Abi. Nencini, relazione Patuelli lapidaria e strategica

DiMaio_SalviniLe tensioni nel governo di Giuseppe Conte sono già iniziate nonostante l’accordo programmatico firmato da Lega e M5S. L’ultima sfida nel governo  è scoppiata sui  voucher. Da una parte c’è la Lega che vorrebbe reintrodurli in alcuni settori, dall’altra il M5S più diffidente. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha attaccato: “Perché, se i voucher verranno reintrodotti per sfruttare di nuovo la gente, allora si troverà un argine, anzi un muro in cemento armato del Movimento 5 Stelle. Non accetto nessun ricatto del tipo o ci fate sfruttare i nostri giovani oppure noi licenziamo”.

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha assunto un’altra posizione affermando: “In agricoltura, nel turismo e nei lavori stagionali servono a combattere il lavoro nero. I voucher sono stati ipocritamente cancellati per una scelta politica, ma in alcuni settori sono fondamentali e vanno reintrodotti”. Le parole del ministro Salvini hanno trovato il plauso del ministro delle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio, il quale si è detto pronto a reintrodurre i voucher in agricoltura, come peraltro previsto nel contratto di governo.

Il  voucher (o buono lavoro), come strumento di retribuzione del lavoro occasionale è stato introdotto nel 2003 dal secondo governo Berlusconi. Ogni voucher aveva un valore di 10, 20 e 50 euro. Tramite la procedura telematica sul sito dell’Inps, il committente poteva acquistare i buoni lavoro in diverse modalità: pagamento online, modello F24 Elide o bollettino postale. Per il lavoratore il tetto dell’importo era di 7mila euro. I vecchi voucher sono stati aboliti lo scorso anno dal governo Gentiloni sotto la spinta della Cgil e poi riformulati con il decreto legge 50, convertito dalla legge 96/2017 che distingue tra utilizzo non professionale (libretto famiglia, da utilizzare ad esempio per colf e badanti) e utilizzo professionale (tramite il contratto di prestazione occasionale). Inoltre è stato introdotto un tetto unico ai compensi da 5mila euro, ma il lavoratore non può ricevere più di 2.500 euro all’anno dal medesimo datore di lavoro.

Di Maio ha avvertito spiegando: “Se vogliamo discutere della natura per cui erano nati i voucher per specifici lavori che non sono a rischio sfruttamento ma richiedono un tipo di pagamento quotidiano specifico, non abbiamo mai detto di essere contrari anzi è nel contratto di governo. Ma, deve essere chiara una cosa: non permetteremo a nessuna forma giuridica di introduzione dei voucher che lasci aperte delle strade che portano poi allo sfruttamento dei nostri giovani e meno giovani. Insomma, se si vogliono reintrodurre i voucher per sfruttare la gente il M5S voterà contro. Se si reintroduco i voucher per specifiche mansioni e non per sfruttare i lavoratori allora ne possiamo parlare, è la posizione dei 5 Stelle. Se il Parlamento vuole fare delle proposte migliorative ben venga. L’importante è che non si entri mai più nel ragionamento per cui si dice o ce li fate sfruttare o li licenziamo. L’impegno che ho assunto come ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico è quello di abbassare il costo del lavoro per permettere l’utilizzo dei contratti a tempo indeterminato ad un più basso costo per le imprese”. Così ha concluso il Ministro Di Maio senza specificare su quali leve agirà il governo per ridurre il costo del lavoro dei contratti a tempo indeterminato. Su questo argomento è assordante il silenzio dei sindacati.

Tito Boeri, presidente dell’Inps, in un’intervista rilasciata a Sky Tg24 Economia, ha commentato: “Quello dei voucher può essere uno strumento giusto e molto importante. In Italia quando c’è un abuso di qualcosa, si tende a eliminarlo. Noi avevamo fatto delle proposte per evitare questi abusi e limitare l’uso dei voucher alle giuste fattispecie anche perché oggi è uno strumento del quale riusciamo a gestire la transazione. E’ tracciabile, possiamo assicurarci che vengano pagati i lavoratori e i contributi, perché chiediamo alle aziende il versamento della remunerazione prima che venga effettuato il lavoro”.

Qualche giorno fa c’è stato anche il conflitto tra Salvini ed Elisabetta Trenta, ministro della Difesa, sul coinvolgimento della Marina militare nelle missioni internazionali per gli sbarchi irregolari dei migranti.

Oggi dall’assemblea annuale dell’ABI, sono arrivate nuove preoccupazioni sull’economia dal Governatore della Banca d’Italia e dal presidente dell’Abi. Il Governatore, Ignazio Visco, ha detto: “In Italia, come nelle principali economie, nei primi mesi del 2018 l’attività economica ha rallentato. I segnali di decelerazione si sono estesi alla primavera. Nella maggior parte delle previsioni formulate da istituzioni nazionali e internazionali, la crescita in Italia rimarrebbe superiore all’1% nella media del triennio 2018-2020”.

Secondo il governatore Visco: “Questo scenario presuppone un orientamento monetario accomodante, condizioni finanziarie distese e un contesto globale favorevole. Negli ultimi mesi, sono notevolmente saliti i rischi connessi con la politica protezionistica degli Stati Uniti e con i contrasti che su diversi fronti si registrano nelle relazioni tra i Paesi dell’Unione europea”.

Visco ha tuttavia rilevato: “La fiducia delle famiglie e delle imprese si mantiene su livelli elevati. Indicazioni positive provengono anche dall’espansione dei prestiti bancari e dal miglioramento del mercato del lavoro”.

Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, ha affermato: “La scelta strategica dell’Italia deve essere di partecipare maggiormente all’Unione Europea con un maggior impegno nelle responsabilità comuni altrimenti la nostra economia potrebbe finire nei gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani”. Patuelli ha così ricordato: “In Argentina il tasso di sconto ha raggiunto il 40% e con la lira italiana negli anni 80 il tasso di sconto fu anche del 19%”.

Antonio Patuelli ha anche affermato: “Le banche italiane proseguono i grandi sforzi e progressi per la ripresa e l’opera di riduzione dei crediti deteriorati, passati in due anni da 200 a 135 miliardi ma ogni aumento dello spread impatta su Stato, banche, imprese e famiglie rallentando la ripresa”.

Il monito del mondo del credito è arrivato puntuale nel momento in cui le tensioni all’interno del governo Conte rischiano di fare arretrare il Paese anziché migliorarlo. Incomprensibile resta il silente e non visibile ruolo delle opposizioni.

Una relazione che il segretario del Psi Riccardo Nencini ha definivo “lapidaria!”. “Lapidaria e strategica, il modo migliore per onorare l’incarico in un tempo in cui presentismo e chiusure rischiano di farla da padroni”- ha concluso Nencini.

Salvatore Rondello

Dopo il ‘tradimento’ Lega, Berlusconi rilancia FI

Berlusconi-campagnaSilvio Berlusconi ha creduto fino all’ultimo nel suo alleato Salvini. L’ex Cavaliere aveva chiesto ed era stato anche rassicurato da Giancarlo Giorgetti sull’assegnazione della delega alle Telecomunicazioni, ma nonostante le promesse nella distribuzione tra i vari ministeri dei vice e del sottosegretari: la delega delle Tlc è finita nelle mani del capo politico del M5S e oggi ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio. Una decisione che porta grattacapi al leader di Forza Italia che teme per le sue industrie televisive e che secondo indiscrezioni è andato su tutte le furie con Salvini. Anche se di fatto il centrodestra non è più unito da tempo, la Lega ha comunque rassicurato che “Di Maio avrà la delega ma poi tutto verrà affidato ai tecnici del ministero”. Ma i rapporti tra i pentastellati e Berlusconi non sono mai stati rosei e il leader forzista sa bene che il vicepremier grillino dovrà dar prova del “cambiamento” anche nell’ambito delle telecomunicazioni.
Inoltre sul fronte delle Alleanze, Berlusconi vede crescere il centrodestra, ma a trazione leghista, con i voti degli Azzurri a vantaggio del Carroccio. A maggior ragione il l’ex Cavaliere ha deciso di rilanciare Forza Italia. L’intenzione è quella di tornare a rendere il partito azzurro il luogo della proposta e dello sviluppo, raccogliendo i frutti della semina alle prossime elezioni europee. E Berlusconi è intenzionato a farlo rivedendo tutto l’asset organizzativo del suo Partito.
Il primo segnale del cambiamento, a quanto si apprende, è la nomina di un ‘vicepresidente’, del ‘comitato esecutivo’ e di un coordinatore nazionale più una nuova ‘consulta del presidente’ aperta anche a personalità non iscritte a Fi con le ‘comunità azzurre’ come braccio operativo sui social.

Nencini: “Salvini continua a fare campagna elettorale”

salvini di maioIl governo ha giurato solo pochi giorni fa e solo ieri, dopo quella del Senato, ha ottenuto il voto positivo della Camera. E Salvini, invece di sedere nel ufficio del Ministero degli Interni, è di nuovo in campagna elettorale. Questa volta in Puglia, a Brindisi a sostegno del candidato sindaco della Lega Massimo Ciullo. “Il ministro dell’Interno – è il commento del Segretario del Psi Riccardo Nencini – continua a battere l’Italia in campagna elettorale. Ieri era a Brindisi, dove si vota per il rinnovo del comune. È la prima volta, nella storia della Repubblica, che il titolare della sicurezza nazionale e garante dell’imparzialità delle Istituzioni statali si getta a capofitto nella bagarre. Dovrebbe stare un passo indietro a tutela di tutti. E invece…”. A Brindisi il centrodestra si presenta diviso: la Lega e Forza Italia hanno rotto. A gennaio scorso fu proprio Salvini ad annunciare con un video la candidatura dell’avvocato Ciullo, una fuga in avanti che non piacque a Forza Italia. Il coordinatore regionale azzurro Luigi Vitali, da sempre fedelissimo di Berlusconi, contestò il metodo e scelse un’altra strada e un altro candidato. Un altro ministro che andrà a spasso per il Paese è Luigi Di Maio titolare del Ministero del Lavoro che invece si sposterà per sostenere il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle Gianluca Serra. Alleati al governo che si fronteggiamo alle amministrative. Il test non sarà di poco valore. Potrebbe infatti dare un segno sugli equilibri interni alla maggioranza.

