Caos al Senato. Cilecca sulle Commissioni

senatoTerremoto nella maggioranza al Senato: l’elezione a presidente della Commissione Affari Costituzionali di Salvatore Torrisi, senatore di Alleanza Popolare, è suonata come uno schiaffo al Partito Democratico che aveva avanzato il nome di Pier Giorgio Pagliari e come un avvertimento al governo guidato da Paolo Gentiloni. Immediata la reazione del Nazareno i cui vertici si apprestano a chiedere un incontro con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. In Commissione Affari Costituzionali del Senato dovrà passare la nuova legge elettorale e questo avvicendamento sfuggito al controllo, evidenzia il momento di tensione che vive la maggioranza. La seconda conseguenza di quanto accaduto in Senato è lo scambio di accuse tra le forze politiche alla ricerca del responsabile di quello che i dem chiamano già un “tradimento”. Il Movimento 5 Stelle sottolinea che Pagliari è stato “impallinato” da un terzo dei voti della maggioranza, 5 su 16. “Noi non abbiamo rotto nessun patto”, avvertono alcuni senatori di Alleanza Popolare: “Non c’è stato alcun accordo, e anche con la presenza di Ala, Pagliari non sarebbe passato. E’ una questione interna al Pd e a quella parte della maggioranza che non ha voluto votare Pagliari”, aggiungono.

Dagli studi di Porta a Porta il Guardasigilli Andrea Orlando parla di un “fatto grave” che non va minimizzato. “Abbiamo avuto – afferma – una saldatura tra forze politiche di maggioranza e opposizione molto diverse. Serve un chiarimento, altrimenti si rischia lo sgretolamento del nostro sistema di alleanze”. “Spero – conclude – non ci sia la crisi. Lo sbocco sarebbero o il voto anticipato o le larghe intese, entrambi pericolose per il Paese e il Pd”. Per Orlando il sospetto è che “ci sia la volontà di andare a votare con la legge elettorale attuale, uscita dalla Consulta, perché ci sono i capilista bloccati”.

Fonti parlamentari dem sottolineano che “con questa mossa, nei fatti, si blocca la legge elettorale”, il più importante dei temi su cui il governo Gentiloni ha ottenuto la fiducia in Parlamento. Le stesse fonti sottolineano come ci si trovi davanti a un “grande accordo di Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Ncd e scissionisti” che ha “fatto a pezzi l’accordo di maggioranza eleggendo Torrisi, uomo di Alfano, contro il candidato Pagliari. Secondo fonti parlamentari, oltre a due senatori di Ala che non hanno partecipato al voto e ad una scheda bianca, sarebbero stati due senatori dem a votare contro l’indicazione del partito. “Oggi sono nate larghe intese in Senato per non fare la legge elettorale”, conferma il senatore renziano Andrea Marcucci: “Mdp, Forza Italia, M5S ed i centristi hanno eletto il loro presidente nella commissione affari costituzionali, con l’obiettivo di consegnare l’Italia al proporzionale”. A tirare direttamente in ballo gli scissionisti di Mdp è la senatrice dem Francesca Puglisi: “Erano talmente contrari al Patto del Nazareno che al Senato hanno votato il candidato di Alfano, a braccetto con Berlusconi e Grillo”.

Accuse che Bersani respinge al mittente: “Basta guardare i numeri e vedere chi ha votato…” dice parlando in Transatlantico. “Non mi piace che il Pd se la prenda con tutto il mondo… Il Pd guardi in casa, piuttosto”, aggiunge l’ex segretario Dem. Il deputato Pd Dario Ginefra sostenitore di Michele Emiliano nella corsa alla Segreteria, parla di “incidente di percorso”. “Ritorniamo a proporre una riunione di maggioranza che verifichi la possibilità di rendere omogenee le leggi elettorali di Camera e Senato per poi andare ad un confronto con le minoranze. L’obiettivo – prosegue Ginefra – deve essere quello di rispondere positivamente all’appello del Presidente della Repubblica e non di approfittare di ogni circostanza utile per tentare di dare una spallata al Governo Gentiloni”.

E mentre i 5 Stelle parlano di un Pd allo sbando, per Quagliariello “il voto per Torrisi non è espressione di alcuna anomala maggioranza, bensì la libera espressione di una Commissione che, lasciata per un tempo troppo lungo senza guida a causa delle controversie interne al partito di maggioranza relativa, ha individuato nella persona che ha riempito una sede vacante elementi di saggezza, equilibrio e rispetto”. “L’alzata di scudi odierna, che è arrivata addirittura a tirare in ballo il governo e persino il capo dello Stato, appare perciò strumentale e puerile. Nel migliore dei casi, palesa un riflesso partitocratico odioso. Nel peggiore – conclude Quagliariello -, una vena di antiparlamentarismo che avrebbe però bisogno di migliori interpreti e soprattutto di più solidi argomenti”.

Bersani sulla strada di Damasco, torna e ricasca!

Decisamente il tentativo di Bersani, di stabilire un contatto con i grillini in una situazione aggravata e più distante del primo tentativo (per una avversione all’Europa ed all’euro ribadita senza tentennamenti in competizione con la Lega di Salvini) più che di conversione ha il sapore amaro di un’avversione verso Renzi ed il suo PD che sa dell’ossessione, di una rivincita costi quel che costi. Non si può spiegare razionalmente, stante il suo sicuro ancoraggio alla famiglia socialista e progressista europea, che non fa mistero di battersi per l’unità del vecchio continente, come elemento indispensabile nella sfida con vecchie e nuove potenze mondiali. Questa autentica fuga in avanti richiama alla mente uno scenario ben noto nella sinistra dem: la concorrenza tra i compagni di cordata per una primazia che conferma il detto:” troppi leader nessun leader!”. Ma c’è di più, bontà sua. Bersani accredita il M5stelle come una forza di centro che sposandosi con i secessionisti concorrerebbe ad un inedito centro-sinistra in concorrenza con quello renziano ancor più ricacciato al centro.

