Nencini: una coalizone coesa per vincere

Riforma-legge-elettorale“Dico due cose. Cose che i giornalisti italiani omettono di dire continuamente. Ma la fotografia in circa la metà dei comuni italiani è che i sindaci del centro-snistra vanno al ballottaggio su un asse formato da Pd, Psi liste civiche. Campo progressista non esiste, non ha liste proprie, Mdp era in una quindicina di comuni, Scelta civica non c’è e Sinistra italiana c’è raramente e non sempre in alleanza con il centro-sinistra. Questo è il quadro vero. Nei comuni dove noi ci siamo presentati con liste nostre o con liste di area socialista, prendiamo una percentuale del 4,4%”.

Lo afferma Riccardo Nencini, segretario del Partito socialista italiano parlando delle elezioni amministrative e in vista dei ballottaggi di domenica prossima.

Quindi si può dire che nel centro-sinistra dopo il Pd c’è il Psi…
È esattamente così. E direi che aver presentato liste nostre o di area socialista in una cinquantina di comuni, è un buon test.

Un test che dovrà essere utilizzato per le politiche…
È un mio auspicio. Da qui questa nostra pressione continua sul Partito democratico perché ci sia una coalizione coesa. Renzi ha ragione a dire che non deve esserci una nuova Unione. Una nuova Unione con 11 partiti che sono la rappresentazione delle divisioni, non ha senso. Ma una coalizione coesa, Pd, Psi, Radicali, liste civiche democratiche, mondo cattolico democratico, è indispensabile per essere competitivi. Ecco perché serve una legge elettorale maggioritaria. Quindi una sorta di facsimile del Mattarellum.

Ma sappiamo come è andato a finire il tentativo di modificare la legge elettorale. Come procedere?
Vedo due strade. O l’armonizzazione delle due leggi, Camera e Senato, che è il minimo indispensabile giustamente imposto dal presidente della Repubblica, oppure l’approvazione di una legge che abbia una prospettiva lunga. E questa la dà una legge elettorale simile a quella che era stata discussa: il cosiddetto rosatellum, in larga parte maggioritario. Io sono convinto che oggi quella legge avrebbe larga maggioranza anche al Senato.

Mentre Berlusconi rilancia sul sistema tedesco….
Vedo più una di queste due ipotesi. Io spingo perché sia la seconda perché mette gli italiani nelle condizioni di fare scelte definite.

I Cinque stelle sono stati annoverati come i grandi sconfitti di queste elezioni. Un giudizio forse affrettato. Non credi?
È un giudizio affrettato che è stato dato già negli anni passati. Anche in passato alle amministrative i grillini ebbero un pessimo risultato. Ma le amministrative sono diverse delle politiche. Ma se non affrontiamo in modo diverso il tema del lavoro e di un’altra Europa, non siamo in grado di rintuzzare questa onda populista che monta. Quella dei grillini è una Caporetto ma il centrosinistra non ha ancora vinto a Vittorio Veneto.

Accennavi al populismo e una politica per arginarlo. Non è una cosa facile…
Il populismo lo fermi non con un populismo di segno diverso, ma solo affrontando i problemi. E i primi problemi che si presentono sono il lavoro, il lavoro e ancora il lavoro. Il superamento di una fragilità economica in cui sono precipitati i ceti medi e le famiglie più indigenti. Ecco perché parlo di un’altra Europa. Non solo perché debba essere rivisitato il trattato di Dublino sui migranti. Ma perché da lì devono venire le prime risposte che riguardano gli investimenti. Quindi bisogna abbandonare la politica del rigore per lavorare di più sulla politica degli investimenti, dando ad esempio maggiore libertà al patto di stabilità, oppure lavorando sugli Eurobond e su una politica fiscale unitaria. Queste sono le scelte che un’altra Europa deve fare. Ma la condizione che un’altra Europa ci sia, è che accanto a Macron ci sia un’Italia che non venga consegnata a Grillo e a Salvini. In questo caso sarebbe finita l’Europa.

Le primarie delle idee si sono appena concluse. Un tuo giudizio…
Per la prima volta si è parlato di programmi anziché di persone. Mentre spesso si fa il contrario. Ed è un doppio errore. Prima ragione. Siamo di fronte a un mondo che sta cambiando canone. Alla fine dell’800 siamo passati dall’agricoltura all’industria. Ora, tra l’altro in modo molto più veloce, dalla società industriale a quella tecnologica. La globalizzazione obbliga a strumenti di lettura diversi. Ecco perché i programmi sono fondamentali. Poi certo che serve un leader e una coalizione. Ma la domanda è per fare cosa. Quindi serve una sorta di patto con l’Italia e un programma per l’italia.

Daniele Unfer

Ermini: “Gentiloni fino al 2018? Sì, ma…”

Il discorso sulla legge elettorale è chiuso. Parola di David Ermini, deputato renziano del Pd, che nell’intervista all’Avanti! afferma che il governo Gentiloni “andrà certamente alla fine della legislatura” e si voterà nel 2018 “con la legge uscita dalla Consulta”. Ieri nel suo intervento sulle mozioni Consip il senatore di Mdp Gotor si è scagliato contro Lotti e, indirettamente, contro Renzi. Difficile pensare a futuri accordi, dunque. Ad oggi “mi pare che si chiamino fuori – spiega Ermini -. Se fanno i duri e puri, pensando di poter fare testimonianza, lo facciano pure. Io credo che l’Italia abbia bisogno di un centrosinistra forte e non di semplici slogan”. In realtà il Pd pensa ad un altro alleato: “Penso che l’iniziativa di Pisapia sia assolutamente lodevole, auspicabile e con l’idea di poter avere un’alleanza con noi”.

Onorevole Ermini, dopo il fallimento della legge elettorale quali possono essere le vie da percorrere? Il Pd con chi potrebbe trovare un accordo?
“Allo stato attuale trovo molto difficile che si possa modificare la legge elettorale. In questo momento, dunque, non ci possono essere accordi. Le proposte dovranno farle gli altri. A questo punto per noi è definitivo andare a votare con la legge uscita dalla Consulta”.

Il Governo Gentiloni arriverà alla fine della legislatura o deve temere il fuoco amico?
“Per quanto riguarda il Pd andrà certamente alla fine della legislatura. Giusto, però, parlare di fuoco amico perché ci sono forze che dicono di stare in maggioranza e poi non votano i provvedimenti del Governo. Per cui il problema sarà per loro, non certo per il Partito Democratico”.

Renzi ha aperto ad una alleanza con Pisapia che, però, pone condizioni. È così difficile rifondare il centrosinistra? Alcuni esponenti del suo partito, ma anche della sinistra in generale, ritengono che sia utile la compattezza della sinistra…
“È certamente utile. Ma la domanda non andrebbe posta al Pd, bensì a quell’arcipelago che c’è alla nostra sinistra che trova molte difficoltà a stare insieme. Penso che l’iniziativa di Pisapia sia assolutamente lodevole, auspicabile e con l’idea di poter avere un’alleanza con noi. Sto vedendo e leggendo in questi giorni che i problemi si trovano all’interno di alcuni movimenti che compongono l’arcipelago della sinistra. È un difetto storico della sinistra, ma vedo che purtroppo si sta proponendo anche in questo periodo”.

