TERREMOTO BREXIT

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Il governo britannico è nel caos. Dopo il sì del consiglio dei ministri di ieri alla bozza di accordo sulla Brexit raggiunta da May con le autorità europee, stamattina sono arrivate le dimissioni di quattro membri dell’esecutivo euroscettici che ora mettono a serio rischio il futuro politico di Theresa May.

La perdita più importante è l’addio del ministro della Brexit Dominic Raab, che era il caponegoziatore del Regno Unito nelle trattative con l’Unione Europea. Un addio clamoroso, perché Raab non era dato negli ultimi giorni come tra i più ribelli dell’esecutivo. Invece no, ha mollato con una lettera formale ma pesantissima su Twitter: “Non posso sostenere l’accordo con l’Ue”, ha scritto lui stesso che ha negoziato quell’accordo, “la soluzione proposta per l’Irlanda del Nord rappresenta una minaccia reale all’integrità del Regno Unito”. A seguire Raab poco dopo anche la sottosegretaria alla Brexit Suella Braverman.

Insomma il governo May, dopo l’accordo sulla Brexit, perde pezzi.  Il capo negoziatore dell’Unione, Michel Barnier, ha detto: “Sulla Brexit è un momento molto importante. L’accordo concordato è giusto ed equilibrato, assicura le frontiere dell’Irlanda e getta le basi per un’ambiziosa relazione futura. Ma abbiamo ancora una lunga strada davanti”.

Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha annunciato: “Un vertice straordinario sull’accordo per la Brexit è convocato per il 25 novembre”.

Theresa May, dopo cinque ore di riunione con i suoi ministri ha annunciato: “Il Consiglio dei Ministri del governo britannico, convocato per discutere la bozza di accordo con l’Unione Europea sulla Brexit, ha dato il proprio benestare. Il governo britannico ha deciso collettivamente di adottare la bozza d’accordo sulla Brexit definita a Bruxelles.  Non è stata una decisione leggera, ma il migliore possibile nell’interesse nazionale”. Secondo Therea May, la bozza consentirà a Londra di recuperare il controllo sull’uscita, mentre l’alternativa sarebbe stata quella di tornare al punto di partenza e rischiare di non attuare il mandato referendario.

Ma, a poche ore dal via libera all’intesa, sono arrivate le dimissioni in serie dal governo. Si sono dimessi il ministro per la Brexit Raab, la sottosegretaria alla Brexit Suella Braverman, la ministra del lavoro Esther McVey, brexiteer convinta, e il sottosegretario  britannico per l’Irlanda del Nord, Shailesh Vara.

La sterlina è in caduta libera. Dopo il sofferto via libera a un accordo sulla Brexit con l’Ue da parte del governo della Gran Bretagna, la divisa britannica è scesa a 1,2866 dollari a metà mattina, mentre ieri a tarda serata si attestava sopra 1,30.

La premier May comunque ha avvertito: “La Brexit ci sarà, un nuovo referendum è escluso”.

Il leader laburista Corbyn ha attaccato: “Intesa flop, non ha consenso nel Paese”. Altre critiche per le promesse violate, sono arrivate dagli unionisti nordirlandesi del Dup.

Theresa May continua a difende l’intesa raggiunta con l’Ue come una scelta fatta nell’interesse nazionale, affermando che essa garantirà l’uscita dall’Ue del Regno Unito nei tempi previsti e che l’unica alternativa sarebbe un no deal o nessuna Brexit ed è decisa ad andare avanti malgrado le dimissioni di alcuni ministri del suo governo. La premier ha fatto notare che il negoziato ha comportato scelte difficili ed esprime rispetto per le decisioni di Dominic Raab e di chi s’è dimesso, ma afferma di non condividerle.

La premier britannica ha espresso le sue motivazioni ai Comuni, ammettendo che la soluzione indicata per garantire un confine aperto fra Irlanda e Irlanda del Nord può suscitare perplessità, ma che sarebbe stato irresponsabile rifiutarla. May ha insistito che l’obiettivo è evitare l’entrata in vigore del meccanismo di salvaguardia del backstop, sostenendo tuttavia che non sarebbe stato possibile escluderlo come clausola da alcun tipo di accordo.

Rispondendo al leader liberaldemocratico, Vince Cable, che ai Comuni è tornato a invocare oggi l’opzione di un secondo referendum in alternativa all’accordo proposto da May o a un ‘no deal’, Theresa May May ha detto: “Il governo britannico non intende prepararsi allo scenario di una no Brexit. E’ mio dovere attuare il mandato referendario stabilito dal popolo nel giugno del 2016”. Alternativa che la premier ha nuovamente respinto categoricamente replicando anche alla deputata Tory filo-Ue Anna Soubry.

Il leader laburista Jeremy Corbyn ha denunciato la bozza d’intesa sulla Brexit proposta da May come un enorme e dannoso fallimento. Corbyn ha affermato che la bozza lascerebbe la Gran Bretagna in un limbo a tempo indeterminato senza dare certezze sui rapporti futuri definitivi con l’Ue sulla questione irlandese. Il leader laburista ha criticato anche ‘la falsa scelta fra questo cattivo accordo e un no deal che non può essere una opzione reale’. Secondo Corbyn, sull’intesa proposta il governo non ha il consenso del Parlamento, né del popolo del Regno Unito.

Un’altra tegola per il governo di Theresa May sono gli unionisti nordirlandesi del Dup, vitali per la maggioranza, hanno denunciato la bozza d’intesa sulla Brexit come una violazione delle promesse fatte in termini di garanzia del legame fra Londra e Belfast. Il capogruppo Nigel Dodds ha sostenuto che l’intesa farà del Regno Unito uno Stato vassallo destinato alla fine a disgregarsi. Critiche che la premier ha respinto, ribadendo le garanzie all’Ulster e sull’integrità futura del Regno e invitando il Dup a nuovi colloqui.

Raab, figura chiave nell’ultima fase dei negoziati e brexiteer convinto, ha affermato di non poter sostenere in buona coscienza i termini dell’accordo con l’Ue proposto. Nella sua lettera di dimissioni indirizzate alla premier Theresa May ha affermato di comprendere i motivi per i quali il governo abbia deciso a maggioranza di sposare la bozza d’intesa e di rispettare il diverso punto di vista espresso che ha spinto la premier e altri colleghi a dare il via libera al testo in buona fede. Personalmente, ha affermato, tuttavia, di non poter accettare un accordo che a suo dire nella soluzione proposta per l’Irlanda del Nord rappresenta una minaccia reale all’integrità del Regno Unito, né un meccanismo di backstop indefinito. Raab, è il secondo ministro per la Brexit a lasciare il governo dopo David Davis, ma non ha chiesto le dimissioni di May. Il suo forfait rappresenta comunque un duro colpo per il governo e per il contesto negoziale, mentre non si escludono altre possibili defezioni di altri ministri Tory dissidenti.

