Una piazza per Craxi. La lezione di Bassiano

piazza craxiDopo anni di damnatio memoriae l’Italia sta riscoprendo un passo alla volta la figura dello statista Bettino Craxi. Come annunciato nei giorni scorsi, oggi il Comune di Latina di Bassiano, alla presenza del figlio di Craxi, Bobo, inaugurerà alle 16 una piazza dedicata al leader scomparso quasi vent’anni fa, seguito da una lunga scia di calunnie e discredito.
“Di Craxi – spiegano dalla giunta – si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto. Ma la Storia di Craxi è tutto sommato chiara.  Può essere distorta solo dalla malafede. Craxi fu un uomo e un politico sui generis, autonomista cocciuto, istrione, orgoglioso, di sinistra ma fieramente anticomunista, liberal-socialista ma dai tratti autoritari, laico che ha firmato un nuovo Concordato con la ChiesaCraxi fu un fenomeno tutto italiano. Non comprimario, grigio burocrate o scialbo funzionario di partito. Ma protagonista assoluto della scena politica italiana per almeno un decennio. Craxi fu il primo socialista a ricoprire, nella storia repubblicana, la carica di Presidente del Consiglio dei ministri. Fu uno dei pochi politici italiani della Prima Repubblica a cercare di dare all’Italia una politica estera degna di questo nome, volta a ritagliarsi un ruolo guida nel Mediterraneo anche a costo di mettere a rischio i legami con Washington”.
“Ha fatto la storia di una fase dell’Italia nel bene e nel male. Ha fatto la storia della sinistra in Italia ma ha fatto anche e soprattutto la Storia del Psi. Craxi è stato tutto questo. È stato anche, molto semplicemente, un uomo. E il Psi un partito”, ha affermato il sindaco Domenico Guidi che ha chiesto una targa per Craxi già nel 2003.
“Bassiano – ha aggiunto il sindaco – è socialista da sempre e l’intitolazione a Bettino Craxi è una forma di rispetto verso una personalità che ha dato tanto al Paese, una persona di spessore politico. Molti gli argomenti da cui ancora oggi può essere tratta una lezione, dall’immigrazione al rapporto con i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo, dalla salvaguardia dei diritti dell’immigrazione, alla scelta razionale e futurista di andare là in quei paesi, dove investire le somme necessarie per poter sviluppare in loco politiche di sviluppo economico, e non applicando il principio dell’immigrazione”.

Il “Caso Moro”, il Psi e le ipotesi complottiste

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A 40 anni di distanza dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, abbiamo fatto qualche domanda al giornalista e blogger Nicola Lofoco. Da tempo impegnato negli studi di quello che più volte è stato definito “ Il caso Moro”, è stato autore di alcune pubblicazioni sul tema. Da anni ha espresso posizioni critiche contro l’ipotesi che i tragici fatto del 1978 siano stati il frutto di una cospirazione, ordita da centri di potere occulto. Iniziamo a chiedergli proprio questo:

Lei è uno degli studiosi del caso Moro che non ha sostenuto la tesi del complotto internazionale orchestrato dagli Stati Uniti. Da dove nasce questa sua convinzione?

Guardi, personalmente sono sempre stato dell’ opinione che i fatti vanno analizzati e compresi per quello che sono e che la loro comprensione deve basarsi sempre, solo ed esclusivamente, su delle prove certe. Bene, se seguiamo con precisione questa linea direttrice, possiamo affermare che, sino ad ora, il dramma dell’ omicidio di Aldo Moro, dei carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e degli agenti di polizia Giulio Rivera, Raffaele Iozzino e Francesco Zizzi è imputabile alle sole Brigate rosse. Molto spesso si tralascia il quadro storico-politico in cui matura tutta questa drammatica vicenda. Siamo, infatti, a pochi mesi di distanza dal funesto “ 77”, anno in cui entra profondamente in crisi il nostro sistema industriale e, contemporaneamente, in cui iniziano ad impennarsi, in maniera abbastanza preoccupante, i numeri inerenti alla disoccupazione giovanile. In questo dedalo di instabilità economica, cresce anche a dismisura la protesta studentesca nelle Università. Le rivendicazioni provenienti dal mondo giovanile, studentesco e non, hanno progressivamente portato molti giovani ad uno scollamento sempre più forte dai partiti tradizionali, incapaci di cogliere il loro malessere e le loro istanze. Se per un giovane, allora, era preferibile fare politica con una “ P38” in mano, anziché frequentare le sezioni di partito, ci sarà stato pure un motivo ben preciso. Questo non giustifica, in alcun modo, tutto quello che ha prodotto il terrorismo, di destra o di sinistra che sia stato. Ma comprendere le ragioni di un fenomeno credo sia opera imprescindibile per qualsiasi buon ricercatore. Non mi stancherò mai, sino alla noia, di ricordare che, in quel periodo, non vi furono le sole Brigate rosse. Il Viminale aveva schedato oltre 500 sigle di fazioni comuniste combattenti, che molto spesso agivano con logiche diverse. Cosi come operavano numerosi gruppi di stampo neo-fascista. Come si vede la genesi storica è abbastanza complessa. Ed imputare il tutto a presunte manovre dei decantati servizi segreti non credo sia corretto.

Quindi i servizi non hanno avuto nessun ruolo secondo lei?

Proprio sul finire del 1977 erano stati sciolti sia il servizio segreto militare , il SID, quanto il servizio segreto degli affari interni (Affari Riservati). Era stata una scelta necessaria, dato che molti dei loro esponenti erano stati coinvolti in alcune gravissime inchieste giudiziarie, come quelle sulla strage di Piazza Fontana o sul Golpe Borghese. Agli inizi del 1978, quindi, i neonati Sismi e Sisde erano ancora in fase di organizzazione in tutte le loro articolazioni, anche sotto l’aspetto prettamente logistico. Contrastare l’efficiente organizzazione delle Br era praticamente impossibile , soprattutto se teniamo conto che vi fu uno scarso coordinamento durante le indagini tra le varie forze dell’ ordine.

