Sinistre irrilevanti
l’incubo incombe

Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani

Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani

È il momento dei sudori freddi per chi aveva scommesso sulla nascita di una sinistra alla sinistra del Pd. Sinistre irrilevanti, appare lo spettro. I sondaggi elettorali degli ultimi giorni danno risultati da incubo per le tre sinistre pronte a dare battaglia nelle politiche all’inizio del 2018. Articolo 1- Movimento Democratico e Progressista, più semplicemente Mdp (Bersani-D’Alema-Speranza), viaggerebbe attorno al 3-4% dei voti. Sinistra Italiana (Fratoianni e Fassina) oscillerebbe intorno al 2%. Campo Progressista (Pisapia) a stento potrebbe arrivare all’1%.

Sinistre irrilevanti, cresce l’allarme. Certo si tratta solo di sondaggi, molte volte si sono rivelati sbagliati. Ma possono indicare una tendenza. La delusione è forte. Da quando a febbraio Bersani, D’Alema e Speranza, dicendo addio al Pd, hanno fondato il Mdp, la corsa è diventata sempre più difficile. Il progetto iniziale di raccogliere il 10-15% dei voti, recuperando consensi dal M5S e dal bacino dell’astensione, si va sempre di più appannando.

Non va meglio a Sinistra Italiana che stazionerebbe attorno al 2% dei voti: meno del 3,2% ottenuto nel 2013 quando si chiamava ancora Sel, prima di accogliere uomini usciti dal Pd come Stefano Fassina. Infine Campo Progressista fondato pochi mesi fa da Giuliano Pisapia fatica a raggiungere l’1%. Per ora stentano a vedersi i successi ottenuti cinque anni fa a Milano quando trionfò come sindaco di un centro-sinistra unito.

E qui sta il problema centrale. Le tre sinistre sono divise tra di loro e anche al loro interno sul tema cruciale del rapporto con Matteo Renzi. Solo Pisapia, a certe condizioni (se ci saranno delle primarie di coalizione per scegliere il candidato premier), è pronto ad allearsi con il segretario democratico: lo vuole sfidare ma non si considera alternativo. Gli altri, nella stragrande maggioranza, neppure vogliono sentire parlare di un’intesa, anche solo elettorale, con l’ex presidente del Consiglio.

Dopo la scissione, punteggiata da scambi di accuse pesanti sul piano politico e personale, è difficile riaprire il dialogo nella variegata famiglia del centro-sinistra. A Renzi gli scissionisti hanno rimproverato l’”arroganza”, di essere “un uomo solo al comando”, la “deriva di centro” o “di destra” nella politica economica e sociale. Il segretario del Pd li ha accusati di fomentare le divisioni per “odio” verso di lui o per l’impostazione di “una sinistra conservatrice”. Massimo D’Alema ha detto no ad ogni tipo di alleanza perché «Renzi alla sinistra è totalmente estraneo».

Frammentazioni, sinistre irrilevanti. Le distanze sono forti, quasi siderali. I contrasti sono difficilmente colmabili sia secondo Renzi sia secondo le tre sinistre lanciate in un difficile progetto di riunificazione. Sia il primo sia gli altri vogliono combattere le aumentate disuguaglianze sociali e realizzare una politica espansiva per combattere la disoccupazione e aiutare la ripresa economica. Tutti vogliono mettere in piedi una forza di governo e non di opposizione, ma gli strumenti che vogliono utilizzare sono diversi.

C’è anche una quarta sinistra radicale emersa a giugno, quando si riunì al Teatro Brancaccio a Roma, di questa però si sono perse le tracce. In quella assemblea romana Anna Falcone e Tomaso Montanari attaccarono sia Renzi sia le tre sinistre tradizionali, delineando un programma di scelte sociali, economiche ed istituzionali intransigenti. Tuttavia non c’è stato un seguito a quella iniziativa.

Sinistre irrilevanti sì o no? La domanda drammatica ritorna martellante: esiste uno spazio alla sinistra del Pd? Oppure le sinistre sono condannate ad una micro presenza di tipo residuale. Bersani non si rassegna. L’ex segretario del Partito democratico prima ha invocato “un nuovo Prodi” e poi ha indicato Pisapia come l’uomo giusto per dare vita a un nuovo centro-sinistra perché «è perfettamente in grado di fare il federatore».

Già, il federatore. Gran parte delle sinistre contesta a Pisapia proprio la capacità di essere “un federatore”. La partita è aperta e tutta da giocare. Gira anche il nome di Pietro Grasso come possibile leader di Mdp se la candidatura di Pisapia dovesse naufragare. Il presidente del Senato è stato molto applaudito alla Festa dei bersaniani. Si candiderà alle elezioni e con chi? La risposta di Grasso è elusiva: «Il mio futuro non lo conosco».

Certo è difficile immaginare un centro-sinistra senza il Pd, il partito al quale i sondaggi attribuiscono il 27-28% dei voti, in lotta con il M5S per essere la maggiore forza politica italiana e con il centro-destra in fase di rilancio che cerca di ricostruire la sua unità.

Sinistre irrilevanti votate alla sconfitta? Bersani ha indicato il pericolo di una terribile disfatta della sinistra. Dopo la sconfitta dei socialdemocratici e della sinistra radicale in Germania ha commentato: la sinistra in Italia rischia di fare «la fine del coniglio davanti al leone». È una delle sue simpatiche metafore per farsi capire meglio.

Certo in Germania Spd e Die Linke hanno perso, però complessivamente hanno ottenuto il 30% dei voti mentre in Italia le sinistre rischiano percentuali microscopiche, irrilevanti. C’è perfino il pericolo di non riuscire ad entrare in Parlamento. Strana sorte sarebbe per D’Alema sempre sulle barricate contro una sinistra minoritaria.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Primarie, 
Pisapia spariglia

Pisapia-unioni civiliLe elezioni politiche di inizio 2018 si avvicinano e tutti cercano di non restare “scottati” dal decisivo appuntamento con le urne. Giuliano Pisapia ha un problema enorme da affrontare: vuole costruire “un nuovo centro-sinistra” con il Pd e con le sinistre, ma il primo e le seconde sono in rotta di collisione tra di loro. Eppure in teoria sia il Pd di Matteo Renzi sia le tre sinistre (Campo progressista di Pisapia, Mdp di Speranza-Bersani-D’Alema e Sinistra italiana di Fratoianni-Fassina) avrebbero un forte interesse a un accordo.

