Cicchitto: “Con Salvini-Berlusconi esplosione del debito”

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Da separati in casa al divorzio ufficiale. Dopo 48 mesi di lotte e di governo, la parabola politica del Nuovo Centro Destra poi Alleanza Popolare, si infrange sullo spartiacque politico fra Berlusconi e Renzi. L’addio arriva in un pomeriggio di metà dicembre. Come hanno fatto Fabrizio Cicchitto, politico di lungo corso e sostenitore della linea filo Pd di Beatrice Lorenzin, e Simona Vicari, già sottosegretaria alle Infrastrutture e allo Sviluppo dei governi Letta, Renzi e Berlusconi, che seguirà Maurizio Lupi della rotta di ricongiungimento al centrodestra.

Fabrizio Cicchitto, che ha oggi ha preso la tessera del partito radicale che, si è dato l’obiettivo di raggiungere i 3.000 iscritti per assicurare la continuità della sua esistenza, ha espresso la propria preoccupazione per un eventuale governo del centrodestra a guida Berlusconi-Salvini. “Mettendo insieme le proposte di Berlusconi e di Salvini – ha detto Cicchitto – è evidente che se vincesse il centrodestra avremmo un’esplosione del debito pubblico. Non parliamo poi del Movimento 5 Stelle: davvero una bella gara”. “Il centrodestra – afferma Cicchitto – è dominato da Salvini, da una linea lepenista e sovranista, Berlusconi è un fenomeno mediatico, ripetitivo e con un programma non credibile perché senza coperture. Con il Pd abbiamo governato per cinque anni, con un governo Gentiloni che ha riportato il paese alla crescita. Inoltre coloro che si sono scissi dal Pd sono quei post-comunisti massimalisti e giustizialisti con i quali ci siamo scontrati sempre”. Per Simona Vicari invece “l’accordo di governo col Pd non ha mai previsto un’alleanza organica, ma semplicemente la volontà di attuare le riforme per salvare l’Italia dalla crisi, metterla in sicurezza e dare un esecutivo stabile visto che la sinistra, nel 2013, non riusciva a formare il governo. Conclusa questa fase era ed è giusto rimanere lì dove siamo sempre stati: nel centrodestra. Così avevamo annunciato all’epoca e così è naturale che avvenga. Almeno per quello che mi riguarda”.

Nella doppia intervista realizzata da Italpress Cicchitto continua: “Non ci siamo contati, ma conoscendo le persone l’orientamento nei confronti del Pd è prevalente nel gruppo dirigente. Evidentemente per gli elettori bisogna attendere non tanto i sondaggi ma le elezioni”. Mentre Vicari afferma: “Non abbiamo fatto conteggi e non è nostra intenzione farne. In base al documento che verrà discusso oggi in direzione si trarranno le conclusioni senza minoranze o maggioranze. Questa contraddizione tra chi era favorevole a rimanere nel perimetro del centrodestra e chi, invece, preferisce rimanere ancorato nell’alleanza di sinistra, in realtà, è sempre esistita e non è certo una novità ma si è sempre deciso di rinviare il momento della decisione”.

E sulla decisione di Alfano di non ricandidarsi rispondono: “Alfano – dice Cicchitto – ha dato una risposta di alto livello ai rozzi e biechi attacchi di tipi come Salvini che hanno messo in conto a lui un fenomeno come quello dei migranti. Questo piccolo demagogo, però, non ci ha spiegato qual era l’alternativa: respingere tutti in mare. Il fatto è che Salvini cavalca la tigre, deve solo sperare di non vincere le elezioni e non avere responsabilità di governo”. Vicari aggiunge: “Alfano si è assunto le sue responsabilità con serietà ed onestà intellettuale e per questo merita il rispetto di tutti”.

Ma Alfano con quale dei due schieramenti continuerà, come ha detto, a fare politica all’esterno del Parlamento? Cicchitto: “Alfano si è schierato chiaramente con chi vuol tradurre l’esperienza di governo in una coalizione politico-elettorale”. Vicari: “Alfano è Ministro degli Esteri in carica ed è ovviamente più favorevole a proseguire l’alleanza con la sinistra.”

Quale sarà da una parte e dall’altra il baricentro politico della vostra parte di Ap? Cicchitto: “Proseguire e sviluppare il percorso di crescita del Paese portato avanti in questi anni di Governo”. Vicari: “Ap è nata in continuità con l’esperienza di Ncd che prevedeva una nuova area di centrodestra popolare e liberale e vorrei ricordare che, all’epoca della nascita di Ncd c’era una aspettativa degli elettori all’epoca testata dai sondaggi tra il 9 e il 10%. Da parte nostra c’è semplicemente la volontà di proseguire un impegno politico lì dove questa è iniziata e si è sviluppata negli anni: nel centrodestra. In tutta Europa destra e sinistra si sono trovate in situazioni di emergenza a governare assieme ma nessuno di questi schieramenti si è sognato di presentarsi assieme alle elezioni”.

Di Maio e Di Battista, 
M5S a due normalità

di-battista-di-maioBasta urla. Non incutere più paura. Il M5S normale. Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, in modi diversi, lanciano in pista un Movimento rassicurante, tranquillo, di governo, non più rivoluzionario e anti sistema.

I giovani Di Maio, 31 anni, e Di Battista, 39 anni, hanno fatto partire la strategia di corteggiamento dei ceti moderati, sia pure con stili molto diversi. Il traguardo sono le elezioni politiche della prossima primavera. Con qualche mese di anticipo è scattato Di Maio. L’attività è frenetica, all’estero e in Italia, tra gli imprenditori nazionali e quelli internazionali.

Ha puntato sul presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, il più europeista tra i capi di Stato della Ue. In una lettera aperta ha paragonato i cinquestelle alla sua “formazione giovanissima” che ha sconfitto i partiti tradizionali francesi. Ha assicurato: “Il Movimento 5 Stelle non ha nulla a che fare con certe formazioni xenofobe e antagoniste che crescono un po’ ovunque in Europa”.

Di Maio ha messo da parte le più importanti e vittoriose battaglie populiste d’opposizione realizzate da Beppe Grillo negli ultimi anni a colpi di “vaff..” e di sberleffi: l’addio all’euro e alla stessa Unione europea, gli attacchi alle banche e alle grandi imprese multinazionali, il no all’”invasione” dell’Italia da parte degli immigrati.

Alla convention del M5S di Milano ha teorizzato: “Nessuno ci crede più che siamo il male dell’Italia”. Ha attaccato i partiti tradizionali usando i loro stessi slogan: il M5S è “l’unica forza politica che può assicurare la stabilità al Paese”. I cinquestelle sono diventati una grande forza politica con cui fare i conti: hanno conquistato i sindaci di molti importanti città italiane come Roma e Torino (in queste metropoli, però, i risultati non sono certo entusiasmanti) e i sondaggi elettorali li danno testa a testa con il Pd nella sfida a primo partito italiano con circa il 27% dei voti.

Di Maio e Di Battista, la rivoluzione liberale non riuscita a Berlusconi sembra essere riproposta in chiave pentastellata. Sulla forte ascesa del M5S Di Maio, al di là di errori e gaffe, tenta di sfondare con la doppia qualifica di candidato premier e di “capo politico” dei cinquestelle.

Due diverse normalità: istituzionale quella del vice presidente della Camera, movimentista quella di Di Battista. Dibbà, com’è chiamato affettuosamente da amici e compagni, ha annunciato che non si ricandiderà alla Camera per motivi personali: “Voglio dedicarmi a mio figlio”. A La7 ha parlato del percorso, piuttosto intimo, di terapia di coppia intrapreso con la compagna Sahra per affrontare meglio la gravidanza improvvisa: “E’ stato un viaggio bellissimo”. Roba da confessione da diario serale.

