FMI rivede le stime di crescita tra rialzi e ribassi

FMIIl Fondo Monetario Internazionale, ha comunicato un aggiornamento sulle previsioni di crescita dell’economia mondiale. Nell’ultimo World Economic Outlook presentato oggi a Kuala Lumpur, il FMI ci rassicura sull’andamento dell’economia mondiale con una crescita del PIL al 3,5% per il corrente anno ed al 3,6% per il 2018. Sono piuttosto interessanti le stime di crescita riviste dettagliatamente, dove rispetto allo scorso anno si segnalano rialzi e ribassi. Per la Cina è stata rivista al rialzo di un decimo di punto percentuale la stima di crescita per il 2017 con un 6,7%, contro il 6,6% delle ultime stime di aprile scorso. Per il 2018, invece, la crescita del gigante asiatico è fissata al 6,4%, in lieve rallentamento rispetto alla stima di quest’anno, ma in rialzo dello 0,2% rispetto alla previsione di aprile scorso. Le aspettative di alti investimenti pubblici potrebbero presentare il rischio di ulteriori larghi incrementi nel debito. Un primo via libera all’innalzamento delle stime di crescita della Cina era arrivato a giugno scorso durante il viaggio in Cina del numero due del FMI, David Lipton, che aveva promosso “la transizione verso un percorso di crescita più sostenibile” da parte di Pechino e le riforme avviate “in ampi settori” dell’economia prevedendo una crescita al 6,7% in linea con le aspettative del governo cinese per arrivare ad una crescita intorno al 6,5% per il 2018.

Nei primi sei mesi del 2017, la Cina è cresciuta del 6,9%, al di sopra della stima del FMI. La Cina, spiega il Fondo Monetario Internazionale deve focalizzarsi sui rischi del settore finanziario per evitare un improvviso rallentamento dell’economia, che, secondo l’istituto di Washington, potrebbe avere ricadute anche su altri Paesi.

Le economie emergenti vengono riviste in crescita con il 4,6% nel 2017 ed il 4,8% nel 2018. Il quadro economico dell’eurozona dovrebbe migliorare nei prossimi anni grazie al miglioramento delle performance di Spagna ed Italia oltre a Francia e Germania. La stima raggiungerebbe +1,9% per il 2017 con in incremento dello 0,2% sulle precedenti previsioni, mentre per il 2018 si prevede +1,7% con un miglioramento di +0,1% dalla precedente stima.

Le stime di crescita in rialzo coinvolgono anche l’Italia passando a un +1,3% del Pil per il 2017 e ad un +1,0% per quello del 2018. I due dati crescono rispettivamente di 0,5 punti percentuali per l’ anno in corso e di 0,2 punti percentuali per il prossimo. Per l’Italia le stime dell’FMI sono inferiori a quelle fatte recentemente dalla Banca d’Italia che vedrebbe una crescita pari all’1,5% per il 2017. Le buone notizie sull’Italia, sono state commentate dal Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni: “Un Paese che migliora le previsioni può avere una legge di bilancio e un abbassamento del debito più significativi e importanti. Siamo dentro una fase positiva dell’ Eurozona, ma dobbiamo registrare una cosa interessante: pari ad altri Paesi stiamo parlando di uno scalino che si sale, nel caso italiano di qualche scalino in più”.

La composizione della crescita però è cambiata con riferimento a previsioni meno ottimistiche su USA e Regno Unito. IL FMI rivede al ribasso le stime di crescita dell’economia americana prevedendo una crescita del 2,1% nel 2017 contro la precedente stima del 2,3%, e del 2,1% per il 2018 dal precedente 2,5% . La riduzione delle previsioni sull’economia britannica nel 2017 (a +1,7% dal precedente +2%, mentre +1,5% è la proiezione confermata per l’anno prossimo), per Maurice Obstfeld, capo economista del Fondo monetario internazionale, è connessa “alla tiepida performance recente”.

Per quanto ovvio, sull’economia statunitense pesano le scelte di politica economica di Donald Trump, mentre per il Regno Unito pesa l’effetto Brexit.

Invariate le stime di crescita della Russia all’1,4% sia per il corrente anno che per il prossimo. La ricetta del Fmi per far proseguire la crescita economica mondiale è quella di andare avanti con le riforme, ed evitare politiche che possano alimentare il protezionismo. Nel presentare l’aggiornamento dei dati, il FMI ha affermato: “Nel lungo termine il non aumentare il potenziale di crescita e il non rendere la crescita più inclusiva potrebbero alimentare il protezionismo e ostacolare le riforme. Il rischio è quello di una produttività globale più bassa e di danni per le famiglie a basso reddito”.

Dunque, restano sempre aperte le problematiche della povertà nel mondo che potrebbe essere combattuta con una più equa distribuzione della ricchezza.

Salvatore Rondello

Brexit: intesa ancora lontana. Resta il rischio rottura

barnier-davisQualche passo avanti sui diritti dei cittadini ma con una “divergenza fondamentale” sul ruolo della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la richiesta che il Regno Unito faccia “chiarezza” sui suoi obblighi finanziari e il riconoscimento da parte di entrambe le parti che la lancetta dell’orologio corre e non c’è tempo da perdere: il secondo round di negoziati sulla Brexit tra Michel Barnier e David Davis si è chiuso oggi con le due parti ancora lontane da un’intesa sulle modalità dell’uscita britannica dall’Ue. Nessuna svolta, che non era attesa. Nessuna rottura, che invece era temuta per il fatto che il governo di Theresa May non ha ancora presentato la sua posizione negoziale sul conto della Brexit (gli obblighi finanziari che il Regno Unito ha assunto come membro dell’Ue).

“Il primo round era quello dell’organizzazione, il secondo round è stato quello della presentazione, il terzo round deve essere quello del chiarimento”, ha detto Barnier, il capo-negoziatore per l’Ue, durante una conferenza stampa con la sua controparte britannica. È il sintomo che sulla sostanza delle tre priorità fissate dagli europei – diritti dei cittadini, conto della Brexit e frontiere tra Irlanda e Irlanda del Nord – nessuno ha abbandonato le sue linee rosse. In agosto, quando ci sarà il terzo round negoziale, “avremo bisogno di chiarificazioni sull’accordo finanziario, sui diritti dei cittadini, sull’Irlanda e sulle altre questioni della separazione”, ha avvertito Barnier, lanciando un appello alla responsabilità nel momento in cui il governo May continua a essere diviso sul tipo di Brexit che intende perseguire. “La responsabilità è il prezzo della grandezza”, ha detto il capo-negoziatore Ue, ricorrendo a una citazione di Wiston Curchill per richiamare all’ordine Londra. Davis ha parlato di discussioni “robuste e costruttive”.