Il D-Day della Brexit è scattato ieri sera da Downing Street, con il faticoso sì strappato da Theresa May ai ministri del suo governo, o alla maggioranza dei presenti, sulla bozza d’intesa definita ieri con Bruxelles dopo due anni di negoziati. Ma lo sbarco è ancora tutto da portare a termine sotto il fuoco nemico ingaggiato da tutti i lati del fronte interno britannico, a cominciare dalle trame per una mozione di sfiducia contro la leadership della premier agitate stanotte dai falchi Tory ultrà.

Evitando al contempo una rottura traumatica con i 27, chiamati adesso a loro volta a sancire la svolta, innescando con un vertice straordinario convocato per il 25 novembre ed il successivo iter verso le ratifiche parlamentari, entro il termine fissato da Londra per la sua uscita formale dall’Ue il 29 marzo 2019.

I contenuti della bozza, si leggono in ben 500 pagine e sono sintetizzati in un libro bianco diffuso ieri sera. Si sapeva già l’essenziale. Sono stati confermati gli impegni sulla tutela dei diritti dei cittadini ospiti. Il conto del divorzio britannico ammonta a 39 miliardi di sterline, su una fase di transizione improntata allo status quo di (almeno) 21 mesi. Viene illustrato nei dettagli anche la soluzione ‘a tappe’ architettata per assicurare il mantenimento d’un confine senza barriere fra Irlanda e Irlanda del Nord, con una permanenza temporanea dell’intero Regno nell’unione doganale in attesa di un successivo accordo complessivo sulle relazioni future post Brexit fra Londra e Bruxelles. Si tratterebbe di soluzioni di compromesso che qualcuno già liquida come un patchwork destinato a non funzionare.

Raab che non ha partecipato all’ultima tornata di negoziati, ha detto: “Nessuna nazione democratica ha mai firmato per essere vincolata da un regime così ampio, imposto esternamente senza nessun democratico controllo sulle leggi applicate, né la possibilità di decidere di uscire dall’accordo”. L’accordo viene considerato anche un punto di partenza per negoziare un’alleanza futura economica. Raab ha anche aggiunto: “Se lo accettiamo, questo pregiudicherà severamente contro di noi una seconda fase di negoziati. Soprattutto io non posso conciliare i termini dell’accordo con le promesse che abbiamo fatto al Paese nel nostro manifesto alle ultime elezioni”.

Iain Duncan Smith, un ex leader dei Tory ed uno dei principali esponenti dei Brexiteer, ha detto che le dimissioni di Raab sul governo hanno un impatto devastante. E che la sua lettera alla May prova che le sue posizioni sono state ignorate.

Anche il 58enne conservatore Vara, esponente dei Tory, ha annunciato oggi le sue dimissioni a causa del suo disaccordo con il progetto di accordo dichiarando: “Con molta tristezza e rammarico ho presentato la mia lettera di dimissioni da ministro dell’Irlanda del Nord al premier. Siamo una nazione orgogliosa e ci siamo ridotti ad obbedire alle regole fatte da altri Paesi che hanno dimostrato di non avere a cuore i nostri migliori interessi. Possiamo e dobbiamo fare meglio di questo. Il popolo del Regno Unito merita di meglio. Ecco perché non posso sostenere questo accordo”.

Dopo le notizie delle dimissioni degli esponenti del governo britannico, Michel Barnier ha dichiarato:  “Sotto l’autorità del presidente Juncker e con il sostegno della Commissione, la scorsa notte abbiamo raggiunto un importante passo nei negoziati sulla Brexit. Rimaniamo decisi a procedere con un divorzio ordinato con il Regno Unito. Questo accordo rappresenta una tappa determinante per concludere questi negoziati sulla Brexit con la Gran Bretagna. Considero che questa sera sono stati fatti progressi decisivi per un ritiro ordinato della Gran Bretagna dall’Ue e per gettare le basi per la relazione futura. Sarà possibile estendere il periodo di transizione della Brexit di 21 mesi previsto dal 29 marzo 2019 al 31 dicembre 2020 attraverso un accordo congiunto. Nel caso in cui non saremo pronti per il luglio 2020 a un accordo definitivo sulla frontiera irlandese, allora scatterà il backstop sui cui è ora stata trovata un’intesa tra Ue e Gran Bretagna”.

Un vertice straordinario sull’accordo per la Brexit è convocato per il 25 novembre, alle 9,30. Lo ha annunciato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk in una conferenza stampa congiunta col capo negoziatore dell’Unione Michel Barnier.

Tusk ha spiegato: “Nei prossimi giorni proseguiremo come segue. L’accordo ora viene analizzato dagli Stati membri. Alla fine di questa settimana, gli ambasciatori dei 27 si incontreranno per condividere la loro valutazione sull’intesa. Spero non ci siano troppi commenti. Discuteranno anche il mandato alla Commissione per la finalizzazione della dichiarazione politica congiunta sulla relazione futura tra l’Ue ed il Regno Unito. I ministri europei saranno coinvolti in questa procedura. La Commissione intende concordare la dichiarazione sulla relazione futura col Regno Unito entro martedì. Nelle 48 ore successive, gli Stati membri avranno il tempo di valutarla. Questo significa che gli sherpa dei 27 devono concludere il loro lavoro per giovedì. A quel punto, se non succede niente di straordinario, terremo una riunione del Consiglio europeo, per finalizzare e formalizzare l’accordo sulla Brexit. Prendo atto dell’accordo sulla Brexit ma non condivido l’entusiasmo di Theresa May. Ho pensato fin dall’inizio che questa sia una situazione ‘lose-lose’, e che occorresse lavorare per controllare i danni a conseguenza di questo divorzio”.

Nigel Farage, l’europarlamentare euroscettico, ha così commentato l’accordo sulla Brexit definito a Bruxelles:  “Ogni membro del gabinetto che è un autentico Brexiteer deve dimettersi subito o non sarà più attendibile, questo è il peggior accordo della storia”.

Guy Verhofstadt, il leader dei liberali (Alde) al Parlamento europeo, ha così commentato: “Mentre spero che un giorno il Regno Unito tornerà, nel frattempo questo accordo renderà possibile la Brexit, pur mantenendo una stretta relazione tra l’Ue e il Regno Unito, una protezione dei diritti dei cittadini ed evitare un confine irlandese duro”.