Spiega l’addio alla Camera in un libro appena dato alle stampe con la Rizzoli: “Meglio liberi. Lettera a mio figlio sul coraggio di cambiare”. Parla delle battaglie in piazza (anche nel suo caso non mancano errori e gaffe) e soprattutto del figlio Andrea nato da poco. Racconta molti episodi intimi come questo: “L’ho pulito con cura; i suoi angelici escrementi erano piuttosto appiccicosi la prima settimana ma era roba di mio figlio, sangue del mio sangue e non ho provato disgusto”. E’ un gesto di padre affettuoso ma certamente non si tratta di un’impresa eroica. Ma questi comportamenti personalissimi, apparentemente lontani dalla politica, sono un aspetto della nuova normalità del M5S, vogliono fare breccia sui lettori e su gli elettori.

Di Maio e Di Battista, il M5S cambia pelle. Le urla di “tutti a casa!” di Grillo, i suoi insulti (Berlusconi “psiconano”, Renzi “ebetino di Firenze”, Napolitano “salma”, Bersani “Gargamella”) sembrano il passato populista archiviato. Ma su queste “spallate”, facendo leva sulla protesta dei disoccupati, dei precari e delle vittime della crisi economica, il comico genovese ha fondato e portato al trionfo il M5S. Quando a settembre ha ceduto a Di Maio lo scettro di “capo” dei cinquestelle ha avvertito: “Vado in pensione ma starò sempre con voi”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Le colpe di Occhetto
e il Muro tra le sinistre

achille occhettoNegli ultimi giorni si fa un gran parlare di Renzi e dei suoi tentativi di riunire il Centrosinistra. Si discute di un Centrosinistra largo, e aperto a tutte le anime che abbiano la buona volontà di aderirvi. Di programmi poco o nulla. Lo sherpa dell’operazione è Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds e criticamente renziano.

Come si concluderanno queste grandi manovre è ad oggi un mistero, ma molti aspetti lasciano presagire un esito negativo. La sicumera renziana rimane uno dei più grandi limiti del segretario del Pd. Il carattere di Renzi impone oggettivi limiti a qualsivoglia dialogo con Mdp e con tutta la galassia della sinistra-sinistra. Le modalità con cui si è consumata la scissione nel vecchio Pd, insomma, impediscono una riunificazione. Ma il problema sta a monte, non riguarda né Renzi né Bersani e viene da molto lontano.

La storia della sinistra, infatti, è una storia più divisiva che unitaria. Le scissioni che l’hanno coinvolta sono numerose e hanno avuto delle conseguenze politicamente drammatiche. La frattura di Livorno del 1921 è la più pesante, e dopo quasi cent’anni sembra gravare ancora sulle sorti della sinistra nostrana. La rottura tra socialisti e comunisti non è mai stata superata, e questo fantasma continua ad aleggiare sul Pd.

Quando la si sarebbe potuta ricomporre, mancò la volontà politica. Le colpe di Occhetto sono note, ma anche Craxi non ebbe la forza di riunire quel che la Rivoluzione russa aveva diviso. Era il 1989 ed era appena crollato il Muro di Berlino e anche il Muro di Livorno sembrava vacillare.

La sinistra italiana si sarebbe potuta riconciliare intorno ad un progetto socialdemocratico e riformista unitario. Il Pci avrebbe potuto riscattarsi dal proprio massimalismo inconcludente, superando tutti i limiti che lo avevano privato della legittimità governativa; il Psi avrebbe vinto la sua lunghissima battaglia culturale.

Ma il Muro tra le sinistre non cadde. Il Pci divenne Pds, senza costruire una vera identità. La Cosa rossa oscillò pericolosamente tra il pacifismo, l’internazionalismo, il femminismo e l’ecologismo senza risolvere la questione cruciale: il rapporto con la socialdemocrazia. Il Pci-Pds abbandonava dunque il marxismo-leninismo, senza sostituirvi alcuna filosofia politica. Il Psi craxiano, invece, rimase impantanato nelle sue contraddizioni – finanziamento illecito e insufficiente crescita elettorale – e in breve passò dal riformismo alla conservazione dell’esistente, opponendosi al referendum sulla preferenza unica alla Camera e a qualsiasi tentativo di riforma del sistema dei partiti. Craxi commise una serie di errori, che lo trasformarono nell’emblema della partitocrazia. Sarebbe divenuto il capro espiatorio della tragica stagione di Mani Pulite.

Proprio durante quest’inchiesta i destini dei due partiti si separarono definitivamente. Il Pds colmò il proprio vuoto identitario con un giustizialismo moralista di marca berlingueriana che si caratterizzò per i toni antisocialisti. Il Psi venne spazzato via dal circuito mediatico-giudiziario. La sanzione di questi errori fu la vittoria di Berlusconi sulla coalizione dei progressisti guidata dal Pds, nel 1994.

Con la nascita del Pd poche cose sono cambiate. La questione dell’identità della sinistra italiana si è ulteriormente complicata, dal momento che la cultura degli ex democristiani non si è mai fusa in modo coerente con il ‘patrimonio’ ideologico dei postcomunisti. Dall’Ulivo passando per l’Unione fino al Pd, le divisioni hanno avuto la meglio. Basti pensare al colpo di mano del sempiterno D’Alema ai danni di Prodi nel 1998, grazie a cui il segretario dei Ds spalleggiato da Cossiga, sfruttando una crisi di governo aperta da Rifondazione comunista, sostituì il Professore alla guida dell’esecutivo. Episodio non troppo dissimile rispetto agli eventi seguiti al celebre ‘Enrico stai sereno’..

Quale sarà dunque l’esito delle trattative interne alla sinistra? Probabilmente una nuova vittoria di Berlusconi.

Bankitalia, Visco verso la riconferma

BancadItalia-ViscoIl presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha indicato il nome di Ignazio Visco per la carica di governatore di Bankitalia. Il nome verrà portato al Consiglio dei ministri di venerdì mattina per la deliberà che verrà poi sottoposta al Capo dello Stato Sergio Mattarella. Un nome che ha creato forti tensioni tra il governo da una parte e il partito democratico dall’altra. Fino al giorno precedente infatti il segretario del Pd Matteo Renzi aveva espresso le perplessità del partito alla riconferma del governatore in quanto, a detta del Nazareno, “reo” di non aver controllato con efficacia il sistema bancario caduto in questi anni in una crisi senza precedenti”. Un dissenso tale che ha portato il gruppo parlamentare del Pd a presentare una mozione contraria alla riconferma del Governatore.

La conferma di Visco è una scelta che “non condivido – ha detto Renzi a Porta a Porta – ma andiamo avanti lo stesso”. “È una cosa che io non avrei fatto ma non è una sconfitta”, ha tenuto a precisare Renzi. “Non ho niente di personale contro Visco. Do solo un giudizio di merito. Gentiloni è presumibile che abbia un’opinione diversa ma dobbiamo rispettare la sua scelta”, ha rimarcato. Mai poi Renzi ha calcato la mano parlando di “sei anni di disastri per le banche”. “Spero che i prossimi 6 anni siano migliori di quelli trascorsi. Peggiori è un po’ difficile. Ci interessa più il futuro dei risparmiatori che dei governatori”, ha sottolineato.

Il Governatore Visco ricopre la carica di Governatore di Bankitalia dal 1º novembre 2011 a seguito delle dimissioni di Mario Draghi divenuto Presidente della Banca centrale europea. Era in carica il governo Berlusconi dal quale venne indicato per ricoprire quella posizione. Sei anni sotto assedio; prima la crisi economica poi quella bancaria, infine i partiti che a gran voce ne hanno chiesto la testa. È stata Palazzo Koch, nella ricostruzione di Visco, a far emergere il marcio che si annidava nei bilanci di Mps e delle banche venete. Ed è pronto a dimostrarlo, forte di una documentazione di oltre 4.000 pagine, anche davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Pier Ferdinando Casini, cui ha dato immediata disponibilità ad essere ascoltato.

