Il Pd partito del Congresso permanente

pd tessereIl Partito democratico è ormai un partito che vive un eterno congresso permanente.
“Chi vuole giocarsi la carta della leadership io dico porte aperte”. Matteo Renzi, nel corso della direzione nazionale di oggi, annunciando le sue dimissioni, ha di fatto aperto la stagione congressuale del Pd.
“Non possiamo più prendere in giro la nostra gente – ha detto in un altro passaggio – potete prendere in giro me ma non la nostra gente. Nel pieno rispetto dello statuto, con le stesse regole dell’ultima volta” si faccia il congresso. “Così che non si discuta da domani sulle regole. Ma torni la politica”.
“Io non sarò mai il custode dei caminetti, preferisco il mare aperto della sfida che la palude. Facciamo il congresso e chi perde il giorno dopo dia una mano, non scappi con il pallone, non lasci da solo chi vince le primarie, non faccia quanto avvenuto a Roma”.
“Si chiude un ciclo alla guida del Pd – dice Matteo Renzi – Ho preso un Pd che aveva il 25 per cento e nell’unica consultazione politica lo abbiamo portato al 40,8”. Renzi continua così a mettere sul banco il suo successo del 40%.
Al banco della presidenza siede, al fianco del segretario Matteo Renzi, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, al quale Renzi ha ribadito la propria stima (“massima stima e amicizia di tutto il Pd. Nel rapporto decennale che ci lega non è la lealtà che manca”). In platea si vede tra gli altri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. A chi lo accusa di non aver discusso a sufficienza la disfatta referendaria risponde: “L’analisi del voto l’abbiamo fatta: io ho pagato il pegno, mi sono dimesso. Se l’errore principale della campagna elettorale è stata la personalizzazione, ho cercato di evitare la personalizzazione almeno nel post referendum”. E poi aggiunge: “Da due mesi la politica italiana è bloccata. Improvvisamente è scomparso il futuro da ogni narrazione. L’Italia si è rannicchiata nella quotidianità”.
E Matteo Orfini nel suo intervento alla Direzione del Pd ha voluto sottolineare proprio il problema di un Congresso che non finisce mai: “Noi abbiamo già esperito un tentativo di fare il congresso, ma abbiamo detto che serviva una fase di decantazione per arrivare con più tranquillità ad una scadenza già fissata”. “Abbiamo fatto questa scelta insieme in Assemblea. Non ha funzionato”, sottolinea Orfini che punta il dito contro Bersani: “Quello che ha chiesto Bersani abbiamo provato a farlo, ma la conflittualità interna è aumentata. Il problema è che il congresso non finisce mai”. Per Orfini “il Congresso serve, perché c’è una enormità di problemi che ci impongono di riflettere sulle risposte che vogliamo dare. E dobbiamo dire che diamine di partito ci serve, dobbiamo decidere come metterci mano e cosa farne”.
Dalla minoranza intanto è partita la prima candidatura. “Quella di candidarmi alla segreteria è una cosa che sento di fare, necessaria”. Annuncia Michele Emiliano nel suo intervento in direzione Pd. “Non so come si fa a fare un congresso senza sapere quale sarà la legge elettorale. Un congresso ad aprile senza conoscere la legge elettorale che roba è? Andare al congresso senza conoscere quante federazioni sono commissariate e quanti circoli non sono in grado di rilasciare le tessere non vedo come si possa fare, è difficilissimo, è una di quelle cose che fa aumentare il rischio scissione”. Chiede ancora il Governatore della Puglia.
La minoranza del Pd inoltre presenterà un documento in Direzione in cui si chiede che il congresso parta alla scadenza naturale di giugno, si sostenga il governo Gentiloni arrivando alla fine della legislatura e si lavori per una nuova legge elettorale.

All’attacco invece Roberto Speranza: “Un congresso non deve servire ad evitare una scissione, ma a ricucire quella che c’è già stata con la nostra gente”.
“Se il congresso è il tentativo di una sterzata vera, di un confronto vero, allora va benissimo. Il gioco delle figurine è un rischio. In queste figurine mi ci metto anche io. Alcune delle cose dette da Andrea Orlando e in particolare la proposta di costruire un perimetro culturale prima del momento di conta più specifico, mi pare che vadano nella direzione giusta. Abbiamo il tempo per mettere il treno sui binari ed evitare che deragli”. Lo ha detto Roberto Speranza, intervenendo in direzione.
Mentre Andrea Orlando alla direzione Pd propone una terza via, rispetto a quella del congresso subito e a quella delle assise dopo l’estate. Il Pd deve evitare un congresso che sia la “sagra dell’antipolitica”, meglio aprire una “conferenza programmatica”, ovviamente fermando la “delegittimazione quotidiana” del segretario. “Quello che temo è la seconda fase, quella delle primarie: senza una restrizione del range, senza correzione, senza una condivisione di una piattaforma, senza un’autodisciplina dei candidati, finiranno per essere una sagra dell’antipolitica, il tutto consumato dentro la campagna elettorale delle elezioni amministrative”.
Tra le varie correnti anche quella solitamente ‘attendista’ ‘Sinistra è cambiamento’ di Maurizio Martina che stavolta però si è schierata per un nuovo congresso: “Inviterei a vivere l’ipotesi congressuale come un salto di maturità, che ci dà la possibilità di sciogliere i nodi che abbiamo davanti. Si sta ponendo da mesi una questione di leadership, ci sta”, dice il ministro dell’Agricoltura che ha aggiunto: “Io ho fiducia nel nostro popolo. ‘Tutte le volte che lo abbiamo chiamato a condividere responsabilità, il nostro popolo ci ha stupito. Non ci sarà nessuna regola che ci proteggerà dai tentativi di far saltare quel minimo comun denominatore che fa vivere tanto una conferenza programmatica quanto una primaria”.
Ancora nessun commento dal trono della ‘vecchia scuola’ del Pd: Massimo D’Alema.

