SCONTRO BREXIT

BRITAIN-EU-POLITICS-BREXIT

Nella rotta del mediterraneo centrale si stanno facendo progressi ma “la situazione resta critica per gli arrivi irregolari” e “l’unico risultato che ci interessa è mettere definitivamente fine” agli arrivi. Lo ha detto Donald Tusk a conclusione del Consiglio europeo, aggiungendo che “i leader hanno concordato di coordinarsi meglio nelle prossime settimane per aiutare l’Italia”.

Gentiloni, riunione utile e importante su migranti
Il premier Paolo Gentiloni al termine del Vertice Ue ha parlato di una “riunione utile, importante soprattutto su un paio di questioni che ci stanno a cuore: quella dei migranti e l’atteggiamento che l’Ue deve tenere sulle politiche industriali, sul commercio”. Per Gentiloni il riassunto del vertice è abbastanza semplice: “Passi avanti sul tema della sicurezza, tema forte di un’Europa che riscommette sul proprio progetto; ribadimento dei concetti che in Italia conosciamo con la dichiarazione di Taormina sul terrorismo e richiesta ai giganti del web di adottare tecnologie per rimuovere messaggi di radicalizzazione; conferma dell’ impegno di Parigi sul clima”.

Macron: “Non abbiamo ascoltato l’Italia”
A dirlo in modo più chiaro è il presidente francese Emmanuel Macron: “Non abbiamo ascoltato l’Italia. Abbiamo mancato di equilibrio nella solidarietà” sia sui migranti che nella crisi economica, di fronte a Paesi colpiti da “shock asimmetrici” e anche “sui migranti è stata la stessa cosa: non abbiamo ascoltato l’Italia sull’ondata di migranti che stava arrivando”. Così il presidente francese nella conferenza stampa al termine del vertice Ue. “Servono regole comuni Ue – ha aggiunto – sia che si tratti della Rotta balcanica sia di quella dalla Libia”. “In questo mondo ridivenuto tragico – ha sottolineato Macron – l’Europa dev’essere una speranza, la nostra speranza: non lasciamola scomparire sotto al peso del cinismo e delle prospettive di breve termine. Restituiamole la sua chance e la sua promessa”

Lo scontro sulla Brexit
L’offerta del premier britannico Theresa May sui diritti dei cittadini è “un primo passo, ma non è sufficiente”: lo ha detto il presidente della Commissione Jean Claude Juncker entrando al vertice europeo. E Juncker aggiunge: “Non posso immaginare che la Corte di giustizia europea possa essere esclusa” nel meccanismo di tutela delle garanzie per i cittadini europei in Gran Bretagna dopo la Brexit, ribadendo che “comunque il negoziato si fa al Berlaymont”, ovvero nella sede della Commissione europea e non a livello di leader europei. Ma la May tira dritto e difende la proposta presentata giovedì sera: “Abbiamo fatto una offerta giusta e seria” sui diritti dei cittadini, ma vogliamo anche “certezza” per il milione di britannici che vivono nell’Unione europea. “Il Regno Unito lascerà l’Ue ma non l’Europa”, ha ribadito, aggiungendo che il suo Paese vuole “una partnership profonda e speciale” con l’Unione europea. Sulla stessa linea di Junker anche Tusk: “La mia impressione è che la proposta della May va al di sotto delle nostre aspettative e rischia di peggiorare la situazione per i cittadini, ma la valuteremo una volta che avremo tutti i dettagli”

E la cancelliera tedesca Angela Merkel aggiunge: “May ha chiarito che i cittadini Ue che sono rimasti in Gran Bretagna per cinque anni potranno mantenere i loro pieni diritti. È un buon inizio ma non è un progresso. C’è ancora molta strada da fare”. E Macron chiosa: “Abbiamo avuto già molte cose di cui occuparci, stiamo parlando del futuro dell’Europa. Il mandato negoziale è stato dato a Michel Barnier”, ha ricordato Macron, e spetterà dunque a lui valutare le proposte.