Ma non ha fatto concessioni sulle linee rosse fissate dal Regno Unito, come la giurisdizione della Corte di Giustizia dell’Ue per garantire i diritti dei cittadini europei o l’ammontare del conto che Londra dovrà saldare prima di uscire. La trattativa sui diritti dei cittadini è quella che ha fatto i progressi più significativi in questa settimana, secondo quanto riferiscono fonti vicine ai negoziati. Il Regno Unito ha chiarito alcuni punti della sua posizione negoziale – gran parte dei diritti di cui beneficiano gli europei residenti sul suo territorio oggi saranno mantenuti – anche se l’Ue non è soddisfatta da tutte le spiegazioni, a cominciare dal carico amministrativo imposto da Londra. Rimane molto lavoro da fare, in particolare sui benefici sociali e economici. Il Regno Unito è rimasto sorpreso da alcune posizioni dell’Ue, che non vuole permettere ai cittadini britannici di votare alle elezioni locali o di avere la libertà di trasferirsi da uno Stato membro all’altro dopo la Brexit.

Ma è soprattutto il ruolo della Corte di Giustizia dell’Ue per far rispettare i diritti dei cittadini europei sul territorio britannico che separa Barnier e Davis. Per Londra è una linea rossa al momento invalicabile perché la Brexit serve a riprendere il controllo totale della sua sovranità. L’Ue, per contro, non si fida dei tribunali e del parlamento britannici. Barnier ha suggerito una via d’uscita indicando il modello del tribunale Efta (l’Europan Free Trade Association, ndr) di cui fanno parte Norvegia, Islanda e Liechtenstein e che “è appoggiato” alla Corte di Giustizia Ue. Ma il negoziato più esplosivo è quello sugli obblighi finanziari del Regno Unito. Già questa settimana si è rischiato lo stallo, dopo che Davis si è presentato a Bruxelles senza una posizione chiara su come regolare il conto dell’uscita. “Il Regno Unito ha riconosciuto di avere obblighi finanziari aldilà della data di ritiro e la necessità di saldare questi impegni” ma ora “una chiarificazione della posizione è fondamentale” per andare avanti nei negoziati e fare progressi, ha detto Barnier. “Vogliamo un’uscita ordinata del Regno Unito”, ma “un’uscita ordinata esige di saldare i conti”, ha avvertito il capo-negoziatore Ue. In altre parole, il rischio di una rottura dei negoziati è solo rinviato.

E tra i grandi gruppi è arriva la decisione di Citigroup che ha scelto Francoforte come sede europea delle attività di intermediazione. Come si legge in un documento interno la banca newyorkese “prevede di convertire una filiale tedesca già esistente”, ha scritto in una nota Jim Cowles, numero uno di Citigroup per la regione Emea, sottolineando che “Francoforte è la nostra prima scelta per diventare sede delle attività di intermediazione in seno all’Ue, date le infrastrutture attuali, il personale e le competenze che già abbiamo in loco”.

La decisione, spiega ancora il documento, “è un passo prudente per assicurare che il servizio ai clienti resterà invariato a partire da marzo 2019”. Citigroup è la seconda grande banca americana, insieme a Morgan Stanley, a prevedere uno spostamento verso la Germania in seguito alla Brexit, che rischia di fare perdere alle grandi banche il cosiddetto “passaporto europeo”, che consente loro di proporre servizi e prodotti finanziari in tutta l’Unione europea, pur avendo sede a Londra.

Brexit. Parte la seconda fase del divorzio con l’Europa

barnier-davis-1003239Londra si prepara alla fase cruciale della separazione con L’Unione europea, con il secondo round che è cominciato stamani nella sede della Commissione europea tra il capo negoziato europeo, Michel Barnier, ed il ministro britannico, David Davis. Mentre l’industria britannica e la City cercano di esercitare la massima pressione sulla premier Theresa May affinché si pieghi alla necessità di una Brexit diversa dal modello ‘hard’ propugnato, a Bruxelles si è sempre più preoccupati per la debolezza del governo britannico.  Già nel week end è stata ufficializzata dalla stessa May la tempesta politica che la premier intende domare al più presto, già domani, ma che getta ulteriori ombre sulle trattative tra il Regno e l’Unione. “Credo che per tanti versi sarebbe utile che i miei colleghi, che tutti noi ci concentrassimo sul lavoro da fare. Questo governo deve tener conto di un orologio che scandisce tempi stretti per i negoziati sulla Brexit”, ha commentato ieri il ministro delle Finanze Philip Hammond accusato di complottare per far saltare del tutto la Brexit.
Le delegazioni Ue e britannica lavoreranno in vari formati e livelli fino a giovedì, quando è prevista una conferenza stampa di Barnier e Davis per fare il punto sulle discussioni. Davis è sembrato molto preoccupato del rischio di perdere tempo, visto che mancano 15 mesi alla data limite per raggiungere un accordo se si vuole chiudere la partita di Brexit in due anni (per andare oltre marzo 2019 occorre un voto unanime dei Ventisette). “Per noi è assolutamente decisivo fare adesso dei progressi”. L’obiettivo è chiaro: se in autunno, presumibilmente a settembre, dopo il terzo ‘round’ negoziale di agosto, l’Unione europea giudicherà che sono stati compiuti “progressi sufficienti” sui tre punti chiave del negoziato, allora si comincerà a discutere delle future relazioni tra Ue e Regno Unito. In caso contrario tutto si paralizza. I tre punti chiave sono diritti dei cittadini Ue che vivono nel Regno Unito (3,2 milioni) e dei britannici che vivono nella Ue (1,2 milioni), obblighi finanziari e frontiere esterne, in particolare quella tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord.
Nel frattempo una fonte Ue riferisce alla Reuters che l’Unione europea e la Gran Bretagna hanno in programma di presentare una proposta congiunta per rivedere i termini della loro adesione all’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) a settembre o ottobre. Le due parti, ha aggiunto la fonte europea, stanno anche discutendo di condividere le loro responsabilità nelle cause commerciali fra le quali quella al Wto su Airbus, caso che oppone la Ue agli Usa da lungo tempo.
Ma il punto di scontro cruciale resta tra le due parti comunque il tema della Corte di Giustizia Ue, che Londra non vuole riconoscere come parte a ‘difesa’ degli interessi dell’Unione nell’interpretazione dell’accordo per Brexit a tutela degli interessi dei cittadini e delle istituzioni Ue.