Democrazia e voto.
Renzi, la cabala 40.8%

D'Alema-Renzi-UeMassimo D’Alema sembra aver confidato nell’aiuto divino per la vittoria del No al referendum sulla riforma costituzionale del governo. L’esponente della sinistra del Pd, alla vigilia del voto del 4 dicembre, pare abbia assicurato a un amico: «La Madonna è con noi». L’invocazione dell’ex presidente del Consiglio, se c’è stata, ha funzionato.
Matteo Renzi è stato sconfitto al referendum e sonoramente: il 59,11% degli elettori ha votato No al superamento del bicameralismo paritario e solo il 40,89% ha tracciato una croce sul Sì. Ben 19.419.528 cittadini hanno respinto il progetto renziano di modernizzare e semplificare le istituzioni mentre appena 13.432.187 lo hanno promosso.
Gli italiani hanno affollato le urne: i votanti sono arrivati al 65,5%. È stata bocciata la revisione della Costituzione del presidente del Consiglio e segretario del Pd, la riforma centrale del suo governo. Renzi ne ha preso atto e ha immediatamente annunciato le sue dimissioni da presidente del Consiglio. Non ha perso il piacere per le battute: «Volevo tagliare le poltrone della politica e alla fine è saltata la mia».
Ora tutte le decisioni passeranno nelle mani di Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica dovrà valutare la delicata crisi. Sono improbabili le elezioni politiche anticipate chieste dal M5S, dalla Lega Nord e da Fratelli d’Italia. C’è l’urgenza di approvare il disegno di legge di Bilancio (votato dalla Camera e non ancora dal Senato), un provvedimento fondamentale per la finanza pubblica italiana. C’è anche la necessità di varare un nuovo sistema elettorale per le politiche o, comunque, di cambiare in profondità l’Italicum (la legge elettorale voluta da Renzi, legata strettamente alla riforma costituzionale naufragata, prevede solo l’elezione dei deputati e non dei senatori). Mattarella dovrà verificare se esiste una maggioranza in Parlamento per affrontare queste due priorità e a chi affidare l’incarico di guidare il nuovo governo.
È difficile la nascita di un Renzi bis, l’incarico di formare un nuovo esecutivo potrebbe andare ad una figura di carattere istituzionale (tra i papabili c’è il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il presidente del Senato Pietro Grasso).
La batosta è pesante. Il voto referendario, di fatto, si è trasformato in un referendum su Renzi, sulle sue riforme strutturali, sui suoi quasi tre anni di governo. Renzi ha personalizzato e politicizzato il voto. Da solo ha sfidato tutti: Beppe Grillo (M5S), Silvio Berlusconi (Forza Italia), Matteo Salvini (Lega Nord), Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Nichi Vendola e Stefano Fassina (Sinistra Italiana), Mario Monti (ex presidente del Consiglio del governo tecnico del 2011-2012), Pier Luigi Bersani (sinistra Pd). Negli ultimi giorni ha avuto un aiuto tiepido solo da Romano Prodi, ex presidente del Consiglio e inventore dell’Ulivo e del Pd.
Renzi ha perso clamorosamente la sfida. Ha vinto la protesta sociale. Praticamente tutta Italia (tranne le roccaforti emiliane, toscane e trentine) hanno bocciato la riforma costituzionale. La Grande crisi internazionale del 2008 e la globalizzazione hanno avuto gravissime conseguenze economiche e sociali. La chiusura di molte fabbriche, la disoccupazione, il precariato, la valanga dell’immigrazione, la Ue a trazione tedesca, il forte impoverimento hanno spinto il ceto medio e quello operaio a votare in massa contro la classe dirigente e il governo (come è già avvenuto in Gran Bretagna con il referendum sull’uscita dalla Ue e negli Usa con l’elezione di Donald Trump a presidente, come successore di Barack Obama).
La grande maggioranza degli italiani ha respinto la riforma costituzionale, ha votato Sì solo il 40,89%, un numero strano. C’è una singolare coincidenza. Ancora una volta, nel destino di Renzi, compare il 40,8%: questo per lui è un numero da cabala. Lo stesso numero, in situazioni diverse, ha avuto per lui prima una valenza fortunata e poi infausta. Il presidente del Consiglio nel 2014, appena due anni fa, trionfò nelle elezioni europee proprio con il 40,8% dei voti, sgominando tutte le opposizioni e mettendo nell’angolo tutti gli alleati. Adesso nel referendum, con lo stesso numero, ha conosciuto una disfatta.

Il giovane “rottamatore” di Firenze è finito “rottamato”. Ha commentato: «Mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta e dico agli amici del Sì che ho perso io, non voi». Ora si apre una nuova fase politica, con probabili nuovi equilibri.

Rodolfo Ruocco

Francia. Il crollo dell’illusione ulivista alla francese

French member of Parliament and candidate for the right-wing primaries ahead of France's 2017 presidential elections, Francois Fillon gestures as he delivers a speech following the first results of the primary's second round on November 27, 2016, at his campaign headquarters in Paris. France's conservatives held final run-off round of a primary battle on November 27 to determine who will be the right wing nominee for next year's presidential election. / AFP / Eric FEFERBERG (Photo credit should read ERIC FEFERBERG/AFP/Getty Images)

Francois Fillon

A cinque mesi data dall’appuntamento delle presidenziali le caselle delle destra sono già riempite. Con due varianti della destra: quella fondamentalista e quella radicale.
Fondamentalista Fillon: che ha stravinto (70% contro30% e con una partecipazione elettorale ancora maggiore di quella, altissima, del primo turno) il suo confronto con Juppè – centrista, europeista, fautore della grande coalizione con i socialisti – in nome di tutti i valori tradizionali delle varie anime della destra francese: sovranismo gollista (ivi compreso il recupero dei rapporti con la Russia e con i regimi laici e protettori dei cristiani in M.O.), privatismo giscardiano e, infine, ordine morale conservatore.

Radicale, Marine Le Pen. E con un programma mutuato dalla sinistra radicale (ivi compreso “libertè, egalitè, fraternitè”) ma innestato in una logica antisistema e anti immigrati, con forte accentuazione antiislamica.

E la sinistra? Per ora, non pervenuta. Hollande abbandonato da tutti, e persino da un primo ministro scelto espressamente da lui, per portare a termine in bellezza il quinquennato e per garantire, quanto meno, la sua ricandidatura. Al suo posto due candidati della destra socialista: l’uno, lo stesso Valls, nella variante giacobina; l’altro, l’ex ministro dell’economia Macron, in quella liberal-liberista. Nessuno dei due, per inciso, in grado di accedere al secondo turno. Tanto per non farci mancare nulla, medita di correre alle primarie anche un rappresentante della sinistra; ma con il non piccolo problema di trovare la strada sbarrata da un altro socialista di sinistra (ma uscito da tempo dal Psf), Mèlènchon già candidato nel 2012 e che, per il semplice fatto di avere avviato da tempo la sua campagna, dovrebbe far coinvolgere sul suo nome la maggior parte dell’elettorato di opposizione.
Un campo di rovine, dunque. E una scena tanto più impressionante se paragonata a quella che era davanti ai nostri occhi appena cinque anni fa.