IMPEGNO COMUNE

juncker gentiloniSono giorni importanti per l’Europa alle prese con gli ultimi passi sulla Brexit, ma non è la sola questione su cui si punterà nella due giorni di Consiglio Europeo che metterà sul tavolo anche il tema di immigrazione e sicurezza.
Il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha rassicurato Paolo Gentiloni durante l’incontro bilaterale, affermando che l’Italia può “continuare a contare sulla solidarietà europea” sul fronte della crisi dei migranti. Ieri infatti, Gentiloni in Aula al Senato, nelle comunicazioni in vista del Consiglio Ue aveva incalzato l’Europa: “Sull’immigrazione dobbiamo dirci onestamente che nonostante qualche passo in avanti la velocità con cui l’Ue si muove sul terreno delle politiche comuni resta drammaticamente al di sotto delle esigenze di governo e gestione di questo fenomeno. Lo diremo apertamente anche a Bruxelles – ha sottolineato il premier – Qualche risultato almeno simbolico è stato ottenuto: la Commissione ha annunciato una procedura d’infrazione per i tre Paesi che non accettano gli impegni. Ma non ci consola questa soddisfazione morale”.
“Quel che vogliamo sapere dall’Ue è se sulla strada” della gestione dei flussi migratori “c’è l’Ue o se noi dobbiamo continuare a cavarcela da soli. L’Italia è in grado di gestire la questione, sia pure con difficoltà crescenti, ma l’Europa se vuole recuperare la sua vitalità e scommettere sul proprio futuro deve avere una politica migratoria comune: lo pretendiamo a Bruxelles”.
La risposta da Juncker è arrivata subito dopo che stamattina a Bruxelles il Presidente del Consiglio italiano ha avuto un colloquio con il premier libico Fayez al-Sarraj. “Gli incontri di stamattina – ha spiegato il capo del Governo – avevano come obiettivo promuovere un maggiore impegno dell’Europa e delle autorità libiche: l’obiettivo è contenere i flussi migratori, mettere in condizione le autorità libiche di esercitare un maggiore controllo del loro territorio, dare un contributo alla lotta contro i trafficanti di esseri umani. Obiettivi sui quali l’Italia come sapete è impegnata da tempo. La mia valutazione è positiva. Certamente in Libia bisogna accelerare e dare efficienza ai processi”.
“Non vedo perché non dovremmo aumentare i finanziamenti europei per il funzionamento del Guardacoste libico”, osserva il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, per la convocazione dei capi di Stato e lamentandosi con i leader per il fatto che al livello delle decisioni ministeriali in Consiglio Ue “alcuni dei vostri rappresentanti non stanno prendendo le decisioni necessarie a questo riguardo”. Su una nota più positiva, sembra che gli altri paesi membri abbiano ormai capito e accettato l’impostazione dei cosiddetti “migration compact”, fortemente voluta dall’Italia e che la Commissione europea sta mettendo in atto e finanziando.
Nel frattempo dagli Interni si attende il documento il primo piano nazionale per l’integrazione, in corso di stesura finale e che dovrebbe essere illustrato dal Ministro Minniti il 30 giugno al tavolo di coordinamento nazionale presso il ministero dell’Interno, dove siedono anche i rappresentanti del dicastero del Lavoro, delle Regioni e dei Comuni. Punto cardine del piano è l’avvio del processo di integrazione fin dalla fase iniziale dell’arrivo in Italia del migrante, la cosiddetta prima accoglienza.
Tornando al Vertice del Vecchio Continente, tra i punti in agenda per la cena di oggi ci saranno invece le relazioni internazionali. Il cancelliere della Germania, Angela Merkel, e il presidente della Repubblica della Francia, Emmanuel Macron, presenteranno lo stato dell’arte sull’attuazione degli accordi di Minsk. All’attuazione degli accordi di Minsk sono legate le sanzioni economiche alla Federazione Russa, che scadono il prossimo 31 luglio, e che dovrebbero essere rinnovate prima di quella data. Le misure restrittive riguardano il settore finanziario, dell’energia, della difesa e dei beni a duplice uso. Nel corso della cena, Tusk riferirà inoltre dell’incontro avuto con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e con il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan, lo scorso maggio a Bruxelles.
Ma il tema portante al momento resta quello della Brexit, nella sua versione a 27, senza il Regno Unito, nel dopocena di stasera il vertice discuterà sui criteri e le procedure per la scelta dei paesi membri in cui trasferire dopo la Brexit dell’Eba e dell’Ema, le due agenzie indipendenti dell’Ue (l’Autorità bancaria e l’Agenzia per i farmaci) che oggi sono basate a Londra. Ci sono una ventina di Stati membri che si sono candidati per l’una o l’altra o entrambe le agenzie, ed è una partita importante per l’Italia che vorrebbe l’Ema a Milano.
In merito alla Brexit, la deputata Pia Locatelli ieri in dichiarazione di voto sulle mozioni, ha fatto sapere che è nell’interesse comune “costruire basi solide per le future relazioni tra i 27 e il Regno Unito. Nelle difficili acque internazionali di questo periodo credo sia conveniente per tutti affrontare le trattative in modo costruttivo, adoperandoci per trovare un accordo e augurandoci che per un futuro vicino il Regno Unito resti un partner stretto, per uno più lontano che i cittadini del Regno Unito ci ripensino e tornino a far parte dell’Unione Europea, come prevede l’articolo 50 del trattato UE”.

BCE: crescita migliore
del previsto

Ocse-crescita stabileNel suo bollettino mensile, la Banca Centrale Europea avverte che la crescita in Eurozona è maggiore del previsto, ma attenti a protezionismo e Brexit. Inflazione ancora stabile in Eurozona: il Quantitative Easing continua al ritmo di 60 miliardi di titoli acquistati al mese, almeno fino a dicembre. Debito pubblico in calo, ma alcuni paesi esposti a choc.

La crescita in Eurozona si allarga, grazie alla domanda interna. Lo dichiara la Banca centrale europea nel suo ultimo bollettino mensile. Per questo motivo si escludono nuovi tagli dei tassi di interesse. Il programma di acquisto titoli proseguirà al ritmo di 60 miliardi al mese almeno fino a dicembre. La Bce avverte sui pericoli: “I rischi ci sono ancora, seppur bilanciati. E vengono dal protezionismo minacciato da Trump. Dal processo di riforma e liberalizzazione, promosso dalla Cina. Dalla Brexit, tutta ancora da definire. E dal debito pubblico, in calo ma ancora minaccioso. Al punto da esporre alcuni paesi dell’Eurozona a choc”.