La risposta a questa brillante prospettiva non si è fatta attendere anche se da una figura minore del M5stelle: “Un vade retro Satana tentatore” perché Bersani rappresenterebbe una sorta di cavallo di Troia che attenterebbe all’integrità del movimento, che se si sposta a destra o a sinistra si spacca. Se ci sarà bisogno di alleanze, perché nessuno raggiunge il 40% per aggiudicarsi il premio di maggioranza, per i pentastellati meno compromettenti e più affini sarebbero gli euroscettici di Salvini e della Meloni. E’ lecito chiedersi da che cosa scappi Bersani per liquidare l’attaccamento alla ditta e ai suoi valori? Mi sembra che non ci siano dubbi poiché l’altra scelta sul tappeto, che richiede umiltà e coraggio a chi volesse aderirvi, è quella di Pisapia federatore di un nuovo Ulivo che postula l’accordo con il PD, socio di maggioranza, magari con un passo indietro di Renzi ed uno davanti di Orlando o tirando la corda al massimo a guida Pisapia, comunque con Renzi ancora segretario del partito e pars magna della nuova alleanza. Non stupisce che gli scissionisti si schierino contro il Mattarellum o l’uninominale all’inglese e che portino acqua al proporzionale, per contarsi e poi si vedrà alla faccia della governabilità…

Biotestamento, al via la discussione generale

biotestamentoAl via nell’Aula della Camera la discussione generale sul complesso degli emendamenti al ddl sul testamento biologico (dat). Molti gli iscritti a parlare sono quasi trenta. E’ prevedibile, dunque, che nella seduta di oggi nessun emendamento venga votato e che tutto slitti ad aprile, quando i tempi di esame del provvedimento saranno contingentati.

Locatelli: il Paese chiede la legge
“Il nostro Paese ha bisogno di questa legge, e ci vengono segnali chiari da una opinione pubblica sempre più informata e sempre più impaziente. Non possiamo aspettare oltre, sarebbe un altro schiaffo nei confronti dei cittadini, quelli che ancora ripongono un po’ di fiducia in noi”. Lo ha detto Pia Locatelli, coordinatrice dell’Intergruppo per il fine vita e capogruppo Psi alla Camera, intervenendo nella discussione . “Chi si oppone a questo testo sembra essere cieco e sordo di fronte alle richieste dell’80% dei cittadini che, secondo gli ultimi sondaggi, e delle cittadine chiede il diritto di scegliere sul fine vita. La società civile, le sentenze della magistratura, i medici e le strutture ospedaliere, sono molto più avanti, e in molti casi mettono già in atto quanto ci accingiamo a legiferare. Mi auguro che i due principali partiti PD e 5 Stelle su questo testo restino uniti, per tutto il suo iter, senza fare ulteriori concessioni e senza tirarsi indietro, a dimostrazione che sui temi etici maggioranza e opposizione possono lavorare insieme per il bene del Paese”.

Le norme del ddl sul biotestamento “ci vanno bene. Tenteremo di migliorarle. Non potremo accettare deragliamenti dagli assi fondamentali di questa legge” ha detto nell’Aula della Camera Pierluigi Bersani (Mdp) Bersani spiega: “Ci saranno sempre dei casi che una legge non può risolvere. In quei casi in ultima analisi la sola soluzione: assistito dalla scienza, decide l’amore”.

Cicchitto, voterò si’ in dissenso dal gruppo
Fabrizio Cicchitto, di Alternativa Popolare, voterà in dissenso dal proprio gruppo. Cicchitto Interverrà in aula sul complesso degli emendamenti e rileva – si legge in una nota – che sul tema delle disposizioni anticipate di trattamento non esiste disciplina di partito per cui, in dissenso con il suo gruppo, egli è “favorevole alla legge nella sua stesura attuale, tranne possibili emendamenti migliorativi. Il testo unificato della legge è ispirato a buonsenso, umanità, e alla parziale facoltà di potere intervenire anticipatamente sulla conclusione della propria esistenza qualora non si sia più in condizione di intendere e volere. Per questo le dat devono essere vincolanti per il medico il cui ruolo non è affatto umiliato. La legge è ispirata a fondamentali principi di libertà espressi anche dall’articolo 32 della Costituzione”.

Consip. Respinta la mozione di sfiducia a Lotti

luca-lottiL’Aula del Senato boccia la mozione di sfiducia presentata dal M5S contro il ministro dello Sport Luca Lotti coinvolto nell’inchiesta Consip. I no alla mozione sono stati 161, i sì 52 e due gli astenuti. Presenti 219, votanti 215. Hanno votato no anche i senatori di Ala e i tre esponenti tosiani di “Fare!”

Alla base della mozione di sfiducia c’era l’indagine partita da Napoli, e arrivata per competenza a Roma, sulle presunte irregolarità in alcuni appalti della Consip, la centrale acquisti della Pubblica amministrazione. Il ministro è indagato per rivelazione di segreto d’ufficio a seguito delle dichiarazioni ai pm dell’amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni, che avrebbe raccontato di esser stato avvertito dell’indagine penale della procura, tanto da disporre anche una bonifica degli uffici.

Durissime le parole dei 5 Stelle che con la senatrice Taverna hanno illustrati la loro mozione. “Qui – ha detto Taverna – si sta difendendo non solo un ministro, si sta blindando il fedelissimo del giglio tragico toscano che siede nel Cda della fondazione renziana Opena insieme alla ministra Boschi”.

