Il declino relativo degli Stati Uniti e i pericoli dell’isolazionismo

donald trumpIl nuovo equilibrio mondiale tra le grandi potenze economiche del mondo sta preoccupando l’opinione pubblica americana, spingendola all’”isolazionismo”, al quale gli Stati Uniti hanno sempre teso, ritirandosi entro i confini della loro “Isola” ogni volta che si sono convinti che l’”American way of life” fosse minacciata da forze esterne. È questo il fondamento dell’ideologia sulla quale Donald Trump ha costruito le proprie fortune elettorali.

Il nuovo presedente ha utilizzato, infatti, con successo il mito dell’isolazionismo, le cui conseguenze non sono certo neutrali e ininfluenti per il resto del mondo; soprattutto, per quella parte dei Paesi occidentali che, per ragioni storiche, devono muoversi nel mercato internazionale avvalendosi dell’area valutaria costruita dagli USA dopo la fine del secondo conflitto mondiale. È, questa, la tesi che Manlio Graziano, docente di Geopolitica alla Sorbona, sostiene nel suo recente volume “L’Isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti”.

Per capire le ragioni del pericolo, per il resto del mondo del successo elettorale di Trump e della sua propensione a ridimensionare gli impegni internazionali dell’America, è necessaria, secondo Graziano, un’analisi geopolitica, che evidenzi le cause remote delle scelte americane attuali; ciò, al fine di indurre il resto del mondo a sperare, nell’interesse di tutti, che il trumpismo abbia il “fiato corto”.

“Gli Stati Uniti – afferma Graziano – sono oggi attanagliati da una nuova psicologia di inquietudine e di frustrazione. La crisi del 2008 ha messo in chiaro che gli americani non potranno più permettersi di vivere, in futuro, come avevano vissuto nel passato”; si tratta di un’inquietudine comune a tutte quelle potenze che, dopo aver dominato per secoli, sul piano politico ed economico, molti altri Paesi, assistono improvvisamente al fatto che la loro posizione dominante è contestata da altre potenze emergenti, interessate ad accrescere sulla scena mondiale la loro visibilità.

L’inquietudine, però, si manifesta in termini più cogenti per gli USA, “la cui breve storia è stata contrassegnata dalla promessa, quasi sempre mantenuta, di un miglioramento costante delle condizioni di vita della maggior parte dei suoi cittadini”. L’intento di Graziano è quello di fornire, da un punto di vista geopolitico, una “griglia di lettura” di quanto sta ora accadendo nella società americana, per valutare le possibili ricadute politiche ed economiche globali, iscrivendole, però, nella “continuità geopolitica degli Stati Uniti”.

Il libro di Graziano traccia la storia dei tre momenti essenziali dell’esperienza degli USA, comprendendo l’intero ciclo che va dall’ascesa (con la descrizione di tutte le condizioni che hanno condotto alla formazione dello Stato-nazione americano) alla maturità e al declino di quell’esperienza. Prescindendo dal momento originario, caratterizzato dalla particolare forma assunta dallo Stato americano, tanto diversa da quella degli Stati-nazione europei, è essenziale capire, secondo Graziano, come si è affermata la sua maturità che, iniziata con la guerra civile, è culminata con “l’intervento militare americano nei due oceani, la loro sottomissione, e lo spodestamento di Londra come potenza egemone mondiale”. È, questo, un epilogo della maturità dell’esperienza vissuta dagli Stati Uniti cui sono riconducibili i prodromi del suo declino attuale.

La fine della Seconda Guerra mondiale ha permesso agli Stati Uniti – afferma Graziano – “di realizzare il vecchio sogno di Woodrow Wilson di costruire un nuovo ordine mondiale modellato sui principi e soprattutto sugli interessi americani”. Ciò ha comportato che gli USA si esponessero sulla scena internazionale, più di quanto avevano fatto dopo la Grande Guerra, in quanto il loro benessere veniva a dipendere dalla loro capacità di riuscire a mantenere quell’esposizione; un’esposizione non solo economica, perché la crescita interna dipendeva dal coinvolgimento internazionale, ma anche strategica, perché “le scelte compiute durante la guerra avevano creato nuovi equilibri che avrebbero retto solo se gli americani avessero mantenuto la loro presenza sui diversi scacchieri”.

A Tal fine, a partire già da prima che finisse la guerra, sono stati creati diversi organismi, strumentali ad assicurare consistenza alla posizione dominante raggiunta: con la Conferenza di Bretton Woods e la creazione delle Nazioni Unite si è dato vita a diverse istituzioni, il cui scopo è stato quello di riorganizzare il sistema economico e finanziario mondiale, perché gli Stati Uniti potessero approfondire e conservare la posizione dominante raggiunta. In tal modo, sono state gettate le basi “di quello che sarà chiamato molto più tardi – afferma Graziano – il ‘Washington Consensus’, cioè un modello economico e di sviluppo ispirato da Washington nell’interesse di Washington”.

In altri termini, all’interno del mercato economico e finanziario facente capo agli USA, le nuove istituzioni hanno creato le condizioni perché i Paesi che avessero deciso di iniziare la propria ricostruzione materiale ed economica, integrandosi in quel mercato, fossero costretti a conformarsi ai requisiti di convertibilità monetaria e di libera competizione posti dagli americani; requisiti, questi, nuovi per gli stessi USA, un Paese caratterizzato da forti propensioni protezionistiche, a meno di brevi periodi della loro storia. Con il libero scambio e la libera competizione internazionale posti a fondamento della ricostruzione del mercato mondiale, gli USA hanno inteso anche contrastare tutte le posizioni colonialistiche che impedivano di aprire il mercato mondiale all’esportazione dei loro prodotti e dei loro capitali.

Inoltre, con i nuovi organismi posti alla base della ricostruzione del mercato mondiale, gli USA hanno potuto infliggere una doppia sconfitta al Paese leader tra quelli coloniali, la Gran Bretagna; da un lato, perché con il libero scambio è stata resa obsoleta la clausola della “preferenza imperiale”; dall’altro lato, perché con il sistema dei cambi fissi centrato sul dollaro (convertibile in oro a 35 dollari l’oncia) è stata “messa a tacere” la pretesa di Londra di creare un sistema monetario mondiale “fondato su un’unità di riserva neutra, non legata ad alcun Paese”. In tal modo, per gli USA è stato possibile organizzare e rilanciare l’economia mondiale, imperniata sul dollaro e non più attorno alla sterlina, come accadeva sino al più immediato passato.

