Corrado Oppedisano
Socialisti e riformisti
alla ricerca del “Graal”

Mentre la perdita di consensi a sinistra in Italia e in Europa, nel mondo, non stupisce più nessuno, i Socialisti dimenticano l’Internazionale Socialista, strumento politico che esiste dalla loro genesi.

Sono molti anni che il volo in picchiata dei riformisti in Europa si va affermando. E non scalda più il cuore di nessuno. In un clima di lotta politica tra improperi insulti e incapacità di governo sembrano essere necessarie poche regole cognitive e buona scorta di “rabbia popolare” e via “tutti contro tutti“.

Guardiamo al guscio che l’Europa sta costruendo all’interno del quale, protezione ed esclusione sociale imperano, in una ritrovata intolleranza per il diverso, in omaggio al trattato di Voltaire. Fatico a capire dove stia l’utilità del disprezzo verso la politica, se si combina solo ad una manifesta incapacità di governare gli interessi primari del popolo. Un qualcosa che si propaga solo nel quotidiano, facendo si emergere scandali e malaffare ma contemporaneamente si neutralizza il futuro, come se ci dovessimo fermare e non combattere le cause.

Non esiste in democrazia l’alternativa alla politica, se ci fosse stata,  avrebbe già risolto qualche questione economica o sociale. Ma ciò che resta  sono urla su ciò che non va.

Non è l’Italia il lume della questione ma l’intera Europa. Dove proprio i mercati, i capitali e le genti necessitano di muoversi, l’anti sistema propone chiusure e sigilli “ filo spinato” e monete antiche e frontiere. Poi capiremo cosa c’entrano le porte chiuse dei paesi, mentre la necessità mondiale di mobilità non solo umana, ma intellettuale scientifica e di ricerca sono il centro intellettuale del pianeta, perciò è bene che si muovano.

Per non citare la redistribuzione delle risorse oggettive per far fronte alla grande crisi dell’Euro. Una bilancia di economie che si consuma tra oriente e occidente e che passa diritta dall’Europa, senza fermarsi. Ma che fine ha fatto il Welfare State. Nell’epoca dei “partiti anti tutto”, assieme al disagio crescente dell’elettorato e la sua distanza dalla politica, comune denominatore di questa lunga mutazione geopolitica che non è nuova, emerge un vecchio qualunquismo, facile da usare, difficile da applicare alle soluzioni perchè non le ha. Qualunquismo 4.0, affermatosi nel 1944 in Italia. L’Uomo qualunque era un settimanale con la U maiuscola e un torchio che schiacciava un piccolo uomo: simbolo della classe politica che opprimeva la borghesia. Al grido di “Abbasso tutti”.  In fondo alla pagina l’editoriale autobiografico intitolato “Io“; poco diversa da quello che si rincorre oggi: racconti sul niente.

Mentre il terzo millennio ci riserva la più grande crisi politica della storia, quella delle aree più riformiste Europee che non sono in grado di interpretare la consequenzialità di un mutato sistema mondiale socio – economico.

L’assenza di una politica Internazionale con le sue differenze dovrebbe essere il corpus della discussione dell’Internazionale Socialista che, in allora aveva ben guardato ai fenomeni mondiali dalla sua costituente. Era l’unione mondiale dei partiti d’ispirazione socialdemocratica e laburista, nata nel 51 a Francoforte. Considerata l’erede della Seconda Internazionale formata nel 1889 a Parigi, sciolta all’inizio della prima guerra mondiale. Oggi l’Internazionale Socialista è un’organizzazione che comprende oltre 150 partiti e il Consiglio si riunisce due volte l’anno con Uffici a Londra. Troppo poco due volte all’anno, in un sistema mondiale di comunicazione ad horas.

Mi viene da dire troppo poco, se si pensa alla mutazione geopolitica mondiale, al medio oriente al mediterraneo, ai conflitti in atto, alla Siria, al terrorismo dilagante. Troppo pesante troppo lento il sistema dell’Internazionale Socialista, se si riflette sui 63 milioni di persone in mobilità; sugli 11 milioni di richiedenti asilo, sui 10 milioni di apolidi. No faccio cenno ai 10.000 morti nel Mediterraneo da tre anni ad oggi.

Troppo poco, cari compagni Socialisti, troppo poco. E’ la stessa situazione che si è instaurata in Europa dalla Spagna alla Germania, dalla Francia alla Gran Bretagna e non basta a far riaffermare l’esigenza di un brainstorming mondiale dei riformisti, perchè mentre se ne parla, il tempo interviene e preme proprio sulle disuguaglianze del tempo. Socialisti impotenti in un sistema di disagio delle società troppo grande dove su di esso si innestano disprezzi di ogni genere, dalle armi, all’intolleranza alle speculazioni di ogni genere.

L’elezione di Donald Trump è la ciliegia sulla torta che, dopo la Brexit, ci ha messo in frigo un candidato dai toni poco piacevoli, che vince in barba ad un Partito Democratico Americano asfittico e rigido su ogni strategia. Ricorre quindi l’esigenza di dover parlare alla pancia delle persone ed è talmente “semplice” che non serve più programmare, progettare un futuro per tutti, tra pace e distensione. “Ognuno resta solo sul cuor della terra” scriveva Quasimodo.