CONTI OLTRE LA MANICA

(AP Photo/Virginia Mayo)

(AP Photo/Virginia Mayo)

I divorzi, è risaputo, hanno un loro costo economico rilevante. Dopo la ‘sofferenza’ iniziale per la Brexit ora l’Europa è pronta a chiedere il conto al Regno Unito. Già ieri Michel Barnier, capo negoziatore della Commissione europea per la Brexit, ha risposto al segretario agli Esteri del Regno Unito, Boris Johnson, che non ci saranno progressi nei negoziati finché la Gran Bretagna non accetterà il principio che l’uscita implica il saldo dei conti derivanti dal periodo dell’appartenenza nell’Unione.
Per la prima volta gli Stati europei si ritrovano uniti nel voler chiedere il conto (tra i 40 e i 60 miliardi di euro) al Regno Unito in preda a una profonda crisi politica, questo lunedì Londra e Bruxelles si rivedranno per la seconda volta dopo la prima riunione di metà giugno. I colloqui dovrebbero concludersi entro la fine di marzo 2019.
“Il Regno Unito è pronto a dare particolare riguardo ai diritti che la Banca europea per gli investimenti beneficia nel protocollo 5 per facilitare lo svolgimento delle proprie operazioni, nell’ambito di una soluzione complessiva presso la Banca”, si legge nella relazione sui Privilegi e sulle Immunità sui colloqui legati alla Brexit, pubblicata ieri.
Intanto è già iniziato il fuggi-fuggi delle imprese da Londra, a ‘volare via’ la compagnia britannica “low cost” EasyjJet. Per EasyJet è infatti necessario un certificato di volo (Aoc) in un Paese europeo per poter volare fra i Paesi membri dopo la Brexit. “Il processo di accreditamento è in corso e speriamo di ricevere l’Aoc a breve”, dichiara la società in una nota. “Questo è un onore per l’Austria”, ha dichiarato invece il ministro dei Trasporti Joerg Leichtfried in un comunicato. “Al momento, stiamo esaminando la documentazione e decideremo presto”, ha aggiunto. Nasce così EasyJet Europe, con sede a Vienna.
Nel frattempo il governo di Theresa May ha presentato il ‘Repeal Bill’, la legge che cancellerà l’intera legislazione europea in Gran Bretagna in vista della Brexit. Si tratta del primo step di quella che sarà la fase decisiva e attuativa dell’uscita definitiva dell’Ue, il Regno Unito abrogherà così il patto d’ingresso nell’Unione Europea firmato nel 1972, non recependo più le leggi e le direttive di Bruxelles e ponendo anche fine alla giurisdizione della Corte di Giustizia Europea. Per Theresa May infatti con la Brexit la Corte non avrà più alcuna giurisdizione nel Regno Unito, mentre Bruxelles sostiene invece di poter aver voce in capitolo per tutti quei procedimenti avviati prima del leave. A preoccupare poi è il fronte dei diritti umani, per cui molte associazioni si sono già rivoltate contro il provvedimento ritenuto troppo ‘vago’, supportati anche dai primi ministri di Scozia e Galles, Nicola Sturgeon e Carwyn Jones, per i quali il testo non chiarirebbe il problema dei diritti umani e non darebbe sufficienti garanzie sulla tenuta economica generale.
Il ministro per la Brexit David Davis ha esortato i membri del Parlamento a “lavorare insieme” ma laburisti e liberal democratici minacciano di votare contro a meno di cambiamenti sostanziali, il leader laburista Jeremy Corbyn, forte della ripresa delle ultime elezioni, si dice già pronto a subentrare al governo conservatore, proponendo a sua volta una versione diversa della Brexit.
Il governo May in difficoltà interna sta così provando a tentare una buona mediazione sul fronte europeo che però sembra deciso a chiudere definitivamente la porta Oltremanica. Negli ultimi giorni erano arrivati segnali da Londra su una possibile marcia indietro sull’uscita da Euratom, per evitare problemi agli impianti nucleari nel Regno Unito, ma Guy Verhofstadt, coordinatore dell’Europarlamento sulla Brexit, durante un’audizione con i deputati europei ha affermato: “Non è possibile uscire dall’Ue e restare membro a pieno titolo di Euratom”. Anche per quanto riguarda la proposta sullo status dei cittadini Ue in Gran Bretagna post-Brexit avanzata da Londra è arrivato un secco No da parte dell’Europarlamento. “Non approveremo alcune estensione” del termine del 30 marzo 2019 fissato per la chiusura dei negoziati. In un documento sottoscritto dai presidenti dei quattro principali gruppi politici dell’assemblea di Strasburgo (Alde, Ppe, S&D, GUE e Verdi), nonchè dai componenti del gruppo incaricato di seguire il dossier Brexit , si evidenzia che a fronte della “reciprocità e parità di trattamento” proposta dall’Ue, da Londra è giunta un’offerta “ben lontana da quello a cui hanno diritto i cittadini dell’Unione” in Gran Bretagna.