Dopo l’apoteosi del dopoguerra, come si è detto, è iniziato il declino che, per quanto sia stato lento e pressoché invisibile agli inizi, ha subito un’accelerazione “in conseguenza dei miracoli giapponese e tedesco”, finché il carattere multipolare dell’ordine mondiale si è definitivamente imposto agli inizi degli anni Settanta. Si è trattato, però, secondo Graziano, di un “declino relativo”; ciò perché, durante il suo manifestarsi, gli USA hanno continuato a veder crescere il loro prodotto reale. L’indebolimento della loro posizione rispetto ai competitori si è configurato nel differente ritmo della crescita, tra il 1945 e il 2016, del prodotto interno lordo: mentre il PIL americano è cresciuto di sette volte e mezzo, quello mondiale è cresciuto di circa venti volte.

Per un giudizio più comprensivo del declino relativo degli USA, occorre tener conto, secondo Graziano, che esso si è verificato nell’arco di due periodi successivi molto diversi tra loro: il periodo della Guerra Fredda e quello successivo, caratterizzato dal crollo dell’URSS. Durante il primo periodo, gli USA sono stati impegnati in un duro confronto con l’Unione Sovietica, limitato però al solo piano ideologico; per cui, a dispetto di quello che le ideologie contrapposte intendevano far credere, Mosca ha svolto un ruolo di “stampella” in pro del consolidamento dell’egemonia globale degli USA. Infatti, sino agli anni Settanta, l’Unione Sovietica è stata uno dei due pilastri che hanno sorretto la struttura dell’ordine globale creatosi dopo la Seconda Guerra mondiale.

Il suo rapido crollo – afferma Graziano – ha mandato in “frantumi” quegli equilibri, per cui “il peso politico delle potenze che erano state tenute in scacco dal contrappeso russo” (in primo luogo la Germania, il Giappone e la Cina) è aumentato rapidamente. Ciò ha comportato che, nello spazio di pochi mesi, tutte le potenze vecchie e nuove si siano trovate “in territorio sconosciuto”. Ma gli Usa non hanno saputo approfittare della situazione di vuoto di potere globale, mancando di espandere e consolidare la propria egemonia.

L’incertezza che ha caratterizzato la posizione di Washington dopo il crollo dell’URSS veniva da lontano: la decisione di Richard Nixon di abbandonare la parità tra dollaro e oro stabilita a Bretton Woods, la recessione provocata degli shock petroliferi e dalla crisi dei mercati delle materie prime degli anni Settanta, il problema del debito dei paesi arretrati e il crollo di fiducia seguito alla fine della guerra in Vietnam hanno indotto l’opinione pubblica americana, e con essa la classe politica del Paese, a convincersi che l’epoca del dominio quasi totale della scena mondiale dell’America era sulla via del declino.

Stando cos’ le cose, è da considerarsi mal riposto, secondo Graziano, l’ottimismo che, nell’ultimo decennio del secolo scorso, l’America sembrava trarre da un periodo in cui la propria economia risultava in espansione (con una disoccupazione in calo, un mercato immobiliare florido e un prestigio internazionale accresciuto dalla vittoria sull’”impero del male”), Quell’ottimismo, infatti, appena iniziato il nuovo secolo, è venuto meno; prima, per via degli effetti negativi provocati sui mercati finanziari dallo scoppio della bolla speculativa “dot com” (sviluppatasi tra il 1997 e il 2000); successivamente, per l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle (che è valso a rimuovere la convinzione degli americani dell’inviolabilità del loro suolo).

Ma non basta; tutti gli avvenimenti negativi che sono accaduti tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo hanno segnato solo la “calma che precede la tempesta”; nel 2008 è sopraggiunto lo sconquasso provocato dai prestiti sub-prime che, dopo aver squilibrato profondamente l’economia americana, si è abbattuto sulle restanti economie di mercato del mondo intero. Il 2008 è stato un punto di svolta riguardo alla capacità degli USA di poter continuare a difendere la propria primazia economica globale; in quell’anno, infatti, l’U.S. National Intelligence Council (NIC), nel suo rapporto quadriennale diretto al presidente in carica (Barack Obama), scriveva che, dato il declino relativo della loro potenza economica, gli Stati Uniti non potevano più avere “la stessa flessibilità nelle scelta tra le tante opzioni politiche” della quale potevano disporre nel passato.

Il presidente Obama, sulla base del rapporto del NIC, ha potuto iniziare la politica di riduzione della “sovraesposizione imperiale” degli USA, mediante una riduzione delle spese federali (retrenchment), non tanto per definire nuove priorità, quanto per stabilire – sostiene Graziano – “quali ‘obblighi’ avrebbero dovuto essere sacrificati a quelle priorità. Non si trattava tanto di una scelta, quanto della presa d’atto di un’inaggirabile necessità”; in altre parole, la nuova politica degli Stati Uniti doveva essere fondata sul riconoscimento che tutto doveva essere ridimensionato, perché gli impegni tradizionali che avevano fatto degli USA i “gendarmi del mondo” erano andati ben al di là delle loro possibilità.

La strategia di Obama, è consistita nella individuazione degli impegni periferici che gli USA dovevano abbandonare, rinsaldando antiche alleanze e inaugurandone di nuove, al fine di contenere le spinte espansive del competitore in ascesa, la Cina, giudicato il più “pericoloso”. Il successore di Obama, Donald Trump, ha però abbandonato la strategia del “retrenchment”, pensando di poter perseguire gli stessi obiettivi adottandone un’altra, “molto più affine alla tradizione ideologica americana”: l’isolazionismo, che “nell’era della globalizzazione e del declino relativo” non può che essere per gli USA – conclude Graziano. “un suicidio per paura di morire”.

Delle due facce dell’isolazionaismo, il protezionismo e il ritiro dagli impegni internazionali, resta da valutare quale tra esse potrebbe portare per prima alla rovina gli Stati Uniti; un evento di tal fatta sarebbe portatore di instabilità e crisi inimmaginabili, sia sul pieno economico che politico, per tutte le economie integrate nel mercato internazionale. Perché tutto ciò non accada, c’è solo da fare affidamento sul fatto che Donald Trump non rappresenti l’insieme della classe politica americana e, quel che più conta, che la “burocrazia imperiale” della quale gli USA dispongono, faccia valere la propria visione realistica degli “affari internazionali”, con cui evitare il possibile “salto nel buio” cui è esposto il mondo dai possibili esiti dell’isolazionismo trumpiano.

Gianfranco Sabattini

La vocazione imperiale degli Usa e le promesse
di Donald Trump

trumpDonald Trump ha vinto le elezioni promettendo ai “dimenticati d’America”, cioè a coloro che sono stati vittime della politica dei suoi più immediati predecessori, di riscattarli dalle condizioni economiche disagiate cui sono stati costretti; in particolare, dalle modalità con cui negli ultimi decenni sarebbe stata “governata” la globalizzazione.