I motivi per superare i duri contrasti sono evidenti: il Pd ha bisogno di alleati perché il M5S di Beppe Grillo gli insidia il primato di maggiore partito italiano e Silvio Berlusconi può ricomporre un concorrenziale centro-destra; le tre sinistre divise stentano a superare lo sbarramento del 3% dei voti previsto dall’attuale legge elettorale per accedere alla Camera (al Senato la soglia minima è addirittura dell’8%). Tuttavia, nonostante il grande interesse all’unità o comunque a raggiungere un’intesa elettorale, la lotta fratricida continua. Lo scontro è permanente tra il Pd, da una parte, e il Mdp e Sinistra italiana, dall’altra.

Pisapia, corteggiato da tutti i contendenti, ha cercato di costruire “un centro-sinistra largo” ma finora con scarsi risultati. Le sinistre rimproverano a Renzi una “deriva di destra” e il segretario del Pd controbatte con l’accusa di “sinistra conservatrice”. Lo stallo dura da tempo e la contesa si è inasprita con la scissione del Pd, realizzata lo scorso febbraio dal trio Speranza-Bersani-D’Alema. È difficile se non impossibile dialogare dopo una scissione.

Così tutte le speranze sono riposte su Pisapia apprezzato da tutti. L’ex sindaco di Milano ha cercato di riunire le sinistre e di dialogare con Renzi, ma lo stop è arrivato ogni volta puntuale. Poi è seguita la svolta. Ha lanciato un colpo a Renzi. Ha sparigliato giocando la carta delle primarie di coalizione, ha sollecitato il Pd a seguire questa strada per scegliere il candidato premier: «Dica apertamente che non è autosufficiente e che il candidato non sarà il segretario del Pd».

È una stoccata dura per l’ex presidente del Consiglio, che punta a ritornare a Palazzo Chigi dopo le elezioni politiche. Ed è una mossa che aggrega le tre sinistre sul piede di guerra contro Renzi, sinistre sicure di raccogliere i voti di protesta finiti ai cinquestelle o nell’astensione se si presenteranno come forze alternative al segretario democratico.

Ma è una mossa che, a sorpresa, alla fine può risultare vincente. Le primarie di coalizione sono una carta importante giocata dal leader di Campo progressista. Tutti alla fine potrebbero approvare la proposta. Pisapia potrebbe vantare la “discontinuità” ottenuta dal Pd con le primarie di coalizione per votare il candidato premier, le sinistre rientrerebbero in gioco riacquistando un ruolo, Renzi potrebbe vincere anche questa nuova sfida elettorale interna dopo quella per il secondo mandato da segretario del Pd.

Tutto può cambiare. Pisapia potrebbe tagliare il traguardo di “un centro-sinistra largo”. Il leader di Campo progressista invita “a stare insieme” per combattere le aumentate disuguaglianze sociali. Vuole un centro-sinistra unito: «I miei avversari sono il populismo, la destra e il centrodestra, il mio nemico è il nazifascismo». E qualcosa si muove: nel Pd hanno apprezzato l’abbraccio di Pisapia a Maria Elena Boschi, la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio contestatissima a sinistra.

Dalla sinistra arriva un’apertura alla proposta. Pier Luigi Bersani, a sorpresa, ha aperto la porta al dialogo con Renzi e alle primarie di coalizione: «Fosse per me le farei». L’ex segretario del Pd ha alzato il disco verde a una sfida tra Renzi e Pisapia per la premiership ad una cena di autofinanziamento del Mdp a Pontelagoscuro vicino Ferrara. Ma ha posto delle condizioni e, in particolare di andare a votare alle politiche con il Mattarellum mettendo da parte il cosiddetto Rosatellum, ora all’esame della Camera: le primarie di coalizione si devono realizzare con «il Mattarellum, che prevede vere coalizioni, non con questa legge che stanno discutendo. E con un’intesa su un programma in discontinuità con i governi di questi anni». Adesso, anche se è scettico, aspetta la risposta del segretario del Pd: «Noi non siamo la sinistra settaria, non siamo la Cosa rossa. Se c’è un centrosinistra unito senza Alfano, come nel Lazio e in Lombardia, noi ci sediamo al tavolo. Ma non credo che Renzi vorrà allearsi con noi. Non ci ha neppure invitato alle Feste dell’Unità».

La situazione è in movimento. Giuliano Pisapia è riuscito a sparigliare. Si è aperto uno spiraglio per un accordo tra il segretario e l’ex segretario del Pd, tra Renzi e chi ha lasciato il partito sbattendo la porta. Bersani è sceso in campo per dare una mano a Pisapia.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

UN ANNO DI PROVE

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Il nostro Psi, nell’annata politica che va da un agosto all’altro, vanta un notevole lavoro politico che ha sanato ferite, raggiunto risultati importanti, provato, non sempre con successo, ad allacciare intese politiche, contribuito a raggiungere obiettivi legislativi di rilievo.