Conte, i 5 Stelle e le sanzioni alla Russia

puntinIl presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante il suo discorso al Parlamento per il voto di fiducia, ha detto che le sanzioni alla Russia dovranno essere tolte. Immediata la reazione della Nato e degli Stati Uniti che hanno inviato al presidente Conte il seguente messaggio: “Va bene dialogare con Mosca, ma le sanzioni sono importanti e devono restare fino a quando la Russia non cambierà atteggiamento”. Il chiaro messaggio per il presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte è stato espresso dalle parole del segretario generale della Nato  Jens Stoltenberg  e dell’ambasciatrice Usa Kay Bailey Hutchinson. In attesa di avere maggiori indicazioni su questo e su altri  dossier, gli alleati inviano chiari segnali all’Italia. L’apprensione di Bruxelles e Washington è palpabile in attesa di ricevere dal nuovo governo italiano maggiori indicazioni su questo e su gli altri dossier riguardanti le missioni internazionali.

Stoltenberg ha detto: “Non vedo l’ora di lavorare con lui, e lo incontrerò presto. L’Italia è un alleato impegnato e di alto valore, contribuisce alla nostra sicurezza comune e alla difesa collettiva in molti modi differenti”. Il segretario generale della Nato ha anche espresso approvazione per le parole che il premier ha rivolto all’Alleanza nel discorso con cui ha chiesto la fiducia al Parlamento. Eppure, sembra preoccupare l’eventuale  scivolamento dell’Italia verso Mosca, un timore giustificato soprattutto dalle tradizionali inclinazioni di Lega e Movimento 5 Stelle più che dalle parole di Conte.

Anche perché, sia Salvini che Di Maio, alla vigilia delle elezioni, si sono recati in Russia. In effetti, secondo alcune fonti vicine al Movimento pentastellato, nel passaggio sulla Russia il  premier  ha parlato di “revisione” del sistema delle sanzioni, collocando tra l’altro tale impegno nell’ambito della “convinta appartenenza” all’Alleanza Atlantica. Una revisione dunque, e non un “ritiro” come previsto dal Contratto di governo (tanto meno un “ritiro immediato” come scritto nelle bozze preliminari). Un cambio di vocabolario evidente, probabile risultato dell’apprensione che più volte è emersa da tanti alleati. Eppure, l’esame storico delle posizioni di Lega e 5 Stelle sull’argomento non aiuta di certo il capo dell’esecutivo a dissipare ogni dubbio.  Il New York Times, oggi, citando Conte, ha parlato di un “lifting” delle sanzioni, indicando che forse il messaggio non è stato poi ricevuto con tanta chiarezza oltre oceano. Lo testimoniano anche le parole dall’ambasciatrice Usa presso la Nato  Kay Bailey Hutchinson : “L’Italia è uno dei nostri più forti alleati, ma sulla Russia crediamo che le sanzioni vadano mantenute fino a quando Mosca non cambierà il suo comportamento”.

Stoltenberg ha rimarcato: “Sulla Russia è importante sottolineare che la Nato ha un approccio duale: forte difesa e deterrenza, combinate con il dialogo politico”. Si tratta del tradizionale ‘dual track’ che l’Alleanza ha adottato da tempo nei confronti di Mosca. Recentemente è stato ribadito anche dall’Assemblea parlamentare della Nato. Lo stesso presidente dell’Ap, Paolo Alli,  ha spiegato  come la posizione italiana, per una eventuale rimozione delle sanzioni, restasse sostanzialmente isolata. Senza considerare poi che il regime sanzionatorio è stato definito in ambito europeo, e dunque può essere modificato o allentato solo in questo contesto (come  ha ricordato  il presidente dello Iai  Ferdinando Nelli Feroci). Stoltenberg non ha potuto fare altro che ribadire la seguente posizione: “Non possiamo isolare la Russia, che è un nostro vicino; quindi accolgo favorevolmente il forte sostegno dell’Italia al dialogo che noi abbiano con Mosca, ma le sanzioni economiche, e la Russia dovrà cambiare il proprio comportamento prima che siano eliminate”. La Hutchinson ha aggiunto: “Un eventuale ritiro invierebbe un pessimo segnale a Mosca”.

L’impressione è che il tema sia ancora piuttosto caldo e che gli alleati chiederanno maggiori chiarimenti a Conte sulle intenzioni italiane nel corso del prossimo summit dei capi di Stato e di governo, in programma a Bruxelles a luglio. Oltre a questo, sembra preoccupare anche l’incertezza sulla postura militare internazionale. Il Contratto di governo parla di una “rivalutazione” delle missioni dei militari all’estero sotto il profilo della rilevanza per gli interessi nazionali. Anche in questo caso però, nonostante ciò possa essere considerato in continuità con quanto in parte predisposto dal precedente governo (con un focus maggiore su nord Africa e l’annunciato alleggerimento dei contingenti in Afghanistan e Iraq), l’andamento storico delle posizioni dei due partiti di maggioranza lascia spazio ai timori degli alleati euro-atlantici per un eventuale ritiro. Basti pensare al mantra pentastellato del “Via dall’Afghanistan” o alla ferma opposizione alla missione in Niger con “perché andiamo a presidiare il deserto” (anche se il Niger non è un paese del deserto africano). Lunedì scorso, il corrispondente de  La Stampa  negli States,  Paolo Mastrolilli, ha raccontato le preoccupazioni di Washington per l’impegno italiano in Afghanistan. In caso di ritiro, sarebbe a rischio l’intera collaborazione con gli Stati Uniti. Subito dopo l’insediamento, il governo Conte è stato già chiamato a un’ardua prova di politica internazionale.

La revisione del sistema delle sanzioni alla Russia annunciato durante il suo discorso al Senato dal  premier Giuseppe Conte  non è stato gradito dalla  Nato, dagli Usa e dalla Germania.  Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha esattamente detto: “Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato. Ma attenzione, saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni,  a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa”.