Come intendete procedere con Articolo 1 – Mdp?
“Loro dovranno decidere se vogliono far parte di questa coalizione o meno. Ad oggi dalle parole espresse, soprattutto da quelle pronunciate ieri dal senatore Gotor, mi pare che si chiamino fuori. Se fanno i duri e puri, pensando di poter fare testimonianza, lo facciano pure. Io credo che l’Italia abbia bisogno di un centrosinistra forte e non di semplici slogan”.

Si parla di un accordo Berlusconi-Renzi. Si sente di escluderlo? Quali sono i loro reali rapporti?
“L’accordo era istituzionale sulla proposta di riforma elettorale, che era stato sancito con Forza Italia, con la Lega ed il Movimento 5 Stelle. Nessun altro tipo di accordo con Forza Italia, che nella nuova campagna elettorale avrà il suo programma e noi avremo il nostro. Vedo invece nel movimento di Pisapia, ed eventualmente in una formazione di centro che potrebbe nascere, la possibilità di ricreare un centrosinistra dove il Pd sia la forza trainante, maggiormente rappresentativa e che possa guidare questo paese nel percorso di uscita dalla crisi. Percorso che abbiamo già cominciato”.

Lo Ius Soli ha creato bagarre in Parlamento. Cosa farà il Pd?
“Lo Ius Soli è un diritto per i bambini che potranno chiedere di anticipare quello che poi già la legge concede, cioè la richiesta di cittadinanza. È ingiusto vedere esclusi dalla nostra società i bambini che parlano italiano, che vivono italiano, che tifano squadre italiane, che hanno affetti ed amicizie con gli altri bimbi italiani. Molti cercano di confondere lo Ius Soli con l’immigrazione, ma sono due cose completamente diverse. Noi che siamo cresciuti nella generazione di Bob Kennedy e di Martin Luther King crediamo che questo sia un disegno, una speranza di un futuro migliore per tutto il nostro mondo”.

Il centrosinistra in quali aree e in quali settori dell’Italia deve recuperare?
“Soprattutto nelle parti più disagiate del Paese. La sinistra deve ancora recuperare nei confronti delle professioni, dei lavoratori autonomi e degli artigiani, anche se in questo periodo c’è stata molta attenzione in tal senso. Penso, però, che il Pd abbia anche un altro compito, cioè quello di creare una nuova classe dirigente che guardi al futuro. Ecco perché c’è bisogno di dare molto spazio ai giovani, di dare loro speranza, ma allo stesso tempo concretezza, perché i giovani possano diventare sin da ora coloro che ci guideranno nei prossimi anni”.

Ida Peritore

Macron oltre il ‘900?

Era scontata la vittoria di Macron alle legislative transalpine, sull’onda dell’affermazione alle presidenziali. C’è da giurare che adesso i “Macron cresceranno” nella politica italiana, Renzi e Berlusconi in testa, che magari già pensano a nuovi inciuci. Il neoeletto presidente francese infatti, incarna il modello del politico post-moderno: mediatico e privo di riferimenti ideologici, al netto dei gossip sull’età della “premiére dame” e sui suoi presunti orientamenti sessuali.

Le elezioni francesi sembrano avere ulteriormente riscontrato il paradigma delle “due destre”, descritto tra gli altri dal sociologo Marco Revelli con grande efficacia e fondato su di una dialettica tra una destra cosiddetta “sovranista”, un tempo definita come nazionalista e plebiscitaria, e una destra liberista e globalista. Un paradigma che nelle recente elezioni americane, con la vittoria di Trump sulla Clinton ha avuto rappresentazione, anche se con esito diverso da quello francese.

Macron però, rappresenta una variante delle “Due destre”. E così in Francia la competizione per le presidenziali è avvenuta tra una destra sostenitrice della sovranità nazionale in nome di quei ceti sociali più penalizzati dal “pensiero unico” mondialista, con reminiscenze della “grandeur” transalpina e del gaullismo, e una proposta politica il cui leader è un tecnocrate “prestato alla politica”, in specie un banchiere che ha lavorato per Rothschild (una delle famiglie ritenute dai “complottisti” ai vertici del “governo occulto del mondo”), in cui gli interessi dell’establishment finanziario e capitalistico si legano al mantra dei diritti civili transnazionli, con qualche blando riferimento ai temi sociali per evitare conflitti collettivi. In questa nuova dialettica si è consumata in due tempi, presidenziali ed elezioni politiche, la sostanziale scomparsa dalla scena politica francese dei socialisti, i quali abdicando alla loro funzione storica di forza di sinistra riformista in grado di candidarsi e di governare il paese in rappresentanza dei ceti popolari, come avvenne con Mitterand, hanno perso il contatto con la realtà sociale e sono affondati, dando con Hollande un acritico sostegno a Macron, come del resto è avvenuto con il Pasok in Grecia, mentre il sostegno alle politiche di stampo mercatistico, hanno messo in crisi il Labour Party in Gran Bretagna e i socialisti in Spagna e consegnato la Spd, all’ordoliberalismo della Merkel, per tacere dell’Italia in cui il Pd di Renzi ha promosso (contro)riforme economiche e sociali di impronta liberista, dal Job Act alla cosiddetta “Buona scuola”, bocciate dai cittadini nel voto per il referendum costituzionale, che ha impedito per il momento la deriva oligarchica all’Italia.

Con Macron si profila una nuova omologante area politica senza coordinate storico-culturali legate alle ideologie del Novecento per il governo di un’Europa il cui cuore è in atto quello di banche e finanza, mentre le politiche di accoglienza dei migranti finiscono per legarsi ad una sorta di cosmopolitismo di mercato e non all’autentica solidarietà predicata da Papa Francesco: altro che la ripresa del Manifesto di Ventotene a cui nel suo “sermone” domenicale ieraticamente Eugenio Scalfari non manca di riferirsi, visto che quel modello di federalismo europeo niente altro era che un’ipotesi di socialismo democratico, anche dai tratti collettivistici.

Niente più sinistra riformista e di governo dunque?: quella che Norberto Bobbio efficacemente riassumeva così: “una politica egualitaria è caratterizzata dalla tendenza a rimuovere gli ostacoli (per riprendere l’espressione del già citato articolo 3 della nostra Costituzione)…”?

Attenzione però, alle hegeliane “dure repliche della Storia”!

