Un Grillo Qualunque. La storia che potrebbe ripetersi

grillo

Ascoltando e rileggendo le parole di Beppe Grillo, e i contenuti del suo blog, mi viene in mente un parallelismo con una stagione politica lontana, la stagione dell’Uomo Qualunque.

Esistono molte somiglianze tra il Fronte dell’Uomo Qualunque e le espressioni utilizzate, per anni, da Grillo e dal Movimento 5 stelle delle origini. Per intenderci, l’epoca del blog del comico genovese e il movimento di opposizione dura e pura, copia sbiadita dell’attuale compagine pentastellata, guidata dal capo politico Luigi Di Maio, dal profilo governativo e “istituzionale”. A questo punto, bisogna tornare indietro nel tempo: erano gli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale e per l’Italia fu un periodo di grandi scelte di natura politica, economica e culturale. In quel contesto un movimento fece molto discutere, il Fronte dell’Uomo Qualunque, guidato da Guglielmo Giannini, avvocato napoletano, classe 1891, teatrante, autore di commedie e giornalista.

L’Uomo Qualunque fu il nome di un settimanale, cui il n. 1 apparve a Roma il 27 dicembre 1944, sorto nel segno della protesta e del malessere presente nel Mezzogiorno, nella dolorosa fase di passaggio dal fascismo al post-fascismo. Giannini firmò l’editoriale del primo numero, poi diventato un vero e proprio manifesto del movimento: “Io sono quello che ha venduto tutto per comprare il poco che ha potuto. Io sono quello che non crede più a niente e a nessuno. Io sono l’Uomo Qualunque”.

Guglielmo Giannini colse gli umori del tempo e li interpretò magistralmente. Utilizzò un linguaggio rozzo e diretto, alternativo al discorso pubblico dominante concentrato sulle virtù della nascente democrazia e su una certa enfasi resistenziale.

Alle elezioni del 1946, il Fronte dell’Uomo Qualunque, portatore di istanze liberal-conservatrici e legate all’antipolitica, ottenne un ottimo risultato, il 5,3% delle preferenze. Tuttavia, il Fronte entrò nella prima legislatura, quella del ’48, per un soffio, e concluse la sua parabola politica nel 1953.

Infatti, le difficoltà arrivarono subito dopo, in Assemblea Costituente, dove il Fronte dell’Uomo Qualunque ha subito vistosi cambiamenti di linea politica, soccombendo nel confronto con i politici del tempo. Il qualunquismo declinò in maniera piuttosto rapida poiché portatore di un fenomeno spontaneo e reazionario che immaginava uno “Stato amministrativo”, proponeva il ritorno al privato, ad una dimensione non pubblica: la sempreverde polemica dell’italiano stritolato dallo Stato.

Il Fronte dell’Uomo Qualunque rappresentava l’italiano medio, «l’uomo qualunque», schiacciato dallo Stato, che gli estorce denaro con le tasse, incurante di tutto il resto. Da questo fenomeno politico è nato il termine qualunquismo. Potremmo dire un grillismo precedente allo stesso Grillo.

Le somiglianze tra il M5S e il Fronte dell’Uomo Qualunque, così come tra Giannini e Grillo sono notevoli: entrambi uomini del mondo dello spettacolo e abili comunicatori. Ognuno di loro è padrone del mezzo comunicativo della propria epoca, tramite l’impiego massiccio della satira: Giannini nella commedia e nella carta stampata, Grillo ha puntato sull’uso della rete, del blog e sui comizi itineranti.

Il lessico dei comizi di Grillo è molto semplice, comprensibile a tutti, gergale e spesso sfocia nella volgarità. In parallelo, il linguaggio degli esponenti del Fronte dell’Uomo Qualunque era sempre irriverente e ironico: ridicolizzavano gli avversari politici storpiandone i nomi: il Partito Comunista Italiano diventa il “Partito Concimista Italiano”, Pietro Calamandrei, uno dei fondatori del Partito d’Azione diventa “Pietro Caccamandrei, così come Ferruccio Parri diventa quindi “Fessuccio Parri”.

