L’erba londinese del Queen’s incorona un Cilic smagliante, ma Nole c’è

cilicE, se si tratta di parlare dei tornei su erba preparatori a Wimbledon 2018, non si può non citare il centrale Atp del Queen’s. Che dire? Non se ne può non discutere, soprattutto perché quest’anno in particolare ha riservato grosse e piacevoli sorprese. Dopo Stoccarda (dove c’è stato il ritorno di Roger Federer con la vittoria su Raonic e la conquista di nuovo della prima posizione mondiale) i riflettori erano tutti puntati sull’Atp di Halle e su quello del Queen’s londinese. In Germania lo svizzero cercava il bis tedesco: invece in finale si è dovuto arrendere al giovane croato Borna Coric che ha vinto a sorpresa il primo set al tie-break per 8 punti a 6: un tie-break particolarmente lottato seguito a un set in cui i due tennisti si sono sempre rincorsi, facendosi reciprocamente punti straordinari per rispondere a punti altrettanto eccezionali ed errori sorprendenti per cumulare regali all’avversario su altri doni equivalenti di gratuiti inaspettati; di solito l’elvetico sa sempre giocare meglio i punti decisivi invece qui ha sbagliato, anche con dritti clamorosamente mandati fuori, quelli più importanti; e sono state palle uscite non sempre di poco, dunque per lui sia sfortuna che cali di concentrazione o di stanchezza. È stato un Federer non solo un po’ deconcentrato, ma anche tanto nervoso, forse innervosito dalle polemiche con lo sponsor Nike e sul suo nuovo futuro contratto con Uniqlo. E questo è stato uno dei connotati curiosi e divertenti che hanno caratterizzato il suo esordio al primo turno a Wimbledon, contro Lajovic: non solo ha vinto facile in tre set netti per 6/1 6/3 6/4, ma a fine match, quando è andato a firmare autografi, una ragazza lo ha avvicinato chiedendogli in un cartellone giallo la sua fascia; lui l’ha cercata nel suo borsone e gliel’ha donata divertito e sorridente, felice della vittoria agevole. Invece all’Atp di Halle non era riuscito ad esprimere questo tennis e man mano si era lasciato sorprendere da un coraggioso Coric, sempre più aggressivo, che ha spinto di più nei momenti clou del match venendo anche avanti a rete (a costo di sbagliare qualche volée clamorosa). Il merito dell’impegno è stato premiato, per il giovane tennista che è rimasto sempre concentrato e non ha mai mollato. Dopo il duro primo set e tie-break, Coric ha avuto un calo nel secondo set che ha perso per 6/3, ma poi è ritornato subito alla grande nel terzo dove ha dominato con un netto 6/2: evidente la delusione e l’amarezza dello svizzero, che si è complimentato tuttavia con il giovane e talentuoso avversario, dispiacendosi di non aver espresso il suo miglior tennis al massimo come sempre. Sicuramente il croato si era avvalso del ritiro in semifinale di Bautista Agut per infortunio sul 3-2 e gli ha giovato aver giocato così poco ed essere arrivato fresco all’appuntamento decisivo con lo svizzero. Invece il n.1 in semifinale se l’era dovuta vedere con un altro giovane talento emerso: quello di Kudla, che ha sconfitto solo per 7/6 7/5; tra l’altro lo svizzero nei quarti con lo stesso punteggio aveva eliminato Ebden, mentre Kudla a sua volta aveva battuto Sugita (per 6/2 7/5), in grado di rifilare un netto 6/2 7/5 a Thiem, e Coric aveva sconfitto il nostro Andreas Seppi (per 7/5 6/3); forse invece Bautista Agut ha pagato il duro scontro di quarti contro Chacanov (3/6 7/6 6/3 il parziale a favore dello spagnolo), che aveva rifilato un doppio 6/2 a Nishikori. Dunque fuori Thiem, Nishikori c’era più spazio per Coric, dopo che aveva eliminato al primo turno la testa di serie n. 2 Alexander Zverev per 6/1 6/4 (ma visibile il suo problema fisico alla coscia, con una doppia fasciatura e la fatica a correre evidente). Se Coric porta un po’ d’Italia in Germania (poiché si allena con Riccardo Piatti), ad Halle subito in apertura derby italiano tra Seppi e Matteo Berrettini: quest’ultimo perde dall’altoatesino per 6/3 7/5; sfortunato il romano anche nel sorteggio di Wimbledon dove, al primo turno, troverà Jack Sock (l’americano è testa di serie n. 18).
Se la vittoria ad Halle è un ottimo risultato e nessuno toglie valore e merito al croato, dall’altro lato è vero che subito in apertura a Wimbledon non è riuscito a replicare l’esito positivo di tale vittoria: infatti il croato partiva da testa di serie n. 16, ma ha perso immediatamente contro il Next Gen Medvedev per 7/6(8) 6/2 6/2, tre set netti di cui un tie-break seguito da un doppio 6/2 finale molto drastico sono un invito a Borna a migliorarsi perché i margini che ha sono tanti.