La partita della Brexit è ancora aperta ed il popolo inglese potrebbe tornare ad essere nuovamente arbitro delle sue decisioni per i rapporti con l’Unione europea. Nel Regno Unito, per la Brexit, oggi c’è un governo in crisi ed un paese spaccato in due con i Brexiteer in diminuzione e la maggioranza degli inglesi che vorrebbe restare nell’Unione europea contrariamente a quanto è risultato due anni fa.

Salvatore Rondello

Brexit, manifestazione per un nuovo referendum

no brexit

Si è svolta sabato, a Londra, un’importante manifestazione per chiedere un secondo referendum sulla Brexit.

Il corteo, organizzato in risposta all’appello di “People’s Vote” (un movimento per un “nuovo voto popolare”, che riunisce diverse associazioni pro Ue), ha coinvolto decine di migliaia di persone, venute da ogni parte del Regno Unito, muovendosi da Hyde Park sino alla piazza del Parlamento, nel centro della capitale britannica.

Tra i manifestanti numerosi deputati dei partiti laburisti, libdem, dello Snp (partito indipendentista scozzese) e conservatori “critici”; si è registrata anche la presenza di molti cittadini europei, rappresentati in particolare da “The3Million”, un movimento nato in difesa dei circa tre milioni e mezzo di europei che vivono nel Regno Unito.

La marcia è stata chiamata #PeoplesVoteMarch, da stamattina l’hastag su Twitter è trend topic, l’argomento del giorno più di tendenza.

Dal palco della piazza del Parlamento si sono alternati diversi interventi, tra i più apprezzati quello del sindaco di Londra, il laburista Sadiq Khan.

Negli scorsi mesi si sono registrate numerose manifestazioni di cittadini (l’ultima nel giugno scorso aveva richiamato circa 100 mila persone), per chiedere una svolta politica e una revisione del progetto di uscita dall’UE, considerando che a pochi mesi dalla Brexit, prevista per il 29 marzo 2019, i negoziati tra Londra e Bruxelles sono ancora in fase di stallo.

Rimangono aperte, in particolare, le questioni economiche relative ai movimenti di capitali e di persone, e lo spinoso tema del confine con l’isola d’Irlanda.

L’opinione pubblica britannica dal referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea del 2016, sembra aver cambiato sensibilità sul tema.

Diversi istituti di sondaggi danno oggi il Remain come l’opzione preferita dalla maggioranza dei cittadini.

Tanti giovani, che nel 2016 non avevano l’età per partecipare alla consultazione referendaria, rappresentano, in percentuale, i maggiori sostenitori della prospettiva europea e oggi lo hanno dimostrato con una massiccia presenza alla marcia.

I sostenitori di un nuovo voto referendario ritengono che i britannici, che hanno votato per il 52% a favore dell’uscita dall’Ue nel referendum, avrebbero votato diversamente se fossero stati messi a conoscenza delle reali problematiche che la Brexit avrebbe portato con se.

Tuttavia, sarà molto difficile che si concretizzi una retromarcia da parte della premier Theresa May e della maggioranza del partito conservatore.

Il Primo Ministro, sostenitrice del Leave (a differenza di David Cameron, ex capo del governo che si è dimesso dopo la sconfitta referendaria), è da sempre contraria alla possibilità di riportare i cittadini alle urne per conoscere l’opinione popolare rispetto ai negoziati, con le istituzioni comunitarie, che nei mesi non hanno portato grandi risultati. In questo senso la May ha dichiarato che “non ci sarà nessun secondo referendum, la gente ha votato”.

Di contro, gli organizzatori di The People’s vote, ritengono la manifestazione di oggi “la marcia più grande, più chiassosa e più importante che ci sia mai stata”, segno di come la sensibilità dell’opinione pubblica britannica stia cambiando a favore di una prospettiva europea per il Regno Unito.

Tutto dipenderà da come proseguiranno, da qui a Marzo, le trattative tra l’UE e il governo presieduto dalla May.

Se si dovessero incontrare ostacoli non superabili, potrebbe aprirsi una stagione nuova: una crisi nel governo Tory, elezioni anticipate e la possibile vittoria dei laburisti, guidati da Jeremy Corbyn.

A breve, tutti questi eventi potrebbero portare a dei cambiamenti rilevanti nella “questione Brexit”.

Paolo D’Aleo

Brexit, Spagna e Uk trovano intesa su Gibilterra

Theresa-May e Pedro-SanchezMentre Bruxelles e Londra litigano ancora sulla Brexit, il premier socialista Pedro Sànchez annuncia esiti positivi per un’intesa con Theresa May sullo stretto di Gibilterra, il territorio di oltremare della corona britannica che si trova nel sud della Spagna e che fu ceduto ai britannici nel 1713.
È stato infatti annunciato che il Regno Unito ha raggiunto un accordo con la Spagna su come Gibilterra sarà regolamentata dopo la Brexit, anche se nei fatti si tratta di un accordo per trovare un accordo nei prossimi anni sulla sovranità del piccolo promontorio. Quindi in sostanza il protocollo sarebbe nullo se la Gran Bretagna non riesce a mettersi d’accordo prima con l’Unione europea
Il premier spagnolo ieri dopo il Consiglio Europeo a Bruxelles ha fatto sapere che esiste uno speciale protocollo su Gibilterra che è stato già “chiuso con il governo britannico” e riguarda questioni come la sicurezza e i diritti dei cittadini. Protocollo che però verrà allegato all’eventuale accordo fra Unione Europea e Regno Unito su Brexit. La Spagna non ha rivelato però ulteriori dettagli del protocollo.
Il territorio di Gibilterra infatti lascerà l’UE insieme al Regno Unito nel marzo del prossimo anno.