“Non possiamo accettare – ha detto il Senatore del Psi Enrico Buemi nella sua dichiarazione di voto – che si lasci a una semplice comunicazione di garanzia (e dico garanzia) il compito di decidere il destino politico e personale di una persona, alleata o avversaria politica. Noi siamo coerenti e non siamo in imbarazzo; non eravamo in imbarazzo ieri quando difendevamo le posizioni di colleghi avversari e non siamo in imbarazzo oggi, signor Presidente, nel difendere la posizione di un Ministro e di un Governo che sosteniamo”.

Il clima al Senato si presenta comunque incandescente e i toni infiammati, ma non ci dovrebbe essere nessuna sorpresa sui numeri. Se i Cinque Stelle vanno all’attacco, accusando Matteo Renzi di una “doppia morale” per salvare il suo braccio destro, il Pd ribalta l’accusa: il M5s è “garantista a giorni alterni”. Ma il fronte più caldo è quello che vede contrapposti i Dem agli ex compagni di partito di Mdp. L’ex esponente della minoranza Pd Gotor ha chiesto a Lotti di dimettersi dal suo incarico, “ma, se decide di rimanere, Gentiloni valuti la sospensione delle deleghe in particolare quella al Cipe che rischia di diventare di imbarazzo”. Insomma lo scontro nel Pd, tra chi è uscito e la maggioranza del partito continua anche se ora da gruppi parlamentari diversi. A Gotor ha risposto  il senatore Pd Andrea Marcucci, che ha definito il suo intervento “minaccioso nei confronti di Gentiloni e del suo governo: ne prendiamo atto e siamo convinti che non stesse parlando a nome del suo gruppo”. Ma Marcucci ne ha anche per i 5 Stelle. “Virginia Raggi – ha aggiunto – ha ricevuto tre avvisi di garanzia. Con la benedizione di Grillo, il sindaco di Roma continua ad esercitare legittimamente la sua funzione. Fu proprio Matteo Renzi a dichiarare la sua solidarietà alla Raggi, perché per noi la presunzione di innocenza vale per tutti. Perché – si è chiesto Marcucci – Virginia Raggi continua a fare il sindaco e Luca Lotti invece deve dimettersi?”. Insomma lo scontro nel Pd, tra chi è uscito e la maggioranza del partito continua anche se ora da gruppi parlamentari diversi.

“Non sono mai venuto meno al giuramento di servire l’Italia con disciplina e onore – ha detto Lotti in risposta alle accuse della mozione –  chi mi conosce sa che è la verità, forse difendersi dalle strumentalizzazione fa parte delle regole di un gioco forse barbaro ma noi respingiamo l’idea di fare di un’Aula una gogna mediatica senza uno straccio di prova”. “La mozione di sfiducia – ha detto ancora – mette in discussione quanto ho di più prezioso: la mia moralità prima che il mio ruolo politico. Con molta umiltà mi rivolgo a voi per respingere con determinazione questo tentativo”. “È in atto – ha aggiunto – un tentativo di colpire me non per quello che sono, ministro dello Sport, delega preziosa e cruciale di cui ringrazio Gentiloni e Mattarella, ma per quello che nel mio piccolo rappresento: si cerca di mettere in discussione lo sforzo riformista di questi anni cui ho preso parte partendo da Firenze. Non si può cercare di liquidare quell’esperienza attraverso la strumentalizzazione di un’indagine giudiziaria che farà il suo corso”.

A Palazzo Madama, secondo i calcoli dei Dem, i “no” alla sfiducia dovrebbero essere tra i 148 e i 150, contro gli 86 sì dei Cinque Stelle. I voti contro la sfiducia potrebbero salire se i verdiniani di Ala decidessero di restare in Aula, ma tra i Dem c’è chi auspica che lascino l’emiciclo, per non dare l’impressione che il ministro venga aiutato da Verdini. Usciranno invece dall’Aula Forza Italia e i 14 bersaniani di Mdp.