E proprio in vista di Wimbledon, oltre a Federer, sono da tenere a mente e d’occhio proprio i due finalisti dell’Atp del Queen’s: Marin Cilic e Novak Djokovic. Il serbo è assolutamente ritrovato e il croato è assolutamente in fiducia. Nole ha mostrato un’ottima forma fisica e mentale, i colpi da manuale di sempre e sembra sentirsi decisamente ritornato e pronto a lottare per riconquistare i primati del passato e la vetta della classifica mondiale a pieno regime. Questa è la buona notizia, che lo ha caratterizzato in maniera costante per tutto il torneo del Queen’s. Dall’altro lato deve continuare ancora a giocare tanto e il più possibile per ritrovare la resistenza dei tempi migliori. Nella finale contro Cilic, infatti, era partito molto bene, ma è sembrato accusare un calo fisico che gli ha provocato una fase di lieve appannamento che non gli ha permesso di vincere, ma gli ha fatto perdere una finale lottata e abbordabile assolutamente per lui. Cilic del resto era in forma smagliante e testa di serie n. 1; eppure Djokovic riesce a strappargli il primo set subito in apertura per 7/5, poi però nel secondo set lottano in equilibrio entrambi molto e si va al tie-break, ma Nole se lo fa ‘soffiare sotto il naso’ per 7 punti a 4; questo è il momento decisivo che farà rigirare la partita: il serbo si innervosisce, il croato ritrova fiducia e coraggio e prende sempre più campo; nel frattempo un po’ di sfortuna clamorosa per Nole e un po’ di stanchezza per il serbo, lo fanno sbagliare qualcosina in più che pregiudicherà l’esito del terzo set, che perderà per 6/3 (quasi come avesse ceduto rassegnato ad un certo punto, crollando stavolta anche fisicamente). Comunque l’ex n. 1 è assolutamente in corsa per Wimbledon con i più forti, dove può arrivare tranquillamente sino in fondo al torneo e fino agli ultimi turni (laddove non a conquistare il titolo come più volte in passato). Da notare al torneo del Queen’s l’arrivo in semifinale di Nick Kyrgios: l’australiano ha battuto al primo turno proprio Andy Murray in tre set (per 2/6 7/6 7/5); peccato che poi si sia preso una multa per imprecazioni in campo e apertura del codice di comportamento antisportivo per non aver giocato in campo, ma per aver buttato via i punti. Il giovane ‘aussie’ ha perso in semifinale contro Cilic con un doppio 7/6: il primo per 7 punti a 3, il secondo per 7 punti a 4; l’australiano cercava qui al Queen’s il riscatto dalla semifinale persa contro Federer a Stoccarda. Djokovic, invece, in semifinale a Londra ha battuto il francese Chardy per 7/6(5) 6/4, che aveva vinto il derby transalpino con Richard Gasquet nei Paesi Bassi all’Atp 250 di ’s-Hertogenbosch.

Next Gen Atp Finals di Milano: Chung asso piglia tutto, ma c’è anche Quinzi

Le Next Gen Atp Finals erano l’evento dell’anno. Innanzitutto perché scendevano in campo i giovani; poi per le nuove regole sperimentate, poi perché era la prima edizione e si poneva un po’ in concorrenza con le Atp Finals di Londra. La manifestazione non si è smentita ed è stata un successo. Tanto che soddisfazione è stata espressa dal presidente della Federtennis, Angelo Binaghi, che si è detto entusiasta delle nuove regole, che hanno reso più “entusiasmante” il torneo: un’innovazione e una sperimentazione riuscita. Vediamole da vicino.

Hyeon-Chung-675x275Le nuove regole delle Next Gen Atp Finals. Si giocava al meglio dei 5 set, ma ogni parziale si concludeva in 4 games, senza differenza di due, e sul 3-3 c’era il tie-break a sette punti. Non c’erano neppure i vantaggi e il net sul servizio non faceva ripetere la prima battuta, ma si continuava a giocare. Poi tra un punto e un altro i giocatori avevano a disposizione 25 secondi e non più 20. I tennisti potevano contare, inoltre, su un coaching molto più ampio: tramite delle cuffie potevano usufruirne quando volevano (anche ad ogni cambio campo), purché parlassero in inglese. Più peso dato al “falco” e via i giudici di linea. Infine, grossa novità, il pubblico sugli spalti poteva muoversi purché non sedesse in prima fila, ma nelle fasce più lontane per non disturbare i giocatori. Lo scopo era velocizzare i match e renderli più avvincenti. Sicuramente impresa riuscita, in quanto i ritmi più rapidi hanno reso gli scambi più interessanti, ma non hanno scorciato i tempi delle partite (molte sono finte in due ore). Approvate – come detto – da Binaghi, è stato lo stesso presidente di Federtennis ad annunciare che per i prossimi quattro anni si giocherà ancora di nuovo a Milano, per altre edizioni che si apprestano ad essere appuntamenti importanti e fissi, anche se a fine stagione. Di sicuro le Next Gen elevano il tennis italiano nel panorama mondiale; con le Finals di Milano, che seguono agli Internazionali Bnl d’Italia a Roma, si equipara un po’ il nostro Paese ad altre nazioni quali Regno Unito e Francia. Inoltre la regione Lazio ha stanziato più di nove milioni di euro per la riqualificazione, l’adeguamento e la messa in sicurezza degli impianti sportivi esistenti in tutta la regione. Un primo passo per avere una sorta di Next Gen a Roma, di preparazione agli Internazionali del Foro Italico di maggio, magari di sole tenniste per creare le Next Gen Wta Finals? Chissà.