Un secondo elemento di somiglianza è rappresentato dal “leaderismo populistico”che si sostanzia in leadership carismatiche: Grillo e Casaleggio per il M5S, Giannini per l’Uomo Qualunque. Ancora, affiorava nelle polemiche di Giannini un rifiuto dei nuovi professionisti della politica: si parlò di «Upp» (Uomini Politici Professionali), contrapponendo loro la folla indistinta d’italiani che volevano solo essere «lasciati in pace»: la tutela del particolare contro la dimensione della politica intesa come azione collettiva e professionalità. Tutto questo richiama direttamente i Vaffa-day organizzati, negli anni di opposizione, da Beppe Grillo e co.

Eventi nei quali il comico genovese attaccava i partiti e tutto l’estabilishment: “Non perdete la capacità di incazzarvi […]. I mass media, portavoce del Sistema, hanno attaccato con una violenza inaudita il Movimento. Le grandi firme, i grandi registi, cantanti pataccari, conduttori e artisti di partito si sono scatenati contro chi li avrebbe spazzati via dalle poltrone del Regime.”

In altri termini, messaggi irrazionali che mirano a colpire la pancia dell’elettore, messaggi di protesta senza proposte chiare e realizzabili.

Entrambi i movimenti rifiutano le etichette di destra e sinistra. Ciò nonostante l’Uomo Qualunque era schierato, effettivamente, su una posizione di destra: contestava il regime fascista ma, nel frattempo, denunciava una presunta rendita di posizione degli antifascisti, additando il Cln come una specie di nuovo totalitarismo; in maniera, per certi versi simile, il M5S alla prima prova di governo stringe un’alleanza programmatica con la Lega di Salvini, formazione politica chiaramente di destra nelle parole d’ordine, nei programmi e nelle alleanze europee (si pensi alla “Internazionale nera”).

La natura di destra viene sistematicamente coperta da esponenti della “sinistra interna” dei 5stelle, del tutto ininfluenti rispetto agli indirizzi politici del governo da essi sostenuto; nella stessa maniera, Giannini e l’Uomo Qualunque recitarono anche professioni di fede antifascista, aperture al Pci e appelli al Partito liberale.

Va riconosciuto sia a Giannini che a Grillo di aver rappresentato, in epoche diverse, un diffuso sentimento di delusione e una quota di genuina rabbia popolare. Dunque, con le dovute differenze, Giannini è stato un precursore, ha aperto una strada, ha dato consistenza al malessere diffuso nel Paese, segnato da una guerra lacerante, ha saputo dare rappresentanza alle inquietudini del ceto medio meridionale nella protesta contro lo Stato oppressore.

Nello stesso modo, la crisi dei partiti politici tradizionali, l’emergere di leadership sempre più personali ha spalancato le porte al qualunquismo contemporaneo, trasformando il M5S, alle ultime elezioni politiche, in un partito pigliatutto. Tuttavia, dopo la vittoria elettorale dei grillini e l’insediamento al governo rimangono le difficoltà dell’azione legislativa e dei meccanismi parlamentari. La storia potrebbe ripetersi nuovamente e i cittadini trarre preziosi insegnamenti dalle vicende di Guglielmo Giannini e dell’Uomo Qualunque.

• Sul sito web della Camera dei Deputati sono disponibili tutti gli interventi in aula, tra il 1946 e il 1953, di Guglielmo Giannini, leader del Fronte dell’Uomo Qualunque.

Paolo D’Aleo

Casaleggio e i rischi della democrazia elettronica

Negli scorsi giorni Davide Casaleggio, il figlio del cofondatore del Movimento 5 Stelle e a capo della Casaleggio Associati e dell’Associazione Rousseau, ha dichiarato che “la democrazia diretta è il futuro”, le assemblee parlamentari e la democrazia rappresentativa costituiscono un passato da archiviare.

Ma sarà davvero così?

Di sicuro, le nuove tecnologie della comunicazione, in quanto tecnicamente in grado di realizzare una partecipazione dei cittadini alla sfera pubblica, possono offrire un efficace contributo alla vitalità della democrazia pluralista.

Tuttavia, l’e-democracy, non sembra poter costituire né un’alternativa alle istituzioni rappresentative, né appare in grado di prefigurare un loro superamento.

La democrazia elettronica non deve essere considerata una forma di governo ma, tutt’al più, un sistema in grado di gestire e rivitalizzare la relazione tra le Istituzioni e i cittadini.

Occorre distinguere da una parte una comunicazione politica veicolata dai vecchi mass-media e una comunicazione realizzata invece tramite la rete, una sorta di continua diretta con i cittadini, che obbliga il politico ad aumentare la propria esposizione al pubblico.

