Il mito renziano del 40% e il caos seguente

renzi 7Non un miraggio ma un traguardo a portata di mano. Matteo Renzi quasi tre anni fa lavorava ad incassare il 40% dei voti nelle elezioni politiche. Riteneva che ci fossero le premesse. Il Pd nelle elezioni europee del maggio 2014 aveva ottenuto un trionfale 40,82%. Aveva seminato il M5S al 21,16% e Forza Italia al 16,83%; e così tutti gli altri avversari impigliati in livelli ancora più bassi. In questo clima Renzi, allora presidente del Consiglio e segretario del Pd, impostò l’Italicum, la  nuova legge elettorale che, tra l’altro, assegnava un premio di maggioranza al partito che avesse incassato almeno il 40% dei voti.

Però poi tutto è cambiato rapidamente: sono arrivate le disfatte. Renzi prima ha perso colpi nelle elezioni regionali del 2015, quindi è stato sconfitto nelle comunali del 2016 e infine è arrivata la batosta nel referendum del 4 dicembre scorso sulla riforma costituzionale del governo: respinta con il 59,11% di “no” contro il 40,89% di “sì”. A gennaio la Corte costituzionale ha bocciato alcuni punti dell’Italicum, ma non il premio di maggioranza di seggi al partito più forte, con almeno il 40% dei consensi.

Così non svanisce, resta, anzi si rafforza il mito del 40%. Renzi, con l’obiettivo del voto anticipato in tempi rapidi, prima della fine naturale della legislatura all’inizio del 2018, ne ha parlato più volte dopo la sconfitta al referendum col 40% di sì: «Ripartiamo da qui». Ha indicato degli esempi storici: «Il Pd ha preso il 40,8% alle Europee, miglior risultato di un partito politico in Italia dalla Dc del 1959. Sono convinto che se il 4 dicembre si fosse votato per i partiti, saremmo risultati nettamente primi». È scoppiata una rissa. La tesi è stata contestata sia dalle minoranze del Pd sul piede di guerra contro Renzi sia dalle opposizioni dei cinquestelle, del centrodestra, di Sinistra italiana. Tuttavia l’ex presidente del Consiglio insiste, nonostante i venti di scissione che soffiano nelle sinistre del partito.

Il 40%, però, è una cifra che affascina un po’ tutti. Giuliano Pisapia, impegnato per dare vita al Campo Progressista, ritiene che sia un traguardo possibile per un centrosinistra rinnovato ed unito. L’ex sindaco di Milano ha lanciato un preciso messaggio a Renzi invitandolo a mettere da parte la linea dell’autosufficienza: «Penso che l’alleanza tra il Pd, noi, le liste civiche, gli ecologisti possa arrivare al 40%».

Il 40%  è un numero che ipnotizza.  Beppe Grillo ha chiesto di andare a votare subito, applicando il Legalicum, come ha battezzato il testo dell’Italicum rivisto dalla Consulta. Vede la vittoria e Palazzo Chigi a portata di mano: «La Corte costituzionale ha tolto il ballottaggio, ma ha lasciato il premio di maggioranza alla lista al 40%. Questo è il nostro obiettivo per poter governare». Tuttavia l’ascesa trionfale del M5S, dopo tante vittorie, è ostacolata dal caos nel quale naviga la giunta comunale di Roma, la metropoli guidata dalla sindaca grillina Virginia Raggi. È un caos pagato con la discesa dei cinquestelle nei sondaggi elettorali.

Anche Giorgia Meloni, alleata della Lega Nord di Matteo Salvini, ha chiesto immediate elezioni per portare un centrodestra unito al traguardo del 40%. La presidente di Fratelli d’Italia è fiduciosa sulla riunificazione del centrodestra:«Chiederemo agli italiani di darci il 40% per ottenere la maggioranza in Parlamento».

Silvio Berlusconi è attratto dal 40%, tuttavia esistono dei ma. Il presidente di Forza Italia un anno fa diceva: «Solo con questo vecchietto» il centrodestra unito «può raggiungere il 40%, vincere le elezioni  e governare il Paese». Non ha cambiato idea, però il centrodestra resta diviso perché “questo vecchietto” non vuol cedere a Salvini o a un leader populista la leadership. Niccolò Ghedini vede un futuro in rosa. L’avvocato di Berlusconi e senatore di Forza Italia con ‘Libero’ dà per scontata l’intesa con la Lega: «Solo Silvio può tenere insieme Salvini e Alfano. I sondaggi ci danno al 35%, con il Cav in campo arriveremo al 40%». La complicata partita del 40% è appena cominciata ed è tutta da giocare.

Rodolfo Ruocco

Prodi e Berlusconi per una volta uniti

Gli interventi di Berlusconi e Prodi nei giorni scorsi non sono passati di certo inosservati.

E la cosa che più è saltata agli occhi è stata una certa consonanza, non solo di toni. Pur se hanno ruoli diversi, almeno per il fatto che Berlusconi è ancora un leader politico in attività, entrambi gli ex-premier hanno una cosa in comune. Che, a rileggere la storia degli ultimi 20 anni, non è quisquilia: ovvero, sono gli unici due che possono vantare vittorie elettorali.

Il Professore, a sinistra, è stato il solo a battere Berlusconi veramente. E c’è riuscito per ben due volte. Cadendo, poi, più per questioni interne al suo schieramento, che per capacità dell’avversario.

Oggi, Prodi vorrebbe un “nuovo Ulivo”. Un centro-sinistra che abbia delle fattezze simili a quello che lo ha appoggiato nel 1996 e nel 2006. Il problema, e non è di poco conto, è che a sinistra del PD non c’è rimasto granché.