Connotato essenziale di ogni struttura imperiale americana è, secondo Dario Fabbri, quello di far pesare il costo del suo mantenimento sulla popolazione della potenza centrale; in “La sensibilità imperiale degli Stati Uniti è il destino del mondo” (Limes, 2/2017), Fabbri afferma che la potenza imperiale è indotta naturalmente “a esprimere deficit commerciale e deficit pubblico per mantenere a sé legati i soggetti inseriti nella propria costellazione. Tra questi la Cina che, lungi dal possedere alcun potere di ricatto, intrattiene con gli Stati Uniti una classica relazione di subalternità”.

Per tener fede agli impegni elettorali, il neoeletto presidente americano, si prefigge di “alleviare il malessere interno”, scaricando il costo di una politica sociale finalizzata ad alleviare gli stati di bisogno esistenziali del proprio elettorato su alleati e competitori, imponendo il pagamento di un maggior prezzo per la loro partecipazione alla fruizione dei vantaggi assicurati dalla “pace imperiale” garantita degli USA, e introducendo un “blocco” all’immigrazione onde evitare che questa continui a sottrarre posti di lavoro a quei cittadini che maggiormente hanno risentito negativamente degli esiti del processo di globalizzaione dell’economia nazionale. A parere di Fabbri, questi obiettivi, se perseguiti con determinazione, “potrebbero rivelarsi inconsapevolmente anti-imperiali, dunque in grado di polverizzare la supremazia americana”.

Di qui le fatidiche domande: è possibile che una potenza imperiale, qual è allo stato attuale l’America, possa abdicare al proprio rango di leader mondiale per acquisire un maggior livello di benessere interno? Oppure, la nazione americana, per conservare la propria posizione egemone a livello globale, dovrà accettare il costo che questa comporta, “saziandosi del compiacimento infuso dall’affermazione globale?”. Per rispondere Fabbri espone, in termini realistici, i motivi dell’’improbabilità che la complessa architettura imperiale possa essere “distrutta”; le sue conclusioni, però, sono poco convincenti.

Dopo la dichiarazione dell’indipendenza nel 1776, la nazione americana, attraverso un “furioso dibattito” svoltosi all’interno dell’élite dei suoi padri fondatori, ha maturato l’idea che nell’avviare la propria proiezione esterna dovesse evitare ogni pretesa imperiale, pena, laddove si fosse verificato il contrario, la perdita del proprio spirito, come ha avuto modo di affermare John Quincy Adams. Dimentica delle idee dei propri “padri”, l’America – afferma Fabbri – “s’è tramutata in impero fin dal principio della sua storia. Inizialmente, a scapito delle popolazioni amerinde, dell’Inghilterra, della Francia, della Spagna e del Messico” e, successivamente, muovendo verso Ovest e scavalcando gli ostacoli del Pacifico, ha annesso a sé l’atollo di Midway, le isole Hawaii, le Filippine, l’isola di Guam e l’arcipelago di Samoa. Nella seconda metà dell’Ottocento, con l’espansione territoriale, l’America si è aperta all’accoglimento di consistenti flussi di immigrati, mentre la sua Marina è diventata competitiva a livello internazionale, “prodromo dell’affermazione sulle rotte marittime”.

E’ stato però dopo il secondo conflitto mondiale che l’America ha posto le “fondamenta strategiche per tradurre il proprio impero in supremazia globale”, estromettendo la Gran Bretagna dall’Oceano Atlantico, imponendo l’alleanza atlantica e, con il trattato di mutua assistenza stipulato nel 1952 con il Giappone sconfitto, assumendo il parziale controllo dell’Oceano Pacifico. L’America, tuttavia, ha potuto imporre definitivamente la propria egemonia globale con l’abbandono del mercantilismo, ovvero della prevalente propensione ad identificare in modo esclusivo l’interesse nazionale con la crescita costante del volume dei traffici commerciali, e la sua sostituzione con “una politica economica eminentemente strategica”, che ha potuto consolidare sulla base di due eventi strettamente connessi tra loro, occorsi a cavallo tra la fine del secondo conflitto mondiale e l’immediato dopoguerra: la conferenza di Bretton Woods del 1944 e l’approvazione del Piano Marshall nel 1947.

La Conferenza di Bretton Woods è spesso ricordata anche come l’evento nel corso del quale si sono confrontati due diversi modi di intendere le relazioni economico-monetarie internazionali del dopoguerra: il primo, basato su una moneta mondiale denominata “Bancor” e incentrato sul dollaro e la sterlina, è stato proposto da John Maynard Keynes; l’altro, che proponeva di istituire un sistema monetario internazionale incentrato sull’oro e sull’emissione di una moneta mondiale denominata ”Unitas”, è stato invece avanzato dall’economista americano Harry Dexter White. Le proposte dei due economisti, che contenevano entrambe elementi evolutivi e progressisti, sono state però disattese, a causa dei nuovi equilibri di potere che allora stavano nascendo a livello mondiale, col risultato della costituzione di un’area valutaria occidentale, caratterizzata dall’egemonia esclusiva del dollaro. In questo modo – afferma Fabbri – si è palesata la struttura dello “schema di dipendenza che Washington avrebbe elaborato nei confronti dei propri clientes”; schema, basato sulla considerazione del “deficit commerciale come arma in possesso della potenza dominante, connotato naturale dell’egemonia”.

Le decisioni della conferenza di Bretton Woods sono state così plasmate per l’attuazione di un piano d’intervento per il sostegno della ricostruzione dei Paesi dell’Europa occidentale (Piano Marshall), ufficialmente denominato “European Recovery Program”, la cui attuazione è valsa ad inserire le economie europee nel ricostruito mercato mondiale, rivelandosi una decisone “di straordinaria portata strategica in chiave antisovietica”; ma è servita anche a conservare la neonata Repubblica Federale Tedesca nel novero dei Paesi egemonizzati dagli USA. Identiche iniziative, sin dal 1945, sono state attuate nell’Oceano Pacifico nei confronti del Giappone sconfitto: dopo il primo sostegno economico, dalla fine del 1947, le priorità statunitensi si sono spostate dal cambiamento in senso liberale delle istituzioni politiche e culturali giapponesi verso una sostanziale ripresa dell’economia nipponica, per disporre di un baluardo contro l’espansionismo dell’Unione Sovietica in Asia, specie dopo la costituzione della Repubblica Popolare della Cina, nel 1949, e lo scoppio della guerra di Corea, nel 1950.