Maurizio Ballistreri

Germanellum, il maccheronico sistema di Bonn

renzi alfanoNessuno è innamorato del sistema elettorale tedesco, ma probabilmente la spunterà il Germanellum per eleggere il prossimo Parlamento. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord improvvisamente, dopo tanti contrasti che sembravano insanabili, hanno raggiunto una intesa di massima sul Germanellum, nome utilizzato ricorrendo al latino maccheronico (la tradizione la inaugurò il professor Giovanni Sartori chiamando Mattarellum la legge elettorale varata nel 1993). Il Germanellum, ispirato al modello elettorale tedesco, è un progetto di legge basato su due cardini: 1) il meccanismo proporzionale di attribuzione dei seggi alla Camera e al Senato; 2) la soglia di sbarramento elettorale al 5% dei voti. I quattro maggiori partiti italiani la pensano diversamente quasi su tutto, ma hanno un interesse in comune: se si voterà con la soglia del 5% molte forze minori resterebbero fuori del Parlamento e i loro voti andrebbero alle liste elettorali più forti.
Dal 6 giugno l’assemblea dei deputati discute il Germanellum, dopo l’infuocato esame avvenuto nella commissione affari costituzionali di Montecitorio. Il nuovo progetto di legge elettorale per le politiche, salvo sorprese, sancirà l’addio al sistema elettorale maggioritario adottato dalla Seconda Repubblica nel 1994 e il ritorno al proporzionale della Prima (ma quel meccanismo era senza sbarramenti elettorali contro i partiti minori).
L’intesa a sorpresa tra i quattro maggiori partiti italiani è opera di Matteo Renzi. Il segretario del Pd ha avviato un confronto con tutti e alla fine ha spuntato il sì, per motivi diversi, di Beppe Grillo, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Il segretario democratico fino a poche settimane fa era rimasto fedele al sistema maggioritario, invece a fine maggio ha motivato il sì al Germanellum invocando lo stato di necessità: «Non sono un entusiasta di un sistema proporzionale con soglia al 5%», ma c’è l’esigenza di perseguire «un consenso più ampio possibile».
L’obiettivo è far approvare la riforma elettorale dal Parlamento in tempi rapidi, «entro la prima settimana di luglio». Non sarà facilissimo. Molti militanti e parlamentari cinquestelle contestano il sì al Germanellum. Ma Grillo non vuole sentire ragioni: «I portavoce M5S (i parlamentari n.d.r.) voteranno a favore del testo come deciso dai nostri iscritti».
C’è la rivolta dei partiti minori, ci sono anche le critiche della sinistra orlandiana e dei prodiani del Pd (in testa Enrico Letta e Valter Veltroni), fedeli al sistema maggioritario. Renzi, alle proteste dei partiti più piccoli contro la soglia del 5% che rischiano di non entrare in Parlamento, ha riposto picche: «Lo sbarramento al 5% è un elemento inamovibile del sistema tedesco».
I centristi di Angelino Alfano, i principali alleati di governo del Pd, non l’hanno presa bene, così il governo presieduto da Paolo Gentiloni sta scricchiolando pericolosamente. Però il leader di Area popolare, che alla fine del 2013 aveva lasciato Berlusconi, in conclusione ha accettato «la sfida della soglia del 5%», ha ribadito il sostegno all’esecutivo Gentiloni, ma ha dichiarato «conclusa la collaborazione con il Pd» durata ben quattro anni.
Il sistema elettorale tedesco nacque ben 68 anni fa. La Repubblica federale tedesca nel 1949 adottò il meccanismo elettorale proporzionale con lo sbarramento al 5% con una precisa logica ideologica. L’allora Germania Ovest, nata quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale (si contrapponeva alla Germania Est satellite dei sovietici), volle garantire la massima rappresentanza a tutti i partiti al Bundestag e al Bundesrat con il sistema proporzionale, ma pose la “tagliola” del 5% per impedire l’ingresso in Parlamento delle forze estremiste anti democratiche. E ci riuscì: sia i due partiti neo nazisti di allora (Bonn non aveva una legge contro la ricostituzione del partito nazista), sia i due comunisti non riuscirono a superare la soglia. Non solo. Un partito anche con meno del 5% dei voti poteva e può entrare in Parlamento (prima a Bonn e poi a Berlino) con la vittoria di almeno tre suoi candidati nei rispettivi collegi uninominali elettorali.
La Repubblica federale tedesca nel 1990, dopo il crollo del comunismo, si è allargata ad est anche alle regioni dell’ex Repubblica democratica tedesca e il vecchio sistema elettorale ha retto anche all’impatto della storica riunificazione. In Italia, invece, dalla caduta del fascismo e dalla fine della Seconda guerra mondiale si sono succedute ben quattro leggi elettorali: la prima basata sul proporzionale puro (durante la Prima Repubblica, fino al 1992) e tre imperniate sul maggioritario (nella Seconda Repubblica, dal 1994), seguendo diversi criteri (Mattarellum, Porcellum, Italicum).
La Seconda Repubblica detiene il primato di leggi elettorali diverse. Ma la cosiddetta “religione del maggioritario”, che avrebbe dovuto garantire il bipolarismo (e addirittura il bipartitismo) per assicurare la stabilità politica, ha fatto cilecca.
L’Italicum, addirittura, ha un primato nel primato: non è mai stato applicato in nessuna elezione perché dichiarato incostituzionale in alcuni punti dalla Consulta. L’affondamento è stato uno degli “effetti collaterali” del referendum sulla riforma costituzionale, perso lo scorso 4 dicembre da Matteo Renzi.
Ora è il turno del Germanellum. Qualcosa, però, potrebbe andare storto perché il modello tedesco è rivisto “in salsa italiana”. Sono scoppiate proteste e contestazioni da parte dei partiti minori alla Camera (alfaniani, bersaniani, vendoliani, meloniani). Già sono arrivate alcune “correzioni” contro possibili accuse di incostituzionalità. È stato messo riparo, ad esempio, a un bel problema: i vincitori nei collegi elettorali uninominali, scelti direttamente dal popolo sovrano, rischiavano di restare senza seggio in Parlamento perché scavalcati dai capilista dei listini nelle circoscrizioni con calcolo proporzionale.
Un’altra incognita è il cosiddetto voto disgiunto. Nella Repubblica federale tedesca sono possibili due voti diversi: il primo per un candidato X nel collegio uninominale e un altro per un listino proporzionale appartenente anche a un partito differente. Con il Germanellum invece non è ammesso il voto disgiunto: il candidato nell’uninominale deve appartenere allo stesso partito del listino della circoscrizione proporzionale. Alla Camera la battaglia politica e sui tecnicismi legislativi è appena all’inizio. Quando si concluderà poi il match passerà al Senato. L’imprevisto è sempre in agguato.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

1993, la serie. Un filo comune tiene insieme
tutti i personaggi

1993La quinta e la sesta puntata della fiction 1993, penultime di questa accattivante Serie TV, sono caratterizzate da un filo comune, che tiene insieme tutti i personaggi, quel sentimento di rinascita che spinge ognuno ad agire per ritornare a vivere, per dare un taglio a una parte oscura del proprio passato. Si comincia con l’arresto di Sergio Cusani (Stefano Dionisi), protagonista del caso relativo alla maxi tangente Enimont, per terminare con un nome ben preciso, Duilio Poggiolini, che sarà, probabilmente l’anteprima a quel che accadrà nelle puntate successive.

I PERSONAGGI:

Sergio Cusani, interpretato magistralmente da Stefano Dionisi, ragioniere e contabile della maxitangente Enimont, arrestato, rifiuta fin da subito di collaborare con la Magistratura, sostenendo di non avere alcun interesse a fare nomi di altre persone come hanno fatto molti altri personaggi eccellenti di Tangentopoli, che pur di uscire dal carcere si sono detti disponibili a collaborare. In galera, egli fa amicizia con un altro arrestato importante, Leonardo Notte, con cui condividono la passione per i buoni libri, e un’incredibile voglia di continuare a fare il proprio lavoro, questa volta, però, al servizio degli altri. Cusani infatti gestisce la contabilità dei carcerati.