Non è una questione di velocità nelle comunicazioni né, tantomeno, una questione di capacità di recezione generazionale. Anche la generazione dei Millenials, frequenti utilizzatori di strumenti di rete e social, non comprendono pienamente le dinamiche del web, limitandosi ad un uso dettato da un’esperienza superficiale e intuitiva.

A differenza di quanto avveniva in passato, il cittadino non è più semplice ricettore del messaggio: giornali, telegiornali, manifesti, spot pubblicitari, sono tutti strumenti passivi dal punto di vista del destinatario del messaggio. Viceversa, il web e la comunicazione 2.0 implicano un grado d’interazione immediata: condivisioni, retweet, commenti. Una capacità interattiva basata su una sintassi comunicativa semplice, non mediata e poco strutturata.

Anche l’identità del partito politico cambia in maniera piuttosto rapida con l’evoluzione dei mezzi di comunicazione: la comunicazione politica è fortemente personalizzata, si assiste a un sempre maggiore e inquietante scarto tra le promesse annunciate e i programmi effettivamente realizzati.

In questo modo, i caratteri essenziali della rappresentanza democratica tradizionale (l’eletto rappresentante del popolo, l’assenza del vincolo di mandato) vengono sostituiti dal ruolo sempre più marcato dei sondaggi d’opinione, come strumento di misurazione del consenso, che elimina qualsiasi “pensiero lungo”, o almeno di medio periodo.

Ci si trova ormai nel pieno della modernità liquida, per dirla con Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo della politica: nella nostra epoca si sono disgregati i legami sociali tra gli individui spalancando le porte ad una radicale individualizzazione. Una società dove l’individuo, egoista ed egocentrico, è afflitto dalla solitudine non potendo più contare su concetti ben definiti di tempo e spazi sociali.

La democrazia liquida diventerà negli anni la proposta organizzativa di maggior successo dei movimenti che si richiamano alla centralità della rete e in particolare del movimento dei Pirati.

L’Italia, anche in questo caso, si conferma un’isola politica di diversità, poiché nel nostro paese il Partito Pirata, espressione dell’Internazionale dei Pirati, non ha mai raggiunto livelli significativi di consenso partecipando alle competizioni elettorali, tutt’al più con singoli candidati nelle liste unitarie della sinistra radicale.

Il maggiore motivo di tale insuccesso è dovuto al sostegno raccolto dal Movimento 5 Stelle che, nonostante specifiche peculiarità che affondano le radici nella recente storia politica italiana, ha fatto del mito della rete, della trasparenza, della lotta ai vecchi partiti le principali bandiere della propria azione politica.

Questi movimenti, nelle loro differenti specificità si presentano, seguendo la classica schematizzazione della scienza politica, come movimenti antisistema, portatori di un marcato antiparlamentarismo, in forte polemica contro la partitocrazia, cui contrappongono, genericamente, le virtù e la genuinità del popolo.

I movimenti che propugnano il mito della rete rifiutano le etichette di destra e sinistra, ciò nonostante è possibile scorgere l’inconcludenza di una simile mancata definizione. Come insegna l’esperienza storica, le scelte politiche, tanto più per partiti che si prefiggono l’obiettivo del governo della società, non sono mai neutre ma si dispongono all’interno di uno spazio programmatico dove i valori, i principi, le identità politiche, si collocano nel continuum destra-sinistra, conservatori-progressisti. Dunque, si può arbitrariamente decidere di non utilizzare le classiche schematizzazioni politiche, tuttavia il contenuto della classificazione non cambia, né sarà possibile non considerarla in futuro. Bisogna aggiungere che i movimenti della democrazia elettronica confondono spesso l’agorà virtuale, la democrazia elettronica con la democrazia reale e diretta.

La democrazia diretta presuppone la quasi totale assenza d’intermediari tra cittadino e Istituzioni e, dunque, la partecipazione di tutti i cittadini alle decisioni pubbliche.

Questo è possibile, in linea generale, attraverso gli strumenti del bilancio partecipativo, gli strumenti del referendum propositivo, del referendum confermativo, l’istituzione di consulte, comitati di quartiere e assemblee civiche.

In altri termini, uno spazio cittadino che sperimenti nuovi terreni di partecipazione e progettualità, attraverso l’interazione tra più figure: dal privato sociale alle comunità migranti, fino agli enti locali, in grado di fornire risposte adeguate ai differenti bisogni.

