Gentiloni: prossimi 10 mesi decisivi per l’Europa

Camera - Informativa urgente del Governo sulla liberazione delle due ragazze

Futuro dell’Unione europea, temi migratori e Brexit i temi principali che verranno affrontati nel Consiglio europeo del 19 e 20 ottobre a Bruxelles. Il premier Paolo Gentiloni ne ha discusso ieri nel corso di due telefonate distinte con il presidente francese Emmanuel Macron e con il primo ministro britannico Theresa May. Gentiloni oggi è intervenuto alla Camera in vista dell’appuntamento europeo di domani e ha parlato di mesi decisivi per imprimere una svolta all’Unione nel segno dell’integrazione.

La Camera ha poi approvato la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio con 239 sì e 144 no. La Camera ha anche approvato le risoluzioni di Mdp e Alternativa Libera, su cui il Governo aveva espresso parere favorevole. Respinte le risoluzioni di M5S, Fi, Lega, Fdi e Si.

“Noi – ha detto Gentiloni nel suo intervento – siamo dalla parte di chi dice ‘più Europa’ e non di chi dice ‘contrapponiamo il nostro Paese all’Europa’”, scandisce a mo’ di slogan il presidente, sottolineando che “nel 2019 si avvia la fase del rinnovo del Parlamento e di tutte le istituzioni europee” quindi “il momento di discutere di nuove politiche – non dico i trattati – dell’Unione europea è ora”. I prossimi “10-15 mesi” si riveleranno “decisivi” o, al contrario, possono lasciare la situazione così com’è. “Ma – avverte il presidente – non possiamo permetterci di passare dalla tempesta perfetta del 2015 alle occasioni perdute del 2017-18, non possiamo farci dettare la velocità dagli ultimi vagoni del treno europeo cioè da chi dice di non volere alcuna spinta europeista pur volendo tutti i vantaggi dell’appartenere all’Unione”. Gentiloni striglia poi chi, come la Lega o Fratelli d’Italia ma non soltanto, simpatizza per chi chiude le frontiere ai migranti, come l’Austria. “Dico a chi si rallegra delle posizioni sovraniste ai confini del nostro Paese, che si rallegra per qualcosa che va contro l’Italia. E’ qualcosa – ammonisce – che dovremmo contrastare sul piano politico e diplomatico, e credo che il Parlamento dovrebbe e potrebbe impegnarsi in questo senso”. Gentiloni evoca poi “il lungo inverno del nostro scontento europeo” che sembrava essersi concluso con la “primavera romana in Campidoglio” in occasione della cerimonia dei Trattati europei, e invita a tradurre quel consenso in politiche concrete.

In questo senso, nel Consiglio di domani e dopodomani saranno fatti “passi decisivi” sul fronte della difesa comune e della Web tax per i giganti della rete. Invece, su lavoro e crescita “restano ancora tutti da fare”. Il premier non risparmia critiche poi alla Brexit: una scelta “democratica e che rispettiamo”, ma che “non ha portato a quelle conseguenze magnifiche e spettacolari promesse”. “Anzi – sottolinea Gentiloni -, il contesto in cui Regno Unito si muove è di innegabile maggiore difficoltà”. Il presidente del Consiglio poi riaccende i fari sulla questione migranti, su cui l’Italia è “orgogliosa di aver dato il buon esempio”. Ma, se la commissione europea si è spesa, non si può dire altrettanto di tutti gli Stati membri. “Serve un impegno maggiore dei Paesi europei. Abbiamo bisogno di più risorse e di più presenza delle organizzazioni umanitarie nei campi in Libia”, sottolinea il premier. Infine un accenno alla candidatura di Milano per ospitare l’Agenzia europea del farmaco, finora con sede a Londra. “Pur risultando tra le due o tre candidature migliori possibili – ammette Gentiloni -, non sarà una competizione facile”.

Alla vigilia del vertice europeo il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, in una lettera ai leader dei Ventotto, ha sottolineato che l’unità europea va difesa in quanto è la “nostra maggiore” dell’Unione europea. “Dovremmo preservare l’unità che siamo stati in grado di sviluppare nell’ultimo anno”, scrive Tusk, in riferimento all’agenda dei leader dopo la conclusione del percorso delineato nella roadmap di Bratislava (settembre 2016). “Abbiamo bisogno di unità per risolvere la crisi migratoria, per affrontare gli aspetti meno giusti della globalizzazione”, oltre che per i rapporti con “i paesi terzi, per limitare il danno causato dalla Brexit e per preservare un ordine internazionale basato sul diritto in questo momento difficile”.

Guterres l’anti Trump. Un socialista all’Onu

libro intiniUn socialista all’Onu, Guterres: l’anti Trump” è l’ultimo libro di Ugo Intini, edizioni Ponte Sisto, presentato oggi alla Camera dei deputati nella Sala Aldo Modo. Molti gli interventi, moderati dal giornalista Paolo Franchi: Fabrizio Cicchitto, Pia Locatelli, Riccardo Nencini, Marina Sereni, oltre a quello dell’Autore. Un libro fatto per esigenze di verità e di informazione, ha sottolineato Ugo Intini, e indirizzato a tutti i Trump del mondo. L’Autore ha sottolineato il rapporto speciale tra i socialisti italiani e quello portoghesi e come il lavoro di Guterres abbia sempre mirato a una Europa unita in grado di costruire ponti e non divisioni. “L’elezione di Guterres – ha affermato l’autore – si deve ad Obama. Con Trump Guterres non sarebbe stato eletto. Trump è per la Brexit, Guterres è per un’Europa unita che costruisca ponti. Trump è per il bilateralismo, Guterres per il multilateralismo. Trump è per i muri, Guterres è per una politica umana verso i rifugiati. Trump non crede all’emergenza clima, Guterres ritiene il clima una priorità. Trump è un seguace di Netanyahu, Guterres difende Israele e vuole uno Stato per i palestinesi”. Intini ripercorre i legami tra il socialismo italiano e portoghese, a partire dal simbolo del garofano. “Soares e Guterres nascono con il mito di Nenni – afferma Intini – in via del Corso c’era un piccolo ufficio dove trovavi Soares, Gonzalez, Panagulis. Guterres era un allievo di Soares, stampavano ‘O Portugal socialista’ in via della Guardiola. L’idea del simbolo del garofano per il socialismo portoghese nacque proprio nella redazione dell’ ‘Avanti!’ di via della Guardiola”. “Guterres – prosegue Intini – è socialista, tollerante, crede nel dialogo e coltiva il dubbio. Lui affermava che quando c’è una trattativa in due, si è in realtà in 6. Perché in 6? Perché ciascuno è ciò che è, ciò che crede di essere, ciò che l’altro pensa che tu sia”.

