Giuseppe Saragat, il vincitore del XX secolo

saragat

L’11 giugno di trent’anni fa moriva a Roma Giuseppe Saragat. Il leader che aveva visto giusto condannando per primo i misfatti di Stalin rivelati da Kruscev e opponendosi apertamente all’invasione dell’Armata Rossa sovietica per schiacciare il dissenso di Ungheria e Cecoslovacchia.

Un anticipatore, il quinto presidente della Repubblica, un politico lungimirante dalle intuizioni al limite della profezia. Che dieci anni prima di Pietro Nenni e quarant’anni prima di Bettino Craxi preferì il riformismo socialdemocratico al massimalismo marxista con gesti talvolta impopolari. Dimostrando grande coraggio. La storia gli ha dato ragione, nonostante in quel periodo le sue idee innovative provocarono spesso giudizi affrettati e contrastanti, e oggi il suo nome è iscritto fra quelli dei “padri fondatori” della moderna socialdemocrazia europea. Certo, all’epoca non c’era la forza mediatica dei talk show televisivi o dei social network e la concretezza aveva maggiore spessore delle semplici parole e Saragat combatté una battaglia di minoranza per affermare quel socialismo democratico che tanti anni dopo sarebbe diventato patrimonio di molta parte della sinistra.

Formatosi anche nella lettura di Marx, il suo stile di vita rappresentò un modello di socialdemocrazia proteso verso la ricerca dell’affermazione della libertà e della giustizia sociale a cui miravano diversi ambienti della sinistra nel dopoguerra. La sua opera non è solo una pagina indelebile di storia ma è, piuttosto, la coscienza dei socialisti. Il caso Saragat, dunque, ha suscitato nel tempo, soprattutto a sinistra dello scacchiere politico, tanti ripensamenti, alimentando in particolare la polemica dei riformisti verso le responsabilità della diaspora e spingendo a riaprire un capitolo carico di contraddizioni per essere considerato chiuso per sempre.

“La democrazia italiana deve moltissimo a Giuseppe Saragat – ha scritto Leo Valiani nella prefazione del libro ‘Saragat. Il coraggio delle idee’ di Vittorio Statera –. Nel mentre, dappertutto, anche in Occidente, si plaudiva ancora a Stalin, glorificato – non senza fondamento – come uno dei massimi artefici della vittoria su Hitler, Saragat vide lucidamente il pericolo che il totalitarismo staliniano, fatto proprio, con fanatismo acritico, dai partiti comunisti del mondo intero, e in Italia anche dalla maggioranza del Partito socialista, costituiva per le libertà democratiche appena conquistate”.

La sua è stata una figura che ha caratterizzato la vita politica di buona parte del Novecento. Da riscoprire per esaminare una questione anzitutto storica con protagonista un uomo che, nella patria dei voltagabbana, scelse coerentemente una sola strada percorrendola senza esitazioni, battendosi fino alla fine per le idee nelle quali credeva. E per rimettere in prospettiva una icona minacciata dalla fugacità del presente.

Fabio Ranucci

I misteri su Aldo Moro
40 anni dopo

aldo-moro-bnNella miriade di libri usciti per l’anniversario del sequestro di Aldo Moro e dell’uccisione degli uomini della sua scorta sembra esserci una gara per rendere più «misteriosa» quella triste pagina della storia italiana. Più di un aspetto è rimasto sconosciuto tanto da indurre uno studioso di quella vicenda a coniare il termine di «misterologia» sul caso Moro diventato «un mistero in sé». La conclusione a cui perviene è quella sostenuta nella nuova introduzione Quarant’anni dopo da Andrea Colombo nella ristampa del suo volume Un affare di Stato. Il delitto Moro 40 anni dopo (Cairo editore, Milano 2018, pp. XXVI-289), in cui l’Autore afferma che la soluzione di un enigma suscita nuove «clamorose scoperte».

Quando il libro viene pubblicato dieci anni fa dal medesimo Autore, la bibliografia sulla vicenda Moro è molto ampia. La maggior parte degli studi considera falsi i racconti dei brigatisti ed errati i risultati processuali per la mancata individuazione dei registi occulti del delitto. Il fatto contingente si colloca nei cinquantacinque giorni compresi tra il sequestro di Aldo Moro (16 marzo 1978) e la sua uccisione (9 maggio), ma una cospicua quantità di episodi trasforma la sua morte in una vicenda confusa e per alcuni tratti oscura. Essa investe vari aspetti (politico, giudiziario e «fattuale») che cinque processi e due commissioni parlamentari non sono riusciti a chiarire.

L’ultima commissione bicamerale d’inchiesta, istituita il 31 maggio 2014 e presieduta da Beppe Fioroni, ha riaperto le indagini sulla tragica vicenda, avvalendosi della documentazione desecretata nel 2015 dal governo Renzi, ma non è pervenuta ad una vera relazione conclusiva. Elementi eclatanti come la presenza di una Honda durante il sequestro, la testimonianza dell’ex brigadiere della Guardia di Finanza Giovanni Ladu oppure quella dell’ex artificiere Vitantonio Raso restano ancora senza alcuna spiegazione.

Sulla prima testimonianza l’Autore ricorda la rivelazione dell’ex finanziere, secondo cui l’8 maggio 1978 Moro stava per essere liberato «con un blitz nella prigione del popolo di via Montalcini», ma «l’operazione fu però bloccata all’ultimo momento da una telefonata del ministero degli Interni e proprio il giorno dopo il prigioniero fu ucciso» (p. VIII). La rivelazione fu utilizzata da Ferdinando Imposimato nel suo libro I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia (Newton Compton, Roma 2013, pp. 309) prima che Ladu venisse inquisito per calunnia e l’autore riconoscesse l’errore. Sulla seconda testimonianza dell’ex artificiere, Vitantonio Raso, autore del libro La bomba umana (Seneca, Torino 2012, pp. 172), Andrea Colombo sottolinea la notizia secondo cui gli artificieri fossero arrivati il via Caetani il 9 maggio 1978 «alle 11 del mattino, dunque molto prima che arrivasse alle 12.13 la telefonata delle Br».