Sinistra Italiana non appare particolarmente “quotata” in termini elettorali, e nasce già divisa. Pisapia, con il suo movimento “in fieri”, che dovrebbe partire dai sindaci, non sembra in grado di aggregare voti i quali, comunque, graviterebbero già in area PD. Il problema è che la sinistra a sinistra del PD è contraria, prima di tutto, a Renzi. Il quale si è attirato anche gli strali della CGIL, rendendo più complicato qualsiasi accordo.

Berlusconi ha, anche lui, problemi di carattere “aggregativo”. Ma alla sua destra però, avendo difficoltà a trovare alleati. Infatti, il capo di Forza Italia sta tentando di “affrancarsi” dal populismo di Salvini e Meloni, attraverso un’azione politica più responsabile nei toni e nel merito.

A destra non c’è solo una questione di leadership tra Salvini e Berlusconi. Ma anche di “impianto” politico.  L’Uomo di Arcore sembra aver dismesso i panni del populista, e non intende rincorrere i due epigoni del lepenismo italiano sul loro stesso terreno, che ben conosciamo. Sa che i suoi numeri non sono lontanamente paragonabili a quelli del passato. Auspica una legge proporzionale per poter contare di più nell’agone politico. E svolgere un ruolo da ago della bilancia, simile a quello svolto da un Partito Liberale tedesco o inglese.

Si pone, ora, come europeista convinto. Muovendo alla UE, in sostanza, gli stessi rilievi del suo vecchio antagonista, Prodi. Che dell’Europa è stato sempre un più convinto sostenitore, oltre che presidente della Commissione. Perché lo scenario è fosco per l’Unione Europea. La vittoria di Trump, il suo atteggiamento pro-Putin, l’uscita della Gran Bretagna dall’UE e il suo il ritorno alla “special relationship” con gli Stati Uniti, sembrano lasciare l’Europa nel mezzo. In una sorta di Purgatorio da dove non riesce ad uscire. Se non con il miracolo di qualche “indulgenza” altrui.

È l’irrilevanza, il vero problema. Che, se pur non vera nei numeri, vista la forza economica, sembra essere la principale sua caratteristica attuale. Ovviamente, il nazionalismo, che la sta attraversando a tutte le latitudini, e che inneggia stoltamente ad un ritorno ai confini nazionali, non fa i conti né con la realtà, né con i numeri.

Soprattutto i rapporti tra USA ed Europa sono molto forti. Ed un ritorno agli stati nazione, per noi europei, non potrebbe essere altro che una diminuzione di peso specifico nei confronti di giganti.

Sul sito del Parlamento Europeo, per quanto riguarda i rapporti USA-UE, troviamo scritto che:” L’UE e i suoi partner nordamericani, Stati Uniti d’America e Canada, condividono i valori comuni di democrazia, diritti umani e libertà economica e politica, e hanno interessi coincidenti in materia di politica estera e di sicurezza […] Gli USA sono il più stretto alleato dell’UE sul fronte della politica estera. I partner cooperano strettamente, consultandosi sulle rispettive priorità internazionali e operando spesso per promuovere gli interessi comuni nelle sedi multilaterali. Collaborano nell’ambito della politica estera in vari contesti geografici […]”. Fin dal 1972, gli Stati Uniti e la UE (prima CEE) hanno intrapreso relazioni politiche in ambito legislativo: il dialogo transatlantico tra legislatori (TLD), che riunisce deputati del P.E. e della Camera dei Rappresentanti.

Relativamente al 2014, l’UE ha mantenuto la propria posizione di principale partner commerciale degli USA per le importazioni di merci.
“Nel 2014 gli USA erano la prima destinazione delle esportazioni dell’Unione, assorbendo il 18,3% delle esportazioni totali di merci dell’UE (contro il 9,7% della Cina). Gli USA erano il secondo partner dell’UE in termini di importazioni e da essi proveniva il 12,2% delle importazioni totali dell’UE. In tale contesto, gli Stati Uniti si sono posizionati dietro la Cina, paese d’origine del 17,9% delle importazioni totali dell’UE, ma davanti alla Russia, che ha fornito il 10,8% delle importazioni totali dell’Unione […]. Le esportazioni di servizi dall’UE agli USA sono aumentate fra il 2012 e il 2014, così come le importazioni di servizi nell’Unione dagli USA. Nel 2014 l’UE ha registrato un’eccedenza commerciale di 11,6 miliardi di euro nel campo dello scambio di servizi con gli USA […].

Sempre secondo quanto riportato dal Parlamento Europeo, l’UE è il maggior investitore negli USA, così come gli USA sono il maggior investitore nell’UE. Ora, bisognerebbe chiedere ai nostalgici dello stato-nazione se tutto questo sarebbe stato possibile, in un’era di globalizzazione, facendo ricorso solo alle prerogative, e ai mezzi, nazionali. O se, invece, l’Unione Europea non è stato un volano, nonché un contraente forte, per arrivare a tali numeri. Questo anche Trump, pur con il suo linguaggio truculento, e le sue idee politiche reazionarie, lo sa bene. Il problema non è (solo) Trump, e la sua voglia di isolazionismo. Ma è l’incapacità dell’Europa di farsi percepire come indispensabile, forte e affidabile. È ovvio, che questo è figlio di problematiche complesse. Ma che non si risolvono certo con le ricette di Orban.

Berlusconi ha detto che “il sogno europeo è oggi più attuale che mai”. Non so se si sia convertito ad un pieno europeismo. Lo spero. Ma è probabile che oggi veda nello scenario politico italiano ed europeo il germe della disgregazione senza alternative politiche valide.

Nella sua introduzione al Manifesto di Ventotene, Eugenio Colorni scriveva che, vedendo i risultati nefasti di guerre e nazionalismi, “si fece strada, nella mente di alcuni, l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile della crisi, delle guerre delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani […] consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in situazioni di perpetuo bellum omnium contra omnes”. Il ruolo della politica e della memoria, in questo momento, sono fondamentali.