Il Pd partito del Congresso permanente

pd tessereIl Partito democratico è ormai un partito che vive un eterno congresso permanente.
“Chi vuole giocarsi la carta della leadership io dico porte aperte”. Matteo Renzi, nel corso della direzione nazionale di oggi, annunciando le sue dimissioni, ha di fatto aperto la stagione congressuale del Pd.
“Non possiamo più prendere in giro la nostra gente – ha detto in un altro passaggio – potete prendere in giro me ma non la nostra gente. Nel pieno rispetto dello statuto, con le stesse regole dell’ultima volta” si faccia il congresso. “Così che non si discuta da domani sulle regole. Ma torni la politica”.
“Io non sarò mai il custode dei caminetti, preferisco il mare aperto della sfida che la palude. Facciamo il congresso e chi perde il giorno dopo dia una mano, non scappi con il pallone, non lasci da solo chi vince le primarie, non faccia quanto avvenuto a Roma”.
“Si chiude un ciclo alla guida del Pd – dice Matteo Renzi – Ho preso un Pd che aveva il 25 per cento e nell’unica consultazione politica lo abbiamo portato al 40,8”. Renzi continua così a mettere sul banco il suo successo del 40%.
Al banco della presidenza siede, al fianco del segretario Matteo Renzi, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, al quale Renzi ha ribadito la propria stima (“massima stima e amicizia di tutto il Pd. Nel rapporto decennale che ci lega non è la lealtà che manca”). In platea si vede tra gli altri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. A chi lo accusa di non aver discusso a sufficienza la disfatta referendaria risponde: “L’analisi del voto l’abbiamo fatta: io ho pagato il pegno, mi sono dimesso. Se l’errore principale della campagna elettorale è stata la personalizzazione, ho cercato di evitare la personalizzazione almeno nel post referendum”. E poi aggiunge: “Da due mesi la politica italiana è bloccata. Improvvisamente è scomparso il futuro da ogni narrazione. L’Italia si è rannicchiata nella quotidianità”.
E Matteo Orfini nel suo intervento alla Direzione del Pd ha voluto sottolineare proprio il problema di un Congresso che non finisce mai: “Noi abbiamo già esperito un tentativo di fare il congresso, ma abbiamo detto che serviva una fase di decantazione per arrivare con più tranquillità ad una scadenza già fissata”. “Abbiamo fatto questa scelta insieme in Assemblea. Non ha funzionato”, sottolinea Orfini che punta il dito contro Bersani: “Quello che ha chiesto Bersani abbiamo provato a farlo, ma la conflittualità interna è aumentata. Il problema è che il congresso non finisce mai”. Per Orfini “il Congresso serve, perché c’è una enormità di problemi che ci impongono di riflettere sulle risposte che vogliamo dare. E dobbiamo dire che diamine di partito ci serve, dobbiamo decidere come metterci mano e cosa farne”.
Dalla minoranza intanto è partita la prima candidatura. “Quella di candidarmi alla segreteria è una cosa che sento di fare, necessaria”. Annuncia Michele Emiliano nel suo intervento in direzione Pd. “Non so come si fa a fare un congresso senza sapere quale sarà la legge elettorale. Un congresso ad aprile senza conoscere la legge elettorale che roba è? Andare al congresso senza conoscere quante federazioni sono commissariate e quanti circoli non sono in grado di rilasciare le tessere non vedo come si possa fare, è difficilissimo, è una di quelle cose che fa aumentare il rischio scissione”. Chiede ancora il Governatore della Puglia.
La minoranza del Pd inoltre presenterà un documento in Direzione in cui si chiede che il congresso parta alla scadenza naturale di giugno, si sostenga il governo Gentiloni arrivando alla fine della legislatura e si lavori per una nuova legge elettorale.

All’attacco invece Roberto Speranza: “Un congresso non deve servire ad evitare una scissione, ma a ricucire quella che c’è già stata con la nostra gente”.
“Se il congresso è il tentativo di una sterzata vera, di un confronto vero, allora va benissimo. Il gioco delle figurine è un rischio. In queste figurine mi ci metto anche io. Alcune delle cose dette da Andrea Orlando e in particolare la proposta di costruire un perimetro culturale prima del momento di conta più specifico, mi pare che vadano nella direzione giusta. Abbiamo il tempo per mettere il treno sui binari ed evitare che deragli”. Lo ha detto Roberto Speranza, intervenendo in direzione.
Mentre Andrea Orlando alla direzione Pd propone una terza via, rispetto a quella del congresso subito e a quella delle assise dopo l’estate. Il Pd deve evitare un congresso che sia la “sagra dell’antipolitica”, meglio aprire una “conferenza programmatica”, ovviamente fermando la “delegittimazione quotidiana” del segretario. “Quello che temo è la seconda fase, quella delle primarie: senza una restrizione del range, senza correzione, senza una condivisione di una piattaforma, senza un’autodisciplina dei candidati, finiranno per essere una sagra dell’antipolitica, il tutto consumato dentro la campagna elettorale delle elezioni amministrative”.
Tra le varie correnti anche quella solitamente ‘attendista’ ‘Sinistra è cambiamento’ di Maurizio Martina che stavolta però si è schierata per un nuovo congresso: “Inviterei a vivere l’ipotesi congressuale come un salto di maturità, che ci dà la possibilità di sciogliere i nodi che abbiamo davanti. Si sta ponendo da mesi una questione di leadership, ci sta”, dice il ministro dell’Agricoltura che ha aggiunto: “Io ho fiducia nel nostro popolo. ‘Tutte le volte che lo abbiamo chiamato a condividere responsabilità, il nostro popolo ci ha stupito. Non ci sarà nessuna regola che ci proteggerà dai tentativi di far saltare quel minimo comun denominatore che fa vivere tanto una conferenza programmatica quanto una primaria”.
Ancora nessun commento dal trono della ‘vecchia scuola’ del Pd: Massimo D’Alema.