Cinque anni fa c’era un “uomo solo al comando”( Sarkozy) irrimediabilmente impiombato dai suoi errori e dai suoi comportamenti; ad un punto tale da potere essere battuto da qualsiasi candidato appena appena “normale”. E c’era un candidato (peraltro scelto attraverso le primarie) che era la quintessenza della normalità: segretario del partito che l’aveva designato, mediatore verbale di infinite dispute interne. E questo candidato appariva (e sarebbe stato) in grado di vincere per il semplice fatto di non chiamarsi Sarkozy e di ottenere, a costo zero (leggi senza prendere particolari impegni programmatici) l’appoggio della sinistra radicale (dai verdi ai socialisti di sinistra ai comunisti) per il semplice fatto di averlo richiesto, pagandolo (se così si vuol dire) con la concessione di alcuni collegi sicuri e con l’applicazione della disciplina repubblicana al ballottaggio.

Così facendo, i socialisti francesi, avrebbero coronato, la primavera successiva, con la conquista della presidenza della repubblica, un percorso netto che gli aveva assicurato: la conquista di ventun regioni su ventidue, del senato, della grande maggioranza dei comuni e dei consigli cantonali.
Per la, diciamo così, sinistra italiana una rivelazione. Era il vedersi tracciata davanti agli occhi la via verso una sorta di “vincere facile”. Al posto di Sarkozy, Berlusconi; al posto di Hollande, Bersani; al posto del “pas d’ennemisi à gauche” “Italia bene comune”; e, infine e soprattutto, al posto di una campagna elettorale dove Hollande si era impegnato a dire il minimo possibile una campagna in cui Bersani avrebbe seguito la stessa linea di condotta. Una linea che non portò fortuna al buon Bersani; un approccio che ha portato al disastro Hollande e, con lui, il partito socialista francese.
Sull’entità, sulle ragioni e sulle conseguenze di questo disastro si avrà modo di ragionare tutti nei prossimi mesi.

Ma una cosa, fin d’ora è assolutamente certa: che oggi si sta consumando il definitivo crollo dell’illusione ulivista nella versione francese. Leggi della pretesa di poter conciliare tutto e il suo contrario: proclami ideologici e pratiche compromissorie; difesa di un modello sociale e cessioni di sovranità, unità delle sinistre e politiche socialmente regressive, rapporti con la propria base tradizionale ed èlitismo liberal, internazionalismo e politiche di potenza, aperture all’immigrazione e crociate anti Islam; e, infine, per dirla tutta, passioni e mediocrità.

Alberto Benzoni

APERTURA SULL’ITALICUM

ITALICUM-legge elettorale“Noi il nostro lavoro L’abbiamo fatto. Lo schema di riforma della legge elettorale predisposto dal PD è proprio quello socialista. Avanti allora”. È il commento di Riccardo Nencini, Segretario del PSI, in merito all’accordo in via di definizione della Commissione interna al Pd sulla modifica dell’Italicum.

Il premier Matteo Renzi infatti apre sulla possibilità di avere una legge elettorale senza il ballottaggio che caratterizza l’Italicum. “Il dibattito sul referendum non è sul governo né sulla legge elettorale su cui abbiamo detto, ‘se volete cambiarla la cambiamo’”, ha detto a Padova. “La legge elettorale si cambia in due mesi. Io penso che la legge col ballottaggio non fosse nulla di male, anzi dava garanzia di vittoria. Ma a me va bene qualsiasi legge”, ha aggiunto, prima di precisare che “basta che non sia il Porcellum”.”Si valuta la possibilità di superare il ballottaggio purché si trovi una soluzione che garantisca la governabilità”.

È questa la formula che i vertici del Pd hanno inserito nel documento sulle modifiche all’Italicum. Il documento sarebbe stato ‘vistato’ dal premier/segretario del partito Matteo Renzi.  Ora, però, resta ancora incertezza sulle prossime mosse. Perché se Cuperlo deciderà di apporre la firma e di sottoscrivere la proposta l’apertura resterà immutata. Se invece decidesse di fare un passo indietro allora le cose potrebbero cambiare. Cuperlo si è preso un po’ di tempo: “Per correttezza mi sono riservato un giudizio politico e di merito sul testo e lo sottoporrò – ha sottolineato – alla valutazione delle minoranze del Pd. I tempi di questa verifica saranno necessariamente rapidi”.

I ‘big’ del Pd non sono pessimisti sull’esito della partita, ma in ogni caso – lo ha detto chiaramente Rosato al termine dell’incontro al quale hanno partecipato oltre ai capigruppo e Cuperlo anche Guerini e Orfini – “ci sarà un’altra riunione”. Nel documento si ribadisce inoltre la preferenza per i collegi e il superamento dei capilista bloccati. Nessun confronto al momento sulle multicandidature. “Ora sta a Cuperlo darci una risposta”, sottolineano fonti dem. “L’impegno c’è ma è chiaro che non possiamo legarci le mani, ci sono tante variabili che andranno considerate in futuro”, spiega un altro esponente di vertice del Pd.

La Commissione del Pd che sta lavorando alle modifiche da apportare all’Italicum ha elaborato una prima bozza di documento che ora dovrà essere sottoposta al vaglio delle varie ‘anime’ della minoranza Pd. Anche se non nasconde la sfiducia sulla possibilità di trovare un’intesa: “Non sono ottimista. Poi non si sa mai, i miracoli possono sempre avvenire”, spiega l’ex segretario dem. Dopo rinvii e slittamenti e una certa dose di incertezza sulla riunione stessa, alla fine la Commissione si vede nella sede nazionale del partito al largo del Nazareno. Ed è lo stesso Gianni Cuperlo, esponente della minoranza dem, a dare l’annuncio in serata: “Nella riunione della commissione incaricata all’ultima direzione, Lorenzo Guerini ha presentato una bozza di documento sulla riforma della legge elettorale. Invita alla prudenza anche il vicesegretario Guerini, che spiega: “Stiamo lavorando su una ipotesi di documento. Nulla di definitivo. Un pezzo alla volta”. E il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, annuncia: “Ci sara’ un’altra riunione. Stiamo lavorando bene”.