Visco nella corsa di sei anni fa venne preferito a l’allora direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni e a Lorenzo Bini Smaghi. Fu un compromesso, la classifica vittoria dell’outsider. A difendere Visco si è schierato il presidente dei deputati di Forza Italia Renato Brunetta che ha difeso la scelta di Berlusconi di sei anni fa. “Se Renzi non è d’accordo con il suo presidente del Consiglio e magari non è d’accordo con il suo presidente della Repubblica è un problema di Renzi, non un problema nostro, che siamo all’opposizione. Noi possiamo dire solo che Visco, che non è mai stato vicino al centrodestra, lo ha indicato per la prima volta il governo Berlusconi”. “Noi rispettiamo le regole istituzionali in merito alla nomina del governatore della Banca d’Italia, e non siamo degli sfasciacarrozze come Renzi, che va contro il suo governo con una mozione in Parlamento per attaccare una istituzione come la Banca d’Italia, la sua autonomia e la sua indipendenza”.

Sintomo del malumori che la vicenda Visco ha creato non solo nella dialettica tra maggioranza e opposizione, ma anche nello stesso Pd, sono le parole del deputato Dem Dario Ginefra per il quale “l’indicazione di Vincenzo Visco, ad opera del Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, quale designato riconfermato Presidente della Banca d’Italia, corrobora il mio convincimento della correttezza della scelta compiuta, insieme a diversi colleghi del gruppo Pd alla Camera dei Deputati, di non partecipare al voto della mozione che ne chiedeva, di fatto, la sua non riproposizione”. “La valutazione che ho considerato non solo irrituale e poco istituzionale, ma soprattutto precipitosa nella individuazione di eventuali responsabilità della stessa Banca d’Italia nei crack di MPS, Banca Etruria e Banche Venete, è stato un atto affrettato del Gruppo che francamente faccio fatica ancora a comprendere e che mi auguro non abbia più a ripetersi. Il Premier Gentiloni ha fatto bene a procedere secondo quelle che sono le competenze assegnategli dalla legge”.

Vince la Lega, un colpo
a Salvini

Matteo Salvini-Lega

Niente di rivoluzionario dalla Lega. Né la secessione dall’Italia e nemmeno il federalismo ma l’autonomia, il cosiddetto “regionalismo differenziato” previsto dalla Costituzione repubblicana. Il referendum leghista, vittorioso in Veneto e in Lombardia (ma tantissimi voti ci sono stati nella prima regione e molti di meno nella seconda), chiede più poteri allo Stato centrale. Il modello è quello delle regioni a statuto speciale (la Sicilia, la Sardegna, il Trentino-Alto Adige, la Valle d’Aosta, il Friuli-Venezia Giulia) che dispongono di poteri più ampi.

I soldi, il fisco. In particolare Luca Zaia e Roberto Maroni, i presidenti leghisti del Veneto e della Lombardia, guardano al portafoglio: vogliono una quota più alta delle tasse riscosse nei loro territori, i più ricchi d’Italia. L’elegante e compito Zaia (ramo Liga Veneta della Lega Nord) non ne fa mistero e smentisce ogni paragone con il referendum catalano che ha dichiarato l’indipendenza dalla Spagna: «Non abbiamo niente a che vedere con la Catalogna. Vogliamo l’autonomia: più potere, più competenze e il federalismo fiscale, non l’indipendenza. Il treno passa una volta sola e comunque è una pagina storica». E anche Maroni (ramo Lega Lombarda della Lega Nord) fa lo stesso discorso.

Niente a che vedere con la secessione della Catalogna dalla Spagna, una pericolosissima mina vagante con possibili pericolose conseguenze politiche, economiche e persino di violenze e di scontri militari. L’esempio catalano rischia di determinare la frammentazione di molte nazioni europee insidiate da conati indipendentisti. Ma adesso l’Italia del nord sembra immune da questo virus, forse perché immunizzata dalle esperienze del passato.

Le differenze tra il Lombardo-Veneto (come si chiamavano nel 1800 le due regioni ai tempi della dominazione austriaca) e la Catalogna sono abissali. Matteo Salvini ha annunciato, subito dopo aver votato al referendum in Lombardia, la volontà di aprire un confronto e non uno scontro: «Noi da domani trattiamo con il governo centrale». Il segretario della Lega Nord deve fare i conti con una realtà diversa da quella catalana: 1) la grande maggioranza dei lombardi e dei veneti non vuole la secessione; 2) lui stesso ha buttato la vecchia bandiera dell’indipendenza della cosiddetta Padania alzata da Umberto Bossi vent’anni fa ed ha trasformato la Lega da partito del Nord in una forza di destra nazionale; 3) i due referendum tenuti domenica sono consultivi; 4) il Carroccio già governa da anni le due regioni, guidando delle giunte di centro-destra.

L’unico punto di contatto tra il referendum catalano e quelli del lombardo-veneto riguarda il portafoglio: tutti e tre i territori sono i più ricchi e sviluppati dei due paesi, la Spagna e l’Italia. Sia i catalani sia gli abitanti del nord-est del Belpaese vogliono pagare meno tasse e, in ogni caso, chiedono di poter utilizzare gran parte dei ricavi delle loro imposte. Poi, al di là della solidarietà con le regioni centro-meridionali, non mancano le contraddizioni. Un esempio per tutti: i contribuenti di Roma, Napoli, Palermo ma anche quelli di Torino e di Genova hanno visto usare le loro tasse per salvare dal fallimento le banche venete, quelle del ricco nord-est.

Sono lontani i tempi della rivolta padana di Bossi. Il fondatore della Lega Nord, tra espressioni forti (come il ricorso ai Kalashnikov e a “marce su Roma” poi in parte smentite) e comizi dialoganti, nel lontano 15 settembre 1996 proclamò a Venezia la secessione della Padania dall’Italia: «Noi, popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana». Tra lo sventolio delle bandiere del Carroccio nella città lagunare fu annunciata la fine del “colonialismo italiano” sulle regioni settentrionali.

Ma quella dichiarazione di Bossi, come il referendum organizzato in modo un po’ artigianale dalla Lega Nord, non ebbero alcun effetto. Il virus dell’indipendenza non attecchì. Né le popolazioni settentrionali né gli ex alleati del centro-destra seguirono la strada indicata dall’allora segretario del Carroccio. Anzi, successe il contrario. Sia Silvio Berlusconi, presidente di Forza Italia, sia Gianfranco Fini, presidente di An, anche loro due uomini del nord, bocciarono senza appello la dichiarazione d’indipendenza, come il centro-sinistra allora guidato da Romano Prodi.

Così Bossi, isolato, fu costretto a tornare sui propri passi. Dalla secessione ripiegò sulla richiesta del federalismo e così negoziò con Berlusconi. La Lega tornò a formare una coalizione di centro-destra e ritornò al governo con gli esecutivi guidati da Berlusconi (nel 2001 e nel 2008). Lo stesso Bossi divenne ministro. Fu anche varata una riforma costituzionale all’insegna del federalismo politico, ma fu bocciata dagli italiani in un referendum.

Bossi, dopo le sconfitte politiche subì anche dei pesanti guai giudiziari, così perse la segreteria della Lega: prima fu sostituito da Maroni, il vecchio amico di un tempo, e poi da Salvini. La visione e l’identità politica localistica della Lega Nord andò in frantumi: addio a riti indipendentisti come l’elezione di Miss Padania. Anche le camicie verdi padane sono andate fuori moda e adesso Salvini indossa felpe di vari colori sia quando tiene comizi a Milano sia quando li fa a Roma, a Napoli e a Palermo.