POPOLO DI SINISTRA

bari giada apreTra Brexit e sovranismi “non possiamo essere soddisfatti di questa Europa. Questa Europa, questa Italia, le si cambiano solo se adottiamo canoni diversi per interpretare questa società, io non sono stupefatto se il centrodestra vince nella Stalingrado italiana che era Sesto San Giovanni”. Lo ha detto Riccardo Nencini, segretario del Psi a Bari durante il convegno sui 125 anni della storia del Partito Socialista. “È soprattutto la povera gente, chi è in difficoltà – argomenta Nencini – che ha timore per la propria sicurezza, per quella dei propri figli, che sceglie il centrodestra. Perché individua nel centrosinistra una lacuna sul tema della sicurezza personale. O la sinistra torna a conciliarsi con il popolo oppure la vedo dura”.

plateaNumerosi anche nella sessione di oggi del convegno ‘L’eresia dei liberi’ gli esponenti della storia passata e recente del socialismo italiano, da Gennaro Acquaviva a Fabrizio Cicchitto, presidente della commissione Esteri della Camera, da Stefania Craxi alla senatrice Maria Rosaria Manieri, da Damiano Poti a Mauro del Bue a Gianfranco Schietroma, con un contributo video di Gianni Pittella da Bruxelles.

“Il socialismo italiano e il socialismo europeo – ha aggiunto Nencini – hanno sempre convissuto tagliati da due linee, da una frontiera al di là della quale c’era il massimalismo e al di qua il riformismo, la scelta riformista del socialismo italiano, che risale agli anni 60 è stata bene interpretata da Craxi e trasferita in Europa: allora era il modello del socialismo italiano che veniva ripetuto in Francia, poi nella Spagna di Felipe Gonzales fino alla Gran Bretagna di Tony Blair. Sconfitto quel modello, si è passati a una terza via o a un rigurgito di forze massimaliste che hanno provocato qualche danno, come si vede ancora oggi”.
Ha poi destato una forte commozione nella platea di simpatizzanti, anziani e giovani, riuniti alla Fiera del Levante, un montaggio video di alcuni interventi pubblici di Bettino Craxi, con parole ‘profetiche’ sui temi dell’Europa, “i Patti firmati a Maastricht non sono scritti nella Bibbia e l’Italia ha il dovere di rinegoziarli” oppure sul fenomeno dell’immigrazione: Già nel 1992, in un convegno a Venezia, Craxi affermava che ‘il tasso di crescita demografica dei paesi poveri è molto alto, sono iniziate correnti migratorie che, in assenza di un accelerato processo di sviluppo che abbracci tutta la riva sud del Mediterraneo, sono destinate a gonfiarsi in modo impressionante e saranno tendenze inarrestabili’.

I lavori completi su Radio Radicale

La prima giornata

La seconda giornata

Intervista a Martelli:
la vittoria del riformismo

Claudio Martelli-Psi“Paragonare la realtà di oggi a quella che ha attraversato tre diversi secoli (fine ‘800, il ‘900 e poi il nostro secolo) è un po’ azzardato. Detto questo, già tra il partito socialista delle origini e quello della Repubblica, le distanza sono molto grandi. E una storia gloriosa, meravigliosa, ma anche molto travagliata, all’insegna delle divisioni”. Lo afferma Claudio Martelli in una intervista all’Avanti!. “Forse – continua Martelli – l’insegnamento maggiore e più coerente, rimane quello della grande stagione riformista di Turati, di Treves di Mondolfo che viene dopo la fase iniziale all’insegna insurrezionale e anarchica di Andrea Costa. Nel riformismo si tende poi a sottolineare il ruolo di Turati, però è sbagliato non ricordare un altro gigante del riformismo come fu Camillo Prampolini. In realtà anche quella stagione si chiude abbastanza presto. Nel congresso del 1912 i riformisti soccombono con l’affermazione dei massimalisti nelle cui fila spicca la figura del futuro direttore dell’Avanti! Benito Mussolini. E già avevano subito una scissione, quella di Bissolati, che riteneva che bisognava rompere gli indugi e allearsi con la parte avanzata della borghesia e dei liberali giolittiaini. Insomma il Psi è sempre stato un partito tumultuoso e per questo un partito libero. Io non sono tanto convinto della definizione di eretici, una definizione che presuppone che dall’altra parte ci fossero gli ortodossi.

E chi sarebbero stati gli ortodossi?
Appunto. C’era il partito delle borghesia. Ma oltre a questo in sostanza c’era un grande calderone in cui si muovevano filoni diversi, personalità rivali, tendenze nazionalistiche schiettamente reazionarie e monarchiche. E altre di impronta cavouriana e certamente più capaci di interpretare le esigenze di modernizzazione.

A Bari si parla non solo del passato ma anche del futuro. Parlare di riformismo oggi ha ancora senso?
Come metodo il riformismo non ha vinto. Ha stravinto. Al punto da contagiare altre tradizioni politiche che hanno fatto proprio il metodo delle riforme graduali. Oggi il campo sembra dominato piuttosto dalle forze di ispirazione liberale e in alcuni casi da forze di ispirazione nazionalista, populista. Penso da una parte all’esempio di Macron e dall’altra parte a quello di Theresa May, i conservatori inglesi, la Brexit, o America first di Trump. Lo scenario in Europa è più mosso. Al socialismo di Corbyn tutti sarebbero portati a dire di sì. Era socialista anche Sanders che sfidò la Clinton. Ma si chiamano socialisti anche Maduro e Chaves in America latina. Francamente non ci vedo nulla in comune. Anche la Spd è socialista ma ormai è alleata non so più da quanti anni e subordinata a Angela Merkel. Insomma non è una fase storica in cui i socialisti esprimano una visione innovativa e un primato politico come fu quella degli anni ‘80 con il socialismo mediterraneo di Mitterrand, di Craxi, di Gonzalez, di Soares. O come anche alla fine degli anni ‘90, incarnato nella figura di Blair e dal nuovo centro di Gerhard Schroeder. Lo stesso riformismo socialista ha assunto significati diversi perché un conto è il riformismo delle origini che creò tutto ciò che conta ancora oggi nella storia del mondo del lavoro, come il sindacato, le cooperative, l’educazione delle masse. Quello è il grande riformismo storico. Poi vi è stata una grande stagione riformista. Con gli anni ‘60 avvenne grazie ai socialisti con il primo centrosinistra. Con i socialisti uniti, Nenni e Saragat. La strategia delle riforme, la scuola, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, le Regioni. Poi nel campo dei diritti civili non si possono dimenticare le lotte e le conquiste degli anni settanta. Infine vi è stato il solido tentativo di creare finalmente in Italia una grande socialdemocrazia.