Dunque prosegue il tentativo messo in atto dalla maggioranza di cercare un accordo. L’importanza di ricucire le divisioni interne al Pd è legata anche al referendum costituzionale del 4 dicembre: Renzi vorrebbe evitare che una parte del partito si schieri apertamente e ufficialmente per il No. Tuttavia, dalle prime reazioni che trapelano, la minoranza Pd – area bersaniana – non accoglie la notizia della bozza con entusiasmo. Tutt’altro. Il punto non è avere un documento, è da sempre la linea, ma un atto formale che dimostri la reale intenzione di cambiare l’Italicum prima del 4 dicembre. Ad esempio, è tra le richieste, incardinare un testo in commissione Affari costituzionali. E, soprattutto, Renzi deve metterci la faccia. E infatti, al di là del tentativo a cui non si sottrae la minoranza dem, con la presenza di Cuperlo, è Bersani a mostrare tutto lo scetticismo sulla buona riuscita della Commissione: “Non posso perdonare a Renzi e compagnia di aver messo la fiducia sulla legge elettorale”, spiega l’ex segretario ospite di un videoforum su Repubblica.it. “A Cuperlo stamattina ho detto che io sono intimamente convinto che è molto difficile dire, come fa Renzi, che l’Italicum è buono, ottimo, e poi prendere l’iniziativa di cambiarlo. Perché uno deve anche riconoscere che c’è un limite nelle cose”, aggiunge Bersani.

La reazione a caldo della minoranza Pd non è molto positiva. ” Come previsto – scrive in una nota il senatore della minoranza Federico Fornaro,  in tempi non sospetti e nonostante la generosità di Gianni Cuperlo, la commissione PD ha prodotto un documento ‘fantasma’, tanto generico quanto inefficace. Anche se il tempo era già ampiamente scaduto, si sarebbe potuto far meglio.
A luglio, quando presentammo il Mattarellum 2.0, proponemmo che il PD avviasse da subito con i capigruppo di Camera e Senato una iniziativa politico-parlamentare per cambiare l’Italicum e non successe nulla.
Quando era ancora possibile, e non certo per nostra responsabilità ma per precisa volontà di Renzi, non si è voluto affrontare il nodo del superamento dell’Italicum e sanare così la ferita della divisione del PD sia alla Camera sia al Senato sulla legge elettorale. Con i documenti fantasma non si va da nessuna parte, anzi si rafforzano i dubbi, le riserve e le evidenti criticità sul legame indissolubile tra Italicum e Riforma Costituzionale che porteranno tanti elettori e militanti PD a votare NO il prossimo 4 dicembre”.

Legge elettorale, nel Pd si tratta sull’Italicum

Bersani-italicum-contro-renziSempre più tesi i rapporti tra il Pd e la minoranza interna. Tanto che tra gli osservatori c’è chi dice che lo strappo è vicino. Pier Luigi Bersani tiene alta la sua asticella, con una richiesta che la maggioranza del Pd ritiene irricevibile, ossia quella di “rottamare” l’Italicum, prima del referendum. Irricevibile in quanto la maggioranza del partito, nella direzione di pochi giorni fa, aveva approvato e sostenuto la relazione in cui il premier-segretario Renzi rimandava ogni decisione sulla legge elettorale a dopo la consultazione del 4 dicembre,

“Non accettiamo diktat”, ha avvertito Matteo Orfini. E Dario Franceschini ha aggiunto: “Si può migliorare l’Italicum ma non ricominciare d’accapo”. E così, mentre ancora si attende l’avvio dei lavori della commissione Pd sulle modifiche alla legge elettorale, i bersaniani si preparano ad annunciare un No definitivo al referendum costituzionale. Forse già giovedì.

La commissione Dem sull’Italicum, proposta da Matteo Renzi una settimana fa in direzione, potrebbe riunirsi per la prima volta oggi o, più probabilmente, mercoledì. Si definirà solo allora il metodo di lavoro. L’ipotesi di partenza è ascoltare prima i partiti di maggioranza, poi l’opposizione e infine fare una sintesi. Ma è innanzitutto nel Pd che va trovato un accordo, nient’affatto scontato. E in questo senso spinge Gianni Cuperlo, che nella commissione rappresenta la minoranza e ancora spera di riuscire a scongiurare, con l’intesa sulla legge elettorale, una “lacerazione” sul referendum che avrebbe “strascichi” pesanti. Cuperlo chiederà alla commissione, presieduta da Lorenzo Guerini, di varare in tempi brevi “una proposta del Pd e del suo segretario sulla riforma della legge elettorale: un documento chiaro sui capisaldi delle modifiche da fare o un testo base da depositare in commissione”. Serve un accordo politico su alcuni cardini, secondo il deputato: stop al ballottaggio, premio di maggioranza limitato e elezione dei deputati nei collegi.

“Si può rendere la legge più funzionale assegnando il premio alla coalizione e non alla lista, perché così sarebbe più coerente con l’assetto del centrodestra e anche con il nostro”, apre il ministro Dario Franceschini. Per i renziani andrebbe anche bene lo stop alle multicandidature. Ma si discute anche di collegi e ballottaggio. Anche se al momento il punto è ancora tutto politico. I renziani vogliono evitare di alimentare polemiche che danneggerebbero la campagna referendaria. E lasciano a verbale l’apertura di Renzi in direzione: si può anche arrivare a una proposta Pd prima del referendum, aggiungono, ma i giochi veri si apriranno solo dopo. Ma la ricerca di un accordo non ‘parla’ tanto ai bersaniani, che sono già sul No, ne’ tantomeno a D’Alema che fa campagna “contro a prescindere”, quanto a Cuperlo e gli elettori di sinistra più dialoganti. Anche perché, sibila Renzi, “Bersani ha già cambiato idea su tutto, dal ballottaggio alle riforme. Non mi stupirei se adesso sostenesse i tagli alla sanità” contro il governo. “Quando era il capo – afferma il premier – richiamava al rispetto della ditta mentre adesso cambia idea anche su questo”.