Il discorso potrebbe farci ricordare l’atteggiamento di ‘Arlecchino servitore di due padroni”. C’è quindi anche la posizione di Berlino manifestata da Angela Merkel in vista del G7 in Canada che inizierà domani: “L’annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l’esclusione della Russia dal G8”.

La sterzata, se non altro nei toni, alla politica estera italiana, non è stata ancora commentata dalla Ue. La posizione ufficiale dell’Unione europea, aveva ricordato ieri una portavoce dell’Alto rappresentante Federica Mogherini interpellata in generale sulle relazioni Ue-Russia, resta quella concordata a 28. La portavoce ha ricordato: “Abbiamo i cinque principi guida per le politiche Ue nei confronti della Russia  che sono stati concordati nel 2016 e poi ribaditi ad aprile 2018 da tutti i 28 stati membri a livello del Consiglio affari esteri. I cinque principi includono la piena attuazione degli accordi di Minsk, legami più stretti con gli ex Paesi sovietici vicini della Russia, il rafforzamento della resilienza Ue alle minacce russe, un impegno selettivo con la Russia su alcuni temi come l’antiterrorismo, e il sostegno per i contatti interpersonali con la popolazione russa”.

Il discorso di Conte è stato pronunciato proprio mentre da Vienna il presidente russo Vladimir Putin tornava a ripetere che le sanzioni non convengono a nessuno: “Tutti sono interessati a rimuoverle”. Il lavoro diplomatico aperturista dell’Italia nei confronti della Russia a Bruxelles in realtà non si è mai fermato. E resta una caratteristica dei governi italiani dell’ultimo ventennio, da Pratica di Mare in poi, con picchi di affinità durante i governi Berlusconi, che ha caratterizzato però negli anni anche i governi di centrosinistra. Lo stesso ex premier Paolo Gentiloni ha più volte sottolineato, anche nell’ultima fase,  il “doppio binario” seguito dall’Italia di “fermezza” davanti alle violazioni, tenendo però “sempre aperta la porta del dialogo“. Un lavoro, quello italiano, mai uscito però dal perimetro tracciato insieme agli altri Stati membri a Bruxelles, che dall’invasione della Crimea si sono sempre mossi all’unisono.

La prima occasione per affrontare la questione, per il presidente del Conte, si presenterà domani in Canada, all’interno di un G7 che ha espulso la  Russia dal 2014, quando ha invaso la Crimea. E dove lo aspetta il suo primo bilaterale, che sarà proprio con la donna più potente d’Europa, la cancelliera tedesca  Angela Merkel. A Charlevoix, Conte troverà anche il presidente Usa, la cui amministrazione ha accolto con favore le parole del premier italiano sulla riaffermazione dell’Alleanza Atlantica “con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato”. E che sta da tempo lavorando all’organizzazione di un vertice tra Trump e Putin. Apertura a Mosca e revisione delle sanzioni, dunque, come ha detto Conte, “a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa”, ma senza perdere di vista gli interessi degli italiani. Lo stop delle sanzioni alla Russia vale infatti, secondo la Coldiretti, 3 miliardi di euro di esportazioni Made in Italy  all’anno andate perse dopo l’embargo deciso da Putin come ritorsione alle misure attivate dall’Occidente.

Il presidente russo di ritorno dalla sua visita in Austria, prima di partire per la Cina, intanto, fa sapere di essere convinto che prevarrà il buon senso  e ci sarà un graduale sollevamento di tutte le sanzioni contro la Russia, provvedimenti dannosi per lo sviluppo dell’economia globale, e una normalizzazione delle relazioni di Mosca con tutti i paesi partner, inclusi gli Stati Uniti, oltre che con i Paesi che, in solidarietà agli Usa hanno imposto sanzioni contro la Russia. Per Putin: “Sanzioni e misure restrittive non ci sorprendono e neanche ci spaventano, non ci faranno mai abbandonare il nostro percorso di sviluppo indipendente e sovrano. La Russia può solo essere un paese sovrano, altrimenti non ci sarà una Russia e i russi hanno scelto la prima opzione”.

Certamente sia Stoltenberg, la diplomatica americana Hutchinson e la leader tedesca si dichiarano favorevoli al dialogo con Vladimir Putin e tutti sottolineano l’importanza dell’Italia nell’Alleanza Atlantica. Ma la sostanza non cambia: l’uscita di Giuseppe Conte non ha trovato sponde nel blocco portante della comunità occidentale. Anche se i rapporti tra Stati Uniti e Ue sono molto tesi principalmente per i dazi commerciali, Iran e clima, sulla Russia, però, c’è un’intesa largamente condivisa. Vero, Donald Trump, continua a mantenere un atteggiamento ambiguo nei confronti di Putin e i consiglieri della Casa Bianca stanno lavorando con il Cremlino per combinare un vertice tra i due leader. Nonostante ciò, le relazioni tra i due Paesi sono al minimo storico dalla fine della Guerra Fredda. A Washington tutte le agenzie dei servizi segreti, il Congresso al completo, democratici e repubblicani, i ministeri principali considerano la Russia una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e degli alleati europei. Il Segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha già colpito con due round di sanzioni società, funzionari e oligarchi vicini a Putin. Il Segretario alla Difesa, James Mattis, che oggi parteciperà alla riunione ministeriale della Nato a Bruxelles, su questo punto non ammette deroghe.