SENZA PRECEDENTI

commissione europa

Arrivata la lettera dall’Europa e chiaramente non ci sono sorprese al riguardo, nessuno da Bruxelles poteva accettare condizioni simili. La lettera con la richiesta di chiarimenti sul documento programmatico di bilancio italiano verrà pubblicata oggi, nel giorno in cui il commissario agli Affari Economici Pierre Moscovici è in missione a Roma per incontrare il ministro del Tesoro Giovanni Tria, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e in serata il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. 
“Le dimensioni della deviazione sono senza precedenti nella storia del Patto di Stabilità”. Lo scrivono Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis nella lettera che il commissario francese ha consegnato oggi al ministro Giovanni Tria durante la sua visita a Roma e resa nota a mercati chiusi. Il documento di due pagine quantifica “un gap pari all’1,5% del Pil” che al cambio fanno circa 25 miliardi di euro. E dunque questa “evidente e significativa deviazione dalle raccomandazioni adottate dal Consiglio è fonte di gravi preoccupazioni”. Sottolinea inoltre “un non rispetto particolarmente serio con gli obblighi del Patto” e chiede al Governo di dare una risposta ai rilievi entro lunedì 22 ottobre. 
L’Italia appare sempre più isolata, arriva per Roma anche un duro attacco del cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, presidente di turno dell’Unione Europea: “Non abbiamo comprensione per la proposta di bilancio che l’Italia ha inviato a Bruxelles, non pagheremo certamente le promesse elettorali e populiste degli altri. Ci aspettiamo quindi – ha aggiunto Kurz in un tweet – che il governo italiano rispetti le norme vigenti, i criteri di Maastricht valgono per tutti”.


Il premier Giuseppe Conte, arrivando al Palazzo Justus Lipsius di Bruxelles per il vertice europeo, ha così risposto alle domande sulla manovra nell’ipotesi di bocciatura: “Confido in un dialogo costruttivo, sicuramente avremo delle osservazioni e ci confronteremo con esse. Porterò il messaggio di una manovra che abbiamo studiato molto bene, è una manovra per invertire la tendenza, noi vogliamo crescere”.

Prima dell’incontro bilaterale con la Cancelliera Angela Merkel, alla domanda dei giornalisti se c’è un margine per cambiare la manovra, ha detto: “Noi l’abbiamo studiata molto bene, quindi direi che non c’è”.

Per quanto riguarda la Brexit, il tema in agenda per l’incontro di oggi, Conte ha affermato: “Sicuramente disponibili a mantenere una finestra aperta per la chiusura del negoziato che ci auguriamo di poterlo chiudere, ma mi sembra un po’ complicato”.

Sulla manovra del governo, senza alcun dubbio, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha affermato: “Siamo convinti di quello che abbiamo fatto. Più passa il tempo, più mi convinco che la manovra è molto bella”.

A proposito dell’accoglienza critica che ha avuto il documento programmatico di bilancio in seno all’esecutivo Ue, Conte ha detto: “Mi rendo perfettamente conto che non è questa la manovra che si aspettavano alla Commissione Europea: è comprensibile che ci siano queste prime reazioni. Mi aspetto delle osservazioni critiche: valuteremo e inizieremo a sederci ai tavoli. Da oggi il commissario Pierre Moscovici dovrebbe essere a Roma a parlare con il ministro Giovanni Tria. Noi ovviamente risponderemo alle osservazioni critiche”.

Il decreto legge in materia fiscale, ha prodotto profonde divisioni nello stesso governo presieduto da Giuseppe Conte. Secondo quanto affermato dal vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio, il testo sarebbe stato ‘manipolato’ da qualche ‘manina’. Anche su questo il premier Conte rassicura: “Venerdì sarò a Roma: lo controllerò come si fa sempre, articolo per articolo. Verrà mandato al Quirinale un testo conforme alla volontà deliberata nel corso del Consiglio dei ministri. Tra Lega e M5S non c’è nessuna frattura. Controlleremo il testo dell’articolo e sarà inviato”.

Massimo Garavaglia, viceministro dell’Economia, parlando con i cronisti in Transatlantico, ha detto: “Il contenuto del decreto fiscale lo conoscevano tutti”. Smentendo di essere lui la ‘manina’ denunciata dal vicepremier Di Maio, ha risposto: “Non so nulla, che è successo? Ho visto ai Tg che c’è stata un po’ di confusione: raccontatemi. Siamo a corto di notizie”,

Il presidente della Camera, Roberto Fico, in proposito alle presunte manomissioni nel decreto fiscale, ha detto: “Al di là di cosa sia successo, su cui il Consiglio dei ministri vedrà nella sua interlocuzione, io sono fermamente contrario a che ci sia questo articolo”. Così si è dichiarato contrario allo scudo fiscale senza rispondere sulla ‘pace fiscale’.

Intanto, lo spread tra Btp e Bund si è ampliato ancora arrivando a toccare i 315 punti base per poi assestarsi in area 313. Il rendimento del 10 anni italiano è salito fino al 3,61% per riportarsi al 3,59% secondo i dati riportati da Bloomberg. Oggi lo spread ha superato quota 320.

Il giornale ‘Der Spiegel’ ha corretto l’articolo su cui ieri si sono immediatamente innescate nuove polemiche tra il governo italiano e la Commissione europea, e la fonte ufficiale da cui aveva ricavato le informazioni riportate: l’eurocommissario al bilancio Guenter Oettinger ha ringraziato. Ieri il settimanale tedesco aveva riferito che oggi o domani l’esecutivo comunitario avrebbe recapitato all’Italia una lettera del commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici (che oggi e domani è a Roma per una serie di incontri) con cui avrebbe rigettato il piano di Bilancio notificato nei giorni scorsi dal ‘Bel Paese’.

Il tutto era stato attribuito alle rivelazioni di Oettinger. Poco dopo, tuttavia, questa lettura dei fatti era stata smentita dallo stesso eurocommissario, che aveva precisato che le sue erano valutazioni personali e che la commissione non aveva ancora deciso nulla.

Ora lo Spiegel riporta che l’Ue dovrebbe inviare una lettera all’Italia entro due settimane e che sulla base delle cifre attuali, secondo Oettinger la manovra verrebbe bocciata. Ma appunto, intanto, si negozierà e proprio per questo mentre Moscocivi è a Roma il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte sta incontrando diversi leader a Bruxelles, al vertice europeo.

Lo Spiegel ha scritto: “Una precedente versione di questo articolo aveva erroneamente riportato che la Commissione europea aveva già bocciato il piano di bilancio dell’Italia. La Commissione ha affermato di non aver ancora preso una decisione definitiva se respingere o meno il piano. Non verrà inviata domani una lettera di bocciatura, come inizialmente riferito, ed è attesa unicamente dopo che si saranno concluse le discussioni tra Moscovici e il governo italiano”.

“Grazie! Ho molto apprezzato”, ha affermato Oettinbger rispondendo al giornale tedesco. Si tratta dello stesso eurocommissario che nelle passate settimane aveva creato un caso con dichiarazioni, anche allora poi corrette, in cui inizialmente era stato riportato che aveva detto che i mercati avrebbero insegnato agli italiani come votare.