“O si rottama l’Italicum o si ferma la riforma costituzionale: è un problema di democrazia, l’ho sempre pensata così”, è la risposta dell’ex segretario. E i suoi considerano la trattativa già fallita.

“Sull’Italicum – è il commento del deputato Pd Giorgio Merlo esponente di Sinistra dem – al di là di tante chiacchiere e impegni solenni di superarlo definitivamente, sono solo 2 gli elementi su cui il Pd deve dare una risposta attraverso la Commissione decisa dalla Direzione Nazionale: innanzitutto che ci sia una decisione rapida senza inutili perdite di tempo. E, soprattutto, che il Pd esprima una proposta univoca, chiara e netta con un documento ufficiale da presentare in Parlamento che sostituisca l’Italicum. Tutto ilresto appartiene al mondo virtuale della propaganda”.

Arriva il Bersanellum. La proposta anti-italicum

Bersani-direttivo-PdLa minoranza del Pd presenterà alla Camera una proposta di modifica delle legge elettorale in cui si prevede un modello maggioritario, senza ballottaggio e con un premio di maggioranza molto più ristretto. Una sorta di Mattarellum rivisitato che, a quanto si apprende, Pier Luigi Bersani avrebbe già accennato nei giorni scorsi ai vertici del Pd. “La valuteremo, l’Italicum è una buona legge, che funziona ma se il Parlamento decide di modificarla è sovrano”, non chiude Maria Elena Boschi chiarendo che eventuali modifiche saranno comunque possibili solo dopo il referendum istituzionale. Matteo Renzi non ha intenzione di aprire ora il dossier della legge elettorale. Ma i risultati delle elezioni amministrative hanno fatto suonare più di un campanello d’allarme rendendo palese che questa legge elettorale, costruita sui numeri usciti delle elezioni europee, in realtà sembra essere fatta a posta per il Movimento 5 Stelle.

Le energie del governo fino all’autunno saranno concentrate sulla vittoria del referendum. Ma la pressione della minoranza, e ancor più le minacce degli alleati Ncd, hanno spinto il Pd ad un’apertura verbale a modifiche all’Italicum. Che, però, da un sondaggio informale tra i partiti ad opera dei vertici dem, vedono tutt’altro che concordi maggioranza e opposizioni. Fi vuole sostituire il premio alla lista con il premio alla coalizione, cosa che vogliono anche i centristi ma non Sinistra Italiana. M5S non ha intenzione di partecipare ad alcun tavolo mentre la minoranza vorrebbe che le modifiche fossero fatte prima del referendum così da eliminare gli effetti a loro avviso distorsivi del binomio Nuovo Senato-Italicum.

Il ministro Boschi ha fatto però capire come il governo non abbia intenzione di muovere passi. Per ora no sicuramente e poi, dopo il referendum, si vedrà. E tutti sanno come l’esito della sfida sulle riforme sarà determinante per qualsiasi scenario futuro. “Abbiamo una legge elettorale – ha evidenziato Boschi – che è stata approvata dopo 10 anni, è una legge buona, poi se il Parlamento decide di modificarla perché ci sono i numeri su una proposta diversa, il Parlamento è sovrano”. La convinzione di molti renziani è che difficilmente i partiti riusciranno ad accordarsi su nuove leggi elettorali. A meno che la Corte Costituzionale non chiederà modifiche che rendano necessario una nuova intesa parlamentare.

La sinistra dem, presentando nei dettagli in una conferenza stampa la sua proposta (da alcuni battezzata “Bersanellum”) cerca sponde in tutti i partiti, grillini compresi. Ma, a detta di dirigenti del Nazareno, “è debole politicamente perché avvantaggia solo il Pd”. E anche se il dibattito è destinato per ora a restare sui giornali o nelle chiacchiere da transatlantico, tra i dem le proposte sembrano già tante quanto le correnti: oltre alla minoranza, i giovani turchi hanno avanzato il modello greco con un premio di maggioranza che spetta al primo partito ma senza il doppio turno e anche nella maggioranza del partito c’è chi vedrebbe bene ritocchi all’Italicum. Ma Renzi per ora se ne tiene molto alla larga.

Intanto arriva lo strappo dell’Udc sulla riforma costituzionale. Infatti i centristi, capitanati da Lorenzo Cesa, annunceranno la nascita dei Comitati per ‘l’inutilita’ del sì” al referendum. “Non si tratta di un giudizio politico su Renzi e sul suo governo- precisano dal partito- ma l’Udc ha preso atto che, da parte della nostra base, c’è forte malessere per la riforma Renzi-Boschi” e “per un’errata personalizzazione” che “divide e non unisce il Paese”. La manifestazione si terrà martedì alle 10.30 presso il Tempio di Adriano, in Piazza di Pietra, a Roma. Una nota spiega: “L’Udc ufficializza la sua partecipazione al ‘Comitato per la Costituzione e le Riforme’ che intende fornire un contributo al dibattito nazionale in vista del referendum e far dialogare espressioni diverse della politica e del mondo accademico.

 

Redazione Avanti!

Italicum? Bersani: meglio
il doppio turno di collegio

Legge_elettorale_ItalicumLe critiche alla legge elettorale approvata appena qualche mese fa, l’Italicum, arrivano anche dalla maggioranza di governo e continuano a sommarsi a quelle delle opposizioni. Oggi è tornato a parlare l’ex segretario del Pd, Pierluigi Bersani per chiedere al suo successore al Nazareno, e attuale Presidente del Consiglio, un vero e proprio capovolgimento della legge attuale abbandonando il proporzionale con premio di maggioranza che costituisce l’essenza dell’Italicum. Renzi – ha detto Bersani a ‘Radio Anch’io’ – si dichiari “disposto a riflettere” sulla legge elettorale in particolare a sostituire l’Italicum con il doppio turno di collegio. “Io sono intenzionato – ha detto – a votare sì al referendum. La riforma non è la panacea di tutti i mali, non è questa svolta epocale, ma prevalgono gli aspetti positivi”. Anche per l’ex segretario del Pd, sono infatti evidenti i rischi connessi al combinato disposto di una riforma costituzionale che amplia i poteri del Governo e una legge elettorale che consegna le chiavi del Parlamento al segretario del partito che ottiene il premio di maggioranza.