Invito Camera da Ponte SistoUn convegno incentrato ovviamente sull’Onu sulle sue funzioni e sul suo ruolo. Un’istituzione che appare spesso ingessata nelle sue regole ormai datate in un momento storico in cui il ruolo dovrebbe essere sempre più centrale. Questa la grande sfida di Guterres, un socialista, che assume la presidenza delle Nazioni Unite in un periodo in cui gli scenari internazionali sono carichi di rischi e di tensioni. Dal Medio Oriente al terrorismo, al grande tema delle migrazioni. L’anti Trump come freno all’impostazione protezionista del presidente americano, come spinta forte sul sentiero del multilateralismo. Un via che può essere sollecitata solo dalle Nazioni Unite. L’Autore in questo ribalta tre luoghi comuni. Guterres è europeo e diventa presidente dell’Onu nel momento in cui l’Europa non sta passano un periodo felice. È un socialista, e sappiamo la difficoltà dei pariti socialisti europei di questi tempi. Infine è un politico. E i politici non sono visti di buon occhio ultimamente. Evidentemente, dice Intini, si dice che siamo tre elementi in crisi, ma evidentemente non lo sono.

Marina Sereni, del Pd, si domanda a questo punto se non sia il caso di aprire un cantiere tra Internazionale socialista, a cui il Partito democratico non appartiene, e altre forze progressiste mondiali. Una sorta di laboratorio tre le forze di progresso che sia capace di includere a livello internazionale.

Pia Locatelli, presidente del gruppo socialista alla Camera, ha sottolineato la contrapposizione delle visione di Guterres con quella di Trump e ha ricordato il profilo del politico portoghese ripercorrendo le sua tappe nazionali e internazionali. Due episodi, il primo non condiviso Pia Locatelli. La scelta di Guterree di non appoggiare il referendum in Portogallo sull’aborto. Una cosa che non piacque alla donne socialiste portoghesi. Altro punto sottolineato da Locatelli è il lavoro fatto all’Onu sui rifugiati. Allargando la categoria dei rifugiati anche a coloro che si erano allontanati dal proprio paese per disastri ambientali. “Aveva previsto – ha detto Locatelli – quello che sta succedendo in questi anni sull’immigrazione”.

Fabrizio Cicchitto, Presidente della Commissione Esteri della Camera, sottolinea il lavoro internazionale del Psi dagli anni cinquanta agli anni ottanta. “Nella redazione dell’Avanti! – ricorda Cicchitto – potevi trovare Tito de Morais”. Cicchitto disegna l’attuale scenario mondiale: “Guterres, da Segretario generale dell’Onu, sarà l’anti Trump, ma anche l’anti Putin e l’anti Erdogan. C’è un ritorno ai nazionalismi identitari, che conducono a leadership durissime e pericolose. Putin, ad esempio, lavora in modo scientifico per destabilizzare l’Occidente, usando anche la cibernetica. Lui ha rapporti con Lega e M5S e ha cercato di svolgere un ruolo nelle elezioni francesi e tedesche. L’Europa ha fatto l’errore di respingere la Turchia ‘europea’ ed oggi abbiamo il risultato drammatico di Erdogan. Ci sono poi i localismi come la Catalogna”.

Riccardo Nencini ha messo in evidenza che descrivere Guterres come anti Trump, non sia solo accattivante ma mette in evidenza il tentativo di costruire una visione diversa e opposta a quella del presidente americano. Nel suo intervento Nencini ha ricordato il sostegno dato dai socialisti ai portoghesi schiacciati dalla dittatura di Salazar. E non solo a loro. E poi una risposta a D’Alema che ha detto, in una intervista al Corriere, che Craxi è un uomo di sinistra che aiutava i palestinesi e gli esuli cileni. “D’Alema – commenta Nencini – sarebbe stato più corretto se avesse detto queste cose negli anni novanta”. “Un conto è l’aiuto che un uomo può fornire dal punto di vista umano – prosegue Nencini su come si comportò D’Alema – altro conto è riconoscere ‘da berlingueriano’ che Craxi aveva ragione politicamente”. “Purtroppo – aggiunge Nencini – i vinti lo sono sempre due volte: sul campo e nella memoria. Eppure stiamo parlando di fatti di ieri, non di un secolo fa. C’è un ricordo collettivo falso. Il Psi finanziava i palestinesi, i socialisti spagnoli e portoghesi, gli studenti greci, gli esuli polacchi e cechi. Firenze era una colonia di studenti greci del Pasok che veniva ospitata nelle sezioni del Psi: li’ si frequentavano Fallaci e Panagulis. Questa del Psi e dei suoi rapporti internazionali è una storia formidabile, che altri – sottolinea Nencini senza citare espressamente D’Alema – non hanno conosciuto”. Per Nencini “la memoria tardiva rischia di essere strumentale e parziale, anche se un pezzo di verità è stata ripristinata. Purtoppo in Italia ci sono legioni di smemorati. Anche sulla Biennale loro erano da un’altra parte”.