E per i futuro?
Secondo me finché il partito socialista si occupa di redistribuire attraverso la leva fiscale la ricchezza, difficilmente tornerà a guidare una società dell’occidente. Perché qui il problema dominante non è quello della ridistribuzione, è quello della produzione, della creazione di ricchezza. Nel mondo globalizzato questo è il primum vivere. Se non si ha una risposta, una ricetta, una strategia per assicurare che tu, forza politica che ti chiami socialista, sei in grado di garantire un di più di prosperità e poi di distribuirla meglio, difficilmente conquisterai la maggioranza dei consensi. Poi in Italia la situazione della sinistra è un po’ disperante. Il Partito democratico non ha risolto il problema della sua identità. L’identità originaria dei due elementi che si sono fusi in qualche modo ancora riaffiora nei momenti di crisi e di tensione. E in ogni caso non sembra in grado di assicurare una chiara matrice. Lì si avverte l’assenza nel progetto originario di una robusta corrente socialista e laica. È mancata all’origine e la mancanza si sente ancora oggi. Io non so dare consigli ai compagni socialisti: forse la cosa più utile è quella di incalzare in modo critico e costruttivo il Partito democratico.

In queste settimane il dibattito politico nel centrosinistra è riassumibile in due parole: coalizione o partito unico?
Secondo me, a occhio, si capisce che il calcolo di Prodi sia quello di puntate a una alleanza ampia e plurale. Però non è che questo progetto non sia stato già sperimentato. Quindi i critici non hanno torto. Le elezioni Prodi le ha vinte ma alla prova di governo la sua maggioranza si è sbriciolata. Renzi quando vuole dare al suo partito una impronta maggioritaria continua sulla intuizione di Veltroni. Però non si può farlo senza formare una classe dirigente del proprio partito. Non può esserci un rapporto esclusivo tra un capo e la base. Non parlo tanto degli iscritti ma della base elettorale. Adesso vedo che tutti si richiamano ai due milioni di voti presi alla primarie. Quello può andar bene per governare un partito. Non per parlare a un Paese.

Ma è la base per governare un partito maggioritario?
Io non credo, non è una base sufficiente, occorre una classe dirigente e occorre anche una vasta e ramificata rete di rapporti con i cosiddetti corpi intermedi. Con i sindacati o pezzi di sindacati, di mondo economico, sociale, culturale. E soprattutto occorre una capacità di essere presenti nel mondo giovanile. Strano per un leader così giovane, ma questa parte di mondo proprio non c’è. Difatti come si sa i giovani votano 5 Stelle mentre il Partito democratico è un partito di ultracinquantenni. E questa struttura va modificata. Il Partito socialista penso che possa avere questa funzione. Poi so che altri compagni hanno fatto scelte diverse. Che si collocano sul versante di questa sinistra in formazione che francamente non so dove stia. C’è in Puglia, a Milano si è visto qualcosa. Ma parliamo di porzioni molto modeste. Dove si è presentata insieme al Pd poi, a Genova e La Spezia, i risultati non sono stati buoni. C’è chi sostiene che il problema sia nella leadership di Renzi che non attrae più. Lui tante volte dà l’impressione di aver bruciato un bel capitale politico. Succede a tutti di sbagliare, però come dice il proverbio, sbagliare è umano, ma continuare negli errori diventa diabolico.

Daniele Unfer

VITTORIA RIFORMISTA

Claudio Martelli-intervista“Paragonare la realtà di oggi a quella che ha attraversato tre diversi secoli (fine ‘800, il ‘900 e poi il nostro secolo) è un po’ azzardato. Detto questo, già tra il partito socialista delle origini e quello della Repubblica, le distanza sono molto grandi. E una storia gloriosa, meravigliosa, ma anche molto travagliata, all’insegna delle divisioni”. Lo afferma Claudio Martelli in una intervista all’Avanti!. “Forse – continua Martelli – l’insegnamento maggiore e più coerente, rimane quello della grande stagione riformista di Turati, di Treves di Mondolfo che viene dopo la fase iniziale all’insegna insurrezionale e anarchica di Andrea Costa. Nel riformismo si tende poi a sottolineare il ruolo di Turati, però è sbagliato non ricordare un altro gigante del riformismo come fu Camillo Prampolini. In realtà anche quella stagione si chiude abbastanza presto. Nel congresso del 1912 i riformisti soccombono con l’affermazione dei massimalisti nelle cui fila spicca la figura del futuro direttore dell’Avanti! Benito Mussolini. E già avevano subito una scissione, quella di Bissolati, che riteneva che bisognava rompere gli indugi e allearsi con la parte avanzata della borghesia e dei liberali giolittiaini. Insomma il Psi è sempre stato un partito tumultuoso e per questo un partito libero. Io non sono tanto convinto della definizione di eretici, una definizione che presuppone che dall’altra parte ci fossero gli ortodossi.

E chi sarebbero stati gli ortodossi?
Appunto. C’era il partito delle borghesia. Ma oltre a questo in sostanza c’era un grande calderone in cui si muovevano filoni diversi, personalità rivali, tendenze nazionalistiche schiettamente reazionarie e monarchiche. E altre di impronta cavouriana e certamente più capaci di interpretare le esigenze di modernizzazione.

A Bari si parla non solo del passato ma anche del futuro. Parlare di riformismo oggi ha ancora senso?
Come metodo il riformismo non ha vinto. Ha stravinto. Al punto da contagiare altre tradizioni politiche che hanno fatto proprio il metodo delle riforme graduali. Oggi il campo sembra dominato piuttosto dalle forze di ispirazione liberale e in alcuni casi da forze di ispirazione nazionalista, populista. Penso da una parte all’esempio di Macron e dall’altra parte a quello di Theresa May, i conservatori inglesi, la Brexit, o America first di Trump. Lo scenario in Europa è più mosso. Al socialismo di Corbyn tutti sarebbero portati a dire di sì. Era socialista anche Sanders che sfidò la Clinton. Ma si chiamano socialisti anche Maduro e Chaves in America latina. Francamente non ci vedo nulla in comune. Anche la Spd è socialista ma ormai è alleata non so più da quanti anni e subordinata a Angela Merkel. Insomma non è una fase storica in cui i socialisti esprimano una visione innovativa e un primato politico come fu quella degli anni ‘80 con il socialismo mediterraneo di Mitterrand, di Craxi, di Gonzalez, di Soares. O come anche alla fine degli anni ‘90, incarnato nella figura di Blair e dal nuovo centro di Gerhard Schroeder. Lo stesso riformismo socialista ha assunto significati diversi perché un conto è il riformismo delle origini che creò tutto ciò che conta ancora oggi nella storia del mondo del lavoro, come il sindacato, le cooperative, l’educazione delle masse. Quello è il grande riformismo storico. Poi vi è stata una grande stagione riformista. Con gli anni ‘60 avvenne grazie ai socialisti con il primo centrosinistra. Con i socialisti uniti, Nenni e Saragat. La strategia delle riforme, la scuola, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, le Regioni. Poi nel campo dei diritti civili non si possono dimenticare le lotte e le conquiste degli anni settanta. Infine vi è stato il solido tentativo di creare finalmente in Italia una grande socialdemocrazia.