Leonardo Notte, invece, inizia a condurre delle indagini di mercato tra gli arrestati, per conoscere qual’è il loro di soddisfazione della struttura carceraria. Intanto, pur di salvarsi, e di ritornare alla sua vita normale, acconsente alla richiesta di uccidere un imprenditore “ospite” della galera, evitando problemi con l’inviato di Cosa Nostra Brancato. Non potendo farlo lui, si serve di un altro carcerato di colore, al quale in cambio promette i soldi per far arrivare la figlia in Italia. Eseguito l’assassinio, come da accordi con la mafia (la colpa se la prende qualcun altro), Leo è finalmente libero, e torna al suo lavoro, quello di pubblicitario con la smania di far carriera. Resosi conto che Berlusconi non lo ritiene più il candidato ideale, allora chiede a Muratori, suo padre, di presentargli D’Alema.

Pietro Bosco, finito nella lista nera del “Senatur” Umberto Bossi, diviene un fedelissimo di Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega Nord, sperando in una ricandidatura, che Bossi non vuole offrirgli, ma che neanche Miglio può garantirgli. Bosco cerca di convincerlo allora di andare al congresso e di sfidare Bossi. Nel mezzo i problemi economici del padre, indebitatosi di 200 milioni con gli strozzini. Pietro riuscirà a salvare il padre, chiedendo il denaro alla gente a cui aveva fatto un favore quando era in commissione difesa, tradendo la Lega.

Veronica Castello, intanto, prosegue nella redazione del suo libro intervista, e riesce a ritrovare veramente la sua persona grazie all’aiuto di Davide, lo scrittore che si sta occupando di buttare giù assieme a lei l’autobiografia di quest’ultima. Cominciano a sorgere in Veronica i primi dubbi, e comincia a chiedersi se è davvero il suo mondo questo, oppure può rinascere mollando tutto e riscoprendo se stessa.

Giulia Castello, inizialmente litiga pesantemente con Scaglia, collaboratore di Di Pietro, che la ritiene in parte responsabile del suicidio di Gardini, con quell’articolo scoop in prima pagina su Giuseppe Garofano, ex presidente della Montedison ed ex amministratore delegato della Ferruzzi. Questo litigio gli fa sorgere dubbi riguardo all’etica del mestiere che svolge, dissipati subito da Indro Montanelli, al quale chiede consiglio.

Luca Pastore, dopo un trip da LSD, comincia a immaginare situazioni strane, fino a diventare protagonista dello spot Aids che impazza in tv. Nel mentre, un dualismo, da una parte la voglia di mollare tutto e andare via, e dall’altra le indagini sulla malasanità, che vede Pastore interrogare De Lorenzo. In tutto ciò, la vaghezza dei familiari del Prof. Antonio Vittoria, suicidatosi in circostanze poco chiare, e la voglia del figlio di fare giustizia, che porterà quest’ultimo a fornire a Pastore, alcuni oggetti personali del Professore, contenenti un foglio con tanti appunti, in cui compare un nome, Duilio Poggiolini.

Zeno Mainaghi, in una clinica per disintossicarsi dalla dipendenza dagli stupefacenti, nonostante tutto riesce ad assumere cocaina anche qui, fin quando ritrova come infermiera una sua conoscenza d’infanzia, che si prende cura di lui, cercando di riportarlo sulla retta via.

D’Alema tenta
di uscire dall’angolo

d'alemaMassimo D’Alema comincia a pensare alle elezioni comunali di giugno. Ma soprattutto riflette sulle prossime elezioni politiche sia nel caso siano a cadenza regolare all’inizio del 2018 sia nell’ipotesi di un voto anticipato a settembre. L’ex presidente del Consiglio e già segretario del Pds-Ds si pone in netta contrapposizione con Matteo Renzi: “Stiamo lavorando per offrire agli elettori una proposta alternativa di sinistra”.

D’Alema ha lascito il Pd a febbraio e ha fondato il Movimento dei democratici e progressisti (in sigla Mdp) assieme a Bersani, Speranza, Enrico Rossi. In una intervista al ‘Corriere della Sera’ ha difeso la scelta della scissione del Pd, definendola  “inevitabile e persino tardiva” perché  “tutta l’’ispirazione politica renziana è contraria ai valori della sinistra”.

Alza le spalle verso i sondaggi elettorali che assegnano appena il 3% dei voti al Mdp:“Meglio prendere il 3% a favore di ciò che si ritiene giusto che il 20% a favore di ciò che si ritiene sbagliato. E comunque io credo che lo spazio a sinistra del Pd sia molto più grande”.

Un ragionamento singolare per  uno dei “cavalli di razza” del Pci-Pds-Ds-Pd, poi “rottamato” dal giovane Renzi, un progetto viziato da una seria difficoltà. D’Alema, sia dal governo sia dall’opposizione, ha sempre puntato a costruire una forza popolare e maggioritaria di centrosinistra mentre adesso si trova a fare i conti con il rischio di un Mdp fortemente minoritario e marginale. Non solo. Lo spazio alla sinistra del Pd è sempre più stretto e più affollato di piccoli partiti alle ricerca di un rilancio e della stessa sopravvivenza: in particolare ci sono Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni (nata a febbraio e composta da ex Sel ed ex sinistra Pd come Stefano Fassina), Possibile di Pippo Civati (ex sinistra Pd e dissidenti del M5S) e il neonato Campo Progressista di Giuliano Pisapia, l’ex sindaco di Milano.

D’Alema, in nome della lotta alle disuguaglianze, ha proposto “una alleanza per il cambiamento” a Pisapia , a Sinistra Italiana e alle forze della società civile critiche con Renzi e col suo obiettivo d’intesa con Silvio Berlusconi sulla nuova legge elettorale. L’alleanza di sinistra sarebbe soprattutto un accordo contro il segretario democratico, accusato  di sbandare sempre di più verso il centro, verso il liberismo e verso Silvio Berlusconi: “Il ‘Renzusconi’ non mi pare molto popolare, anzi tirerà la volata a Grillo”.

D’Alema cerca di uscire fuori dall’angolo nel quale è finito dopo la scissione. Con questo obiettivo assimila Renzi a Berlusconi, l’avversario storico del centrosinistra negli ultimi vent’anni. Ma deve affrontare tre difficili contraddizioni: 1) lui stesso quando era segretario del Pds cercò una intesa sulle riforme istituzionali con il presidente di Forza Italia (il famoso “patto della crostata” del 1997 siglato a casa di Gianni Letta e poi affondato dal Cavaliere); 2) gran parte degli elettori di sinistra dal 2013 vota per il M5S di Beppe Grillo su posizioni di totale opposizione antisistema; 3) è impossibile per la sinistra (o meglio le sinistre) sconfiggere il centrodestra e i cinquestelle senza un’alleanza con Renzi rieletto segretario del Pd a larghissima maggioranza nelle elezioni primarie.