Vale la pena ricordare che questi strumenti di democrazia diretta sono già stati sperimentati, nel contesto latinoamericano, non dalle forze antisistema ma dai partiti della sinistra socialista e popolare. Si pensi all’esperienza dell’Amministrazione popolare di Porto Alegre, a partire dal 1988, guidato dal Partido dos Trabalhadores (PT).

La democrazia elettronica è cosa diversa dalla democrazia partecipativa; l’e-democracy cela il rischio della sostanziale subalternità del cittadino, il quale vive l’illusione della partecipazione, senza percepire il subdolo potere decisorio di elitès autoreferenziali, come Blog, piattaforme online, tutti strumenti privi dei necessari contropoteri di cui la democrazia deve, invece, sostanziarsi.

La presunta alternativa alla democrazia dei partiti rischia di trasformarsi in una disordinata assemblea telematica, dove le issues risultano completamente disarticolate e il cittadino è atomizzato davanti ad uno schermo.

La crisi dei partiti di massa e delle organizzazioni intermedie mostra come le difficoltà dei tradizionali strumenti di mediazione non stiano avviando una rivoluzione dal basso, un’immaginaria democrazia diretta, ma al contrario plasmino una società chiusa e guidata dal populismo.

All’opposto, è auspicabile che si apra una nuova stagione di partecipazione, con partiti rinnovati, pregni di cultura politica, nella quale sia coinvolta la cittadinanza attiva per riaprire dei virtuosi canali di dialogo nella sfera pubblica.

In questo modo, sarà possibile sottrarsi a scorciatoie organizzative che, nei fatti, assegnano ad un establishment autoreferenziale e lontano dai bisogni della collettività, le aspettative dei cittadini, che verranno certamente disattese.

Paolo D’Aleo

• Per un’analisi più esaustiva dei partiti e dei movimenti che s’inspirano alla democrazia elettronica, si legga: P. D’Aleo, Il problematico rapporto tra cyberspazio e democrazia rappresentativa. I movimenti politici dell’e-democracy, in Politica e Società, Il Mulino, Bologna, n. 1/2018, pp. 45-60.  

Dalle “radio libere” alla giungla del web

radio aliceIl 28 Luglio 1976 è un giorno epocale per la radiofonia e l’informazione libera italiana. Proprio in questo giorno, la sentenza 202 della corte costituzionale dichiara l’illegittimità delle norme che impedivano la nascita di radio private. In particolare si sfalda la regolamentazione predisposta dalla legge 103/1975, che garantiva il monopolio statale sulle trasmissioni radiofoniche. L’articolo 1 infatti dichiarava che “La diffusione circolare di programmi radiofonici via etere o, su scala nazionale, via filo e di programmi televisivi via etere, o, su scala nazionale, via cavo e con qualsiasi altro mezzo costituisce, ai sensi dell’articolo 43 della Costituzione, un servizio pubblico essenziale ed a carattere di preminente interesse generale, in quanto volta ad ampliare la partecipazione dei cittadini e concorrere allo sviluppo sociale e culturale del Paese in conformità ai principi sanciti dalla Costituzione. Il servizio è pertanto riservato allo Stato”.

Gli articoli successivi proibivano qualsiasi attività correlata alla radiofonia, dall’installazione di impianti alla diffusione di programmi, persino per uso strettamente interno. Nonostante questi divieti le radio libere erano nate clandestinamente in molte città. Una delle più celebri era “Radio Milano International”, fondata nel 1975 da quattro ventenni: trasmettevano dalla cameretta di uno loro. Un preludio alla liberalizzazione che sarebbe scoppiata di lì a poco.

Il cavillo su cui facevano leva queste piccole realtà era il termine “circolare” incluso nella legge. Questa definizione lasciava spazio a innumerevoli interpretazioni ed aprì uno spiraglio per l’elusione della norma. Il monopolio riguardava infatti le trasmissioni circolari: un’antenna emittente e tanti destinatari. Quindi, in linea teorica, chi colloquiava via radio con dei destinatari prefissati non violava questi principi. Con questo escamotage nessuno poteva essere perseguito per il solo possesso di impianti radiofonici, visto che non necessariamente rappresentavano un’aperta violazione della legge.