Le tre relazioni riconoscono infondate alcuni aspetti della «misterologia» come l’eventualità che il commando abbia preso di mira solo da sinistra l’auto di Moro e della scorta, ma anche da destra per l’assenza di fori provocati dalle pallottole. Altri aspetti riguardano la validità della testimonianza di Alessandro Marini, la presenza della Austin Morris oppure il ruolo del misterioso individuo «con cappotto di cammello». Nella trama della vicenda l’Autore discute e richiama la Cia, i servizi italiani «deviati», il Mossad, la P2, i servizi segreti cecoslovacchi, Gladio, la Stasi, i palestinesi, il Vaticano ed organizzazioni criminali come la banda della Magliana, la ’ndrangheta e la mafia. Un intreccio perverso di entità che ha reso più difficile districare una vicenda complessa, svoltasi soprattutto intorno alla trattativa dello Stato. Come emerge dalle relazioni della Commissione parlamentare, lo Stato svolse la trattativa in modo sotterraneo, accanto ad altri filoni cercati ed avviati da altre organizzazioni e personaggi.

Tra le più significative l’Autore ricorda la trattativa del Vaticano che, su iniziativa di Paolo VI, raccolse una cospicua somma da offrire in cambio della vita di Moro: un episodio su cui ha gettato nuova luce Riccardo Ferrigato nel suo libro Non doveva morire. Come Paolo VI cercò di salvare Aldo Moro (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo-Milano 2018, pp. 263). Altro tentativo fu quello di Bettino Craxi che, come segretario del Psi, considerò giusta la trattativa per giungere a uno scambio di prigionieri con le Brigate Rosse. Altri ancora sono ben presentati dall’Autore, che dimostra una conoscenza ampia della documentazione dell’opera di Aldo Moro, che ripropone una lettura suggestiva della sua vicenda, anche se sembra esagerata la tesi per cui negli ultimi dieci anni non sia emerso nulla di eccezionale valido per modificare l’impianto della sua ricerca.

Nunzio Dell’Erba

Scrive Celso Vassalini:
Aldo Moro e la lettera a Bettino Craxi

Sono passati 40anni e il ricordo è andato via via stemperandosi perché l’oblio accompagnato dal ricambio generazionale, alla fine avvolge anche gli avvenimenti più drammatici facendoli apparire distanti, quasi archiviati. Erano le 12,30 del 9 maggio 1978 quando Valerio Morucci telefonò a un collaboratore di Aldo Moro per comunicargli che la famiglia del leader democristiano avrebbe potuto recuperare il corpo in via Caetani a Roma, una strada breve e stretta, a due passi da piazza di Torre Argentina, quasi equidistante tra la sede del Pci in via delle Botteghe Oscure e quella della Dc in Piazza del Gesù. Il dramma si concludeva nella maniera da molti temuta. Era cominciato la mattina del 16 marzo in via Fani quando quella che venne definita “la geometrica potenza di fuoco” del commando delle Brigate Rosse composto da undici persone si dispiegò massacrando la scorta di Moro (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrando l’uomo politico impegnato in quei mesi a traghettare nell’area del governo il Partito Comunista.

In quei quasi due mesi, l’Italia si divise. Si divise soprattutto la politica: da un lato coloro che sostenevano l’impossibilità di una qualsiasi trattativa con le Br, un fronte guidato dal Pci a cui si aggregava, pur tra molti tormenti, la Dc; dall’altro chi cercava uno sbocco negoziale in grado di salvare la vita di Moro. Questo secondo “partito” era guidato dal Psi e da Bettino Craxi. Dalla cosiddetta “prigione del popolo” il leader democristiano scrisse numerose lettere. Nel 2008 lo storico e attuale parlamentare del Pd, Miguel Gotor, li raccolse in un volume edito da Einaudi dal titolo: “Lettere dalla prigionia”. La loro lettura spiega più di mille racconti o ricostruzioni la tensione di quelle settimane, soprattutto aiutano a capire lo stato d’animo di un uomo costretto a una prova terribile, vittima di un destino spietato. Per ricordare quella data abbiamo deciso di riproporne una: Moro la scrisse, secondo le ricerche di Gotor, il 12 aprile. Venne però recapitata soltanto il 29 aprile. Il destinatario era il segretario del Psi, Bettino Craxi:

“Caro Craxi, 
poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo Partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare ed anzi accentuare la tua importante iniziativa. È da mettere in chiaro che non si tratta d’inviti rivolti agli altri a compiere atti di umanità, inviti del tutto inutili, ma di dar luogo con la dovuta urgenza ad una seria ed equilibrata trattativa per lo scambio di prigionieri politici. Ho l’impressione che questo o non si sia capito o si abbia l’aria di non capirlo. La realtà è però questa, urgente, con un respiro minimo. Ogni ora che passa potrebbe renderla vana ed allora / io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile nell’unica direzione giusta che non è quella della declamazione. Anche la D.C. sembra non capire, Ti sarei grato se glielo spiegassi anche tu con l’urgenza che si richiede. Credi, non c’è un minuto da perdere. E io spero che o al San Rafael o al Partito questo mio scritto ti trovi. Mi pare tutto un po’ assurdo, ma quel che conta non è spiegare, ma se si può fare qualcosa, di farlo. Grazie infinite ed affettuosi saluti tuo Aldo Moro”.

Celso Vassalini

Moro, Nencini ne parlai con Craxi per salvarlo

aldo moroA via Fani, il 16 marzo del 1978, una donna agita un mazzo di fiori per segnalare l’arrivo della 130 del presidente della Dc, Aldo Moro. Si scatena il fuoco dei brigatisti: il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci e i poliziotti Giulio Rivera e Raffaele Iozzino vengono uccisi subito. Ancora vivo l’agente Francesco Zizzi, che morirà più tardi. Moro sopravviverà invece altri 55 giorni. Ma il suo progetto politico, l’apertura al partito comunista di Berlinguer, di fatto, finisce in quel momento. Nato a Maglie, nella provincia leccese, il 23 settembre del 1916, Aldo Moro ottiene a soli 25 anni la libera docenza a Bari, insegnando Filosofia del diritto. Nel ’42 entra nella Dc, fondata da De Gasperi in clandestinità: con lui i giovani della ‘seconda generazione’, la futura classe dirigente della prima repubblica, tra questi Fanfani, Dossetti, La Pira, Andreotti, Taviani, Rumor. Finita la guerra viene eletto nella Costituente, scelto dal partito per la ‘Commissione dei 75’, che elaborerà le norme fondamentali della carta costituzionale. Suoi i contributi relativi agli articoli dei ‘diritti e doveri dei cittadini’, lavorando a fianco di Tupini e Togliatti, tra gli altri.