E’ stato l’anno di Amatrice e del terremoto che ha sconvolto una parte del centro Italia. I socialisti hanno lanciato subito due progetti: uno sulla messa in sicurezza del territorio e uno per la salvaguardia degli edifici. E’ passato solo un anno e sembra un secolo. Ma è stato anche l’anno di Trump e del terrorismo islamico che non demorde e che continua a colpire, da Nizza a Londra, dalla Germania al Belgio. Con Nencini lanciamo l’idea di salvaguardare la nostra cultura liberale e proponiamo iniziative contro l’infibulazione e la sharia. Restiamo, in fondo, figli dei principi dell’illuminismo, loro di quelli dell’oscurantismo. Grazie all’impegno del nostro vice ministro si vara la legge sull’omicidio stradale. E’ stato l’anno di Macron che ha sconfitto la destra e la sinistra francesi, l’anno della Brexit. E’ stato il primo anno senza Marco Pannella, mentre ci hanno salutato per sempre i nostri indimenticabili Lelio Lagorio, Franco Piro, Giuseppe Tamburrano e Giovanni Pieraccini. Dal Portogallo rimbalza la notizia della scomparsa di Mario Soares e più recentemente ci lascia Enzo Bettiza, campione di liberalsocialismo. E’ l’anno segnato da un referendum perso dal governo Renzi (i socialisti si sono schierati per il sì, ma hanno contestato l’Italicum), cui sono seguite le dimissioni di quest’ultimo da presidente del Consiglio, ma non dalla politica, tanto che il giovin Matteo ha poi stravinto le primarie del Pd restando così alla sua guida. Il suo successore al governo Paolo Gentiloni lo surclasserà nettamente nei sondaggi sul gradimento degli italiani (risale a sorpresa anche Berlusconi).

Se n’è andato davvero, pareva impossibile, Fidel Castro, ci lascia anche il premio Nobel Dario Fo e alle elezioni amministrative parziali trionfa, a sorpresa, il centro-destra anche nelle regioni rosse. I socialisti si confermano in buona salute nei comuni, dove restano l’unico partito del centro-sinistra presente, oltre il Pd. Esplode lo scandalo immigrati e Ong. Un magistrato di Catania esprime preoccupazioni non infondate. Inizia lo scaricabarile dell’Europa ma la Bonino sostiene che i trattati che abbiamo firmato (in cambio di flessibilità sui conti) scaricano gli oneri su di noi. Il Psi si ritrova a congresso a Roma anche per risolvere un questione di legittimità degli organi dopo un ricorso. Ne esce la preferenza per un nuovo rapporto con radicali e laici. Emma, presente, rimpiange la Rosa nel pugno. Intanto l’Avanti, dopo la rubrica di denuncia sulle banche (al Senato i socialisti presentano due proposte di legge sull’argomento) può contare sulle preziose collaborazioni del giornalista Aldo Forbice e dell’economista Nicola Scalzini, già consulente di Craxi alla presidenza del Consiglio e sottosegretario del governo Dini. Grazie a Pia Locatelli la legge sul fine vita è approvata dalla Camera, dopo quella sulle unioni civili, cui i socialisti danno un contributo essenziale.

Con Giovanni Negri dò vita all’associazione Marianna che unisce radicali, laici e socialisti, mentre i radicali transnazionali si trovano a congresso a Rebibbia. E’ l’anno di una legge elettorale che non si fa (i socialisti avanzano una proposta di legge sullo schema del Mattarellum), di Pisapia che, come l’araba fenice, che ci sia ciascun lo dice ma dove sia nessun lo sa, ma é certo l’anno della scissione del Pd abbandonato da D’Alema, Bersani, Speranza e Rossi, che fondano Mdp. L’aggettivo socialista viene bandito. Il Pd é in crisi, anche Orlando fonda un suo movimento (un’altra scissione?). Dobbiamo intervenire per difendere Ignazio Silone dalle accuse di uno storico e anche per dire la verità sul nuovo film Sky 1993. Celebriamo il settantesimo anniversario della scissione di Palazzo Barberini (Saragat aveva ragione) e portiamo a casa dalla Camera lo ius soli, vecchio principio socialista. I grillini fanno ridere e piangere tutta Europa per come amministrano Roma. La Raggi dice no alle Olimpiadi e non si contano ormai gli assessori dimissionari, mentre il suo uomo di fiducia finisce in carcere. Finalmente la coalizione internazionale espugna Mosul. L’Isis si ritira.

L’economia italiana é in timida ripresa. Siamo al più 1,3. Ma la disoccupazione é ancora alta. E’ anche l’anno dei papà. Quello della Boschi, incastrato dalle banche, quello di Renzi accusato di incontri con l’imprenditore Romeo. Ci pensa Richetti a risanare l’Italia. La sua proposta di legge tesa ad applicare il contributivo ai vitalizi degli ex parlamentari viene approvata dalla Camera. Ma i grillini non si accontentano. Vogliono il riconoscimento della primogenitura e al Senato scoppia il finimondo perché la procedura d’urgenza viene rifiutata. Dopo aver citato la battaglia di Auschwitz di Napoleone, Di Battista attribuisce il Nobel a Hollande, mentre Di Maio aveva accenato al Venezuela di Pinochet. Il futuro dell’Italia in mano agli ignoranti? Arriva agosto, mentre Emma Bonino e Carlo Calenda partecipano alla formazione del nuovo movimento Forza Europa. Una novità interessante e dagli sviluppi potenzialmente rilevanti. Fa molto caldo. Salvini ne prende troppo e chiede di processare Napolitano per l’intervento in Libia. Siamo oltre misura, oltre il record, oltre dove una volta voleva finire il vecchio Occhetto. Esaurita l’ondata dei trentenni si passa direttamente agli ottuagenari? De Rita osserva che siamo nella fase del rancore e del rimpianto. Aspettiamo settembre per verificare se dopo la morte della rottamazione e di Lucifero ci sarà spazio anche per noi, non più trentenni, non ancora rottamati ma non ancora ottantenni. Restiamo a metà del guado…

Mauro Del Bue

La sinistra di Roma
contro la sinistra di Milano

Si predica l’unità e si pratica lo scontro. La sinistra di Roma contro la sinistra di Milano. La fotografia delle due sinistre è emersa con forza sabato primo luglio. La sinistra di Renzi contro quella di Pisapia-Bersani. A Milano si è riunita la sinistra renziana, a Roma quella antirenziana.

Ad aprire il match è stato in mattinata Matteo Renzi, seduto tra Maurizio Martina e Matteo Orfini, due ex Ds suoi decisi sostenitori nel Pd. All’assemblea nazionale dei circoli democratici nel capoluogo lombardo ha fatto un discorso tutto all’attacco: «Sono pronto a ragionare con tutti, ad ascoltare chiunque, ma sui temi del futuro dell’Italia non ci fermiamo davanti a nessuno». I suoi strali sono rivolti soprattutto a chi ha lasciato il Pd: Bersani, D’Alema, Speranza, Fassina, Civati (gli ex esponenti della sinistra del partito che avevano votato “no” al referendum sulla riforma costituzionale del suo governo). Ma non risparmia nemmeno Giuliano Pisapia, con il quale era in sintonia, che pure aveva incoraggiato a creare Campo progressista, una nuova aggregazione di forze di centrosinistra.