Non a caso alla domanda se la posizione sul Sì al referendum fosse ormai definitiva oppure fosse invece tentato di votare No, Bersani ha risposto con un “non sbaglia” lasciando quindi intendere che la mancata correzione della legge elettorale potrebbe indurlo a votare contro la riforma costituzionale. “Se le cose vanno avanti cosi – ha spiegato – tra quattro mesi ci troviamo tra le macerie del campo democratico. Renzi deve tener conto delle obiezioni non irragionevoli del No”. In particolare dovrebbe “annunciare una proposta di legge per l’elezione diretta del Senato” e la “disponibilità a modificare l’italicum”. “Renzi dovrebbe dire – ha proseguito – ‘votate Sì, e vi dico anche che rispondendo ad alcune obiezioni, sono disposto a riflettere sull’Italicum”. Alla domanda poi quale parte dell’Italicum dovrebbe essere cambiata, Bersani ha risposto: “Serve il doppio turno di collegio. Non si può scambiare un ballottaggio con il doppio turno”.

Non ci sono per ora reazioni alle parole di Bersani mentre invece continua il più che vivace dibattito interno al Pd in vista del referendum di ottobre. Ieri l’ex presidente del consiglio Enrico Letta si è fatto sentire accusando il governo di aver creato “il clima da corrida e l’iper-personalizzazione che rischia di trascinare tutto lontano dai contenuti e di fare del male al Paese”. “Letta – gli ha risposto Renzi – è stato un anno al governo e le riforme non si sono fatte, il presidente della Repubblica chiama me e le riforme si iniziano a fare anche con i voti di Ala”.

Il rapporto speciale con Verdini e la sua truppa di transfughi azzurri, continua difatti ad essere motivo di altre feroci polemiche interne tra minoranza e maggioranza. Secondo Gianni Cuperlo è stato Renzi ad aver trasformato il referendum nel congresso del Pd “nel momento stesso in cui ha scelto di far coincidere un’eventuale sconfitta in quel voto con l’abbandono della vita politica mentre la probabile vittoria è intesa come lo spartiacque di una nuova maggioranza politica”, quella appunto con Verdini.

A gettare altra benzina sul fuoco è arrivata l’iniziativa del del senatore renziano Marcucci che ha avviato una raccolta firme dei suoi colleghi per un Comitato per il Sì al referendum, iniziativa che finora ha raccolto un’ottantina di sottoscrizioni.

A protestare subito contro l’iniziativa i senatori della sinistra ‘dem’ Carlo Pegorer e Miguel Gotor. “È un errore – sottolineano – perché si continua a collegare direttamente la riforma costituzionale a un esecutivo e quindi contribuisce a dividere invece che a unire dimenticando che la costituzione è di tutti e non dei governi pro tempore”. Marcucci ha sua volta ha replicato: “Il ddl Boschi ha avuto 6 passaggi parlamentari e sono state accolte 151 modifiche dell’Aula. La riforma costituzionale è migliorata grazie al contributo determinante del gruppo Pd ed anche della sua minoranza. Dispiace che Gotor e Pegorer se lo siano dimenticati”. Sulla questione c’è stata anche la voce di Bersani il quale ha ripetuto che “non si possono brandire certi temi con una leggerezza così…”. “Basta riflettere – ha ricordato l’ex segretario – su come facemmo noi italiani la Costituzione nel primissimo dopoguerra. Come la facemmo, legando le sorti di un governo alla Costituzione? Adesso, se Renzi perde e si dimette, arriva un altro: questo si fa la sua Costituzione?”. “Io – ha concluso Bersani – sto facendo campagna elettorale per le amministrative, credo di essere andato in giro più di Renzi. Mi sto occupando di questo”. Oggi Renzi ha sottolineato come la tregua interna chiesta nei giorni scorsi ancora non ci sia, ma – ha spiegato un esponente della minoranza – difficilmente ci sarà anche dopo le amministrative, anche considerando il fatto che in vista del referendum Renzi completerà la ‘mutazione genetica’ del partito.

Riforme e partigiani. Nencini: Una inutile querelle

Italicum-Boschi-fiduciaContinua la polemica sulle parole pronunciale dal ministro per le riforme Boschi che tanto hanno fatto arrabbiare Pierluigi Bersani. Il Ministro, ospite di di “In mezz’ora” su Rai3, aveva dichiarato: “l’Anpi, come direttivo nazionale, ha preso una linea, poi dentro Anpi ci sono molti partigiani, quelli veri, quelli che hanno combattuto la Resistenza, non le generazioni successive, che votano sì alle riforme” costituzionali. Parole non gradite a Bersani per due motivi. Il primo perché sembrano distinguere tra partigiani veri e meno veri. Il secondo perché attribuivano a una categoria una intenzione di voto già determinata.

“Come si permette la ministra Boschi – aveva detto Bersani – di distinguere tra partigiani veri e partigiani finti? Chi crede di essere? Siamo forse già arrivati a un governo che fa la supervisione dell’Anpi?”. Si tratta di una inutile querelle: è il commento del segretario del Psi Riccardo Nencini. “I partigiani sono partigiani, senza altri aggettivi. Alcuni voteranno no, moltissimi altri invece diranno sì al referendum costituzionale. Vanno rispettate tutte le posizioni”. Per Nencini “si è creata una querelle inutile. Le strumentalizzazioni non fanno bene a nessuno. Il Psi ha dato il via ai comitati socialisti per il Sì sostenuti da un documento firmato da intellettuali, docenti, artisti e società civile – ha ricordato Nencini – tra i quali Mario Artali, Presidente della Federazione Italiana Associazioni Partigiane, che personalmente condivide le nostre ragioni ma rivendica per tutti il diritto di esercitare la facoltà di giudizio e la libertà di esprimerlo, senza utilizzare i simboli della Fiap. E’ la dimostrazione – ha concluso Nencini – che non ci sono tifoserie ma scelte libere e individuali”. E a proposito di riforme Nencini ha parlato anche del presidente emerito Giorgio Napolitano: “Stupiscono gli attacchi di chi soltanto tre anni fa plaudiva di fronte alla scelta del Presidente Napolitano di accettare nuovamente la candidatura presidenza della Repubblica, quale garante della costituzione”. “Accanto agli applausi – ha aggiunto Nencini – ricordo una standing ovation quando ribadì l’urgenza di fare le riforme, necessarie per il Paese. Appello che tutti condivisero. Si abbia almeno il buonsenso  di abbassare i toni della polemica ed evitare una strumentalizzazione eccessiva che certo non ci porta da nessuna parte” – ha concluso.