Il disagio sociale è troppo grande e destinato a crescere, se non si ritrova “il Graal”, il valore centrale della fede Socialista e riformista, la mèta dei socialisti “per tutti gli uomini e donne che lavorano e soffrono”. Un diverso Stato sociale, che può con i giusti correttivi, generare una prospettiva di lungo periodo, una alternativa ad uno sterile populismo radicale. Pericoloso poichè che non vuole correzioni ma distruggere le basi delle relazioni e non solo contro i mercati – che hanno costruito una gran parte dello sviluppo mondiale trasformando democraticamente le società – ma tra persone. La totale chiusura di ogni modello di cooperazione Internazionale e locale.

I riformisti nel mondo e in Europa in particolare, devono recuperare sul “nuovo decadentismo”, riprendendo i valori di partenza – “recuperare il Graal” – la discendenza – in un’azione internazionale, sul calco dei principi costitutivi dei Socialismo Internazionale.

Se volessimo ricercare una motivazione a cotanto scollamento politico – spiegazione non unica certamente – sulla prima tendenza potrebbe essere sufficiente riflettere sugli andamenti della distribuzione del reddito in tutti i paesi occidentali, proprio dove, negli ultimi anni, sono aumentate le distanze tra poveri e ricchi insieme all’insicurezza sul lavoro e sul futuro, svanita all’orizzonte.

Un’assenza di stabilità (di libertà) che incide sulla natalità in Europea, mentre un debole e precario lavoro va a braccetto con un’insicurezza sociale alle stelle.  Di contorno una politica internazionale silente, mentre il sud chiede aiuto su guerre carestie clima desertificazione, land grabbing. mancanza di risorse e pace.

Una tendenza internazionale che si allontana da un’idea di futuro prospero che dovrebbe stare alla base del consenso di intere generazioni: il corpus centrale della politica della sinistra, dei partiti Socialisti in Europa e nel mondo. Falcidiare lo stato sociale e l’idea di una nuova politica del reddito ha già visto la sinistra al potere in lunghi periodi. Ricordo Tony Blair e  Hollande in Francia, vittime forse di una contingenza internazionale, difficilmente traducibile alle nuove generazioni, senza progetto. Debacle impressa nelle memorie dei riformatori che oggi rinunciano alla politica.   La reazione dov’é ? Se non ora quando?

Riallineare la distribuzione dei redditi, deve essere l’obiettivo dei Socialisti in Europa e nel mondo. Con un occhio verso la globalizzazione che ha migliorato la vita di almeno un terzo della popolazione mondiale, e con l’altro non dimenticarsi del resto del mondo. Nel paradosso liberista basato sulla mobilità totale del capitale di fronte a politiche del lavoro che restano immobili. E’ estremamente difficile mettere in atto l’obiettivo fondamentale su cui si fondavano i partiti Socialisti o riformisti durante tutto il secolo scorso: la riduzione drastica delle disuguaglianze, delle povertà, attraverso il welfare State, su sanità, istruzione, lavoro e previdenza, raggiungendo equilibri di giustizia sociale accettabili per investire su ricerca innovazione e sviluppo internazionale.

Ciò per superare la contesa miope odierna di chi sostiene la necessità di maggiori imposte e maggiori servizi sociali e coloro che sostengono la tesi opposta, cioè meno tasse e meno servizi sociali. Chiunque afferma di voler aumentare le tasse, anche limitatamente alle categorie più benestanti proponendo il miglioramento e la difesa della  del welfare perde voti.

L’aumento delle disuguaglianze e dei diritti nel mondo sembra essere un processo irrisolvibile. Un temporale terribile che deve arrivare, senza prevenzione. Analisti politici e ricercatori di ogni genere si stanno impegnando, ponendo le disuguaglianze al centro dello studio e dell’approfondimento accademico. In attesa di nuove la politica non si riesce a trovare la via d’uscita, quella politica, appunto.

Aumentare i Ticket, ridurre i servizi sanitari gratuiti, limitare i servizi scolastici ( che storicamente provocarono negli anni sessanta violente reazioni), vengono oggi accettati come un fatto senza soluzione, da tutti.

Questa incapacità a migliorare la giustizia sociale colpisce nel cuore gli obiettivi fondamentali del riformismo democratico e ne indebolisce le forze. E alla incapacità istituzionale dei partiti si accompagna un sistema privo di ogni spesssore politico, con sindacati e parti sociali deboli. La polis in genere.

Questa situazione va avanti da tanti anni e non finisce qui. Bisognerebbe chiedersi  dove si nasconde “il big bang” : il grande scoppio. La politica riformista  alla deriva – che perde oggi- deve ripartire dalle sue radici, quelle del riformismo Europeo e non dalla bieca emulazione della destra, strada fortemente  sconsigliata. Si perde due volte e non c’è ritorno.

I riformisti in Europa e nel Mondo dovranno lavorare insieme, per connettersi ai grandi processi di ricerca e di evoluzione della società, nelle scienze, nelle tecnologie, nell’informazione per i diritti umani.

