissione di colpa da parte degli altri schieramenti. “Prima dicano agli italiani che hanno fallito, che sono incapaci di formare un Governo. Poi, se Mattarella ce lo chiederà, ne parleremo” il pensiero di uno dei parlamentari più navigati del Pd.

La conferma della linea assunta dai dem arriva dal segretario reggente, Maurizio Martina, che butta la palla nell’altro campo: “Con il mandato alla presidente Casellati si pone fine alle ambiguità di questi 45 giorni. Altro che aspettare le elezioni regionali, ora è il momento della verità per chi dopo il 4 marzo ha pensato solo a tatticismi e personalismi”.

F.G.

Tim, l’entrata del Governo che piace a M5S e Cdx

genish amosMentre non si trovano accordi per il nuovo Governo gli schieramenti politici sono tutti favorevoli all’entrata della Cassa Depositi e Prestiti nel Capitale Tim. Cdp, il braccio finanziario del Tesoro, apre il dossier Tim e oggi lo porterà al tavolo del suo cda, un’entrata in campo per tutelare gli interessi di sistema. Oggi il cda straordinario di Via Goito dovrebbe approvare l’ingresso nel capitale di Tim con una quota tra il 2 e il 5%: ai valori attuali, l’impegno massimo sarebbe di 550 milioni. Al momento non si sa se Cdp disponga di strumenti finanziari finalizzati, oppure se intenda procedere con acquisti diretti sul mercato. Si apre così un altro fronte per Vivendi, il socio di controllo francese, già minacciato dal fondo attivista americano Elliott. Nella sortita di Cdp il presidente del consiglio uscente Paolo Gentiloni, e con lui i ministri Pier Carlo Padoan e Carlo Calenda (in rappresentanza del Ministero dell’Economia e delle Finanze azionista con l’82,77%), risultano allineati a Giuseppe Guzzetti presidente di Acri (le fondazioni bancarie detengono il 15,93% di Cdp).
L’annuncio di Cdp ha avuto subito il riflesso positivo in borsa registrando un +3,72% per il titolo, ma ciò che colpisce è quanto l’iniziativa da secolo scorso di ‘Stato imprenditore’ piaccia sia ai pentastellati che ai leghisti, senza dimenticare i forzisti di Berlusconi, quest’ultimo già in rotta con Vivendi per l’Affaire Mediaset. L’alleato di Berlusconi, Matteo Salvini, sostiene la linea forzista in quanto da tempo si batte per la funzione pubblica da rete di Tim, oltre ai cavi sottomarini della controllata Telecom Sparkle, e dunque lo scenario di una società unitaria della rete con un ruolo per la Cdp (modello Terna). Sullo stesso piano anche il M5S nel cui manifesto elettorale era stato già sottolineato l’impegno “affinché l’infrastruttura di rete e la relativa gestione siano a maggioranza pubblica”.
Tuttavia proprio su Vivendi ci sono i primi contraccolpi, l’ad di Tim, Amos Genish, si è schierato contro l’hedge fund Elliott, dichiarando in un’intervista sul quotidiano francese Les Echoes: “Se Vivendi è entrata in Telecom Italia, lo ha fatto con una visione di lungo termine in quanto partner industriale. Tutto il contrario di un hedge fund come Elliott dalla politica di breve termine”.
Lo scenario si complica proprio per il fondo attivista Elliott, che fino a ieri era sicuro di riuscire a spodestare Vivendi dal controllo di Tim all’assemblea del 24 aprile. Ma non si possono saltare le tappe e i soci sanno che devono comunque segnare in agenda l’impegno del 4 maggio, data per la quale resta confermata la convocazione di un’assemblea ad hoc per il rinnovo del cda. Tim ricorda pertanto ai soci interessati il termine del 9 aprile per la presentazione delle liste di candidati per la nomina del Cda e, secondo quanto trapela, Assogestioni avrebbe rifiutato l’offerta di Elliott per la presentazione di una lista unitaria, in primis essendo impossibilitata per statuto a presentare una lista di maggioranza.