Quindi tutto chiaro e trasparente? Ne è sicuro?

Sino ad oggi molti fatti definiti più volte “ misteriosi “ del caso Moro, non sono risultati tali. Prenda ad esempio il caso più clamoroso, quello di un testimone dell’ agguato di via Fani, che asseriva di essere stato bersagliato, con colpi di arma da fuoco verso la sua moto, circostanza poi risultata falsa grazie ad alcune foto recuperate in rete. Ma si potrebbe fare un elenco vastissimo degli inesistenti “enigmi” che hanno caratterizzato tutta questa dolorosa storia. Come non è mai risultata vera, in nessuna aula di tribunale, la cosiddetta teoria dell’ “ etero-direzione “ delle Brigate Rosse. La verità è che i brigatisti sono stati favoriti nelle loro azioni da una vastissima area della società civile, che ne ha avallato gli intendimenti . Ma, anche qui, è imprescindibile compiere una considerazione puramente storica: bisogna prendere atto che, sino a quel momento, vi era una consistente porzione della nostra società che sognava la rivoluzione socialista. Una svolta rivoluzionaria che il Pci non aveva mai perseguito, sin dalla “ Svolta di Salerno” del 1944 intrapresa da Palmiro Togliatti. Per tutti quelli che non credevano più nell’ opera del Pci, le Br erano diventate un preciso punto di riferimento politico ed anche culturale.

Il Partito socialista era favorevole ad una trattativa per liberare Moro. Era giusto secondo lei?

Tutti sanno benissimo che la cosiddetta “ linea della fermezza” , cioè il rifiuto totale di qualsiasi tipo di trattativa con le Brigate Rosse, fu la linea tenuta, in modo ferreo e convinto, prima di tutto dal Pci. In un momento in cui si andava delineando la concreta fase politica del “compromesso storico “ tra democristiani e comunisti, la Dc non poteva in alcun modo mantenere un comportamento che non fosse convergente proprio con il Pci. All’interno della Dc vi erano personaggi di rilievo contrari alla trattativa, ma non tutto il partito era unito su questa posizione (a differenza del Pci). E va anche ricordato il non piccolo particolare che l’allora ministro dell’ Interno, Francesco Cossiga, aveva concordato ogni mossa insieme al ministro “ombra“ del Pci Ugo Pecchioli. I socialisti, invece, si mantennero su un’altra posizione. Il loro segretario politico, Bettino Craxi, aveva proposto un atto di clemenza da parte del Presidente della Repubblica verso un solo brigatista detenuto nelle carceri, e a riguardo vennero fatti anche diversi nomi. Personalmente credo che l’ iniziativa del Psi si potesse perseguire, in quanto avrebbe salvato una vita umana , restituendo Aldo Moro ai propri cari. E se cosi fosse stato, non credo che il corso della storia sarebbe stato poi tanto diverso da quello che abbiamo avuto.

Fabrizio Federici

Rostagno. Craxi e Martelli i primi a denunciare la Mafia

mauro rostagno-2Trent’anni fa Mauro Rostagno, giornalista, veniva assassinato dalla mafia il 26 settembre 1988 a Valderice, in provincia di Trapani. Ci sono voluti vent’anni per confermare la pista della malavita organizzata. I primi a farlo, insieme ai quotidiani nazionali e locali, furono i due leader socialisti Bettino Craxi e Claudio Martelli, quest’ultimo presente al funerale di Rostagno, che indicarono subito la responsabilità della mafia nell’omicidio, ma nel 1996 la procura di Trapani reagì all’indicazione della pista mafiosa, accusando i due esponenti del Psi di voler depistare le indagini. La procura di Trapani, nel 1996, ipotizzò ancora – su indicazione della DIGOS – che il delitto potesse essere maturato all’interno di Saman (comunità socioterapeutica da lui fondata) per spaccio di stupefacenti tra i membri della comunità, suscitando forti polemiche. Nel maggio del 2014, la Corte d’Assise di Trapani, presieduta da Angelo Pellino, ha condannato in primo grado all’ergastolo i boss trapanesi Vincenzo Virga e Vito Mazzara.
Numerose sono state le iniziative per ricordare la sua figura di spicco contro la Mafia a cui non volle mai piegarsi e che gli costò la vita. «Non vogliamo un posto in questo Mondo, ma vogliamo un Mondo in cui valga la pena avere un posto», sono le parole di Mauro Rostagno impresse in uno dei murales a lui dedicati.
A omaggiarlo oggi è anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Mauro Rostagno è stato barbaramente ucciso dalla mafia trent’anni or sono, mentre tornava nella sede della comunità terapeutica che aveva contribuito a fondare a Lenzi, nella provincia di Trapani. In quella esperienza riversava il suo impegno, le sue convinzioni, la sua passione civile”.
“In questo giorno di ricordo – si legge in una nota – desidero anzitutto partecipare al dolore dei suoi familiari, degli amici e di quanti hanno condiviso con lui un tratto della vita. E’ stato un tempo spesso difficile, in cui la strada verso la verità giudiziaria ha anche subito gravi deviazioni. La memoria di una vittima di mafia oltrepassa lo strazio per la vita umana vigliaccamente spezzata. Essa costituisce un monito per la società e per le stesse istituzioni. L’agguato venne concepito per far zittire la sua voce libera nel denunciare le trame mafiose e i loschi affari”.
“Il suo assassinio – si legge ancora – avvenne pochi giorni dopo quello del magistrato in pensione Alberto Giacomelli e addirittura poche ore dopo l’uccisione del giudice Antonino Saetta, nel pieno di una strategia terroristica decisa e attuata dai vertici dell’organizzazione criminale. Rostagno, in quella stagione, svolgeva con riconosciute qualità anche il lavoro di giornalista, suscitando apprezzamento e attenzione nei lettori.Il suo impegno giornalistico non fu estraneo all’origine della spietata reazione mafiosa, e oggi resta a noi come testimonianza e come esempio”.