Raffaele Tedesco

SORVOLIAMO

Alitalia-codeCi risiamo. A scadenze più o meno regolari si torna a parlare di Alitalia. A farlo questa volta è stato il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, a ‘Radio anch’io’ su Rai Radio Uno. L’Alitalia, ha detto, è “stata gestita oggettivamente male” ed è “inaccettabile che una situazione non buona venga riversata sui lavoratori. Non è giusto, lo abbiamo detto con la massima chiarezza”.

Calenda ha spiegato che il governo ha chiesto all’azienda il piano industriale. “E’ un’azienda – ha detto – totalmente privata che ha problemi significativi di gestione. Non esiste che si parli di esuberi prima di parlare di piano industriale. Nessuna azienda si salva senza piano industriale”. Il ministro ha affermato che le colpe della gestione di Alitalia “non devono ricadere sui lavoratori”. Calenda ha ricordato che l’azienda è privata e che il giudizio spetta agli azionisti ma che il Governo non vuole sentire parlare di esuberi prima di parlare del piano industriale.

Infatti dopo il mancato accordo con Air France per l’arrivo dei capitani coraggiosi messi insieme da Berlusconi, e l’arrivo degli arabi con Etihad che hanno portato una notevole quantità di denaro nelle casse della compagnia, in Alitalia si parla ancora di esuberi.
Il presidente Luca Cordero di Montezemolo ha assicurato che “tra tre settimane” ci sarà un piano “forte e coraggioso” per Alitalia. Il progetto su cui già si lavora “sarà ulteriormente rivisitato da un advisor industriale condiviso tra i due soci perché non deve essere solo dei manager ma pienamente condiviso da soci arabi e soci italiani”. Rispettare i tempi “si deve”, “è imperativo”. Sarà la base per un “costruttivo” confronto con Governo e sindacati, “triangolo importante per affrontare in modo drastico e condiviso il modello di business”.
Ieri in vista dello sciopero generale del settore in programma il 20 gennaio e considerata la “grave situazione” della compagnia, i sindacati hanno messo nero su bianco la loro preoccupazione e inviato una lettera al Governo per chiedere un incontro “urgentissimo”. E non potendo ancora aprire l’atteso confronto sul Piano di rilancio della compagnia, hanno anche aperto formalmente le procedure che potrebbero portare alla proclamazione di uno sciopero a febbraio.

Ovviamente forti preoccupazioni sono arrivate anche dal principale socio italiano: Banca Intesa che è il primo azionista italiano e primo creditore della compagnia. Il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros Pietro, su Alitalia ha ammesso: “Non abbiamo ancora visto il piano industriale, stiamo aspettando di avere una verifica e una condivisione”. Quanto alle nuove risorse rese disponibili a dicembre, Gros Pietro ha aggiunto: “Non lo abbiamo fatto volentieri, ma era necessario per salvaguardare il nostro credito e per la salvezza della compagnia”.
Il governo lunedì scorso ha incontrato i vertici di Alitalia si appresta a convocare i sindacati, con i quali non sono stati avviati discorsi proprio perché il piano della compagnia è preliminare. La riunione potrebbe tenersi lunedì prossimo, al ministero dello Sviluppo, con i ministri Carlo Calenda e il ministro dei Trasporti Graziano Del Rio.

Francia. Il crollo dell’illusione ulivista alla francese

French member of Parliament and candidate for the right-wing primaries ahead of France's 2017 presidential elections, Francois Fillon gestures as he delivers a speech following the first results of the primary's second round on November 27, 2016, at his campaign headquarters in Paris. France's conservatives held final run-off round of a primary battle on November 27 to determine who will be the right wing nominee for next year's presidential election. / AFP / Eric FEFERBERG (Photo credit should read ERIC FEFERBERG/AFP/Getty Images)

Francois Fillon

A cinque mesi data dall’appuntamento delle presidenziali le caselle delle destra sono già riempite. Con due varianti della destra: quella fondamentalista e quella radicale.
Fondamentalista Fillon: che ha stravinto (70% contro30% e con una partecipazione elettorale ancora maggiore di quella, altissima, del primo turno) il suo confronto con Juppè – centrista, europeista, fautore della grande coalizione con i socialisti – in nome di tutti i valori tradizionali delle varie anime della destra francese: sovranismo gollista (ivi compreso il recupero dei rapporti con la Russia e con i regimi laici e protettori dei cristiani in M.O.), privatismo giscardiano e, infine, ordine morale conservatore.

Radicale, Marine Le Pen. E con un programma mutuato dalla sinistra radicale (ivi compreso “libertè, egalitè, fraternitè”) ma innestato in una logica antisistema e anti immigrati, con forte accentuazione antiislamica.

E la sinistra? Per ora, non pervenuta. Hollande abbandonato da tutti, e persino da un primo ministro scelto espressamente da lui, per portare a termine in bellezza il quinquennato e per garantire, quanto meno, la sua ricandidatura. Al suo posto due candidati della destra socialista: l’uno, lo stesso Valls, nella variante giacobina; l’altro, l’ex ministro dell’economia Macron, in quella liberal-liberista. Nessuno dei due, per inciso, in grado di accedere al secondo turno. Tanto per non farci mancare nulla, medita di correre alle primarie anche un rappresentante della sinistra; ma con il non piccolo problema di trovare la strada sbarrata da un altro socialista di sinistra (ma uscito da tempo dal Psf), Mèlènchon già candidato nel 2012 e che, per il semplice fatto di avere avviato da tempo la sua campagna, dovrebbe far coinvolgere sul suo nome la maggior parte dell’elettorato di opposizione.
Un campo di rovine, dunque. E una scena tanto più impressionante se paragonata a quella che era davanti ai nostri occhi appena cinque anni fa.