Inoltre, già nel 1974, la Corte Costituzionale aveva permesso la trasmissione in locale via cavo, iniziando uno sdoganamento delle trasmissioni a corto raggio cablate. Anche questo contribuì alla successiva apertura da parte della corte costituzionale. Il paese stava acquisendo una nuova sensibilità verso una diffusione pluralista delle notizie e la Consulta non poteva restare a guardare. Con la sentenza in oggetto la diffusione locale libera diventa via etere, permettendo la nascita di grandi gruppi radiofonici nazionali. Questi ultimi iniziarono ad utilizzare una serie di ripetitori locali per far rimbalzare il segnale in ogni zona d’Italia, non violando i termini previsti dalla Corte (in linea teorica ogni ripetitore era una radio locale).

Da quel luglio di 41 anni anni la strada percorsa dall’informazione è stata lunga. La problematicità legata alle “radio libere” sembra ormai preistoria, in questo mondo digitale che pare non avere regole. Proprio questo è forse il problema attuale, l’assenza totale (o quasi) di regolamentazione, il passaggio da un eccesso all’altro determinato dalla capacità dell’innovazione di correre molto più rapidamente del legislatore la cui capacità predittiva, peraltro, appare fortemente appannata. Nello scorso secolo abbiamo assistito ad un eccesso legislativo sui media, mentre oggi sembrano essere lasciati alla mercé di chiunque, un libero terreno di caccia in cui i responsabili si riescono facilmente a occultare (significativa la storia del Blog di Beppe Grillo che porta il suo nome ma risponde solo di quel che porta la sua firma). L’esempio più lampante è il web, uno strumento tanto potente quanto pericoloso. Ognuno di noi può aprire un portale e diffondere notizie al mondo, con una scarsissima capacità di controllo da parte delle autorità. Non sono rari i casi in cui le informazioni più aberranti (vedasi tutte le bufale lanciate sui migranti) non possano essere attribuite al creatore, abilmente celatosi nella rete. Servirebbe certamente una via di mezzo; un punto di incontro tra l’anacronistico monopolio pre-1976 e la pericolosa (per la stessa libertà di pensiero) assenza di regole del 2017.

Federico Marcangeli
blog Fondazione Nenni

Germanwings, Grillo usa anche i morti contro Renzi

Grillo-Germanwings-Renzi

Renzi come il pilota tedesco che ha suicidato l’Airbus, sta portando l’Italia a schiantarsi grazie anche a una legge elettorale antidemocratica. Questo più o meno il succo di un post di Grillo al vetriolo che questa volta rischia però di avere esattamente l’effetto opposto, ovvero di squalificare il tema spostando tutta l’attenzione sugli insulti.

“Ci sono inquietanti analogie – scrive sul suo blog – tra Andrea Lubitz, il copilota dell’Airbus A320 della Germanwings che si è schiantato sulle Alpi francesi, e Matteo Renzie che sta schiantando l’Italia. Si tratta in entrambi casi di uomini soli al comando”. Nella vignetta che accompagna il post Matteo Renzi viene rappresentato alla guida di un aereo della Germanwings come quello che si è schiantato sulle Alpi francesi con 150 persone a bordo. “Entrambi si sono chiusi dentro eliminando ogni interferenza esterna”. “Dall’interno della cabina di pilotaggio Lubitz ha azionato il cockpit door, Renzie ha eliminato il Senato e ogni opposizione interna e ridotto il Parlamento a un ratificatore di decreti legge. I passeggeri dell’Airbus hanno capito solo all’ultimo che il copilota li stava portando al disastro, dopo otto lunghi minuti. L’Italia lo capirà anch’essa all’ultimo, quando non ci sarà più niente da fare. Un uomo solo al comando lo si è già visto in passato e non è stato un bello spettacolo. (…) Fermiamo Renzie finché siamo in tempo e evitiamo che dopo aver chiuso all’esterno il Senato si faccia una legge elettorale ad hoc per pilotare l’Italia a suo piacimento. Se lo lasciamo fare non ci saranno superstiti, ma soltanto “morceaux” (pezzi)”.

Grillo-blog-Germanwings

Un accostamento di infimo gusto per una critica legittima – tra l’altro non nuova – ma ridotta in questo modo a livello di insulti da ubriachi. Non un errore però, perché Grillo conosce più che bene i meccanismi della pubblicità – copia il modus operandi che fu di Oliviero Toscani – scioccando e colpendo con durezza il pubblico per emergere nel frastuono della comunicazione, e anche quelli del web che viene usato come cassa di risonanza per riportarlo sulle home page dopo una lunga eclisse.