Per i socialisti la missione è quella di ritrovare “il Santo Graal” del riformismo internazionale per affidarlo, non al recupero dei “voti perduti” ma ad un nuovo orientamento mondiale politico, economico, a frutto della intera umanità per la sua pace.  Questo è l’inizio della sfida.

Corrado Oppedisano

Ernesto Rossi, la lezione
e l’attualità di un intellettuale libero

Ernesto RossiQuesto 9 febbraio 2017, saranno passati 50 anni dalla morte di Ernesto Rossi. Persona di cui, rispetto al suo contributo per la lotta al fascismo e per la costruzione della nostra Italia libera, si sa piuttosto poco, ormai.
In questi ultimi mesi, qualche volta il suo nome ha fatto capolino nelle cronache. Soprattutto, quando l’ex premier Renzi ha deciso di tenere a Ventotene un vertice con Germania e Francia post Brexit, per tentare di far ripartire quel progetto di Europa Unita di cui Rossi, insieme a Spinelli, è uno dei principali propugnatori. Infatti, fu proprio nell’isola pontina, che vide la luce il famoso “Manifesto di Ventotene”, scritto da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli durante il loro confino in quanto oppositori integerrimi del regime fascista di Mussolini.
Come scritto nella prefazione al testo da Eugenio Colorni, altro oppositore di Mussolini, “Si fece strada (tra noi n.d.r) […] l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile della crisi, delle guerre, delle miserie [..] è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuali, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes”.
Ogni volta, però, che si tira fuori “dall’oblio” il nome e la figura di Ernesto Rossi, viene da chiedersi, perché utile, se il suo pensiero, le sue idee o anche il suo “metodo” siano ancora attuali e validi.
Appartenendo alla cultura liberal-socialista di questo paese, Rossi è (purtroppo per l’Italia) il componente di una sparuta minoranza. La quale se pur ha inciso molto nel progresso sociale del nostro paese, opponendosi fieramente contro la dittatura fascista non meno di altri, ha di certo scontato l’essere, numericamente, poca cosa rispetto all’egemonia culturale comunista. La quale poteva contare sull’intellettuale “organico”, di fede, al fine di realizzare il “paradiso in terra”. Il “sol dell’avvenire” doveva spuntare per forza, insomma. Al di la di ogni ragionevole dubbio.
Rossi, invece, di dubbi ne aveva molti, perché “pessimista della ragione”. Anzi, amava dire: “Siamo democratici, perché siamo pessimisti nei riguardi dei governanti”. Da anticlericale quale era, faceva corrispondere la linea che separa gli amanti della libertà dai suoi avversari, alla distinzione tra laici e chierici. Ed i chierici non stanno di certo sempre e solo in chiesa, come la storia ci ha insegnato.

Il suo essere intellettuale libero da ogni condizione partitica, in quanto il partito è un mezzo e non un fine, era distante, e in antitesi, con la figura dell’intellettuale gramsciano. Ma corrispondeva di più a quello descritto da Bobbio in un articolo sull’Avanti!, intitolato “Invito al colloquio”. In cui l’ex compagno azionista, ribadendo la superiorità della cultura politica liberal-democratica rispetto a quella delle democrazie popolari, affermava che l’intellettuale avrebbe dovuto essere “dentro” i contrasti della società, per capirne le ragioni. Perché la politica della cultura doveva essere una forza completamente autonoma nell’ambito sociale. Era la libertà che doveva caratterizzarla, non l’appartenenza. In questo modo apparivano una contraddizione negativa il partito “degli intellettuali” e la figura dell’intellettuale di partito, rispetto ad un intellettuale “mediatore”, attrezzato con l’arma del dubbio e, così, capace di libera critica.
Rossi fu soprattutto questo, un intellettuale libero. Il quale non si fermò alla “cattedra”, ma partecipò in prima persona agli eventi più devastanti della nostra storia. Come la Prima Guerra Mondiale, a cui prese parte nello spirito dell’interventismo democratico, appoggiato anche dal suo maestro Gaetano Salvemini; al quale riconosceva il fatto di averlo salvato, appena finita la guerra, quando ha un momento di incertezza. Incertezza con cui, per stessa ammissione di Rossi, “sarei facilmente sdrucciolato nei Fasci di combattimento”.
Si oppose strenuamente alla dittatura fascista, pagandone in prima persona con anni di prigionia e confino.