Cinque anni fa c’era un “uomo solo al comando”( Sarkozy) irrimediabilmente impiombato dai suoi errori e dai suoi comportamenti; ad un punto tale da potere essere battuto da qualsiasi candidato appena appena “normale”. E c’era un candidato (peraltro scelto attraverso le primarie) che era la quintessenza della normalità: segretario del partito che l’aveva designato, mediatore verbale di infinite dispute interne. E questo candidato appariva (e sarebbe stato) in grado di vincere per il semplice fatto di non chiamarsi Sarkozy e di ottenere, a costo zero (leggi senza prendere particolari impegni programmatici) l’appoggio della sinistra radicale (dai verdi ai socialisti di sinistra ai comunisti) per il semplice fatto di averlo richiesto, pagandolo (se così si vuol dire) con la concessione di alcuni collegi sicuri e con l’applicazione della disciplina repubblicana al ballottaggio.

Così facendo, i socialisti francesi, avrebbero coronato, la primavera successiva, con la conquista della presidenza della repubblica, un percorso netto che gli aveva assicurato: la conquista di ventun regioni su ventidue, del senato, della grande maggioranza dei comuni e dei consigli cantonali.
Per la, diciamo così, sinistra italiana una rivelazione. Era il vedersi tracciata davanti agli occhi la via verso una sorta di “vincere facile”. Al posto di Sarkozy, Berlusconi; al posto di Hollande, Bersani; al posto del “pas d’ennemisi à gauche” “Italia bene comune”; e, infine e soprattutto, al posto di una campagna elettorale dove Hollande si era impegnato a dire il minimo possibile una campagna in cui Bersani avrebbe seguito la stessa linea di condotta. Una linea che non portò fortuna al buon Bersani; un approccio che ha portato al disastro Hollande e, con lui, il partito socialista francese.
Sull’entità, sulle ragioni e sulle conseguenze di questo disastro si avrà modo di ragionare tutti nei prossimi mesi.

Ma una cosa, fin d’ora è assolutamente certa: che oggi si sta consumando il definitivo crollo dell’illusione ulivista nella versione francese. Leggi della pretesa di poter conciliare tutto e il suo contrario: proclami ideologici e pratiche compromissorie; difesa di un modello sociale e cessioni di sovranità, unità delle sinistre e politiche socialmente regressive, rapporti con la propria base tradizionale ed èlitismo liberal, internazionalismo e politiche di potenza, aperture all’immigrazione e crociate anti Islam; e, infine, per dirla tutta, passioni e mediocrità.

Alberto Benzoni

TOP & FLOP. Milano: Perisic salva l’Inter, vincono i pantaloncini!

interUn gol dell’esterno croato all’ultimo minuto evita la sconfitta all’esordio sulla panchina nerazzurra a Pioli, doccia fredda per Montella e Berlusconi, presente allo stadio e omaggiato dai tifosi con una bellissima coreografia. Grande spettacolo a San Siro, peccato per la scelta delle maglie: non si capiva nulla

MILANO – Le coreografie dei tifosi, in particolare quella della Curva Sud del Milan dedicata al presidente Berlusconi, la doppietta di Suso, il gran gol di Candreva, il pareggio all’ultimo minuto di Perisic: è stato davvero un bel derby di Milano, terminato 2-2. Peccato solo per la scelta delle maglie: chiunque davanti alla tv avrà avuto difficoltà a distinguere nerazzurri e rossoneri (entrambe le casacche troppo scure), l’unica salvezza sono stati i pantaloncini bianchi dell’Inter. Un pareggio che, con la sconfitta della Roma 2-1 a Bergamo contro l’Atalanta, fa felice la Juventus, ora a +7 sui giallorossi e il Milan dopo il 3-0 interno al Pescara. Continuano a vincere Torino e Lazio, indietro perdono tutte. Vediamo i top & flop di questa giornata.

TOP – Al terzo posto Andrea Belotti. Grazie alla sua doppietta il Torino è passato 2-0 a Crotone, il ‘Gallo’ (così soprannominato per la sua esultanza) ormai è definitivamente esploso ed è diventato il punto fermo della Nazionale di Ventura. Al secondo posto Suso: la sua doppietta non è servita al Milan per vincere il derby, però sono stati due gol davvero bellissimi. Lo spagnolo conferma di essere diventato un giocatore importante. Al primo posto Gian Piero Gasperini. La sua Atalanta continua a stupire: contro la Roma (battuta 2-1) è arrivata la settima vittoria nelle ultime otto partite. Numeri incredibili per gli orobici che ora sognano l’Europa.

FLOP – Al terzo posto Lukasz Skorupski. Il portiere dell’Empoli aveva preso solo due gol nelle ultime cinque gare: contro la Fiorentina ne ha subiti quattro e nel terzo, realizzato da Bernardeschi, non è stato deciso come in altre occasioni. Il suo campionato resta comunque ottimo. Al secondo posto Mauro Icardi. L’attaccante dell’Inter ha sbagliato due gol semplici contro il Milan: di solito li segna praticamente a occhi chiusi. Fortuna che i suoi compagni sono stati più precisi. Al primo posto le maglie del derby di Milano. Incredibile come non si sia deciso di cambiare una situazione che, da subito, risultava difficile. Le casacche rossonere e nerazzurre sono già complicate da distinguere, quest’anno poi sono ulteriormente scure e per il pubblico è stato davvero difficile capirci qualcosa. I pantaloncini bianchi dell’Inter hanno salvato la situazione.