Il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, consegnerà, oggi a Roma, direttamente al ministro dell’Economia Giovanni Tria una lettera con richieste di chiarimenti dell’esecutivo comunitario, sul piano di Bilancio notificato dall’Italia. A seguito del faccia a faccia al ministero di Via XX Settembre, è prevista una conferenza stampa congiunta Tria-Moscovici alle 18 e 30.

Ma a criticare la manovra del governo c’è anche la Confindustria. Il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, nel corso del suo intervento all’assemblea generale dell’associazione, ha dichiarato: “Il governo del cambiamento non ha prodotto una manovra di vero cambiamento: tutti comprendiamo che il dividendo che si ricerca è quello elettorale, non quello della crescita. No, quindi, alle promesse elettorali scassa bilancio e di scarso impatto su crescita e lavoro. Abbiamo già pagato un prezzo elevato alle modalità con cui il governo è giunto ad aggiornare il Def, per poi modificarlo, senza per questo convincere mercati ed Europa. Il punto di fondo non era e non è l’innalzamento del deficit 2019 al 2,4% del Pil. Se il maggior deficit fosse dovuto a un drastico innalzamento degli investimenti e degli stimoli alla crescita assumerebbe tutt’altro significato agli occhi di Europa, mercati e agenzie di rating e soprattutto al mondo delle imprese. Se invece il maggior deficit si persegue per continuare sulla vecchia strada di miliardi aggiuntivi alla spesa corrente, come a tutti gli effetti avviene destinandoli a reddito di cittadinanza e prepensionamenti, ecco che allora le stime di maggior crescita del Pil del governo non risultano credibili e il debito pubblico continuerà a salire. Non saranno 5 miliardi soli di investimenti pubblici in più a far salire il Pil dallo 0,9% potenziale a cui anche il governo lo stima, al +1,5% programmatico indicato dal governo stesso”.

All’orizzonte si profila una nuova crisi. Ci sono già dei segnali significativi: il crollo della produzione automobilistica a settembre, il calo dell’export e le misure protezionistiche.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio inviato all’Assemblea di Assolombarda a Milano, ha scritto: “Per affrontare le sfide che ha di fronte l’Italia occorre uno sforzo condiviso e una capacità di dialogo costruttivo da parte della politica, delle imprese, delle associazioni di categoria e della società civile. Il rallentamento del ciclo del commercio internazionale e i segnali di ulteriori tensioni e misure protezionistiche rischiano di pesare sulla fiducia. E’ indispensabile uno sforzo condiviso per dimostrare la capacità del nostro Paese di affrontare le sfide. Servono un dialogo costruttivo e un alto senso di responsabilità da parte della politica, delle istituzioni, delle imprese, delle associazioni e della società civile, per scelte consapevoli, con una visione di lungo termine, nell’interesse collettivo. Confido nell’apporto che gli imprenditori sapranno dare con determinazione e impegno al progresso della nostra comunità”.

Il Presidente della Repubblica, ricordando al Teatro Era di Pontedera la figura del predecessore Giovanni Gronchi, difendendo la validità dell’Unione europea, ha detto: “Non va dimenticato che la sua presidenza ha accompagnato la scelta della nascita e dell’avvio dell’integrazione europea. Di quella che oggi si chiama Unione Europea e che, pur con lacune e contraddizioni, ha assicurato un patrimonio inestimabile di pace e di benessere. Insomma, una ‘coscienza internazionale nuova’. Sono i prodromi anche di quel ‘nuovo atlantismo’, attribuito al presidente Gronchi, che sostanzialmente prendeva atto del gigantesco passo in avanti rappresentato dall’abbandono di alleanze puramente militari di reciproco sostegno in caso di aggressione da parte di paesi terzi, per giungere ad alleanze politico-difensive come lo stesso Trattato dell’Atlantico del Nord, in una logica di integrazione”.

Le parole del Presidente Sergio Mattarella, sono di grande importanza, in questo particolare momento storico in cui gli atteggiamenti e le espressioni dell’attuale governo rischiano di portare l’Italia verso un isolamento.

Domani, dopo il Consiglio Ue, ci sarà l’Eurosummit.

Salvatore Rondello

Brexit, ancora nessun accordo in vista

theresa-may

Ancora una fumata nera sulla Brexit.. Al Vertice Ue al termine della cena dei capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles, la trattativa tra Unione europea e Regno Unito resta ferma al palo. I 27 annullano il vertice straordinario annunciato per novembre e si preparano allo scenario del ‘non accordo’.

I leader della Ue constatando che non sono stati fatti “sufficienti progressi” nelle trattative con il Regno Unito, hanno deciso di cancellare il Vertice straordinario del 17 e 18 novembre, fanno sapere in serata fonti Ue, ma “sono pronti a convocare un Consiglio europeo, se e quando il negoziatore dirà che sono stati fatti progressi decisivi”. “Per ora l’Ue a 27 non ha intenzione di organizzare un vertice straordinario a novembre”, ha aggiunto la stessa fonte. Durante la discussione a cena, i leader dei 27 hanno ribadito “la loro fiducia” in Michel Barnier come negoziatore e la loro “determinazione a restare uniti”. E hanno chiesto a Barnier di “continuare il suo sforzo per raggiungere un accordo sulla base delle linee guida” già adottate dall’Ue. “Non ci siamo ancora, serve molto più tempo”, aveva detto lo stesso Barnier subito dopo l’intervento di Theresa May all’inizio della cena.

Nel merito delle trattative, mentre il nodo continua a essere legato al cosiddetto ‘backstop’ sulla frontiera tra Irlanda e Irlanda del Nord su cui le parti restano distanti, il primo ministro britannico non avrebbe chiuso la porta alla possibilità di estendere di un anno il periodo di transizione. Secondo fonti di Bruxelles, May sarebbe pronta a accettare di allungare il periodo transitorio durante il quale il Regno Unito applicherà le regole Ue anche dopo la Brexit, oltre il 31 dicembre 2020. Durante il suo discorso questa sera agli altri capi di Stato e di governo dell’Ue, May ha detto che “il Regno Unito è pronto a considerare un’estensione del periodo transitorio”, hanno aggiunto le fonti Ue. La premier britannica – secondo un altra fonte – avrebbe anche chiesto ai leader Ue di aiutarla a trovare un accordo che possa essere approvato dal suo governo e dalla Camera dei Comuni, dove i suoi piani per la Brexit stanno incontrando una crescente resistenza. Un’apertura parzialmente confermata dal presidente del Parlamento europeo, Antonio tajani, secondo cui l’opzione è emersa nel dibattito anche se May sul punto ha avuto un atteggiamento ‘neutrale’.