La conferenza di Bretton Woods e la ricostruzione dei Paesi ad economia di mercato sono state delle iniziative che hanno raggiunto il loro apice – sostiene Fabbri – alla fine della guerra fredda; con l’implosione dell’Unione sovietica nel 1991, gli USA sono diventati l’unica superpotenza globale, che ha esteso “all’intero globo il proprio potere militare, commerciale e culturale. Attuando i tratti distintivi della supremazia ancora in vigore. Dal controllo delle vie navali, all’assorbimento pressoché illimitato di merci straniere, fino all’assimilazione sul territorio nazionale di un numero crescente di immigrati”. Gli USA hanno potuto così ribattezzare il proprio impero col nome di globalizzazione.

In assenza di antagonisti, l’Amministrazione americana ha suddiviso il mondo in “aree di competenza e responsabilità”, al cui presidio ha destinato le sue potenti flotte militari, a tutela della sicurezza delle rotte marittime, strumentali alla stabilità dell’allargamento continuo dei traffici commerciali, resi possibili dalla globalizzazione, e alla sicurezza della necessaria area valutaria fondata sul dollaro. Il traffico marittimo statunitense – osserva Fabbri – è aumentato negli ultimi venticinque anni del 400% e, dal 1991, gli “Stati Uniti hanno volontariamente aumentato il proprio deficit commerciale misurato in merci, passato da 31 miliardi di dollari del 1991 a 750 miliardi del 2016”; la Cina, suo principale partner di interscambio, presenta un surplus commerciale verso gli USA che è passato dai 12 miliardi di dollari del 1991 ai 347 del 2016; molti altri Paesi (Giappone, Germania, Messico, in prima linea) hanno maturato un’identica posizione nei confronti dell’economia americana, sia pure notevolmente distanziata da quella cinese.

Dalla fine della guerra fredda, anche il debito pubblico statunitense è aumentato dagli originari 3.665 miliardi di dollari agli attuali 19.976 miliardi, posseduto, nella forma di Buoni del Tesoro, per il 32% da governi stranieri che, nell’ordine sono: Giappone (1.090 miliardi), Cina (1.058), Regno Unito (217), India (118,2), Germania (82,2), Russia (86,1), Corea del Sud (93,2), Messico (47,1) e cosi via. Il consistente ammontare del debito pubblico, anziché essere percepito – afferma Fabbri – “come segnale di vulnerabilità, come vorrebbe un’interpretazione anti-imperiale del sistema internazionale, il legame finanziario palesa l’inferiorità della periferia nei confronti del centro”. I Paesi della periferia sono infatti “costretti ad acquistare titoli di Stato USA per mantenere apprezzato il dollaro e reinvestire il surplus commerciale nel più stabile luogo della terra, […] per mantenere il benessere del loro principale acquirente, nonché garante delle vie di comunicazione”.

Il neoeletto presidente ha promesso ai “dimenticati” del suo Paese di porre un freno all’indebitamento e a tutto ciò che sinora con la globalizzazione ha cessato di conservare “grande l’America”; vuole infatti ricondurre sul territorio americano molte imprese che hanno scelto la via della delocalizzazione all’estero, scoraggiare le importazione attraverso l’introduzione di dazi doganali e porre un limite all’immigrazione. Ma così facendo, Trump indebolirebbe la posizione imperiale degli USA nel mondo. Secondo Fabbri, però, il neopresidente non potrà realizzare il suo “disegno elettorale, poiché “non dispone del potere necessario per fissare la strategia nazionale. La sua azione è limitata dalle prerogative del Congresso, dispensatore delle risorse finanziarie necessarie ad attuare la politica estera, e dal mestiere degli apparati federali, custodi dei propositi di lungo periodo”.

Nei prossimi anni, perciò, è plausibile prevedere che, qualora Trump voglia mantenere le promesse fatte al proprio elettorato, l’America potrà certamente inaugurare una nuova politica estera fondata su un aumento moderato dei dazi protettivi per scoraggiare moderatamente le importazioni, incentivare il rimpatrio di molte attività produttive che hanno dato origine alla “cintura della ruggine”, formata dagli Stati di più antica industrializzazione in crisi, e introdurre maggiori controlli sui flussi migratori provenienti soprattutto dai Paesi latino-americani; nonostante questa nuova politica, la superpotenza non potrà, in ogni caso, rinunciare al ruolo dinamico che la globalizzazione ha per la sua economia; sarà, perciò, gioco forza per la superpotenza imperiale continuare a presidiare le rotte marittime e l’indispensabile area valutaria fondata sul dollaro, a perseguire obiettivi di natura strategica e ad accogliere nuovi immigrati, “per percorrere – afferma Fabbri – un cammino obbligato. Per mantenersi nella storia”.

Un impero non può crollare per “capriccio di un leader”; esso può crollare solo quando si esauriscono le caratteristiche demografiche, culturali, geografiche, economiche che lo hanno generato”; una superpotenza, conclude Fabbri, citando lo storico Robert Kagan, “non può andare in pensione”, per cui sarà quasi costretta a conservare intatte le “condizioni che ne hanno determinato l’ascesa”, rimanendo “centro del mondo ancora a lungo”.

Per quanto convincente e supportata da fatti incontrovertibili, l’analisi di fabbri resta pur sempre un’analisi parziale; ciò perché è condotta come se la superpotenza potesse continuare a reiterare la propria posizione egemonica nel vuoto. Se l’America vorrà continuare ad espandere la propria economia attraverso una globalizzazione che sia solo compatibile con i propri interessi nazionali, è inevitabile che i fronti, certo di natura non militare, coi quali dovrà confrontarsi, siano destinati ad allargarsi a dismisura; l’impero e l’egemonia che lo sottende potranno durare, non solo attraverso la conservazione dell’integrità delle rotte marittime e dell’area valutaria, in funzione dei suoi più convenienti traffici commerciali, ma anche se la superpotenza imperiale saprà convenientemente combinare l’”hard power”, che le deriva dalla sua indiscussa superiorità economica e militare, con il “soft power”, che nel passato ha contraddistinto la sua ascesa a livello globale. Ciò implicherà necessariamente che l’America, “facendo grande” se stessa, attraverso il motore del turbocapitalismo che alimenta la globalizzazione, non oscuri gran parte del resto del mondo, con la sola eccezione dei suoi più diretti competitori, Cina e Russia.