Francesco Carci

Lo strappo. Pizzarotti se ne va dal Movimento 5S

EVIDENZA-Grillo-Pizzarotti-ParmaNel giorno del vertici tra Beppe Grillo, Davide Casaleggio e i senatori M5s, Pizzarotti se ne va definitivamente dal Movimento. Il sindaco di Parma dopo mesi di sospensione ha deciso di andarsene portandosi dietro compatto tutto il gruppo che forma la maggioranza in Municipio a Parma. “Sono sempre stato un uomo libero – ha detto in conferenza stampa – da uomo libero non posso che uscire da questo Movimento 5 Stelle, da quello che è diventato oggi e che non è più quello che era quando è nato”. “Non sono cambiato io, o i nostri ideali, è cambiato il M5s. E’ mancata la coscienza critica, l’ho esercitata solo io, e quindi vengo visto come disturbatore. In tante parti d’Italia siamo stati consumati da arrivisti ignoranti che non sanno cosa vuol dire amministrare: vogliamo governare e poi non si dialoga con nessuno. Questo non vuol dire governare”.

“Io non credo – ha detto ancora Pizzarotti – nei partiti personali, non credo che ci sia il salvatore della patria, non lo può fare Renzi, Salvini, Berlusconi, non lo può fare nemmeno Grillo: è una sconfitta avere un capo politico, poi ci può essere persona rappresentativa, ma da soli non si va da nessuna parte”. “La parola movimento – ha aggiunto – è giusta perché è orizzontale. Si ha sempre avuto paura di darsi un’organizzazione, che non vuol dire una struttura verticistica, ma sapere chi chiamare quando devi fare qualcosa senza che nessuno si offenda. Sette anni fa a Firenze e al teatro Smeraldo ci si incontrava e ci si guardava in faccia, poi non lo si è più fatto. Forse per paura di togliere potere alla Casaleggio? Ma noi dobbiamo far crescere la Casaleggio o il Movimento?”.

Una decisione che non fa di certo bene al Movimento già alle prese con il caso Roma dove sono fioccate le prime querele. Quelle della Muraro a Renzi per diffamazione a causa degli “indebiti accostamenti fatti con l’inchiesta su ‘Mafia Capitale'”. L’avvocato Alessio Palladino, uno dei difensori della Muraro, ha depositato a piazzale Clodio l’atto.  “La mia assistita – dice il penalista – si è posta da tempo a disposizione degli inquirenti, ma speculare sulla sua vita privata o rappresentare fatti non veri è solo indice, a nostro parere, di una azione diffamatoria”. Quando la politica si trasferisce dalle istituzioni alle aule di tribunali non è mai un buon segno.

Come non è mai un buon segnale scaricare le responsabilità su chi c’era soprattutto quando l’esordio non è stato dei più brillanti dal punto di vista organizzativo. “La nostra attività di governo in questo primissimo periodo è stata dedicata alla verifica puntuale dei conti di Roma Capitale che non sono in ordine”. Ha detto in una conferenza stampa il sindaco Virginia Raggi. “Abbiamo iniziato a cercare tutte quelle economie di bilancio che potessero andare a sostenere i servizi che Roma deve erogare e che troppo spesso negli anni scorsi non è stata capace di supportare a causa di sprechi”. Così la sindaca di Roma Virginia Raggi nel corso di una conferenza stampa nella sede di un municipio.

Intanto in Aula Giulio Cesare è arrivata una interrogazione urgente della capogruppo del Pd in Campidoglio Michela Di Biase in cui si chiede alla sindaca di Roma Virginia Raggi dei chiarimenti. “Si apprendono allarmanti circostanze, riferite alla relazione che il Ragionerie Generale ha allegato alla propria lettera di dimissioni inviata alla sindaca Virginia Raggi in data 22 settembre”. Esordisce così l’interrogazione. Si chiede quindi alla sindaca e l’assessore al Bilancio che “riferiscano urgentemente su tutti gli aspetti della vicenda ed in particolare sui seguenti punti: squilibrio tra l’allineamento delle partite creditorie e debitorie con le società del Gruppo Roma capitale per oltre il valore assoluto il miliardo di euro; situazione delle casse capitoline; gli interventi che ritengono di approntare per affrontare le criticità segnalate dal Ragioniere generale”. Alla interrogazione si attende una risposta in Aula giovedì.

Effetto Parisi
panico nel centrodestra

Berlusconi-Alfano-Elezione-PresidenteIl centro destra si prepara a rivedere i propri assetti. Le alleanze fino ad ora in essere, amministrative comprese, sembrano messe in discussione. A settembre si riaprono i giochi con muovi ingressi in uno scenario che sembra congelato, incapace di evoluzione e avvitato su se stesso. Le amministrative di maggio non hanno gettato l’allarme solo nel centrosinistra, ma, e in modo molto maggiore, nel centrodestra. Hanno stoppato la Lega nella sua Opa sulla coalizione determinando l’incapacità di Salvini di creare un partito con ambizioni che vadano oltre la politica dell’urlo e dell’insulto. La bambola gonfiabile portata sul palco ne è la conferma.

La discesa in campo di Parisi sponsorizzato da Berlusconi ha gettato tutti nel panico. A cominciare dai centristi di Ap che ancora devono decidere da che parte stare. Il leader Angelino Alfano conversando con i cronisti al Senato a proposito del futuro del suo partito e di una possibile alleanza con FI ha affermato che “sembrano nascere delle nuove condizioni per creare un’importante aggregazione dei moderati, liberali e popolari anche se dobbiamo intenderci su programmi, denominazione del partito, perché nessuno dei soggetti che partecipa può imporre il proprio nome, e sulla leadership che, come dissi quando ero ancora nel Pdl, dovrebbe essere scelta sulla base delle primarie”. Un segnale appunto a Berlusconi che in una eventuale alleanza la leadership è tutt’altro che decisa. Fatto sta, che un azionista di governo, parla di alleanze con un partito di opposizione. E se la legge elettorale non dovesse cambiare per Ncd potrebbe valere la logica del tanto peggio tanto meglio, avendo con l’Italicum così come concepito oggi, il destino segnato.