Il segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio vinse trionfalmente le elezioni europee del 2014 con il 40,08% dei voti, ma poi ha perso le altre competizioni elettorali (comunali del 2016 e di giugno 2017, referendum costituzionale del 4 dicembre). E sono cominciati i guai. È scattata una serie di scissioni a catena.

Adesso pesano le accuse della sinistra di Roma di essere il responsabile delle sconfitte del centrosinistra e i ‘no’ a una ricandidatura alla presidenza del Consiglio in nome di una “forte discontinuità” politica. Il segretario dei democratici sprona i suoi a Milano: «Non è un attacco contro di me, ma è un attacco contro il Pd. Ma così attaccano l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Basta con lo sguardo rivolto al “passato” e con la “nostalgia” di ciò che è stato. Conclusione svolta davanti alla sinistra di Milano: fuori del Pd «non c’è la rivoluzione socialista, marxista, leninista» ma «la sconfitta della sinistra» e la vittoria del M5S e della Lega Nord.

Il discorso meno teso della sinistra di Roma verso Renzi lo fa Pisapia. L’ex sindaco di Milano lancia “Insieme”, parlando a Roma in piazza Santi Apostoli, un tempo la piazza dei comizi di Romano Prodi e dell’Ulivo. È un inno all’unità: «Uscire dai problemi da soli è avarizia, assieme è politica. Da soli non si va da nessuna parte». Lo slogan della manifestazione è: «Nessuno è escluso».

Sono presenti Bersani, D’Alema, Speranza (Mdp). Civati (Possibile), Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Bonelli (Verdi), Tabacci (Centro democratico), i redattori dell’”Unità” che ha chiuso i battenti. Delinea il traguardo: «Oggi nasce la nuova casa comune del centrosinistra. Senza dimenticare il passato, ma radicalmente innovativo». Insiste sulla necessità di superare i laceranti contrasti: «Non c’è altra strada insieme. L’altra strada della divisione, di non essere ancorati a principi rischia di dare il nostro Paese alla destra, al populismo, alla demagogia». Ma insieme con Renzi è un’impresa difficile: c’è una “mancanza di autocritica”, anche dopo “la sonora sconfitta” nelle elezioni comunali di giugno.

Chi attacca frontalmente Renzi a piazza Santi Apostoli, applaudito dai militanti, è Bersani. L’ex segretario democratico chiede una «radicale discontinuità» e «non per rancore, nostalgia, antipatia ma perché abbiamo un pensiero radicalmente diverso». Boccia la gestione leaderista del partito e le scelte politiche del governo soprattutto sul lavoro. Usa parole pesanti come pietre: «Basta camarille, gigli magici, arroganza. Non se ne può più».

La sinistra di Roma e la sinistra di Milano parlano lingue diverse, le distanze aumentano, viaggiano ormai in rotta di collisione. È difficile immaginare, per ora, una collaborazione. Sarà arduo, forse impossibile costruire una intesa elettorale per le politiche.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

A Bari i 125 anni di storia socialista

camera conferenza stampa tagliata“A ben guardare siamo l’unica forza politica che nasce più o meno nei giorni in cui nasce l’unità d’Italia. A Bari presenteremo una storia degli anni che vanno dall’800 a oggi. Tutte le leggi e tutte le battaglie civili che hanno reso l’Italia più libera portano la firma, nelle piazze e nei Parlamenti, delle tante anime del socialismo italiano. A cominciare dalle otto ore di lavoro, alle prime proposte sul divorzio fino alle prime misure prese in età giolittiana per garantire uno stato sociale. La prima legislatura che protegge i minori porta la firma dei parlamentari socialisti nel primo novecento”. Sono le parole con cui Riccardo Nencini ha aperto la conferenza stampa di presentazione della due giorni di Bari che si aprirà giovedì prossimo in cui i socialisti celebreranno i 125 anni di storia del socialismo italiano. “Non siamo nati ieri. Siamo l’unico partito che rappresenta per intero la storia d’Italia, la storia di un popolo”. Ha detto ancora il Segretario del Psi, Riccardo Nencini.

Alla conferenza stampa, presso la sala stampa della Camera dei Deputati, hanno partecipato parlamentari e dirigenti del Psi, tra i quali  Pia Locatelli, Oreste Pastorelli, Enrico Buemi, Gian Franco Schietroma, Maria Pisani e Claudio Altini. Storici, rappresentanti del PSE, presidenti di fondazioni e associazioni, Claudio Martelli, Ugo Intini assieme ai tanti amministratori locali ed ai sindaci socialisti saranno impegnati in una due giorni dedicata al riformismo italiano. Ma non sarà appuntamento per parlare del passato. Anzi. Sarà un momento profondo di riflessione sul futuro e l’occasione per fare il punto sul dopo voto delle elezioni amministrative e sulle prossime sfide del centrosinistra. “Nelle radici la bussola per interpretare il futuro – ha sottolineato ancora Nencini – un’altra Europa con una politica fiscale comune ed Eurobond a sostegno dello sviluppo; ius soli ma giuramento di fedeltà alla Costituzione per i migranti che vivono in Italia; incentivi fiscali per le imprese che assumono; valorizzazione del Made in Italy. I socialisti lanceranno dalla Puglia il loro programma: elezioni a scadenza naturale, legge elettorale maggioritaria, un tavolo di tutti i riformisti che si impegni in un Patto con gli Italiani”.

Si parlerà della storia fino ai nostri giorni: “Nel secondo ‘900 la storia è più nota. A cominciare dal voto alle donne fino alle grandi riforme del primo centro sinistra fino a fatti che ormai appartengono alla storia quotidiana che risalgono al governo Craxi dal 1983 al 1987”. Una storia, sottolinea Nencini, fatta di “luci e di ombre” ma anche di grandi sconfitte. E però tutte le grandi innovazioni del ‘900 italiano passano decisamente per quella storia.