Francia e Germania continuano a mostrare “fiducia” ma allo stesso tempo si preparano allo scenario ‘no-deal’, eventualità che il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk alla vigilia del vertice ha definito come “mai cosi’ probabile”. E che con il passare delle settimane si sta concretizzando. Anche l’olandese Mark Rutte ha detto di essere “cautamente ottimista”, aggiungendo che “Non ci aspettiamo e non ci auguriamo” un mancato accordo, ma “abbiamo chiesto alla Commissione di lavorare con maggiore vigore su uno scenario di no-deal”. La verità, sintetizza la presidente lituana Dalia Grybauskaite, “che non c’è ancora da parte di May una posizione chiara su cosa voglia la Gran Bretagna, Nel governo May “non c’e’ una posizione chiara o una proposta chiara, ci dicano cosa vogliano.

Brexit, verso accordo. Tre ministri pronti a lasciare May

Theresa-MayContinuano le trattative per il divorzio europeo tra indiscrezioni e supposizioni, ma il tutto a ritmi serrati e abbastanza segreti, almeno fino al Vertice Ue del 17. Nel frattempo Theresa May ha informato il suo gabinetto che si è vicini ad una svolta e la Premier avrebbe convocato i membri di maggior rilievo del suo governo per discutere uno schema di trattato di uscita caratterizzato da un‘unione doganale temporanea.
Tuttavia, secondo indiscrezioni della stampa britannica, almeno tre ministri euroscettici del governo della premier britannica Theresa May sono pronti a dimettersi dopo le voci su un accordo con l’Ue nell’ambito dei negoziati sulla Brexit che includa la cosiddetta clausola di “backstop”. I tre ministri che potrebbero lasciare sono Penny Mordaunt, titolare dello Sviluppo internazionale, Esther McVey, ministro del Lavoro e la leader dei Comuni, Andrea Leadsom. I tre non sono stati invitati alla riunione ristretta di ieri. “Non è quello per cui hanno votato gli elettori”, avrebbero detto i ministri secondo la fonte del Telegraph.
E proprio mentre i colloqui di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea si avvicinano al traguardo, gli investitori si preparano a grandi oscillazioni nella sterlina.

Il Labour è forte perché unisce la Gran Bretagna

Nel Regno Unito, al contrario del resto dell’Europa, la sinistra regge con il Labour Party. La vice presidente dell’Internazionale socialista, Pia Locatelli, ha partecipato alla conferenza annuale del partito di Jeremy Corbyn, a Liverpool, durante la quale è stata approvata una mozione che prevede esplicitamente la possibilità di invocare un secondo voto popolare sull’esito dei negoziati con Bruxelles. Questo però è l’unico punto che divide la base dal suo leader: Jeremy Corbyn, ha frenato sull’ipotesi di un secondo referendum sulla Brexit automatico in caso di bocciatura in parlamento dei risultati negoziali del governo Tory di Theresa May, nonostante la mozione messa ai voti al riguardo dal congresso del suo partito a Liverpool.


locatelli isSono andata alla Conferenza annuale del Partito Laburista con la voglia di capire la posizione di quel partito sulla Brexit. Ufficialmente nel referendum di due anni fa i laburisti britannici avevano sostenuto“REMAIN” (restiamo) contro “LEAVE” (usciamo); nei fatti la loro campagna era stata fiacca e il partito non si era stracciato le vesti quando, con uno scarto minimo, il voto popolare aveva optato per lasciare l’Unione europea.
Devo confessare che, anche dopo aver seguito con attenzione la sessione dedicata alla Brexit, e dopo aver letto ancor più attentamente la mozione sullo stesso tema, non sono certa di essermi chiarita le idee.
Tutto il Labour è unito sul voto contrario al deal, cioè l’accordo sostenuto da Theresa May, ma lo scenario successivo, in caso di bocciatura, è invece pieno di incognite.
Se il deal otterrà la maggioranza nel Parlamento di Westminster, il 19 marzo 2019 la Gran Bretagna lascerà l’Unione. È invece difficile prevedere cosa succederà se la proposta di Theresa May verrà bocciata anche perché l’incertezza non riguarda solo il campo governativo.
A Liverpool i laburisti sostenitori di REMAIN, organizzati in Momentum, premono perché il partito colga l’occasione per rovesciare l’esito del referendum e per questo chiedono un nuovo voto popolare. La leadership laburista, alquanto restia a prevedere un nuovo referendum, chi per una questione di principio – non si rimette in discussione un voto popolare-, chi per timore di una sconfitta, risponde chiamando il Paese a nuove elezioni per mandare a casa il governo Tory.
Ci sono volute cinque ore di negoziati per arrivare a questa soluzione che accontenta le due parti, l’una favorevole e l’altra contraria ad un nuovo referendum, soluzione espressa in una mozione votata da tutta la Conference.
La mozione sostiene che il voto popolare si è espresso a favore della Brexit, ma il voto del giugno 2016 non intendeva ridurre i diritti, favorire il disordine in economia e mettere a rischio posti di lavoro, come invece fa la proposta di Teresa May che minaccia anche la libertà di movimento e la pace in Irlanda del Nord.
Il Labour, attraverso il suo ministro ombra per la Brexit, Keir Starmar, ha elaborato sei test cui sottoporre l’accordo finale e i Parlamentari laburisti voteranno contro l’accordo se non li supererà positivamente.
La chiamata al voto per il Parlamento lascia comunque spazi di ambiguità: due figure importanti del Labour hanno espresso posizioni opposte sulla possibilità di un futuro nuovo referendum: Keir Smarmer, ministro ombra per la Brexit, include tra le opzioni possibili un nuovo referendum mentre per John McDonnell, braccio destro di Jeremy Corby, il voto popolare dovrebbe riguardare esclusivamente il contenuto del deal.
Non ha contribuito a far chiarezza il discorso conclusivo di Jeremy Corbyn, applauditissimo, qui di seguito sintetizzato:
il Labour rispetta la decisione del popolo britannico (nel referendum) ma nessuno è tenuto a rispettare la condotta del governo dopo il referendum. Abbiamo tutti sperato che dopo il voto venissero avviati negoziati efficaci e responsabili che proteggessero i diritti e i posti di lavoro; così non è stato perché i negoziati si sono svolti tra le diverse fazioni dei Tories.
Ora l’alternativa che ci viene offerta è tra un cattivo accordo e un non-accordo; invece noi abbiamo il compito di dare sostegno ad un deal che vada incontro ai bisogni del Paese, un deal che sia compatibile con il nostro impegno a ri-costruire e trasformare la Gran Bretagna.
Il Labour si opporrà al piano preparato da Theresa May così come si opporrà all’uscita dalla Unione europea senza un accordo, sarebbe un disastro nazionale. Se questo succederà, chiederemo di andare al voto, mantenendo aperte tutte le opzioni possibili per il futuro del Paese.
Se vi sarà un accordo che preveda l’unione doganale e confini “leggeri” con l’Irlanda, protegga i posti di lavoro e i diritti di chi lavora, rispetti gli standard ambientali e dei consumatori, allora noi voteremo quel deal.
Il Labour si propone come alternativa all’attuale governo, contro le politiche di austerità, di divisione sociale, di conflitti internazionali. Là dove i Tories hanno diviso, noi uniremo e saremo uniti e pronti a vincere come nel 1945, nel 1964, nel 1997…
Il Labour è pronto a ricostruire e trasformare la Gran Bretagna perché è nostro compito farlo, tutti insieme e… we can.