A scandalizzarsi, almeno a parole, per le frasi di Grillo, e anche per la vignetta che le accompagna, sono stati in tanti, ovviamente soprattutto nel PD.

“Anche il diritto alla libertà d’espressione – dice Walter Verini – può e deve avere un limite: non superare la soglia del cattivo gusto, non usare tragedie, dolore, angoscia collettiva per la gag del giorno. Questo ha fatto Grillo, nel suo numero quotidiano contro il Governo e il Presidente del Consiglio Renzi. Ci aspetteremmo scuse”.

Per la Vicepresidente del Senato Valeria Fedeli “le parole con cui Grillo ha paragonato Renzi al copilota della Germanwings sono semplicemente orribili oltre che fuori luogo”. Non c’è “nulla di umano nelle parole di Grillo”, aggiunge Andrea Martella, della presidenza del gruppo Pd alla Camera.

Col PD si schiera anche Scelta Civica e il parlamentare Gianfranco Librandi aggiunge: “ormai Beppe Grillo non fa più ridere, non fa più arrabbiare, non fa più indignare. Mette solo un senso di profonda tristezza, come ogni politico alla frutta che non ha più nulla da dire. Ma se anche per esprimere il nulla deve tirare in ballo una tragedia immane che colpisce tutta l’Europa, come ha fatto oggi paragonando Renzi al pilota dell’airbus, allora farebbe meglio a tacere”.

Per Arturo Scotto, di SEL, si tratta di una “demenziale caricatura di Matteo Renzi. Contrastare con forza governo non autorizza a ironizzare sulle tragedie”.

Ma dentro il Movimento di Grillo, a leggere i commenti, prevale il fastidio per l’ultimo ‘colpo di genio’ del leader: “Beppe sei un avvoltoio che si ciba di 150 cadaveri per farsi pubblicità. Sei uno sciacallo. Fai schifo”. “‘sto post è una cazzata”, rincara un altro e ancora: “Come ti permetti di sfruttare una tragedia del genere? Vergognati pezzente bastardo, vattene da questo Paese”. O ancora: “Ve la potevate risparmiare questa”. Non mancano comunque, anche se in minoranza netta, i post che plaudono a Grillo mentre tra i deputati c’è chi sta pensando di dissociarsi.

La critica più articolata arriva però proprio dall’interno del Movimento. Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, su facebook scrive: “Non mi ritrovo assolutamente nell’infelice uscita del blog, che utilizza la tragedia della Germanwings per attaccare il governo. Si utilizzino i contenuti per attaccare Renzi, che ci sono tutti, ma non le tragedie. Forse i comunicatori del Blog dovrebbero cambiare tono, lo dico da tanto tempo, e non mi sembra di essere l’unico. Abbiamo tutti una responsabilità di fondo, che è quella di alzare il livello della politica, non di abbassarlo”.

Armando Marchio

Afrodite K: una donna,
una lavoratrice autonoma,
un tumore al seno

daniela-fregosi-petizione“Un carcinoma infiltrante alla mammella, il corpo che si trasforma, un compagno che sparisce, il conto in banca e il lavoro che vanno in tilt”. Queste le parole di “benvenuto” del blog di Daniela Fregosi, 46 anni, maremmana, consulente formativa aziendale e malata di tumore al seno. L’auspicio è che il suo blog online – che in pochi mesi ha contato oltre 53 mila accessi – possa essere utile al popolo delle libere professioniste, imprenditrici e lavoratrici autonome che sulla loro strada si sono imbattute in un cancro al seno. Ma il blog non si limita a raccontare la sua esperienza personale con la malattia: la donna ha infatti raccolto informazioni in merito alle tutele e agli ammortizzatori sociali di cui un lavoratore autonomo dovrebbe aver diritto, ma in realtà “durante le mie ricerche ho scoperto che di diritti ne hai davvero pochi” racconta all’Avanti! Daniela, più nota in Rete con il nome di Afrodite K. Continua a leggere