Le rivelazioni delle Next Gen. A sancire il tripudio delle Next Gen Atp Finals di Milano, intanto, sono state molte rivelazioni. Innanzitutto il vincitore assoluto è stato – a sorpresa – Hyeon Chung, primo coreano dopo 14 anni a vincere un torneo, che ha fatto incetta. Ha incassato ben 390mila dollari, derivanti dal montepremi finale, a cui sommare il bonus di partecipazione di 50mila dollari e quello (di circa 30mila dollari) per aver vinto tutte le partite. Un torneo strepitoso il suo, con cui ha strappato di mano la vittoria al super-favorito. Dopo il forfait di Alexander Zverev (che ha optato per giocare a Londra e che qui a Milano si è reso protagonista di un match d’esibizione ad apertura della manifestazione), era di certo Andrey Rublev ad avere tutti gli occhi puntati su di sé. Ed era anche cresciuto durante il torneo, aprendosi sempre di più al pubblico, più disponibile e spigliato nelle interviste, sempre più in fiducia, soprattutto dopo la semifinale eccezionale (“la migliore partita che abbia giocato in tutto il torneo”, per sua stessa ammissione) disputata contro Borna Coric (sconfitto per 4/1 4/3 4/1). Forse, però, problemi fisici per il croato che non è sceso in campo (per problemi allo stomaco) a giocare la semifinale per contendersi il terzo posto contro Medvedev (e infatti si è tenuto un altro incontro-esibizione). Tuttavia, l’uomo rivelazione delle Next Gen non è stato tanto o non solo Rublev, ma soprattutto (oltre Chung) Denis Shapovalov. Il 18enne canadese, infatti, ha ricevuto un importante riconoscimento da parte dell’Atp, che gli ha consegnato il premio “Most Improved Player Of The Year”, quale giocatore che ha fatto più progressi durante la stagione, per cui era candidato anche lo stesso Andrej Rublev (oltre Alexander Zverev). Sicuramente ha vinto in simpatia per il pubblico Denis, che ha saputo conquistarlo con la sua disinvoltura (incitandolo ed esortandolo a sostenerlo e supportarlo). Lui ha incassato 80mila dollari (a pari-merito con Khachanov), mentre 235mila per il secondo classificato Rublev. Coric è arrivato terzo (con un assegno incassato di 190mila dollari), seguito a poca distanza da Medvedev (con 185mila). Ma Milano si è scaldata, già entusiasta del nuovo torneo come ha dimostrato il sold out dei match e gli spalti colmi di gente che applaudiva e guardava con interesse, anche grazie all’azzurro Gianluigi Quinzi. Per l’italiano un buon risultato raggiunto dopo aver superato le qualificazioni (in una finale molto combattuta contro Baldi); per lui match molto equilibrati e lottati, alla pari con questi giovani campioni internazionali. Non c’erano in palio punti Atp, per non fare disparità dato che erano in pochi e una nicchia di giocatori a disputarlo e non era aperto a tutti, ma l’impegno dei tennisti è stato comunque massimo. Un vero spettacolo che Quinzi ha contribuito ad alimentare (portando a casa, come Donaldson, 50mila euro). Rivelazione di un Gianluigi generoso, che non si è risparmiato, ma ha lottato, corso tanto e tirato fuori dal suo cilindro i colpi migliori e la grinta più tenace. Così come altra sorpresa è stato Medvedev, dimostratosi un grande lottatore (anche se forse in maniera meno eclatante e più contenuta) e in grado di rimontare diversi match, che sembravano persi per lui. Anche per questo il quarto posto è stato il suo.