Gli errori rinnovabili di vincitori e vinti

La miopia della politica italiana è alla base della sua incapacità di fuoriuscire dalla instabilità che rende precaria la sua affabilità interna ed internazionale. Proverò per accenni a richiamarli nell’ottica prioritaria di ciò che giova al Paese e per l’eterogenesi dei fini si ritorce su chi li ha compiuti. Col senno di poi basti pensare che i vincitori relativi delle ultime politiche sono alle prese con la quadratura del cerchio del come arrivare a formare una maggioranza di governo. Lo stesso problema che hanno avuto e risolto in Germania solo facendo appello alle proprie radici ed agli interessi prevalenti del loro Paese e dell’Europa. Nulla di simile in Italia dove solo la lungimiranza di Renzi si era adoperata con il ricorso al ballottaggio pur di avere la certezza di un vincitore-responsabile (tutto l’opposto dell’inciucio) delle sorti del Paese ma anche di poterlo governare con la fine del bicameralismo perfetto.

Un vestito che dopo le Europee sembrava su misura di Renzi e perciò tutti sparati contro con il no al referendum. Era un’occasione storica per il Paese ed in primo luogo per Berlusconi che ora con tutto il centrodestra, seppure ridimensionato,sarebbe l’indubbio timoniere della coalizione, oltre al prestigio riconosciuto di finire la sua carriera come padre costituente della terza Repubblica. Se volesse sottrarsi ad un puro galleggiamento dall’occasione perduta dovrà ripartire e dal suo interlocutore principale, PD ed alleati, che hanno tutt’ora le chiavi in mano del futuro. Un Berlusconi, che procede svendendo pezzi del suo potere locale, rischia di lasciare tutta l’eredità ad un Salvini a cui ha regalato su di un piatto d’oro, nella contesa interna, la sua immagine decadente sul piano personale e politico. L’occasione di invertire la rotta d’ossa è a portata di mano, le prossime europee e le amministrative, a patto che, come presidente onorario del partito, si decida a passare ad una monarchia costituzionale, facendo scegliere alla base il successore, prima di essere esule in patria.

Di Salvini i pochi pregi, come la dimensione nazionale del movimento ed un attivismo senza risparmio, sono surclassati dall’essere prigioniero di una retorica populista accecante tanto da non vedere il tentativo della Le Pen di ritornare in gioco avvicinandosi ad una destra moderata e di non capire che le sue coordinate internazionali senza le continue verifiche per i mutamenti in corso, porterebbero allo sbando il Paese, dalla politica protezionista di Trump all’assolutismo senza remore di Putin, di cui rischierebbe al governo di apparire, e con lui il Paese, un servo sciocco. Tutti nodi destinati a venire al pettine già a partire dalle elezioni americane di medio termine. A Di Maio la storia del Sud non ha insegnato niente, né Giannini col suo uomo qualunque,né Lauro, né la prima ondata berlusconiana dei 61 parlamentari su 61 in Sicilia, tantomeno l’insegnamento di Sturzo che il sud o diventa problema europeo, oggi più che mai, o resterà irrisolto sempre più dissanguato delle sue migliori energie.

Quale momento migliore dopo la scossa di un Macron per un’Europa competitiva con potenze mondiali sempre più aggressive dove un’Italia, se restasse sola, diventerebbe un’appendice di una grande potenza e non la proiezione-missione dell’Europa per il riscatto dell’Africa contro il perseverare degli odi tribali ed il neocolonialismo cinese? Chi queste cose le avverte, perché ce l’ha nella sua cultura sedimentata in secoli di lotta per l’affrancamento dei popoli e delle singole comunità, non può non cogliere la grande occasione delle europee e delle amministrative e partire sin d’ora con una grande alleanza che prefiguri l’apporto determinante dell’Italia ad un’Europa solidale a base di quella federale sognata dai nostri padri. Il lutto non si addice a chi nel suo DNA ha i germi del futuro.

Roca

Verso le consultazioni. Scintille tra Salvini e Di Maio

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A una settimana dall’avvio delle consultazioni e dopo pochi giorni dall’accordo sulle presidenze delle Camere il barometro politico tra Salvini e Di Maio torna a segnare brutto tempo.

“Io al Colle vado da solo. Così ha scelto il centrodestra, per la prima volta va bene così…poi vediamo…”. Ha detto Matteo Salvini, parlando al Senato, confermando che il centrodestra andrà alle consultazioni con delegazioni distinte. “Ma da solo – ha detto ancora – Di Maio dove va…Voglio vederlo trovare 90 voti in giro, che dalla sera alla mattina si convincono. E poi 50 voti sono molti meno di 90”.  Dichiarazioni a cui risponde il capogruppo Pd Graziano Delrio: “I voti del Pd non sono a disposizione. Decidiamo noi”.