Gianfranco Sabattini

Gli sviluppi dell’economia italiana rispetto al mondo

PAOLO ONOFRI PROMETEIA ASSOCIAZIONE

PAOLO ONOFRI PROMETEIA ASSOCIAZIONE

Paolo Onofri, economista e segretario generale di Prometeia, l’Associazione per le Previsioni Econometriche nata nel 1974 per iniziativa del noto economista dell’Università di Bologna Nino Andreatta, poi trasformata, nel 1981, sempre su sollecitazione dell’economista bolognese, in “Prometeia Associazione per le Previsioni Econometriche”. Questa, oltre a fornire servizi di calcolo all’Associazione originaria, ha poi sviluppato competenze specifiche di analisi dei mercati e degli intermediari finanziari; infine, alla fine degli anni Ottanta, “Prometeia” si è ulteriormente trasformata nel centro previsionale che l’ha resa famosa, per divenire nel 2006 “Prometeia Advisor Sim”, consulente per gli investitori istituzionali.
Nell’articolo “Economia mondiale, economia italiana. Un contrappunto”, pubblicato sul fascicolo 1/2016 de “Il Mulino”, Paolo Onofri offre, dalla sua “privilegiata posizione”, un interessante confronto retrospettivo e prospettico dell’economia italiana rispetto all’andamento passato e al prevedibile futuro dell’economia-mondo, accompagnato da alcune responsabili considerazioni critiche relative alle previsioni concernenti l’Italia.
Nel periodo compreso tra il 1951 e il 1975, “la crescita del PIL reale aveva proceduto al tasso del 5,1% medio annuo, e del 4,3% in termini pro capite; contro, ad esempio, un aumento medio annuo del PIL pro capite in termini reali negli Stati uniti del 2,3% nello stesso periodo”. La crisi internazionale esplosa negli anni Settanta, con il collasso, prima, degli accordi di Bretton Woods e, successivamente, dei mercati delle materie energetiche, quindi con il crescente indebitamento dei Paesi in via di sviluppo, ha causato una radicale cesura nell’evoluzione che aveva caratterizzato sino ad allora l’economia mondiale. La politica di bilancio con la quale nei primi venticinque anni del dopoguerra era stata realizzata la stabilizzazione della domanda aggregata, quindi dell’occupazione, ha dato origine ad una forte instabilità di tutti prezzi, sia dei prodotti e dei servizi, che delle materie prime, divenuta una caratteristica persistente delle economie sviluppate.
Il fenomeno dell’inflazione associata alla stagnazione ha messo in crisi la politica di bilancio, rendendo confusi gli obiettivi tradizionali della politica monetaria, a causa del venir meno della “certezza, come nei decenni precedenti, della crescita della domanda, della stabilità dei livelli dei tassi d’interesse e di cambio”; con la conseguenza che il ventennio 1975/1995 è stato caratterizzato da “radicali mutamenti nella gestione delle politiche economiche, indotti dal crollo del sistema monetario di Bretton Woods e dagli shock petroliferi degli anni Settanta.
L’obiettivo principale della politica monetaria è divenuto così quello di rientrare dall’inflazione, mentre la politica di bilancio è risultata fondamentalmente orientata al perseguimento della stabilizzazione del disavanzo del debito pubblico, anziché della domanda finale del sistema economico. In tal modo – afferma Onofri – sono state gettate le basi “per la liberalizzazione dei sistemi finanziari e l’uscita da decenni di ‘repressione finanziaria’, come ora vengono chiamati i primi venticinque anni del dopoguerra, quando la forte regolamentazione dei mercati finanziari aveva evitato riflessi finanziari delle politiche di bilancio espansive”. Mentre, però, in altri Paesi, il rientro dall’inflazione è stato razionalmente perseguito attraverso un mix di misure monetarie e fiscali, in Italia le difficoltà di attuare lo stesso tipo di politica economica ha imposto la necessità di affidarsi al “vincolo esterno”, ovvero “allo SME e all’adesione alle tappe verso il mercato unico e l’unione monetaria”.
Vent’anni dopo gli shock monetari e quelli dei mercati delle materie prime, mentre i Paesi che avevano perseguito con continuità il rientro dall’inflazione potevano garantire la difesa dei livelli di benessere raggiunti, l’Italia, ancora impegnata ad “aggiustare” la propria economia ha dovuto affrontare le difficoltà connesse all’ingovernabilità del suo debito pubblico; a peggiorare la situazione – afferma Onofri – sono sopraggiunte anche “le ansie che ora sono conclamate. Sul piano politico: il passaggio dallo scontro tra le ideologie allo scontro tra le civiltà (clash of civilizations). Su quello economico: le implicazioni non sempre facili da accettare per le politiche nazionali dell’allora imminente unione monetaria europea”.
Il cambiamento complessivo dell’economia mondiale ha segnato per l’Italia l’inizio di un trend di crescita che ha cambiato tendenza rispetto al passato; infatti, tra il 1975 ed il 1995, il tasso di crescita medio annuo dell’economia nazionale si è ridotto al 2,4% e quello del reddito pro capite al 2,2%. Il contenimento dell’inflazione indotta dagli shock di vent’anni prima ha lasciato aperta “la questione del debito pubblico”, mentre la politica di bilancio è stata perseguita in funzione della sua sostenibilità; obiettivo, quest’ultimo, ancora ora in corso di perseguimento.
A livello internazionale, tra il 1995 e il 2007 si è continuato a perseguire l’obiettivo del controllo dell’inflazione e quello della sostenibilità fiscale del debito pubblico; sotto l’apparente calma di una fase di stabilità, da alcuni definita “Grande Moderazione”, sono nate, per via della crescente finanziarizzazione dell’economia, numerose bolle speculative, la principale delle quali, quella dei mutui subprime americani, è esplosa nel 2007/2008; ciò ha dato inizio ad una crisi dell’economia-mondo, i cui ultimi effetti sono ancora in corso, con il rallentamento della crescita in tutti i Paesi, le cui aspettative sono state depresse più di quanto non lo fossero state a metà degli anni Novanta. Per l’Italia, il periodo 1995/2007, sotto l’apparente calma della fase internazionale della “Grande Moderazione”, si è verificata un’ulteriore riduzione del trend di crescita rispetto a quella verificatasi nel periodo 1975/1995.
L’ulteriore contrazione del tasso di crescita annua dell’Italia, a parere di Onofri, è stata determinata dal fatto che l’”intensità della concorrenza internazionale e il rallentamento della crescita della produttività erano stati i principali fattori specifici della modificazione del trend verificatosi tra il 1975 e il 1995, ma non erano stati pienamente valutati nelle loro implicazioni prospettiche”. Prima ancora dell’esplosione della crisi attuale, la mancata valutazione di quei fattori specifici è stata infatti la causa dell’ulteriore contrazione della crescita degli anni 1996/2007; il tasso di crescita medio annuo si è ridotto all’1,6% e quello della crescita in termini pro capite all’1,3%. Si è trattato – afferma Onofri – “di un mutamento di trend di minore intensità rispetto a quello dovuto alla rottura dell’ordine internazionale di quaranta anni fa” Il sopraggiungere della crisi ha ulteriormente peggiorato il ritmo della crescita dell’economia nazionale.
Di fronte alla situazione descritta, è inevitabile porsi il problema del come uscire dal continuo trend negativo della crescita: deve l’Italia accettare la prospettiva di un’ulteriore riduzione della propria crescita, oppure può riconquistare il ritmo di crescita del decennio precedente lo scoppio della crisi del 2007/2008? A parere di Onofri, una semplice estrapolazione meccanica dei dati dal 1951 ad oggi condurrebbe a un trend ancora più basso di quello pre-crisi; è più opportuno, perciò, ricorrere a valutazioni prospettiche effettuate sulla base di modelli strutturali, quale quello che Michele Catalano ed Emilia Pezzolla hanno presentato nel 2015 alla “XII Euroframe Conference di Vienna”.
Si tratta di un “modello a generazioni sovrapposte”, costruito ipotizzando una “parità di contesto internazionale e di politica economica”, dal quale sono state estratte le implicazioni dell’evoluzione “della popolazione totale e della sua distribuzione per età su offerta di lavoro, formazione di risparmio e quindi accumulazione di capitale e crescita”. Nel modello, la componente demografica non è stata considerata solo in funzione della sua numerosità, “ma anche della qualità del capitale umano”, stimata con indici che hanno fatto “riferimento al livello di scolarità delle diverse classi di età” e di quelle che via via sarebbero entrate nel mercato del lavoro; dalla combinazione di quantità e qualità del capitale umano è stata calcolata la formazione del capitale fisico, che si è supposto incidente “sulla dinamica della produttività totale dei fattori produttivi”.
Gli effetti complessivi ricavati dal modello hanno suggerito, per l’Italia negli anni 2016/2040, la possibilità di una “crescita media annua potenziale” pari ad un tasso dell’1,3%, di poco inferiore a quella degli anni 1995/2007: “Più lenta nel primo decennio e un po’ più sostenuta successivamente quando, nel corso della seconda metà dei prossimi anni Venti”, vi sarà “un ricupero della crescita potenziale, conseguente sia alla ricostituzione dello stock di capitale fisico […], sia alla diffusione più ampia di una maggiore scolarità a tutte le coorti delle forze di lavoro”.
A parere di Onofri, quindi, alla domanda se l’Italia debba accettare la prospettiva di un’ulteriore riduzione del trend di crescita, la risposta è che ci sarebbero le condizioni “per riprendere a crescere al ritmo quasi uguale a quello degli anni pre-crisi, ma senza recuperare il terreno potenziale prospettico che la crisi ci ha fatto perdere”. Le valutazioni, tuttavia, hanno il limite d’essere basate su un modello previsionale il cui mondo di riferimento è limitato soltanto alla considerazione di tre Paesi: Italia, Francia e Germania. Inoltre, Onofri è consapevole che fare previsioni per i prossimi decenni è un’operazione ad alto rischio: intanto, perché le previsioni spinte sino a date molto lontane possono essere valutate solo sulla base di considerazioni di natura qualitativa; in secondo luogo, perché l’economia-mondo esprime un orizzonte molto più complesso di quello espresso dai tre soli Paesi presi in considerazione dal modello utilizzato per le previsioni; infine, perché il presente è caratterizzato da fenomeni che ora sono ancora embrionali, ma che nel futuro potrebbero essere la causa di ulteriori radicali trasformazioni dell’intero scenario economico mondiale.
In conclusione, secondo Onofri, “a distanza di quarant’anni dal primo grande shock petrolifero, di venti dalle svolte della metà degli anni Novanta e di quasi nove dall’inizio della crisi”, ci si può chiedere che cosa stia maturando a livello globale alla fine del 2016. Per quanto riguarda l’Unione Europea, nella quale sono integrati i tre Paesi considerati dal modello di Catalano e Pezzolla, la crescita potenziale è esposta ai rischi connessi agli ostacoli di natura socio-politica (migrazione, terrorismo, movimenti sociali anti-euro), di natura istituzionale e demografica; il clima di incertezza nascente dalla percezione di tali rischi fa sì che il governo del presente europeo sia “nelle mani della politica tout court“.
Per quanto riguarda l’Italia – afferma Onofri – “ragioni strutturali di fondo difficilmente modificabili suggeriscono che la crescita potenziale riprenderà, sì, ma a ritmi limitati. Ritmi che saranno sempre più condizionati dall’estero”. Si tratta di una conclusione in linea con quella formulata da Giuseppe Berta nel suo recente libro “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”, nel quale lo storico della Bocconi ha sottolineato l’urgenza, per il Paese, di un ridimensionamento delle sue aspettative. Senza che ciò debba implicare una sorta di autoripiegamento rispetto allo spazio occupato nel passato, il ridimensionamento deve invece costituire la premessa per fare “riguadagnare” al Paese un clima di fiducia, utile per poter effettuare scelte responsabili in funzione di un futuro problematico.