E per i futuro?
Secondo me finché il partito socialista si occupa di redistribuire attraverso la leva fiscale la ricchezza, difficilmente tornerà a guidare una società dell’occidente. Perché qui il problema dominante non è quello della ridistribuzione, è quello della produzione, della creazione di ricchezza. Nel mondo globalizzato questo è il primum vivere. Se non si ha una risposta, una ricetta, una strategia per assicurare che tu, forza politica che ti chiami socialista, sei in grado di garantire un di più di prosperità e poi di distribuirla meglio, difficilmente conquisterai la maggioranza dei consensi. Poi in Italia la situazione della sinistra è un po’ disperante. Il Partito democratico non ha risolto il problema della sua identità. L’identità originaria dei due elementi che si sono fusi in qualche modo ancora riaffiora nei momenti di crisi e di tensione. E in ogni caso non sembra in grado di assicurare una chiara matrice. Lì si avverte l’assenza nel progetto originario di una robusta corrente socialista e laica. È mancata all’origine e la mancanza si sente ancora oggi. Io non so dare consigli ai compagni socialisti: forse la cosa più utile è quella di incalzare in modo critico e costruttivo il Partito democratico.

In queste settimane il dibattito politico nel centrosinistra è riassumibile in due parole: coalizione o partito unico?
Secondo me, a occhio, si capisce che il calcolo di Prodi sia quello di puntate a una alleanza ampia e plurale. Però non è che questo progetto non sia stato già sperimentato. Quindi i critici non hanno torto. Le elezioni Prodi le ha vinte ma alla prova di governo la sua maggioranza si è sbriciolata. Renzi quando vuole dare al suo partito una impronta maggioritaria continua sulla intuizione di Veltroni. Però non si può farlo senza formare una classe dirigente del proprio partito. Non può esserci un rapporto esclusivo tra un capo e la base. Non parlo tanto degli iscritti ma della base elettorale. Adesso vedo che tutti si richiamano ai due milioni di voti presi alla primarie. Quello può andar bene per governare un partito. Non per parlare a un Paese.

Ma è la base per governare un partito maggioritario?
Io non credo, non è una base sufficiente, occorre una classe dirigente e occorre anche una vasta e ramificata rete di rapporti con i cosiddetti corpi intermedi. Con i sindacati o pezzi di sindacati, di mondo economico, sociale, culturale. E soprattutto occorre una capacità di essere presenti nel mondo giovanile. Strano per un leader così giovane, ma questa parte di mondo proprio non c’è. Difatti come si sa i giovani votano 5 Stelle mentre il Partito democratico è un partito di ultracinquantenni. E questa struttura va modificata. Il Partito socialista penso che possa avere questa funzione. Poi so che altri compagni hanno fatto scelte diverse. Che si collocano sul versante di questa sinistra in formazione che francamente non so dove stia. C’è in Puglia, a Milano si è visto qualcosa. Ma parliamo di porzioni molto modeste. Dove si è presentata insieme al Pd poi, a Genova e La Spezia, i risultati non sono stati buoni. C’è chi sostiene che il problema sia nella leadership di Renzi che non attrae più. Lui tante volte dà l’impressione di aver bruciato un bel capitale politico. Succede a tutti di sbagliare, però come dice il proverbio, sbagliare è umano, ma continuare negli errori diventa diabolico.

Daniele Unfer

Brexit: bilancio UE perde 10 miliardi

brexitSi stanno valutando gli effetti della  Brexit sul bilancio dell’Unione europea. Il Commissario europeo al Bilancio ed alle Risorse Umane, Guenther Oettinger, presentando a Bruxelles il Libro Bianco sul futuro delle finanze UE, ha affermato: “Nel prossimo quadro finanziario pluriennale, dopo il 2020, ci saranno nuove sfide davanti a noi: la protezione delle frontiere, politiche per i migranti e i rifugiati, l’assistenza allo sviluppo, per ridurre i flussi migratori nel prossimo decennio. Il nostro bilancio ha 250 mld per entrate e spese; siamo l’unico bilancio in Europa che non può avere debito. Dopo il 2020 non avremo più il Regno Unito, che è un contributore netto malgrado il rebate (lo sconto negoziato negli anni Ottanta da Margaret Thatcher, ndr), e avremo un gap di 10-12 mld di euro l’anno. Inoltre, dovremo controllare le frontiere e proteggere i confini. Quindi, nel Libro Bianco abbiamo delineato varie opzioni per colmare questi gap. E’ un documento di riflessione: invitiamo il Parlamento Europeo a discuterne, come pure gli Stati membri, il Consiglio e i cittadini. E’ importante che presentiamo un piano sul prossimo quadro finanziario pluriennale (Mff, ndr): se vogliamo chiarezza sul bilancio e tenere conto dell’impatto dell’uscita del Regno Unito, dobbiamo guardare al 2020 e oltre. Quindi nel novembre-dicembre di questo anno dovremo avere delle riflessioni: siamo sulla strada giusta con Parlamento e Consiglio. Abbiamo la possibilità di fare un piano settennale, come adesso, oppure di cinque anni. E’ una cosa su cui dobbiamo decidere. Crediamo che la Commissione Europea debba fare i suoi compiti a casa: dobbiamo semplificare e aumentare la flessibilità. Crediamo che saranno necessari tagli nel prossimo decennio, poiché abbiamo un grande Paese che se ne va. Dobbiamo guardare a riallocare la spesa e a tagliare, ma è chiaro che solo con i tagli e con la riallocazione della spesa non sarà possibile colmare il gap lasciato dalla Brexit e non potremo finanziare i nuovi compiti che abbiamo davanti. Gli Stati devono decidere se sono pronti a finanziare l’UE affinché affronti le nuove sfide che ha davanti”.