Intanto la Lega stoppa qualsiasi alleanza: “Se qualcuno – afferma Salvini – pensa di coinvolgere me o la Lega in un’alleanza con Verdini, Alfano, Cicchitto, Tosi, Passera eccetera, ha sbagliato indirizzo. Per me il discrimine della prossima alleanza sarà la politica estera: chi vuole la Merkel, difende a spada tratta l’euro o tifa Hillary Clinton non può stare con la Lega. Se Parisi è un riorganizzatore di Forza Italia va bene, ma se qualcuno pensa di far digerire alla Lega alleanze indigeste, io non ci sto”. Ma non dice a che cosa ci sta.

Ginevra Matiz

COL “NO” TUTTI A CASA

renzi2La direzione del Pd, a porte chiuse ma in diretta streaming. Al centro dei lavori il referendum e la legge elettorale e una sua eventuale modifica. La direzione era stata rinviata dopo il risultato del referendum inglese che ha visto la vittoria della Brexit. L’esito della direzione è scontato: d’altronde è stata nominata a immagine e somiglianza del premier e segretario del Pd Matteo Renzi. Gli spazi di manovra sono pochi e i numeri noti. L’unica cosa da vedere è il comportamento dell’opposizione interna, se unirà le proprie critiche o se marcerà su direzioni separate dopo l’esito delle elezioni amministrative che non ha portato i risultati attesi.

Il convitato di pietra, Berlusconi e Forza Italia, guarda dalla finestra in attesa di capire che piega prenderà il dibattito, magari con in mente un nuovo patto. Una sorta di Nazareno bis. I numeri per una modifica alla legge elettorale sono possibili infatti sono con Forza Italia. Il premier e segretario del partito, Matteo Renzi, ha già annunciato il suo secco “no” a coloro che gli chiedevano se ci saranno cambiamenti. Alle possibili modifiche che potrebbero apportarsi alla legge elettorale il premier ha detto: “Non vedo in Parlamento maggioranza per una legge alternativa”. Insomma per Renzi l’Italicum non va toccato, anche perché, come ha detto più volte, è una legge che garantisce a chi vince di governare.

E sul referendum Renzi ha detto che in caso di scontiffa non solo il governo di dimetterà, ma che tutto il Parlamento dovrà andare a casa. E’ cruciale “non per i destini di qualcuno ma per il futuro della credibilità della classe politica italiana”. “Avverto la responsabilità di questo passaggio molto importante per il nostro partito e per la nostra comunità. Vorrei offrire un’occasione di dialogo molto sincera, profonda e franca. La direzione si svolge dopo le amministrative che non sono andate bene, ma anche dopo Brexit, dopo la più grande strage di civili italiani all’estero, dopo un G7 chiave per la comunità internazionale e dopo la mobilitazione, ognuno avrà le sue opinioni, sulle tasse, tutto mentre si raccolgono le firme sul referendum costituzionale”, ha aggiunto il premier. “Sono pronto ad ascoltare, ma anche a difendere la dignità di questa comunità, l’unica in cui si discute in modo franco e per questo viene rappresentata in modo macchiettistico. Litigano tutti i partiti e quelli che lo sono in modo meno tradizionale lo fanno ancora di più, ma al chiuso delle stanze. Il punto è che loro fingono di essere una falange e appaiono come tali, mentre noi – ha continuato Renzi – valorizziamo troppo spesso ciò che ci divide”.

”C’è fuori un mondo che chiede al Pd se ha le idee chiare, quella che si apre è una stagione difficile e affascinante nella quale scommetto sul fatto che il Pd possa essere protagonista e non comparsa”, ha detto Renzi. Infine sul referendum. “C’è qualcuno tra voi – ha detto – che pensa sinceramente che, dopo che la legislatura è nata e ha fatto ciò che ha fatto, in caso di ‘no’ al referendum, il presidente del Consiglio, e io penso anche il Parlamento, non ne possa prendere atto?”.

Per il referendum, ha detto Renzi, “ci sono 400mila firme, ne mancano ancora un centinaio per arrivare all’obiettivo”. “Il problema del referendum è quel che accade all’Italia e alla classe politica. Non in una logica di minaccia, del ‘ricordati che devi morire’ o dell’andrà tutto male. Altri stanno dicendo che in caso di sconfitta c’è la recessione, ma non è la mia linea. Io faccio il discorso in positivo: con il “Si” si aprirebbe la più bella pagina di autoriforma di una classe politica in occidente”.  “C’e’ fuori un mondo che chiede al Pd se ha le idee chiare, quella che si apre è una stagione difficile e affascinante nella quale scommetto sul fatto che il Pd possa essere protagonista e non comparsa”. Il referendum, ha poi aggiunto è cruciale “non per i destini di qualcuno ma per il futuro della credibilità della classe politica italiana”. E alla minoranza: “Si pone un tema di organizzazione del partito. Alla nostra straordinaria militanza dobbiamo un modello organizzativo che non ricalchi gli errori del passato. Finché lo guido io, le correnti non torneranno a guidare il partito, lo dico innanzitutto ai renziani di stretta osservanza, della prima o seconda ora o a quelli last minute”. “Credo che ci sia bisogno di una grande chiarezza tra noi, se volete che io lasci non avete che da chiedere un Congresso e possibilmente vincerlo, in bocca al lupo”.