Gianfranco Sabattini

Il terrorismo finanziario
contro i popoli

Negli ultimi tempi si sono susseguite voci di allarme nei confronti di una sorta di “terrorismo finanziario” a livello planetario.

Prima Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, sulla cospirazione contro la crescita dell’Europa; poi Rino Formica, uno dei più autorevoli politici italiani dei trascorsi anni ’80 e dirigente di primo piano del Partito socialista, secondo il quale, rispetto a quanto accadde nel 2011, l’attacco non riguarda solo l’Italia: “Abbiamo sottovalutato un elemento. La globalizzazione, col crollo degli imperi, ha creato un’instabilità che non è solo il terrorismo armato, ma anche quello finanziario. Dopo la Seconda guerra mondiale la preoccupazione era stata quella di regolare i mercati mondiali. Da 20-25 anni questa necessità è stata dimenticata”. Secondo Formica “il terrorismo armato provoca morti, quello finanziario impoverisce popoli e nazioni. Una morte bianca che colpisce la ricchezza diffusa”.

D’altronde, Bettino Craxi, statista e leader socialista, dal suo esilio ad Hammamet, ammoniva che “dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”. E Romano Prodi, ex premier ed ex presidente della Commissione europea: “I drammi non sono i ribassi della borsa ma l’inquietudine generale di tutto il sistema economico. Siamo in emergenza: rallenta la crescita, siamo di fronte alla crisi drammatica di alcuni grandi Paesi”. Affermazioni realistiche ma che difettano della necessaria autocritica, da parte di uno degli acritici sostenitori del monetarismo europeo e delle privatizzazioni italiane, in nome delle “magnifiche sorti e progressive” del capitalismo globale.