L’espansione economica continua a consolidarsi e a estendersi in vari settori e nei diversi paesi. La crescita dell’area dell’euro è sostenuta principalmente dalla domanda interna, ma può contare anche su alcune spinte esterne positive.  In sintesi è quello che gli esperti della Bce hanno evidenziato nel bollettino mensile in cui si nota come la ripresa sia particolarmente evidente nei mercati del lavoro dell’area dell’euro, malgrado la persistente e considerevole capacità produttiva inutilizzata. Il dramma della disoccupazione non è stato ancora debellato. Tuttavia è in crescita il reddito reale disponibile delle famiglie, ed è in aumento anche la spesa per i consumi. Di conseguenza, migliorano pure le condizioni del credito bancario. La graduale ripresa degli investimenti delle imprese, incentivate a modernizzare lo stock di capitale dopo vari anni di investimenti contenuti, è in fase di proseguimento.

Per la Bce i rischi per le prospettive di crescita sarebbero ora sostanzialmente bilanciati. Tuttavia, i  rischi al ribasso potrebbero emergere dal protezionismo, dalla Brexit e dal debito pubblico che non sarebbe stato sufficientemente ridimensionato. Per questi motivi, l’Eurotower ritiene indispensabili ulteriori sforzi di risanamento per quei paesi con un forte indebitamento come l’Italia   che sono particolarmente vulnerabili di fronte a nuovi episodi di instabilità nei mercati finanziari o ad un rapido aumento dei tassi di interesse.

Pertanto è stato confermato il programma di Quantitative easing (l’acquisto di bond per immettere liquidità nel sistema e sostenere la crescita) all’attuale ritmo mensile di 60 miliardi di euro sino alla fine di dicembre 2017, o anche oltre se necessario, e in ogni caso finché non si riscontrerà un aggiustamento durevole dell’evoluzione dei prezzi, coerente con l’obiettivo di inflazione. Anche i tassi rimarranno su livelli pari a quelli attuali per un prolungato periodo di tempo. D’altro canto, l’inflazione di fondo (esclusa cioè la componente energetica) non ha ancora mostrato segnali convincenti di ripresa e ci si aspetta pertanto che dovrebbe aumentare solo gradualmente nel medio termine. L’obiettivo Bce del 2% viene considerato ancora lontano.

Un altro problema indicato dalla Bce è quello delle riforme mancate. Gli esperti dell’Eurotower hanno scritto: “Le prospettive di crescita economica nell’area dell’euro continuano a essere frenate dalla lenta attuazione delle riforme strutturali, in particolare nei mercati dei prodotti, e dalla necessità di effettuare ulteriori aggiustamenti di bilancio in numerosi settori, nonostante i miglioramenti in atto. Per fortuna, l’attività economica della zona euro è sospinta anche dalla sostenuta ripresa mondiale. Un venticello positivo che soffia soprattutto nelle economie dei paesi emergenti”.

Con cautela la crescita economica nell’Eurozona continua lentamente tra rischi e pericoli ancora presenti. Nel medio periodo, con gli opportuni accorgimenti, dovrebbe consolidarsi.

Salvatore Rondello

Brexit: ancora nessun accordo sul trasloco agenzie

agenzia farmacoNessun accordo è stato raggiunto oggi a Lussemburgo tra i ministri per gli Affari europei dei 27 sulla scelta dei criteri in base ai quali dovranno essere valutate le tante candidature avanzate per ospitare le agenzie Ue che dovranno lasciare la Gran Bretagna in seguito alla Brexit. Le due agenzie sono l’Ema, per la quale si è fatta avanti anche l’Italia con Milano, e l’Eba. La questione sarà sul tavolo del vertice europeo di giovedì e venerdì prossimi. Il termine per le candidature scade il 31 luglio, ma sono già una ventina le candidature per ospitare l’agenzia per i medicinali Ema, per la quale l’Italia ha presentato ufficialmente quella di Milano col ‘Pirellone’. Per l’autorità bancaria Eba, sono in lizza almeno sette città. Tra i 27, stando a quanto riferiscono fonti diplomatiche, la divisione è sui criteri di scelta: con i paesi dell’est che vorrebbero un sistema di votazioni sulla falsariga di quanto fa il Cio per le città olimpiche, mentre i paesi dell’Europa centrale o occidentale (tra cui Italia, Germania e Spagna) che vorrebbero una valutazione nel merito.

Il sottosegretario agli affari europei, Sandro Gozi, ha espresso la preoccupazione dell’Italia sul fatto che “l’Ema possa continuare a funzionare pienamente senza interruzioni”. “Dobbiamo ancora lavorare perché noi abbiamo espresso delle riserve, condivise da un gruppo di paesi, per la procedura oggi proposta che non assicura la continuità ed il buon funzionamento delle agenzie e che non assicura che la selezione avvenga veramente sulla base di criteri tecnici”. Dai paesi dell’est è arrivata la richiesta di puntare sul principio della ‘distribuzione geografica’ sancito nel 2003. Ma per Gozi “il cuore della questione è chi soddisfa meglio i criteri di pieno e buon funzionamento delle agenzie”.