Aderì e militò in partiti, come il Partito D’Azione e quello Partito Radicale.
Lavorò, giovanissimo, subito dopo la Grande Guerra, presso l’ANIMI, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, dove conobbe la situazione di tremenda arretratezza del Sud del paese. E si impegnò sia per aiutare i migranti italiani a partire verso terre che potevano dargli un futuro, sia per il miglioramento del sistema scolastico.
Fu manager pubblico come responsabile dell’ARAR (Azienda Rilievo Alienazione Residuati) fino al 1958. Sottosegretario alla ricostruzione del primo governo Parri. E opinionista, sempre scomodo e anticonformista. Analizzando ogni aspetto politico, sociale ed economico che sia, con metodo analitico, e con linguaggio antiretorico.
Come messo in evidenza da Walter Vecellio durante un convegno di qualche anno fa, “dell’Ernesto Rossi giovane, quello dell’antifascismo, per intenderci, bene o male qualcosa si sa, si può sapere. Ma dell’Ernesto Rossi del dopoguerra; delle splendide campagne condotte attraverso le colonne del settimanale ‘Il Mondo’; delle lotte antiregime e antimnopoli; per questo Ernesto Rossi il discorso è diverso”. In fondo, “era il grande accusatore degli abusi e dei privilegi di regime, nonché della politica parolaia delle opposizioni”.
Eppure, al di là del nostro giudizio sull’opera e il pensiero complessivo di Rossi, qualche domanda sulla sua attualità, come sulla bontà di alcune sue battaglie, andrebbe posta. Soprattutto, anche alla luce della situazione econimico-sociale che viviamo. La quale, se da più parti viene descritta come il portato di anni di mala gestione, risulterebbe ancora più importante indagare su chi certe pratiche le ha sempre stigmatizzate. O, anche, riflettere sul modo in cui Rossi è stato effettivamente l’incarnazione del “Quarto Potere”; il cane da guardia e il pungolo del potere, rincorso e rintuzzato attraverso un’opera instancabile di ricerca e studio.
E pur se oggi il suo strenuo anticlericalismo potrebbe risultare troppo legato ad un mondo ormai radicalmente cambiato e secolarizzato, di certo il concetto di “laicità dello stato”, nel nostro paese, non è sempre un fatto acquisito. Perché, usando le parole di Rossi: “Non penso sia mio compito insegnare ai preti a fare il loro mestiere. I preti, purtroppo, sanno fare benissimo il loro mestiere: siamo noi liberali che non sappiamo fare il nostro”.

Con un sistema dell’8 per mille piuttosto “sbilanciato”, e reso opaco da una cattiva informazione. Il problema delle tasse sui presunti luoghi di culto, ma che svolgono, in effetti un’attività commerciale come le altre, e le pressioni esercitate (con successo) nel caso, per esempio, del referendum sulla legge 30, senza contare la difficoltà di approvare leggi su fine vita e testamento biologico, stanno lì a testimoniare che non tutto è al posto giusto nei rapporti tra Vaticano e Stato italiano.
Come trova ancora effettivo riscontro nelle, purtroppo, non esaltanti cronache provenienti dallo stato di salute dell’Unione Europea, il richiamo di Rossi al pericolo insito in ogni nazionalismo. In un contesto dove, oggi, si rinfocola un sovranismo, che ha echi davvero oscuri e populisti. Alla vigilia, tra l’altro, di un anno elettorale che appare essere decisivo per le sorti dell’UE, già menomata, e non poco, dalla Brexit.

Convinto della superiorità del libero mercato, sistema che definiva “individualistico”, non si è mai chiuso in posizioni ideologiche. Tanto da polemizzare con una delle persone che stimava di più: Luigi Einaudi. Nei confronti del quale dice che:” Continuamente Einaudi ragiona come se la libera concorrenza portasse al massimo la produttività di tutti i fattori della produzione e distribuisse automaticamente il prodotto nel modo più corrispondente agl’interessi di tutti i componenti della collettività. Einaudi sa bene che a questa conclusione si arriva solo assumendo come dato di fatto una certa distribuzione della ricchezza e che, quando si passa dalla teoria astratta alla realtà concreta, tutto il castello cade non appena si osserva la differenza fra opportunità che si prospettano alla scelta dei vari individui. Einaudi sa benissimo tutto ciò […] ma non lo tiene mai in evidenza”.
Pur non essendo un keynesiano, anche perché Keynes, in qualche caso, aveva anche elogiato le spese improduttive, purché diminuissero la disoccupazione (costruire, alla bisogna piramidi era meglio di nulla, ha scritto l’economista britannico, pur dopo pentendosene), Rossi fu favorevole alla nazionalizzazione dell’industria elettrica (il suo “chiodo fisso”). Ritenendo necessario lo smantellamento di alcuni centri di potere pericolosi nei confronti delle istituzioni democratiche.
Non riteneva, che il capitalismo, di per se, “fosse una pecora da tosare”, così come sostenuto in seguito da Olalf Palme. Però, riconosceva l’esigenza del fatto che anche il “liberismo richiede la pianificazione”. Perché “nessuna persona di buon senso può pensare seriamente che dal caos degli impulsi individuali nasca spontaneamente un cosmo di ordine sociale. L’economia di mercato dà risultati ottimi o pessimi a seconda dell’ordinamento giuridico. […]. Non basta che il legislatore stabilisca l’oggetto e i limiti del diritto di proprietà […]. Occorre nazionalizzare i servizi pubblici che risultano troppo pericolosi in mano ai privati […]. Occorre redistribuire […] i costi della dinamica economica”.

In questi ragionamenti è insito un problema ancora (e forse ancor più rispetto agli anni ‘50) presente ai nostri giorni: ovvero, il ruolo della politica rispetto all’economia.
Rossi, attraverso la possibilità di intervento dello stato nell’economia, riconosce che il potere politico comunque mantiene una predominanza su quello economico. Perché, come detto, gli animal spirits, lasciati troppo allo stato brado, possono produrre danni, soprattutto ai più deboli; o, se si preferisce, ai più.
Ed infondo, la crisi che stiamo vivendo ci dice proprio che il modello neoliberista produce scompensi profondi, proprio per la mancanza di meccanismi regolativi. Ed ha consentito, come direbbe Rossi, “pratiche predatorie […] che consentono profitti ai privati con danno alla collettività”.