Nencini continua parlando del domani. Di quello che i socialisti proporranno all’indomani delle Primarie delle idee che ha raccolto circa 55 mila contributi. L’esito per Nencini è stato “non sorprendente, ma un esito che fa riflettere”. E spiega: “Quando leggo che ci si stupisce ancora di come il centrodestra vinca in città come Genova o Sesto San Giovanni, l’unica sorpresa è la sorpresa”. Non esistono più, spiega Nencini – zone rosse franche. “Anzi è l’esatto contrario. Ha cominciato l’Emilia Romagna parecchi anni fa. La Toscana è stata già ampiamente bucherellata”. “Se ci presentiamo ai cittadini con parole d’ordine ormai superate che non affrontano i temi caldi di questo secolo, non c’è più una zona franca che possa garantire elettoralmente il predominio”.

Il tema della sicurezza, della paura e della fragilità sociale per Nencini sono “temi propri ormai di fasce trasversali della popolazione”. Nencini spiega che con Bari i socialisti provano a “scrivere una sorta di bussola, figlia delle primarie delle idee, che consegniamo alla sinistra riformista. Una bussola fatta di pochi punti: Europa, lavoro, le nostre paure e le nostre insicurezze”.

“Difendiamo fino alla fine la norma dello Ius Soli, ma difendiamo anche la norma del giuramento alla Costituzione italiana” dice Nencin perché “serve un percorso di piena integrazione che permetta di vivere secondo i diritti e i doveri base del nostro Stato. Lo Ius Soli non può essere separato da questo”. In conclusione della conferenza stampa Nencini sottolinea tre questioni: “Si vota nel 2018. Quindi nessuna apertura a chi volesse pensare di anticipare questo termine. Secondo: il nostro auspicio per la legge elettorale è una soluzione non dissimile dal Rosatellum, che aveva un impianto maggioritario con quota proporzionale, immagino che oggi una maggioranza sia possibile anche al Senato”. “Terzo, non pensiamo ad una riedizione dell’Unione, che va da rifondazione a tutto il mondo riformista”. Ma l’alternativa all’Unione non è il nulla, è la saldatura tra pariti, tra forze riformiste, e nel centrosinistra ne sono rimaste veramente poche, e da quelle iniziare a costruire un programma e da lì un patto con gli italiani”.

Un passaggio sul centrodestra: “Ove si presenta unito, vince pressoché ovunque. È una novità rilevantissima. Fino ai giorni precedenti le elezioni questo aspetto era stato sottovalutato da tutti.

E sul centrosinistra aggiunge: “L’altro fattore, ed è l’altra novità, è che il centrosinistra si è presentato nei 4/5 dei comuni (con più di 15000 abitanti ndr), su un asse Pd – Psi, terzo ingrediente liste civiche. Non si trovano liste che fanno riferimento a Pisapia e si trova poco rappresentato il neo partito di Bersani, Articolo 1. È la conferma che non c’è bisogno di rifare l’Unione, anzi sarebbe un errore, ma tenere assieme le forze che si richiamano al socialismo europeo, aperte al mondo dei radicali, aperte alle liste civiche democratiche, continuiamo a pensare che quella sia la strada maestra da seguire. C’è tempo per costruire questo scenario, però prima lo mettiamo in piedi e meglio è”.

Le rottamazioni incrociate
del centro sinistra

prodirenzi.jpgAvanti con la coalizione di centrosinistra. Basta coalizione. Rottamazioni incrociate. Proviamo una nuova coalizione o “larga” o “stretta”. La sconfitta elettorale ai ballottaggi di domenica 25 giugno brucia la pelle e i polmoni delle sinistre e del Pd. Le sinistre e i democratici respirano a fatica, con l’affanno, alla ricerca di una medicina efficace.

Per Prodi, Bersani, D’Alema, Pisapia, Nencini (sinistre riformiste esterne al Pd) la medicina è l’unità, la coalizione di centrosinistra: è questa la strada, ma diversamente modulata, per tornare a vincere sconfiggendo il centrodestra e i cinquestelle. Pier Luigi Bersani, però, ha chiesto “discontinuità” chiudendo la porta a una ricandidatura di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Andrea Orlando e Gianni Cuperlo (sinistra interna Pd) sollecitano Renzi a un immediato cambio di linea imboccando la strada della coalizione.

Sinistra Italiana, invece, non vuole più accordi con Renzi e con il Pd. Secondo Nicola Fratoianni e Stefano Fassina è ormai su posizioni neo centriste. La nuova sinistra radicale nemmeno vuol sentire parlare del segretario democratico. Tomaso Montanari e Anna Falcone, nell’assemblea del 18 giugno al Teatro Brancaccio a Roma, sono stati durissimi. Montanari ha tuonato: ormai Renzi «fa parte della destra».

Coalizione no, coalizione sì. Un caos post sconfitta elettorale. Renzi è per il no: «Il dibattito sulla coalizione addormenta gli elettori e non serve». Il segretario del Pd ha indicato un’altra strada, quella della leadership, dei risultati, dei progetti e dei contenuti: «Agli italiani interessa cosa facciamo sulle tasse…Trovatemene uno interessato alle coalizioni e gli diamo un premio fedeltà».

Renzi sembra intenzionato a rottamare la coalizione di centrosinistra puntando le sue carte sull’autosufficienza del Pd. Nelle elezioni comunali il segretario democratico ha scelto le coalizioni, ma ha perso anche a Genova nella quale il centrosinistra era unito. Così sindaco della città, storica roccaforte “rossa”, è divenuto un uomo del centrodestra, anche grazie all’aiuto dei voti targati cinquestelle.

Una “legnata” sulla testa di Romano Prodi. Va in rotta di collisione con Renzi. L’inventore dell’Ulivo, dell’Unione di centrosinistra e del Pd si era mostrato pronto a spendersi come “federatore” per ricomporre le tante divisioni del centrosinistra. La polemica con Renzi è dura: «Leggo che il segretario del Partito democratico mi invita a spostare un po’ lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà, la mia tenda è molto leggera. Intanto l’ho messa nello zaino».