Giuseppe Saragat, il vincitore del XX secolo

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L’11 giugno di trent’anni fa moriva a Roma Giuseppe Saragat. Il leader che aveva visto giusto condannando per primo i misfatti di Stalin rivelati da Kruscev e opponendosi apertamente all’invasione dell’Armata Rossa sovietica per schiacciare il dissenso di Ungheria e Cecoslovacchia.

Un anticipatore, il quinto presidente della Repubblica, un politico lungimirante dalle intuizioni al limite della profezia. Che dieci anni prima di Pietro Nenni e quarant’anni prima di Bettino Craxi preferì il riformismo socialdemocratico al massimalismo marxista con gesti talvolta impopolari. Dimostrando grande coraggio. La storia gli ha dato ragione, nonostante in quel periodo le sue idee innovative provocarono spesso giudizi affrettati e contrastanti, e oggi il suo nome è iscritto fra quelli dei “padri fondatori” della moderna socialdemocrazia europea. Certo, all’epoca non c’era la forza mediatica dei talk show televisivi o dei social network e la concretezza aveva maggiore spessore delle semplici parole e Saragat combatté una battaglia di minoranza per affermare quel socialismo democratico che tanti anni dopo sarebbe diventato patrimonio di molta parte della sinistra.

Formatosi anche nella lettura di Marx, il suo stile di vita rappresentò un modello di socialdemocrazia proteso verso la ricerca dell’affermazione della libertà e della giustizia sociale a cui miravano diversi ambienti della sinistra nel dopoguerra. La sua opera non è solo una pagina indelebile di storia ma è, piuttosto, la coscienza dei socialisti. Il caso Saragat, dunque, ha suscitato nel tempo, soprattutto a sinistra dello scacchiere politico, tanti ripensamenti, alimentando in particolare la polemica dei riformisti verso le responsabilità della diaspora e spingendo a riaprire un capitolo carico di contraddizioni per essere considerato chiuso per sempre.

“La democrazia italiana deve moltissimo a Giuseppe Saragat – ha scritto Leo Valiani nella prefazione del libro ‘Saragat. Il coraggio delle idee’ di Vittorio Statera –. Nel mentre, dappertutto, anche in Occidente, si plaudiva ancora a Stalin, glorificato – non senza fondamento – come uno dei massimi artefici della vittoria su Hitler, Saragat vide lucidamente il pericolo che il totalitarismo staliniano, fatto proprio, con fanatismo acritico, dai partiti comunisti del mondo intero, e in Italia anche dalla maggioranza del Partito socialista, costituiva per le libertà democratiche appena conquistate”.

La sua è stata una figura che ha caratterizzato la vita politica di buona parte del Novecento. Da riscoprire per esaminare una questione anzitutto storica con protagonista un uomo che, nella patria dei voltagabbana, scelse coerentemente una sola strada percorrendola senza esitazioni, battendosi fino alla fine per le idee nelle quali credeva. E per rimettere in prospettiva una icona minacciata dalla fugacità del presente.

Fabio Ranucci

I misteri su Aldo Moro
40 anni dopo

aldo-moro-bnNella miriade di libri usciti per l’anniversario del sequestro di Aldo Moro e dell’uccisione degli uomini della sua scorta sembra esserci una gara per rendere più «misteriosa» quella triste pagina della storia italiana. Più di un aspetto è rimasto sconosciuto tanto da indurre uno studioso di quella vicenda a coniare il termine di «misterologia» sul caso Moro diventato «un mistero in sé». La conclusione a cui perviene è quella sostenuta nella nuova introduzione Quarant’anni dopo da Andrea Colombo nella ristampa del suo volume Un affare di Stato. Il delitto Moro 40 anni dopo (Cairo editore, Milano 2018, pp. XXVI-289), in cui l’Autore afferma che la soluzione di un enigma suscita nuove «clamorose scoperte».

Quando il libro viene pubblicato dieci anni fa dal medesimo Autore, la bibliografia sulla vicenda Moro è molto ampia. La maggior parte degli studi considera falsi i racconti dei brigatisti ed errati i risultati processuali per la mancata individuazione dei registi occulti del delitto. Il fatto contingente si colloca nei cinquantacinque giorni compresi tra il sequestro di Aldo Moro (16 marzo 1978) e la sua uccisione (9 maggio), ma una cospicua quantità di episodi trasforma la sua morte in una vicenda confusa e per alcuni tratti oscura. Essa investe vari aspetti (politico, giudiziario e «fattuale») che cinque processi e due commissioni parlamentari non sono riusciti a chiarire.

L’ultima commissione bicamerale d’inchiesta, istituita il 31 maggio 2014 e presieduta da Beppe Fioroni, ha riaperto le indagini sulla tragica vicenda, avvalendosi della documentazione desecretata nel 2015 dal governo Renzi, ma non è pervenuta ad una vera relazione conclusiva. Elementi eclatanti come la presenza di una Honda durante il sequestro, la testimonianza dell’ex brigadiere della Guardia di Finanza Giovanni Ladu oppure quella dell’ex artificiere Vitantonio Raso restano ancora senza alcuna spiegazione.

Sulla prima testimonianza l’Autore ricorda la rivelazione dell’ex finanziere, secondo cui l’8 maggio 1978 Moro stava per essere liberato «con un blitz nella prigione del popolo di via Montalcini», ma «l’operazione fu però bloccata all’ultimo momento da una telefonata del ministero degli Interni e proprio il giorno dopo il prigioniero fu ucciso» (p. VIII). La rivelazione fu utilizzata da Ferdinando Imposimato nel suo libro I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia (Newton Compton, Roma 2013, pp. 309) prima che Ladu venisse inquisito per calunnia e l’autore riconoscesse l’errore. Sulla seconda testimonianza dell’ex artificiere, Vitantonio Raso, autore del libro La bomba umana (Seneca, Torino 2012, pp. 172), Andrea Colombo sottolinea la notizia secondo cui gli artificieri fossero arrivati il via Caetani il 9 maggio 1978 «alle 11 del mattino, dunque molto prima che arrivasse alle 12.13 la telefonata delle Br».