Si pone, quindi, il problema del rapporto tra politica ed economia. Perché siamo passati da una economia ancillare alla politica, durante i “Trenta Gloriosi” del dopo guerra; ad una politica “succube” del potere della finanza globalizzato. La quale, in queste condizioni, prende le sembianze di un “monopolio globale”, rispetto al quale non c’è il contraltare di un potere politico altrettanto globalizzato, o sufficientemente ampio e connesso, da regolarlo secondo logiche meno rapaci.
Era chiaro già allora all’ex giellino che “le crisi economiche hanno conseguenze particolarmente penose nel regime capitalistico, per il fatto che colpiscono in modo sperequatissimo i diversi membri della società, e per il fatto che la gravità del danno non corrisponde alla diversa responsabilità degli interessati”. E che le istituzioni democratiche sono messe in serio pericolo dalla miseria e dalla insicurezza. Tanto da sembrare un veggente rispetto al nostro tempo, affermando che:” [..] il suffragio universale si trasforma in un’arma micidiale per la stessa democrazia nei paesi in cui la miseria impedisce a gran parte della popolazione di acquisire coscienza dei propri doveri verso la collettività, e la rende facile preda dei demagoghi”. Ribadendo la necessità dello stato sociale come “premio di assicurazione verso le crisi rivoluzionarie e le dittature totalitarie”.
L’epoca in cui è vissuto Rossi è totalmente diversa dalla nostra. Le accelerate sono state imperiose, tanto da lasciar sconcertati e impreparati. Quando si parla di “miseria”, si deve tenere ben a mente che non è la stessa, a distanza di anni. Però, i problemi sembrano avere punti di contatto notevoli, nonostante il lasso di tempo che separa i contesti storici.
Ma, la risposta a tutto ciò sta ancora in quel sogno di federalismo europeo (e non solo), che ha animato i confinanti di Ventotene. E non in risposte nazionali, se non nazionalistiche, le quali appaiono oltre che velleitarie, anche miopi e pericolose.
Qualsiasi cosa si possa pensare nel merito delle idee, politiche quanto economiche, di Ernesto Rossi, su un aspetto, però, è difficile dissentire. Ovvero, che ha esercitato sempre il suo ruolo di vera “elite”, nel senso più alto del termine; assumendosene sempre la responsabilità politica e intellettuale.

Nel periodo in cui viviamo, è proprio la sensazione dell’assenza in tutti i settori di una classe dirigente, e per classe dirigente intendo, oltre ai politici, anche chi, come i giornalisti e gli uomini di cultura, sia capace di veicolare, mediare, spiegare la complessità. Senza facili inclinazioni al populismo, buono per un consenso da folla, ma non come guida e per il progresso sociale e civile di un paese.
Volendo usare le parole di Pasquale Villari, ci troviamo in un contesto in cui “la mediocrità (appare ndr) una potenza livellatrice (e) vorrebbe indurre tutti gli uomini alla sua misura, odia il genio che non comprende, detesta l’ingegno che distrugge l’armonia della sua uguaglianza”. Un motivo sufficiente per ricordare sempre la lezione di Ernesto Rossi. Che non erano “Aria Fritta”.

Per il Fmi il Pil italiano va rivisto al ribasso

Fondo-Monetario-InternazionleIl FMI rivede al ribasso la crescita del PIL in Italia per il 2017 e per il 2018. Quest’anno crescerebbe dello 0,7% (0,2% in meno rispetto alle stime di ottobre) e per il 2018 crescerebbe dello 0,8% (0,3% in meno rispetto alle precedenti stime). Questa limatura sull’Italia fatta dal FMI si trova nell’aggiornamento del World Economic Outlook. L’economia italiana nel 2016 è cresciuta dello 0,9 per cento.

Maurice Obstfeld, capo economista del FMI, ha detto che l’ex premier Matteo Renzi ha fatto molte riforme strutturali “molto importanti” sottolineando che le riforme approvate vanno attuate anche se ancora molto resta da fare.

Il ministro Padoan è “un po’ stupito dalla revisione al ribasso delle stime del Pil per l’Italia da parte del Fondo Monetario perché le ragioni addotte per una crescita più bassa sono più incertezza politica difficile da argomentare dopo il referendum e con un governo in continuità con il precedente e problemi con le banche”. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, con riferimento alle banche, ha dichiarato al TG3: “anche qui sono state prese misure per fronteggiare alcune situazioni bancarie che non sono preoccupanti”.

Il FMI ha confermato le stime di crescita mondiali per il 2016 ed il 2017. Per il corrente anno si prevede una crescita globale del PIL nella misura del 3,4% (quasi cinque volte maggiore della crescita italiana). Nel 2018 il PIL mondiale aumenterebbe ulteriormente raggiungendo il 3,6%.

Per le economie avanzate, il FMI rivede le stime al rialzo. Per il corrente anno crescerebbero dell’1,9% (+0,1% rispetto alle stime precedenti) e per il 2018 sarebbero del 2% (+0,2% sulle stime precedenti).