Il nuovo governo italiano è stato accolto da un’apertura di credito nella capitale americana. Il Segretario di Stato Mike Pompeo sostiene che si può lavorare per rafforzare l’alleanza con Roma. Ad alcuni importanti organi di stampa, però, risulterebbe che all’interno dell’amministrazione Trump, ci sia anche chi voglia prima vedere alla prova la coalizione giallo-verde. Due sarebbero i dossier chiave: la Russia e l’Iran. Non tutti sono così ottimisti come Pompeo. Il Segretario al Commercio, Wilbur Ross, per esempio, diffida delle posizioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini, considerato troppo filo russo. E Ross, amico personale di Trump prima ancora che ministro del Commercio, è una figura importante: nella gerarchia ‘Americana’ occupa il terzo o quarto posto, dopo Pompeo, Mattis, e più o meno sullo stesso livello di Mnuchin. L’impressione è che Trump e gli Stati Uniti vogliano condurre in prima persona il dialogo con Putin, mantenendo alta e, anzi, se possibile accentuando la pressione economica su Mosca. Negli ultimi mesi la Casa Bianca si è trovata in perfetta sintonia con la premier britannica Theresa May. Vorrebbe qualcosa di più dalla Germania (pesa la polemica sul gasdotto Nord Stream che collega il Paese direttamente alla Russia) e dalla Francia. Ora anche l’Italia rischia di trovarsi allo scoperto sulla linea di tiro degli americani, senza aver trovato nessun Paese disposto a dare una copertura.

Salvatore Rondello

Conte, il ponte a rischio su Di Maio e Salvini

I talloni d’Achille del nuovo governo sono tanti e tutti nel programma ma il più vulnerabile è: Ce la farà Conte a far da ponte tra Di Maio e Salvini? Chi dei due si sfilerà per primo? Tutto lascia supporre che sarà Salvini. Infatti Di Maio ha teorizzato, quasi fossero sullo stesso piano, la scelta tra un doppio forno, Lega o PD, un errore enorme, che la vecchi DC non ha mai fatto, che ci sia un uomo buono per tutte le stagioni e se alla fine, senza dialettica interni con altrettanti interpreti, il M5stelle finirà per scindersi .Diverso l’errore di Salvini: avere scelto di tenere il piede in due staffe,ai primi passi specie in Europa, inciampa e cade. A meno che non scelga di rinunciare all’egemonia su tutta la destra e di mettersi in proprio favorendo la fusione con la Meloni. In questa vera e propria schizofrenia che fine fanno le istituzioni, oggetto del più grave tentativo di spallata dall’avvento della Repubblica?

La ricetta che ha in testa Salvini non lascia dubbi di sorta è un regime alla Orban, autoritario da costruire assommando i poteri. Non è un caso che, cercando di farsi spazio di sopravvivenza, la Meloni abbia giocato allo sfascio aderendo all’improvvido tentativo di impeachment da parte di Maio, insieme con la proposta di optare per una Repubblica presidenziale, abbandonando lo schema di raccordo tra Lega e FI, considerando ormai cotto Berlusconi.

Il tentativo di Di Maio, senza drastiche correzioni di rotta, ne segnerà la fine politica perchè sulla linea oltranzista ultra-leghista il testimone andrebbe a Di Battista, più tribuno di lui. Qualcuno dirà che ha già cominciato a farlo andando a Canossa da Mattarella ma quanto questo coraggio di ravvedersi prelude ad un cambiamento di rotta verso il rispetto del dettato costituzionale e dell’equilibrio dei poteri? L’andata a Canossa da Mattarella tra l’altro lascia supporre che l’accoppiata Grillo- Casaleggio Associati non gli avrebbe mai perdonato di perdersi la spartizione della torta di ben 350 cariche di sottogoverno scadute o in scadenza, così come la colpa grave di aver lanciato l’azzardo dell’attacco a Mattarella senza il preventivo accordo con Salvini, certamente pressato da Berlusconi a tenersi in disparte pena la fine clamorosa del centrodestra unito, l’unico idoneo al momento a raggiungere la soglia del 40% per governare da soli.

Con questa divaricazione di linee e di obbiettivi è inutile nascondersi che il ponte Conte rischia di crollare alla prima occasione utile per Salvini di sfilarsi e puntare alla maggioranza assoluta con lui leader indiscusso con tutto quel che segue nella direzione già citata. Per nostra fortuna nel governo c’è un cuneo quirinalista che, a partire dal Presidente del Consiglio, sa che con Mattarella non si scherza e che la moral suasion presidenziale non si esercita solo a livello nazionale ma anche internazione, specie in Europa avendo conquistato su un campo minato ancora più credito che in passato. Il discrimine sarà sempre più sulle sorti delle nostre istituzioni, adeguate o superate con salti nel buio e di pari passo con analoga sorte per quelle europee.

Rispetto a questo terreno di sfide incrociate quello che non si vede finora è il ruolo, decisivo se propositivo e non puramente oppositivo, del terzo incomodo attore, il PD, del sistema tripolare fermo all’ultimo appello ad un fronte repubblicano da parte di Calenda, scelta emergenziale destinata a sfumare con ulteriori dilazioni dopo la formazione del nuovo governo. Se si perviene ad un’indicazione unitaria del centrosinistra approfondita e rapportata sin da ora alle prossime europee, l’ esito darà la scossa comunque agli equilibri politici dentro e fuori Italia.