Le tre relazioni riconoscono infondate alcuni aspetti della «misterologia» come l’eventualità che il commando abbia preso di mira solo da sinistra l’auto di Moro e della scorta, ma anche da destra per l’assenza di fori provocati dalle pallottole. Altri aspetti riguardano la validità della testimonianza di Alessandro Marini, la presenza della Austin Morris oppure il ruolo del misterioso individuo «con cappotto di cammello». Nella trama della vicenda l’Autore discute e richiama la Cia, i servizi italiani «deviati», il Mossad, la P2, i servizi segreti cecoslovacchi, Gladio, la Stasi, i palestinesi, il Vaticano ed organizzazioni criminali come la banda della Magliana, la ’ndrangheta e la mafia. Un intreccio perverso di entità che ha reso più difficile districare una vicenda complessa, svoltasi soprattutto intorno alla trattativa dello Stato. Come emerge dalle relazioni della Commissione parlamentare, lo Stato svolse la trattativa in modo sotterraneo, accanto ad altri filoni cercati ed avviati da altre organizzazioni e personaggi.

Tra le più significative l’Autore ricorda la trattativa del Vaticano che, su iniziativa di Paolo VI, raccolse una cospicua somma da offrire in cambio della vita di Moro: un episodio su cui ha gettato nuova luce Riccardo Ferrigato nel suo libro Non doveva morire. Come Paolo VI cercò di salvare Aldo Moro (Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo-Milano 2018, pp. 263). Altro tentativo fu quello di Bettino Craxi che, come segretario del Psi, considerò giusta la trattativa per giungere a uno scambio di prigionieri con le Brigate Rosse. Altri ancora sono ben presentati dall’Autore, che dimostra una conoscenza ampia della documentazione dell’opera di Aldo Moro, che ripropone una lettura suggestiva della sua vicenda, anche se sembra esagerata la tesi per cui negli ultimi dieci anni non sia emerso nulla di eccezionale valido per modificare l’impianto della sua ricerca.

Nunzio Dell’Erba

Scrive Celso Vassalini:
Aldo Moro e la lettera a Bettino Craxi

Sono passati 40anni e il ricordo è andato via via stemperandosi perché l’oblio accompagnato dal ricambio generazionale, alla fine avvolge anche gli avvenimenti più drammatici facendoli apparire distanti, quasi archiviati. Erano le 12,30 del 9 maggio 1978 quando Valerio Morucci telefonò a un collaboratore di Aldo Moro per comunicargli che la famiglia del leader democristiano avrebbe potuto recuperare il corpo in via Caetani a Roma, una strada breve e stretta, a due passi da piazza di Torre Argentina, quasi equidistante tra la sede del Pci in via delle Botteghe Oscure e quella della Dc in Piazza del Gesù. Il dramma si concludeva nella maniera da molti temuta. Era cominciato la mattina del 16 marzo in via Fani quando quella che venne definita “la geometrica potenza di fuoco” del commando delle Brigate Rosse composto da undici persone si dispiegò massacrando la scorta di Moro (Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrando l’uomo politico impegnato in quei mesi a traghettare nell’area del governo il Partito Comunista.

In quei quasi due mesi, l’Italia si divise. Si divise soprattutto la politica: da un lato coloro che sostenevano l’impossibilità di una qualsiasi trattativa con le Br, un fronte guidato dal Pci a cui si aggregava, pur tra molti tormenti, la Dc; dall’altro chi cercava uno sbocco negoziale in grado di salvare la vita di Moro. Questo secondo “partito” era guidato dal Psi e da Bettino Craxi. Dalla cosiddetta “prigione del popolo” il leader democristiano scrisse numerose lettere. Nel 2008 lo storico e attuale parlamentare del Pd, Miguel Gotor, li raccolse in un volume edito da Einaudi dal titolo: “Lettere dalla prigionia”. La loro lettura spiega più di mille racconti o ricostruzioni la tensione di quelle settimane, soprattutto aiutano a capire lo stato d’animo di un uomo costretto a una prova terribile, vittima di un destino spietato. Per ricordare quella data abbiamo deciso di riproporne una: Moro la scrisse, secondo le ricerche di Gotor, il 12 aprile. Venne però recapitata soltanto il 29 aprile. Il destinatario era il segretario del Psi, Bettino Craxi:

“Caro Craxi, 
poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo Partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare ed anzi accentuare la tua importante iniziativa. È da mettere in chiaro che non si tratta d’inviti rivolti agli altri a compiere atti di umanità, inviti del tutto inutili, ma di dar luogo con la dovuta urgenza ad una seria ed equilibrata trattativa per lo scambio di prigionieri politici. Ho l’impressione che questo o non si sia capito o si abbia l’aria di non capirlo. La realtà è però questa, urgente, con un respiro minimo. Ogni ora che passa potrebbe renderla vana ed allora / io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile nell’unica direzione giusta che non è quella della declamazione. Anche la D.C. sembra non capire, Ti sarei grato se glielo spiegassi anche tu con l’urgenza che si richiede. Credi, non c’è un minuto da perdere. E io spero che o al San Rafael o al Partito questo mio scritto ti trovi. Mi pare tutto un po’ assurdo, ma quel che conta non è spiegare, ma se si può fare qualcosa, di farlo. Grazie infinite ed affettuosi saluti tuo Aldo Moro”.