Anche per gli Stati Uniti e per l’Eurozona, il FMI rivede al rialzo le stime di crescita. L’economia statunitense nel 2017 avrebbe un’espansione del 2,3% (+0,1% dalle stime di ottobre scorso). Nel 2018 avrebbe una crescita del 2,5% (+0.4% rispetto alle stime precedenti). Nell’Eurozona la crescita sarebbe quest’anno dell’1,6% (+0,1% della stima precedente), mentre resterebbe invariata nel 2018 a +1,6 per cento.

Secondo il FMI, l’economia inglese resiste alla Brexit e prevede per il Regno Unito una crescita al rialzo per il 2017, mentre per il 2018 prevede una stima di crescita al ribasso. Quest’anno la crescita britannica dovrebbe raggiungere l’1,5% (+0,4% dalle stime precedenti) mentre per il 2018 la stima di crescita dovrebbe subire un rallentamento rispetto al 2% del 2016. Tuttavia crescita e Pil inglesi non vanno di pari passo: per il 2017 il PIL dovrebbe raggiungere l’1,4% (in diminuzione dello 0,3% rispetto alle stime precedenti).

Un serio avvertimento del FMI riguarda l’incertezza sulle politiche dell’amministrazione statunitense di Donald Trump. Questo potrebbe pesare sulle stime di crescita. Se gli stimoli all’economia assicurati dal nuovo Presidente degli Stati Uniti dovessero manifestarsi più sostenute rispetto alle aspettative, la crescita globale potrebbe avere una maggiore accelerazione. Rischi negativi per la crescita potrebbero invece arrivare dalle politiche protezionistiche. Nel frattempo, l’export italiano è in aumento mentre quello cinese è in diminuzione.

Salvatore Rondello

Una soft-Brexit per evitare un salto nel vuoto

A sette mesi dal referendum con il quale la Gran Bretagna ha votato di lasciare l’Unione europea, Theresa May ha illustrato cosa significherà e che sembianze avrà la rottura, nonché su quali punti incentrerà i negoziati. Nel referendum dello scorso giugno “i britannici hanno votato per il cambiamento”. Ha detto Theresa May iniziando il suo atteso discorso sulla Brexit. La premier britannica ha illustrato alla Lancaster House di Londra i suoi piani e indicato la strategia che verrà seguita dal Regno Unito, sulla base di 12 precisi punti. Sarà un abbandono graduale per evitare “un dannoso salto nel vuoto”. Un “processo per gradi di attuazione” nell’interesse reciproco di Ue e Gran Bretagna. Sarà il Parlamento a votare sull’accordo finale che emergerà dai negoziati. “I britannici hanno votato per forgiare un futuro migliore per il nostro Paese. Hanno votato per uscire dall’Unione europea e abbracciare il mondo”, dice, pronta ad annunciare l’abbandono del mercato unico. E’ questo uno dei passaggi più importanti del piano del governo, volto a garantire il controllo dell’immigrazione.

“Non vogliamo più essere membri del mercato unico europeo” conferma, annunciando che la Gran Bretagna riprenderà così il controllo dell’immigrazione dai Paesi Ue e si ritirerà dalla giurisdizione della Corte europea di Giustizia. Puntando, però, a un accordo di libero scambio con l’Ue, senza contribuire al bilancio europeo. La premier lancia quindi una visione globale. “In questo momento, stiamo abbandonando l’Europa e pianifichiamo un vertice biennale del Commonwealth. Costruiremo una Gran Bretagna veramente mondiale” aggiunge, dicendo che la Brexit è una lezione anche per l’Ue se vuole avere successo. “Non vogliamo che l’Unione europea si smembri, ma da parte dell’Ue è mancata la flessibilità nei confronti di Londra e i britannici se ne sono accorti”.

Il Regno Unito vuole avere una visione sempre più globale, ma, promette, resterà amica dei Paesi Ue. “La tutela dell’Unione- dice- è al cuore di ogni azione della Gran Bretagna, perché soltanto uniti possiamo cogliere le opportunità che ci attendono”. E soltanto uniti si può condurre una efficace lotta al crimine e al terrorismo: tutti i Paesi europei hanno interessi e valori in comune e la ”nostra risposta non può essere quella di cooperare meno”. Il richiamo della premier all’unità nazionale, minato proprio dal Referendum sulla Brexit che ha diviso il paese tra chi voleva restare e chi, invece, sosteneva l’uscita dall’Ue, è stato accolto con indifferenza dalla Scozia, che a poche ore dall’esito del voto aveva subito paventato l’eventualità di un contro-referendum. Non solo: il 26 dicembre scorso Edimburgo ha presentato un piano per restare nel mercato unico europeo, precisando che resta sul tavolo l’opzione di uno Stato indipendente dentro la Ue. Il piano di Londra “non è nel nostro interesse nazionale” replica oggi la First Minister Nicola Sturgeon. “E’ ormai chiaro che il Regno Unito sta andando verso una hard Brexit – commenta, riferendosi alla decisione di lasciare il mercato unico europeo – che minaccia di essere economicamente catastrofica”.