Ma i nodi più complessi per il dopo Brexit sono altri. La Commissione europea ha infatti in preparazione un ‘reflection paper’ sul prossimo quadro pluriennale di bilancio (Mff, Multiannual Financial Framework), per il periodo successivo alla Brexit. Il documento dovrebbe essere approvato dal Collegio dei Commissari nella riunione del 28 giugno. Il Commissario per il bilancio, Gunther Ottinger, oggi ha partecipato alla colazione di lavoro con i ministri degli affari europei riuniti a Lussemburgo per due sessioni del Consiglio Affari generali. In quella del mattino è stata discussa la bozza di conclusione del vertice europeo di giovedì e venerdì prossimi. Nel pomeriggio invece la riunione a 27 sui temi della Brexit ed in particolare la discussione sui criteri per la scelta delle città che ospiteranno le due agenzie europee.

La Commissione dovrebbe presentare una proposta per il prossimo Mff entro il 2017, ma -secondo fonti diplomatiche – è orientata a rinviarla di un anno in attesa che sia meglio definito il negoziato sulla Brexit. “È naturale – ha affermato la commissaria Ue al commercio Cecilia Malmstroem – che la Gran Bretagna stia esplorando il terreno e inizi a prepararlo” per i futuri accordi commerciali con Usa e altri Paesi terzi, visto che abbandonerà la quarantina di accordi Ue stretti anche a suo nome. Ma Londra “è ancora uno stato membro dell’Ue, quindi non può negoziare nessun accordo commerciale finché lo sara’”.

“Non c’è un reale danneggiamento” degli interessi europei in questo atteggiamento esplorativo, ha sottolineato la commissaria, “la linea rossa sarebbe cominciare già a negoziare intese commerciali prima di essere usciti dall’Ue ma non credo che lo faranno”. E tra l’altro l’addio di Londra all’Ue, ha quindi assicurato Malmstroem, “per il momento non ha assolutamente alcun impatto sui negoziati che abbiamo in corso sugli accordi di libero scambio” tra l’Europa e gli altri Paesi come Giappone, Messico o Mercosur.

“Il risultato migliore dei negoziati sulla brexit sarebbe che non si arrivasse a una brexit” ha invece detto Martin Schulz, parlando alla giornata dell’industria della Bdi a Berlino. Il candidato cancelliere dell’Spd ha affermato che la “drammaticità” degli effetti dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue “non è stata ancora riconosciuta”. Schulz ha auspicato trattative “leali” e “maggiore flessibilità” alla luce dei risultati elettorali.

 Mario Muser

Il Pes si riunisce giovedì in vista della Brexit

pes corbynTutto pronto per giovedì, il Partito dei socialisti europei terrà una riunione infatti una riunione preparatoria dei leader della sinistra PES e dei Capi di Stato e di governo a Bruxelles giovedì 22 giugno per discutere delle posizioni comuni sulla Brexit. Ci saranno infatti: Antonio Costa, Primo ministro del Portogallo, Paolo Gentiloni, Presidente del Consiglio italiano, Lodewijk Asscher, vice-primo ministro dell’Olanda, Gianni Pittella, leader of the S&D group in the European Parliament
Frans Timmermans, Commissione europea, Jeremy Corbyn, leader del Labour inglese, Fofi Gennimata, leader di PASOK della Grecia, Pedro Sánchez, leader del PSOE, Spagna. A presiedere la riunione il Presidente del Pes Sergei Stanishev.
Non sarà presente invece il candidato socialista per le elezioni autunnali in Germania, il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz.
L’altra particolarità del summit è che ci saranno due vincitori, anche se in contesti diversi e agli antipodi sulle ‘vedute europee’: Pedro Sánchez e Jeremy Corbyn.
Lo spagnolo del Psoa rivedrà per la prima volta i ‘compagni’ europei da quando ha vinto le primarie del suo Partito e pochi giorni dopo il 39 Congresso federale che ha approvato lo Statuto che accompagnerà Sanchez per i prossimi quattro anni. Dall’altra parte il ‘vecchio socialista’ d’Oltremanica che è riuscito, riprendendo i valori della sinistra, a conquistare l’elettorato britannico. Euroscettico in passato, Corbyn ha difeso la permanenza nell’Unione europea durante il referendum britannico lo scorso anno e ora ha preso le distanze dalla durezza con cui la Premier May vuole negoziare la ‘Brexit’.

LABOUR’S PARTY

corbyn apre1“La sinistra europea non è affatto defunta e quanti ne hanno cantato il requiem anzitempo devono cominciare a ricredersi”. Lo ha detto Pia Locatelli, presidente del gruppo socialista alla camera dei deputati, commentando l’esito delle elezioni in Gran Bretagna. Una dura batosta per Theresa May che non ha più una maggioranza per governare da sola dopo aver convocato le elezioni anticipate sicura di una vittoria travolgente. Si trova invece oggi con 318 seggi e ne perde 12. Il Labour ne conquista 261, ben 29 in più consacrando la vittoria politica di Jeremy Corbyn su una linea di sinistra-sinistra. Si profila un parlamento bloccato, ‘appeso’ ad eventuali alleanze difficili anche da immaginare. Per ora non si dimette, ma i conservatori hanno davanti ormai solo la prospettiva di nuove elezioni. Problemi aggiuntivi per la Brexit. Londra sperava in un Governo robusto per condurre il negoziato con Bruxelles da posizioni di forza e invece si trova in grandi difficoltà.