Celso Vassalini

Moro, Nencini ne parlai con Craxi per salvarlo

aldo moroA via Fani, il 16 marzo del 1978, una donna agita un mazzo di fiori per segnalare l’arrivo della 130 del presidente della Dc, Aldo Moro. Si scatena il fuoco dei brigatisti: il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci e i poliziotti Giulio Rivera e Raffaele Iozzino vengono uccisi subito. Ancora vivo l’agente Francesco Zizzi, che morirà più tardi. Moro sopravviverà invece altri 55 giorni. Ma il suo progetto politico, l’apertura al partito comunista di Berlinguer, di fatto, finisce in quel momento. Nato a Maglie, nella provincia leccese, il 23 settembre del 1916, Aldo Moro ottiene a soli 25 anni la libera docenza a Bari, insegnando Filosofia del diritto. Nel ’42 entra nella Dc, fondata da De Gasperi in clandestinità: con lui i giovani della ‘seconda generazione’, la futura classe dirigente della prima repubblica, tra questi Fanfani, Dossetti, La Pira, Andreotti, Taviani, Rumor. Finita la guerra viene eletto nella Costituente, scelto dal partito per la ‘Commissione dei 75’, che elaborerà le norme fondamentali della carta costituzionale. Suoi i contributi relativi agli articoli dei ‘diritti e doveri dei cittadini’, lavorando a fianco di Tupini e Togliatti, tra gli altri.

Nel ’59, tramontata la stagione del centrismo, è segretario dello scudo crociato. Battuto Fanfani, l’altro ‘cavallo di razza della dc’, Moro si prepara alla stagione dell’apertura al Psi di Nenni e al nuovo centrosinistra. Tra i primi a dire no all’allargamento alla sinistra parte delle gerarchie vaticane. Giovanni XXIII si mantiene cauto, ma i cardinali Siri e Ottaviani non risparmiano critiche a Moro, parlando dei socialisti come di ‘novelli anticristi’. Moro tira dritto e risponde che “la democrazia cristiana non è un partito cattolico, ma di cattolici che operano in politica”.

Nel frattempo, il generale De Lorenzo, prepara il ‘piano Solo’, un tentativo di golpe, per impedire la svolta riformatrice, che soprattutto dopo il ’62, i socialisti, ormai nella stanza dei bottoni, avrebbero voluto accentuare. Tentativo che fu ritentato poi, nel ’70 dal principe nero Junio Valerio Borghese, con il fallito golpe dell’Immacolata. Nello stesso anno Curcio e Franceschini fondano le Brigate Rosse.

Tra i risultati del centrosinistra, (nonostante il “tintinnare di sciabole” di cui parlò il leader Psi, Nenni), c’è nel ’62 l’istituzione della scuola media unica obbligatoria e poi la nazionalizzazione delle industrie elettriche, con la nascita dell’Enel. Il 4 dicembre del 1963 Aldo Moro forma il primo governo di centrosinistra organico, ne seguiranno altri due guidati dallo statista dc, fino al 1968. Tra le norme, che chiuderanno di fatto quella stagione di riforme, arrivano la legge sul divorzio, nel 1970, che resisterà al referendum abrogativo di quattro anni dopo, lo Statuto dei lavoratori, la riforma delle regioni. Inoltre il parlamento dà vita alla Commissione parlamentare antimafia.

Negli anni della contestazione Moro si defila, guardando con attenzione al movimentismo del ’68 e alle istanze della società civile, sostenendo che da quel mondo agitato e difficile da interpretare sarebbe comunque sarebbe nata una società “più ricca ed esigente”. “Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai – dice al suo partito – . Sono segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità”, avverte Moro. Nel ’73, Moro assume la carica di presidente del partito. Dopo due governi tra il ’74 e ’76, a impronta centrista, matura la strategia dell’attenzione nei confronti del Pci di Berlinguer. Moro, già nel ’74, parla della necessità di avere “un atteggiamento chiaro, serio e costruttivo di fronte al Pci”.

E dalle parole passa ai fatti, incontri riservati iniziano a essere frequenti tra i suoi e gli uomini di Berlinguer, in vista di una nuova fase, quella che prenderà il nome di ‘terza fase’, dopo quella del centrismo e del centrosinistra. Intanto ad attaccare Moro non sono solo le gerarchie ecclesiastiche, come ai tempi del centrosinistra. Stavolta l’apertura al Pci, è avversata dagli Usa. A far capire il punto di vista di Washington a Moro ci pensa Kissinger che lo ‘invita’ a lasciare fuori i comunisti dal Palazzo. Moro tira dritto e cerca di arrivare all’obiettivo, mentre in molti scommettono che guiderà la transizione dal Colle, pronto per essere eletto alla presidenza della Repubblica. Il 16 marzo del 1978, mentre sta per raggiungere la Camera per la fiducia al governo Andreotti che vede l’ingresso dei comunisti nella maggioranza programmatica e parlamentare, la proposta morotea per la democratizzazione del Paese viene annientata dalle armi dei brigatisti.

“C’era chi era per trattare, chi per manifestare una fermezza assoluta. Chi voleva avviare trattative con le BR non era per questo cedevole. Non rinunciava a difendere i principi costituzionali. Si trattava di salvare la vita di un uomo”. È il racconto di Riccardo Nencini, segretario del Psi, intervistato dall’emittente toscana ‘Controradio’ sul caso Moro, nel giorno del quarantesimo anniversario del rapimento dell’ex segretario della Dc. Nencini racconta: “Ricordo bene quei giorni, da 18enne mi avvicinai ai radicali e al Psi proprio per la loro posizione assunta circa la trattativa, ero in terza liceo e furono sospese le lezioni e convocata immediatamente un’assemblea: si manifestarono le due linee che poi furono le due linee politiche assunte dai partiti.”. Il segretario socialista prosegue: “Ne ho riparlato con Craxi all’inizio degli anni ’90. L’obiettivo – prosegue Nencini riferendosi alla posizione assunta dal Psi guidato da Bettino Craxi – era salvare l’uomo ma anche provare a costruire uno Stato che non si caratterizzasse per una relazione esclusiva tra il Pci e la Dc”. “Le istituzioni ressero bene, non fu dunque un colpo di stato. Quell’evento tragico ha rappresentato uno strappo con la vita politica e istituzionale italiana. Se Moro fosse rimasto in vita – ha aggiunto – forse le vicende politiche del nostro Paese avrebbero preso una piega diversa”.