Roca

Buemi: “La dialettica democratica non è un ring”

Esodati-governo-Fornero-MontiDopo il colpo di scena di ieri sera che ha portato alla rinuncia di Giuseppe Conte, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito a Carlo Cottarelli l’incarico di formare il governo. “Il presidente mi ha chiesto di presentarmi in Parlamento con un programma che porti il Paese a nuove elezioni”. “Ho accettato l’incarico di formare un governo come mi ha chiesto il presidente della Repubblica. Sono molto onorato come italiano di questo incarico e naturalmente ce la metterò tutta”, ha spiegato Carlo Cottarelli. “In assenza di fiducia il governo si dimetterebbe immediatamente ed il suo compito è quello dell’ordinaria amministrazione per le elezioni dopo il mese di agosto”. “Negli ultimi giorni sono aumentate le tensioni sui mercati finanziari – ha detto Cottarelli dopo avere accettato l’incarico con riserva di formare il governo -, lo spread è aumentato, tuttavia l’economia italiana è in crescita e i conti pubblici rimangono sotto controllo. Un governo da me guidato assicurerebbe una gestione prudente dei nostri conti pubblici”. “Il dialogo con la Ue in difesa dei nostri interessi è essenziale, deve essere un dialogo costruttivo, nel pieno riconoscimento del ruolo essenziale” dell’Italia. Cottarelli ha anche confermato la “continua partecipazione all’area dell’euro”. Il premier incaricato ha assicurato “tempi molto stretti” per la presentazione della “lista dei ministri” al presidente della Repubblica. Una nomina che vede subito l’opposizione di Lega e 5 Stelle, usciti sconfitti dal tentativo di formare un governo.

“Abbiamo novelli e presunti statisti – ha affermato Enrico Buemi, responsabile giustizia del Psi e senatore nella XVII Legislatura – che usano a vanvera termini gravi e sproloquiano con frasi intimidatorie contro la più alta carica dello Stato, che è garanzia per tutti, maggioranze eterogenee e minoranze altrettanto diversificate”. “Il Presidente della Repubblica è chiamato a nominare i ministri su proposta del Presidente incaricato, proposta sulla quale è fuori discussione la necessità di una sua valutazione complessiva a tutela degli interessi del Paese, in particolari, quelli con richiamo specifico ai principi della Costituzione. Se il Presidente – ha continuato Buemi – non facesse valere queste prerogative a tutela di tutti si verificherebbe sì un mancato adempimento dei suoi obblighi costituzionali. La democrazia è messa in discussione dalla faciloneria con cui soggetti non avvezzi all’esercizio democratico pensano che la sua dialettica sia un ring dove si possa picchiare l’arbitro” ha concluso Buemi.

La strada per Cottarelli è estremamente complicata. Non sarà facile trovare i voti in Parlamento. Salvini ora minaccia Berlusconi temendo che possa votare a sostegno di un nuovo governo. Insomma prima Salvini rompe l’allenza con il Cavaliere per andare a nozze con Di Maio, ma una volta bruciato il nascituro governo sul’altare dell’antieiropeismo incarnato dalla scelra di Savona all’economia, torna al primo matrimonio. Una situazione a dir poco surreale.

“Questa è una situazione delicata. Faccio fatica ad immaginare una legislatura che vada avanti. Ora bisogna dare una mano al presidente Mattarella. Noi del Pd dobbiamo essere pronti ad ogni scenario e lavorare uniti ed aperti. Abbiamo tutte le condizioni per fare bene”. Ha detto Maurizio Martina, segretario reggente del Pd”. “È inaccettabile – ha aggiunto – lo slogan di chi starebbe dalla parte del popolo contro i palazzi, contro l’elite. Salvini è il nemico del popolo. Hanno giocato sulla pelle del paese con una operazione che si è rivelata per quello che era, ovvero una operazione per portare l’Italia fuori dall’Euro e lo hanno fatto con spregiudicatezza. Ha fatto bene il Presidente a difendere gli interessi nazionali rispetto agli interessi di partito di queste due forze”.

IN BILICO

dimaiosalvini

Sul Colle non si diradano le nebbie. L’oscurità continua ad avvolgere la nascita del nuovo governo, lasciando l’Italia ancora orfana di una guida. Il presidente Mattarella vuole vederci chiaro prima di nominare Giuseppe Conte presidente del Consiglio. Il rischio è quello di incaricare un premier senza poteri, un mero esecutore che Lega e 5 Stelle possono dirigere a proprio piacimento. La lista dei ministri già pronta e il programma preconfezionato non sono piaciuti al Capo dello Stato. Punti programmatici e guide dei dicasteri dovranno essere discussi dal premier con il presidente della Repubblica. E la procedura costituzionale dovrà essere rispettata. Non saranno ammesse altre superficialità. I tempi, quindi, rischiano di allungarsi.

A far crescere le perplessità del Quirinale arrivano i rumors sul curriculum vitae di Conte. Sembra infatti che il professore abbia gonfiato il suo background millantando studi alla New York University in realtà mai effettuati. “Una persona con questo nome non compare nei nostri archivi come studente o membro di facoltà” ha reso noto il New York Times in mattinata. Nel pomeriggio l’agenzia AdnKronos rivela di essere in possesso di uno scambio di email tra il giurista pugliese ed un collega americano che invece proverebbe la presenza di Conte nell’ateneo americano durante i mesi estivi dal 2008 al 2013. La vicenda, comunque, è ancora tutta da chiarire. Così come andrà fatta luce sul rapporto con il metodo stamina, che secondo Il Manifesto sarebbe stato caldeggiato dal professor Conte.