Il rapporto Renzi-D’Alema sembra irrecuperabile. Il segretario democratico cerca di evitare le polemiche. A febbraio, quando stava per scattare la scissione del Pd, replicò: “D’Alema nutre nei miei confronti  un rancore personale che è evidente. Non voglio più polemiche.Adesso conduce solo battaglia personali”. Girò il coltello nella ferita: “Di solito il suo obiettivo è distruggere il leader della sua parte quando non è lui il capo. Ci è riuscito con Prodi, Veltroni, Fassino”. Ora il segretario del Pd sembra intenzionato a discutere con tutti di riforma elettorale: da Berlusconi a Grillo, con l’esclusione però di D’Alema. Non solo. Sembra pronto ad allearsi con Pisapia ma non con D’Alema.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

I fantasmi dei populismi italiani nell’analisi
di Marco Revelli

Marco-RevelliIl populismo è il nuovo fantasma che si aggira per l’Europa; per Marco Revelli (“Populismo 2.0”), esso è “il ‘sintomo’ di un male più profondo, anche se troppo spesso taciuto, della democrazia: la manifestazione esterna di una malattia di quella forma contemporanea della democrazia […] che è la Democrazia rappresentativa”. Tale malattia aggredisce una parte del popolo, o tutto il popolo di un Paese, ogni qualvolta percepisce di “non essere più rappresentato nelle istituzioni politiche, dando origine ad una reazione cui si è dato il nome di populismo. Esso può essere inteso come una “malattia infantile della democrazia”, quando la ristrettezza del suffragio non consentiva una piena democratizzazione delle vita sociale, e come “malattia senile della democrazia”, quando l’affievolimento delle istituzioni democratiche e la formazione di posizioni di potere di natura oligarchica rimandano ai margini il popolo. Nel primo caso – afferma Revelli – il populismo altro non è che una “rivolta degli esclusi”; nel secondo, una “rivolta degli inclusi messi ai margini”. In entrambi i casi, tuttavia, il populismo è un prodotto di un deficit di rappresentanza.

populismorevelliL’indeterminatezza e la grande varietà di significati rendono la parola populismo poco utilizzabile per capire gli orientamenti politici dei cittadini; ciò comporta la necessità che si ponga ordine alla varietà di significati, parlando “più che di ‘populismo’ al singolare di populismi al plurale”, in considerazione delle diverse esperienze che sottendono il termine, per distinguere, a parere di Revelli, i populismi che potrebbero essere chiamati “classici o tradizionali” e i populismi di nuova generazione dotati di caratteri inediti. A parere del politologo, la crisi della democrazia, che è crisi di legittimazione, deriva da una “marcata torsione oligarchica”, cui va imputato il fatto che la stessa democrazia diventasse “sempre meno rappresentativa e sempre più ‘esecutoria’”. Ciò ha determinato il crollo del tradizionale ordine politico, con lo ”sfarinamento del cosiddetto ‘mondo del lavoro’ frammentato in un caleidoscopio di figure e di identità professionali incomunicanti tra loro”, come effetto dello sgretolamento dei vecchi blocchi sociali che avevano caratterizzato l’organizzazione degli interessi individuali delle società industriali.

Tuttavia, il nuovo protagonista delle scena politica, il populismo, non è privo di storia: “La moltitudine liquida che oggi spaventa con i suoi spostamenti repentini se ne stava, fino a ieri, relativamente ordinata […] dentro solidi contenitori, politici e soprattutto elettorali […]. Essa è stata a lungo un fattore di stabilità delle cosiddette ‘democrazie occidentali’: pur nella dialettica delle culture politiche e degli interessi legittimi, ha condiviso a lungo un sostanziale consenso sul modello sociale prevalente. E ha contribuito, quantomeno con la sua passività, alla sua legittimazione”. Cosicché diventa inevitabile chiedersi perché tutto ciò è venuto meno.

La risposta, a parere di Revelli, può essere ricavata sol che si rifletta sullo stato attuale delle cose, sia sul piano politico, sia su quello sociale. Infatti, con riferimento all’esperienza del nostro Paese, con l’avvento della seconda Repubblica, quei solidi antichi contenitori, quali erano i partiti di massa, si sono progressivamente dissolti; inoltre, con la diffusione e il consolidamento dell’ideologia neoliberista vi è stata una profonda “trasformazione antropologica” delle masse, che è valsa a fagli interiorizzare il valore dell’individualismo a scapito di quello della solidarietà; infine, le élite politiche hanno subito una “mutazione culturale”, che ha affievolito la loro autonomia decisionale. Sulla base di queste considerazioni, diventa possibile capire perché il populismo non è un soggetto politico nuovo in senso proprio, ovvero l’equivalente di un partito politico con una propria identità, una propria organizzazione ed una propria cultura politica; si tratta, bensì, di un’entità molto indefinita sul piano organizzativo e scarsamente identificabile sulla base di specifiche istanze politiche rispetto agli antichi partiti, in quanto –afferma Revelli – “forma informe che assumono il disagio e i conati di protesta nelle società sfarinate e lavorate dalla globalizzazione e dalla finanza totale […] nell’epoca dell’assenza di voce e di organizzazione. Nel vuoto, cioè, prodotto dalla dissoluzione di quella che un tempo fu ‘la sinistra’ e la sua capacità di articolare la protesta in proposta di mutamento e di alternativa allo stato di cose presente”.

Sul piano teorico, il populismo è una categoria problematica, perché non si riesce a stabilire se esso sia un’ideologia, o una ricorrente forma emotiva di comportamento politico dei cittadini; oppure se esso sia riconducibile alla categoria del nazionalismo, o a quella del socialismo, o ancora se possa essere dotato di una qualche autonomia significativa. I primi tentativi di definirlo scientificamente – afferma Revelli – contenevano un gran numero di caratteristiche, che via via sono state selezionate, per essere alla fine ridotte principalmente a tre.

Il primo elemento, comune a tutti i populismi, è la “centralità assorbente […] che in essi assume il riferimento al popolo , inteso nella sia dimensione ‘calda’ di comunità vivente, quasi una sorta di comunità pre-poplitica e pre-civile, da ‘stato di natura russoviano”. Un’entità organica, priva di divisioni, fondata su una particolare concezione del conflitto politico. Questo non è espresso dalla “tradizionale dialettica ‘orizzontale’ tra le diverse culture politiche in cui si articola la cittadinanza, di cui la copia destra-sinistra è il più pregnante esempio”; ma dalla contrapposizione “verticale” del popolo, nella sua unità organica, con qualsiasi altra “entità” che pretenda di porsi illegittimamente al di sopra di esso, oppure al di sotto, prefigurando un’estraneità non giustificata e un atteggiamento di ostilità.

In altri termini, sostiene Revelli, la contrapposizione del conflitto politico proprio del populismo è caratterizzata, non più dalla logica orizzontale, tipica delle “Rivoluzione francese in cui i protagonisti del confronto […] stavano tutti sullo stesso piano d’uguaglianza, diversi per idee ma non per rango”, ma dalla logica verticale alto-basso, in cui “i protagonisti del conflitto appartengono a livelli differenti e, per certi versi, a mondi vitali opposti”.

Il secondo elemento comune ai populismi connota il conflitto, non in termini politici e sociali, ma soprattutto in termini etici, implicanti una contrapposizione tra “giusti” e “corrotti”; ciò significa che ad ogni forma di populismo corrisponde una “costruzione morale”, che comporta un’antitesi rispetto al “diverso”, rivelatrice dei valori costitutivi della comunità di riferimento, assunta dai singoli come conforto collettivo.

L’ultimo elemento caratterizzante i populismi evoca l’immagine della rimozione del corpo estraneo e la “restaurazione di una sovranità popolare finalmente riconosciuta, da esercitare non più attraverso la mediazione delle vecchie istituzioni rappresentative ma grazie all’azione di leader […] in grado di fare il ‘bene del popolo’”.