Daniele Unfer

Theresa May a Firenze prepara l’addio

theresa-mayTheresa May, la premier britannica parlando Firenze, manda un messaggio ai “600 mila italiani che stanno nel Regno Unito”. “Vogliamo che restiate, siete per noi un valore aggiunto. L’impegno è di assicurare che voi continuate a vivere le vostre vite come prima”. Le sentenze della Corte europea “dovranno far parte del corpus legislativo britannico”, riferendosi alle garanzie per i cittadini dell’Ue che risiedono nel Regno Unito. “I cittadini hanno votato per Brexit, noi lasceremo la Ue nel marzo 2019 ma ci sarà un periodo di attuazione durante le quali ci saranno delle differenze per i cittadini. Chiederemo ai cittadini di registrarsi questo è un mattone importante verso i nostri obiettivi sulla questione migrazione. Quando si realizzerà il partenariato prenderemo il pieno controllo dei nostri confini”. May ha parlato nel complesso di Santa Maria Novella, sede dell’ex scuola dei marescialli dei carabinieri e ora prestigiosa sede del Comune. Il premier britannico ha proposto un periodo di transizione di due anni post-Brexit.

Accordo creativo su nuove relazioni
Gran Bretagna e Ue possono essere “creativi” nello stabilire una nuova relazione dopo la Brexit. Lo ha detto la premier britannica Theresa May a Firenze sottolineando che “gli occhi del mondo sono puntati su di noi”. Per il primo ministro è dovere di Londra e Bruxelles trovare un accordo e lei si sente in proposito “ottimista”.

Lasciamo Ue, ma vogliamo essere partner
La Gran Bretagna, ha proseguito la premier Theresa May, “ha deciso di lasciare l’Ue”, ma intende restare partner dei Paesi europei, dall’economia, alla lotta contro il terrorismo, al tema dell’emergenza immigrazione. “Lasciamo l’Ue, ma non lasciamo l’Europa”. “In nessun modo” il Regno Unito intende abbandonare la sua alleanza con i Paesi del continente e il suo impegno comune per “la democrazia, i diritti umani, la difesa” e contro minacce internazionali fra le quali ha citato anche il programma nucleare della Corea del Nord. “Noi non voltiamo le spalle all’Europa, né smettiamo di essere membri orgogliosi” del continente europeo, ha rimarcato, pur rivendicando come una scelta democratica e di “sovranità” quella fatta con il referendum dell’anno scorso in favore della Brexit.

Cooperazione sicurezza con Ue resta, basata su valori
La cooperazione in materia di sicurezza fra Gran Bretagna e Ue è destinata a continuare anche dopo la Brexit poiché è basata su “comuni valori” di democrazia, di libertà, di rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto. Ha aggiunto la premier Theresa May, evocando “un coraggioso e strategico accordo” di cooperazione, un accordo “senza precedenti” negli impegni reciproci, “per proteggere i nostri popoli, difendere i nostri valori e garantire la sicurezza di tutto il continente”.

Periodo di transizione è interesse comune
Un accordo di transizione “è nell’interesse” sia dell’Ue sia del Regno Unito dopo la Brexit. Theresa May lo ha detto formalizzando la proposta di una fase “di attuazione” durante la quale Londra punta a restare nel mercato unico, offrendo in cambio il mantenimento dei suoi impegni finanziari verso Bruxelles. Tale periodo, secondo i media, dovrà essere di due anni e prevedere un versamento di circa 20 miliardi di euro al bilancio comunitario. Nella fase di transizione di due anni auspicata da Theresa May per il dopo Brexit, fino al 2021, in Gran Bretagna resterà in vigore una serie di norme Ue e la giurisdizione delle corti europee, ma il Regno si riserva di riacquisire piena sovranità sul “controllo dei suoi confini”. Lo ha sottolineato la premier rispondendo a una domanda della Bbc che metteva in dubbio l’accoglienza da parte dei sostenitori della Brexit di un periodo di transizione prolungato. May ha poi ripetuto che l’accordo finale con Bruxelles a cui Londra mira non dovrà essere né sul modello del Canada, né su quello della Norvegia.

Il futuro della Gran Bretagna è radioso
Theresa May resta convinta che il futuro della Gran Bretagna avviata verso la Brexit sia “luminoso”. “I nostri fondamentali economici sono solidi”, ha detto, ricordando anche il valore del sistema accademico e d’istruzione del Regno e “lo spirito indomabile” del popolo britannico.

May agli italiani in Gb, “siete preziosi, restate”
“Voglio reiterare a tutti gli italiani e ai cittadini Ue che vivono nel regno Unito che vogliamo che restiate, siete preziosi per noi e vi ringraziamo per il vostro contributo”, ha detto May aggiungendo che intende garantire i diritti dei 600 mila italiani residenti nel Regno Unito dopo la Brexit.

Gb mai pienamente a suo agio nell’Ue
Il Regno Unito “non è mai stato pienamente a suo agio” nell’Ue. Lo ha evidenziato la premier conservatrice Theresa May in un passaggio nel quale ha rivendicato il rispetto del risultato referendario pro Brexit del giugno 2016 e ha mostrato toni rassicuranti nei confronti dei ‘brexiteers’ di casa sua. May, che ha ripetutamente espresso ottimismo sul destino della Gran Bretagna fuori dall’Europa, pur evocando il mantenimento di una “partnership forte” fra “uguali” con il continente, ha quindi rivolto una sollecitazione diretta ai “leader europei” a sentire la responsabilità di trovare un accordo con il suo Paese (“la quinta potenza economica del pianeta”) sulle relazioni future: accordo che a suo giudizio è interesse di entrambi. Secondo l’euroscettico Daily Telegraph, la Brexit potrebbe scattare formalmente anche prima della scadenza negoziale del marzo del 2019, nelle intenzioni del governo May. E quindi i due anni di transizione auspicati dalla premier concludersi prima del 2021.

Barnier, da May passo avanti costruttivo
“Nel suo discorso a Firenze, la premier Theresa May ha espresso uno spirito costruttivo”. E’ la reazione del capo negoziatore della Commissione Ue, Michel Barnier, al discorso di Firenze di Theresa May. Le dichiarazioni della leader britannica, sostiene, “sono un passo in avanti ma devono ora essere tradotte in una precisa posizione negoziale del governo del Regno Unito”.