Per il tedesco Guenther Oettinger, un Governo Britannico debole rischia di essere fautore per entrambi le parti di trattative difficili. In proposito il Commissario europeo al Bilancio ha detto: “Abbiamo bisogno di un governo capace di decidere, che possa negoziare l’uscita della Gran Bretagna. Con un partner debole al tavolo dei negoziati, vi è il rischio che le trattative siano difficili per entrambe le parti”. (fonte afp)

Nel frattempo sono stati fissati 4 paletti per la Brexit a seguito degli orientamenti politici adottati sabato scorso dal Consiglio europeo. Con questo mandato giuridico, la Commissione europea dà inizio alla prossima fase della procedura dell’articolo 50 sulla Brexit, il negoziato di uscita del Regno unito dall’Unione europea. Il Collegio dei Commissari ha trasmesso oggi al Consiglio una raccomandazione sull’avvio dei negoziati con Londra a norma dell’articolo 50, che secondo quanto riporta un comunicato comprende un progetto di direttive di negoziato che riguardano principalmente quattro ambiti.

La prima priorità negoziale riguarda la salvaguardia dello status e dei diritti dei cittadini, siano essi cittadini dell’Ue a 27 nel Regno Unito o cittadini britannici nell’Ue a 27, e dei relativi familiari. La Commissione è inoltre chiara nell’affermare che il passaggio alla seconda fase dei negoziati è subordinato al raggiungimento di un accordo sui principi della liquidazione finanziaria. Il Financial Times valuta la liquidazione in cento miliari di euro anche se altre fonti avanzano ipotesi tra quaranta e sessanta miliardi di euro. Si dovranno trovare soluzioni per evitare l’innalzamento di una frontiera fisica nell’isola d’Irlanda. Quarto punto, è necessario regolamentare gli aspetti inerenti alla risoluzione delle controversie e all’amministrazione dell’accordo di recesso. Il capo negoziatore dell’Ue, Michel Barnier, ha commentato: “Ci mettiamo sulla buona strada per assicurare un recesso ordinato del Regno Unito dall’Unione europea, nell’interesse di tutti. Non appena il Regno Unito sarà pronto inizieremo a negoziare in modo costruttivo”.

Se l’Unione Europea lamenta il buco di bilancio causato dalla Brexit, il Regno Unito dovrebbe valutare e quantificare le perdite causate alla loro economia. Se prima del 2020 gli inglesi dovessero cambiare idea, si dovrebbe rimettere tutto in discussione. L’ipotesi non è da escludere poiché la maggioranza per il Brexit non è stata schiacciante, ma solo di poco superiore al numero degli inglesi europeisti.

Salvatore Rondello

SCONTRO BREXIT

BRITAIN-EU-POLITICS-BREXIT

Nella rotta del mediterraneo centrale si stanno facendo progressi ma “la situazione resta critica per gli arrivi irregolari” e “l’unico risultato che ci interessa è mettere definitivamente fine” agli arrivi. Lo ha detto Donald Tusk a conclusione del Consiglio europeo, aggiungendo che “i leader hanno concordato di coordinarsi meglio nelle prossime settimane per aiutare l’Italia”.

Gentiloni, riunione utile e importante su migranti
Il premier Paolo Gentiloni al termine del Vertice Ue ha parlato di una “riunione utile, importante soprattutto su un paio di questioni che ci stanno a cuore: quella dei migranti e l’atteggiamento che l’Ue deve tenere sulle politiche industriali, sul commercio”. Per Gentiloni il riassunto del vertice è abbastanza semplice: “Passi avanti sul tema della sicurezza, tema forte di un’Europa che riscommette sul proprio progetto; ribadimento dei concetti che in Italia conosciamo con la dichiarazione di Taormina sul terrorismo e richiesta ai giganti del web di adottare tecnologie per rimuovere messaggi di radicalizzazione; conferma dell’ impegno di Parigi sul clima”.

Macron: “Non abbiamo ascoltato l’Italia”
A dirlo in modo più chiaro è il presidente francese Emmanuel Macron: “Non abbiamo ascoltato l’Italia. Abbiamo mancato di equilibrio nella solidarietà” sia sui migranti che nella crisi economica, di fronte a Paesi colpiti da “shock asimmetrici” e anche “sui migranti è stata la stessa cosa: non abbiamo ascoltato l’Italia sull’ondata di migranti che stava arrivando”. Così il presidente francese nella conferenza stampa al termine del vertice Ue. “Servono regole comuni Ue – ha aggiunto – sia che si tratti della Rotta balcanica sia di quella dalla Libia”. “In questo mondo ridivenuto tragico – ha sottolineato Macron – l’Europa dev’essere una speranza, la nostra speranza: non lasciamola scomparire sotto al peso del cinismo e delle prospettive di breve termine. Restituiamole la sua chance e la sua promessa”

Lo scontro sulla Brexit
L’offerta del premier britannico Theresa May sui diritti dei cittadini è “un primo passo, ma non è sufficiente”: lo ha detto il presidente della Commissione Jean Claude Juncker entrando al vertice europeo. E Juncker aggiunge: “Non posso immaginare che la Corte di giustizia europea possa essere esclusa” nel meccanismo di tutela delle garanzie per i cittadini europei in Gran Bretagna dopo la Brexit, ribadendo che “comunque il negoziato si fa al Berlaymont”, ovvero nella sede della Commissione europea e non a livello di leader europei. Ma la May tira dritto e difende la proposta presentata giovedì sera: “Abbiamo fatto una offerta giusta e seria” sui diritti dei cittadini, ma vogliamo anche “certezza” per il milione di britannici che vivono nell’Unione europea. “Il Regno Unito lascerà l’Ue ma non l’Europa”, ha ribadito, aggiungendo che il suo Paese vuole “una partnership profonda e speciale” con l’Unione europea. Sulla stessa linea di Junker anche Tusk: “La mia impressione è che la proposta della May va al di sotto delle nostre aspettative e rischia di peggiorare la situazione per i cittadini, ma la valuteremo una volta che avremo tutti i dettagli”

E la cancelliera tedesca Angela Merkel aggiunge: “May ha chiarito che i cittadini Ue che sono rimasti in Gran Bretagna per cinque anni potranno mantenere i loro pieni diritti. È un buon inizio ma non è un progresso. C’è ancora molta strada da fare”. E Macron chiosa: “Abbiamo avuto già molte cose di cui occuparci, stiamo parlando del futuro dell’Europa. Il mandato negoziale è stato dato a Michel Barnier”, ha ricordato Macron, e spetterà dunque a lui valutare le proposte.