Sulla base dei tre elementi appena richiamati, era sembrato che, alla fine del Novecento, il populismo fosse espresso da una categoria ben definita e sistemata sul piano teorico; invece no, a giudizio di Revelli. L’inizio di questo secolo ha visto irrompere di nuovo la sfida populista, con nuove grandi fratture sul piano del contendere ed anche parole nuove. La critica populista post-novecentesca ha cessato di riguardare “singoli aspetti della vita politica e dell’assetto istituzionale”; ha riguardato invece la politica in quanto tale”, ovvero la sua “estraneità alla vita dei cittadini. La sua incapacità di leggere bisogni e sentimenti, e di rispondere alle loro domande esistenziali”. Le parole nuove con cui il populismo si è riproposto all’inizio del questo secolo sono state, da un lato, “antipolitica” e, dall’altro lato, “neopopulismo”.

Col primo termine (antipolitica), il populismo ha espresso le molteplici forme di protesta e di rivolta elettorale attraverso movimenti antagonistici, in contrapposizione con gli establishment politici consolidati; mentre col secondo (neopopulismo), i movimenti antagonisti “si sono generalmente dati identità politiche non mediabili e strutture completamente separate”, che per certi versi hanno riproposto la vecchia logica orizzontale di contrapposizione destra-sinistra. Secondo Revelli, infatti, la protesta è stata portata da versanti opposti del sistema politico, a “sinistra come a destra”. L’Italia, da questo punto di vista, non ha fatto eccezione, nel senso che la voce populismo ha subito “scostamenti lessicali” rispetto a quella ricorrente sino alla fine del Novecento.

Nell’esperienza italiana, il movimento neopopulista, “in stretta connessione con l’ondata neoliberista che ha caratterizzato il passaggio di secolo”, muovendo d’ambo i lati orizzontali dello schieramento politico tradizionale, ha teso ad organizzare la protesta contro le organizzazioni esistenti per destrutturarle e delegittimarle, al fine di scardinarle dalle loro posizioni consolidate e privilegiate. Questo intento del neopopulismo italiano – afferma Revelli – consente di collegare gli eventi italiani “connessi all’ascesa di Matteo Renzi al governo, alla sua retorica della ‘rottamazione’ e del Paese che ‘cambia verso’ oltre, naturalmente, allo stile con cui è stata lanciata e varata la riforma costituzionale”, per realizzare innovazioni pretese dai mercati, ma finendo per offrire un “neopopulismo dall’alto” che sembrerebbe aver trovato in Italia il “proprio luogo di elezione”.

Dal punto di vista delle diffusione e del consolidarsi dell’esperienza neopopulista, l’Italia costituisce però un’eccezione, in quanto presenta tre varianti, tre forme, che Revelli denomina sulla base dei “nomi dei loro ‘eroi eponimi’, berlusconismo, grillismo e renzismo”; tre fenomeni (chiamati dallo stesso politologo, rispettivamente, “telepopulismo berlusconiano”, “cyberpopulismo grillino”, “populismo dall’alto di Matteo Renzi”) che risultano tra loro “diversi per tempi di ‘emersione’ e di ‘egemonia’ oltre che per cultura politica […], ma accomunati da alcuni tratti non solo formali”. Le tre forme di populismo sono tutte caratterizzate dall’essere guidate da leader che hanno impresso ai loro movimenti una forte personalizzazione, uno stile di comunicazione basato su un rapporto diretto con il pubblico e tendenti a presentare se stessi “sotto il segno della rottura, della diversità e del nuovo inizio”

Sul piano sostanziale, il “telepopulismo berlusconiano” ha ridotto la tradizionale democrazia rappresentativa in “video-politica”; il suo leader ha gestito il rapporto col pubblico come “’un imbonitore’, che nel ‘celebrare la propria diversità’” si è rivolto al popolo, lusingandolo a suon di promesse, come le sue reti televisive gli hanno consentito, “non solo attraverso i segmenti del palinsesto dedicati alla cronaca o al dibattito politico”, ma anche attraverso i programmi d’intrattenimento somministrati al pubblico televisivo. Il “populismo berlusconino”, pur dando “corpo al vuoto” creatosi con la crisi della Prima Repubblica, a seguito della spinta dirompente della “questione giudiziaria”, non ha saputo evitare “la latente crisi di sistema che, sotto la spinta della globalizzazione” ha coinvolto, quasi vent’anni dopo, le democrazie economicamente avanzate dell’intero Occidente.

Il “ciberpopulismo grillino” è emerso dopo una nuova cesura subita dal sistema politico italiano con la caduta dell’ultimo governo di Berlusconi, seguita da una crisi extraparlamentare, per via della quale quasi tutti i partiti erano scomparsi perché sostituiti da un governo dei tecnici, che con le sue scelte si è reso responsabile di “politiche socialmente sanguinose”. Dopo una lunga notte della politica – afferma Revelli – è “ritornato alla luce il sistema politico italiano”, mutato strutturalmente, in quanto non più bipolare, ma tripolare, con la comparsa, dopo le elezioni politiche del 2013, di un terzo incomodo (il Movimento 5 Stelle di Grillo) tra i due poli ridimensionati di centro-sinistra e di centro-destra.

Questo nuovo movimento, sostituendo al medium televisivo (non interattivo) del “populismo berlusconiano”, il più interattivo “web” (rete informatica), scelto come “forma di espressione e di organizzazione” del sorgente “popolo della rete”, ha potuto affermarsi ulla base di un programma completamente diverso rispetto a quello degli altri poli politici; i suoi obiettivi, sottolinea Revelli, affermavano l’urgenza di ricuperare la democrazia partecipativa dei cittadini, di difendere uno stato sociale di tipo universalistico, di tutelare e valorizzare i beni comuni e/o pubblici, di introdurre il reddito di cittadinanza, di sostenere la priorità degli investimenti per la scuola e la sanità pubblica”, nonché di ridurre le differenze di reddito tra i cittadini. Da un altro lato, il “cyberpopulismo grillino” si è affermato per via del fatto che, a differenza degli altri mondi politici, ha sempre nutrito una profonda sfiducia nelle istituzioni, nazionali ed europee, in quanto considerate occupate da un establishment che, secondo il “cyber popolo” del movimento pentastellato, ha perso ogni capacità di garantire un futuro economico-sociale dotato di una qualche certezza.

E’ questa “la chiave del successo” del movimento “grillino”, difficile da scalfire nonostante errori e mancanza di esperienza del suo personale politico, e nonostante “una prova di sfondamento” che – a parere di Revelli – è stato tentato sul suo stesso terreno dal “populismo dall’alto di Matteo Renzi”. Perché dall’alto? Perché tentato attraverso un populismo ibrido, un “po’ di lotta e un po’ di governo”, dice Revelli, con una “base popolare, ed elettorale, costruita attraverso l’impiego di retoriche tipicamente populiste e comportamenti (tipicamente) trasgressivi in funzione delle legittimazione (‘in basso’) di politiche sostanzialmente conformi alle linee guida volute e dettate ‘in alto’”; ma anche con l’uso di apparati comunicativi utilizzati da Berlusconi e da Grillo per comunicare all’elettorato il proprio populismo anticasta, “messo in campo con la retorica delle ‘Rottamazione’ […], sfoderato contro i propri avversari di partito”. In altre parole , si è trattato di un populismo, la cui politica di governo ha soprattutto riguardato l’accoglimento e la soddisfazione delle richieste dell’establishment europeo, piuttosto che l’attuazione di un programma aperto alle più sentite urgenze popolari; una politica che ha sempre avuto, e che continua ad avere, il sostegno dei poteri forti nazionale e quello di gran parte della cosiddetta stampa d’opinione, sedicente progressista.