Però il Carroccio anche in versione di destra nazionale, anti immigrati e anti euro, raccoglie pochi voti al Sud e molti al Nord. Lo dimostra anche la mobilitazione referendaria in Veneto e Lombardia, le regioni-casseforti di voti. Ed è un colpo alla nuova linea politica di Salvini, il segretario della metamorfosi della Lega Nord in italiana. Adesso Salvini dovrà fare i conti il rinnovato ancoraggio localistico nordista. Dovrà anche fare i conti con lo statuto del Carroccio che parla di Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Sembra quasi la rivincita di Bossi.

Brilla sempre di più la stella di Zaia, il vincitore del referendum nel Veneto. Se il centro-destra vincerà le prossime elezioni politiche all’inizio del 2018 e la Lega Nord si piazzerà bene potrebbe rivendicare un proprio uomo per la presidenza del Consiglio. Sembra che l’elegante Zaia stia pensando proprio a Palazzo Chigi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Intervista a Finetti: dalla lite Pci-Psi all’Antipolitica

Con l’intervista ad Ugo Finetti continua la serie di conversazioni storiche sul crollo della Prima repubblica. Finetti, storico esponente del Psi e Vicepresidente della regione Lombardia dal 1985 al 1992, ha le idee molto chiare sulla fine della Repubblica dei partiti. In questa intervista spiega il ruolo del pool di Milano e dei potentati economici, parlando di uno scioglimento per via giudiziaria dei partiti. Finetti, con il suo approccio da storico affermato, illustra anche i meriti storici del sistema dei partiti.

craxi-e-napolitanoQual era il clima politico degli anni Ottanta? C’era sfiducia verso i partiti?
L’antipolitica c’è sempre stata. Bisogna distinguere quando la polemica contro i partiti diventa avversione alla democrazia. Il fastidio verso i partiti nasce nel primo dopoguerra. Già nel 1919 c’era un certo fastidio, soprattutto dopo l’estensione del suffragio universale. Da questo momento i ceti più alti iniziarono a non sopportare che persone da loro ritenute di livello culturale e sociale inferiore potessero prendere decisioni di rilievo nazionale. Inizia l’avversione alla democrazia.
Nel secondo dopoguerra con la vita democratica che rinasce sotto la guida dei partiti del Cln c’è il trionfo dei partiti: i partiti diventano il cardine della democrazia e sono i veicoli di una estesa partecipazione sia alle elezioni che alle varie manifestazioni da essi organizzate. La partecipazione al voto era massiccia. I partiti sono punti di riferimento per un sistema di valori.
Le crepe iniziano dopo il ‘68, quando cresce una vera polemica verso i partiti (gli extraparlamentari), prima c’era solo una contestazione secondaria (per lo più di estrema destra ‘nostalgica’ del fascismo). Un segnale chiaro è l’esito del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti del 1978. Gli anni Settanta, più in generale, logorano il sistema politico, anche a causa delle varie crisi: economica, politica e sociale, sommate all’emergenza del terrorismo. Negli anni Ottanta c’è la fuoriuscita dalla crisi economica. La politica ha un primato, è promotrice dell’integrazione europea; i partiti diventano protagonisti, sia a livello ideale, tecnico-programmatico e istituzionale. Ci si rende conto però che la società italiana ha bisogno di un diverso assetto istituzionale, ma gli anni Ottanta non vedono un’autoriforma, e questo può essere un motivo di sfiducia.
Il ruolo dei partiti dipende anche dalle modalità con cui l’Italia vive la Guerra fredda e anche al ruolo dei partiti unitisi durante la Resistenza. L’antifascismo interseca lo schieramento della Guerra fredda. In Italia non c’è stato nessun muro di Berlino e con il Pci in Parlamento non si è andati a ‘muro contro muro’. Questo può aver comportato forme di consociativismo e può aver creato una sorta di omologazione politica che ha pesato sulla fiducia verso il sistema.
Un’altra questione problematica riguarda la staticità nei gruppi dirigenti: si arriva alla fine della Prima repubblica con a capo del governo il sottosegretario di De Gasperi, Andreotti. Anche gli stessi padri della Prima repubblica sono arrivati alla fine degli anni Novanta con ruoli di rilievo. Questo ha significato anche un certo immobilismo. Si può concludere dicendo che un elemento di crisi dei partiti è che con la fine della Guerra fredda gruppi dirigenti che erano stati ‘in divisa’ si sono trovati ‘in abiti borghesi’. La smilitarizzazione della politica ha messo in libertà l’elettorato.

Come erano percepiti i partiti? Si sentiva la crisi dei partiti di massa?
Prima di parlare di partiti in generale si deve distinguere tra i vari partiti, non si può parlare generalmente di partiti di massa. Si tratta di realtà molto diverse. La Dc ha un retroterra cattolico molto vasto e articolato, è un partito interclassista. Il Psi e il Pci, invece, hanno un primato di elettorato popolare. Ma sono diversi tra loro: il Pci è un partito con un retroterra di solidarietà internazionale ed è organizzato in modo paramilitare con il centralismo democratico, con il divieto delle correnti e con un segretario eletto a vita, con successione monarchica (il vice diventa segretario). Il Psi, al contrario, ha tante correnti, subisce molte scissioni, ed è in stato di divisione permanente.
Elettoralmente si ha un elettorato sempre stabile, gli spostamenti elettorali sono microscopici rispetto ad oggi. Sono mutazioni lievissime, si pensi anche alla tradizione familiare con cui si andava al voto.
I partiti di opinione erano pochi e di dimensioni ridotte. Tutti i partiti però erano accomunati dall’antifascismo. C’era l’antifascismo da parte della Dc che limitava gli elementi di estrema destra, mentre il Pci condannava gli elementi più rivoluzionari della sua ideologia.
I partiti hanno così garantito anche la tenuta democratica durante situazioni drammatiche come il terrorismo, o di fronte a tentativi di colpi di mano. Infine bisogna ricordare che la tanto bistrattata partitocrazia è stata protagonista della resistenza e dello stato sociale. Prima di rivolgerle una critica sferzante, bisognerebbe ricordarne anche i meriti.

Cosa ne pensa del crollo della prima Repubblica? Quali sono le cause?
Non bisogna confondere crollo e sconfitta. Gli errori politici si riflettono in sconfitta elettorale non in crollo di sistema. L’unico grande calo tra il 1989 e il 1992 riguarda il Pci. Nel maggio 1992 Craxi era l’unico candidato alla presidenza del consiglio. Il pentapartito aveva la maggioranza del consenso. Quando per causa giudiziaria scatta il veto su Craxi da parte di Scalfaro, il presidente della Repubblica chiede comunque al segretario socialista di fare il nome del presidente del consiglio.
Il crollo avviene essenzialmente per via giudiziaria, non è la società civile che abbatte il sistema. Non bisogna confondere la procura di Milano con la società civile. Alcuni hanno parlato del referendum Segni come segno inequivocabile del declino, in realtà è un fatto politico, ma non è un crollo. Il Psi l’anno dopo – con Mani Pulite già in corso – nelle elezioni del ’92 mantiene le posizioni (perde due deputati su quasi cento). Non è quindi la società civile che ha rovesciato la politica. La realtà è che c’è stato uno scioglimento giudiziario dei partiti in modo molto selettivo.
Si è voluta creare artificialmente una dialettica politica tra ex fascisti ed ex comunisti. Fatto che fu consacrato nelle amministrative del 1993: si pensi alle contese elettorali tra Bassolino e la Mussolini a Napoli e alla sfida tra Fini e Rutelli a Roma. Questo schema venne sovvertito dal fenomeno berlusconiano.
La disgregazione voluta dal Pool nasce dal fatto che con la fine della Guerra fredda e la globalizzazione, il potere economico pensa che sia venuto il momento di liberarsi dalla politica. Si immagina un mondo senza conflitti, per andare verso un unico modello economico-istituzionale. C’è un assalto al potere politico, anche perché si volevano promuovere delle privatizzazioni che vedevano la classe di governo restìa. Non a caso Mediobanca con Cuccia patrocina il referendum Segni, insieme a Berlusconi. L’ex cavaliere dà molto spazio anche a Mani pulite sfruttando le sue televisioni.