La vittoria di Jeremy Corbyn per noi socialisti è una bellissima notizia e per più di qualche ragione.
La prima è ovviamente tutta dovuta alla straordinaria rimonta del Labour che, seggi a parte, con il 40% dei voti si piazza appena due punti sotto i Tory.
Il 7 maggio del 2015, il Labour guidato allora da Ed Miliband si era fermato al 30,6%. Dunque Corbyn ha guadagnato la bellezza di dieci punti percentuali e per poco non ha battuto i conservatori. In termini di seggi ne aveva 232 e oggi ne ha 29 di più, 261. Il meccanismo del sistema maggioritario uninominale a un turno difatti distorce la rappresentanza reale del voto e, in questo caso, non riesce neppure a dare una maggioranza di Governo al Paese.

L’altra buona ragione per essere contenti è che la vittoria laburista spazza via la narrazione imperante, soprattutto in Italia e soprattutto dalle parti del Pd e dei suoi simpatizzanti esterni, che la sinistra non avesse ormai altro orizzonte possibile che quello di rincorrere gli elettori di centro sposando tutte le ricette liberiste, ma guardandosi bene dal metterne in discussione la sua base sociale e i suoi interessi consolidati. Ecco dunque che scompare la classe operaia non solo nominalmente, ma anche nella sostanza perché il ceto sempre più vasto dei lavoratori del web, di quelli senza un contratto, dei giovani senza lavoro e senza più nulla da studiare, della classe media che scivola in basso un gradino di reddito dopo l’altro e non vede più possibilità di risalita neppure per i figli, non meriterebbe una difesa politica organizzata.
Corbyn si è invece caratterizzato, e non da ieri, nella difesa di questi nuovi ultimi mettendo in discussione tabù come le privatizzazioni o proponendo un sistema fiscale davvero progressivo, ricordando l’essenzialità strategica del welfare e disdegnando la moda imperante di una comunicazione fatta solo di social media, slogan, tweet e smorfie televisive.
Uno all’antica, uno che Renzi l’avrebbe rottamato senza neppure chiedergli come si chiamava.

Corbyn dunque capovolge la narrazione politica cristallizzatasi ai tempi del New Labour di Tony Blair, riscoprendo che i voti non si conquistano al centro, ma a sinistra.

La sua vittoria – chiamiamola pure così anche se ha meno seggi e meno voti di Theresa May e del suo Tory perché tale è nella sostanza politica – non ha confini, attraversa la Manica.
Il vento inglese nutre difatti speranze in altri Paesi a cominciare dalla Germania dove Schulz sta tentando la stessa rimonta contro Angela Merkel che domina la scena economica, diplomatica e mediatica dalla poltrona della Cancelleria.
Il vento inglese è anche debitore della forza dell’esempio portoghese dove c’è una sinistra-sinistra che governa senza drammatiche difficoltà nonostante i programmi di austerità imposti dalla Trojka.

Un’altra buona notizia è per l’Europa nel suo insieme. Theresa May aveva convocato le elezioni anticipate sull’onda di sondaggi che le assegnavano una vittoria travolgente (anche qui una lezione per chi in Italia come Renzi immagina ogni giorno una blitz krieg elettorale) per sbaragliare oppositori interni ed esterni e sedersi al tavolo di Bruxelles con le spalle coperte da una maggioranza d’acciaio e portare a termine la Brexit imponendo le sue condizioni.
Ben altra è invece oggi la prospettiva, tanto che si allarga la schiera in Gran Bretagna di quanti propongono un nuovo referendum per correggere l’errore di quello del 23 giugno scorso. Dunque dopo l’allontanamento dello spettro populista nelle elezioni olandesi e francesi, arriva un segnale che dovrebbe ridare coraggio a chi crede ancora nel progetto europeo.

Una notazione infine che dovrebbe indurre a valutare meglio le strategie tutte basate sui sondaggi e sui maghi della comunicazione.
Con questa della May siamo alla quarta sconfitta di fila per il grande comunicatore Jim Messina che ha già accompagnato la sconfitta di Cameron nella Brexit, di Hillary Clinton nelle presidenziali Usa e di Matteo Renzi nel referendum costituzionale.
Grazie insomma a Corbyn che ci ridà un po’ fiducia nel socialismo e anche nella politica vera, non quella virtuale che va così tanto di moda anche qui da noi.

Carlo Correr

Allacciarsi alla cintura Merkel-Macron!