Nencini sostiene che non è ancora stata fatta luce su tutte le zone d’ombra di quella vicenda: “L’Italia – ha concluso Nencini – era un membro chiave all’interno della NATO e un paese frontiera dove esponenti del terrorismo e servizi internazionali operavano; dunque qualche domanda è legittimo farsela ancora oggi a 40 anni di distanza”.

Signorile: “I tentativi del Psi per salvare la vita di Moro”

Oggi, 16 marzo, ricorre il tragico anniversario del rapimento dell’Onorevole Aldo Moro e dell’uccisione dei cinque uomini della sua scorta.. Nei 55 giorni di “prigionia” che fecero seguito all’agguato di via Fani, il delicato seppur acceso dibattito politico si incentrò sull’atteggiamento dello Stato nei confronti delle Br alla ricerca di una legittimazione politica. I partiti, maggioritariamente, seppur con con voci isolate all’interno, si attestarono sulla linea dell’intransigenza. I socialisti da soli decisero di combattere la battaglia per la salvezza del leader democristiano, provando a prefigurare soluzioni (di tipo “umanitario”) e a individuare canali in grado di poter trasferire dall’altra parte, nella zona oscura presidiata da terroristi all’epoca ignoti, i messaggi utili a evitare una nuova, la sesta, vittima di quello che i brigatisti avevano definito “l’attacco al cuore dello Stato. Perché quei tentativi andarono a vuoto? Claudio Signorile all’epoca era il vice-segretario del Psi e fu chiamato in prima persona a gestire quella fase delicata tanto da un punto di vista politico, quanto da un versante strettamente umano. 

craxi signorileIl Psi fu l’unico partito che sposò una linea più elastica e non quella della “fermezza” tentando l’apertura di un canale di comunicazione con i terroristi. Perché?

“Prendemmo l’iniziativa perché ci accorgemmo prima degli altri, ma in realtà era un po’ un’opinione diffusa, che non si stava facendo niente. Ricordo una mattina in cui io e Craxi ci incontrammo negli uffici di via del Corso. Lui era segretario, io ero vice-segretario ma ci incontravamo praticamente ogni mattina per fare il punto della giornata. E la frase che poi ci venne spontanea è stata: ”Ma questi non stanno facendo nulla”. La motivazione della fermezza si traduceva poi in una sostanziale abdicazione da parte dello Stato all’esercizio di uno dei suoi tre poteri fondamentali, quello esecutivo, di governo. Non dimentichiamo mai che lo stato e il governo sono due cose distinte. Il governo è l’esecutività dello stato e a quell’esecutività si rinunciava in attesa che “ci buttassero il cadavere tra i piedi”, che fu poi una frase che io usai in un’intervista che suscitò molte reazioni. Lei mi chiede: Perché? Ma perché il PSI aveva da sempre avuto questa attenzione all’aspetto non politico, al momento umano. Rientra nel DNA culturale socialista ed era questo elemento genetico il primo aggancio della nostra riflessione. Il secondo però era più politico. Noi eravamo dentro lo schema politico del “governo delle convergenze”, del “governo delle solidarietà”, una situazione che la Dc e il Pci vivevano con notevole sofferenza considerandola un’anomalia. Ogni cosa che potesse mettere in movimento, in discussione, questo contesto politico veniva guardata con diffidenza. Per noi era diverso. Il Psi, da un lato, non metteva in discussione la possibilità di realizzare una attività riformistica anche con la Democrazia Cristiana, dall’altro non aveva nessuna vergogna collaborare col Partito Comunista nel governo delle autonomie locali, del territorio. A ispirarci, in tutti e due i casi, erano gli interessi dei lavoratori. La maggiore libertà di movimento, la più accentuata capacità dinamica di leggere la realtà ci portò a concludere: “Se non si fa nulla, qualcuno dovrà fare qualcosa. Lo faremo noi”.

Quindi un approccio ben diverso dalla Democrazia Cristiana ma anche dal Partito Comunista…

“Che, sia chiaro, non avevano alcuno approccio. La cosa paradossale in tutta questa situazione è che con la scusa del “non si tratta con le BR” in realtà non si faceva nulla. Non si trattava con nessuno. Si parla di “trattativa”. Noi non abbiamo mai parlato di trattativa. Piuttosto di iniziativa che è una cosa diversa. Noi lavoravamo su uno schema di iniziativa, che non a caso poi venne chiamata umanitaria; lavoravamo su qualcosa capace di rompere questa stagnazione mortale che ci stava avvelenando. Aggiungo un’altra cosa. La riflessione iniziale la feci proprio io e la manifestai apertamente dicendo: ”Se non lo hanno ammazzato subito significa che non sono d’accordo fra di loro, quindi esiste una divisione del mondo brigatista nella quale noi dobbiamo entrare”. Questa divisione poi è venuta fuori ed è stata largamente illustrata, seppure condita con molte menzogne: da un lato il cosiddetto “partito politico” che voleva usare il rapimento per consentire alle Brigate Rosse di essere in qualche modo un attore di movimento e di interlocuzione sulla scena della politica, dall’altro la visione militare, il braccio armato fermamente convinto che il sequestro dovesse trovare nell’assassinio il logico epilogo.

Ci fu uno scontro tra i partiti.

“Anche duro. Che non poteva avvenire in sede parlamentare perché noi non avevamo la maggioranza. Il governo godeva delle famose convergenze: il monocolore democristiano presieduto da Andreotti era sostenuto da tutto lo schieramento costituzionale, così si chiamava all’epoca l’arco di forze che escludeva la destra missina. In Parlamento non era possibile aggregare una maggioranza sulla questione: si sarebbe spaccato tutto e nessuno, noi per primi, voleva la frantumazione politica. Infatti non abbiamo mai promosso un’iniziativa parlamentare. Abbiamo, però, sollecitato l’iniziativa del governo che è una cosa diversa. Noi chiedevamo l’esercizio di quella funzione che consente di rendere esecutive le cose che lo stato in quanto tale non può fare”.