Standing ovation per il leader ma, alla richiesta se sarà possibile un nuovo referendum, nessuno mi ha risposto con certezza, in un senso o nell’altro.
Speriamo che alle prossime elezioni vinca il labour!

IN CODA ALL’EUROPA

boone

Mentre continua il braccio di ferro tra Tria e Di Maio sul tetto del deficit, arrivano previsioni negative per l’Italia. L’Ocse abbassa l’asticella per il Pil italiano per il 2018 portandolo dall’1,4 all’1,2 per cento. E, nell’Economic Outlook, attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. Insomma il Pil non sarà quello sperato e utilizzato dal governo come base su cui calcolare il rapporto del deficit, ma sarà più basso. Due problemi insieme, meno sviluppo e rapporto con il debito più alto. In sostanza si ristringe ancora il margine di manovra già esiguo e di conseguenza si restringe il sentiero sui cui la maggioranza dovrà arrampicarsi per fronteggiare la manovra. La sforbiciata sul 2018 è in linea con il taglio medio alla stima dell’Eurozona, che comunque nel complesso si muove a velocità quasi doppia rispetto a noi con una progressione del Pil stimata nell’ordine del 2 per cento (livello simile alla Germania, vista all’1,9 per cento quest’anno).

L’Italia viene indicata, insieme alla Brexit, tra i principali rischi di instabilità che potrebbero impedire all’Europa di prosperare. E al governo italiano la nuova capoeconomista dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, Laurence Boone manda una serie di avvertimenti. Rispettare le regole Ue sui conti pubblici, innanzitutto. E non toccare la legge Fornero sulle pensioni. Immediata la risposta del vicepremier, Luigi Di Maio: “L’Ocse non deve intromettersi nelle scelte di un Paese sovrano che il governo democraticamente legittimato sta portando avanti. Il superamento della legge Fornero è nel contratto e verrà realizzato. Quasi due terzi degli italiani sono con noi. I burocrati se ne facciano una ragione. Siamo stati eletti anche per questo e manterremo l’impegno preso”. Un altro appello al popolo. Una auto legittimazione celebrativa nel tentativo di rintuzzare critiche a una azione di governo ancora teorica ma che pare voler mettere, almeno nelle intenzioni dei vicepremier, al centro del proprio agire, non lo sviluppo, ma l’aumento del debito. Unico muro a questa scellerata ipotesi, il ministro Tria, che proprio per questo è già stato richiamato all’ordine dal capetto pentastellato. Irritazione arriva anche dal premier Giuseppe Conte, per il quale “le valutazioni sull’Italia non sono supportate dai dati di fatto”.

Nell’Economic Outlook dell’Ocse si attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. L’Ocse avverte inoltre che il debito italiano e l’aumento dello spread rappresentano un rischio per l’intera Eurozona: “La resilienza e l’architettura dell’area euro – si legge nel rapporto – sono migliorate negli ultimi anni ma restano preoccupazioni sulla stabilità fiscale e finanziaria a causa di incertezze legate a scelte politiche, compresa l’Italia, e il futuro accordo tra Gran Bretagna e il resto dell’Unione europea. Il recente aumento dello spread legato al rischio sul debito pubblico italiano – spiega l’organizzazione – insieme al conseguente calo dell’andamento dei titoli bancari stanno a dimostrare la possibilità di un ritorno della vulnerabilità dell’area euro. Ulteriori riforme sono necessarie per ridurre il rischio contagio, aumentare la resilienza e rafforzare il quadro fiscale. Uno schema di assicurazione comune sui depositi potrebbe aumentare la fiducia e aiutare la diversificazione dei rischi”. Per l’Ocse inoltre dovrebbero essere introdotte “misure che incentivino le banche a diversificare il loro portfolio di titoli di stato, limitando il collegamento tra banche nazionali e governi. L’introduzione della capacità di una stabilizzazione fiscale per l’area euro contribuirebbe anche ad assorbire forti shock economici negativi e fornirebbe un ulteriore strumento che potrebbe essere attivato in caso di crisi”.

Particolare preoccupazione arriva dalla ipotesi, più volte rilanciata da Salvini, di voler “smontare la legge Fornero” e di ideare un reddito di cittadinanza, fortemente voluto dal M5s. La capo economista dell’Organizzazione con sede a Parigi, Laurence Boone, ha spiegato che “occorre prima di tutto mantenere la fiducia delle imprese” affermando che il precedente governo ha fatto molte riforme, come il piano Industria 4.0, e aggiungendo che “è fondamentale che continuino”.

“E poi occorre mantenere la fiducia sulla sostenibilità del debito italiano. L’Italia ha fatto sforzi straordinari ed è importante che proseguano e che rispetti le regole Ue”, ha chiarito Boone.

A proposito della riforma della legge sulle pensioni Boone ha sottolineato come sia “importante non smantellarla” spiegando tra l’altro che “non è detto che una misura simile aiuterebbe i consumi”. La Lega vuole introdurre nella legge di Bilancio una revisione della legge Fornero che garantisca la pensione con quota 100 sommando età anagrafica e contributi versati, ma a partire dai 62 anni di età. Ma Boone si è espressa anche sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5s, chiarendo che è fondamentale che si rivolga alle persone più colpite dalla crisi. “Oggi mi sembra importante puntare sulle persone più colpite dalla crisi e fornire incentivi al lavoro”, ha osservato.