Non c’è che dire, dopo l’elezione di Macron col suo atto di fede, premiato, nella missione dell’Europa con tutti gli adeguamenti necessari, intanto per far fronte ai duri colpi della Brexit prima e dell’elezione di Trump poi, dopo le pronunce inequivocabili della Merkel di accettare la sfida del disimpegno di Trump dalla Nato e, non potendo più contare sugli alleati di sempre, mettersi alla testa del riscatto europeo invocando una comune solidarietà, l’Italia deve accelerare la soluzione dei problemi strutturali interni ed allacciarsi con la cintura Merkel-Macron perchè si avverte che l’Europa sta per decollare. Macron riceve imperialmente Putin senza fare sconti sulla politica espansiva ad est e sulle condizioni di garanzie democratiche specie nell’informazione e nella tutela dell’autonomia dei singoli stati da ingerenze informatiche devastanti già verificatesi durante la campagna elettorale americana, mettendo in evidenza che solo un clima di reciproca fiducia può consentire di battere ovunque il comune nemico del terrorismo di qualunque matrice. Non solo ma la Merkel è andata già oltre e, rispetto al preannunziato disimpegno di Trump dagli accordi di Parigi sull’ambiente, risponde chiamando la Cina vitalmente interessata a risanare le sue metropoli invivibili per smog e gas tossici con costi immensi di vite umane e di risorse impiegate. Sotto questo profilo bisogna riconoscere che l’Italia ha la convenienza e la necessità di fare presto e bene. In quest’ottica ha ragioni da vendere Renzi a volere anticipare le elezioni e non solo perché il rinvio darebbe un enorme contributo all’opposizione nel sottolineare le ricadute di una manovra tutta lacrime e sangue, che può essere ammortizzata e dare i suoi frutti nell’arco di una legislatura ma perché senza la forza ed il tempo necessari per le riforme strutturali, istituzionali comprese, l’Italia se lo sogna di essere nel gruppo di testa chiamato a rilanciare l’Europa a livello mondiale. I critici sprovveduti che temono il nuovo asse franco-tedesco si guardano bene dall’indicare alternative ad una cerniera che può tenere insieme l’Europa contro i rischi di disintegrazione, purchè Macron sia portavoce ed interprete dell’Europa mediterranea e la Merkel faccia altrettanto con quella del nord e dell’est. Intanto è necessario resistere i primi due anni della gestione Trump perché al loro termine molto se non tutto può cambiare in America dove, grazie a Dio, c’è una sorta di termometro che misura la bontà o meno dell’amministrazione in carica. Mi riferisco all’elezioni senatoriali di medio termine che confortano o penalizzano l’amministrazione in carica, come è già successo ad Obama che ha visto arrivare lo tsnunami trumpiano perdendo la maggioranza e quindi fortemente condizionato nei suoi programmi. Trump se prosegue nel suo isolazionismo pagherà i prezzi della destabilizzazione che sta provocando in tutto il mondo e dovrà venire a più miti consigli come quelli europei. Tornando in Italia la fretta di Renzi può essere salutare ma le scelte specie in materia elettorale, messo ormai alle strette, dimostrano che l’uomo solo non tanto al comando quanto nelle strategie di lungo periodo non può diventare prigioniero del cerchio magico degli yes men o women e che il PD plurale, promesso col passaggio dall’io al noi, è ben lontano dall’essere avviato.

Roca

Brexit, volano le perdite
di EasyJet

easyjetLe perdite di EasyJet sono aumentate notevolmente nel primo semestre del 2017 a causa del crollo della sterlina provocato dalla Brexit in sterline e dalla tempistica delle ferie di Pasqua. Nei sei mesi conclusi a marzo – ha informato la compagnia a basso costo britannica – le perdite dopo le imposte sono ammontate a 192 milioni di sterline (226 milioni di euro) a fronte della leggera perdita di 15 milioni di un anno prima.

Le perdite ante imposte sono aumentate a 236 milioni di euro rispetto ai 18 milioni precedenti. Eppure, il fatturato è aumentato a 1,8 miliardi con un incremento del 3,2%.

La compagnia low cost britannica cerca di trovare giustificazioni: “La Pasqua, un periodo di picco per i turisti, è caduta quest’anno ad aprile, al di fuori del periodo di rendicontazione di EasyJet”. Il comunicato della compagnia aerea prosegue: “La perdita del primo semestre è in linea con le aspettative del mercato e riflette lo spostamento della Pasqua nel secondo semestre così come gli effetti valutari che insieme avevano un impatto stimato di circa dodici milioni di euro sulla linea di fondo”. Lo ha detto l’amministratore delegato Carolyn McCall aggiungendo che le prenotazioni estive sono più avanti rispetto all’anno scorso e che la domanda di voli e vacanze rimane “forte”, con i consumatori che privilegiano le spese di viaggio sugli elementi “non essenziali”.

Prenderanno coscienza gli inglesi dei danni che stanno subendo dalla Brexit? Si saprà dal risultato elettorale del prossimo mese di giugno.