Sulla polemica è tornato a parlare il premier: “Nel merito – ha detto – non vedo gaffe. Quella dell’Anpi è una posizione del tutto legittima e al suo interno alcuni hanno scelto, quelli che hanno fatto la Resistenza, di votare sì. All’interno dell’Anpi qualcuno voterà sì e qualcuno voterà no. Ci sono i veri partigiani che voteranno sì e quelli che voteranno no, e noi abbiamo rispetto per tutti i partigiani”. Così il premier Matteo Renzi a Radio 105 difende la posizione del suo ministro. Renzi ha poi aggiunto:”Sapete che si possono iscrivere all’Anpi anche i più i giovani perché purtroppo non è che ce ne sono tantissimi di quelli del passato, io stesso mi sono iscritto appena diventato sindaco”.

Parlando di amministrative Renzi ha aggiunto: “Non è che le amministrative non mi piacciono. È che nella campagna del referendum di ottobre è in gioco il futuro del Paese, con le amministrative si scelgono i sindaci” ha ribadito il premier. “Il referendum – ha aggiunto – è un’altra cosa”. E di amministrative ha parlato anche il leader di sinistrata italiana Stefano Fassina per il quale in un eventuale ballottaggio ha detto che “che non ci sono le condizioni per una convergenza programmatica” per un appoggio al candidato del Pd Roberto Giachetti.

Ginevra Matiz

Pd, dopo Cuffaro è zuffa sulle tessere

cuffaro-magroNon è una scossa da poco quella data da Bersani al proprio partito. Non è la prima e probabilmente neanche l’ultima. L’occasione questa volta è il tesseramento del partito in Sicilia dove c’è il “sospetto” di adesioni dei cuffariani, i seguaci dell’ex presidente di regione, Totò Cuffaro, che ha passato quasi 5 anni in carcere per favoreggiamento alla mafia. Intanto il Pd cerca di capire cosa è successo esattamente e ha convocato i garanti del partito a Palermo per procedere alla valutazione delle tessere rilasciate ai nuovi iscritti. Alla riunione, in programma lunedì prossimo, prenderanno parte i presidenti provinciali e il responsabile regionale delle commissioni di garanzia del partito. È stato il segretario del Pd siciliano, Fausto Raciti, a sollecitare la verifica, congelando il tesseramento, chiuso a fine gennaio, dopo le dichiarazioni dell’ex governatore Totò Cuffaro.

Cuffaro, ormai tornato uomo libero, ha in sostanza fatto capire che voti che erano del suo partito, li vorrebbe indirizzati dentro il Pd. Bersani, da buon emiliano, le cose le dice senza giri di parole: “Il Pd non è un partito di potere buono per tutti gli usi. Non siamo un porto in cui può sbarcare chiunque”. E ancora: “Sarà difficile portarci dove non vogliamo andare”. Uno sfogo che arriva all’indomani delle votazioni parlamentari che hanno visto il sostengo dei verdiani all’esecutivo. Una preoccupazione quindi, quella di Bersani, per un Pd che possa perdere propria identità di partito di sinistra.

Cuffaro_cannoliL’ex presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, intervenendo sulla querelle scoppiata dopo le sue dichiarazioni sul tesseramento del Pd in Sicilia, ha poi corretto  il tiro: “Non dirò più una parola su quello che penso della situazione politica. Mi spiace che quanto ho detto, a mio parere un’ovvietà, sia stato causa di fraintendimenti, di incomprensioni, di inquietudini e di liti, dentro e fuori ai partiti”. “Sono convinto oggi più che mai – aggiunge Cuffaro – che il vero senso della politica si colga raggiungendo il cuore della gente e incontrandone l’umanità. Così ho dato significato al mio impegno politico e ho arricchito la mia vita. Non ci può essere politica senza passione”. Cuffaro ha ribadito che da adesso in avanti, si asterrà dal parlare con i giornalisti di politica “per non diventare oggetto di strumentalizzazione delle ipocrisie della politica. Parteciperò da oggi in poi – conclude – soltanto della presentazione dei miei libri, per far conoscere la situazione drammatica delle carceri italiane e per migliorare le condizioni di vita dei detenuti”.

L’ex capogruppo alla Camera Roberto Speranza ha chiesto al Pd di esprimere un segnale rigoroso: “Se non si dà un segnale fermissimo e rigorosissimo sulla vicenda Cuffaro il Pd è morto”. “Non può più esistere il Pd – aggiunge – se ci sono dentro gli uomini di Cuffaro, che rappresentano tutto un sistema di potere. Lo dico perché arrivano segnali di forte preoccupazione dei nostri iscritti e militanti di sempre, quando vedono le storie di certi personaggi accostate alla nostra”.

La minoranza Pd, è la replica del sottosegretario all’Istruzione, Davide Faraone ha “bisogno di un nemico per testimoniare un’esistenza. Da giorni non si fa altro che parlare con apprensione del redivivo Cuffaro. Addirittura la lista dei terrorizzati dall’invasione cuffariana annovera anche Crisafulli, che l’ex presidente della regione è andato a trovarlo in carcere. Tra le fila della ‘resistenza’ ci sono quelli che ci guidavano quando perdevamo 61 a 0 e che dell’essere minoranza ne hanno fatto una ragione di vita. Quelli che hanno bisogno di un nemico – Berlusconi, Cuffaro – per esistere”. “Io Cuffaro in vita mia non l’ho mai incontrato- aggiunge-. Non attribuisco un valore morale a questo fatto. È una questione generazionale. Per  me e’ come se fosse un ex giocatore di calcio, prendete Gianluca Vialli, che oggi commenta le partite in tv. Ecco io lo vedo così. Cuffaro è uno spauracchio usato da quelli che hanno paura di un Pd allargato, gli stessi che respingevano gli elettori ai gazebo alle primarie aperte”.