La “solenne bocciatura” uscita dalle urne il 4 dicembre scorso, con la quale gli italiani hanno respinto il tentativo di Renzi modificare la Costituzione repubblicana, è stata sancita da “una volontà popolare mossasi, in basso, in direzione ostinata e contraria” al populismo renziano. Il rifiuto della modifica costituzionale avrebbe dovuto far capire all’ex capo del governo che la sua proposta politica scontava un netto rigetto popolare e che, nell’attesa di condizioni migliori, gli italiani hanno scelto la conservazione dell’integrità della Carta come “una valida protezione sotto cui ripararsi.

Sennonché, alla luce del suo continuo agitarsi, l’ex capo del governo, contrariamente alle promesse fatte in caso di bocciatura della sua proposta di modifica costituzionale, sembra volersi riproporre con gli stessi intenti aggressivi che lo hanno contraddistinto negli anni di governo; eppure, per rendere il suo populismo più soft nei confronti delle esigenze popolari, basterebbe che Renzi promettesse di voler attuare una politica tendenzialmente più ridistribuiva, con la quale rimediare alle conseguenze “sanguinose” prodotte da tanti anni di austerità e di contenimento della spesa pubblica; in altre parole, egli dovrebbe, quantomeno, promettere l’attuazione di una politica blandamente riformista, ma che allo stato attuale è percepita “rivoluzionaria” dai poteri forti presenti nel Paese e dalla maggior parte della stampa benpensante. Perseverando, invece, nel modo di far politica così come ha fatto sino alle sue dimissioni, il Paese è condannato a conservarsi nell’incertezza chissà per quanti anni ancora.

Gianfranco Sabattini

Legge elettorale: giovedì arriva il testo base

urna elettoraleIl relatore alla legge elettorale nonché presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, Andrea Mazziotti, avrà una serie di incontri informali con i gruppi parlamentari così da arrivare alla presentazione di un testo base giovedì 11 maggio. E’ quanto emerso all’ufficio di presidenza della Commissione che ha anche indicato nel 16 maggio il “possibile” termine degli emendamenti.

Mazziotti, parlando con i giornalisti al termine dell’ufficio di presidenza, ha spiegato che dopo la richiesta di rinvio di una settimana della presentazione del testo base, avanzata ieri da Fi, Pd e Ap, “si è ipotizzato il giorno dell’11 maggio” come termine per la presentazione del testo base, “presupponendo che i gruppi che hanno chiesto il rinvio si pronuncino con una loro proposta, così come poi gli altri gruppi”.

Per rispettare la decisione della Conferenza dei capigruppo di portare in Aula il testo il 29, i tempi in commissione diverrebbero più serrati. Il possibile termine per gli emendamenti è dunque martedì 16 maggio. Mazziotti ha spiegato che la decisione su questo termine sarà presa al momento della presentazione del testo base, quindi giovedì 11: “Se quest’ultimo sarà condiviso da molti gruppi, si può presumere che gli emendamenti saranno pochi”, e sarà confermato il 16; se invece ci sarà la richiesta di più tempo per gli emendamenti, a causa della condivisione non ampia del testo, il termine potrebbe essere fissato in un altro giorno”.

Per facilitare il consenso Mazziotti scriverà ai Presidenti dei Gruppi chiedendo di indicare dei referenti con cui egli svolgerà incontri informali per poter giungere più agevolmente ad una sintesi. La prossima seduta della Commissione si svolgerà mercoledì 10 maggio, lasciando i giorni precedenti “per consentire gli incontri anche tra i gruppi”.

Il presidente del Senato, Pietro Grasso si è augurato che si faccia sul serio. “E’ un momento nel quale le forze politiche sono chiamate a confrontarsi sulle decisioni da assumere per dotare il Paese di una legge elettorale compiuta per entrambi i rami del Parlamento. Si tratta di un obiettivo

essenziale, da perseguire con la massima determinazione, come ha ricordato pochi giorni fa il presidente della repubblica”. Nei giorni scorsi si era parlato del sistema tedesco. Un sistema che il ministro Franceschini definisce come una delle “possibili ipotesi” lasciando quindi margini di manovra.

Intanto Berlusconi resta alla finestra. “Forza Italia – dice – ha presentato la sua proposta di riforma ufficiale, attendiamo quella definitiva del Pd, visto che ogni giorno ce ne è una…”. La prossima settimana, tra mercoledì e giovedì, Berlusconi è atteso a palazzo Grazioli per tornare ad occuparsi in prima persona di legge elettorale e partito. In programma c’è anche una riunione con i coordinatori regionali azzurri per fare il punto in vista delle amministrative di giugno.

“La prima mossa spetta al Pd”, dicono a palazzo Grazioli, lasciando intendere che la vera trattativa sulla legge elettorale ancora non è partita. Sono in corso contatti informali, ma niente di concreto.