Brexit, nessun progresso e la May è a Tokyo

brexit 2Ancora stallo nei colloqui per la Brexit. Oggi dopo il terzo round, ad annunciare la fumata nera ci ha pensato il capo negoziatore Ue Michel Barnier: “Questa settimana abbiamo avuto chiarimenti utili su molti punti, ma nessun progresso decisivo sui soggetti principali. Anche se la discussione sull’Irlanda è stata fruttuosa”. Nella conferenza stampa col segretario di stato britannico David Davis, Barnier ha poi aggiunto: “Siamo lontani dal dire che sono stati raggiunti progressi sufficienti” sul negoziato, per passare alla fase successiva. Barnier aveva chiesto due giorni fa che Londra iniziasse “a negoziare seriamente” visto l’avvicinarsi della scadenza del marzo 2019 e lo stallo dei colloqui.
Inoltre per l’Ue la Gran Bretagna deve chiarire la sua posizione su alcune questioni chiave inerenti l’uscita dall’Unione Europea. La questione più difficile sono gli obblighi finanziari che il Regno Unito deve onorare per uscire dall’Ue, ma anche sugli altri dossier oggetto di trattative le posizioni sono ancora lontane. Altro punto su cui non c’è accordo è quello del ruolo della Corte europea di giustizia, il Regno Unito rifiuta in toto la giurisdizione dei giudici di Lussemburgo dopo la Brexit. Infine non si riesce ancora a trovare un punto di incontro sui prodotti presenti sul mercato al momento dell’uscita, con tanto di sospetto da parte degli inglesi di ritorsioni europee sui prodotti Oltremanica.
Ma a far vacillare ancora di più le trattative è l’assenza della Premier impegnata per tre giorni in Giappone. Theresa May è infatti a Tokyo per avviare le trattative per un accordo di libero scambio tra i due paesi, ma in questi giorni non solo Shinzo Abe è impegnato in questioni preoccupanti come i rapporti con Pyongyang, ma il pimo ministro giapponese sembra alquanto irritato dalle pressioni di Londra. Anche perché Tokyo finché non avrà ben chiari gli accordi sulla Brexit non sembra intenzionato a fare affari con la City.

FMI rivede le stime di crescita tra rialzi e ribassi

FMIIl Fondo Monetario Internazionale, ha comunicato un aggiornamento sulle previsioni di crescita dell’economia mondiale. Nell’ultimo World Economic Outlook presentato oggi a Kuala Lumpur, il FMI ci rassicura sull’andamento dell’economia mondiale con una crescita del PIL al 3,5% per il corrente anno ed al 3,6% per il 2018. Sono piuttosto interessanti le stime di crescita riviste dettagliatamente, dove rispetto allo scorso anno si segnalano rialzi e ribassi. Per la Cina è stata rivista al rialzo di un decimo di punto percentuale la stima di crescita per il 2017 con un 6,7%, contro il 6,6% delle ultime stime di aprile scorso. Per il 2018, invece, la crescita del gigante asiatico è fissata al 6,4%, in lieve rallentamento rispetto alla stima di quest’anno, ma in rialzo dello 0,2% rispetto alla previsione di aprile scorso. Le aspettative di alti investimenti pubblici potrebbero presentare il rischio di ulteriori larghi incrementi nel debito. Un primo via libera all’innalzamento delle stime di crescita della Cina era arrivato a giugno scorso durante il viaggio in Cina del numero due del FMI, David Lipton, che aveva promosso “la transizione verso un percorso di crescita più sostenibile” da parte di Pechino e le riforme avviate “in ampi settori” dell’economia prevedendo una crescita al 6,7% in linea con le aspettative del governo cinese per arrivare ad una crescita intorno al 6,5% per il 2018.

Nei primi sei mesi del 2017, la Cina è cresciuta del 6,9%, al di sopra della stima del FMI. La Cina, spiega il Fondo Monetario Internazionale deve focalizzarsi sui rischi del settore finanziario per evitare un improvviso rallentamento dell’economia, che, secondo l’istituto di Washington, potrebbe avere ricadute anche su altri Paesi.

Le economie emergenti vengono riviste in crescita con il 4,6% nel 2017 ed il 4,8% nel 2018. Il quadro economico dell’eurozona dovrebbe migliorare nei prossimi anni grazie al miglioramento delle performance di Spagna ed Italia oltre a Francia e Germania. La stima raggiungerebbe +1,9% per il 2017 con in incremento dello 0,2% sulle precedenti previsioni, mentre per il 2018 si prevede +1,7% con un miglioramento di +0,1% dalla precedente stima.

Le stime di crescita in rialzo coinvolgono anche l’Italia passando a un +1,3% del Pil per il 2017 e ad un +1,0% per quello del 2018. I due dati crescono rispettivamente di 0,5 punti percentuali per l’ anno in corso e di 0,2 punti percentuali per il prossimo. Per l’Italia le stime dell’FMI sono inferiori a quelle fatte recentemente dalla Banca d’Italia che vedrebbe una crescita pari all’1,5% per il 2017. Le buone notizie sull’Italia, sono state commentate dal Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni: “Un Paese che migliora le previsioni può avere una legge di bilancio e un abbassamento del debito più significativi e importanti. Siamo dentro una fase positiva dell’ Eurozona, ma dobbiamo registrare una cosa interessante: pari ad altri Paesi stiamo parlando di uno scalino che si sale, nel caso italiano di qualche scalino in più”.

La composizione della crescita però è cambiata con riferimento a previsioni meno ottimistiche su USA e Regno Unito. IL FMI rivede al ribasso le stime di crescita dell’economia americana prevedendo una crescita del 2,1% nel 2017 contro la precedente stima del 2,3%, e del 2,1% per il 2018 dal precedente 2,5% . La riduzione delle previsioni sull’economia britannica nel 2017 (a +1,7% dal precedente +2%, mentre +1,5% è la proiezione confermata per l’anno prossimo), per Maurice Obstfeld, capo economista del Fondo monetario internazionale, è connessa “alla tiepida performance recente”.

Per quanto ovvio, sull’economia statunitense pesano le scelte di politica economica di Donald Trump, mentre per il Regno Unito pesa l’effetto Brexit.