Brexit, si allarga il fronte per un secondo Referendum

theresa-may-an103106230epa05433683Si fatica ancora a trovare un accordo per il divorzio tra Gran Bretagna e Unione europea. Ieri il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, a Salisburgo prima della cena del vertice informale dei capi di Stato e di governo del blocco comunitario, ha fatto sapere che l’accordo per la Brexit è lontano.
Theresa May però si dice “fiduciosa che con buona volontà e determinazione possiamo raggiungere un accordo che sia giusto per entrambe le parti”. La prima ministra inglese, però, ci tiene a precisare il suo rifiuto all’idea di rimettere nelle mani degli elettori la decisione sulla Brexit, tramite un nuovo referendum: “Voglio essere assolutamente chiara, questo governo non accetterà mai un secondo referendum. Ora chiedo alla leadership Labour di escludere un secondo referendum e smettere di tentare di frustrare il processo della Brexit”.
Tuttavia sembra che il fronte per un nuovo Referendum, dopo le dichiarazioni del sindaco di Londra Sadiq Khan e di altri laburisti, si stia allargando anche all’interno dei conservatori. Ma difficilmente qualcuno dei conservatori potrebbe sfidare la premier May, nel frattempo a sinistra un centinaio delegazioni regionali del partito hanno formalmente chiesto che il Labour si schieri a favore di un secondo referendum.

Elezioni europee,
questione di democrazia

parlamento-europeo

Alle prossime elezioni europee voteremo, oltre che per il Parlamento, anche per il futuro Presidente della Commissione europea, una novità introdotta sommessamente già nelle elezioni nel 2014 ma di cui quasi nessuno si è era accorto, pur avendo i partiti europei anticipato la candidatura che avrebbero sostenuto per quella posizione. L’obiettivo era di avvicinare elettori ed elettrici alle istituzioni europee, nel tentativo di invertire il trend in discesa della partecipazione al voto.

Infatti, se la percentuale dei votanti aveva subito un leggero ma costante declino di elezione in elezione per quasi trent’anni, con il nuovo millennio il numero di elettori ed elettrici si è ridotto in modo preoccupante, per arrivare al 43% nel 2009. Nella settima elezione del Parlamento europeo non andò a votare soprattutto chi nel passato aveva votato per i partiti di sinistra, lanciando un messaggio che suonava più o meno così: il Parlamento europeo è una istituzione inutile e senza potere perché l’Unione è dominata da tecnocrati conservatori.

Il popolo della sinistra aveva perso la fiducia nell’Europa e Paul Rasmussen, allora leader del PSE, aveva così commentato l’esito delle elezioni europee del 2009: ha vinto il partito del sofà, di chi ha scelto di rimanere a casa anziché andare ai seggi.

Fu insieme una lezione dura da digerire ed uno scossone salutare.

Ci interrogammo per mesi noi socialisti europei per trovare la risposta alla richiesta di dare nuovo significato al voto. Bisognava “politicizzare” le elezioni europee ed europeizzarle: le elezioni fatte su liste nazionali con candidati tutti nazionali, spesso con campagne elettorali dominate da temi nazionali -ne è buon esempio il referendum sulla Brexit- “nazionalizzavano” le elezioni allontanandole sempre più da una visione europea che aveva ispirato il progetto nato a Ventotene per una Europa della pace, della solidarietà, della democrazia, dei diritti umani, cioè una Europa all’opposto di quella che predicano i sovranisti di oggi, come Salvini, Orban, Le Pen….

Pensammo fosse utile dare il senso di un impegno comune, con un programma unico e costruito insieme da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti dell’Unione, e con una campagna comune, identificabile come nostra in tutte le città dell’Unione; soprattutto ci impegnammo a scegliere e sostenere una candidatura socialista unica per la Presidenza della Commissione europea che, legittimata dal voto, avesse titolo per difendere il programma sul quale avevamo chiesto il voto.

Nel congresso del PSE di Praga del dicembre 2009 decidemmo per programma e campagna comuni per l’appuntamento elettorale del 2014 e per l’avvio di un percorso aperto, trasparente, soprattutto democratico per individuare il candidato o la candidata alla Presidenza della Commissione europea che rappresentasse il popolo socialista, socialdemocratico, laburista dell’intera Unione. Per il 2014 indicammo Martin Schulz; i Popolari europei indicarono Jean Claude Junker.

Una novità e insieme una sfida democratica perché per quasi 60 anni, fino al 2014, il Presidente della Commissione era stato scelto in una sorta di conclave tra Capi di Stato e di Governo, tenendo conto, ma senza nessun vincolo, dell’esito elettorale. In questo modo furono eletti i dodici presidenti della Commissione europea, che si succedettero dal 1957 al 2014, tra questi Jacques Delors e gli italiani Malfatti e Prodi.

L’elezione del 13° Presidente, Jean Claude Junker, fu diversa, grazie soprattutto all’iniziativa dei socialisti impegnati a contenere il “deficit democratico”: per la Presidenza doveva essere proposta la persona indicata come “Spitzenkandidat” cioè “candidato principale” dal partito europeo con il migliore risultato in termini di seggi al Parlamento. Fu così stabilito un legame tra la scelta del Presidente della Commissione e l’esito delle elezioni europee.

Le elezioni del 2019 saranno l’occasione per consolidare questa prassi condivisa da gran parte dei partiti e votata dal Parlamento europeo il 7 febbraio 2018, pur non essendo prevista dal Trattato di Lisbona. Con questa decisione il Parlamento si è impegnato a non considerare nessuna candidatura che non sia frutto di questo processo.

Alle elezioni del 26 maggio voteremo liste per il Parlamento europeo e candidato o candidata alla Presidenza della Commissione attraverso un processo democratico, trasparente e partecipato.

Per noi socialisti europei il processo si aprirà il 19 ottobre con la presentazione delle candidature avanzate dai partiti membri del PSE, cui seguirà una campagna elettorale veramente europea per la scelta del nostro candidato o candidata alla Presidenza della Commissione che si concluderà con il voto nella stessa giornata in tutta l’Unione. La data indicata dovrebbe essere il prossimo 1° dicembre.

Il nostro impegno comune è per una Unione europea che sostenga il principio della solidarietà contro gli egoismi nazionali, che contrapponga alla chiusura di porti e frontiere una gestione controllata e condivisa dei flussi migratori, che si dia una politica estera comune fondata sulla difesa dei diritti umani, che promuova i diritti delle donne e la democrazia paritaria, che contrapponga alla democrazia illiberale di Orban la democrazia partecipata che veda protagoniste in primis le giovani generazioni, insomma tutto il contrario di quello che i nuovi sovranisti alla Salvini stanno predicando e promuovendo. Noi li contrasteremo forti dei nostri valori e convinzioni.