Nel ’59, tramontata la stagione del centrismo, è segretario dello scudo crociato. Battuto Fanfani, l’altro ‘cavallo di razza della dc’, Moro si prepara alla stagione dell’apertura al Psi di Nenni e al nuovo centrosinistra. Tra i primi a dire no all’allargamento alla sinistra parte delle gerarchie vaticane. Giovanni XXIII si mantiene cauto, ma i cardinali Siri e Ottaviani non risparmiano critiche a Moro, parlando dei socialisti come di ‘novelli anticristi’. Moro tira dritto e risponde che “la democrazia cristiana non è un partito cattolico, ma di cattolici che operano in politica”.

Nel frattempo, il generale De Lorenzo, prepara il ‘piano Solo’, un tentativo di golpe, per impedire la svolta riformatrice, che soprattutto dopo il ’62, i socialisti, ormai nella stanza dei bottoni, avrebbero voluto accentuare. Tentativo che fu ritentato poi, nel ’70 dal principe nero Junio Valerio Borghese, con il fallito golpe dell’Immacolata. Nello stesso anno Curcio e Franceschini fondano le Brigate Rosse.

Tra i risultati del centrosinistra, (nonostante il “tintinnare di sciabole” di cui parlò il leader Psi, Nenni), c’è nel ’62 l’istituzione della scuola media unica obbligatoria e poi la nazionalizzazione delle industrie elettriche, con la nascita dell’Enel. Il 4 dicembre del 1963 Aldo Moro forma il primo governo di centrosinistra organico, ne seguiranno altri due guidati dallo statista dc, fino al 1968. Tra le norme, che chiuderanno di fatto quella stagione di riforme, arrivano la legge sul divorzio, nel 1970, che resisterà al referendum abrogativo di quattro anni dopo, lo Statuto dei lavoratori, la riforma delle regioni. Inoltre il parlamento dà vita alla Commissione parlamentare antimafia.

Negli anni della contestazione Moro si defila, guardando con attenzione al movimentismo del ’68 e alle istanze della società civile, sostenendo che da quel mondo agitato e difficile da interpretare sarebbe comunque sarebbe nata una società “più ricca ed esigente”. “Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai – dice al suo partito – . Sono segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità”, avverte Moro. Nel ’73, Moro assume la carica di presidente del partito. Dopo due governi tra il ’74 e ’76, a impronta centrista, matura la strategia dell’attenzione nei confronti del Pci di Berlinguer. Moro, già nel ’74, parla della necessità di avere “un atteggiamento chiaro, serio e costruttivo di fronte al Pci”.

E dalle parole passa ai fatti, incontri riservati iniziano a essere frequenti tra i suoi e gli uomini di Berlinguer, in vista di una nuova fase, quella che prenderà il nome di ‘terza fase’, dopo quella del centrismo e del centrosinistra. Intanto ad attaccare Moro non sono solo le gerarchie ecclesiastiche, come ai tempi del centrosinistra. Stavolta l’apertura al Pci, è avversata dagli Usa. A far capire il punto di vista di Washington a Moro ci pensa Kissinger che lo ‘invita’ a lasciare fuori i comunisti dal Palazzo. Moro tira dritto e cerca di arrivare all’obiettivo, mentre in molti scommettono che guiderà la transizione dal Colle, pronto per essere eletto alla presidenza della Repubblica. Il 16 marzo del 1978, mentre sta per raggiungere la Camera per la fiducia al governo Andreotti che vede l’ingresso dei comunisti nella maggioranza programmatica e parlamentare, la proposta morotea per la democratizzazione del Paese viene annientata dalle armi dei brigatisti.

“C’era chi era per trattare, chi per manifestare una fermezza assoluta. Chi voleva avviare trattative con le BR non era per questo cedevole. Non rinunciava a difendere i principi costituzionali. Si trattava di salvare la vita di un uomo”. È il racconto di Riccardo Nencini, segretario del Psi, intervistato dall’emittente toscana ‘Controradio’ sul caso Moro, nel giorno del quarantesimo anniversario del rapimento dell’ex segretario della Dc. Nencini racconta: “Ricordo bene quei giorni, da 18enne mi avvicinai ai radicali e al Psi proprio per la loro posizione assunta circa la trattativa, ero in terza liceo e furono sospese le lezioni e convocata immediatamente un’assemblea: si manifestarono le due linee che poi furono le due linee politiche assunte dai partiti.”. Il segretario socialista prosegue: “Ne ho riparlato con Craxi all’inizio degli anni ’90. L’obiettivo – prosegue Nencini riferendosi alla posizione assunta dal Psi guidato da Bettino Craxi – era salvare l’uomo ma anche provare a costruire uno Stato che non si caratterizzasse per una relazione esclusiva tra il Pci e la Dc”. “Le istituzioni ressero bene, non fu dunque un colpo di stato. Quell’evento tragico ha rappresentato uno strappo con la vita politica e istituzionale italiana. Se Moro fosse rimasto in vita – ha aggiunto – forse le vicende politiche del nostro Paese avrebbero preso una piega diversa”.

Nencini sostiene che non è ancora stata fatta luce su tutte le zone d’ombra di quella vicenda: “L’Italia – ha concluso Nencini – era un membro chiave all’interno della NATO e un paese frontiera dove esponenti del terrorismo e servizi internazionali operavano; dunque qualche domanda è legittimo farsela ancora oggi a 40 anni di distanza”.