Sembra che Prodi si sia infuriato soprattutto dopo aver letto l’affermazione di Renzi al ‘Quotidiano Nazionale’: «I migliori amici di Berlusca sono i suoi nemici, che invocano coalizioni più larghe…». Secondo quel ragionamento, ha pensato Prodi, Renzi imputava la sconfitta del Pd a tutti i sostenitori della coalizione di centrosinistra, compreso l’inventore dell’Ulivo. Poi un post di Matteo Orfini su Twitter ha fatto deflagrare lo scontro. Il presidente del Pd aveva messo su Twitter un’immagine di un vertice dell’Unione ai tempi di Prodi. Si vedeva un enorme tavolo con l’allora presidente del Consiglio, alcuni ministri e una miriade di esponenti di partiti, partitini e micro partiti (in tutto 33 persone). L’immagine era accompagnata da un commento di Orfini dal sapore ironico: «La nuova linea è ‘Renzi convochi subito il tavolo del centrosinistra!’. Favoriamo l’immagine per facilitare il lavoro».

Non l’ha presa bene nemmeno Bersani. L’ex segretario del Pd, da febbraio nel Mdp, ha considerato atti di ingenerosità” o perfino “canaglieschi” addossare agli scissionisti e alla sinistra in genere la responsabilità della “botta” alle comunali.

Ma la stessa maggioranza renziana è in fibrillazione. Dario Franceschini, uomo forte della maggioranza del partito, critica il segretario e il no alla coalizione: «Il Pd è nato per unire, non per dividere». I renziani di stretta osservanza sono in allarme. Temono un attacco concentrico contro il segretario, appena rieletto dal congresso a grande maggioranza di voti nelle primarie. Il primo passo dei critici sarebbe di candidare non Renzi, ma un altro nome a presidente del Consiglio tipo Enrico Letta o Carlo Calenda.

Tiene banco un caotico scontro. Il progetto di coalizione di fatto è archiviato. Sono arrivate rottamazioni incrociate, operate in modo corale e con obiettivi contrapposti dai diversi protagonisti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

NON SIAMO NATI IERI

camera conferenza stampa

“A ben guardare siamo l’unica forza politica che nasce più o meno nei giorni in cui nasce l’unità d’Italia. A Bari presenteremo una storia degli anni che vanno dall’800 a oggi. Tutte le leggi e tutte le battaglie civili che hanno reso l’Italia più libera portano la firma, nelle piazze e nei Parlamenti, delle tante anime del socialismo italiano. A cominciare dalle otto ore di lavoro, alle prime proposte sul divorzio fino alle prime misure prese in età giolittiana per garantire uno stato sociale. La prima legislatura che protegge i minori porta la firma dei parlamentari socialisti nel primo novecento”. Sono le parole con cui Riccardo Nencini ha aperto la conferenza stampa di presentazione della due giorni di Bari che si aprirà giovedì prossimo in cui i socialisti celebreranno i 125 anni di storia del socialismo italiano. “Non siamo nati ieri. Siamo l’unico partito che rappresenta per intero la storia d’Italia, la storia di un popolo”. Ha detto ancora il Segretario del Psi, Riccardo Nencini.

Alla conferenza stampa, presso la sala stampa della Camera dei Deputati, hanno partecipato parlamentari e dirigenti del Psi, tra i quali  Pia Locatelli, Oreste Pastorelli, Enrico Buemi, Gian Franco Schietroma, Maria Pisani e Claudio Altini. Storici, rappresentanti del PSE, presidenti di fondazioni e associazioni, Claudio Martelli, Ugo Intini assieme ai tanti amministratori locali ed ai sindaci socialisti saranno impegnati in una due giorni dedicata al riformismo italiano. Ma non sarà appuntamento per parlare del passato. Anzi. Sarà un momento profondo di riflessione sul futuro e l’occasione per fare il punto sul dopo voto delle elezioni amministrative e sulle prossime sfide del centrosinistra. “Nelle radici la bussola per interpretare il futuro – ha sottolineato ancora Nencini – un’altra Europa con una politica fiscale comune ed Eurobond a sostegno dello sviluppo; ius soli ma giuramento di fedeltà alla Costituzione per i migranti che vivono in Italia; incentivi fiscali per le imprese che assumono; valorizzazione del Made in Italy. I socialisti lanceranno dalla Puglia il loro programma: elezioni a scadenza naturale, legge elettorale maggioritaria, un tavolo di tutti i riformisti che si impegni in un Patto con gli Italiani”.

Si parlerà della storia fino ai nostri giorni: “Nel secondo ‘900 la storia è più nota. A cominciare dal voto alle donne fino alle grandi riforme del primo centro sinistra fino a fatti che ormai appartengono alla storia quotidiana che risalgono al governo Craxi dal 1983 al 1987”. Una storia, sottolinea Nencini, fatta di “luci e di ombre” ma anche di grandi sconfitte. E però tutte le grandi innovazioni del ‘900 italiano passano decisamente per quella storia.

Nencini continua parlando del domani. Di quello che i socialisti proporranno all’indomani delle Primarie delle idee che ha raccolto circa 55 mila contributi. L’esito per Nencini è stato “non sorprendente, ma un esito che fa riflettere”. E spiega: “Quando leggo che ci si stupisce ancora di come il centrodestra vinca in città come Genova o Sesto San Giovanni, l’unica sorpresa è la sorpresa”. Non esistono più, spiega Nencini – zone rosse franche. “Anzi è l’esatto contrario. Ha cominciato l’Emilia Romagna parecchi anni fa. La Toscana è stata già ampiamente bucherellata”. “Se ci presentiamo ai cittadini con parole d’ordine ormai superate che non affrontano i temi caldi di questo secolo, non c’è più una zona franca che possa garantire elettoralmente il predominio”.

Il tema della sicurezza, della paura e della fragilità sociale per Nencini sono “temi propri ormai di fasce trasversali della popolazione”. Nencini spiega che con Bari i socialisti provano a “scrivere una sorta di bussola, figlia delle primarie delle idee, che consegniamo alla sinistra riformista. Una bussola fatta di pochi punti: Europa, lavoro, le nostre paure e le nostre insicurezze”.