Poi si è arrivati al 21 aprile, all’annuncio televisivo di Craxi di fare tutto il possibile. Prima di allora siete stati fermi? Avete solo atteso una mossa del governo?

“No, non siamo stati fermi. Spingevamo, sollecitavamo. Ogni giorno io alzavo il telefono e chiamavo il ministro dell’interno, Francesco Cossiga dicendogli: “Beh, che succede? Smettetela con le semplici iniziative di parata”.

Un momento di straordinaria tensione…

“Naturalmente. Fu una fase altamente drammatica. Ma si trattava di una drammaticità subdola, della peggior specie, che non si manifesta in eventi esteriori clamorosi ma che trova forma nella quotidianità, negli atti quotidianamente compiuti”.

Questo, però, non si legge sui libri di storia.

“Non si può leggere”.

E quando poi sono iniziate “le trattative” e ha cercato di prendere contatti?

“No, non ci sono mai state trattative. Al massimo segnali di fumo. Noi li mandavamo e li ricevevamo attraverso Franco Piperno e Lanfranco Pace, due figure dell’area dell’Autonomia che in qualche maniera si adoperavano”.

Come intermediari?

“No, non come intermediari perché l’intermediario è “messaggero” di cose concrete. E invece i nostri erano solo segnali di fumo che pensavamo potessero essere orientati. Io immaginavo, ma non ho mai voluto saperlo per ovvie ragioni, che loro avessero un rapporto indiretto. E quindi fossero in grado di trasmettere i segnali del nostro impegno a trovare lo sbocco umanitario, lo sbocco di un atto che potesse essere firmato dal Presidente della Repubblica e controfirmato dal Ministro Guardasigilli. Loro ci dicevano che questa cosa portava all’interno del mondo del brigatismo una reale divisione fra il braccio armato e il braccio politico”.

Qualcosa si mise in movimento.

“Sì, sì, direi anche parecchio. Noi siamo arrivati realmente a un passo dalla possibile soluzione”.

Quali sono state le difficoltà più grandi che lei avvertì in questa operazione?

“Più che le difficoltà, avvertii che la cosa era sfuggita poi di mano al braccio politico delle BR. Ho tratto la convinzione, come ho detto poi quando ho fatto la deposizione alla Commissione Stragi, che il bastone del comando a un certo punto sia passato di mano. Il braccio militare ha cominciato a rispondere a esigenze politiche di altra natura che non coincidevano più con quelle delle Brigate Rosse o del movimento eversivo ma avevano un carattere più generale. In sostanza la morte di Moro veniva considerata come la pietra tombale sulla strategia del Compromesso storico, sull’apertura a sinistra, sulla formazione di un governo aperto anche ai comunisti, quindi con tutte le forze dell’area democratica. Questo veniva considerato un passaggio importante e come tale è stato gestito”.

Per concludere, guardandosi indietro, lei crede che avrebbe potuto funzionare ed era solo questione di tempo? Oppure che le BR volendo una legittimazione politica e quindi non potendola ottenere non avrebbero comunque accettato?

“No non è così. Guardandomi indietro giungo a due considerazioni. La prima: è un dato di fatto che l’assassinio di Moro è stato consumato il giorno prima della direzione democristiana, nella quale Fanfani avrebbe espresso la sua simpatia per le nostre iniziative e sarebbe probabilmente cambiata la maggioranza all’interno della direzione del partito di maggioranza relativa, con la conseguenza che il “partito della Fermezza” sarebbe stato se non battuto, comunque modificato. La seconda che sorge contestualmente: non c’era più il tavolo su cui queste carte dovevano essere giocate. Di qui l’impressione che il “bastone del comando” fosse già passato in mani strane con la conseguenza che la morte di Moro era diventata un processo irreversibile. Però questa è un’ipotesi. Fino a poche prima, fino alla mattina, mentre ero nell’ufficio di Cossiga in attesa dell’inizio della direzione democristiana, ci giunsero segnali che inducevano a essere se non proprio fiduciosi, almeno speranzosi”.

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

Raffaele Indolfi, inviato purosangue dell’Avanti!