La finale e le partite più belle. Ma sicuramente il vero protagonista delle Nexy gen Atp Finals sono state le emozioni, che hanno fatto dei finalisti un vero e proprio “personaggio”: ciascuno a suo modo. Chung per aver avuto il pieno auto-controllo di ogni momento e fase del match, su ogni punto, senza perdere il comando dei “nervi”. Dall’altro lato un Rublev che, invece, a un passo dal trionfo, ha tremato, ha esitato un attimo e avuto un po’ di tensione, un lieve black-out che gli è stato fatale e lo ha mandato in confusione, rimettendo in partita il coreano. Visibilmente nervoso (sua la prima racchetta del torneo rotta malamente), le grida di rabbia e di disappunto, di risentimento per scarso rendimento a suo avviso, e la delusione e l’amarezza per la sconfitta e per l’occasione sciupata (che non ha nascosto durante la premiazione). Dopo l’entusiasmo della semifinale straordinaria contro Coric, il rammarico per questa finale non proprio al top. Ma del resto giocare contro questo Chung non era facile, richiedeva di non avere cedimenti e di non concedere nulla. Finale terminata (dopo quasi due ore, in rimonta per il coreano) per: 3/4 4/3 4/2 4/2. Due tie-break dimostrano l’equilibrio del match. In sintesi: Rublev parte bene, poi sbaglia qualcosina di troppo e il secondo tie-break è di Chung, che prende il volo. Infila un doppio 4/2 a dimostrazione di una partita ormai a senso unico, in cui Hyeon ha preso il controllo e domina un Rublev confuso, che non sapeva più che fare (ma ha dato il massimo, ci ha messo il cuore, quasi in lacrime a fine incontro). Il coreano ha, così, confermato il 4/0 4/1 4/3 che aveva rifilato a Rublev nell’altro ‘girone di andata’ – per così dire – di questo torneo a due gironi (A e B). È stato sempre lui a rendersi protagonista di alcuni dei più bei match del torneo. Innanzitutto contro Medvedev (terminato per 4/1 4/1 3/4 1/4 4/0) o contro il nostro Quinzi (sempre in 5 set: 1/4 4/1 4/2 3/4 4/3). Se, poi, Gianluigi si era comportato egregiamente anche contro Rublev (con cui ha perso al quinto set con il punteggio di: 1/4 4/0 4/3 0/4 4/3), non si possono non evidenziare almeno altri due match eccezionali. In primis quello, tanto atteso, di Rublev e Shapovalov (portato a casa dal finalista solo dopo 5 set per: 4/1 3/4 4/3 0/4 4/3): tre tie-break, non male. Così come equilibratissimo è stato quello tra Khackanov e Coric (Bora si è imposto per 3/4 2/4 4/2 4/0 4/2). A Rublev resterà la soddisfazione di vedersi assegnato il miglior punto del torneo: un rovescio in cross molto stretto di risposta sul servizio di Coric in semifinale sul suo lato sinistro: imprendibile e semplicemente eccezionale, anche il suo avversario non ha potuto che applaudire e complimentarsi.

Next Gen Atp Finals di Milano: Chung asso piglia tutto, ma c’è anche Quinzi

Le Next Gen Atp Finals erano l’evento dell’anno. Innanzitutto perché scendevano in campo i giovani; poi per le nuove regole sperimentate, poi perché era la prima edizione e si poneva un po’ in concorrenza con le Atp Finals di Londra. La manifestazione non si è smentita ed è stata un successo. Tanto che soddisfazione è stata espressa dal presidente della Federtennis Angelo Binaghi, che si è detto entusiasta delle nuove regole, che hanno reso più “entusiasmante” il torneo: un’innovazione e una sperimentazione riuscita. Vediamole da vicino.
quinziLe nuove regole delle Next Gen Atp Finals. Si giocava al meglio dei 5 set, ma ogni parziale si concludeva in 4 games, senza differenza di due, e sul 3-3 c’era il tie-break a sette punti. Non c’erano neppure i vantaggi e il net sul servizio non faceva ripetere la prima battuta, ma si continuava a giocare. Poi tra un punto e un altro i giocatori avevano a disposizione 25 secondi e non più 20. I tennisti potevano contare, inoltre, su un coaching molto più ampio: tramite delle cuffie potevano usufruirne quando volevano (anche ad ogni cambio campo), purché parlassero in inglese. Più peso dato al “falco” e via i giudici di linea. Infine, grossa novità, il pubblico sugli spalti poteva muoversi purché non sedesse in prima fila, ma nelle fasce più lontane per non disturbare i giocatori. Lo scopo era velocizzare i match e renderli più avvincenti. Sicuramente impresa riuscita, in quanto i ritmi più rapidi hanno reso gli scambi più interessanti, ma non hanno scorciato i tempi delle partite (molte sono finte in due ore). Approvate – come detto – da Binaghi, è stato lo stesso presidente di Federtennis ad annunciare che per i prossimi quattro anni si giocherà ancora di nuovo a Milano, per altre edizioni che si apprestano ad essere appuntamenti importanti e fissi, anche se a fine stagione. Di sicuro le Next Gen elevano il tennis italiano nel panorama mondiale; con le Finals di Milano, che seguono agli Internazionali Bnl d’Italia a Roma, si equipara un po’ il nostro Paese ad altre nazioni quali Regno Unito e Francia. Inoltre la regione Lazio ha stanziato più di nove milioni di euro per la riqualificazione, l’adeguamento e la messa in sicurezza degli impianti sportivi esistenti in tutta la regione. Un primo passo per avere una sorta di Next Gen a Roma, di preparazione agli Internazionali del Foro Italico di maggio, magari di sole tenniste per creare le Next Gen Wta Finals? Chissà.
Le rivelazioni delle Next Gen. A sancire il tripudio delle Next Gen Atp Finals di Milano, intanto, sono state molte rivelazioni. Innanzitutto il vincitore assoluto è stato – a sorpresa – Hyeon Chung, primo coreano dopo 14 anni a vincere un torneo, che ha fatto incetta. Ha incassato ben 390mila dollari, derivanti dal montepremi finale, a cui sommare il bonus di partecipazione di 50mila dollari e quello (di circa 30mila dollari) per aver vinto tutte le partite. Un torneo strepitoso il suo, con cui ha strappato di mano la vittoria al super-favorito. Dopo il forfait di Alexander Zverev (che ha optato per giocare a Londra e che qui a Milano si è reso protagonista di un match d’esibizione ad apertura della manifestazione), era di certo Andrey Rublev ad avere tutti gli occhi puntati su di sé. Ed era anche cresciuto durante il torneo, aprendosi sempre di più al pubblico, più disponibile e spigliato nelle interviste, sempre più in fiducia, soprattutto dopo la semifinale eccezionale (“la migliore partita che abbia giocato in tutto il torneo”, per sua stessa ammissione) disputata contro Borna Coric (sconfitto per 4/1 4/3 4/1). Forse, però, problemi fisici per il croato che non è sceso in campo (per problemi allo stomaco) a giocare la semifinale per contendersi il terzo posto contro Medvedev (e infatti si è tenuto un altro incontro-esibizione). Tuttavia, l’uomo rivelazione delle Next Gen non è stato tanto o non solo Rublev, ma soprattutto (oltre Chung) Denis Shapovalov. Il 18enne canadese, infatti, ha ricevuto un importante riconoscimento da parte dell’Atp, che gli ha consegnato il premio “Most Improved Player Of The Year”, quale giocatore che ha fatto più progressi durante la stagione, per cui era candidato anche lo stesso Andrej Rublev (oltre Alexander Zverev). Sicuramente ha vinto in simpatia per il pubblico Denis, che ha saputo conquistarlo con la sua disinvoltura (incitandolo ed esortandolo a sostenerlo e supportarlo). Lui ha incassato 80mila dollari (a pari-merito con Khachanov), mentre 235mila per il secondo classificato Rublev. Coric è arrivato terzo (con un assegno incassato di 190mila dollari), seguito a poca distanza da Medvedev (con 185mila). Ma Milano si è scaldata, già entusiasta del nuovo torneo come ha dimostrato il sold out dei match e gli spalti colmi di gente che applaudiva e guardava con interesse, anche grazie all’azzurro Gianluigi Quinzi. Per l’italiano un buon risultato raggiunto dopo aver superato le qualificazioni (in una finale molto combattuta contro Baldi); per lui match molto equilibrati e lottati, alla pari con questi giovani campioni internazionali. Non c’erano in palio punti Atp, per non fare disparità dato che erano in pochi e una nicchia di giocatori a disputarlo e non era aperto a tutti, ma l’impegno dei tennisti è stato comunque massimo. Un vero spettacolo che Quinzi ha contribuito ad alimentare (portando a casa, come Donaldson, 50mila euro). Rivelazione di un Gianluigi generoso, che non si è risparmiato, ma ha lottato, corso tanto e tirato fuori dal suo cilindro i colpi migliori e la grinta più tenace. Così come altra sorpresa è stato Medvedev, dimostratosi un grande lottatore (anche se forse in maniera meno eclatante e più contenuta) e in grado di rimontare diversi match, che sembravano persi per lui. Anche per questo il quarto posto è stato il suo.
La finale e le partite più belle. Ma sicuramente il vero protagonista delle Nexy gen Atp Finals sono state le emozioni, che hanno fatto dei finalisti un vero e proprio “personaggio”: ciascuno a suo modo. Chung per aver avuto il pieno auto-controllo di ogni momento e fase del match, su ogni punto, senza perdere il comando dei “nervi”. Dall’altro lato un Rublev che, invece, a un passo dal trionfo, ha tremato, ha esitato un attimo e avuto un po’ di tensione, un lieve black-out che gli è stato fatale e lo ha mandato in confusione, rimettendo in partita il coreano. Visibilmente nervoso (sua la prima racchetta del torneo rotta malamente), le grida di rabbia e di disappunto, di risentimento per scarso rendimento a suo avviso, e la delusione e l’amarezza per la sconfitta e per l’occasione sciupata (che non ha nascosto durante la premiazione). Dopo l’entusiasmo della semifinale straordinaria contro Coric, il rammarico per questa finale non proprio al top. Ma del resto giocare contro questo Chung non era facile, richiedeva di non avere cedimenti e di non concedere nulla. Finale terminata (dopo quasi due ore, in rimonta per il coreano) per: 3/4 4/3 4/2 4/2. Due tie-break dimostrano l’equilibrio del match. In sintesi: Rublev parte bene, poi sbaglia qualcosina di troppo e il secondo tie-break è di Chung, che prende il volo. Infila un doppio 4/2 a dimostrazione di una partita ormai a senso unico, in cui Hyeon ha preso il controllo e domina un Rublev confuso, che non sapeva più che fare (ma ha dato il massimo, ci ha messo il cuore, quasi in lacrime a fine incontro). Il coreano ha, così, confermato il 4/0 4/1 4/3 che aveva rifilato a Rublev nell’altro ‘girone di andata’ – per così dire – di questo torneo a due gironi (A e B). È stato sempre lui a rendersi protagonista di alcuni dei più bei match del torneo. Innanzitutto contro Medvedev (terminato per 4/1 4/1 3/4 1/4 4/0) o contro il nostro Quinzi (sempre in 5 set: 1/4 4/1 4/2 3/4 4/3). Se, poi, Gianluigi si era comportato egregiamente anche contro Rublev (con cui ha perso al quinto set con il punteggio di: 1/4 4/0 4/3 0/4 4/3), non si possono non evidenziare almeno altri due match eccezionali. In primis quello, tanto atteso, di Rublev e Shapovalov (portato a casa dal finalista solo dopo 5 set per: 4/1 3/4 4/3 0/4 4/3): tre tie-break, non male. Così come equilibratissimo è stato quello tra Khackanov e Coric (Bora si è imposto per 3/4 2/4 4/2 4/0 4/2). A Rublev resterà la soddisfazione di vedersi assegnato il miglior punto del torneo: un rovescio in cross molto stretto di risposta sul servizio di Coric in semifinale sul suo lato sinistro: imprendibile e semplicemente eccezionale, anche il suo avversario non ha potuto che applaudire e complimentarsi.

US Open 2017: big Nadal e derby tra americane in finale alla Stephens

rafael-nadal-us-open-first-roundChe cosa è successo quest’anno agli US Open? Di tutto e di più. Difficile descrivere quale sia stato il momento topico e più caratterizzante di un’edizione 2017 ricca di emozioni contrastanti. Innanzitutto subito ha fatto notizia la wild card concessa a Maria Sharapova; poi l’attesa è salita quando si è saputo che al primo turno la russa si sarebbe scontrata con la numero 2 al mondo (che inseguiva la prima posizione nel ranking mondiale), ovvero Simona Halep; entusiasmo successivamente montato alle stelle quando la siberiana ha vinto sulla rumena in tre set (per 6-4, 4-6, 6-3) e tutti già vedevano Masha lanciata in semifinale, per via di un tabellone accessibile (invece al secondo turno ha battuto la Babos faticando al terzo set, poi la Kenin in due set, per poi perdere dalla Sevastova, sempre al terzo set). Dall’altra parte, il tabellone maschile incuriosiva per i forfait di Murray (molti hanno avuto da ridire perché si è tirato indietro a tabelloni già formati nel primo giorno di qualificazioni), Djokovic e Raonic: il primo per problemi all’anca, il secondo per l’infortunio al gomito e il terzo per l’operazione al polso. Ma il serbo è stato, comunque, al centro delle attenzioni con la notizia della nascita della sua secondogenita (chiamata Tara), avuta dalla moglie Jelena (dopo il piccolo Stefan); così come anche Serena Williams, nonostante l’assenza, ha fatto parlare di sé diventando anche lei mamma per la prima volta di una bambina. Viceversa, notizie meno buone sono venute dalle condizioni meteo: la pioggia ad inizio torneo ha fatto giocare solamente con il campo centrale coperto e provocato diverse interruzioni e sospensioni dei match; nel finale l’arrivo e il passaggio dell’uragano Irma sulla Florida ha destato preoccupazione: molti giocatori hanno dedicato un pensiero alle vittime, in primis Venus Williams che lì ha la famiglia, ma anche il vincitore del tabellone maschile.  Ed è stato proprio lo spagnolo Rafael Nadal a replicare l’impresa compiuta al Roland Garros: se lì era salito a quota dieci edizioni vinte, con la conquista quest’anno del titolo allo Slam americano si porta a sedici vinti in tutto. Il campione di Maiorca ha dominato in finale l’americano Kevin Anderson per 6/3 6/3 6/4, togliendogli il tempo, con un’aggressività e un’incisività notevoli: non solo è venuto molto spesso a rete, ma è stato velocissimo negli spostamenti, nel raggiungere il net e le palle dell’avversario e, soprattutto, a non dargli ritmo, rispondendo con passanti micidiali ai suoi attacchi; superiore in tutto, le sue percentuali parlano chiaro: quelle di servizio sono molto più alte e positive di quelle dell’americano, i vincenti pure, le palle break sfruttate e realizzate lo stesso; viceversa non ha funzionato il servizio di Anderson, che ha realizzato molti meno aces del previsto e non è stato brillante nelle volées come al solito. Nadal, infatti, ha avuto molte chances di chiudere prima e più facilmente la partita. Lui ha detto di essere sempre stato convinto di poter vincere, ha voluto ricordare tutti i cittadini americani in difficoltà a causa di Irma, si è detto entusiasta per questa vittoria in uno Slam straordinario che gli dà una carica incredibile. Se prima del match aveva detto che -a suo avviso- avrebbe vinto chi avrebbe giocato meglio, la risposta non ha tardato ad arrivare: lui ha completamente dominato una finale che sarebbe potuta essere anche più equilibrata. Curiosità: correva l’anno 1998 quando i due si scontrarono, giovanissimi, allo Stuttgart Junior Mastres. Quella femminile non ha regalato meno emozioni. Se nel 2015 c’era stata quella tra due italiane, quest’anno -per la gioia di tutti gli statunitensi- è stata la volta di due americane. Non accadeva dal 2002, quando si affrontarono le sorelle Williams. Ed in semifinale erano state addirittura quattro (Coco Vandeweghe, Venus Williams, Madison Keys e Sloane Stephens). Sono state le ultime due ad arrivare in finale: la “pargola” della Davenport aveva eliminato la prima delle quattro citate per 6/1 6/2, l’altra la maggiore delle sorelle Williams (con il punteggio, lottatissimo, di 6/1 0/6 7/5). Sloane, poi, ha giocato la migliore delle sue partite proprio in finale, aggiudicandosi un assegno di circa tre milioni di dollari. Viceversa l’emozione ha bloccato Madison, che è stata molto fallosa e non è riuscita minimamente ad impensierire l’avversaria, che è stata perfetta mettendo a segno passanti e accelerate (soprattutto di dritto e incrociate, anche in cross stretto) impressionanti. Giocatrice inaspettata, ha impressionato tutti a sorpresa, giungendo prima in finale e poi conquistando il titolo (è il suo primo ed unico Slam). Netto e severo il parziale inflitto a una Keys in confusione, visibilmente emozionata e commossa (in lacrime, quasi amareggiata, dispiaciuta e delusa di non riuscire ad imprimere il suo miglior gioco), di 6/3 6/0. La Keys era testa di serie n. 16 del tabellone, mentre non era testa di serie Sloane; ma non è nuova a buoni exploit negli Slam: ricordiamo che arrivò in finale in doppio nel 2008 con la Burdette proprio qui agli Us Open e che, l’anno successivo, al Roland Garros del 2009, nel singolare donne perse in semifinale da Kristina Mladenovic. Giocatrice simpatica, tornava da un lungo infortunio e, soprattutto, ben conosceva la Keys e la Davenport. È stata anche commentatrice per TennisChannel e ciò l’ha aiutata a studiare e conoscere meglio le avversarie, oltre a divertirsi molto. A provocare la standing ovation del pubblico, però, in finale contro la Keys è stata la splendida e sincera amicizia (confermata apertamente dalle due) delle tenniste, che si sono prima abbracciate a fine partita e poi si sono messe a chiacchierare tranquillamente sulla panchina in attesa della premiazione, scambiandosi bei sorrisi reciproci. Lungo l’applauso del pubblico per loro.

Ma le finali sono legate un po’ anche all’Italia. È stato, infatti, Kevin Anderson (nel maschile) a sconfiggere il migliore degli azzurri a questo Grand Slam: Paolo Lorenzi, al quarto turno, per 6/4 6/3 6/7 6/4. Lorenzi ha fatto il massimo contro un americano ispirato; precedentemente era stato protagonista di uno dei due derby italiani con Fabbiano (che aveva battuto per 6/2 6/4 6/4); l’altro era stato quello tra Stefano Travaglia e Fabio Fognini. Il ligure è uscito di scena per mano dell’altro con il punteggio di 6-4, 7-6, 3-6, 6-0, ma la peggiore delle conseguenze è stato l’insieme di sanzioni per gli insulti che ha rivolto alla giudice di linea (per cui si è scusato pubblicamente): ha perso i punti e i soldi di questo Grand Slam, non ha potuto giocare neppure il doppio con Simone Bolelli di terzo turno, ha dovuto pagare una multa di 24mila dollari (pari a circa 20mila euro), rischia la radiazione da tutti i Grand Slam. Il tennista ha riconosciuto di aver sbagliato, ma non sarà facile riprendersi. Come noto, è legato da tempo a Flavia Pennetta (da cui ha avuto il piccolo Federico) che qui vinse nel 2015 contro Roberta Vinci (uscita al primo turno, ma che è come avesse trionfato tornando in possesso di una copia del piatto conquistato in quanto finalista e che le era stato rubato, che gli organizzatori le hanno donato quest’anno). Quindi al caso Sharapova si è affiancato quello Fognini. Alle brutte notizie dell’uragano Irma e della sanzione per il ligure, le buone notizie non solo delle nuove nascite per alcuni dei campioni più amati, ma anche di storie a lieto fine (sia nel maschile che nel femminile). Il nostro Stefano Travaglia, infatti, ha avuto in passato un episodio simile a quello di cui è stata vittima Petra Kvitova, ovvero l’incidente a una mano che sembrava destinarli a tenerli per sempre lontano dai campi da tennis e che invece li vedono ancora qui sempre più in forma. La ceca è stata una delle tenniste più al top in questi Us Open: è stata sconfitta da Venus per 6/3 3/6 6/7, dopo aver eliminato per 7/6 6/3 la Muguruza, che non ha vinto, ma è diventata numero uno; spodestando, così, la Pliskova. Karolina ha annunciato le sue prossime nozze e, soprattutto, di voler devolvere circa 200 euro per ogni ace segnato durante il torneo al Centro di Ematologia e Oncologia per bambini del Motol University Hospital di Praga; sono stati in tutto 28, per un totale pari a circa 5.600 dollari. Come la Kvitova, nel maschile si è segnato il grande ritorno di Juan Martin Del Potro (arrestatosi solamente davanti a Nadal in semifinale al quarto set, dopo aver vinto il primo per 6/4). Inevitabile per Kvitova e Del Potro un riconoscimento: il premio per la correttezza e la sportività in campo assegnato qui a Flushing Meadows, ovvero due Sportsmanship Awards. Se la lettone Sevastova, l’estone Kanepi e la giovane Kenin (eliminata per 7/5 6/2 dalla Sharapova), sono state quasi delle rivelazioni del torneo femminile, l’edizione 2017 degli Us Open è stata in assoluto quella dei giovani.

Che sarebbe stato un Grand Slam diverso e “speciale” lo si era intuito sin a subito; ma forse nessuno avrebbe pensato sarebbe stato così particolare. Ề stato il Grand Slam dei giovani, per questo ancor più “fresco”. Nuovo innanzitutto perché, sin dagli esordi nelle qualificazioni ad esempio, si testavano nuove regole di gioco (che verranno riprese alle NextGen Atp Finals); si tratta del cosiddetto shot-clock, che prevede 2 minuti per il sorteggio, 5 per il palleggio di riscaldamento, 1 fra il riscaldamento e il primo punto del match, 5 per cambiarsi i vestiti (effettivi in quanto partono da quando il giocatore è arrivato negli spogliatoi), 3 per il medical time-out, 25 secondi (con un’aggiunta di 5 secondi rispetto ai 20 precedenti e che parte da quando è stato annunciato il punteggio dal giudice di sedia) tra un punto e l’altro per servire la prima, infine è permesso il coaching, cioè la possibilità per i giocatori di parlare con i propri allenatori quando sono dalla parte di campo dove questi ultimi siedono, ma saranno permessi anche segnali purché silenziosi. Molti i nomi dei giovani talenti emersi qui a Flushing Meadows: oltre ad Alexander Zverev, Borna Coric (i due si sono scontrati e sono stati protagonisti di un match molto entusiasmante che ha rischiato di andare al quinto set: il croato ha avuto la meglio per 3/6 7/5 7/6 7/6; poi ha perso da Anderson) e Dominic Thiem, Andrey Rublev e Diego Schwartzman (per loro i quarti: il primo ha eliminato tra l’altro Dimitrov, Dzumhur, Goffin, fermato poi da Rafa suo mito, tanto da giocare a 11 anni con lo stesso completo dello spagnolo), Pablo Carreno Busta (giunto sino alla semifinale, ha sorpreso la sua solidità e continuità con la regolarità dei colpi), Denis Shapovalov (che ha convinto tutti al quarto turno contro Carreno Busta, uscito dopo tre duri tie break); oppure Radu Albot (che ha eliminato il padrone di casa Sam Querrey) o John Millman (che si è liberato in tre set del tedesco Kohlschreiber). Ma gli Us Open 2017 segnano il ritorno alla vittoria di una ex numero uno: Martina Hingis, che ha conquistato sia il doppio misto con Jamie Murray, che quello femminile con la Chan (che aveva affrontato contro nel misto precedentemente citato). Soddisfacenti i quarti per Federer che si è arreso a Del Potro.