Cosa ne pensa delle recenti parole di Di Pietro?
Parla così perché ormai l’Italia di Mani pulite è uscita di scena, sono usciti di scena i suoi eroi. Mani pulite ha salvaguardato comunisti e sinistra Dc più i neofascisti del Msi. Di Pietro e d’Ambrosio, non per caso sono diventati parlamentari del Pd. Di Pietro vorrebbe ora rientrare in Parlamento e ha fatto dichiarazioni a favore dei postcomunisti (Bersani) e degli ex missini (Meloni).

Che tipo di inchiesta è stata Mani Pulite?
Mani Pulite è un’inchiesta essenzialmente cartacea. Ha come postulato che gli imprenditori sono vittime della politica. L’inchiesta si svolge in maniera abbastanza semplice: si arrestano gli imprenditori affinché facciano i nomi dei politici. Così ottengono la libertà. L’inchiesta si basa sulle sabbie mobili della carcerazione preventiva con ‘confessioni’ firmate per uscire e che contengono accuse che sono quasi sempre parole non documentate.

Non possiamo non parlare del finanziamento ai partiti. Cosa si ricorda? Era un sistema come ha sostenuto più volte Craxi?
C’è in effetti una sorta di continuità dal 1944 con i primi finanziamenti al Cln anche fisica: Enrico Mattei si occupava di dividerli tra i partiti del Cln. È lo stesso Mattei che divide l’’oro di Dongo’.
È sempre Mattei che da presidente dell’Eni divide i soldi per i partiti.
Il sistema di finanziamento alla politica era molto noto e anche il Pci vi partecipava; non solo aveva finanziamenti provenienti dall’Urss, ma anche dai privati in cambio di favori. I verbali della Direzione del Pci lo testimoniano parlando esplicitamente di ‘tangenti’ o di ‘amministrazione straordinaria’ (cioè fuori dal bilancio ufficiale).
C’era un accordo generalizzato a livello nazionale per cui il 3% del valore degli appalti era riservato ai partiti. Si pensò di voltar pagina pubblicizzando finanziamenti una tantum. Anche Craxi si rendeva conto che il finanziamento illecito rendeva vulnerabili e creava marasma di gruppi personali. Ma è da tener presente la reazione dei privati: essi non volevano far sapere quanto davano ai partiti e non volevano comunque rinunciare ai fondi neri. Infatti l’accordo era il 3%, ma nei verbali si dichiara spesso molto di più. Persino il doppio. Nel sistema dei fondi neri si muovevano agevolmente anche i privati. Si tirava avanti sapendo che era ‘il segreto di Pulcinella’.

Quali sono stati gli errori di Craxi e quando inizia il suo declino?
Tra il 1987 e il 1992 Craxi pensa solo al ritorno a palazzo Chigi e vive la legislatura in attesa. La ritiene un tempo morto da far trascorrere in attesa che maturi la ‘controstaffetta’ e infatti arriva come unico candidato alla guida del governo nel 1992. Assume un atteggiamento di distacco, prende l’incarico all’Onu, ostenta distacco dalla politica quotidiana. Però agli occhi dell’elettorato rimane il dominus della politica anche perché i presidenti del consiglio continuano a cambiare.
È sbagliato addossargli tutta la colpa dell’immobilismo istituzionale. Il mutamento istituzionale si inceppa sul fatto che il Psi vuole il presidenzialismo, mentre Pci e Dc vogliono il maggioritario e sono contro il presidenzialismo, proprio perché temono la popolarità di Craxi negli anni Ottanta. Craxi rimane il politico più popolare rispetto a tutti, pur essendo il Psi più debole di Dc e Pci. L’odio nei suoi confronti si deve alla sproporzione tra potere politico e peso elettorale, a cui Craxi cerca di reagire tentando di costruire un’area politica più vasta, si veda la politica verso i socialdemocratici, i liberali, i radicali e anche parte dei repubblicani.

Che rapporti c’erano tra il Pci e Craxi?
Il concetto di ‘duello a sinistra’ non è forse una categoria interpretativa del tutto adeguata. Craxi non era anticomunista, aveva il disegno di far confluire il Pci verso un’opzione socialdemocratica a guida socialista. La politica di Craxi è stata una politica di tallonamento continuo al Pci. Per capirlo bisognerebbe conoscere il Craxi che fa politica tra il 1956 e il 1976
Per quanto riguarda il Pci la politica anticraxiana di Berlinguer è contestata da Napolitano, da Lama e dalla Iotti. Nel 1980 Berlinguer fa addirittura una Direzione-seminario sul Psi, ma la relazione anticraxiana di Natta non viene approvata perché c’è una parte del Pci che non vuole rompere con i socialisti. Berlinguer è contrastato proprio perché Craxi non è anticomunista. Napolitano, per la sua critica a come Berlinguer pone la ‘questione morale’ contro il Psi, sarà anche estromesso dalla segreteria e nominato capo gruppo della Camera. Anche Pajetta è a favore di Craxi. A Berlinguer si contesta il fatto che parla di alternativa, ma in realtà vuole accordarsi con la Dc contro il Psi.
Un episodio interessante riguarda lo scambio di battute tra Reichlin e Craxi dopo l’incontro tra Pci-Psi alle Frattocchie nel 1983. Craxi in modo amichevole avverte che il segretario del Pci capisce poco i mutamenti della società italiana e il dirigente comunista ammette che Berlinguer aveva una ‘visione catastrofista’. Possiamo dire che Craxi invece capiva molto di più le trasformazioni in atto.
Durante la segreteria Natta si sveleniscono i rapporti con Craxi. Il segretario socialista poi spera anche in Occhetto. Nel post ’89 non è aggressivo, è prudente, non incalza, aspetta una scelta socialdemocratica da parte del Pci che però non arriva. I comunisti di Occhetto pensano al cosiddetto ‘nuovo internazionalismo’, a un terzomondismo ‘ambientalista’, ma non alla socialdemocrazia.

Martino Loiacono

Un “caso Scafarto” anche a Nuoro

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Quante sono le fake news, i falsi investigativi, che hanno inquinato e che stanno inquinando indagini e processi in Italia? Non lo sappiamo, ma possiamo fare qualche esempio. L’ultimo scandalo sull’uso spregiudicato delle false notizie, delle bugie investigative, per inquinare o deviare le indagini è il “caso Scafarto”. In breve, il capitano dei carabinieri Giampaolo Scafarto del Noe è accusato di aver manipolato una informativa, sbagliando volutamente la trascrizione di un’intercettazione telefonica. Secondo le accuse, cercava di fabbricare prove false nell’ambito della vicenda Cosip, puntando all’arresto di Tiziano Renzi, così da colpire il figlio Matteo, all’epoca presidente del Consiglio. Indagato per falso anche il pm Henry John Woodcock. Coinvolto, ma non indagato, anche il colonnello Sergio De Caprio, il “Capitano Ultimo”, famoso per avere comandato la squadra che nel 1993 catturò Totò Riina. I capi di accusa si stanno moltiplicando, ma la vicenda è al vaglio della magistratura e non entriamo nel merito.

Da un presunto tentativo non riuscito di stupro allo Stato, a uno che ha fatto centro. Ricordate l’inchiesta per presunti illeciti nelle nomine alle Asl e in altri settori pubblici della Campania che, nel 2008, coinvolse anche Clemente Mastella, allora ministro della giustizia? Per colpa di queste accuse Mastella ha dato le dimissioni, ha fatto cadere il governo Prodi e ha aperto la strada alle elezioni anticipate, vinte da Berlusconi. L’ex ministro è stato assolto dopo 9 anni, ma la fake ha colpito il bersaglio, cioè Prodi.