Non vi è dubbio che la globalizzazione dei mercati finanziari, con la debolezza della sovranità degli Stati rispetto a potenti soggetti come banche d’affari, fondi di investimento, agenzie di raiting e organismi tecnocratici internazionali quali il Fondo Monetario, sta producendo una drammatica concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi grandi speculatori, a danno della gran parte dei cittadini del pianeta, che si è manifestata pubblicamente con l’attacco alla sterlina e alla lira da parte di alcuni raiders, a partire dall’autunno 1992.

C’è chi propone per fronteggiare questo trend ormai strutturale, soluzioni giudiziarie: è il caso del Poasy, uno dei sindacati di polizia della Grecia, i cui leader hanno affermato che la “troika starebbe tentando con le sue richieste di ribaltare l’ordine democratico, di scalfire la sovranità nazionale e di depredare il popolo greco di importanti beni”. Il sindacato ha fatto sapere che, per tali ragioni, procederà all’arresto immediato dei membri della Troika sul territorio nazionale.

Ma tali affermazioni appaiono più di carattere emblematico che fondate su realismo politico e legale.

Più fondato appare il periodico richiamo al ritorno a Bretton Woods, località del New Hampshire in America dove, nel 1944, si definirono gli accordi relativi al sistema internazionale dei cambi e delle transazioni commerciali, il gold exchange standard, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, in  rapporto al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro, con influenze keynesiane, che è durato dalla fine della II guerra mondiale sino al 1971, anno in cui gli Stati Uniti ne sancirono la fine. E nel 1979, il G7 di Tokio decretò la fine al modello di capitalismo espansivo e redistributivo, imponendo a livello internazionale la graduale impossibilità per gli Stati di utilizzare la svalutazione o rivalutazione delle monete nazionali per fare fronte alle esigenze dei debiti sovrani, con il conseguente ricorso all’uso dei tassi di interesse per riequilibrare le partite correnti e attirare i capitali. Si aprì così, la strada alle politiche liberistiche thatcheriane e reaganiane degli anni Ottanta.

Per fronteggiare il “terrorismo finanziario” servirebbe una condivisione globale di politiche economiche espansive basate sulla sovranità statuale, con banche centrali funzionali ai governi, eliminazione dei derivati, separazione tra le banche di credito e quelle d’investimento, pene severe per i banchieri infedeli.

Maurizio Ballistreri

Serve una Bretton Woods europea

Settant’anni fa, nel 1944, al “Mount Washington Hotel”, si riunirono nella città di Bretton Woods (New Hampshire), dal primo al ventidue luglio, i 730 delegati delle 44 nazioni che parteciparono ai lavori della “Conferenza Monetaria e Finanziaria delle Nazioni Unite” (United Nations Monetary and Financial Conference). Dopo un dibattito, durato tre settimane, i delegati firmarono i famosi Accordi di Bretton Woods, che valsero a stabilire le regole delle relazioni commerciali e finanziarie tra i Paesi alleati, ancora impegnati nella guerra contro il nazismo ed il fascismo. Scopo della Conferenza fu quello di stabilire, dopo la ricostruzione postbellica, come promuovere la crescita di tutti i Paesi del mondo in condizioni di pace e in presenza di una maggiore equità distributiva rispetto all’anteguerra.

In particolare, la Conferenza fissò un sistema di regole e procedure per controllare la politica monetaria internazionale, divenendo in tal modo il primo esempio nella storia di un ordine monetario mondiale totalmente negoziato. Tutti i Paesi che siglarono gli Accordi concordarono sul fatto che la dura lezione appresa dal caos monetario del periodo tra le due guerre dovesse essere necessariamente tenuta sempre presente, per impedire il formarsi dei conflitti di interesse tra gli Stati del tipo di quelli che condussero alla seconda guerra mondiale.

Nei partecipanti alla Conferenza, infatti, era bene impressa la recente esperienza della Grande Depressione del 1929, durante la quale i controlli sul tasso di cambio e le barriere commerciali portarono al disastro economico che colpì gran parte dei loro Paesi. Gli accordi di Bretton Woods fornirono la speranza di poter superare le criticità degli anni Trenta, periodo in cui il controllo del mercato dei cambi aveva compromesso il sistema di pagamenti internazionali su cui era basato il commercio mondiale. In quel lasso di tempo, infatti, i governi erano soliti ricorrere a politiche di svalutazione della loro moneta per aumentare le esportazioni, con lo scopo di contenere il deficit della bilancia dei pagamenti, causando però la contrazione della domanda finale, l’aumento della disoccupazione e il declino del commercio mondiale.

Ciò comportò una riduzione degli scambi a relazioni tra gruppi di sistemi economici che usavano la stessa valuta nella regolazione dei loro rapporti internazionali, come accadde ad esempio all’interno dell’area della sterlina o in quella del dollaro. La formazione di queste aree ostacolò la circolazione dei capitali e affievolì le opportunità degli investimenti esteri, provocando situazioni di crisi difficili da superare, sino a divenire uno dei motivi che condussero i principali Paesi industrializzati a vivere le dure conseguenze del secondo conflitto mondiale.

Le basi politiche degli Accordi furono individuate nel riconoscimento del ruolo e della funzione dell’intervento dello Stato nel governo dell’economia, nella convergenza delle comuni esperienze negative vissute dagli Stati partecipanti in occasione della Crisi del 1929 e nella consapevolezza che, dalla conclusione del conflitto, stava emergendo di fatto il potere dominante di un Paese, gli USA, propenso ad assumere il ruolo di regolatore del sistema dei pagamenti internazionali.

I progetti sui quali si discusse furono due, formulati indipendentemente l’uno dall’altro qualche anno prima: quello dell’inglese John Maynard Keynes, risalente al 1941, e quello dell’americano Harry Dexter White, risalente al 1942. Il progetto di Keynes prevedeva la costituzione di una “Stanza di Compensazione” dei rapporti di debito e credito internazionali, alla quale i Paesi membri avrebbero partecipato con quote rapportate al volume del loro commercio internazionale, in base alla media dell’ultimo triennio. Il piano White, invece, prevedeva un “Ente Sovrannazionale”, nel quale i Paesi avrebbero avuto un “peso decisionale” rapportato alla quota del capitale sottoscritto; essi, in caso di necessità, avrebbero potuto ottenere prestiti in proporzione a tale quota. La compensazione dei rapporti di debito e credito sarebbe avvenuta tramite una moneta (unità di conto) denominata “Bancor” all’interno di un sistema monetario internazionale dollaro-centrico. Gli Accordi siglati furono un compromesso tra i due piani, in cui prevalsero le proposte contenute nel piano White.