Le Borse europee migliorano dopo il discorso, solo Londra ferma Le piazze europee sono migliorate dopo il discorso sulla Brexit di Theresa May. Solo la Piazza di Londra si è appesantita e adesso cede lo 0,7%, mentre Milano mantiene il guadagno (+0,25%). Deboli, ma positive, le altre piazze, che per tutta la mattinata sono state invece in perdita: Francoforte, Parigi e Madrid sono ora in crescita dello 0,1%.

Effetto Brexit. L’euro sorpassa la sterlina

brexitPer la prima volta nella storia, l’euro vale più della sterlina inglese. Gli effetti della Brexit cominciano a notarsi. Gli inglesi in partenza per l’eurozona per ogni sterlina otterranno 97 centesimi di euro. Questo è il cambio praticato dall’International Currency Exchange, società di cambi presso uno dei sei aeroporti di Londra.

In poco meno di un anno, la moneta britannica ha perso un quinto del suo valore. Dopo tre mesi e mezzo dal referendum sull’Unione Europea, il declino della moneta britannica ha subito una spinta maggiore per le paure dei mercati sui danni causati dalla Brexit all’economia del Regno Unito per l’uscita dalla UE anche se ciò avverrà non prima del 2019 senza sapere ancora a quali condizioni.

Così è iniziata la discesa della sterlina sull’euro. Dal 23 giugno scorso ha perso il 15% della sua quotazione. Venerdì scorso il cambio con l’euro ha chiuso ad 1,11 segnando anche il tasso di cambio più basso con il dollaro statunitense degli ultimi trentuno anni dopo aver subito un crollo vertiginoso del 6% del proprio valore nel corso della giornata di contrattazioni.

Le cause in parte sembrerebbero dovute ad un algoritmo che ha messo in moto automaticamente operazioni di vendita determinando una fuga di massa balla moneta britannica.

Naturalmente, i cambiavalute offrono sempre un cambio meno vantaggioso rispetto a quello ufficiale per coprirsi dalle oscillazioni sui cambi e per garantirsi il margine di guadagno sull’intermediazione. In media la differenza è inferiore del 15 per cento rispetto al cambio ufficiale fissato nelle borse valori.

Così i turisti inglesi in partenza per una vacanza in uno dei Paesi dell’eurozona (Francia, Spagna, Italia, etc) per avere con se un po’ di denaro contante in euro ricevono una sgradita sorpresa nel ricevere meno euro delle sterline che danno in cambio. In un prossimo futuro, secondo autorevoli analisti della City, non si può escludere la parità tra sterlina ed euro e perfino tra sterlina e dollaro statunitense.

Già adesso si stanno sviluppando gli effetti mediatici dei “no Brexit” che chiedono ai “Brexiters” se ora sono ancora felici per aver votato Brexit. Il commento si trova sui social network inglesi dove alcuni lo stanno inserendo.

A pagare le conseguenze dell’uscita dalla UE sono in primo luogo coloro che l’hanno sostenuta politicamente facendo leva sulla classe medio-bassa e sul popolino che detesta l’immigrazione e vive il disagio sociale per la globalizzazione e per la rivoluzione digitale senza capire che gli immigrati portano sviluppo, risorse lavorative, inventiva senza rubare posti di lavoro ma ne creano di nuovi.

Improvvisamente, forse, davanti ad un cambiavalute degli aeroporti londinesi si chiederanno se votare a favore della Brexit non sia stata una buona idea.

Per gli abitanti dell’eurozona sarà più invitante andarsi a fare una vacanza a Londra dove spenderanno meno soldi grazie a quell’euro da molti vituperato e spesso anche disprezzato.

Salvatore Rondello

Austria, l’europeista Van der Bellen fa il bis

vanderbellenBuona la seconda. L’europeista Alexander Van der Bellen ha vinto anche il ‘ballottaggio bis’ delle presidenziali austriache, aumentando addirittura il distacco sul rivale ultranazionalista Norbert Hofer e facendo tirare un sospiro di sollievo a molti in Europa.  Il professore verde si è subito rivolto agli elettori di Hofer per superare la profonda frattura che in questi mesi ha diviso il Paese: “Voglio essere il presidente di tutti gli austriaci”, ha detto nella sua prima intervista televisiva dopo il voto.

In primavera Van der Bellen aveva vinto per una manciata di voti – 30.863 per l’esattezza – solo grazie a quelli per corrispondenza. Irregolarità nello scrutinio avevano poi portato all’annullamento del voto e un difetto delle buste (la colla non teneva) ad un ulteriore rinvio.  Nella campagna più lunga e più sporca di tutti i tempi in Austria, il 72enne ha avuto il fiato più lungo e alla fine non è servito neanche il fotofinish del voto per posta, che sarà scrutinato solo domani. Il professore di economia ha conquistato il 53,3% dei consensi, distaccando nettamente Hofer, che si è fermato al 46,7%.

Van der Bellen è il primo presidente verde in Europa, ma soprattutto è l’uomo che ha fermato l’onda lunga di Trump e della Brexit, che se avesse raggiunto il cuore dell’Europa avrebbe potuto avere effetti devastanti. “Il mio obiettivo per i prossimi sei anni è che i cittadini, che mi incontreranno per strade, in metropolitana oppure in paese, dicano ‘Guarda, il nostro presidente’ e non solo ‘il  presidente'”, ha detto. Il professore ha sottolineato di essersi impegnato per “un’Austria europeista” e di aver vinto grazie ai “vecchi valori di libertà, uguaglianza e solidarietà”.