“Difendiamo fino alla fine la norma dello Ius Soli, ma difendiamo anche la norma del giuramento alla Costituzione italiana” dice Nencin perché “serve un percorso di piena integrazione che permetta di vivere secondo i diritti e i doveri base del nostro Stato. Lo Ius Soli non può essere separato da questo”. In conclusione della conferenza stampa Nencini sottolinea tre questioni: “Si vota nel 2018. Quindi nessuna apertura a chi volesse pensare di anticipare questo termine. Secondo: il nostro auspicio per la legge elettorale è una soluzione non dissimile dal Rosatellum, che aveva un impianto maggioritario con quota proporzionale, immagino che oggi una maggioranza sia possibile anche al Senato”. “Terzo, non pensiamo ad una riedizione dell’Unione, che va da rifondazione a tutto il mondo riformista”. Ma l’alternativa all’Unione non è il nulla, è la saldatura tra pariti, tra forze riformiste, e nel centrosinistra ne sono rimaste veramente poche, e da quelle iniziare a costruire un programma e da lì un patto con gli italiani”.

Un passaggio sul centrodestra: “Ove si presenta unito, vince pressoché ovunque. È una novità rilevantissima. Fino ai giorni precedenti le elezioni questo aspetto era stato sottovalutato da tutti.

E sul centrosinistra aggiunge: “L’altro fattore, ed è l’altra novità, è che il centrosinistra si è presentato nei 4/5 dei comuni (con più di 15000 abitanti ndr), su un asse Pd – Psi, terzo ingrediente liste civiche. Non si trovano liste che fanno riferimento a Pisapia e si trova poco rappresentato il neo partito di Bersani, Articolo 1. È la conferma che non c’è bisogno di rifare l’Unione, anzi sarebbe un errore, ma tenere assieme le forze che si richiamano al socialismo europeo, aperte al mondo dei radicali, aperte alle liste civiche democratiche, continuiamo a pensare che quella sia la strada maestra da seguire. C’è tempo per costruire questo scenario, però prima lo mettiamo in piedi e meglio è”.

La Cgil in piazza sfiducia
il governo

Susanna Camusso-tredicesimaPer Paolo Gentiloni tira un bruta aria fin dal mattino. La Cgil alle 8 di sabato 17 giugno twitta: «La manovra con cui il governo ha cancellato i referendum è uno schiaffo alle regole democratiche». Un gruppo di lavoratori della Federazione lavoratori della conoscenza (Flc) si fa fotografare a piazza della Repubblica a Roma, da dove parte uno dei cortei della Cgil contro i nuovi voucher. Il messaggio lanciato con un tweet è #NonFateiBuoni. Un altro gruppo di lavoratori della Cgil dell’Emilia Romagna espone uno striscione umano, una lettera ad altezza uomo per ogni militante: «Rispetto! Per il lavoro, i diritti, la Costituzione».i partono i due cortei, da piazza della Repubblica e da piazzale Ostiense. Decine di migliaia di magliette e cappellini rossi, sotto un sole infuocato e in un caldo torrido, percorrono le strade di Roma per andare ad ascoltare il comizio finale di Susanna Camusso a piazza San Giovanni.

La battaglia della Cgil contro i nuovi voucher varati dal governo è senza frontiere. Il maggiore sindacato italiano aveva raccolto le firme per realizzare i referendum ed abolire i buoni con i quali pagare il lavoro occasionale (in molti casi era uno strumento utilizzato in modo anomalo al posto di un normale contratto di lavoro). I referendum, secondo la Cgil, si sarebbero dovuti votare lo scorso 28 maggio. Ma le urne non si sono mai aperte. L’esecutivo con un decreto legge prima ha cancellato i voucher, quindi ha approvato una nuova formulazione dei buoni lavoro nell’ambito della manovrina economica, passata in Parlamento con il voto di fiducia.

Susanna Camusso non perdona la mossa a Gentiloni. La segretaria della Cgil tuona nel comizio di piazza San Giovanni: «Il governo ha avuto paura di condurre una battaglia a viso aperto». Praticamente sfiducia il presidente del Consiglio: «Non si possono derubare i cittadini del voto» e «questo schiaffo alla democrazia non può passare inosservato».

Si appella al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e annuncia un ricorso alla Corte costituzionale contro la decisione del governo: «Continueremo a vigilare sulle regole democratiche». Il problema centrale è ancora una volta la precarietà del lavoro: «Con i voucher si reintroduce l’ennesima forma di precarietà, raccontando che è un contratto mentre invece è una pura transazione economica, che non prevede alcun diritto per i lavoratori».

Paolo Gentiloni rispetta la manifestazione della Cgil, ma la critica nel metodo e nel merito. Nel metodo perché la protesta non è dei sindacati «ma di uno, anche se il più importante dal punto di vista numerico». Il presidente del Consiglio poi boccia anche “il bersaglio sbagliato” della Cgil: «C’è veramente qualcuno che pensa che questi lavoratori non avevano bisogno di regole?».

Sale la tensione sul governo, già indebolito da una scissione a sinistra. Il Movimento democratico e progressista, i bersaniani che a febbraio hanno lasciato il Pd, è schierato tutto con la Cgil contro Gentiloni, il successore di Matteo Renzi a Palazzo Chigi. Gli scissionisti anti renziani non hanno partecipato in Parlamento al voto di fiducia sulla manovrina e ora alzano il tiro. Il coordinatore del Mdp Roberto Speranza avverte: «Diciamo al governo che se non c’è una inversione di tendenza sul lavoro, non ci siamo. Bisogna cambiare rotta sul lavoro».