Salvatore Rondello

Migranti. Juncker: “L’Italia ha salvato l’onore dell’Ue”

jean-claude-junckerMentre il nostro Paese discute delle ONG e della gestione dei migranti, il Presidente della Commissione europea si schiera al fianco dell’Italia e ne mette in risalto i meriti. “L’Italia fin dal primo giorno fa tutto ciò che può fare sulla crisi migratoria. L’Italia ha salvato e salva l’onore dell’Europa”. Lo ha detto il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker al The State of the Union. “Perciò – ha aggiunto – dobbiamo essere più solidali sia con l’Italia sia con la Grecia che non sono responsabili della loro posizione geografica. Sono li’ dove si trovano e di questo dobbiamo tenerne conto”. “Di fronte alle conseguenze del flusso migratorio, il Consiglio – ha ricordato Juncker – ha preso una decisione a maggioranza qualificata, ma c’è un certo numero di Paesi membri che non accetta questa decisione: se l’Europa comincia a non rispettare le norme giuridiche in questo
campo, noi saremo perduti”. Ha detto il Presidente ammonendo così chi non rispetta i patti europei. “Vorrei che un certo numero di Stati membri capisse: qui si tratta di mettere in pratica, e tradurre in legge, l’idea che abbiamo dell’Europa e dell’uomo. Non si può dire, ‘noi non facciamo entrare nel nostro territorio uomini e donne di colore,
e che non sono cattolici: ebbene, questo non è ciò che appartiene alla natura vera dell’Europa”, ha aggiunto Juncker.
Ma il Presidente Juncker ha voluto anche mettere in chiaro che non è solo la politica di collaborazione a tenere unito il Vecchio Continente, ma che a salvarlo ha contribuito una solida politica finanziaria e una moneta unica.
“Se noi avessimo lasciato alla cura delle banche centrali nazionali e dei governi nazionali”, senza l’euro, la crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008, “non saremmo mai stati in grado” di “gestirla coi nostri mezzi individuali”. E soprattutto dei vari scenari proposti sul futuro dell’Unione europea, “ne escludo uno, quello di ridurre l’Europa a un unico grande mercato interno senza avere altre ambizioni. L’Europa è molto di più che una grande area di libero scambio”.
Infine Juncker non tralascia la questione Brexit che continua a preoccupare i governi dell’Unione. “Negozieremo in assoluta lealtà con i nostri amici britannici, ma non è l’Ue che abbandonato il Regno Unito ma è il Regno Unito che lascia l’Ue ed è in questo che sta la differenza ed è questa differenza che si farà sentire nei prossimi anni”. Ha puntualizzato Jean Claude Juncker che tuttavia ha aggiunto: “A volte ci sono debolezze dell’Ue che spiegano in parte l’esito del referendum del Regno Unito”.

Brexit, sempre più salato il conto per Londra

maySul proscenio della Brexit, il Regno Unito ha scelto di recitare alla Ue la famosa commedia teatrale in tre atti scritta nel 1940 da Eduardo De Filippo : “Non ti pago”. Le interconnessioni tra politica e teatro e tra teatro e politica sono sempre esistiti, e forse inconsapevolmente i fautori della Brexit hanno scelto un’opera teatrale italiana.

Ironicamente verrebbe spontaneo chiedersi: “Ma allora gli inglesi che vogliono uscire dall’Europa non sanno fare a meno della cultura europea al punto che la mettono in pratica”. A parte gli scherzi, quando si toccano gli interessi economici, i fatti diventano molto seri e la conflittualità sorge spontanea.

Il ministro inglese per la Brexit, David Davis, ha replicato alle indiscrezioni pubblicate dal Financial Times che ha ipotizzato in cento miliardi di euro la cifra che la Ue pretenderebbe da Londra. In un’intervista mattutina Itv, Davis ha detto: “Il Regno Unito pagherà ciò che è legalmente dovuto e non quello che vuole la Ue”. Ma quale sarebbe la differenza tra l’importo preteso dalla Ue e quello legalmente dovuto? E per quale motivo la Ue dovrebbe richiedere un importo diverso da quanto legalmente dovuto?

In conclusione, rispetto alle cifre circolate, il ministro inglese ha detto: “Non pagheremo cento miliardi di euro”. Il Financial Times nell’ipotizzare la cifra di cento miliardi ha preso in considerazione le richieste avanzate dagli Stati membri dell’Ue, in particolare da Francia e Germania. La stima è nettamente più alta rispetto a quella circolata finora di 60 miliardi di euro e riflette quello che il quotidiano finanziario descrive come “un indurimento” nella posizione negoziale.

Il Financial Times con le sue ipotesi ha sollevato un “casus belli”. Il coordinatore del Parlamento europeo per la Brexit, Guy Verhofstadt, in merito al conto che l’Ue vorrebbe fare pagare alla Gran Bretagna per l’uscita dall’Unione europea, ha affermato: “I media producono numeri, ma per quanto ne so non è mai stata menzionata una cifra”. Proseguendo ha anche detto davanti alla Commissione Affari Costituzionali della Camera Europea: “Si è parlato di vendetta e di punizione , ma non si tratta per nulla di questo. Non ho mai divorziato ma in un divorzio ci deve essere un’accordo finanziario tra le due parti”. Verhofstadt ha anche sminuito il peso delle schermaglie dialettiche di questi giorni affermando: “Sono stato coinvolto in molti negoziati difficili, l’aumento della pressione che abbiamo visto di recente non mi sorprende. In ogni caso, la situazione non cambierà fino al 9 giugno dopo le elezioni in Gran Bretagna, quando inizieranno i negoziati veri”.