Antonella Laudisi - raffaele indolfi“Raffaele se ne è andato”. Quando sul telefonino è arrivato il messaggio mi si è gelato il sangue. Sono rimasto sbigottito, incredulo. Ho subito telefonato a Ida Molaro sperando in un improbabile errore. Invece, purtroppo, nessun errore: Raffaele Indolfi, il mio carissimo amico era morto. La sua compagna, collega di Mediaset, sconvolta dal dolore, è stata telegrafica: «Scusami, non riesco a parlare, mi viene da piangere!». Ha pianto, non è stata la sola a farlo.
Raffaele Indolfi, 74 anni, allegro, ironico, sempre sorridente con il sigaro toscano in bocca, non c’è più. Ci siamo sentiti l’ultima volta al telefono giovedì primo marzo. Ero tranquillo. Dall’ospedale Gemelli mi aveva rassicurato: «Sto meglio. Sono guarito. L’infezione non c’è più». Invece è morto sabato 3 marzo. Aveva dieci anni più di me. Tra il serio e il faceto lo chiamavo don Raffaele, in omaggio alle sue capacità e agli anni in più. Ci conoscevamo da giovani: avevamo una perfetta intesa sul senso della vita, sulla politica e sul giornalismo. Scriveva divinamente, in presa diretta, una prosa chiara ed elegante.
Era un fuoriclasse. Ci eravamo conosciuti negli anni Settanta, collaboravamo all’”Avanti!”, io da Roma e lui da Napoli. Collaboratori “volontari”, non retribuiti. Nei primi anni Ottanta io ero stato assunto al servizio sindacale del giornale e gli chiesi un articolo di “maniera” su Napoli perché eravamo a corto di notizie in redazione. Lui scrisse un bellissimo pezzo sul porto di Napoli. L’incipit era “Partono i bastimenti…”. Parlava della crisi del porto e dell’occupazione nella metropoli del Mezzogiorno partendo dal ricordo delle navi degli emigranti meridionali disperati che salpavano per l’America in cerca di fortuna.
L’umanità, la socialità, la libertà erano le sue bandiere. Passò dal Movimento studentesco al Psi perché «qui si respirava aria di libertà». Dall’’Avanti!’ passò al ‘Mattino’. Politica, terrorismo, mafia, processi, cronaca nera. Prima da cronista per le pagine napoletane, poi come inviato di punta si occupò di tutto. Il lavoro di inviato era la sua passione. Era attento anche ai fatti di costume. Gli piaceva seguire anche l’elezione di Miss Italia. Ai miei dubbi rispondeva: «Belle guaglione! L’appuntamento è uno specchio per capire l’Italia!». Aveva il lavoro di giornalista nel sangue e nel cuore.
Non stava mai fermo, era sempre fuori dalla redazione di via Chiatamone. Con la sua vecchia e malandata Citroen Ds a gas girava per tutta Italia nei luoghi insanguinati dalle Brigate rosse o dalla mafia per vedere, indagare e scrivere. Aveva paura dell’aereo, così usava l’auto anche per lunghissimi percorsi, utilizzando l’alimentazione a gas per risparmiare. Lavoro e politica erano le sue grandi passioni. Era un socialista convinto. Era un sostenitore e un amico di Francesco De Martino, “u professore” di diritto romano sostituito nel 1976 da Bettino Craxi alla segreteria del Psi. Era sconvolto e nauseato dalla politica di oggi dominata da vari populismi: «Chissi so’ pazzi».
Quando dieci anni fa andò in pensione dopo un piano di “tagli” decisi dal ‘Mattino’, ci rimase male, malissimo. Voleva continuare a lavorare. Per un po’ andò abbastanza bene perché nel 2010, all’epoca del traballante governo Berlusconi, lo chiamavano dalla redazione: gli chiedevano quelle che io chiamavo le “interviste impossibili” ai cosiddetti “responsabili”, i parlamentari ai quali si rivolgeva l’allora presidente del Consiglio per assicurare una maggioranza all’esecutivo di centro-destra. Erano interviste impossibili per due motivi: gli chiedevano dopo le 20 di fare una intervista da scrivere ed impaginare entro le 22-22,30; doveva realizzare l’intervista per telefono (in modo da risparmiare) procurandosi velocemente i numeri dei “parlamentari responsabili”. Ma lui, bravo e tenace, ci riusciva superando tutte le difficoltà.
Obiettavo: «Chi te lo fa fare?!». Lui non perdeva mai la calma. Rispondeva serafico: «Mi piace!». Aggiungeva con un pizzico di autoironia surreale: «Quando vado a comprare il giornale, l’edicolante non mi dice più guardandomi negli occhi: Rafaele era…. Ma mi dice: Rafaele è…». Ma poi non lo chiamarono più per queste collaborazioni: crebbe il dispiacere e la delusione.
Lo invogliai a scrivere un libro sui tanti punti oscuri del rapimento del figlio di Francesco De Martino da parte delle Br. Iniziò e scriverlo, mi mandò anche un capitolo da leggere, ma poi si fermò. Gli chiesi di scrivere degli articoli per Sfoglia Roma, il mio giornale online. Mi rispose sì. Mi mandò un bel pezzo un anno fa, quando uscì il giornale, su un micidiale sciopero dei tassisti nella capitale, ma poi si bloccò. Quando lo pungolavo a scrivere, rispondeva lanciando fuori campo la palla: «Beato a te…!». Cominciava a stare male, aveva dolori alla colonna vertebrale, faticava a stare in piedi. I funerali si svolgono oggi a Somma Vesuviana, il suo paese. Ogni tanto si lamentava al telefono: «Non chiami mai!». Io lo chiamavo, ma ora non potrò più farlo. Ciao don Raffaele.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

È morto Carlo Ripa di Meana. Ambientalista e socialista

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E’ morto, all’età di 88 anni, Carlo Ripa di Meana, a meno di due mesi dalla scomparsa della moglie Marina. Di idee progressiste, dal 1953 al 1956 Ripa di Meana, per conto del PCI, dirige a Praga la rivista dell’Unione Internazionale degli Studenti, World Student News. A Praga incontra Bettino Craxi. Nel 1957 fa il libraio Feltrinelli a Pisa, e a Forte dei Marmi durante l’estate, fino a quando, nel 1960, Giangiacomo Feltrinelli lo chiama per l’apertura della prima sua libreria a Milano. Dal 1958 al 1960 Ripa di Meana dirige la rivista Passato e Presente (Boringhieri editore), nata attorno alla figura di Antonio Giolitti. Ripa di Meana segue lo stesso percorso, aderendo alla corrente di “Impegno socialista” ed entrando nel comitato centrale del PSI.

Nel 1963, mentre è redattore per la Rizzoli a Milano, incomincia a frequentare il Club Turati, di cui diverrà segretario. Nelle elezioni regionali del 1970 in Lombardia, le prime della storia dell’Italia repubblicana, Ripa di Meana viene eletto consigliere del PSI e viene nominato presidente della commissione statuto e presidente del gruppo socialista. Dal 1974 al 1979 Ripa di Meana è presidente della Biennale di Venezia, riformata dopo la contestazione studentesca. In questo periodo nel PSI si avvicina alla posizione politica del segretario Bettino Craxi. Propone e realizza nel 1977, tra molte difficoltà e l’esplicita opposizione del governo sovietico la Biennale del Dissenso.

Dal 1979 al 1984 Ripa di Meana è deputato socialista al Parlamento europeo, mentre dal 1985 al 1992 diviene Commissario europeo alla cultura e all’ambiente nelle Commissioni Delors I e Delors II. Nel biennio 1992-93 è Ministro dell’ambiente nel primo governo Amato. Dal 1993 al 1996 Ripa di Meana è portavoce nazionale dei Verdi, per i quali è nuovamente eletto deputato al Parlamento Europeo fino al giugno 1999.