Il Movimento 5 Stelle, in un comunicato diffuso in tarda mattinata, difende la propria scelta di puntare sul docente, che per ora rimane il favorito alla corsa a Palazzo Chigi. Se, infatti, dopo attente verifiche, Mattarella dovesse concedere il suo nulla osta, entro giovedì l’Italia avrà un nuovo presidente del Consiglio. Diverso sarebbe il discorso qualora il Capo dello Stato dovesse palesare dei dubbi sulla scarsa rappresentatività del premier designato o sul programma di governo poco credibile. In quel caso il Presidente potrebbe convocare nuovamente Lega e 5 Stelle e comunicare loro che l’incarico deve essere affidato ad un soggetto che abbia un proprio programma da presentare in Parlamento ed una collocazione ben riconoscibile dai cittadini. Un politico, insomma. A quel punto il 5 Stelle punterebbe tutto su Di Maio e la sua voglia di diventare presidente del Consiglio. Ipotesi che non piace affatto alla Lega, che potrebbe cogliere la palla al balzo per tornare tra le braccia di Berlusconi e Meloni.

L’ennesimo problema in una situazione già complicatissima riguarda il ministero dell’Economia. Il nome di Paolo Savona per via XX Settembre non sarebbe gradito al Colle. Un ministro euroscettico, nel momento in cui i mercati tengono d’occhio l’Italia, non sarebbe ben visto né a Bruxelles né alla Bce. Salvini lo vuole a tutti i costi. L’alternativa valida potrebbe essere rappresentata da Giancarlo Giorgetti. La questione è dirimente per la Lega. I problemi da risolvere, però, sono diversi. E mentre il Governo Conte traballa, quello “di servizio” inizia a coltivare una flebile speranza.

F.G.

Il Governo Incognita

Più che un governo giallo-verde quello che sta nascendo è un governo incognita, perché le certezze che accompagneranno questo esecutivo sono davvero poche. A partire dalla maggioranza ‘risicata’ – soprattutto in Senato ­– e atipica che sosterrà il futuro primo ministro. Nelle ultime ore sono circolati insistentemente i nomi di due professori: Sapelli e Conte. Ma poco importa, poiché il presidente incaricato dovrà fare i conti con gli elementi deteriori del parlamentarismo che potrebbero far saltare il banco da un momento all’altro. Insomma, senza la benevolenza di Berlusconi e Meloni il futuro governo avrà vita molto difficile. La riabilitazione dell’ex Cavaliere, poi, rende ancor più incerto lo scacchiere parlamentare in cui, a maggior ragione, potrebbero verificarsi le tradizionali ‘imboscate’.
Inoltre, il futuro premier sarà sicuramente ostaggio di Salvini e Di Maio e, teoricamente, dovrà attuare un programma di governo calato dall’alto, su cui non dovrebbe avere voce in capitolo vista la natura contrattualistica promossa dal MoVimento 5 Stelle. Non bisogna poi dimenticare il ruolo del Colle. Mattarella, pur essendosi mosso con una certa moderazione, potrebbe pesantemente influenzare la nomina dei ministri facendosi garante di una linea marcatamente europeista. E proprio dall’Ue arrivano segnali di grande preoccupazione per la natura del nuovo governo. Ma, ad oggi, non essendo plausibili delle nuove alleanze internazionali e senza l’appoggio del Colle, sembra impossibile attuare dei provvedimenti economici in deficit violando apertamente gli accordi di Maastricht. Le tante promesse elettorali, quindi, potrebbero sciogliersi come neve al sole.
La fragilità e l’eterogeneità della maggioranza leghista-grillina, lo spettro di Silvio Berlusconi, l’imprescindibile vincolo europeo e il possibile interventismo del Presidente della Repubblica configurano uno scenario totalmente incerto. Quello che giurerà tra poche ore sarà – unica certezza di questi giorni – il governo incognita.

LA PROROGA

Mattarella quirinale consultazioni

“Ancora 24 ore”. La richiesta arriva a Sergio Mattarella in tarda mattinata. Mittenti Matteo Salvini e Luigi Di Maio. I due leader chiedono al Capo dello Stato un giorno di tempo per trovare un accordo e dar vita a un governo politico. Mattarella acconsente. Se però anche questo tentativo dovesse fallire, partirebbe subito l’Esecutivo di servizio nominato dal Quirinale. Premier e ministri sono già pronti. Aspettano solo il via libera dal Colle.
Entro domani Salvini e Di Maio dovranno comunicare l’esito del confronto iniziato stamattina alla Camera. La svolta potrebbe essere vicina, considerate le indiscrezioni giunte da più parti. Rispetto ai giorni passati, Salvini tende ad abbassare i toni. “Il voto a luglio non è la mia ambizione – afferma il segretario federale a Radio Capital – benché i sondaggi diano il mio partito in crescita. Non sto facendo pressioni su Berlusconi né su nessuno. Non sta a me forzare, non mi permetto di dare lezioni”.

L’ago della bilancia in questa vicenda è rappresentato proprio da Silvio Berlusconi, che restando sulle barricate rischia di diventare il capro espiatorio della mancata partenza della diciottesima Legislatura. Se, però, il Cavaliere lasciasse andare la Lega, il Governo Salvini-5Stelle sarebbe cosa fatta. Sino ad oggi Berlusconi non ha mollato la presa. Cedere ai grillini dopo che Di Maio non lo ha neanche riconosciuto come interlocutore sarebbe un’umiliazione troppo grande per il vecchio leader.