Signorile: “I tentativi del Psi per salvare la vita di Moro”

Oggi, 16 marzo, ricorre il tragico anniversario del rapimento dell’Onorevole Aldo Moro e dell’uccisione dei cinque uomini della sua scorta.. Nei 55 giorni di “prigionia” che fecero seguito all’agguato di via Fani, il delicato seppur acceso dibattito politico si incentrò sull’atteggiamento dello Stato nei confronti delle Br alla ricerca di una legittimazione politica. I partiti, maggioritariamente, seppur con con voci isolate all’interno, si attestarono sulla linea dell’intransigenza. I socialisti da soli decisero di combattere la battaglia per la salvezza del leader democristiano, provando a prefigurare soluzioni (di tipo “umanitario”) e a individuare canali in grado di poter trasferire dall’altra parte, nella zona oscura presidiata da terroristi all’epoca ignoti, i messaggi utili a evitare una nuova, la sesta, vittima di quello che i brigatisti avevano definito “l’attacco al cuore dello Stato. Perché quei tentativi andarono a vuoto? Claudio Signorile all’epoca era il vice-segretario del Psi e fu chiamato in prima persona a gestire quella fase delicata tanto da un punto di vista politico, quanto da un versante strettamente umano. 

craxi signorileIl Psi fu l’unico partito che sposò una linea più elastica e non quella della “fermezza” tentando l’apertura di un canale di comunicazione con i terroristi. Perché?

“Prendemmo l’iniziativa perché ci accorgemmo prima degli altri, ma in realtà era un po’ un’opinione diffusa, che non si stava facendo niente. Ricordo una mattina in cui io e Craxi ci incontrammo negli uffici di via del Corso. Lui era segretario, io ero vice-segretario ma ci incontravamo praticamente ogni mattina per fare il punto della giornata. E la frase che poi ci venne spontanea è stata: ”Ma questi non stanno facendo nulla”. La motivazione della fermezza si traduceva poi in una sostanziale abdicazione da parte dello Stato all’esercizio di uno dei suoi tre poteri fondamentali, quello esecutivo, di governo. Non dimentichiamo mai che lo stato e il governo sono due cose distinte. Il governo è l’esecutività dello stato e a quell’esecutività si rinunciava in attesa che “ci buttassero il cadavere tra i piedi”, che fu poi una frase che io usai in un’intervista che suscitò molte reazioni. Lei mi chiede: Perché? Ma perché il PSI aveva da sempre avuto questa attenzione all’aspetto non politico, al momento umano. Rientra nel DNA culturale socialista ed era questo elemento genetico il primo aggancio della nostra riflessione. Il secondo però era più politico. Noi eravamo dentro lo schema politico del “governo delle convergenze”, del “governo delle solidarietà”, una situazione che la Dc e il Pci vivevano con notevole sofferenza considerandola un’anomalia. Ogni cosa che potesse mettere in movimento, in discussione, questo contesto politico veniva guardata con diffidenza. Per noi era diverso. Il Psi, da un lato, non metteva in discussione la possibilità di realizzare una attività riformistica anche con la Democrazia Cristiana, dall’altro non aveva nessuna vergogna collaborare col Partito Comunista nel governo delle autonomie locali, del territorio. A ispirarci, in tutti e due i casi, erano gli interessi dei lavoratori. La maggiore libertà di movimento, la più accentuata capacità dinamica di leggere la realtà ci portò a concludere: “Se non si fa nulla, qualcuno dovrà fare qualcosa. Lo faremo noi”.

Quindi un approccio ben diverso dalla Democrazia Cristiana ma anche dal Partito Comunista…

“Che, sia chiaro, non avevano alcuno approccio. La cosa paradossale in tutta questa situazione è che con la scusa del “non si tratta con le BR” in realtà non si faceva nulla. Non si trattava con nessuno. Si parla di “trattativa”. Noi non abbiamo mai parlato di trattativa. Piuttosto di iniziativa che è una cosa diversa. Noi lavoravamo su uno schema di iniziativa, che non a caso poi venne chiamata umanitaria; lavoravamo su qualcosa capace di rompere questa stagnazione mortale che ci stava avvelenando. Aggiungo un’altra cosa. La riflessione iniziale la feci proprio io e la manifestai apertamente dicendo: ”Se non lo hanno ammazzato subito significa che non sono d’accordo fra di loro, quindi esiste una divisione del mondo brigatista nella quale noi dobbiamo entrare”. Questa divisione poi è venuta fuori ed è stata largamente illustrata, seppure condita con molte menzogne: da un lato il cosiddetto “partito politico” che voleva usare il rapimento per consentire alle Brigate Rosse di essere in qualche modo un attore di movimento e di interlocuzione sulla scena della politica, dall’altro la visione militare, il braccio armato fermamente convinto che il sequestro dovesse trovare nell’assassinio il logico epilogo.

Ci fu uno scontro tra i partiti.

“Anche duro. Che non poteva avvenire in sede parlamentare perché noi non avevamo la maggioranza. Il governo godeva delle famose convergenze: il monocolore democristiano presieduto da Andreotti era sostenuto da tutto lo schieramento costituzionale, così si chiamava all’epoca l’arco di forze che escludeva la destra missina. In Parlamento non era possibile aggregare una maggioranza sulla questione: si sarebbe spaccato tutto e nessuno, noi per primi, voleva la frantumazione politica. Infatti non abbiamo mai promosso un’iniziativa parlamentare. Abbiamo, però, sollecitato l’iniziativa del governo che è una cosa diversa. Noi chiedevamo l’esercizio di quella funzione che consente di rendere esecutive le cose che lo stato in quanto tale non può fare”.

Poi si è arrivati al 21 aprile, all’annuncio televisivo di Craxi di fare tutto il possibile. Prima di allora siete stati fermi? Avete solo atteso una mossa del governo?

“No, non siamo stati fermi. Spingevamo, sollecitavamo. Ogni giorno io alzavo il telefono e chiamavo il ministro dell’interno, Francesco Cossiga dicendogli: “Beh, che succede? Smettetela con le semplici iniziative di parata”.

Un momento di straordinaria tensione…

“Naturalmente. Fu una fase altamente drammatica. Ma si trattava di una drammaticità subdola, della peggior specie, che non si manifesta in eventi esteriori clamorosi ma che trova forma nella quotidianità, negli atti quotidianamente compiuti”.

Questo, però, non si legge sui libri di storia.

“Non si può leggere”.

E quando poi sono iniziate “le trattative” e ha cercato di prendere contatti?

“No, non ci sono mai state trattative. Al massimo segnali di fumo. Noi li mandavamo e li ricevevamo attraverso Franco Piperno e Lanfranco Pace, due figure dell’area dell’Autonomia che in qualche maniera si adoperavano”.