Una delle bufale investigative più eclatanti è quella nata dall’inchiesta sull’attentato che, nel 1992, uccise il magistrato Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta. Nel corso delle prime indagini, una fake news, costruita a tavolino anche con il concorso di magistrati e ufficiali di polizia, più qualche manganellata, ha colpito nove persone che sono state accusate dell’attentato, processate e condannate a pesanti pene detentive. Solo nel 2008 si è scoperto che era tutto falso e i presunti assassini sono stati assolti al termine di un nuovo processo.

Ma le fake news giudiziarie non hanno confini, ne è saltata fuori una anche a Nuoro, al processo per il cosiddetto “delitto di Orune”. In breve, due cugini, Alberto Cubeddu (21 anni di Ozieri, provincia di Sassari) e il cugino Paolo Enrico Pinna (19 anni di Nule, provincia di Sassari) sono stati arrestati il 25 maggio 2016 con l’accusa di essere gli autori dell’omicidio di Gianluca Monni (19 anni), commesso l’ 8 maggio 2015 a Orune (provincia di Nuoro), e del sequestro, dell’omicidio e della distruzione del cadavere di Stefano Masala (28 anni, di Nule), che sarebbe avvenuto la sera prima. Mentre Paolo Pinna è già stato condannato in primo grado a vent’anni dal Tribunale dei Minori di Sassari (all’epoca era minorenne) il processo ad Alberto Cubeddu è in corso di svolgimento in Assise a Nuoro.

Ed è proprio Alberto Cubeddu la vittima di una bufala nata da una informativa dei carabinieri e ritenuta vera per tutte le successive fasi delle indagini sino al processo. Andiamo con ordine e leggiamo gli atti. In una informativa dei carabinieri del 9 maggio 2015 è scritto che “il ragazzo risulta indagato per tentato omicidio e rapina in concorso con il cugino Paolo Enrico Pinna” (più altri due ragazzi che non citeremo). Fatti accaduti a Ozieri il 6 gennaio 2014.

Questa accusa, considerata per due anni puro vangelo anche dai magistrati che si sono occupati del caso, si è rivelata una fake news nel corso dell’udienza del 27 luglio scorso quando l’avvocatessa Mattia Doneddu ha fatto mettere agli atti una certificazione della Procura della Repubblica presso il tribunale di Sassari (competente per Ozieri) dalla quale risulta che il presunto procedimento penale contro Alberto Cubeddu non è mai esistito, era contro ignoti e come tale è stato archiviato un anno prima del suo arresto.

Nella certificazione, infatti, è scritto che “il citato provvedimento penale iscritto al R.G.N.R. contro ignoti, al n. 30/2014, a seguito di richiesta di archiviazione in data 13 marzo 2015, del p.m. di questa Procura della Repubblica è stato definito con decreto di archiviazione dal Gip presso il locale tribunale in data 25/06/2015, per essere rimasti ignoti gli autori del reato;

che dai registri generali non risultano che vi siano state e che vi siano iscrizioni a carico di Alberto Cubeddu, per i fatti di cui al procedimento penale n. 30/2014 mod.44;

che dai registri generali non risultano iscrizioni suscettibili di comunicazione nelle quali Alberto Cubeddu abbia assunto la qualità di indagato.”

Tradotto in parole povere, il ragazzo è estraneo al tentato omicidio di Ozieri, e non è mai stato iscritto nel registro degli indagati per nessuna vicenda criminale precedente il delitto di Orune.

Questa certificazione ufficiale è completamente opposta a una fantasia investigativa, a quel peccato originale che ha falsato tutte le indagini. Perché il castello di accuse che trasforma, riga dopo riga, un ragazzo normale, con una vita, una famiglia, un lavoro e amici normali, in un efferato assassino è sempre più legato a quel procedimento penale che per la Procura della Repubblica di Sassari non è mai esistito.

Proprio grazie a questo falso investigativo, certificato due anni dopo come bufala, Alberto Cubeddu è stato dipinto dagli investigatori e, dopo l’arresto, anche dalla stampa locale, come un bad boy, un ragazzo con un passato e un presente da criminale incallito. E tutto questo per giustificare non solo il rinvio a giudizio ma, in particolare, la custodia cautelare in carcere, in quanto considerato un elemento pericoloso. Anche il gip di Nuoro sposa questa tesi e nella sua ordinanza di custodia cautelare in carcere rappresenta che “dalle prime informazioni … si era appreso che il Pinna era un tipo violento con a suo carico una denuncia per tentato omicidio e rapina avvenuta ad Ozieri il 6 gennaio 2014 in concorso – appunto – con Alberto Cubeddu e altri due ragazzi”. Il giudice aggiunge nella sua ordinanza che “Cubeddu è cugino di Pinna e compare di scorribande criminali oggettivamente impressionanti”. Peccato che nessuno abbia ancora pensato di chiedere conferma di questi fatti – relativamente al Cubeddu – alla Procura di Sassari perché il procedimento di cui si parla è sempre quello archiviato.

La stampa locale si allinea: “Ma anche il cugino Alberto Cubeddu – dicono le carte (quelle false?, ndr) – non è certo uno stinco di santo. Le “missioni” spericolate le hanno sempre fatte insieme ed era un caso che non fossero insieme quella notte del 13 dicembre a Orune. Ma Alberto Cubeddu è uno che ha dimestichezza con la violenza, gli incendi e le armi” (da La Nuova Sardegna online del 26 maggio 2016). Al contrario, il ragazzo, affermano sia la Procura di Sassari sia la difesa, non è mai stato indagato per nessuno di questi reati.

La sicurezza della correttezza dello svolgimento delle indagini dovrebbe essere un caposaldo del nostro processo penale, se le bufale vengono costruite a tavolino in questa fase, si falsa tutto, soprattutto, la sentenza finale. E questo è un pensiero particolarmente disturbante quando si parla di reati tipo l’omicidio. Non dimentichiamoci, inoltre, che le bugie sono come le ciliegie, una tira l’altra. Allora viene da chiedersi quante fake news e quante verità, ci siano in tutti gli atti che hanno portato i due cugini di fronte ai giudici con pesanti accuse? Soprattutto in quelli arrivati sul tavolo del giudice che ha già condannato Paolo Pinna a vent’anni? Per non parlare dell’uso della custodia cautelare in carcere, quasi uno stupro mentale. Recentemente il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio europeo ha bacchettato l’Italia proprio su questo argomento, chiedendo un maggiore uso di soluzioni alternative per quei detenuti non ancora condannati in via definitiva. Potete anche rileggere “Davigo esalta le manette” di Mauro Del Bue, apparso sulle nostre colonne il 10 marzo scorso. Infine, riportiamo una dichiarazione di Robertino Pinna, padre di Paolo: “Ci hanno provato per un anno e mezzo a pressare questi ragazzi (il figlio e il nipote, ndr) sperando che dicessero qualcosa. Ma non possono dire niente perché non sanno niente”.

Tre domande per chiudere. Prima: qual è stata la fonte di questa fake news, come è nato questo coinvolgimento in un procedimento giudiziario inesistente e inventato sulla carta, ma che è stato la pietra miliare di una fantasia giudiziaria che ha trasformato un ragazzo che non mai avuto guai con la giustizia in un efferato assassino? E perché nessuno ha mai controllato, perché è stata accreditata per tanto tempo come vera una bufala che la Procura di Sassari poteva smontare in un attimo?
Seconda domanda. Ad Alberto Cubeddu, e magari alla sua famiglia, vorrei chiedere cosa si prova a vedere, in un attimo, la propria vita passata in un tritacarne giudiziario e mediatico, essere coinvolto in un gioco al massacro e rischiare una pesante pena detentiva (anche l’ergastolo), proprio per colpa di una notizia non controllata, di una fake news che è stata la base di tutte le accuse successive?