Democrazia e voto.
Renzi, la cabala 40.8%

D'Alema-Renzi-UeMassimo D’Alema sembra aver confidato nell’aiuto divino per la vittoria del No al referendum sulla riforma costituzionale del governo. L’esponente della sinistra del Pd, alla vigilia del voto del 4 dicembre, pare abbia assicurato a un amico: «La Madonna è con noi». L’invocazione dell’ex presidente del Consiglio, se c’è stata, ha funzionato.
Matteo Renzi è stato sconfitto al referendum e sonoramente: il 59,11% degli elettori ha votato No al superamento del bicameralismo paritario e solo il 40,89% ha tracciato una croce sul Sì. Ben 19.419.528 cittadini hanno respinto il progetto renziano di modernizzare e semplificare le istituzioni mentre appena 13.432.187 lo hanno promosso.
Gli italiani hanno affollato le urne: i votanti sono arrivati al 65,5%. È stata bocciata la revisione della Costituzione del presidente del Consiglio e segretario del Pd, la riforma centrale del suo governo. Renzi ne ha preso atto e ha immediatamente annunciato le sue dimissioni da presidente del Consiglio. Non ha perso il piacere per le battute: «Volevo tagliare le poltrone della politica e alla fine è saltata la mia».
Ora tutte le decisioni passeranno nelle mani di Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica dovrà valutare la delicata crisi. Sono improbabili le elezioni politiche anticipate chieste dal M5S, dalla Lega Nord e da Fratelli d’Italia. C’è l’urgenza di approvare il disegno di legge di Bilancio (votato dalla Camera e non ancora dal Senato), un provvedimento fondamentale per la finanza pubblica italiana. C’è anche la necessità di varare un nuovo sistema elettorale per le politiche o, comunque, di cambiare in profondità l’Italicum (la legge elettorale voluta da Renzi, legata strettamente alla riforma costituzionale naufragata, prevede solo l’elezione dei deputati e non dei senatori). Mattarella dovrà verificare se esiste una maggioranza in Parlamento per affrontare queste due priorità e a chi affidare l’incarico di guidare il nuovo governo.
È difficile la nascita di un Renzi bis, l’incarico di formare un nuovo esecutivo potrebbe andare ad una figura di carattere istituzionale (tra i papabili c’è il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il presidente del Senato Pietro Grasso).
La batosta è pesante. Il voto referendario, di fatto, si è trasformato in un referendum su Renzi, sulle sue riforme strutturali, sui suoi quasi tre anni di governo. Renzi ha personalizzato e politicizzato il voto. Da solo ha sfidato tutti: Beppe Grillo (M5S), Silvio Berlusconi (Forza Italia), Matteo Salvini (Lega Nord), Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Nichi Vendola e Stefano Fassina (Sinistra Italiana), Mario Monti (ex presidente del Consiglio del governo tecnico del 2011-2012), Pier Luigi Bersani (sinistra Pd). Negli ultimi giorni ha avuto un aiuto tiepido solo da Romano Prodi, ex presidente del Consiglio e inventore dell’Ulivo e del Pd.
Renzi ha perso clamorosamente la sfida. Ha vinto la protesta sociale. Praticamente tutta Italia (tranne le roccaforti emiliane, toscane e trentine) hanno bocciato la riforma costituzionale. La Grande crisi internazionale del 2008 e la globalizzazione hanno avuto gravissime conseguenze economiche e sociali. La chiusura di molte fabbriche, la disoccupazione, il precariato, la valanga dell’immigrazione, la Ue a trazione tedesca, il forte impoverimento hanno spinto il ceto medio e quello operaio a votare in massa contro la classe dirigente e il governo (come è già avvenuto in Gran Bretagna con il referendum sull’uscita dalla Ue e negli Usa con l’elezione di Donald Trump a presidente, come successore di Barack Obama).
La grande maggioranza degli italiani ha respinto la riforma costituzionale, ha votato Sì solo il 40,89%, un numero strano. C’è una singolare coincidenza. Ancora una volta, nel destino di Renzi, compare il 40,8%: questo per lui è un numero da cabala. Lo stesso numero, in situazioni diverse, ha avuto per lui prima una valenza fortunata e poi infausta. Il presidente del Consiglio nel 2014, appena due anni fa, trionfò nelle elezioni europee proprio con il 40,8% dei voti, sgominando tutte le opposizioni e mettendo nell’angolo tutti gli alleati. Adesso nel referendum, con lo stesso numero, ha conosciuto una disfatta.

Il giovane “rottamatore” di Firenze è finito “rottamato”. Ha commentato: «Mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta e dico agli amici del Sì che ho perso io, non voi». Ora si apre una nuova fase politica, con probabili nuovi equilibri.

Rodolfo Ruocco

Francia. Il crollo dell’illusione ulivista alla francese

French member of Parliament and candidate for the right-wing primaries ahead of France's 2017 presidential elections, Francois Fillon gestures as he delivers a speech following the first results of the primary's second round on November 27, 2016, at his campaign headquarters in Paris. France's conservatives held final run-off round of a primary battle on November 27 to determine who will be the right wing nominee for next year's presidential election. / AFP / Eric FEFERBERG (Photo credit should read ERIC FEFERBERG/AFP/Getty Images)

Francois Fillon

A cinque mesi data dall’appuntamento delle presidenziali le caselle delle destra sono già riempite. Con due varianti della destra: quella fondamentalista e quella radicale.
Fondamentalista Fillon: che ha stravinto (70% contro30% e con una partecipazione elettorale ancora maggiore di quella, altissima, del primo turno) il suo confronto con Juppè – centrista, europeista, fautore della grande coalizione con i socialisti – in nome di tutti i valori tradizionali delle varie anime della destra francese: sovranismo gollista (ivi compreso il recupero dei rapporti con la Russia e con i regimi laici e protettori dei cristiani in M.O.), privatismo giscardiano e, infine, ordine morale conservatore.

Radicale, Marine Le Pen. E con un programma mutuato dalla sinistra radicale (ivi compreso “libertè, egalitè, fraternitè”) ma innestato in una logica antisistema e anti immigrati, con forte accentuazione antiislamica.

E la sinistra? Per ora, non pervenuta. Hollande abbandonato da tutti, e persino da un primo ministro scelto espressamente da lui, per portare a termine in bellezza il quinquennato e per garantire, quanto meno, la sua ricandidatura. Al suo posto due candidati della destra socialista: l’uno, lo stesso Valls, nella variante giacobina; l’altro, l’ex ministro dell’economia Macron, in quella liberal-liberista. Nessuno dei due, per inciso, in grado di accedere al secondo turno. Tanto per non farci mancare nulla, medita di correre alle primarie anche un rappresentante della sinistra; ma con il non piccolo problema di trovare la strada sbarrata da un altro socialista di sinistra (ma uscito da tempo dal Psf), Mèlènchon già candidato nel 2012 e che, per il semplice fatto di avere avviato da tempo la sua campagna, dovrebbe far coinvolgere sul suo nome la maggior parte dell’elettorato di opposizione.
Un campo di rovine, dunque. E una scena tanto più impressionante se paragonata a quella che era davanti ai nostri occhi appena cinque anni fa.