Se non è una dichiarazione di sfiducia come quella della Camusso, un annuncio di crisi di governo da parte del gruppo Bersani, D’Alema, Speranza, Rossi, poco ci manca. È comunque un serio avvertimento. Ma la cosa non sembra spaventare Renzi. Anzi. Il segretario del Pd sembrerebbe felice se ci fosse una crisi di governo e ci fossero le elezioni politiche anticipate a ottobre o novembre. In questo modo eviterebbe il voto nella primavera del 2018, con alle spalle una difficile legge di Bilancio dalle scelte non certo popolari.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Nencini: a Bari per celebrare i 125 anni di socialismo

Nencini“Chiamiamolo Nuovo Ulivo, chiamiamolo Campo del centrosinistra, chiamiamolo come ci pare, ma una coalizione che tenga insieme i simili è ormai assolutamente necessaria”. Ne è convinto Riccardo Nencini, segretario del Psi e viceministro delle Infrastrutture. “Che Fratoianni dica no a Renzi non mi stupisce – afferma Nencini in un’intervista al Mattino – Che lo dica Bersani, con la sua storia di ex presidente della Regione Emilia-Romagna, di ex ministro, di ex candidato premier del centrosinistra, mi sembra di sicuro la cosa più incomprensibile della politica italiana”. Dalle amministrative arriva l’indicazione che “il centrosinistra ha una forza elettorale che non può essere sacrificata per le nostre beghe interne. È chiaro che senza il Pd non può esistere il centrosinistra, ma è altrettanto vero che il centrosinistra non può essere rappresentato soltanto dal Pd”, osserva Nencini. “Non si può immaginare, da parte dei democrat, un partito degasperiano che come nel ’48 sia autonomo nella sua maggioritaria capacità di consenso. Lo stato del Paese non ci dà questa lettura. La coalizione è necessaria. Poi – conclude Nencini – è naturale che non qualsiasi coalizione vada bene. Pisapia certamente va coinvolto, certa sinistra radicale certamente no”. Il segretario del Psi ha poi annunciato l’appuntamento di Bari dove il 30 giugno e 1 luglio “celebriamo i 125 anni del socialismo italiano. E’ una buona occasione per riunire i protagonisti di una storia di libertà che ha reso l’Italia più civile. Ed è un’ottima opportunità per raccogliere compagne e compagni che hanno fatto scelte diverse. Forza, le porte sono spalancate”. E parlando del centrodestra aggiunge: “Non è fantapolitica, ma tra grillini e Lega è in corso una marcia di avvicinamento. Non approderà ad accordi prima delle elezioni ma attenzione al dopo. Su Europa, Euro e migranti troppi punti in comune”.

Passata la sbornia delle elezioni subito dopo l’accantonamento della riforma elettorale, i toni si placano e si può tornare a ragionare su come rivedere il centrosinistra in vista della fine della legislatura prevista per il prossimo anno. Tra i nomi che circolano nel dibattito di questi giorni è tornato di Romano Prodi: l’ideatore dell’Ulivo e poi dell’Unione che aveva alla base la convinzione di costruire una coalizione vasta come unico modo per portate il centrosinistra alla vittoria. E Prodi ha vinto due volte. Nel 1996 e dieci anni dopo nel 2006.

“L’ipotesi di dialogo con D’Alema è negata dalla realtà”, dice Matteo Renzi. “Serve un centrosinistra largo, nessuno escluso” ribatte Giuliano Pisapia. Si può stare tutti insieme, insiste l’ex sindaco di Milano, con riferimento al nome del nuovo soggetto della sinistra che terrà a battesimo il prossimo primo luglio. Magari con Romano Prodi a fare da federatore. Renzi guarda invece ora ai ballottaggi delle comunali, ad alto tasso di incertezza: dopo il “pareggio” del primo turno saranno, afferma, una sfida ai “rigori” con il centrodestra. “Se Prodi fosse disponibile a candidarsi a Palazzo Chigi – ha detto Giuliano Pisapia a ‘diMartedì’ – ci metterei la firma, però mi sembra che lui non sia disponibile”. Non si è fatta attendere la risposta di Prodi: “Io sono un pensionato, anzi, un felice pensionato”.

I centristi in rivolta: la legge elettorale è incostituzonale

Alfano-conferenzaLa legge elettorale continua ad essere terreno di uno scontro sempre più duro. Un scontro, dopo l’accordo tra Pd, Forza Italia e Movimento 5 Stelle, anche interno alla maggioranza. Ad alzare ulteriormente i toni il leader di Ap Agelino Alfano che definisce incostituzionale il testo approvato dalla Commissione e ora all’esame della Camera. “Palesi ragioni di incostituzionalità” dice Alfano in una conferenza stampa convocata nella sede del partito, annunciando la presentazione di “una questione pregiudiziale di costituzionalità” in Aula alla Camera. Tra le ragioni chiavi di incostituzionalità, Alfano spiega vi sia il modo con cui sono stati disegnati i collegi uninominali. Alternativa popolare, afferma ancora Alfano, è pronta a presentare modifiche per disegnare i collegi in vista dell’esame della legge elettorale da parte dell’Aula attraverso la presentazione di una delega da scrivere entro “90 o 120 giorni” dall’ok definitivo al testo e “se il Pd boccia questa nostra proposta avrà candidamente confessato che vuole andare al voto prima. Inutile girarci intorno”. E ancora: “Non garantisce governabilità e stabilità” e definisce il nuovo testo frutto dell’intesa Pd-Fi-M5S e Lega “inciucellum”.

Un accordo che non piace neanche a Bersani: “Diciamolo con chiarezza: con la nuova legge il 63% dei parlamentari sarà nominato dai partiti. Cioé quattro persone decideranno il 63% di chi sarà eletto”. “Sento molta gente – afferma Bersani – che riscrive la storia: Con i nostri voti e con il governo Letta abbiamo impedito l’approvazione di leggi ad personam, buttando fuori Berlusconi e Verdini. Con il Nazareno – aggiunge Bersani – Berlusconi è stato resuscitato. E questo nuovo accordo lo ha rinvigorito. Non riscriviamo la storia”. “L’accordo sulla legge elettorale – aggiunge Roberto Speranza – rappresenta un patto di 4 forze politiche contro gli interessi del Paese”. “Ma io sono fiducioso. Gli italiani – aggiunge – sono intelligenti e sapranno reagire. Credo che con il loro contributo riusciremo a scardinare questo patto”.