Terza e ultima domanda. All’autore o agli autori di questa di questa falsa notizia, e a chi non l’ha controllata, vorrei chiedere cosa si prova a sbranare anche l’anima di una persona? Ha un buon sapore?

Antonio Salvatore Sassu

 

Sicilia. Angelino Alfano galleggia nella tempesta

Alfano-Pdl-Berlusconi-scissione

Sì, no, forse. Alla fine Angelino Alfano ha rotto gli indugi ed ha annunciato l’intesa con il Pd sulla candidatura del rettore Fabrizio Micari a presidente della regione Sicilia. Il leader di Alternativa popolare, in una conferenza stampa a Palermo, ha annunciato il 9 settembre: «Il sostegno a Micari è la carta migliore contro i 5 Stelle, la competenza contro il dilettantismo». Il centrista Giovanni La Via affiancherà il rettore dell’Università di Palermo come candidato vice presidente. Adesso il problema sarà la formazione delle liste elettorali.Il tira e molla è durato due mesi. Prima Alfano, tra luglio ed agosto, ha cercato di recuperare l’antico rapporto con Silvio Berlusconi proprio sulla Sicilia e poi la sua strada ha incrociato nuovamente quella di Matteo Renzi. Quasi in zona Cesarini il ministro degli Esteri e leader di Alternativa popolare ha dato il disco verde a Micari per correre come governatore regionale nel voto del 5 novembre in tandem con La Via. Ora il candidato del Pd avrà non pochi problemi con le sinistre all’interno e all’esterno del partito, ma Alfano ha di nuovo scongiurato la sua morte politica. Angelino Alfano, siciliano di Agrigento, non può permettersi l’isolamento proprio nell’Isola, la sua terra, la regione nella quale è più forte Alternativa popolare, la sua ultima e gracile creatura politica.
La sua è una storia di record travagliati. Prima nel centro-destra, stretto collaboratore di Berlusconi; poi alleato del centro-sinistra e di Renzi. Prima ministro della Giustizia nell’ultimo governo Berlusconi e poi ministro dell’Interno e degli Esteri con gli esecutivi di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, tre uomini del Pd. Prima segretario del Pdl, il partito di centro-destra fondato dal Cavaliere e poi leader del Nuovo centrodestra e di Alternativa popolare, due formazioni moderate al governo con il centro-sinistra. Un po’ qui e un po’ lì.
Alfano, avvocato, quasi 47 anni, ex democristiano, ex Forza Italia, già Pdl, sembrava un centrista destinato a un grande successo politico. Berlusconi lo aveva scelto come suo successore, era lanciatissimo anche se il leader del centro-destra aveva avuto qualche perplessità sulla sua candidatura a Palazzo Chigi. In una celebre conversazione informale riportata da alcuni giornali disse nel marzo 2012: «Gli vogliono tutti bene, però gli manca un quid…». Il commento poco lusinghiero suscitò un putiferio e fu poi smentito con una nota stampa dall’ex presidente del Consiglio, tuttavia in molti rimasero scettici sulla rettifica.
Le strade tra Berlusconi e Alfano si separarono nel novembre 2013, quando Berlusconi uscì dal secondo governo Letta mentre Alfano restò. Volarono parole grosse: sembra che il presidente di Forza Italia parlò di “tradimento” e di “parricidio”. Il ministro dell’Interno accusò di estremismo gli anti governativi: «Io sarò diversamente berlusconiano». Forza Italia subì una grave scissione, Alfano fondò il Nuovo centrodestra con l’ambizione di subentrare alla leadership del Cavaliere.
La stella di Berlusconi invece tornò a brillare mentre quella di Alfano calò nella coalizione di governo con il Pd. Calò al punto che Alfano sciolse il Nuovo centrodestra e fondò Alleanza popolare, con l’obiettivo di intercettare solo gli elettori più moderati, quelli centristi ma non più quelli di destra. Tuttavia anche Ap ha deluso: nelle elezioni comunali di giugno ha raccolto appena il 3-4% dei voti. Di qui un’emorragia sempre più forte di parlamentari, richiamati nuovamente dalla sirena di Berlusconi. In tanti hanno detto addio all’attuale ministro degli Esteri: Schifani, Quagliariello, Giovanardi, Nunzia Di Girolamo, Enrico Costa.
Un po’ qui e un po’ lì. Per Alfano non è stato possibile il ritorno alle origini. Berlusconi prima aveva socchiuso la porta al suo ex delfino su “intese locali” come in Sicilia mentre «alleanze nazionali sono impossibili, con chi fino ad oggi ha sostenuto la sinistra». Poi alla fine sembra sia saltato l’accordo pure per la Sicilia anche per il no degli alleati di centro-destra; in testa il leghista Matteo Salvini continuava a tuonare: «Via i traditori come Alfano».
La coabitazione con Renzi resta ma subisce continui scossoni. A maggio volarono parole grosse. Il segretario del Pd attaccò “i veti dei piccoli partiti” sulla nuova legge elettorale e sfidò il leader di Ap a far cadere il governo Gentiloni: «Quelli del partito di Alfano la parola dimissioni, lasciare la poltrona, non la conoscono benissimo».
Alfano, sballottato come un vaso di coccio tra quelli di ferro, ha rischiato grosso; ma ha evitato il peggio: si è salvato, galleggia come un tappo di sughero in un mare in tempesta. Ha definito Berlusconi “irriconoscibile” perché pieno di “rabbia” e di “rancore”. Ha attaccato Renzi: «La nostra fedeltà è stata mal ripagata». Ha anche annunciato a luglio: «La collaborazione con il Pd si è ormai conclusa». Ma poi ha detto sì, salvo sorprese, al candidato governatore siciliano del Pd Fabrizio Micari. Superato lo scoglio della Sicilia si vedrà. Dovrà decidere se affrontare da solo le elezioni politiche o se cercare delle alleanze all’inizio del 2018.

Rodolfo Ruocco

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A caccia di voti con i sussidi di povertà

Poveri-crisiSussidi contro la povertà, caccia ai voti. La legislatura è a fine corsa, manca una manciata di mesi alle elezioni politiche della prossima primavera e i toni da campagna elettorale già si fanno sentire. I problemi più sentiti dall’Italia entrano di prepotenza in un clima di sfida elettorale: tasse, disoccupazione, crescita economica debole, cambio dei parametri per l’euro, immigrazione, riforma elettorale e povertà. Soprattutto la lotta alla povertà è diventato un tema “caldo”, un campo per mietere voti.