Cinque anni fa c’era un “uomo solo al comando”( Sarkozy) irrimediabilmente impiombato dai suoi errori e dai suoi comportamenti; ad un punto tale da potere essere battuto da qualsiasi candidato appena appena “normale”. E c’era un candidato (peraltro scelto attraverso le primarie) che era la quintessenza della normalità: segretario del partito che l’aveva designato, mediatore verbale di infinite dispute interne. E questo candidato appariva (e sarebbe stato) in grado di vincere per il semplice fatto di non chiamarsi Sarkozy e di ottenere, a costo zero (leggi senza prendere particolari impegni programmatici) l’appoggio della sinistra radicale (dai verdi ai socialisti di sinistra ai comunisti) per il semplice fatto di averlo richiesto, pagandolo (se così si vuol dire) con la concessione di alcuni collegi sicuri e con l’applicazione della disciplina repubblicana al ballottaggio.

Così facendo, i socialisti francesi, avrebbero coronato, la primavera successiva, con la conquista della presidenza della repubblica, un percorso netto che gli aveva assicurato: la conquista di ventun regioni su ventidue, del senato, della grande maggioranza dei comuni e dei consigli cantonali.
Per la, diciamo così, sinistra italiana una rivelazione. Era il vedersi tracciata davanti agli occhi la via verso una sorta di “vincere facile”. Al posto di Sarkozy, Berlusconi; al posto di Hollande, Bersani; al posto del “pas d’ennemisi à gauche” “Italia bene comune”; e, infine e soprattutto, al posto di una campagna elettorale dove Hollande si era impegnato a dire il minimo possibile una campagna in cui Bersani avrebbe seguito la stessa linea di condotta. Una linea che non portò fortuna al buon Bersani; un approccio che ha portato al disastro Hollande e, con lui, il partito socialista francese.
Sull’entità, sulle ragioni e sulle conseguenze di questo disastro si avrà modo di ragionare tutti nei prossimi mesi.

Ma una cosa, fin d’ora è assolutamente certa: che oggi si sta consumando il definitivo crollo dell’illusione ulivista nella versione francese. Leggi della pretesa di poter conciliare tutto e il suo contrario: proclami ideologici e pratiche compromissorie; difesa di un modello sociale e cessioni di sovranità, unità delle sinistre e politiche socialmente regressive, rapporti con la propria base tradizionale ed èlitismo liberal, internazionalismo e politiche di potenza, aperture all’immigrazione e crociate anti Islam; e, infine, per dirla tutta, passioni e mediocrità.

Alberto Benzoni

APERTURA SULL’ITALICUM

ITALICUM-legge elettorale“Noi il nostro lavoro L’abbiamo fatto. Lo schema di riforma della legge elettorale predisposto dal PD è proprio quello socialista. Avanti allora”. È il commento di Riccardo Nencini, Segretario del PSI, in merito all’accordo in via di definizione della Commissione interna al Pd sulla modifica dell’Italicum.

Il premier Matteo Renzi infatti apre sulla possibilità di avere una legge elettorale senza il ballottaggio che caratterizza l’Italicum. “Il dibattito sul referendum non è sul governo né sulla legge elettorale su cui abbiamo detto, ‘se volete cambiarla la cambiamo’”, ha detto a Padova. “La legge elettorale si cambia in due mesi. Io penso che la legge col ballottaggio non fosse nulla di male, anzi dava garanzia di vittoria. Ma a me va bene qualsiasi legge”, ha aggiunto, prima di precisare che “basta che non sia il Porcellum”.”Si valuta la possibilità di superare il ballottaggio purché si trovi una soluzione che garantisca la governabilità”.

È questa la formula che i vertici del Pd hanno inserito nel documento sulle modifiche all’Italicum. Il documento sarebbe stato ‘vistato’ dal premier/segretario del partito Matteo Renzi.  Ora, però, resta ancora incertezza sulle prossime mosse. Perché se Cuperlo deciderà di apporre la firma e di sottoscrivere la proposta l’apertura resterà immutata. Se invece decidesse di fare un passo indietro allora le cose potrebbero cambiare. Cuperlo si è preso un po’ di tempo: “Per correttezza mi sono riservato un giudizio politico e di merito sul testo e lo sottoporrò – ha sottolineato – alla valutazione delle minoranze del Pd. I tempi di questa verifica saranno necessariamente rapidi”.

I ‘big’ del Pd non sono pessimisti sull’esito della partita, ma in ogni caso – lo ha detto chiaramente Rosato al termine dell’incontro al quale hanno partecipato oltre ai capigruppo e Cuperlo anche Guerini e Orfini – “ci sarà un’altra riunione”. Nel documento si ribadisce inoltre la preferenza per i collegi e il superamento dei capilista bloccati. Nessun confronto al momento sulle multicandidature. “Ora sta a Cuperlo darci una risposta”, sottolineano fonti dem. “L’impegno c’è ma è chiaro che non possiamo legarci le mani, ci sono tante variabili che andranno considerate in futuro”, spiega un altro esponente di vertice del Pd.

La Commissione del Pd che sta lavorando alle modifiche da apportare all’Italicum ha elaborato una prima bozza di documento che ora dovrà essere sottoposta al vaglio delle varie ‘anime’ della minoranza Pd. Anche se non nasconde la sfiducia sulla possibilità di trovare un’intesa: “Non sono ottimista. Poi non si sa mai, i miracoli possono sempre avvenire”, spiega l’ex segretario dem. Dopo rinvii e slittamenti e una certa dose di incertezza sulla riunione stessa, alla fine la Commissione si vede nella sede nazionale del partito al largo del Nazareno. Ed è lo stesso Gianni Cuperlo, esponente della minoranza dem, a dare l’annuncio in serata: “Nella riunione della commissione incaricata all’ultima direzione, Lorenzo Guerini ha presentato una bozza di documento sulla riforma della legge elettorale. Invita alla prudenza anche il vicesegretario Guerini, che spiega: “Stiamo lavorando su una ipotesi di documento. Nulla di definitivo. Un pezzo alla volta”. E il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, annuncia: “Ci sara’ un’altra riunione. Stiamo lavorando bene”.

Dunque prosegue il tentativo messo in atto dalla maggioranza di cercare un accordo. L’importanza di ricucire le divisioni interne al Pd è legata anche al referendum costituzionale del 4 dicembre: Renzi vorrebbe evitare che una parte del partito si schieri apertamente e ufficialmente per il No. Tuttavia, dalle prime reazioni che trapelano, la minoranza Pd – area bersaniana – non accoglie la notizia della bozza con entusiasmo. Tutt’altro. Il punto non è avere un documento, è da sempre la linea, ma un atto formale che dimostri la reale intenzione di cambiare l’Italicum prima del 4 dicembre. Ad esempio, è tra le richieste, incardinare un testo in commissione Affari costituzionali. E, soprattutto, Renzi deve metterci la faccia. E infatti, al di là del tentativo a cui non si sottrae la minoranza dem, con la presenza di Cuperlo, è Bersani a mostrare tutto lo scetticismo sulla buona riuscita della Commissione: “Non posso perdonare a Renzi e compagnia di aver messo la fiducia sulla legge elettorale”, spiega l’ex segretario ospite di un videoforum su Repubblica.it. “A Cuperlo stamattina ho detto che io sono intimamente convinto che è molto difficile dire, come fa Renzi, che l’Italicum è buono, ottimo, e poi prendere l’iniziativa di cambiarlo. Perché uno deve anche riconoscere che c’è un limite nelle cose”, aggiunge Bersani.

La reazione a caldo della minoranza Pd non è molto positiva. ” Come previsto – scrive in una nota il senatore della minoranza Federico Fornaro,  in tempi non sospetti e nonostante la generosità di Gianni Cuperlo, la commissione PD ha prodotto un documento ‘fantasma’, tanto generico quanto inefficace. Anche se il tempo era già ampiamente scaduto, si sarebbe potuto far meglio.
A luglio, quando presentammo il Mattarellum 2.0, proponemmo che il PD avviasse da subito con i capigruppo di Camera e Senato una iniziativa politico-parlamentare per cambiare l’Italicum e non successe nulla.
Quando era ancora possibile, e non certo per nostra responsabilità ma per precisa volontà di Renzi, non si è voluto affrontare il nodo del superamento dell’Italicum e sanare così la ferita della divisione del PD sia alla Camera sia al Senato sulla legge elettorale. Con i documenti fantasma non si va da nessuna parte, anzi si rafforzano i dubbi, le riserve e le evidenti criticità sul legame indissolubile tra Italicum e Riforma Costituzionale che porteranno tanti elettori e militanti PD a votare NO il prossimo 4 dicembre”.

Legge elettorale, nel Pd si tratta sull’Italicum

Bersani-italicum-contro-renziSempre più tesi i rapporti tra il Pd e la minoranza interna. Tanto che tra gli osservatori c’è chi dice che lo strappo è vicino. Pier Luigi Bersani tiene alta la sua asticella, con una richiesta che la maggioranza del Pd ritiene irricevibile, ossia quella di “rottamare” l’Italicum, prima del referendum. Irricevibile in quanto la maggioranza del partito, nella direzione di pochi giorni fa, aveva approvato e sostenuto la relazione in cui il premier-segretario Renzi rimandava ogni decisione sulla legge elettorale a dopo la consultazione del 4 dicembre,

“Non accettiamo diktat”, ha avvertito Matteo Orfini. E Dario Franceschini ha aggiunto: “Si può migliorare l’Italicum ma non ricominciare d’accapo”. E così, mentre ancora si attende l’avvio dei lavori della commissione Pd sulle modifiche alla legge elettorale, i bersaniani si preparano ad annunciare un No definitivo al referendum costituzionale. Forse già giovedì.

La commissione Dem sull’Italicum, proposta da Matteo Renzi una settimana fa in direzione, potrebbe riunirsi per la prima volta oggi o, più probabilmente, mercoledì. Si definirà solo allora il metodo di lavoro. L’ipotesi di partenza è ascoltare prima i partiti di maggioranza, poi l’opposizione e infine fare una sintesi. Ma è innanzitutto nel Pd che va trovato un accordo, nient’affatto scontato. E in questo senso spinge Gianni Cuperlo, che nella commissione rappresenta la minoranza e ancora spera di riuscire a scongiurare, con l’intesa sulla legge elettorale, una “lacerazione” sul referendum che avrebbe “strascichi” pesanti. Cuperlo chiederà alla commissione, presieduta da Lorenzo Guerini, di varare in tempi brevi “una proposta del Pd e del suo segretario sulla riforma della legge elettorale: un documento chiaro sui capisaldi delle modifiche da fare o un testo base da depositare in commissione”. Serve un accordo politico su alcuni cardini, secondo il deputato: stop al ballottaggio, premio di maggioranza limitato e elezione dei deputati nei collegi.

“Si può rendere la legge più funzionale assegnando il premio alla coalizione e non alla lista, perché così sarebbe più coerente con l’assetto del centrodestra e anche con il nostro”, apre il ministro Dario Franceschini. Per i renziani andrebbe anche bene lo stop alle multicandidature. Ma si discute anche di collegi e ballottaggio. Anche se al momento il punto è ancora tutto politico. I renziani vogliono evitare di alimentare polemiche che danneggerebbero la campagna referendaria. E lasciano a verbale l’apertura di Renzi in direzione: si può anche arrivare a una proposta Pd prima del referendum, aggiungono, ma i giochi veri si apriranno solo dopo. Ma la ricerca di un accordo non ‘parla’ tanto ai bersaniani, che sono già sul No, ne’ tantomeno a D’Alema che fa campagna “contro a prescindere”, quanto a Cuperlo e gli elettori di sinistra più dialoganti. Anche perché, sibila Renzi, “Bersani ha già cambiato idea su tutto, dal ballottaggio alle riforme. Non mi stupirei se adesso sostenesse i tagli alla sanità” contro il governo. “Quando era il capo – afferma il premier – richiamava al rispetto della ditta mentre adesso cambia idea anche su questo”.

“O si rottama l’Italicum o si ferma la riforma costituzionale: è un problema di democrazia, l’ho sempre pensata così”, è la risposta dell’ex segretario. E i suoi considerano la trattativa già fallita.

“Sull’Italicum – è il commento del deputato Pd Giorgio Merlo esponente di Sinistra dem – al di là di tante chiacchiere e impegni solenni di superarlo definitivamente, sono solo 2 gli elementi su cui il Pd deve dare una risposta attraverso la Commissione decisa dalla Direzione Nazionale: innanzitutto che ci sia una decisione rapida senza inutili perdite di tempo. E, soprattutto, che il Pd esprima una proposta univoca, chiara e netta con un documento ufficiale da presentare in Parlamento che sostituisca l’Italicum. Tutto ilresto appartiene al mondo virtuale della propaganda”.

Arriva il Bersanellum. La proposta anti-italicum

Bersani-direttivo-PdLa minoranza del Pd presenterà alla Camera una proposta di modifica delle legge elettorale in cui si prevede un modello maggioritario, senza ballottaggio e con un premio di maggioranza molto più ristretto. Una sorta di Mattarellum rivisitato che, a quanto si apprende, Pier Luigi Bersani avrebbe già accennato nei giorni scorsi ai vertici del Pd. “La valuteremo, l’Italicum è una buona legge, che funziona ma se il Parlamento decide di modificarla è sovrano”, non chiude Maria Elena Boschi chiarendo che eventuali modifiche saranno comunque possibili solo dopo il referendum istituzionale. Matteo Renzi non ha intenzione di aprire ora il dossier della legge elettorale. Ma i risultati delle elezioni amministrative hanno fatto suonare più di un campanello d’allarme rendendo palese che questa legge elettorale, costruita sui numeri usciti delle elezioni europee, in realtà sembra essere fatta a posta per il Movimento 5 Stelle.

Le energie del governo fino all’autunno saranno concentrate sulla vittoria del referendum. Ma la pressione della minoranza, e ancor più le minacce degli alleati Ncd, hanno spinto il Pd ad un’apertura verbale a modifiche all’Italicum. Che, però, da un sondaggio informale tra i partiti ad opera dei vertici dem, vedono tutt’altro che concordi maggioranza e opposizioni. Fi vuole sostituire il premio alla lista con il premio alla coalizione, cosa che vogliono anche i centristi ma non Sinistra Italiana. M5S non ha intenzione di partecipare ad alcun tavolo mentre la minoranza vorrebbe che le modifiche fossero fatte prima del referendum così da eliminare gli effetti a loro avviso distorsivi del binomio Nuovo Senato-Italicum.

Il ministro Boschi ha fatto però capire come il governo non abbia intenzione di muovere passi. Per ora no sicuramente e poi, dopo il referendum, si vedrà. E tutti sanno come l’esito della sfida sulle riforme sarà determinante per qualsiasi scenario futuro. “Abbiamo una legge elettorale – ha evidenziato Boschi – che è stata approvata dopo 10 anni, è una legge buona, poi se il Parlamento decide di modificarla perché ci sono i numeri su una proposta diversa, il Parlamento è sovrano”. La convinzione di molti renziani è che difficilmente i partiti riusciranno ad accordarsi su nuove leggi elettorali. A meno che la Corte Costituzionale non chiederà modifiche che rendano necessario una nuova intesa parlamentare.

La sinistra dem, presentando nei dettagli in una conferenza stampa la sua proposta (da alcuni battezzata “Bersanellum”) cerca sponde in tutti i partiti, grillini compresi. Ma, a detta di dirigenti del Nazareno, “è debole politicamente perché avvantaggia solo il Pd”. E anche se il dibattito è destinato per ora a restare sui giornali o nelle chiacchiere da transatlantico, tra i dem le proposte sembrano già tante quanto le correnti: oltre alla minoranza, i giovani turchi hanno avanzato il modello greco con un premio di maggioranza che spetta al primo partito ma senza il doppio turno e anche nella maggioranza del partito c’è chi vedrebbe bene ritocchi all’Italicum. Ma Renzi per ora se ne tiene molto alla larga.

Intanto arriva lo strappo dell’Udc sulla riforma costituzionale. Infatti i centristi, capitanati da Lorenzo Cesa, annunceranno la nascita dei Comitati per ‘l’inutilita’ del sì” al referendum. “Non si tratta di un giudizio politico su Renzi e sul suo governo- precisano dal partito- ma l’Udc ha preso atto che, da parte della nostra base, c’è forte malessere per la riforma Renzi-Boschi” e “per un’errata personalizzazione” che “divide e non unisce il Paese”. La manifestazione si terrà martedì alle 10.30 presso il Tempio di Adriano, in Piazza di Pietra, a Roma. Una nota spiega: “L’Udc ufficializza la sua partecipazione al ‘Comitato per la Costituzione e le Riforme’ che intende fornire un contributo al dibattito nazionale in vista del referendum e far dialogare espressioni diverse della politica e del mondo accademico.

 

Redazione Avanti!