IMPEGNO COMUNE

juncker gentiloniSono giorni importanti per l’Europa alle prese con gli ultimi passi sulla Brexit, ma non è la sola questione su cui si punterà nella due giorni di Consiglio Europeo che metterà sul tavolo anche il tema di immigrazione e sicurezza.
Il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha rassicurato Paolo Gentiloni durante l’incontro bilaterale, affermando che l’Italia può “continuare a contare sulla solidarietà europea” sul fronte della crisi dei migranti. Ieri infatti, Gentiloni in Aula al Senato, nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue aveva incalzato l’Europa: “Sull’immigrazione dobbiamo dirci onestamente che nonostante qualche passo in avanti la velocità con cui l’Ue si muove sul terreno delle politiche comuni resta drammaticamente al di sotto delle esigenze di governo e gestione di questo fenomeno. Lo diremo apertamente anche a Bruxelles – ha sottolineato il premier – Qualche risultato almeno simbolico è stato ottenuto: la Commissione ha annunciato una procedura d’infrazione per i tre Paesi che non accettano gli impegni. Ma non ci consola questa soddisfazione morale”.
“Quel che vogliamo sapere dall’Ue è se sulla strada” della gestione dei flussi migratori “c’è l’Ue o se noi dobbiamo continuare a cavarcela da soli. L’Italia è in grado di gestire la questione, sia pure con difficoltà crescenti, ma l’Europa se vuole recuperare la sua vitalità e scommettere sul proprio futuro deve avere una politica migratoria comune: lo pretendiamo a Bruxelles”.
La risposta da Juncker è arrivata subito dopo che stamattina a Bruxelles il Presidente del Consiglio italiano ha avuto un colloquio con il premier libico Fayez al-Sarraj. “Gli incontri di stamattina – ha spiegato il capo del Governo – avevano come obiettivo promuovere un maggiore impegno dell’Europa e delle autorità libiche: l’obiettivo è contenere i flussi migratori, mettere in condizione le autorità libiche di esercitare un maggiore controllo del loro territorio, dare un contributo alla lotta contro i trafficanti di esseri umani. Obiettivi sui quali l’Italia come sapete è impegnata da tempo. La mia valutazione è positiva. Certamente in Libia bisogna accelerare e dare efficienza ai processi”.
“Non vedo perché non dovremmo aumentare i finanziamenti europei per il funzionamento del Guardacoste libico”, osserva il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, per la convocazione dei capi di Stato e lamentandosi con i leader per il fatto che al livello delle decisioni ministeriali in Consiglio Ue “alcuni dei vostri rappresentanti non stanno prendendo le decisioni necessarie a questo riguardo”. Su una nota più positiva, sembra che gli altri paesi membri abbiano ormai capito e accettato l’impostazione dei cosiddetti “migration compact”, fortemente voluta dall’Italia e che la Commissione europea sta mettendo in atto e finanziando.
Nel frattempo dagli Interni si attende il documento il primo piano nazionale per l’integrazione, in corso di stesura finale e che dovrebbe essere illustrato dal Ministro Minniti il 30 giugno al tavolo di coordinamento nazionale presso il ministero dell’Interno, dove siedono anche i rappresentanti del dicastero del Lavoro, delle Regioni e dei Comuni. Punto cardine del piano è l’avvio del processo di integrazione fin dalla fase iniziale dell’arrivo in Italia del migrante, la cosiddetta prima accoglienza.
Tornando al Vertice del Vecchio Continente, tra i punti in agenda per la cena di oggi ci saranno invece le relazioni internazionali. Il cancelliere della Germania, Angela Merkel, e il presidente della Repubblica della Francia, Emmanuel Macron, presenteranno lo stato dell’arte sull’attuazione degli accordi di Minsk. All’attuazione degli accordi di Minsk sono legate le sanzioni economiche alla Federazione Russa, che scadono il prossimo 31 luglio, e che dovrebbero essere rinnovate prima di quella data. Le misure restrittive riguardano il settore finanziario, dell’energia, della difesa e dei beni a duplice uso. Nel corso della cena, Tusk riferirà inoltre dell’incontro avuto con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e con il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan, lo scorso maggio a Bruxelles.
Ma il tema portante al momento resta quello della Brexit, nella sua versione a 27, senza il Regno Unito, nel dopocena di stasera il vertice discuterà sui criteri e le procedure per la scelta dei paesi membri in cui trasferire dopo la Brexit dell’Eba e dell’Ema, le due agenzie indipendenti dell’Ue (l’Autorità bancaria e l’Agenzia per i farmaci) che oggi sono basate a Londra. Ci sono una ventina di Stati membri che si sono candidati per l’una o l’altra o entrambe le agenzie, ed è una partita importante per l’Italia che vorrebbe l’Ema a Milano.
In merito alla Brexit, la deputata Pia Locatelli ieri in dichiarazione di voto sulle mozioni, ha fatto sapere che è nell’interesse comune “costruire basi solide per le future relazioni tra i 27 e il Regno Unito. Nelle difficili acque internazionali di questo periodo credo sia conveniente per tutti affrontare le trattative in modo costruttivo, adoperandoci per trovare un accordo e augurandoci che per un futuro vicino il Regno Unito resti un partner stretto, per uno più lontano che i cittadini del Regno Unito ci ripensino e tornino a far parte dell’Unione Europea, come prevede l’articolo 50 del trattato UE”.