Invariate le stime di crescita della Russia all’1,4% sia per il corrente anno che per il prossimo. La ricetta del Fmi per far proseguire la crescita economica mondiale è quella di andare avanti con le riforme, ed evitare politiche che possano alimentare il protezionismo. Nel presentare l’aggiornamento dei dati, il FMI ha affermato: “Nel lungo termine il non aumentare il potenziale di crescita e il non rendere la crescita più inclusiva potrebbero alimentare il protezionismo e ostacolare le riforme. Il rischio è quello di una produttività globale più bassa e di danni per le famiglie a basso reddito”.

Dunque, restano sempre aperte le problematiche della povertà nel mondo che potrebbe essere combattuta con una più equa distribuzione della ricchezza.

Salvatore Rondello

Brexit: intesa ancora lontana. Resta il rischio rottura

barnier-davisQualche passo avanti sui diritti dei cittadini ma con una “divergenza fondamentale” sul ruolo della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la richiesta che il Regno Unito faccia “chiarezza” sui suoi obblighi finanziari e il riconoscimento da parte di entrambe le parti che la lancetta dell’orologio corre e non c’è tempo da perdere: il secondo round di negoziati sulla Brexit tra Michel Barnier e David Davis si è chiuso oggi con le due parti ancora lontane da un’intesa sulle modalità dell’uscita britannica dall’Ue. Nessuna svolta, che non era attesa. Nessuna rottura, che invece era temuta per il fatto che il governo di Theresa May non ha ancora presentato la sua posizione negoziale sul conto della Brexit (gli obblighi finanziari che il Regno Unito ha assunto come membro dell’Ue).

“Il primo round era quello dell’organizzazione, il secondo round è stato quello della presentazione, il terzo round deve essere quello del chiarimento”, ha detto Barnier, il capo-negoziatore per l’Ue, durante una conferenza stampa con la sua controparte britannica. È il sintomo che sulla sostanza delle tre priorità fissate dagli europei – diritti dei cittadini, conto della Brexit e frontiere tra Irlanda e Irlanda del Nord – nessuno ha abbandonato le sue linee rosse. In agosto, quando ci sarà il terzo round negoziale, “avremo bisogno di chiarificazioni sull’accordo finanziario, sui diritti dei cittadini, sull’Irlanda e sulle altre questioni della separazione”, ha avvertito Barnier, lanciando un appello alla responsabilità nel momento in cui il governo May continua a essere diviso sul tipo di Brexit che intende perseguire. “La responsabilità è il prezzo della grandezza”, ha detto il capo-negoziatore Ue, ricorrendo a una citazione di Wiston Curchill per richiamare all’ordine Londra. Davis ha parlato di discussioni “robuste e costruttive”.

Ma non ha fatto concessioni sulle linee rosse fissate dal Regno Unito, come la giurisdizione della Corte di Giustizia dell’Ue per garantire i diritti dei cittadini europei o l’ammontare del conto che Londra dovrà saldare prima di uscire. La trattativa sui diritti dei cittadini è quella che ha fatto i progressi più significativi in questa settimana, secondo quanto riferiscono fonti vicine ai negoziati. Il Regno Unito ha chiarito alcuni punti della sua posizione negoziale – gran parte dei diritti di cui beneficiano gli europei residenti sul suo territorio oggi saranno mantenuti – anche se l’Ue non è soddisfatta da tutte le spiegazioni, a cominciare dal carico amministrativo imposto da Londra. Rimane molto lavoro da fare, in particolare sui benefici sociali e economici. Il Regno Unito è rimasto sorpreso da alcune posizioni dell’Ue, che non vuole permettere ai cittadini britannici di votare alle elezioni locali o di avere la libertà di trasferirsi da uno Stato membro all’altro dopo la Brexit.

Ma è soprattutto il ruolo della Corte di Giustizia dell’Ue per far rispettare i diritti dei cittadini europei sul territorio britannico che separa Barnier e Davis. Per Londra è una linea rossa al momento invalicabile perché la Brexit serve a riprendere il controllo totale della sua sovranità. L’Ue, per contro, non si fida dei tribunali e del parlamento britannici. Barnier ha suggerito una via d’uscita indicando il modello del tribunale Efta (l’Europan Free Trade Association, ndr) di cui fanno parte Norvegia, Islanda e Liechtenstein e che “è appoggiato” alla Corte di Giustizia Ue. Ma il negoziato più esplosivo è quello sugli obblighi finanziari del Regno Unito. Già questa settimana si è rischiato lo stallo, dopo che Davis si è presentato a Bruxelles senza una posizione chiara su come regolare il conto dell’uscita. “Il Regno Unito ha riconosciuto di avere obblighi finanziari aldilà della data di ritiro e la necessità di saldare questi impegni” ma ora “una chiarificazione della posizione è fondamentale” per andare avanti nei negoziati e fare progressi, ha detto Barnier. “Vogliamo un’uscita ordinata del Regno Unito”, ma “un’uscita ordinata esige di saldare i conti”, ha avvertito il capo-negoziatore Ue. In altre parole, il rischio di una rottura dei negoziati è solo rinviato.

E tra i grandi gruppi è arriva la decisione di Citigroup che ha scelto Francoforte come sede europea delle attività di intermediazione. Come si legge in un documento interno la banca newyorkese “prevede di convertire una filiale tedesca già esistente”, ha scritto in una nota Jim Cowles, numero uno di Citigroup per la regione Emea, sottolineando che “Francoforte è la nostra prima scelta per diventare sede delle attività di intermediazione in seno all’Ue, date le infrastrutture attuali, il personale e le competenze che già abbiamo in loco”.

La decisione, spiega ancora il documento, “è un passo prudente per assicurare che il servizio ai clienti resterà invariato a partire da marzo 2019”. Citigroup è la seconda grande banca americana, insieme a Morgan Stanley, a prevedere uno spostamento verso la Germania in seguito alla Brexit, che rischia di fare perdere alle grandi banche il cosiddetto “passaporto europeo”, che consente loro di proporre servizi e prodotti finanziari in tutta l’Unione europea, pur avendo sede a Londra.