Da giorni, tuttavia, ad Arcore giungono le chiamate più disparate. Parlamentari appena eletti che non vogliono lasciare la poltrona, vertici delle aziende berlusconiane, l’inner circle del Cavaliere vuole andare all’opposizione, abbandonare la Lega e lasciar naufragare con calma il tandem con il M5s. Giovanni Toti, governatore azzurro della Liguria e da sempre mediatore tra Forza Italia e il Carroccio, assicura a Radio1 che ad un esecutivo Salvini-Di Maio “non parteciperà Forza Italia con un appoggio esterno. Il che non vuol dire che, dopo sei settimane di stallo del Paese, non si possa guardare a questa esperienza di un nostro socio strutturale da vent’anni, con una benevolenza critica”. Una mezza apertura che lascia più di uno spiraglio. In ogni caso la decisione finale sarà esclusivamente di Berlusconi.

A favore della trattativa tra Lega e 5Stelle si sbilanciano anche due pezzi da novanta come Renato Brunetta e Paolo Romani, colonnelli berlusconiani della prima ora. “Forse vale la pena sperimentare un governo giallo-verde. Vediamo cosa può offrire…”, si lascia scappare Romani. E Brunetta rassicura Salvini: anche in caso di appoggio a Di Maio, Forza Italia confermerebbe l’alleanza così da tutelare i governi delle grandi regioni del Nord. “Se vogliono fare il governo, lo facciano. L’alleanza resta perché per noi è un grande valore, ma nessuno ci può chiedere di più”, le parole dell’ex ministro.

Strada spianata, quindi. Sul nome che andrebbe a guidare l’Esecutivo Lega-5Stelle torna a circolare il nome di Giancarlo Giorgetti, plenipotenziario di Salvini. Anche se non è da escludere la possibilità che per il mandato da premier venga proposta a Mattarella una figura terza, che non abbia connotati così riconoscibili delle due forze vincitrici delle elezioni del 4 marzo. Quel che è certo riguarda l’accelerazione imposta oggi da Salvini e Di Maio che presto potrebbe consegnare nella mani di Mattarella l’accordo tanto sospirato. “Prepariamoci a un governo delle destre” dice sicuro Graziano Delrio, capogruppo Pd a Montecitorio, annunciando “un’opposizione ferma e intelligente” da parte dei dem ad un Esecutivo che “rappresenta un pericolo per l’Italia”.

F.G

VERSO LE URNE

sergio_mattarella_9_csm_lapresse_2017_thumb660x453L’Italia si prepara al voto. Dopo l’ultimo giro di consultazioni al Quirinale, si rafforza sempre di più l’ipotesi di una nuova tornata elettorale prima del previsto. Il primo mese buono potrebbe essere luglio, al più tardi una delle prime domeniche del mese di ottobre. Oppure in primavera. Dipenderà tutto dall’esito del voto di fiducia che chiederà il Governo di servizio nominato da Mattarella. Se non ci sarà un maggioranza, il Paese tornerà subito alle urne.

Certo è che il Capo dello Stato non ha voluto affidare un mandato al buio al centrodestra, senza avere la certezza di una maggioranza, così come richiesto da Salvini. A questo punto era rimasta solo l’eventualità di un incarico di personalità, affidato ad una figura terza, scelta direttamente dal Presidente della Repubblica, che avrebbe traghettato il Paese al voto. E così è andata. Presto si saprà il nome del nuovo premier.

Mattarella ha deciso, dunque, dopo che nella giornata di oggi hanno sfilato al Colle i delegati dei principali movimenti politici. Di Maio, dopo aver “chiuso definitivamente” la settimana scorsa, oggi ha tentato di riaprire il forno con la Lega. Il capo politico grillino si è detto (nuovamente) disponibile ad un accordo con Salvini per un premier di garanzia così da attuare una serie di punti programmatici in comune, reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero su tutti. Salvini, però, non ha mai voluto mollare la coalizione di centrodestra e ha risposto picche. “Non voglio tirare a campare. O nelle prossime settimane qualcuno fa un passo indietro come abbiamo fatto noi, oppure si torna alle urne”, ha rilanciato il segretario federale.

Il passo indietro non lo farà sicuramente Berlusconi, che al Quirinale si è presentato insieme a Salvini e Meloni. “Rispetto a un governo del cambiamento Salvini ha scelto ancora una volta Berlusconi”, ha tuonato Di Maio, che prima ha svestito gli abiti istituzionali per tornare a indossare quelli da campagna elettorale, poi ha sfoderato l’evergreen grillino: “Quello che dobbiamo dedurre è di formare non un governo del cambiamento di centrodestra, ma un governo dei voltagabbana, della compravendita dei parlamentari, dei traditori del mandato politico nella migliore delle ipotesi”.

Quelli del Partito Democratico sono gli unici intenzionati a supportare un governo di tregua. “Qui c’è da dare certezze al Paese con un governo che blocchi l’aumento Iva e loro continuano a giocare al gatto e al topo. È davvero incredibile, il Paese non si merita tutto questo”, le parole del segretario reggente Maurizio Martina. Al Nazareno si appellano alla responsabilità, dunque. In realtà i dem sono ben consapevoli che un ritorno alle urne in estate potrebbe assestare un colpo decisivo alla sopravvivenza del Pd.

F.G.