Con la crisi economica internazionale e la globalizzazione il problema è diventato grave. Nel 2016, secondo un rapporto dell’Istat (Istituto centrale di statistica), erano 1 milione e 619 mila le famiglie in condizioni di povertà assoluta (6,3% del totale), coinvolgendo 4 milioni e 742 mila persone (7,9%). In condizioni di povertà relativa, invece, erano 2 milioni e 734 mila famiglie (10,6% del totale), toccando 8 milioni e 465 mila individui (14%). Sono colpite soprattutto le famiglie numerose e i giovani.
È stato coniato un nuovo termine, “disagio sociale”, per illustrare la situazione nella quale vive oltre il 10% della popolazione italiana. Ai 3 milioni di disoccupati si sommano più di 5 milioni di cittadini in una situazione lavorativa incerta-difficile (contratti a termine, part-time, accordi atipici, contratti a tempo indeterminato con compensi minimi).
Così è iniziata la gara tra i partiti per dare una risposta al pesante problema e una decisa caccia ai voti. Secondo il governo la via maestra è un lavoro dignitoso per tutti, ma Paolo Gentiloni vuole combattere la povertà anche realizzando una indennità nazionale ed universale. Il presidente del Consiglio ne ha fatto una battaglia importante: «Il reddito di inclusione per due milioni di persone è un impegno per la dignità e la libertà dal bisogno». È soddisfatto anche il segretario del Pd, Matteo Renzi, predecessore di Gentiloni a Palazzo Chigi: «È la prima misura organica della storia repubblicana contro la povertà».poverty-81827_960_720
La macchina si è messa in moto. Entro settembre un decreto attuativo del governo renderà operativa la legge delega contro la povertà, approvata a marzo dal Parlamento. Il reddito di inclusione andrebbe da un minimo di 190 a un massimo di 480 euro al mese, riguarderebbe circa 700 mila famiglie, circa 2 milioni di persone. È previsto un costo di quasi 3 miliardi di euro l’anno. I percettori del sussidio, tra l’altro, dovrebbero impegnasi a mandare i figli a scuola, a cercare un lavoro se disoccupati e a frequentare corsi di formazione.
Ma secondo il M5S è poco, troppo poco. Beppe Grillo per primo, da anni, ha proposto il reddito di cittadinanza. Su questa battaglia batte e ribatte: lo scorso maggio ha organizzato la marcia Perugia-Assisi dei cinquestelle. Per il capo dei pentastellati il reddito di cittadinanza è una proposta «per ridare dignità alle persone», il M5S è una forza politica che «sa ascoltare». I gruppi parlamentari dei cinquestelle sono entrati nei particolari del piano in un documento pubblicato sul blog di Grillo: 780 euro al mese per chi è sotto la soglia di povertà, verrebbe revocato l’assegno dopo il rifiuto di tre proposte di lavoro, il costo sarebbe di 14,9 miliardi di euro (ma secondo molti si andrebbe almeno oltre i 20 miliardi).
A giugno anche Silvio Berlusconi è intervenuto sul tema. Il presidente di Forza Italia, uscito vincitore dalle elezioni comunali di un mese fa, ha annunciato: «Risponderemo all’emergenza povertà con il reddito di dignità». Ha dato qualche dettaglio corposo del suo progetto impegnativo: «Dobbiamo introdurre un reddito di dignità» per 15 milioni di persone. Non solo: «Dobbiamo innalzare le pensioni minime a mille euro. E sono credibile quando lo dico perché lo abbiamo già fatto».
In questo caso il costo per le casse dello Stato sarebbe più alto, molto più alto delle altre proposte. Non è per niente semplice la soluzione del problema. La commissione europea già rimprovera all’Italia un deficit e un debito pubblico troppo alti, al di fuori dei parametri per restare dentro l’euro.

È impossibile ridurre le tasse sul lavoro, sulle aziende, sui redditi personali di lavoratori e pensionati e, contemporaneamente, aumentare la spesa pubblica varando un consistente sussidio contro la povertà. La coperta è troppo corta. Occorre decidere cosa e chi privilegiare nella legge di Stabilità del 2018 da definire in autunno. Intanto sul sussidio contro la povertà è scattata la caccia ai voti in vista delle elezioni politiche e così sono partiti allettanti progetti per chi non riesce ad arrivare a fine mese. Poi, ad urne chiuse, si vedrà cosa si potrà realizzare e con quale governo.

Rodolfo Ruocco
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Intervento in Libia nel 2011: la fiera delle verità di comodo

Il dibattito che si è acceso sull’intervento italiano in Libia nel 2011 ha aspetti surreali. Anche perché, come al solito, la ragion di partito induce a straparlare. Dimenticando situazioni e condizionamenti. Da questo punto di vista, Matteo Salvini è il solito campione di bon ton, ma forse dovrebbe tacere anche Giorgia Meloni per non parlare di Ignazio La Russa che in questi anni sulla vicenda ha detto di tutto e anche di più. Il desiderio di scaricare sulle spalle di Giorgio Napolitano la responsabilità di una guerra che ha prodotto solo instabilità nel Mediterraneo, è tanto forte da sfidare l’impulso a contraddirsi. Una cosa è evidente: un intervento militare non può essere deciso da una persona sola, dunque Napolitano non può aver fatto tutto nel chiuso del suo laboratorio del Quirinale. Un’altra cosa è evidente: certe scelte sono figlie delle situazioni contingenti. In quel caso la situazione era stata determinata da Nicolas Sarkozy che, spalleggiato dalla Gran Bretagna, aveva cominciato a cannoneggiare la Libia per imporre su quell’area strategica dal punto di vista degli approvvigionamenti energetici (petrolio e gas) la propria egemonia che aveva come corollario il ridimensionamento del ruolo dell’Italia.

Alla fine, dopo la delibera dell’Onu l’Italia intervenne per un motivo molto semplice: evitare che Sarkozy facesse l’asso pigliatutto, impedire l’emarginazione dei nostri interessi nel momento in cui si fosse insediato un nuovo governo. Noi, come è noto, eravamo decisamente “schiacciati” su Gheddafi, accolto a Roma da Berlusconi con tanto di baciamano. I rischi erano altissimi e oggi lo riconosce pure La Russa, all’epoca ministro della difesa, che sottolinea come Gheddafi fosse spacciato e l’Italia rischiasse “di lasciare campo libero alla Francia di Sarkozy”. Ora si dice: fu Napolitano a imporre la scelta. E lo stesso La Russa afferma che l’azione del presidente varcò la soglia costituzionale. Peccato, però, che sempre l’allora ministro della difesa un paio di anni fa, il 16 febbraio 2015, al “Quotidiano Nazionale” abbia dichiarato qualcosa di apparentemente diverso: “Berlusconi fu costretto a cedere alla ragion di stato. E come lui anche il presidente della Repubblicana Napolitano che pretendeva un pronunciamento dell’Onu”. E, allora, dov’è l’indebita pressione? Che poi ci siano stati dei distinguo, maggiore o minore freddezza di alcuni rispetto ad altri, è un dato di fatto arcinoto. Ma ciò non toglie che all’epoca Palazzo Chigi annunciasse la nostra partecipazione ai bombardamenti facendo riferimento a un colloquio tra Barak Obama e Berlusconi in cui i due concordavano sul fatto che “una pressione supplementare è necessaria per rafforzare la missione di protezione dell’Onu”. E che lo stesso La Russa motivasse la sua finale (ha dichiarato in un’altra intervista di essere stato il penultimo ad adeguarsi) adesione al fronte interventista affermando: “La posizione è cambiata perché la situazione a Misurata è diventata terribile”.

Sinceramente si riesce a individuare ben poca oggettività storica nelle ricostruzioni di questi giorni; semmai molta soggettività opportunistica. La presidenza di Napolitano presenta delle zone d’ombra ma volerne aggiungere altre artatamente corrisponde solo al bieco interesse elettorale quando, in realtà, tutti all’epoca pasticciarono con la Libia, senza capirci granché. Berlusconi non voleva? Non è una novità. Ma sulla sua posizione pesavano quasi di più gli aspetti personali (il rapporto con il tiranno come ha ricordato La Russa in una apparizione alla trasmissione de La7, “l’aria che tira”, il 19 febbraio del 2015: “Non voleva assolutamente intervenire contro Gheddafi dicendo che aveva dato la sua parola al Rais”) che le strategie politiche. Anche perché se al fondo ci fosse stata la politica, le dimissioni solo minacciate nel famoso vertice al teatro dell’Opera le avrebbe presentate; nel momento in cui non l’ha fatto, ha deciso di aderire a una scelta (“Frattini diceva che la delibera” dell’Onu “era fatta, che non potevamo non adeguarci”, sempre versione La Russa), l’ha condivisa e con lui tutti i suoi alleati di governo, anche quelli che ora cercano il capro espiatorio. Il fatto è che il passato può alimentare il lavoro degli storici, non quello dei politici. Cercare oggi consensi brandendo vicende che andrebbero studiate e non trasformate in alimento polemico, è il peggior regalo che si possa fare all’intelligenza degli italiani.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni