Salvini si ritaglia una Rai al veleno

salvini«Tanti nemici, tanto onore!». Matteo Salvini ha riesumato senza imbarazzo “Molti nemici, molto onore!”, uno dei motti più celebri di Benito Mussolini. Lo slogan non ha portato bene al duce del fascismo e a Gaio Giulio Cesare che lo utilizzò in precedenza, a Salvini potrebbe accadere lo stesso con una Rai al veleno.

Sulla spartizione dei vertici di viale Mazzini, Salvini ha patito la sua prima cocente sconfitta: la nomina da parte del governo grilloleghista di Marcello Foa a “presidente di garanzia” dell’azienda pubblica radiotelevisiva non è stata ratificata dalla commissione parlamentare di Vigilanza.

Foa non ha ottenuto i due terzi dei voti previsti dalla legge. Forza Italia, il Pd e Liberi e Uguali, all’opposizione, non hanno partecipato alla votazione e il candidato leghista è stato bocciato perché i voti leghisti e pentastellati non sono bastati a raggiungere la maggioranza qualificata dei due terzi. Salvini è perfino andato a trovare Silvio Berlusconi ricoverato nell’ospedale milanese San Raffaele per accertamenti, ma il presidente di Forza Italia non ha voluto sentire ragioni. Gli azzurri non hanno sopportato il metodo: il ministro dell’Interno non ha concordato la candidatura ma l’ha semplicemente comunicata a Forza Italia. Il partito dell’ex presidente del Consiglio ha argomentato su Twitter: «Il servizio pubblico non appartiene alla maggioranza o al governo. Appartiene a tutti». I sindacati dei giornalisti, mai teneri con Berlusconi, hanno lanciato critiche analoghe. Fnsi e Usigrai, hanno attaccato immediatamente la nomina come un atto di «totale sudditanza al governo» che però è stata stoppata dal voto negativo in Vigilanza.

È scoppiata la guerra tra i vecchi componenti del centro-destra. Salvini, dopo la bocciatura, ha rinnovato “la fiducia” a Marcello Foa con il rischio di delegittimare l’amministratore delegato e il consiglio di amministrazione della Rai. Il segretario del Carroccio, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha attaccato a testa bassa: «La Lega prende atto che Forza Italia ha scelto il Pd per provare a fermare il cambiamento per la Rai, per il taglio dei vitalizi e per altro ancora». Adesso è sospesa a un filo la stessa sorte della coalizione di centro-destra, la storica alleanza elettorale con Berlusconi tessuta prima da Bossi, poi da Maroni e quindi dallo stesso Salvini.

Ma Salvini deve fare i conti anche con Di Maio. Il capo dei cinquestelle, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico con toni pacati ma decisi ha dato l’altolà all’alleato dell’esecutivo gialloverde: «Il governo non può ignorare il voto della Vigilanza». Perciò Foa si può riproporre solo se c’è «un’intesa» altrimenti sono «le forze politiche che siedono in Vigilanza che devono trovare una alternativa». Tra i possibili nomi per un eventuale accordo gira quello di Giovanni Minoli, uno dei volti storici della Rai, ma c’è aria di guerra ad oltranza.

Una Rai al veleno produce posizioni diametralmente diverse tra i due alleati di governo: nessun richiamo “al cambiamento bloccato” gridato dal segretario della Lega ma al rispetto della legge invocato dal capo del M5S. Tra Di Maio e Salvini sono lontani i tempi della grande sintonia, quando un artista di strada li ritrasse su un muro di Roma come due innamorati: stretti in un forte abbraccio coronato da un appassionato bacio sulla bocca. Lo scivolone sulla Rai potrebbe essere fatale al segretario della Lega. Salvini si ritaglia una Rai al veleno.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Appello ai predicatori leghisti: basta denigrazioni

cappio legaUn cappio da forca sventolato in Parlamento nel 1993 da un deputato della Lega appare sul frontespizio di una mia recente concisa ricerca “La caduta di Tangentopoli (1993): come un Paese può tornare indietro di mezzo secolo”. Quel cappio è il simbolo degli avvenimenti d’allora, tanto che Mattia Feltri, ora editorialista de La Stampa, ha inserito nella copertina di un suo libro del 2016 la lama di un’ascia che al pari del cappio poteva essere calata sul collo dei reprobi. Titolo del saggio: “Novantatré – l’anno del Terrore di Mani pulite” (Marsilio). Sono immagini – il cappio, l’accetta – che riconducono all’umore del tempo. Gridavano “Roma ladrona”: era la banda degli onesti sorretti dal motto “la Lega non perdona”. Ma i ricorsi storici sono implacabili con coloro che appunto urlano “onestà, onestà” e poi si rivelano dei falsi moralisti, come con grande preveggenza avvertiva il padre del liberalismo John Locke mostrando diffidenza “verso i criteri etici sbandierati con eccessivo favore”.

Veniamo all’attualità. Ora è la Cassazione a disporre: “Si possono sequestrare i beni della Lega fino a raggiungere la cifra di 48 milioni 969 mila 617 euro”. “Ovvero i soldi – spiega il Corriere della Sera – che secondo il tribunale la Lega Nord avrebbe sottratto allo Stato”, spendendo a fini privati fondi pubblici arrivati alla Lega come rimborsi elettorali. Ripetiamo: soldi dello Stato, non provenienti da dazioni di aziende o privati; operazioni della Lega capitanata da Bossi e nella quale operavano con successo sia l’attuale leader Salvini – capo degli allora “comunisti padani”, prima di approdare al sovranismo di destra – sia l’onnipresente Giorgetti, da sempre ascoltato consigliere economico di ogni segretario leghista.

Non è che svelando le colpe attuali si possano assolvere quelle del passato. Ma per queste colpe nel passato si sarebbero alzati i roghi mediatico-giudiziari; ora succede che vi siano movimenti politici incardinati sulla predicazione forsennata contro la corruzione degli altri che si rivelano peggiori di loro e trovano il beneplacito cangiante delle folle.

Quale possibile lezione ricavarne? Che non è utile affidarsi ai predicatori giustizialisti, pronti a distruggere ma non a migliorare le cose. Basterà ricordare cosa c’era prima. Lo scriveva Carlo M. Cipolla, economista internazionale: «Il bilancio economico del quarantennio postbellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato – anche lontanamente – nelle speranze dei padri della Repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i Paesi a più elevato tenore di vita nel mondo». E basterà rammentare cosa è venuto dopo: il giurista Michele Ainis in un editoriale del 16 giugno 2014 ha ricordato che «all’alba degli anni ’90 la classifica di Transparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo; ora siamo precipitati alla 69.a posizione» sui 180 Paesi considerati. Anche le dimensioni dei fenomeni turberanno i benpensanti: quella che venne definita la “madre di tutte le tangenti” – la dazione Enimont – ammontava a circa 150 miliardi di lire per finanziamenti a tutti i partiti (Lega compresa, con Bossi condannato nel 1994 a 8 mesi); ora la sola Lega è intrigata per la somma corrispondente a 95 miliardi di vecchie lire.

Quanto ai caratteri dei finanziamenti, durante la prima Repubblica erano in genere rivolti a sovvenzionare irregolarmente i partiti: una pratica che doveva essere fermata, anche se i finanziamenti regolari – cioè registrati, come vediamo oggi nel recente caso di un noto costruttore romano – lasciano perplessi perché comunque indirizzati a condizionare la politica, come avviene su scala amplissima nell’America di Trump e non solo. Pratiche comunque da fermare, ma senza distruggere i partiti e il prestigio della politica democratica; emblematico è quanto dichiarò l’inascoltato vicecapo della procura milanese Gerardo D’Ambrosio su uno dei personaggi più contestati: “La molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica”. Si preferì la denigrazione e la distruzione dell’opera dei partiti democratici citata dal prof. Cipolla; e un problema non solo italiano ma europeo, come quello del finanziamento della politica, venne incanalato anziché sulla strada del confronto politico – come avvenne in Europa – sulla via del giustizialismo populista.

Questa via non è moralmente giusta. Lo scriveva nel gennaio 1993 il filosofo Norberto Bobbio denunciando che le tradizionali forze democratiche erano state messe “rabbiosamente sotto accusa da parte di coloro che per anni le hanno sostenute e offerto il consenso necessario per governare” e concludendo amaramente che “come paese democratico, come Stato di liberi cittadini, abbiamo fatto una pessima prova». Per il futuro dovremmo porre rimedio all’infausta «prova» appena menzionata. C’è sempre di mezzo la sorte del Paese. Ci sarebbe bisogno di una politica mite, non di sprezzanti toni roboanti e di denigrazioni che lisciano il pelo e la pancia dell’animale che alberga in noi: infatti, come in ogni società, prosperità e progresso sono possibili solo dove la contesa politica e sociale resta sul piano civile e si comprende che le operazioni mediatico-giudiziarie dissennate, possono essere dannose per la stabilità democratica ed economica del Paese. Il professor Fadi Hassan, nato a Pavia da genitori siriani, docente di macroeconomia internazionale presso il Trinity College Dublin – considerando che il dato per cogliere la traiettoria economica del nostro Paese è il PIL pro capite in relazione agli Stati Uniti a parità di potere d’acquisto – ha rammentato sul Corriere della Sera del 6 aprile 2017 che “nel 1991 il nostro reddito pro capite era l’86% di quello americano, nel 2016 è sceso al 63%. E’ lo stesso livello – commenta – che avevamo nel 1961: nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni”. Possibile che si debba peggiorare ancora?

Nicola Zoller
Direzione nazionale Psi

 

 

Il glorioso Avanti! fucilato, come ai tempi di B. Beccaris

Avanti-n1del25-dicembre-1896Mauro del Bue ha fatto un parallelismo inevitabile tra le triste vicenda dell’Unità e la scomparsa dell’Avanti!, nel tragico 1993. Tragico per il partito socialista, per il suo quotidiano, ma anche per la democrazia. Credo che questo parallelismo sia balzato alla mente (e al cuore) immediatamente a tutti i militanti socialisti di quel periodo. Continua a leggere

Abbiamo un problema:
le Regioni

Per dovere di sincerità premetto a questa mia riflessione sulla grave crisi dell’ordinamento regionale una confessione: sono stato in passato convinto regionalista. Ho creduto che la nascita delle Regioni avrebbe migliorato il nostro sistema istituzionale, con effetti positivi per il buon funzionamento della vita democratica della Nazione. Ritenevo che il decentramento di molti poteri dallo Stato alle Regioni avrebbe reso lo Stato più vicino ai cittadini.

Nel 1970, quando iniziò il rodaggio delle Regioni, ero vice-presidente della Provincia di Parma. Fui sostenitore di un vigoroso rapporto di collaborazione dei comuni e delle province con la Regione. Il primo Presidente della mia Regione fu Guido Fanti, un ottimo presidente. Nel PSI Aldo Aniasi, già Sindaco di Milano, scriveva un pamphlet sulla “Repubblica regionalista e delle autonomie”. Guido Fanti dette impulso alla creazione in ogni provincia dei comitati politico-scientifici della programmazione. Abbozzò una politica estera della Regione. Impegnò la Regione nel campo della difesa del suolo. Iniziò anche, con doverosa misura, a proiettare un grande realtà come quella emiliana nello scenario internazionale. I socialisti criticavano il “modello emiliano” a dominazione comunista, ma erano presenti nella Giunta regionale. Eletto senatore nel ’76, partecipai come membro della cosiddetta “Commissione bicamerale Fanti” alla redazione del decreto 616, che attuava un massiccio trasferimento di funzioni dallo Stato alle Regioni. Lì cominciarono le mie prime perplessità. Si esagerava. Si pretendeva di trasferire alle Regioni anche i parchi nazionali e le riserve naturali. Il mio ravvedimento, e le prime motivate preoccupazioni, presero corpo quando fui nominato nel 1982 Ministro degli affari regionali del Governo Fanfani. Mi resi conto della condizione preoccupante di quasi tutte le Regioni del Mezzogiorno e della tendenza delle Regioni efficienti a dilatare i loro compiti e contestualmente i costi della loro attività. Numerose Regioni inauguravano la loro sede a Roma, preludio della creazione di Uffici comunitari a Bruxelles ed anche “ambascierie” in giro per il mondo. L’efficienza delle Regioni a statuto speciale del Nord era ad altissimo costo, mentre Sicilia e Sardegna non facevano buon uso della loro speciale autonomia. Brillavano Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Puglia, ma il loro profilo era dominato dall’ipertrofico settore sanitario, caratterizzato da una forte politicizzazione.

Poi venne la nefasta riforma Bassanini. La modificazione del titolo quinto della Costituzione provocò un’infelice sovrapposizione di competenze fra Stato e Regioni, fonte di dannosi conflitti.

Le Regioni hanno preteso competenze concorrenti con quelle dello Stato anche nel campo del commercio estero. Si continuerà così con lo “spezzatino regionale” alle grandi fiere internazionali.

Gli studiosi del processo legislativo dei Consigli Regionali hanno denunciato il suo carattere meramente provvedimentale. In larga misura si trattava – ed così anche oggi – di distribuzione a pioggia di denaro sul territorio, finalizzata alla captazione del consenso. Insomma, come paventava Norberto Bobbio, il primato del “mercato politico” sul governo delle leggi. La situazione è andata peggiorando via via che ci avviciniamo ai giorni nostri. Alla mediocrità legislativa si è associata la mediocrità di parte cospicua del ceto politico impegnato nelle regioni. Si moltiplicano le tendenze al neo-centralismo regionale a detrimento di Comuni e Province. E giungiamo così al disastro che è davanti ai nostri occhi, che sembra avere il suo epicentro nel Lazio, in Sicilia, in Piemonte (famoso per l’acquisto di mutande verdi, tosaerba e biglietti per la partita con denaro pubblico), ma anche in Emilia Romagna, che perde definitivamente il blasone, largamente usurpato, di regione virtuosa. Il governatore della Toscana, per parte sua, non si accorge che a Prato è nata una nuova forma di servitù di stampo cinese e quello della Puglia, l’ambientalista Vendola, si cova silenziosamente per svariati anni la bomba dell’ILVA.

Non si sente ancora affermare questa semplice verità: non ci sarà risanamento della finanza pubblica, senza un’amputazione vigorosa della dotazione finanziaria delle regioni e senza un forte rinvigorimento delle funzioni delle Corti dei conti regionali.

Insomma, dopo oltre cinquant’anni il modello regionale versa in gravissima crisi. E tuttavia la questione non è all’ordine del giorno dell’agenda politica: anzi il progetto di trasformazione del Senato è imperniato sulla valorizzazione delle Regioni nell’architettura istituzionale dello Stato.

Gianfranco Miglio, gran consulente della Lega, aveva proposto la creazione di poche mega-regioni. Una soluzione che scardina il sistema, senza correggerne le storture. Del resto, la Lega ha la guida delle tre grandi regioni del Nord e non ha dato attuazione ad alcun progetto di governo comune.

Nel prossimo futuro il rischio del centralismo regionale a detrimento dei Comuni si accentuerà con la soppressione delle Province: una istituzione coeva alla formazione dell’Italia unita, fornita di un apparato amministrativo spesso di buon livello.

Malgrado tutto ciò, la crisi delle Regioni non è all’ordine del giorno: è esclusa dal pacchetto di riforme istituzionali su cui stanno (o stavano?) lavorando gli esperti nominati dal Quirinale ed il Ministro Quagliariello. Né si esce dalla crisi del regionalismo, trasformando il Senato in Camera delle autonomia.

È allora compito di una forza di minoranza, come è la nostra, che tuttavia ha alle spalle una rispettabile storia sul versante della “grande riforma” delle istituzioni, “cantare fuori dal coro”: ricordando che la crisi del regionalismo è gravissima; e non si risolve fingendo che non esista.

Fabio Fabbri

La postdemocrazia italiana:
partiti personali e primarie

Declino sinistra

«Renzi nega di voler fare un partito personale, ma il Pd rischia di trasformarsi, uniformandosi ai peggiori modelli degli ultimi anni: Lega, Forza Italia, Di Pietro e Movimento 5 Stelle». È una democrazia ammalata, quella italiana. Forse una post-democrazia. A delineare il ritratto della crisi politica del nostro Paese che, con le “turbolente” primarie del Pd tende a compiersi, è il professor  Massimo Salvadori, storico, politologo ed ex parlamentare del Pds che spiega: «Ci troviamo di fronte non tanto alla crisi, quanto a una vera e propria frantumazione dei vecchi partiti di massa, ovvero di quelle agenzie che veicolavano il consenso, strutturate secondo un preciso schema fatto di sezioni che coprivano l’intero territorio nazionale». Continua a leggere

Dal “Porcellum” all'”orango”: se questo è un vice presidente del Senato

Calderoli-Kyenge

Che non si riferisse alla Repubblica delle banane (del Cavaliere) questo è certo. Il vicepresidente del Senato Calderoli ha parlato proprio del Congo. E’ da lì che Cécile Kyenge è venuta, dalla città di Kambove, nella provincia del Katanga, nell’estremo sud del Paese, non lontano dal confine con lo Zambia. E’ arrivata da questo spicchio d’Africa bagnato dall’Atlantico ed è lì che dovrebbe tornare, a sentire le urla sgraziate e razziste del leghista bergamasco dal palco della festa del partito a Treviglio. Insomma fa bene a fare il ministro, ma forse lo dovrebbe fare nel suo Paese. La piazza s’infiamma: 1.500 persone tutte per lui,  tutto come ai vecchi tempi,  di Bossi e del cerchio magico. Capisce che è il momento dell’affondo, alza il tiro e come da copione passa agli insulti: «Io mi consolo — tuona Calderoli — quando navigo in Internet e vedo le fotografie del governo. Amo gli animali, orsi e lupi com’è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango». Parole offensive e volgari che pesano come pietre. E che provocano la reazione sdegnata del presidente del Consiglio. Parole inaccettabili. Oltre ogni limite. Piena solidarietà e sostegno a Cécile. Avanti col tuo e col nostro lavoro» dichiara il premier Enrico Letta. Scoppia l’ennesimo polverone a sfondo razzista, le reazioni sdegnate della politica non si sono fatte attendere e con esse la richiesta di dimissioni. Continua a leggere

La vendetta

Filippo Ceccarelli ha scritto un corsivo che Repubblica ha relegato alle pagine interne sulla vendetta di Craxi. In effetti che tra i lanciatori delle monetine al Raphael figurasse certo Fiorito, accusato e incarcerato per l’uso un pò troppo disinvolto di ben 300 mila euro che la munifica regione Lazio gli aveva affidato in qualità di capogruppo del Pdl, diciamo così, passi. Ma che il figlio di uno dei più grandi accusatori della cosiddetta prima Repubblica e di Craxi in particolare, e cioè Umberto Bossi, avesse posteggiato nel porticciolo distante poche decine di chilometri da Hammamet un’imbarcazione del valore di oltre due milioni di euro, comprata coi soldi dello stato, che dovevano figurare come rimborsi elettorali della sua Lega, questo no. Era davvero difficile da immaginare.

Craxi, lo ha testualmente affermato il giudice D’Ambrosio, si finanziava per fare politica.

I suoi accusatori per fare bisboccia. E hanno usato i finanziamenti dello stato per arricchire le loro tasche. Non hanno portato soldi ai loro partiti. Diciamola tutta. Glieli hanno fregati…

Bossi v.s. Maroni, il “Capo” chi è? Lotte intestine ai vertici del Carroccio

Un ritorno pirotecnico quello dell’ex leader del Carroccio Umberto Bossi: nella sua prima uscita pubblica dopo il congresso che lo ha messo ai margini del movimento, il Senatur non risparmia parole e si atteggia ancora a “Toro seduto” della Lega Nord. Lancia messaggi e non usa mezzi termini: e, soprattutto, sceglie addirittura le pagine de Il Fatto quotidiano per ribadire che lui è il “Capo”. «Io e Roberto decideremo tutto insieme, sono il presidente e siamo uguali», ha detto alla stampa dopo un comizio di venti minuti davanti a un centinaio di leghisti. Ma gli esponenti della nuova dirigenza leghista non ci stanno alle affermazioni del Senatur e gridano a gran voce: «Il capo è uno, si chiama Roberto Maroni e ha pieni poteri. Ora basta beghe e tutti al lavoro». Continua a leggere

Il ‘metodo della Bossi Family’ e quella ‘paghetta’ di 5mila euro al mese

 

Un vecchio motto recita: I panni sporchi si lavano in famiglia. E la Bossi family sembra averlo preso alla lettera. Sventura vuole che la famiglia allargata con a capo il Senatur sia alquanto sui generis, vada controcorrente, sia talmente figlia del suo tempo da fare dell’appropriazione indebita di denaro pubblico, giunto nelle casse del partito sotto forma di rimborsi elettorali, la sua cifra distintiva, il suo “metodo”. L’ultimo scossone che sta minando la già precaria stabilità del Carroccio è arrivato nella giornata di ieri. Umberto Bossi è indagato per truffa ai danni dello Stato nell’inchiesta sull’uso dei rimborsi elettorali della Lega. Continua a leggere

Bossi lascia a Maroni le redini del Carroccio prima della sbandata finale

Umberto Bossi ha dato il via libera alla “candidatura unica” dell’ex ministro Roberto Maroni a prossimo Segretario della Lega, al prossimo Congresso del partito. Previsti anche tre vice. Qualche leghista dell’ultim’ora scriverà che dopo la tempesta arriva il sereno sperando di far passare un messaggio positivo, l’immagine di una Lega che si piega ma non si spezza, di un Carroccio che scricchiola ma non crolla sotto i colpi dell’inchiesta che per giorni hanno scosso via Bellerio. Ma il messaggio è un altro e chiarissimo. Il popolo delle scope verdi ha avuto troppo lavoro da fare, il malcostume in politica una volta perduta la propria credibilità significa sporco impossibile, vuol dire un’onta difficilmente lavabile dalle pance ulcerose della base leghista. Continua a leggere