Ginevra Matiz

La sinistra che cerca
spazio a sinistra

Prima c’è stata la rottura. Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre, Pippo Civati e Sergio Cofferati hanno detto addio a Matteo Renzi uno dopo l’altro. Le accuse al presidente del Consiglio e segretario dei democratici sono state e sono pesanti: il Pd ha subito una “mutazione genetica”, ha assunto una fisionomia “di forza centrista” e ora guarda “più a destra che a sinistra”.
Adesso Fassina e D’Attorre scommettono sull’esistenza di uno spazio politico a sinistra per la nascita di un nuovo partito. Hanno rotto gli indugi: sabato 7 novembre hanno deciso la nascita di Sinistra italiana in un’affollata assemblea tenuta al Teatro Quirino di Roma. Hanno aderito al progetto anche altri ex parlamentari democratici e Sinistra ecologia e libertà, il partito guidato da Nichi Vendola. I nuovi gruppi parlamentari di Sinistra italiana saranno all’opposizione: 31 deputati alla Camera (26 di Sel e 5 ex Pd) e una decina di senatori a Palazzo Madama. A gennaio si svolgerà una assemblea per lanciare una fase costituente per dare vita nell’autunno 2016 al nuovo partito di Sinistra italiana, Si (l’acronimo è lo stesso di Socialisti italiani, il nuovo nome scelto da Enrico Boselli per il Psi nel 1994 dopo il ciclone di Tangentopoli).

Per Fassina «la sinistra non è finita, non è stata cancellata. C’è l’esigenza di esprimere le necessità e di dare rappresentanza a vaste aree di sofferenza sociale». Lo spazio elettorale «è molto ampio» perché «vanno recuperati i tantissimi elettori delusi e quelli rifugiatesi nell’astensione anche nelle regioni tradizionalmente rosse come l’Emila Romagna». Al centro del «nuovo inizio» c’è la tutela del lavoro, dei diritti dei precari, delle minoranze, la difesa dello stato sociale, delle «riforme vere, progressive e non regressive». Il progetto è di creare «una sinistra larga, non identitaria, non antagonista, ma di governo». Fassina ha attaccato «le riforme strutturali» di Renzi perché quelle economiche sono liberiste e quelle istituzionali plebiscitarie, insomma «sono le proposte della destra».

La prossima battaglia in Parlamento sarà contro il disegno di legge di Stabilità presentato dal governo: «Questa manovra economica è iniqua e sinergica al Partito della nazione. Renzi ha detto che attua il programma che Berlusconi non è riuscito ad attuare». Previsione: «Molti altri arriveranno dal Pd».
L’ex vice ministro del governo Letta per la prima volta ha polemizzato anche con la sinistra del Pd, la minoranza in cui ha militato a lungo. Ha criticato soprattutto Pier Luigi Bersani: «Dispiace per le parole di Bersani: il gioco della destra lo fa la destra con il Jobs act, con l’intervento sulla scuola, con l’Italicum, con la riforma del Senato e della Rai». Fassina, D’Attorre e Vendola marciano assieme e rimangono in attesa di Civati, Cofferati, dei militanti dissidenti della sinistra Pd e di quelli del M5S critici con Beppe Grillo.

Tuttavia per ora la scissione è contenuta e gran parte della minoranza del Pd resta con Bersani. L’ex segretario democratico ha dato ragione a Fassina e D’Attore sul no «a un partito neocentrista» e al “Partito della nazione” delineato da Renzi, ma «l’alternativa noi dobbiamo costruirla nel Pd». Bersani non vede spazi politici per nuove formazioni a sinistra del Pd. A la Repubblica ha argomentato: «Senza il Pd il centrosinistra non lo fai più» e se sono cancellati i democratici «la nostra gente va prima da Grillo che nella sinistra nascente».
Anche Renzi è scettico sulle prospettive elettorali di una forza alla sinistra del Pd: li rispetta «ma se pensano di poter intercettare magari i delusi dal Pd, credo che abbiano sbagliato i conti: il contenitore di quelle delusioni non sono loro, ma Grillo e i suoi cinquestelle». Il presidente del Consiglio e segretario del Pd a La Stampa ha difeso le riforme del governo che hanno aiutato la ripresa e fatto aumentare l’occupazione. Ha respinto «le offese e gli insulti» lanciati contro di lui, come di attentare alla democrazia: «La nascita di ‘Sinistra italiana’ è la certificazione di una sconfitta: la loro» ed «è anche la prova del fallimento del lungo assalto teso a screditare me e a far cadere il governo».

Considera un fallimento anche la manifestazione del centrodestra a Bologna con Salvini e Berlusconi sullo stesso palco: «Destra e sinistra hanno passato l’ultimo anno ad assaltare il governo con ogni tono e ogni mezzo. Non ce l’hanno fatta: e dunque oggi indietreggiano, serrano le file e si riorganizzano». La dirittura di marcia non cambia. La prossima battaglia è far approvare dal Parlamento la manovra economica, che è «di sinistra».
L’obiettivo è di allargare i consensi. Il vice segretario democratico Lorenzo Guerini ha ricordato i successi: «Da quando Renzi è segretario mi pare che l’obiettivo fondamentale di conquistare nuovi elettori lo abbiamo centrato». Il riferimento è al 40,8% dei voti conquistato dal “rottamatore” di Firenze nelle elezioni europee dello scorso anno.
Presto cominceranno le nuove sfide elettorali. In primavera ci sarà la battaglia per eleggere i sindaci in molte importanti città, qualcuno avanza l’ipotesi della candidatura di Fassina a sindaco di Roma ed egli per ora dice: «Valuteremo programmi e candidature e poi si vedrà». Aggiunge anche ad a Agorà su Rai3: se ci fosse accordo sul programma «non precludo la possibilità di sostenere un candidato del Movimento 5 stelle».

La vera partita si giocherà nel voto politico previsto nel 2018, ma c’è anche chi ipotizza urne anticipate l’anno prossimo. Sel nel 2013, alleata con il Pd di Bersani e il Psi di Riccardo Nencini, raccolse il 3,2% dei voti. La coalizione di centrosinistra “Italia Bene Comune” ottenne una «non vittoria», come la definì Bersani, perché conquistò la maggioranza alla Camera, ma non al Senato e così nacque il governo di “larghe intese” guidato da Enrico Letta con il centrodestra di Silvio Berlusconi. Gira una stima all’interno di Sinistra italiana: potenzialmente potrebbe ottenere il 15% dei voti. Sarebbe una cifra molto più alta di quella di Sel.

Rodolfo Ruocco
dal blog di Rai News 24