Il negoziatore Ue per la Brexit, Michel Barnier, illustrando la bozza di mandato a negoziare con Londra ha ribadito : “Il Regno Unito dovrà onorare tutti gli impegni finanziari presi in quanto membro. Non è una punizione né una tassa per l’uscita. Questa bozza di mandato a negoziare sulla Brexit è in linea con l’approccio in due fasi e si concentra solo sulla prima parte. Dimostra dove vogliamo arrivare. Quando avremo finito la prima fase di negoziati, la Gran Bretagna dovrà mettere molta energia e fare grandi sforzi su queste questioni. Alcuni hanno creato l’illusione che la Brexit non avrebbe avuto maggiore impatto sulle vite, non è il caso. Servono soluzioni, precisioni legali e questo richiederà tempo”.

La premier britannica Theresa May , rispondendo alla BBc ad una domanda sulla cena di lavoro della settimana scorsa, definita dai media fallimentare, col presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, ha detto: “Sarò durissima nei negoziati sulla Brexit”.

La Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, ripresa da Financial Times e Guardian aveva scritto che il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker è “dieci volte più scettico” rispetto a prima “su una soluzione positiva dei negoziati sulla Brexit con il Regno Unito”, e il suo entourage considera che la probabilità di un fallimento sia “superiore al 50%”. Juncker lo avrebbe spiegato alla cancelliera tedesca Angela Merkel, chiamandola la mattina dopo l’incontro con la May, a Londra la scorsa settimana.

Theresa May ha smentito seccamente la ricostruzione conflittuale fatta dal giornale tedesco Frankfurter Allgemeine della sua cena di lavoro della settimana scorsa con il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e con il negoziatore Michel Barnier. In una nota diffusa da Downing Street la premier britannica ha liquidato le indiscrezioni al riguardo come “pettegolezzi di Bruxelles”. Al contrario, si ribadisce nel comunicato, il clima di quell’incontro è stato “costruttivo” e improntato a uno spirito di buona volontà. Diversa tuttavia la sensazione delle opposizioni britanniche, impegnate nella campagna elettorale in vista del voto politico anticipato dell’ 8 giugno. Per i laburisti di Jeremy Corbyn, la premier conservatrice sta trasmettendo quanto meno “messaggi ambigui” sul negoziato con l’Ue. Mentre per i liberaldemocratici europeisti di Tim Farron, May vuole portare di fatto il Regno verso “una disastrosa hard Brexit”.

“Lascio Downing Street dieci volte più scettico di prima” ha detto Juncker secondo il domenicale di della Faz. A Merkel, l’ex premier lussemburghese avrebbe spiegato che “May vive in un’altra galassia e si sta facendo illusioni”. Un portavoce della Commissione ha rifiutato di commentare, limitandosi a ricordare le dichiarazione di Juncker ai giornalisti a margine del Consiglio europeo di sabato, e cioè che l’incontro di Londra è stato “molto costruttivo”, si è svolto “in una atmosfera amichevole”.

Al Ft, un portavoce di Downing Street ha detto dal canto suo che quanto riportato dalla Faz non gli risulta: “Come la premier e Juncker hanno detto con chiarezza, è stata una riunione costruttiva in vista dei negoziati formali a breve”. Sempre secondo il giornale di Francoforte, May avrebbe lasciati allibiti Juncker e il capo negoziatore Ue Michel Barnier che lo accompagnava a Londra, affermando che legalmente il Regno Unito non deve nulla ai paesi dell’Ue in base ai Trattati (mentre si parla di un potenziale importo di 60-65 miliardi di euro).

La premier avrebbe anche detto che la questione dei diritti dei cittadini potrebbe essere risolta all’inizio dei negoziati, nelle prossime settimane al Consiglio europeo di Giugno, suggerendo che i cittadini Ue in Gb potrebbero in futuro essere trattati in base agli stessi diritti dei lavoratori stranieri nel Regno Unito. Juncker avrebbe risposto definendo lo scenario “problematico” in quanto i cittadini comunitari godono di una serie di diritti in più. “Credo che tu stia sottostimando ciò, Theresa”, le avrebbe detto il presidente della Commissione.

Un grande problema diplomatico si è aperto con la Brexit le cui implicazioni internazionali sono ben maggiori del previsto. La Brexit per il Regno Unito potrebbe rivelarsi una scelta infelice. I fautori della Brexit hanno fatto presa sull’elettorato inglese con una propaganda demagogica e populista. Il disegno velato di un progetto politico nazionalista si sta trasformando in un “boomerang”. Gli inglesi stanno prendendo coscienza che l’uscita dalla Ue produce più svantaggi che vantaggi.

Il Regno Unito rischia di sfaldarsi per le scelte autonomistiche dell’Irlanda del Nord che chiederebbe l’annessione all’Irlanda e della Scozia che rivendicherebbe di trasformarsi in uno stato sovrano.

La May, temendo di perdere consensi elettorali, ha preferito anticipare le elezioni. La parola finale spetterà ancora agli elettori del Regno Unito che a giugno potrebbero manifestare il loro ripensamento sull’azzardata scelta della Brexit basata su una stentata maggioranza.

Salvatore Rondello

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