Entrambi si candidato a Palazzo Chigi, ma la questione dirimente è con quale maggioranza. Un posizionamento tattico ovviamente. Alzare i toni ora per vedere la reazione dell’alto e per alzare la posta in gioco. Ecco perché per qualche giorno ancora assisteremo a un posizionamento delle truppe. Inoltre i due devono fare i conti con la realtà. Dalle elezioni non sono usciti vincitori. Nessuno infatti ha una maggioranza in tasca. Certo Pd e Fi sono usciti ammaccati dalle urne, ma né il centrodestra né il M5s hanno il 50% più uno dei voti. È quindi necessario trovare un accordo e una convergenza. Da qui la necessità di presentarsi al tavolo mostrando i muscoli.

La prossima settimana Luigi Di Maio e Matteo Salvini si incontreranno per la prima volta in campo neutro. Ma la tensione aumenta perché il leader dei 5 Stelle sta puntando i piedi sulla presidenza del Consiglio. Vorrebbe essere lui a ricevere l’incarico pieno da premier dal capo dello Stato perché, sostiene, rappresenta il primo partito con il 32% mentre il capo leghista “solo il 17%”, non certo tutto il centrodestra, ovvero il 37%.

In più Di Maio non vuole saperne di Forza Italia. “Siamo aperti a tutti ma non riabiliteremo certo Berlusconi” dicono i pentastellati. Salvini ovviamente parte delle considerazioni opposte: “Parto dal centrodestra con loro abbiamo preso i voti. Non è il momento per preclusioni. Se si dice ‘fuori Forza Italia’ non se ne fa niente e arrivederci”. Lo stesso discorso per Salvini vale per l’approccio alla presidenza del consigli: “Se si dice ‘o io (Di Maio ndr) premier o niente’ non è il modo giusto per partire. Altrimenti che discussione è? Io invece – ha ricordato a Porta a Porta – ho già fatto passi indietro per far partire il lavoro delle Camere, ma non è che possiamo fare passi indietro su passi indietro e gli altri nulla».

Di Maio invece insiste, afferma che gli italiani si sono espressi indicando il premier, “espressione della volontà popolare”, dimenticando che né la legge elettorale né la Costituzione prevedono la figura del candidato presidente del Consiglio. Una giravolta un po’ contraddittoria per chi, per anni, ha fatto da paladino del sistema parlamentare che porta all’elezione del premier solo con la doppia fiducia di Camera e Senato.

Entrambi minacciano la possibilità di un nuovo voto in caso di fallimento delle trattative sul governo. Premesso che indire elezioni e sciogliere le Camere spetta al presidente della Repubblica, Lega e 5 Stelle non avrebbero nulla da perdere in questa ipotesi. A temere sono le forze ammaccate dal turno elettorale, sono quelle vedono questa ipotesi, al momento abbastanza remota, come fumo negli occhi.

Insomma è obbligatorio trovare una convergenza per dar vita a una maggioranza che sostenga un governo. Leggendo i programmi, le affinità più forti si sono trovate più tra Lega e M5s che tra M5s e Pd. La settimana scorsa è quindi partito il dialogo tra i due leader nuovi, che hanno subito trovato un feeling naturale: giovani, pragmatici, dai modi spicci. Ma al momento nessuno può cedere. Che altro non è che mettere in modo chiaro sul tavolo richieste e paletti. Ed ecco perché al Quirinale Sergio Mattarella ha lasciato tempo per chiarirsi le idee e si prepara a fare più di un giro di consultazioni. Da politico saggio e paziente sa che quasi sicuramente non basterà un solo giro di consultazioni, perché il primo servirà ai partiti per dichiarare le posizioni di partenza. Solo dal secondo giro, auspicabilmente, si comincerà a fare sul serio, avviando una mediazione, piallando gli angoli e limando le asperità. Nei palazzi della politica molti attendono di vedere se spunterà un terzo uomo che potrebbe mettere d’accordo tutti e ricoprire il ruolo di premier.