M5S: IL CAPO COMICO NON RIDE ALLE CRITICHE DI RODOTA’ E SCARICA IL SUO EX CANDIDATO PRESIDENTE

Grillo contro Rodotà

Tanti auguri e arrivederci. Beppe Grillo, dismessi da tempo i panni del comico con essi ha appeso al chiodo anche quel briciolo di ironia e autoironia che lo contraddistingueva. E alle parole dure come pietre del suo ex candidato alla presidenza della Repubblica lo scarica. Stefano Rodotà aveva commentato la disfatta grillina alle recenti amministrative affermando che «gli slogan non bastano più». Ma Grillo, forse cogliendo la pericolosità del giudizio critico verso la sua linea politica, con cinico e forse inconsapevole tempismo liquida il professore come un «ottuagenario miracolato dalla Rete» proprio nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Con poche righe sul blog, come uno qualunque dei “piccoli indiani” che ha fatto fuori dal suo cammino politico. «Grillo è come Crono. Mangia i suoi figli, siano essi giovinetti con lo zainetto o anziani attempati, onusti di una grande carriera, come il professor Rodotà», sentenza Renato Brunetta. E sarà pure l’opinione poco benevola di un avversario politico, ma loro, i “figli” di Crono-Grillo, possono oggi raccontare che se ti va bene, vieni liquidato con poche righe stringate sul blog, magari relegate in un post scriptum. Ma se ti va male, ti toccano parole al veleno come «miracolato dalla Rete» o peggio «pezzo di merda». Senza diritto di replica. Continua a leggere

Terremoto Idv e intesa con Grillo. Di Pietro: “Tutte boiate informative”

Deve essere stata una settimana piuttosto movimentata, quella che ha trascorso Antonio Di Pietro. Dopo l’inchiesta sulla gestione del patrimonio della sua famiglia, le critiche e gli attacchi anche da persone del suo entourage, la débâcle del suo partito nelle regionali siciliane, il presunto “ticket” con il movimento di Beppe Grillo e la notizia di voler sciogliere il suo partito, con l’intenzione di fondarne un altro, ora il leader dell’Italia dei Valori perde la pazienza e passa al contrattacco. Anzi si sfoga, sul suo blog. Per non venire meno alla tendenza del momento: comunicare attraverso la Rete, senza censure e senza filtri. «E mo’ basta» il titolo dello sfogo, tutte boiate informative», il contenuto. Continua a leggere

Grillo perde la fiducia in Favia, ma il consigliere non perde il gusto di andare in tv

Un tempo esistevano i confronti faccia a faccia, in piazza o in tv. Oggi esistono i “cinguettii” di Twitter, i post di Facebook e i blog sulla Rete, attraverso i quali le persone comunicano, si insultano e, nelle migliori delle ipotesi, si scusano. Dopo la polemica scoppiata per il fuorionda in cui Giovanni Favia denunciava la mancanza di democrazia all’interno del M5S, il giovane grillino ha “comunicato” con Beppe Grillo, intervenendo su Twitter per sottolineare di non avere nessuna intenzione di andare nel Pd. «L’M5S è sempre stata ed è la mia casa. Che fai mi cacci?», aveva “cinquettato”, utilizzando un’espressione di finiana memoria. Ieri sera, il consigliere regionale dell’Emilia Romagna, è tornato in televisione, ospite a Otto e mezzo, la trasmissione di La7 condotta da Lilli Gruber, per chiarire la sua posizione. Oggi Beppe Grillo è intervenuto sul suo blog, affermando in modo telegrafico: «Io non caccio nessuno, ma Favia non ha più la mia fiducia». Continua a leggere

Il caso del grillino Favia scatena il web. Casaleggio: «Nè io, nè Grillo abbiamo infiltrato persone nel Movimento»

«Né io né Beppe Grillo abbiamo mai definito liste, mai indicazioni su votazioni consiliari, né infiltrato persone nel Movimento Cinque Stelle». Gianroberto Casaleggio, guru, cofondatore, editore e gestore del blog del comico genovese, si affida alla pagina web del comico genovese per rispondere prontamente al consigliere regionale di Reggio Emilia, Giovanni Favia. Quest’ultimo – in un fuori onda registrato lo scorso maggio e trasmesso giovedì dal programma de La7 Piazza Pulita – aveva contestato la mancanza di democrazia nel movimento fondato da Grillo, da settimane ormai sconquassato da illazioni, critiche e presunte verità. Mentre scorrendo il blog del movimento, come tra le risposte a Favia c’è quella di un’attivista di Roma che, difendendo i vertici del Movimento, ha dichiarato: «La democrazia? Non ci serve». E Grillo tace.

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