Macron-Renzi. Un po’ sinistra, un po’ destra

http-o.aolcdn.comhssstoragemidas363e89004d4546e2c0e866152f1a44df205194861MACRON+RENZILa Francia storicamente è faro politico per l’Europa. È la patria delle rivoluzioni e delle restaurazioni: dal 1789, quando il re fu prima deposto e poi ghigliottinato, se ne sono viste di tutti i colori. La rivoluzione democratica contro il potere assoluto di Luigi XVI portò prima la repubblica giacobina, poi l’impero di Napoleone Bonaparte e quindi la restaurazione dei re Borbone. La Francia dalla fine del 1700, di rivoluzione in rivoluzione, ha più volte smantellato i vecchi assetti politici ed istituzionali: siamo arrivati alla Quinta Repubblica e adesso c’è aria di un nuovo terremoto.
La sorpresa si chiama Emmanuel Macron. Ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali del 23 aprile facendo tabula rasa dei vecchi assetti. Con il 24% dei voti ha battuto tutti i concorrenti a destra e a sinistra: Marine Le Pen (21,3%), François Fillon (20%), Jean-Luc Melenchon (19,6%), Benoit Hamon (6,4%). Macron ha messo fuori gioco i neogollisti (Fillon) e i socialisti (Hamon): i due tradizionali partiti della Quinta Repubblica non possono nemmeno partecipare al secondo turno elettorale del 7 maggio per l’Eliseo. Il duello al ballottaggio per chi sarà eletto presidente della Repubblica sarà tra lui e Marine Le Pen, populista anti euro e anti Ue, leader del Front National, il partito di estrema destra fondato dal padre Jean-Marie e tirato fuori dalla secche del neofascismo proprie dalla figlia.
Macron è uno strano personaggio, 39 anni, seducente, banchiere, ex ministro socialista dell’Economia. Ha sfondato con una singolare ricetta politica: un po’ di destra, un po’ di sinistra e un po’ di centro. Propone di tagliare le tasse a cittadini e imprese (ma soprattutto a quest’ultime); vuole aumentare la sicurezza interna ed esterna (più poliziotti e una difesa europea); difende la laicità dello Stato, ma permette alle ragazze islamiche d’indossare il velo all’università. E ancora: s’impegna per grandi investimenti pubblici con in testa l’istruzione (soprattutto per le scuole nelle periferie); dice basta all’energia nucleare in favore delle fonti non inquinanti; punta a maggiori garanzie per i disoccupati, ad incrementare i contratti di lavoro a tempo indeterminato rispetto a quelli a termine e a cancellare del tutto la settimana di lavoro breve di 35 ore.
Si rivolge in maniera contraddittoria a tutti i gruppi sociali: imprenditori, artigiani, professionisti, operai, impiegati, pensionati, studenti, disoccupati cercando di soddisfare tutte le contrastanti richieste. L’obiettivo è di “riconciliare” la Francia divisa tra destra e sinistra, populisti e anti populisti, vecchi cittadini d’Oltralpe e immigrati musulmani, città e campagne. Macron è un esponente della classe dirigente nazionale vilipesa e messa sotto accusa con l’arrivo della Grande crisi economica internazionale, ma lui conquista le folle promettendo più Europa e riforme radicali per affrontare la globalizzazione. Va a parlare anche agli operai infuriati delle fabbriche in crisi e delocalizzate nell’est europeo, tutti tifosi della Le Pen. Quando gli urlano contro, risponde con un sorriso in giacca e cravatta: «Ascoltate. Fatemi parlare…».
Promette la “rivoluzione” liberal-progressista per far tornare “grande” la Francia, per far ripartire l’occupazione, per ricostruire il tandem Parigi-Berlino sul quale far uscire dall’avvitamento l’Unione europea. Considera superati i vecchi equilibri politici basati sul bipolarismo tra neogollisti (a destra) e socialisti (a sinistra). Ha sentenziato: i partiti tradizionali “sono morti”. Non a caso ha lasciato il Partito socialista ed ha fondato il movimento che porta le iniziali del suo nome: En Marche! Punta sul suo personale carisma, invita all’ottimismo, alla fiducia nel futuro, alla “speranza”. Vede lo scontro elettorale solo tra europeisti (lui stesso) e quasi tutti gli altri (in testa Marine Le Pen).
È una strategia molto simile a quella di Matteo Renzi, alla “rivoluzione pacifica” e alle “riforme di struttura” per cambiare l’Italia teorizzate e in gran parte realizzate dall’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd. Sono obiettivi simili a quelli del coetaneo “rottamatore” toscano, quelli di allargare il perimetro del centro-sinistra conquistando nuovi consensi tra gli elettori delusi del centro-destra berlusconiano e dei cinquestelle di Grillo; il cosiddetto progetto del Partito della nazione contestato dalla sinistra del partito e alla base della scissione di Bersani-D’Alema.
Scelte un po’ di sinistra, un po’ di destra, un po’ di centro sono state anche la bussola di Renzi, però battuto sonoramente nel referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale del suo governo. Adesso Renzi sta cercando di ripartire: si è ricandidato a segretario del Pd nel congresso del partito, poi si vedrà. Il ritorno alla presidenza del Consiglio è nei piani, ma è un traguardo difficile da conseguire. Lui e Macron sono quasi due gemelli politici, però il primo è in ascesa mentre il secondo tenta l’ardua risalita. Comunque, anche Macron ha il problema di sconfiggere Marine Le Pen, una concorrente temibile per l’Eliseo.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Legge elettorale, è ancora stallo

urna elettoraleMatteo Renzi oggi scrive che sulla legge elettorale il Pd è in minoranza. E poi spiega: “In questa settimana si è consumato un fatto molto grave a livello istituzionale. I franchi tiratori del Senato, a volte ritornano, hanno scelto per la commissione della legge elettorale un candidato di NCD con l’appoggio di Grillo, Berlusconi, Salvini e della sinistra radicale. Tutti insieme, appassionatamente. Bene. Anzi male. Però questa è banalmente una conseguenza del no al referendum: siamo tornati alla palude”. E, aggiunge Renzi, “purtroppo il Pd può farci ben poco perché è minoranza. Vediamo che cosa proporranno loro e se finalmente ci spiegheranno a cosa sono favorevoli loro: troppo facile dire solo no. Buon lavoro, li giudicheremo dai fatti, senza polemiche”. Insomma Renzi se ne tira fuori. Come se il Pd non avesse l’onere di una proposta. Il partito è però impegnato in una serrata sfida per la segreteria e difficilmente sarà in grado di avere una posizione chiara fino all’elezione della nuova segreteria.

Il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio registra un fattore positivo: “Per la prima volta ci è parso di ascoltare autorevoli voci del partito di maggioranza relativa dichiarare una disponibilità a cancellare i capilista bloccati. La stessa posizione viene espressa da tempo dal Movimento Cinque Stelle. Bene, non siamo più i soli a volerlo! Allora andiamo avanti e votiamo una legge elettorale che rimetta finalmente nelle mani dei cittadini e non dei capibastone la scelta dei rappresentanti”. Sulla stessa posizione, Elisa Simoni, parlamentare Pd e sostenitrice della Mozione Orlando che definisce “interessanti” le “dichiarazioni di Renzi e Orfini sulle legge elettorale, riportate oggi dalla stampa, sulla disponibilità di discutere proposte del M5S. Ricordo a tutto il Pd che dovrebbe essere il nostro partito a rilanciare una proposta sul tema”. “Nel caso dell’Italicum, poi bocciato dalla Consulta – afferma Simoni – questa iniziativa politica non ci e’ mancata, tanto da essere pronti ad approvarla con un voto di fiducia”. Maurizio Turco della lista Pannella chiede l’intervento di Mattarella per scongiurare una legge con capilista bloccati “Il Presidente della Repubblica – afferma – ha opportunamente ed a tempo debito invitato il Parlamento a legiferare per armonizzare le leggi in vigore per le elezioni della Camera e del Senato. Dopo aver avuto per diverse legislature una legge elettorale palesemente anticostituzionale, nonostante i pareri di costituzionalità espressi da Camera, Senato e Presidenza della Repubblica, è evidente il tentativo di avere una legge elettorale che determini una quota non indifferente di eletti a prescindere dagli elettori”. “Siamo sempre più convinti che il miglior sistema sia il collegio uninominale ad un turno, ma saremmo favorevoli anche ad una elezione in due turni purché si salvi il collegio, cioè il contatto tra eletto e territorio a discapito di quello tra eletto e cupole partitocratiche”.

“La legge elettorale – aggiunge Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera – è ferma, c’è una sola ragione, il Partito democratico blocca tutto”. “Che gli italiani lo sappiano, il Partito democratico da mesi sta bloccando la discussione in merito alla legge elettorale in attesa che si celebri il suo congresso prima e le primarie dopo. Prima di quella data, il 30 aprile, il Pd ha bloccato tutto, ha bloccato tutti i lavori in Commissione Affari costituzionale alla Camera, quindi il Pd non si lagni poi se la legge elettorale è in ritardo, perché questo l’hanno provocato loro”. “Io auspico che invece ci sia, già da questa settimana, un incardinamento di un testo base in Commissione”.