Il doppio incarico è un altro elemento del dibattito. L’esito del voto danneggia sia il governo che il Pd. La conincidenza dei ruoli infatti fa in modo che i riflessi delle urne colpi casco entrambi i ruoli ricoperti da Renzi. “La separazione fra gli incarichi di segretario e premier – ha detto l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani – non è un dibattito lunare. Non è la soluzione a tutti i problemi, è la premessa. E lui era anche d’accordo quando si candidò contro di me. Gli si può quindi far notare che non è così lunare?”.

Per l’ex segretario del Pd “l’errore più grosso è l’assenza di umiltà che fa impressione. Perché non puoi dirigere il traffico senza vedere cosa ci ha portato fin qua”. Anche il parlamentare Federico Fornaro ha affermato di aspettarsi da Matteo Renzi, nella Direzione Pd, di “un bagno di umiltà” e di “una correzione di rotta”. “La ‘narrazione’ renziana – ha spiegato – ha funzionato nella sua prima fase ma ora stride con la realtà”. Per Fornaro “il voto amministrativo ha mostrato chiari segni di critica alle politiche del governo e c’è un pericolo di sottovalutazione che è pericoloso, soprattutto a pochi mesi dal referendum”. Quindi “se si continua a dire che va tutto bene e che le elezioni non sono state una critica al governo, penso che siano altri quelli sulla luna. Anche perché il partito appare senza guida negli assetti organizzativi e questo influisce negativamente”.

Un allarme arriva da Gianni Cuperlo: “E’ suonato l’allarme, l’ultimo. Oggi tu sei visto come un avversario da una parte della destra, ed è bene così, ma anche da una parte della sinistra e questo è un dramma” per chi è sotto il simbolo del Pd. Senza una svolta, tu condurrai la sinistra italiana ad una sconfitta storica”. Cuperlo, leader di Sinistradem, ha poi definito definito “miope” la relazione di Matteo Renzi e sottolineando: “esci dal talent di un’ Italia patinata e fatta di opportunità e scopri la modestia”.

Redazione Avanti!

Renzi e Delrio: l’Italicum sta bene così

Renzi DelrioSecondo alcuni commentatori, le recenti dichiarazioni, dirette o riportate (vedi ieri) del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, più che una presa di posizione sulla materia incandescente della legge elettorale – in vigore da oggi – e del referendum di ottobre, erano un ballon d’essai, una prova per saggiare le reazioni di alleati e oppositori, interni ed esterni.

Tra le reazioni utili si citano le dichiarazioni dei pentastellati in direzione del mantenimento dell’Italicum per loro assai più conveniente di qualunque altra possibile legge elettorale, e di autorevoli esponenti vicini a Berlusconi come Gianni Letta e Felice Confalonieri per la riapertura del Patto del Nazareno. Comunque sia oggi Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ribadito la posizione di Renzi spiegando che anche a volerla cambiare, sarebbe assai difficile trovare i numeri per farlo, non mettendo ovviamente nel conto Forza Italia.
“L’Italicum è un’ottima legge che garantisce governabilità. Se qualcuno vuole cambiarla e proporre una legge migliore, lo faccia. Ma a pochi mesi dal referendum, mi pare un esercizio molto complicato trovare una maggioranza”. “Per me – aggiunge – si può discutere di tutto, ma faccio presente che questa legge è stata confezionata dopo numerose riunioni e passaggi parlamentari. Garantisce governabilità e aiuta a capire chi si assume la responsabilità. Per noi è il miglior punto di equilibrio”. Delrio difende punto per punto le caratteristiche della legge elettorale: “Il premio alla lista è nella logica della semplificazione dei partiti e del no al ricatto dei piccoli”. Quanto all’idea che il Movimento cinque stelle possa essere avvantaggiato da un simile sistema il ministro osserva che “siamo sempre stati contrari a leggi ad personam o ad utilitatem del partito: bisogna avere senso delle istituzioni, anche quando le cose non convengono del tutto”.

Intanto i sondaggi continuano a indicare una crescita continua dei consensi per il Movimento di Grillo e una parallela discesa per quelli al Pd. Inoltre Luigi Di Maio avrebbe superato, quanto a popolarità, anche lo stesso Matteo Renzi. Insomma un quadro che confermerebbe in pieno le previsioni di una vittoria del M5s con una legge elettorale che sembra a questo punto confezionato più per Grillo che non per Renzi.

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Le recenti elezioni amministrative – scrive il quotidiano La Repubblica pubblicando un sondaggio Demos – hanno lasciato il segno. In caso di elezioni politiche Demos attribuisce al MoVimento oltre il 32% dei voti, il 5% in piu’ rispetto all’ultima rilevazione condotta ad aprile, mentre il Pd si fermerebbe al 30,2% in leggero rialzo rispetto a due mesi fa (30,1%) ma con un distacco maggiore rispetto ai grillini. Male Lega e Forza Italia, entrambe poco sotto il 12%, mentre tutti gli altri partiti ‘arrancano’ per toccare quota 5% (tranne Sinistra italiana che si attesta al 5,4%).
Una fotografia che “il Pd e il M5s intercetterebbero, insieme – spiega Ilvo Diamanti sul quotidiano romano – quasi i due terzi dei voti mentre il rimanente terzo degli elettori appare diviso e frammentato”. Ma la nota più interessante riguarda le ‘proiezioni’ in caso di ballottaggi che vedrebbe i Cinquestelle vincere staccando largamente gli inseguitori del Pd prevalendo di quasi dieci punti.

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Per quanto riguarda la fiducia sui leader il gradino più alto viene occupato da Luigi Di Maio (con il 41%), seguito da Renzi (stabile al 40%) e dal rieletto de Magistris (sempre 40%) con Beppe Grillo che li tallona con il suo 38%. Salvini (36%), Berlusconi (32%) e Alfano (28%) chiudono la speciale classifica rispecchiano il periodo di ‘magra’ del centrodestra.