Come intermediari?

“No, non come intermediari perché l’intermediario è “messaggero” di cose concrete. E invece i nostri erano solo segnali di fumo che pensavamo potessero essere orientati. Io immaginavo, ma non ho mai voluto saperlo per ovvie ragioni, che loro avessero un rapporto indiretto. E quindi fossero in grado di trasmettere i segnali del nostro impegno a trovare lo sbocco umanitario, lo sbocco di un atto che potesse essere firmato dal Presidente della Repubblica e controfirmato dal Ministro Guardasigilli. Loro ci dicevano che questa cosa portava all’interno del mondo del brigatismo una reale divisione fra il braccio armato e il braccio politico”.

Qualcosa si mise in movimento.

“Sì, sì, direi anche parecchio. Noi siamo arrivati realmente a un passo dalla possibile soluzione”.

Quali sono state le difficoltà più grandi che lei avvertì in questa operazione?

“Più che le difficoltà, avvertii che la cosa era sfuggita poi di mano al braccio politico delle BR. Ho tratto la convinzione, come ho detto poi quando ho fatto la deposizione alla Commissione Stragi, che il bastone del comando a un certo punto sia passato di mano. Il braccio militare ha cominciato a rispondere a esigenze politiche di altra natura che non coincidevano più con quelle delle Brigate Rosse o del movimento eversivo ma avevano un carattere più generale. In sostanza la morte di Moro veniva considerata come la pietra tombale sulla strategia del Compromesso storico, sull’apertura a sinistra, sulla formazione di un governo aperto anche ai comunisti, quindi con tutte le forze dell’area democratica. Questo veniva considerato un passaggio importante e come tale è stato gestito”.

Per concludere, guardandosi indietro, lei crede che avrebbe potuto funzionare ed era solo questione di tempo? Oppure che le BR volendo una legittimazione politica e quindi non potendola ottenere non avrebbero comunque accettato?

“No non è così. Guardandomi indietro giungo a due considerazioni. La prima: è un dato di fatto che l’assassinio di Moro è stato consumato il giorno prima della direzione democristiana, nella quale Fanfani avrebbe espresso la sua simpatia per le nostre iniziative e sarebbe probabilmente cambiata la maggioranza all’interno della direzione del partito di maggioranza relativa, con la conseguenza che il “partito della Fermezza” sarebbe stato se non battuto, comunque modificato. La seconda che sorge contestualmente: non c’era più il tavolo su cui queste carte dovevano essere giocate. Di qui l’impressione che il “bastone del comando” fosse già passato in mani strane con la conseguenza che la morte di Moro era diventata un processo irreversibile. Però questa è un’ipotesi. Fino a poche prima, fino alla mattina, mentre ero nell’ufficio di Cossiga in attesa dell’inizio della direzione democristiana, ci giunsero segnali che inducevano a essere se non proprio fiduciosi, almeno speranzosi”.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

Raffaele Indolfi, inviato purosangue dell’Avanti!

Antonella Laudisi - raffaele indolfi“Raffaele se ne è andato”. Quando sul telefonino è arrivato il messaggio mi si è gelato il sangue. Sono rimasto sbigottito, incredulo. Ho subito telefonato a Ida Molaro sperando in un improbabile errore. Invece, purtroppo, nessun errore: Raffaele Indolfi, il mio carissimo amico era morto. La sua compagna, collega di Mediaset, sconvolta dal dolore, è stata telegrafica: «Scusami, non riesco a parlare, mi viene da piangere!». Ha pianto, non è stata la sola a farlo.
Raffaele Indolfi, 74 anni, allegro, ironico, sempre sorridente con il sigaro toscano in bocca, non c’è più. Ci siamo sentiti l’ultima volta al telefono giovedì primo marzo. Ero tranquillo. Dall’ospedale Gemelli mi aveva rassicurato: «Sto meglio. Sono guarito. L’infezione non c’è più». Invece è morto sabato 3 marzo. Aveva dieci anni più di me. Tra il serio e il faceto lo chiamavo don Raffaele, in omaggio alle sue capacità e agli anni in più. Ci conoscevamo da giovani: avevamo una perfetta intesa sul senso della vita, sulla politica e sul giornalismo. Scriveva divinamente, in presa diretta, una prosa chiara ed elegante.
Era un fuoriclasse. Ci eravamo conosciuti negli anni Settanta, collaboravamo all’”Avanti!”, io da Roma e lui da Napoli. Collaboratori “volontari”, non retribuiti. Nei primi anni Ottanta io ero stato assunto al servizio sindacale del giornale e gli chiesi un articolo di “maniera” su Napoli perché eravamo a corto di notizie in redazione. Lui scrisse un bellissimo pezzo sul porto di Napoli. L’incipit era “Partono i bastimenti…”. Parlava della crisi del porto e dell’occupazione nella metropoli del Mezzogiorno partendo dal ricordo delle navi degli emigranti meridionali disperati che salpavano per l’America in cerca di fortuna.
L’umanità, la socialità, la libertà erano le sue bandiere. Passò dal Movimento studentesco al Psi perché «qui si respirava aria di libertà». Dall’’Avanti!’ passò al ‘Mattino’. Politica, terrorismo, mafia, processi, cronaca nera. Prima da cronista per le pagine napoletane, poi come inviato di punta si occupò di tutto. Il lavoro di inviato era la sua passione. Era attento anche ai fatti di costume. Gli piaceva seguire anche l’elezione di Miss Italia. Ai miei dubbi rispondeva: «Belle guaglione! L’appuntamento è uno specchio per capire l’Italia!». Aveva il lavoro di giornalista nel sangue e nel cuore.
Non stava mai fermo, era sempre fuori dalla redazione di via Chiatamone. Con la sua vecchia e malandata Citroen Ds a gas girava per tutta Italia nei luoghi insanguinati dalle Brigate rosse o dalla mafia per vedere, indagare e scrivere. Aveva paura dell’aereo, così usava l’auto anche per lunghissimi percorsi, utilizzando l’alimentazione a gas per risparmiare. Lavoro e politica erano le sue grandi passioni. Era un socialista convinto. Era un sostenitore e un amico di Francesco De Martino, “u professore” di diritto romano sostituito nel 1976 da Bettino Craxi alla segreteria del Psi. Era sconvolto e nauseato dalla politica di oggi dominata da vari populismi: «Chissi so’ pazzi».
Quando dieci anni fa andò in pensione dopo un piano di “tagli” decisi dal ‘Mattino’, ci rimase male, malissimo. Voleva continuare a lavorare. Per un po’ andò abbastanza bene perché nel 2010, all’epoca del traballante governo Berlusconi, lo chiamavano dalla redazione: gli chiedevano quelle che io chiamavo le “interviste impossibili” ai cosiddetti “responsabili”, i parlamentari ai quali si rivolgeva l’allora presidente del Consiglio per assicurare una maggioranza all’esecutivo di centro-destra. Erano interviste impossibili per due motivi: gli chiedevano dopo le 20 di fare una intervista da scrivere ed impaginare entro le 22-22,30; doveva realizzare l’intervista per telefono (in modo da risparmiare) procurandosi velocemente i numeri dei “parlamentari responsabili”. Ma lui, bravo e tenace, ci riusciva superando tutte le difficoltà.
Obiettavo: «Chi te lo fa fare?!». Lui non perdeva mai la calma. Rispondeva serafico: «Mi piace!». Aggiungeva con un pizzico di autoironia surreale: «Quando vado a comprare il giornale, l’edicolante non mi dice più guardandomi negli occhi: Rafaele era…. Ma mi dice: Rafaele è…». Ma poi non lo chiamarono più per queste collaborazioni: crebbe il dispiacere e la delusione.
Lo invogliai a scrivere un libro sui tanti punti oscuri del rapimento del figlio di Francesco De Martino da parte delle Br. Iniziò e scriverlo, mi mandò anche un capitolo da leggere, ma poi si fermò. Gli chiesi di scrivere degli articoli per Sfoglia Roma, il mio giornale online. Mi rispose sì. Mi mandò un bel pezzo un anno fa, quando uscì il giornale, su un micidiale sciopero dei tassisti nella capitale, ma poi si bloccò. Quando lo pungolavo a scrivere, rispondeva lanciando fuori campo la palla: «Beato a te…!». Cominciava a stare male, aveva dolori alla colonna vertebrale, faticava a stare in piedi. I funerali si svolgono oggi a Somma Vesuviana, il suo paese. Ogni tanto si lamentava al telefono: «Non chiami mai!». Io lo chiamavo, ma ora non potrò più farlo. Ciao don Raffaele.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

È morto Carlo Ripa di Meana. Ambientalista e socialista

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E’ morto, all’età di 88 anni, Carlo Ripa di Meana, a meno di due mesi dalla scomparsa della moglie Marina. Di idee progressiste, dal 1953 al 1956 Ripa di Meana, per conto del PCI, dirige a Praga la rivista dell’Unione Internazionale degli Studenti, World Student News. A Praga incontra Bettino Craxi. Nel 1957 fa il libraio Feltrinelli a Pisa, e a Forte dei Marmi durante l’estate, fino a quando, nel 1960, Giangiacomo Feltrinelli lo chiama per l’apertura della prima sua libreria a Milano. Dal 1958 al 1960 Ripa di Meana dirige la rivista Passato e Presente (Boringhieri editore), nata attorno alla figura di Antonio Giolitti. Ripa di Meana segue lo stesso percorso, aderendo alla corrente di “Impegno socialista” ed entrando nel comitato centrale del PSI.

Nel 1963, mentre è redattore per la Rizzoli a Milano, incomincia a frequentare il Club Turati, di cui diverrà segretario. Nelle elezioni regionali del 1970 in Lombardia, le prime della storia dell’Italia repubblicana, Ripa di Meana viene eletto consigliere del PSI e viene nominato presidente della commissione statuto e presidente del gruppo socialista. Dal 1974 al 1979 Ripa di Meana è presidente della Biennale di Venezia, riformata dopo la contestazione studentesca. In questo periodo nel PSI si avvicina alla posizione politica del segretario Bettino Craxi. Propone e realizza nel 1977, tra molte difficoltà e l’esplicita opposizione del governo sovietico la Biennale del Dissenso.

Dal 1979 al 1984 Ripa di Meana è deputato socialista al Parlamento europeo, mentre dal 1985 al 1992 diviene Commissario europeo alla cultura e all’ambiente nelle Commissioni Delors I e Delors II. Nel biennio 1992-93 è Ministro dell’ambiente nel primo governo Amato. Dal 1993 al 1996 Ripa di Meana è portavoce nazionale dei Verdi, per i quali è nuovamente eletto deputato al Parlamento Europeo fino al giugno 1999.

Svezia. 32 anni fa cadde nel mistero Olof Palme

Bettino Craxi, andò al funerale di Olof Palme, che si celebrò due settimane dopo la morte. Craxi lo ricorda così: “Conoscevo Olof Palme da molti anni. Mi sentivo legato a lui da una visione che condividevo…”. Insieme nell’Internazionale socialista Craxi ha brevemente rievocato un rapporto personale che risaliva molto indietro nel tempo. Poi si è soffermato sugli incontri più recenti avuti “nella comune responsabilità di governo”. “La nostra attenzione si era soffermata soprattutto su due grandi temi: sulla pace e sullo sviluppo, le due grandi speranze del mondo”. E a Palme, campione del dialogo Est-Ovest: “La sicurezza comune – sono parole dello stesso leader svedese – si posa sull’idea che le forze antagoniste devono agire insieme per prevenire una guerra, negoziando una bilanciata riduzione degli arsenali esistenti, delle misure di garanzia e delle limitazioni di nuove armi: un costruttivo dialogo tra Est e Ovest è essenziale a tale scopo”.


 

olof palmeAnche la Svezia ha i suoi oscuri misteri. La sera del 28 febbraio 1986, il primo ministro socialdemocratico Olof Palme venne assassinato con un colpo di pistola mentre tornava a casa con sua moglie. La scorta era stata congedata qualche minuto prima.

Olof Palme ebbe una carriera politica importante, cominciata negli ambienti universitari in gioventù. Nei suoi due mandati come primo ministro, dal 1969 al 1976 e dal 1982 fino alla morte, egli ebbe grande attenzione sia sul piano interno che su quello internazionale.

Per quanto riguarda il primo aspetto, egli si impegnò in ambito di politica fiscale, che in Svezia ha una forte connotazione egualitaria con un sistema di tassazione più che proporzionale nei confronti dei redditi alti. Egli sostenne anche una forma soft di socializzazione delle grosse imprese, che, in accordo con la LO[1], prevedeva il graduale trasferimento di quote di capitali verso fondi pubblici. Questo progetto, tuttavia, non si realizzò mai del tutto.

Dal punto di vista internazionale, Palme si inserì con decisione nello scenario di guerra fredda, opponendosi ai mali che affliggevano quegli anni, senza prendere parte al conflitto bipolare. Lottò contro la guerra in Vietnam, le dittature sudamericane (in particolare contro Pinochet dopo la morte di Allende), la proliferazione nucleare. Non appoggiava i totalitarismi, ma non ebbe problemi ad avvicinarsi ai paesi del blocco sovietico e alla Cuba di Fidel Castro. Oltre a ciò, si batté per la fine dell’Apartheid, sottolineando come la sua eliminazione sarebbe stata un contributo alla pace, ed esortando i paesi occidentali a frenare l’esportazione di capitali e gli investimenti verso i regimi razzisti, così come venne fatto in Svezia, dove vennero vietate le esportazioni in Sudafrica e Namibia perché “uomini liberi sono più importanti di liberi movimenti di capitali”[2].

Un uomo di questo spessore, che non ebbe mai timore di esporsi sulle questioni più spinose del suo tempo, aveva molti potenziali nemici. Questo aspetto, dopo il suo assassinio, portò alla formulazione delle più varie ipotesi volte all’identificazione del colpevole, di cui ancora oggi non si ha nome.

Il caso infatti venne archiviato nel 2011.

Il primo sospettato, un criminale tossicodipendente di nome Christer Pettersson, fu assolto per mancanza di prove. Ci furono diverse voci riguardo una sua confessione, sia prima che dopo la morte dell’uomo nel 2004, ma non vennero mai considerate attendibili, anche perché svariati mitomani in cerca di gloria si dichiararono colpevoli a sproposito. Al di là dell’ipotesi del gesto isolato di un pazzo, l’omicidio è stato avvolto da un alone di mistero e di complotto.

Forse che siano stati coinvolti i settori di estrema destra dei servizi segreti? I sostenitori dell’Apartheid? La loggia massonica P2[3]? Non possiamo saperlo. Quello che è certo, è che nella notte del primo marzo del 1986, morì di morte violenta un grande uomo, che molto aveva ancora da dare in nome della pace nel mondo e della lotta contro le disuguaglianze.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

[1] Principale sindacato svedese.

[2] Si rimanda al discorso che Palme tenne in Lagos nel 1977 http://www.beersandpolitics.com/discursos/olof-palme/struggle-against-apartheid/722.

[3] Licio Gelli, prominente membro della P2, scrisse in un telegramma a Philip Guarino, attivista del Partito Repubblicano americano vicino a George W. Bush, “Informa il nostro amico che la palma svedese sarà abbattuta”.

Achille Corona, fedeltà assoluta al partito e ai lavoratori

Achille_Corona

Fu per diversi anni uno dei più noti dirigenti socialisti, fortemente impegnato nelle organizzazioni del partito e per  suo conto consigliere comunale, assessore, parlamentare e ministro. Nato a Roma il 30 luglio 1914, studiò fino al conseguimento della laurea in Legge.  Era ancora giovanissimo quando si  fece notare per la critica  rivolta al regime fascista, promotore di nuove guerre, di leggi liberticide e di alleanza innaturali e impopolari, e si avvicinò a noti antifascisti che, sfidando fermi ed arresti, svolgevano una discreta attività propagandistica.

Con l’entrata in guerra  dell’Italia a fianco della Germania hitleriana, nel 1940, radicalizzò la propria posizione politica, e nel 1943 si schierò apertamente coi socialisti. Il 26 luglio, subito dopo l’arresto di Mussolini, si unì a un gruppo di patrioti, tra cui era Tullio Vecchietti, che nella tipografia dove in passato veniva stampato “Il Lavoro fascista” riuscirono a compilare e stampare un numero dell’Avanti! che poi diffusero in città.Successivamente  fece parte della redazione dell’organo socialista che venne ancora stampato anche quando i tedeschi occuparono la città. Per questa attività venne arrestato  e rinchiuso nelle carceri di Regina Coeli. Riacquistata la libertà dopo la liberazione di Roma da parte degli Alleati, partecipò alla costituzione del Movimento di Unità Proletaria, una formazione  quasi interamente di giovani, tra cui erano Leo Solari, Giuliano Vassalli, Tullio Vecchietti,  che si proponeva un rinnovamento profondo del Partito socialista alla luce dell’esperienza fatta soprattutto nel primo dopoguerra dal vecchio PSI e dal PSU. Nel ’45 il gruppo ritenne matura la situazione  per fondersi col  PSI, e nacque il PSIUP, (Partito Socialista di Unità Proletaria), che si accinse a  guidare  le forze progressiste nella ormai prossima battaglia per una Italia  nuova, repubblicana, democratica, sociale.

Circa la posizione del partito nello scacchiere nazionale, egli si espresse  per  l’unità dei due partiti della sinistra nell’azione, ma respinse l’idea della loro fusione in un partito unico che avrebbe  cancellato la specificità socialista. Nella primavera del successivo anno fu attivissimo nella propaganda per le elezioni amministrative e subito dopo per il Referendum istituzionale e la Costituente. Non lo fu meno nei successivi mesi, che videro il partito fortemente scosso dallo scontro  tra “autonomisti”  e “unitari” e avviato  alla scissione  dalla quale nacque  il PSLI.  Egli non approvò  la separazione, cosciente del fatto che, come la storia insegnava, ogni lacerazione produce indebolimento del corpo che la subisce. Il PSIUP, infatti, ridenominatosi PSI, perdette la forza che lo aveva  reso guida  della sinistra, venendo da allora scavalcato dal PCI.

Nell’ aprile del ’48  Corona iniziò una esperienza nuova. Costituitosi il Fronte Democratico Popolare  per la convergenza di PCI, PSI e Indipendenti,  egli venne  candidato alla Camera nelle Marche e fu tra gli eletti. Dopo il breve intervallo della Direzione centrista di Jacometti e Lombardi, avutasi dopo la sconfitta del Fronte e la forte perdita di parlamentari socialisti, entrò nella  nuova Direzione del partito, nella quale  resse con grande abilità  l’ Ufficio Enti locali e successivamente l’Ufficio Internazionale e dal ’51 l’Ufficio stampa e propaganda e l’Ufficio per i rapporti con i gruppi parlamentari, guadagnandosi una fiducia ancor più vasta a livello nazionale. Ripresentato per la Camera  nel 1953, 1958, 1963 e 1968, venne  sempre eletto con ampio suffragio. Nel 1956  fu  ad  Helsinki al Congresso dei partigiani della pace, nel quale con Lombardi e Fogliaresi  espresse  il disimpegno dei socialisti da una organizzazione che non mostrava più l’indipendenza di giudizio e di azione nei confronti della politica sovietica. Ai vari livelli se ne apprezzava la  preparazione e l’equilibrio, per cui veniva designato  per incarichi locali e nazionali. A partire dal 1951 fu consigliere comunale e anche assessore al Comune di Pesaro. Nel 1963 fu Ministro del Turismo,  successivamente dell’Ambiente e dello Spettacolo. In questi settori egli incise  fortemente: soprattutto nel mondo del teatro e di quello lirico più in particolare egli lasciò il segno della sua attività, tra l’altro promuovendo  nel ’67  una legge che favoriva in misura notevole l’attività musicale.  Per lunghi anni a fianco di Francesco De Martino, vi-segretario con Nenni e poi segretario,  ne condivise le idee e ne sostenne convintamente l’azione. Quando perciò all’interno del partito si costituì una nuova maggioranza e Bettino Craxi assunse la segreteria, egli lasciò gradualmente ogni carica e si ritrasse sempre più nell’ombra. Morì a Roma appena sessantacinquenne il 23 novembre 1979.

Giuseppe Micciché 

Craxi. Gli smemorati e il decreto di San Valentino

craxi“A proposito di statisti. Il febbraio 1984 non fu un mese qualsiasi. Prima venne varato il decreto di San Valentino, uno dei pilastri della ripresa economica italiana, poi venne rinnovato il Concordato con la chiesa cattolica, il 18 febbraio. Lo ricordo volentieri ai tanti smemorati”
Lo ha dichiarato Riccardo Nencini segretario del Psi e promotore della Lista “Insieme”, candidato nel collegio uninominale del Senato di Arezzo e Siena per il centrosinistra, in un incontro elettorale a Lucca per presentare la lsita ‘Insieme’. Nel momento il cui la polemica politica resta alta ricordare la figura di Craxi è un modo per rammentare che la politica va fatta sulle cose serie e non sulle polemiche quotidiane che restano invece prevalenti nelle cronache di palazzo.

I numeri sono in miglioramento. La ha ricordato anche il premier. “Proprio oggi che i numeri della nostra situazione economica stanno migliorando – ha detto Gentiloni all’inaugurazione dell’anno accademico 2017-18 della scuola dell’arma dei carabinieri – i cittadini hanno diritto a sentirsi più sicuri e grazie a voi possono contare su un impegno per la sicurezza che non ha precedenti”. “Dopo anni di grandi difficoltà economiche stiamo gradualmente mettendo in campo un impegno di cui i cittadini hanno bisogno. Rassicurare il Paese è un compito fondamentale del governo se vogliamo contribuire a una generale ripresa”, aggiunge. Ma ai Cinque stelle non fa comodo parlare di numeri. Preferiscono giocare sul terreno della demagogia e dello scontro perpetuo.

Parlando del dopo elezioni, il segretario del Pd Matteo Renzi, glissando la domanda sul futuro premier, ha parlato dell’ipotesi grande coalizione escludendo in modo assoluto una intesa con la destra estrema. “Guardate la Germania – ha detto il segretario del Pd – al governo stanno insieme Merkel e i socialdemocratici. Berlusconi invece si è messo mani e piedi nelle mani della Lega”. “Quello che conterà il 5 marzo sarà chi arriverà primo come gruppo e quindi o il Pd o M5s. Non potrà essere così per nessun partito della destra, che sta insieme anche se sono divisi su tutto”. Renzi ha sottolineato che il Pd è l’unico partito a presentarsi agli elettori con una ‘squadra’. Parlando poi di lui e Gentiloni, ha affermato: “Dicevano ‘litigheranno’ e invece abbiamo dimostrato che siamo una squadra, che siamo giocatori complementari”. “Di Maio chi ha? Di Maio – ha aggiunto – vuol parlare con Trump e Putin e poi ha paura di parlare con Renzi” nei confronti Tv.  E su Di Maio ha detto ancora di “insopportabile moralismo double face”. “Questa cosa che M5s restituisce 25 milioni viene ripetuta senza ricordare che per una legge fatta dal Pd, ogni anno prendevamo 38 milioni e ora non ne prendiamo alcuno. Io premier prendevo la metà di Luigi Di Maio. Da un anno e mezzo faccio politica senza indennità, rimborsi e senza pesare sulla comunità. Ma mica vengo qui a farmi bello. Se tu ogni giorno vai in tv a vantarti e poi ti beccano con le mani nella marmellata, non devi lamentarti”.
E ancora: Luigi Di Maio “ha una squadra di taroccatori di professione”, “non mi interessa la dinamica interna al M5s, anche io ho avuto a che fare con dei lestofanti nel Pd ma è finita la bandierina che gli altri sono banditi e loro, i Cinquestelle, sono gli unici onesti”.

A mettere in guardia dalle conseguenze economiche di una destra al governo il ministro Carlo Calanda. “La politica economica della Lega è disastrosa” e rischia di portare a “un processo di deindustrializzazione” con una “perdita di posti di lavoro” e “passi indietro nel progresso tecnologico”. La Lega “vuole mettere dazi protezionistici e tasse sulla robotica, vuole cacciare dall’Italia le multinazionali che danno lavoro a 1 milione e 200mila persone, mentre io sono impegnato a farne venire di più – continua Calenda -. Infine, la Lega dichiara che vuole Alitalia pubblica, una frase inaudita se si pensa che l’elettorato della Lega era fatto di artigiani e piccoli imprenditori”.