Brexit. Parte la seconda fase del divorzio con l’Europa

barnier-davis-1003239Londra si prepara alla fase cruciale della separazione con L’Unione europea, con il secondo round che è cominciato stamani nella sede della Commissione europea tra il capo negoziato europeo, Michel Barnier, ed il ministro britannico, David Davis. Mentre l’industria britannica e la City cercano di esercitare la massima pressione sulla premier Theresa May affinché si pieghi alla necessità di una Brexit diversa dal modello ‘hard’ propugnato, a Bruxelles si è sempre più preoccupati per la debolezza del governo britannico.  Già nel week end è stata ufficializzata dalla stessa May la tempesta politica che la premier intende domare al più presto, già domani, ma che getta ulteriori ombre sulle trattative tra il Regno e l’Unione. “Credo che per tanti versi sarebbe utile che i miei colleghi, che tutti noi ci concentrassimo sul lavoro da fare. Questo governo deve tener conto di un orologio che scandisce tempi stretti per i negoziati sulla Brexit”, ha commentato ieri il ministro delle Finanze Philip Hammond accusato di complottare per far saltare del tutto la Brexit.
Le delegazioni Ue e britannica lavoreranno in vari formati e livelli fino a giovedì, quando è prevista una conferenza stampa di Barnier e Davis per fare il punto sulle discussioni. Davis è sembrato molto preoccupato del rischio di perdere tempo, visto che mancano 15 mesi alla data limite per raggiungere un accordo se si vuole chiudere la partita di Brexit in due anni (per andare oltre marzo 2019 occorre un voto unanime dei Ventisette). “Per noi è assolutamente decisivo fare adesso dei progressi”. L’obiettivo è chiaro: se in autunno, presumibilmente a settembre, dopo il terzo ‘round’ negoziale di agosto, l’Unione europea giudicherà che sono stati compiuti “progressi sufficienti” sui tre punti chiave del negoziato, allora si comincerà a discutere delle future relazioni tra Ue e Regno Unito. In caso contrario tutto si paralizza. I tre punti chiave sono diritti dei cittadini Ue che vivono nel Regno Unito (3,2 milioni) e dei britannici che vivono nella Ue (1,2 milioni), obblighi finanziari e frontiere esterne, in particolare quella tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord.
Nel frattempo una fonte Ue riferisce alla Reuters che l’Unione europea e la Gran Bretagna hanno in programma di presentare una proposta congiunta per rivedere i termini della loro adesione all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) a settembre o ottobre. Le due parti, ha aggiunto la fonte europea, stanno anche discutendo di condividere le loro responsabilità nelle cause commerciali fra le quali quella al Wto su Airbus, caso che oppone la Ue agli Usa da lungo tempo.
Ma il punto di scontro cruciale resta tra le due parti comunque il tema della Corte di Giustizia Ue, che Londra non vuole riconoscere come parte a ‘difesa’ degli interessi dell’Unione nell’interpretazione dell’accordo per Brexit a tutela degli interessi dei cittadini e delle istituzioni Ue.

CONTI OLTRE LA MANICA

(AP Photo/Virginia Mayo)

(AP Photo/Virginia Mayo)

I divorzi, è risaputo, hanno un loro costo economico rilevante. Dopo la ‘sofferenza’ iniziale per la Brexit ora l’Europa è pronta a chiedere il conto al Regno Unito. Già ieri Michel Barnier, capo negoziatore della Commissione europea per la Brexit, ha risposto al segretario agli Esteri del Regno Unito, Boris Johnson, che non ci saranno progressi nei negoziati finché la Gran Bretagna non accetterà il principio che l’uscita implica il saldo dei conti derivanti dal periodo dell’appartenenza nell’Unione.
Per la prima volta gli Stati europei si ritrovano uniti nel voler chiedere il conto (tra i 40 e i 60 miliardi di euro) al Regno Unito in preda a una profonda crisi politica, questo lunedì Londra e Bruxelles si rivedranno per la seconda volta dopo la prima riunione di metà giugno. I colloqui dovrebbero concludersi entro la fine di marzo 2019.
“Il Regno Unito è pronto a dare particolare riguardo ai diritti che la Banca europea per gli investimenti beneficia nel protocollo 5 per facilitare lo svolgimento delle proprie operazioni, nell’ambito di una soluzione complessiva presso la Banca”, si legge nella relazione sui Privilegi e sulle Immunità sui colloqui legati alla Brexit, pubblicata ieri.
Intanto è già iniziato il fuggi-fuggi delle imprese da Londra, a ‘volare via’ la compagnia britannica “low cost” EasyjJet. Per EasyJet è infatti necessario un certificato di volo (Aoc) in un Paese europeo per poter volare fra i Paesi membri dopo la Brexit. “Il processo di accreditamento è in corso e speriamo di ricevere l’Aoc a breve”, dichiara la società in una nota. “Questo è un onore per l’Austria”, ha dichiarato invece il ministro dei Trasporti Joerg Leichtfried in un comunicato. “Al momento, stiamo esaminando la documentazione e decideremo presto”, ha aggiunto. Nasce così EasyJet Europe, con sede a Vienna.
Nel frattempo il governo di Theresa May ha presentato il ‘Repeal Bill’, la legge che cancellerà l’intera legislazione europea in Gran Bretagna in vista della Brexit. Si tratta del primo step di quella che sarà la fase decisiva e attuativa dell’uscita definitiva dell’Ue, il Regno Unito abrogherà così il patto d’ingresso nell’Unione Europea firmato nel 1972, non recependo più le leggi e le direttive di Bruxelles e ponendo anche fine alla giurisdizione della Corte di Giustizia Europea. Per Theresa May infatti con la Brexit la Corte non avrà più alcuna giurisdizione nel Regno Unito, mentre Bruxelles sostiene invece di poter aver voce in capitolo per tutti quei procedimenti avviati prima del leave. A preoccupare poi è il fronte dei diritti umani, per cui molte associazioni si sono già rivoltate contro il provvedimento ritenuto troppo ‘vago’, supportati anche dai primi ministri di Scozia e Galles, Nicola Sturgeon e Carwyn Jones, per i quali il testo non chiarirebbe il problema dei diritti umani e non darebbe sufficienti garanzie sulla tenuta economica generale.
Il ministro per la Brexit David Davis ha esortato i membri del Parlamento a “lavorare insieme” ma laburisti e liberal democratici minacciano di votare contro a meno di cambiamenti sostanziali, il leader laburista Jeremy Corbyn, forte della ripresa delle ultime elezioni, si dice già pronto a subentrare al governo conservatore, proponendo a sua volta una versione diversa della Brexit.
Il governo May in difficoltà interna sta così provando a tentare una buona mediazione sul fronte europeo che però sembra deciso a chiudere definitivamente la porta Oltremanica. Negli ultimi giorni erano arrivati segnali da Londra su una possibile marcia indietro sull’uscita da Euratom, per evitare problemi agli impianti nucleari nel Regno Unito, ma Guy Verhofstadt, coordinatore dell’Europarlamento sulla Brexit, durante un’audizione con i deputati europei ha affermato: “Non è possibile uscire dall’Ue e restare membro a pieno titolo di Euratom”. Anche per quanto riguarda la proposta sullo status dei cittadini Ue in Gran Bretagna post-Brexit avanzata da Londra è arrivato un secco No da parte dell’Europarlamento. “Non approveremo alcune estensione” del termine del 30 marzo 2019 fissato per la chiusura dei negoziati. In un documento sottoscritto dai presidenti dei quattro principali gruppi politici dell’assemblea di Strasburgo (Alde, Ppe, S&D, GUE e Verdi), nonchè dai componenti del gruppo incaricato di seguire il dossier Brexit , si evidenzia che a fronte della “reciprocità e parità di trattamento” proposta dall’Ue, da Londra è giunta un’offerta “ben lontana da quello a cui hanno diritto i cittadini dell’Unione” in Gran Bretagna.