“Si può anche cadere nel burrone perché si deve completare la corsa. Il suicidio – come scrive il Direttore nel suo fondo di oggi – in politica è arte rara. Ma non inconsueta. Il centro-destra approvò il Porcellum e perse le elezioni del 2006 che col Mattarellum avrebbe vinto”.

Interventi salva banche, Nein di Merkel a Renzi

renzi merkelProprio nel giorno in cui la Camera approva il decreto Banche con gli indennizzi ai risparmiatori, da Berlino arriva un no secco – “Non possiamo cambiare regole ogni due anni” – a ridiscutere il Bail-in con una sospensione di sei mesi per l’Italia, accompagnato da uno scambio di battute acide tra Merkel e Renzi. “Il decreto – ha detto il parlamentare socialista Oreste Pastorelli intervenendo nella discussione sul dl Banche – contiene misure tra loro diverse ma tutte legate da un unico filo conduttore: creare le condizioni per la ripresa economica del Paese”. Col provvedimento vengono definite le fasce di reddito per ottenere i rimborsi con una filosofia che è quella “di tutelare quegli investitori appartenenti alle classi medie di lavoratori che hanno investito nel sistema bancario i risparmi di una vita”.


Proprio nel giorno in cui la Camera approva il decreto Banche che definisce i criteri per gli indennizzi ai risparmiatori delle quattro banche – Carife, Etruria, Marche e Carichieti – che avevano fatto fallimento, da Berlino arriva una doccia fredda sulle ipotesi di rafforzare il sistema bancario italiano, sotto pressione per i crediti in sofferenza che hanno raggiunto i 200 mld di euro. La chiusura fa seguito alla prima tornata di colloqui con il vice presidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis su possibili misure per supportare le banche italiane. Stando all’agenzia Bloomberg il governo tedesco è assolutamente contrario a ogni tentativo di proteggere gli investitori privati delle banche dalle perdite nel caso in cui l’Italia intendesse proseguire nel piano allo studio per la ricapitalizzazione degli istituti di credito.
E la Cancelliera tedesca ha voluto puntualizzare la posizione con parole che non hanno fatto certo piacere al Presidente del Consiglio Matteo Renzi: “Credo – ha detto – che sia stata concessa una certa flessibilità a certi Paesi per favorire la crescita. Guardando soprattutto all’Italia – ha detto rispondendo a una domanda sulla eventualità di concedere una maggiore flessibilità ad alcuni Paesi e cambiare le regole sul settore bancario in Italia come conseguenza della Brexit – posso dire che abbiamo adottato diverse soluzioni, ma non possiamo ridiscutere ogni due anni le regole del settore bancario”.
Un venticello gelido che è arrivato subito su Piazza Affari che stava ìmacinando qualche recupero dopo il tracollo di venerdì e lunedì innescato proprio dai titoli bancari.
“Non siamo qui a prendere lezioni dal maestro”. “Nessuno vuole cambiare le regole” sulle banche ha replicato Renzi e ha aggiunto piccato: “Abbiamo perduto l’occasione di intervenire in modo strutturale, come ha fatto la Germania intorno al 2010-2011”, quindi è “inutile piangere sul latte versato perché non possiamo farlo adesso che le regole sono diverse”. Comunque “in questa situazione, se ci fossero problemi, saremmo in condizioni di proteggere i denari di correntisti e cittadini”. “L’Italia non chiede di non rispettare le regole. L’ultima che non le ha rispettate in Europa – ha sottolineato, peraltro inutilmente – è stata la Germania nel 2003, e l’Italia di Berlusconi glielo consentì”.

Siamo insomma davanti a un no secco a ridiscutere il Bail-in con una sospensione di sei mesi per l’Italia per evitare che altri risparmiatori, non necessariamente avventati, ma sovente vittime di vere e proprie truffe – ci rimettano l’osso del collo se l’intero sistema del credito dovesse finire davvero sotto pressione facendo saltare gli anelli più deboli.
Intanto però almeno è stata chiusa oggi una partita delicata, quella degli obbligazionisti fregati dalle quattro banche appena saltate. La Camera ha difatti approvato il decreto Banche che, tra l’altro, definisce i criteri per gli indennizzi dei risparmiatori colpiti dai crak di Carife, Etruria, Marche e Carichieti, confermando il testo già approvato dal Senato, con 287 Sì, 173 No e 3 astenuti.

“Il decreto – ha detto il parlamentare socialista Oreste Pastorelli nella dichiarazione di voto a favore dei parlamentari del Psi, contiene misure tra loro diverse ma tutte legate da un unico filo conduttore: creare le condizioni per la ripresa economica del Paese.
Del resto, non può esserci ripresa senza un convinto sostegno alle imprese, un’accelerazione dei tempi per il recupero dei crediti, un’adeguata tutela dei piccoli investitori in banche in liquidazione. Particolarmente importante è proprio quest’ultima misura, poiché è essenziale in questo momento sostenere quei piccoli risparmiatori gravemente danneggiati dai recenti fallimenti di alcuni soggetti bancari.
Tali misure appaiono oltremodo condivisibili visto che i relativi costi graveranno interamente all’interno del sistema bancario italiano attraverso il Fondo di solidarietà istituito con la finanziaria 2016.
In base a questa disciplina, dunque, gli investitori con un reddito complessivo inferiore a 35.000 euro, che abbiano acquistato strumenti finanziari di banche in liquidazione, potranno chiedere al Fondo l’erogazione di un indennizzo forfetario pari all’80 per cento del corrispettivo pagato per l’acquisto degli strumenti suddetti.
Emerge, quindi, chiaramente il fine di tutelare quegli investitori appartenenti alle classi medie di lavoratori che hanno investito nel sistema bancario i risparmi di una vita”.
Lorenzo Mattei