Uòlter disegna la strada del dopo Renzi

Veltroni non si ricandidaWalter Veltroni, Uòlter, doveva aver fiutato il disastro. Venti giorni prima del voto del 4 marzo era andato ad una iniziativa della campagna elettorale del Pd a Milano. Spiegava: «Do una mano nei momenti difficili». Smentiva di voler tornare alla guida del partito: «In politica non si torna, si sta». Prima era stato “rottamato” da Matteo Renzi, poi era tornato in pista criticando sia la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza sia l’allora segretario, in difficoltà per la sconfitta al referendum costituzionale.

Adesso Uòlter, come è stato ribattezzato dai comici satirici Ficarra e Picone per il suo buonismo non privo di stilettate spregiudicate, ha segnato di nuovo la sua presenza in una lunga intervista al ‘Corriere della Sera’. Il primo segretario del Pd, ex segretario dei Ds, ex ministro della Cultura e già sindaco di Roma ha indicato ai democratici la strada del dopo Renzi. I toni sono cortesi, ma le parole sono dure. Punto uno: la sinistra ha perso «il rapporto con il popolo. Senza il popolo non può esistere la sinistra». Punto due: «È abbastanza incredibile la rapidità con cui si è passati sopra la più grande sconfitta della sinistra nella storia del dopoguerra». Punto tre: «All’opposizione sì. Ma deve esserci un governo».

Mentre la XVIII legislatura è cominciata faticosamente sotto il protagonismo di Di Maio, Salvini e Berlusconi, il Pd è sbandato per la sconfitta. I voti del centro-sinistra e della sinistra sono volati via verso i partiti della protesta populista; il M5S e la Lega, o verso l’astensione. Veltroni ha analizzato il perché: il Pd non ha saputo dare una risposta al mondo «dominato dalla precarietà e dalla paura». Con una delle sue riflessioni tra il politologico e il poetico ha puntato il dito contro «l’errore drammatico di togliere alla nostra comunità le emozioni e la memoria», cioè «l’idea di partecipare a qualcosa di grande» e «il desiderio del futuro». In sintesi: è mancato un progetto politico credibile per affrontare la crisi economica e le forti disuguaglianze sociali.

Il problema immediato è il nuovo governo e come rispondere alle richieste di dialogo lanciate dai cinquestelle. Veltroni ha invitato a fare attenzione alle mosse di Sergio Mattarella: il Pd “per ora” fa bene a collocarsi all’opposizione, ma se «sotto la regia del capo dello Stato, emergesse un’ipotesi a certe condizioni programmatiche… il Pd farebbe bene a discuterne».

Ha indicato la strada per arrestare la caduta: «Il Pd ha bisogno di apparire ciò che è: una forza della sinistra con ambizioni maggioritarie». Un bel problema: significa ritessere un rapporto di fiducia e di partecipazione con i militanti e gli elettori delusi e sfiduciati. Uòlter ha criticato Matteo Renzi con una lunga perifrasi felpata ma urticante: «A Renzi non riserverò nessuna delle parole che furono riservate alle persone che in altri momenti avevano avuto responsabilità di guida a sinistra». Ha rimproverato all’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio «di aver perso tutte le elezioni dal 2014», cioè dopo il 40,8% incassato alle europee. Maurizio Martina, reggente dei democratici dopo la disfatta elettorale, neppure è menzionato.

Nessun riferimento nemmeno ai suoi errori di fondatore e primo segretario del Pd: il partito kennedyano in un’Italia senza Kennedy; la sconfitta elettorale patita per mano di Berlusconi nel 2008; il 33% di voti ottenuto teorizzando e praticando il partito autosufficiente senza alleati (ad eccezione di Antonio Di Pietro) che cancellò dal Parlamento sia la sinistra critica sia quella riformista; le dimissioni all’inizio del 2009 dopo aver perso anche nelle elezioni regionali in Sardegna, Sicilia, Abruzzo e Friuli Venezia Giulia.

Adesso, ancora una volta, ha escluso una sua ricandidatura alla segreteria del Pd: «La mia passione politica si può esercitare senza potere». Per sé ha ritagliato la figura del segretario supplente. Ora tra le rovine del Pd si aggira un ex segretario (Renzi), un reggente (Martina) e un supplente (Veltroni): la ricerca di una nuova leadership appare lunga e difficile. Tra tante incertezze una sola cosa appare sicura: smentendo i molti annunci, anche questa volta Veltroni non andrà in Africa per aiutare le popolazioni povere di quel continente.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)