POPOLO DI SINISTRA

bari giada apreTra Brexit e sovranismi “non possiamo essere soddisfatti di questa Europa. Questa Europa, questa Italia, le si cambiano solo se adottiamo canoni diversi per interpretare questa società, io non sono stupefatto se il centrodestra vince nella Stalingrado italiana che era Sesto San Giovanni”. Lo ha detto Riccardo Nencini, segretario del Psi a Bari durante il convegno sui 125 anni della storia del Partito Socialista. “È soprattutto la povera gente, chi è in difficoltà – argomenta Nencini – che ha timore per la propria sicurezza, per quella dei propri figli, che sceglie il centrodestra. Perché individua nel centrosinistra una lacuna sul tema della sicurezza personale. O la sinistra torna a conciliarsi con il popolo oppure la vedo dura”.

plateaNumerosi anche nella sessione di oggi del convegno ‘L’eresia dei liberi’ gli esponenti della storia passata e recente del socialismo italiano, da Gennaro Acquaviva a Fabrizio Cicchitto, presidente della commissione Esteri della Camera, da Stefania Craxi alla senatrice Maria Rosaria Manieri, da Damiano Poti a Mauro del Bue a Gianfranco Schietroma, con un contributo video di Gianni Pittella da Bruxelles.

“Il socialismo italiano e il socialismo europeo – ha aggiunto Nencini – hanno sempre convissuto tagliati da due linee, da una frontiera al di là della quale c’era il massimalismo e al di qua il riformismo, la scelta riformista del socialismo italiano, che risale agli anni 60 è stata bene interpretata da Craxi e trasferita in Europa: allora era il modello del socialismo italiano che veniva ripetuto in Francia, poi nella Spagna di Felipe Gonzales fino alla Gran Bretagna di Tony Blair. Sconfitto quel modello, si è passati a una terza via o a un rigurgito di forze massimaliste che hanno provocato qualche danno, come si vede ancora oggi”.
Ha poi destato una forte commozione nella platea di simpatizzanti, anziani e giovani, riuniti alla Fiera del Levante, un montaggio video di alcuni interventi pubblici di Bettino Craxi, con parole ‘profetiche’ sui temi dell’Europa, “i Patti firmati a Maastricht non sono scritti nella Bibbia e l’Italia ha il dovere di rinegoziarli” oppure sul fenomeno dell’immigrazione: Già nel 1992, in un convegno a Venezia, Craxi affermava che ‘il tasso di crescita demografica dei paesi poveri è molto alto, sono iniziate correnti migratorie che, in assenza di un accelerato processo di sviluppo che abbracci tutta la riva sud del Mediterraneo, sono destinate a gonfiarsi in modo impressionante e saranno tendenze inarrestabili’.

I lavori completi su Radio Radicale

La prima giornata

La seconda giornata

Intervista a Martelli:
la vittoria del riformismo

Claudio Martelli-Psi“Paragonare la realtà di oggi a quella che ha attraversato tre diversi secoli (fine ‘800, il ‘900 e poi il nostro secolo) è un po’ azzardato. Detto questo, già tra il partito socialista delle origini e quello della Repubblica, le distanza sono molto grandi. E una storia gloriosa, meravigliosa, ma anche molto travagliata, all’insegna delle divisioni”. Lo afferma Claudio Martelli in una intervista all’Avanti!. “Forse – continua Martelli – l’insegnamento maggiore e più coerente, rimane quello della grande stagione riformista di Turati, di Treves di Mondolfo che viene dopo la fase iniziale all’insegna insurrezionale e anarchica di Andrea Costa. Nel riformismo si tende poi a sottolineare il ruolo di Turati, però è sbagliato non ricordare un altro gigante del riformismo come fu Camillo Prampolini. In realtà anche quella stagione si chiude abbastanza presto. Nel congresso del 1912 i riformisti soccombono con l’affermazione dei massimalisti nelle cui fila spicca la figura del futuro direttore dell’Avanti! Benito Mussolini. E già avevano subito una scissione, quella di Bissolati, che riteneva che bisognava rompere gli indugi e allearsi con la parte avanzata della borghesia e dei liberali giolittiaini. Insomma il Psi è sempre stato un partito tumultuoso e per questo un partito libero. Io non sono tanto convinto della definizione di eretici, una definizione che presuppone che dall’altra parte ci fossero gli ortodossi.