Le istituzioni su cui si programmò il rilancio del mercato internazionale e dello sviluppo postbellico furono il “Fondo Monetario Internazionale” (FMI), al quale venne affiancata la “Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo” (BIRS). Il primo aveva il compito di vigilare sulla stabilità monetaria e di concedere prestiti agli Stati in situazioni di disavanzo, a condizione che tutte le valute fossero state convertibili in dollari, che le Banche centrali si fossero impegnate a conservare un cambio stabile con il dollaro e che la svalutazione delle monete nazionali fosse praticata solo se approvata dal FMI. In pratica, si trattava del ricupero di un sistema monetario internazionale, il “Gold Exchange Standard”, concepito all’indomani della fine della Grande Guerra, ma mai decollato per via degli egoismi nazionali. Esso venne basato su rapporti di cambio fissi tra le valute dei Paesi che siglarono gli Accordi, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all’oro.

Gli accordi di Bretton Woods favorirono la ricostruzione del un sistema economico mondiale fondato su un mercato libero, ma regolato, che permise a tutte le economie che lo adottarono, nel periodo di tempo compreso tra il 1945 ed il 1975 (non a torto denominato “I Gloriosi Anni Trenta”), di realizzare una crescita ed uno sviluppo mai sperimentati in passato. Al termine di questo periodo, l’impalcatura istituzionale negoziata a Bretton Woods entrò in crisi, in parte per gli effetti di un’anomala espansione della spesa pubblica degli USA, ma soprattutto a causa degli egoismi nazionalistici, mai rimossi completamente e sempre “attivi”, per quanto ovattati dal ricordo dell’esperienza negativa vissuta nel periodo tra le due guerre, e anche dalla reazione conservatrice (reaganismo e teacherismo) che imputò le fasi recessive delle economie di mercato negli anni Settanta all’eccessiva espansione dell’interferenza dello Stato nella regolazione dell’economia, per ragioni di giustizia sociale.

Dopo che, all’inizio degli anni Settanta, il sistema dei cambi fissi messo a punto dagli Accordi del 1944 crollò, il FMI sembrò perdere la sua funzione originaria; gli USA, però, contribuirono a realizzare una nuova forma di stabilizzazione dei cambi, consentendo la sopravvivenza delle istituzioni create a Bretton Woods, attraverso la revisione dei loro obiettivi. Il FMI e la BIRS continuarono la loro attività, mentre l’“Accordo Generale sulle Tariffe ed il Commercio” (GATT), concluso nel 1947 con lo scopo di favorire e potenziare la liberalizzazione del commercio mondiale, è stato sostituito da quello che portò alla costituzione, nel 1995, dell’“Organizzazione Mondiale del Commercio” (WTO).

Allo stato attuale, gli USA, ancora massima potenza egemone sul piano economico a livello mondiale, sono orientati ad approfondire i propri rapporti con le potenze economiche emergenti nell’area del Pacifico; viene perciò spontaneo chiedersi se, per caso, la convergenza degli USA verso la Cina non sia il preludio della replica di un nuovo sistema monetario internazionale à la Bretton Woods in “salsa asiatica”. Un’eventualità siffatta non può essere esclusa, se si considera che i due Paesi potrebbero trovarsi a dover subire una forte pressione, simile a quella che gravò sui partecipanti alla Conferenza del 1944. Oggi, un patto globale tra le due massime potenze economiche mondiali potrebbe imporsi come un’urgente necessità o per superare la crisi del capitalismo attuale, o per scongiurare il timore che il verificarsi di una crescita “drogata” da bolle speculative possa indurre il resto del mondo a tornare al protezionismo degli anni Trenta, nella prospettiva di scenari futuri di difficile accettazione per tutti.

Come si configura la posizione dell’Europa di fronte a questa prospettiva? Il vecchio continente sembra essere estraneo a queste nuove preoccupazioni; prova ne è il fatto che, dopo l’inizio della crisi dei subprime americani, nella quale anche l’Europa è stata coinvolta, i Paesi egemoni sul piano economico dell’Unione Europea, anziché accollarsi “l’onere e l’onore” di favorirne il superamento con la costituzione di uno stabile sistema monetario, utilizzando i loro surplus valutari (così come fecero gli USA dopo il 1944) hanno preferito, con in testa la Germania, ritirarsi egoisticamente a tutela dei loro esclusivi interessi nazionali. La mancata considerazione, da parte di questi Paesi, della lezione di Bretton Woods li ha spinti a non considerare che, nel lungo periodo, l’assenza di un’area valutaria stabile potrebbe riproporre, a danno di tutti, lo spettro finale degli anni Trenta; non sarebbe un obiettivo esaltante per chi, come ad esempio la Germania, oggi si illude di poter dare lezione di buon governo agli altri, senza assolvere agli obblighi contratti con la firma dei Trattati costitutivi dell’Unione, implicitamente equivalente all’impegno a trasformare quest’ultima da semplice mercato in un nuovo soggetto istituzionale politicamente solidale.

Gianfranco Sabattini

Bilancia dei pagamenti,
il fascino del passato

Eurozona-debitoA leggere il “Sole 24 Ore, il foglio confindustriale, cioè il quotidiano che si presume sia il portatore degli interessi del mondo produttivo privato dell’Italia, c’è da diventare “strabici”. In esso, a volte, prevalgono gli articoli e gli interventi in favore dell’Unione Europea e di un maggiore approfondimento dell’unione politica degli Stati che ne fanno parte. In altre occasioni, prevalgono gli articoli che, riferendosi ai problemi attuali dei Paesi europei dell’eurozona, ne scrivono come se non facessero parte di un area resa unitaria sul piano economico con la sottoscrizione di Trattati che hanno avuto l’effetto di legare tra loro, rendendoli interdipendenti, gli uni con gli altri. Pubblicare articoli che recano opinioni che ignorano gli obblighi di ciascun Paese nei confronti degli altri è senz’altro lecito e, per certi versi, può risultare anche utile; ma, al di là di questo, ci si aspetterebbe dal “foglio” portatore degli interessi degli industriali privati italiani l’esposizione di una “linea” più chiara rispetto agli obblighi che derivano per ciascun Paese dal rispetto di quei Trattati; “linea” che lasci capire se gli industriali nostrani sono favorevoli a far parte dell’area della moneta unica europea, oppure meno. Continua a leggere