E chi sarebbero stati gli ortodossi?
Appunto. C’era il partito delle borghesia. Ma oltre a questo in sostanza c’era un grande calderone in cui si muovevano filoni diversi, personalità rivali, tendenze nazionalistiche schiettamente reazionarie e monarchiche. E altre di impronta cavouriana e certamente più capaci di interpretare le esigenze di modernizzazione.

A Bari si parla non solo del passato ma anche del futuro. Parlare di riformismo oggi ha ancora senso?
Come metodo il riformismo non ha vinto. Ha stravinto. Al punto da contagiare altre tradizioni politiche che hanno fatto proprio il metodo delle riforme graduali. Oggi il campo sembra dominato piuttosto dalle forze di ispirazione liberale e in alcuni casi da forze di ispirazione nazionalista, populista. Penso da una parte all’esempio di Macron e dall’altra parte a quello di Theresa May, i conservatori inglesi, la Brexit, o America first di Trump. Lo scenario in Europa è più mosso. Al socialismo di Corbyn tutti sarebbero portati a dire di sì. Era socialista anche Sanders che sfidò la Clinton. Ma si chiamano socialisti anche Maduro e Chaves in America latina. Francamente non ci vedo nulla in comune. Anche la Spd è socialista ma ormai è alleata non so più da quanti anni e subordinata a Angela Merkel. Insomma non è una fase storica in cui i socialisti esprimano una visione innovativa e un primato politico come fu quella degli anni ‘80 con il socialismo mediterraneo di Mitterrand, di Craxi, di Gonzalez, di Soares. O come anche alla fine degli anni ‘90, incarnato nella figura di Blair e dal nuovo centro di Gerhard Schroeder. Lo stesso riformismo socialista ha assunto significati diversi perché un conto è il riformismo delle origini che creò tutto ciò che conta ancora oggi nella storia del mondo del lavoro, come il sindacato, le cooperative, l’educazione delle masse. Quello è il grande riformismo storico. Poi vi è stata una grande stagione riformista. Con gli anni ‘60 avvenne grazie ai socialisti con il primo centrosinistra. Con i socialisti uniti, Nenni e Saragat. La strategia delle riforme, la scuola, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, le Regioni. Poi nel campo dei diritti civili non si possono dimenticare le lotte e le conquiste degli anni settanta. Infine vi è stato il solido tentativo di creare finalmente in Italia una grande socialdemocrazia.

E per i futuro?
Secondo me finché il partito socialista si occupa di redistribuire attraverso la leva fiscale la ricchezza, difficilmente tornerà a guidare una società dell’occidente. Perché qui il problema dominante non è quello della ridistribuzione, è quello della produzione, della creazione di ricchezza. Nel mondo globalizzato questo è il primum vivere. Se non si ha una risposta, una ricetta, una strategia per assicurare che tu, forza politica che ti chiami socialista, sei in grado di garantire un di più di prosperità e poi di distribuirla meglio, difficilmente conquisterai la maggioranza dei consensi. Poi in Italia la situazione della sinistra è un po’ disperante. Il Partito democratico non ha risolto il problema della sua identità. L’identità originaria dei due elementi che si sono fusi in qualche modo ancora riaffiora nei momenti di crisi e di tensione. E in ogni caso non sembra in grado di assicurare una chiara matrice. Lì si avverte l’assenza nel progetto originario di una robusta corrente socialista e laica. È mancata all’origine e la mancanza si sente ancora oggi. Io non so dare consigli ai compagni socialisti: forse la cosa più utile è quella di incalzare in modo critico e costruttivo il Partito democratico.

In queste settimane il dibattito politico nel centrosinistra è riassumibile in due parole: coalizione o partito unico?
Secondo me, a occhio, si capisce che il calcolo di Prodi sia quello di puntate a una alleanza ampia e plurale. Però non è che questo progetto non sia stato già sperimentato. Quindi i critici non hanno torto. Le elezioni Prodi le ha vinte ma alla prova di governo la sua maggioranza si è sbriciolata. Renzi quando vuole dare al suo partito una impronta maggioritaria continua sulla intuizione di Veltroni. Però non si può farlo senza formare una classe dirigente del proprio partito. Non può esserci un rapporto esclusivo tra un capo e la base. Non parlo tanto degli iscritti ma della base elettorale. Adesso vedo che tutti si richiamano ai due milioni di voti presi alla primarie. Quello può andar bene per governare un partito. Non per parlare a un Paese.

Ma è la base per governare un partito maggioritario?
Io non credo, non è una base sufficiente, occorre una classe dirigente e occorre anche una vasta e ramificata rete di rapporti con i cosiddetti corpi intermedi. Con i sindacati o pezzi di sindacati, di mondo economico, sociale, culturale. E soprattutto occorre una capacità di essere presenti nel mondo giovanile. Strano per un leader così giovane, ma questa parte di mondo proprio non c’è. Difatti come si sa i giovani votano 5 Stelle mentre il Partito democratico è un partito di ultracinquantenni. E questa struttura va modificata. Il Partito socialista penso che possa avere questa funzione. Poi so che altri compagni hanno fatto scelte diverse. Che si collocano sul versante di questa sinistra in formazione che francamente non so dove stia. C’è in Puglia, a Milano si è visto qualcosa. Ma parliamo di porzioni molto modeste. Dove si è presentata insieme al Pd poi, a Genova e La Spezia, i risultati non sono stati buoni. C’è chi sostiene che il problema sia nella leadership di Renzi che non attrae più. Lui tante volte dà l’impressione di aver bruciato un bel capitale politico. Succede a tutti di sbagliare, però come dice il proverbio, sbagliare è umano, ma continuare negli errori diventa diabolico.

Daniele Unfer