Ma la partita non si chiude oggi. E così Hofer, dopo aver ammesso la sconfitta e essersi detto “immensamente triste”, ha annunciato la sua candidatura alle elezioni politiche, che con ogni probabilità saranno anticipate alla prossima primavera. Precisando, solo dopo le domande dei giornalisti, che “correrà a sostegno del leader Fpoe, Heinz Christian Strache”.

Paradossalmente la sconfitta potrebbe essere la sua chiave di successo. Hofer ha infatti dimostrato di raggiungere con il suo volto gentile praticamente metà dell’elettorato austriaco. C’è chi ormai vede il ‘golpe’ all’interno della Fpoe dietro l’angolo, i toni di Strache sono ritenuti troppo duri e le sue posizioni troppo estreme per poter mirare alla poltrona di cancelliere, anche se il suo partito nei sondaggi è in netto vantaggio. Il cancelliere socialdemocratico Christian Kern si è detto soddisfatto del successo di Alexander Van der Bellen alle presidenziali. “Sono convinto che sarà un presidente che rappresenterà egregiamente l’Austria all’estero come anche all’interno”, ha detto.

“La vittoria di Van Der Bellen in Austria è davvero una bella notizia per l’Europa”. È stato il commento del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

Referendum. Botta e risposta Grillo Renzi

Grillo-Letta

A due settimane dal voto è sempre più teso il confronto sul referendum. Martedì 22 novembre, a Roma, si terrà la Convention nazionale dei “socialisti, laici, radicali, democratici per il Sì” al referendum costituzionale.

Beppe Grillo va all’attacco del fronte del Sì accusandolo si essere fatto di “serial killer del futuro dei nostri figli”. La replica del premier Matteo Renzi non si fa attendere: “Io killer? Grillo è in difficoltà per la vicenda delle firme false”. Il leader del M5S Beppe Grillo in video appello lanciato dal suo blog afferma che “abbiamo di fronte dei serial killer, persone che vogliono attentare alla vita dei nostri figli tra 20 anni”. Nella riforma “c’è una clausola di supremazia, vuol dire che il governo avoca a sé tutti i contratti. Io devo avvisarvi, questa clausola significa che le multinazionali faranno direttamente i contratti con il governo”, spiega Grillo sottolineando, per esempio, le ricadute di ciò sull’ambiente.

“Non cascateci – risponde Matteo Renzi -,  Grillo, che è uno straordinario professionista della comunicazione, dice che noi siamo i serial killer e tutti rispondono ma così nessuno parla più delle firme false. E’ una tecnica, Grillo e i 5 stelle in queste ore sono in difficoltà perché è emerso il reato delle firme false. Siccome sotto il profilo comunicativo sono all’angolo, Grillo inventa una frase a effetto cosicché tutti cadano nel tranello e improvvisamente si nasconde la realtà”.  Poi il premier Matteo nella diretta Facebook aggiunge: “Non sarò della partita nel caso in cui le cose vadano male, dico No agli inciuci”. “Se volete una classe politica aggrappata alla poltrona e che non cambi mai prendetela, perché io non sto così”. “Io sto qui se posso cambiare le cose. Non sto qui aggrappato al mantenimento di una carriera. Non ho niente da aggiungere al curriculum vitae”.

Intanto la polemica referendaria arruva sulla stampa internazinale. Sia il Financial Times che il Wall Street Journal dedicano un articolo al referendum italiano e alle possibili conseguenze politiche ed economiche, segnalando entrambi possibili rischi per l’euro. Il Wsj, in prima pagina, sottolinea i rischi per gli investitori che “si preparano al tumulto”, mentre il Ft gli dedica un commento nelle pagine interne, firmato da Wolfgang Munchau che vede dopo il referendum il rischio di una nuova “crisi della zona euro”.
In caso di vittoria del ‘no’, Munchau sul Ft prevede “una sequenza di eventi che metterebbe in dubbio l’appartenenza dell’Italia alla zona euro”. Una possibilità “inquietante che non ha nulla a che fare con il referendum stesso”, ma con altre cause. La prima è la debole performance economica del Paese che “ha perso il 5% di produttività” dall’adozione dell’euro nel 1999, “mentre in Germania e Francia è salita del 10%”. La seconda è  il “fallimento” dell’Ue “che non ha saputo costruire una vera Unione economica e bancaria dopo la crisi del 2010-2012 e ha invece imposto l’austerità”.

“Se respinto, il referendum avrà il potere di far tremare i titoli bancari, spingere gli spread ed indebolire ulteriormente l’euro”, scrive invece il Wsj. I recenti sondaggi, che danno il ‘no’ avanti “hanno innervosito gli investitori”. Ma le “vendite” sui mercati in caso di vittoria del ‘no’ potrebbero “avere vita breve”, come avvenuto con il voto Usa e con la Brexit. Inoltre, la “ricaduta politica potrebbe essere meno severa del temuto se ci fosse un Governo per gli affari correnti credibile e se il sostegno per il M5S scemasse”.

“Non difendiamo la riforma con la paura”. Ha commentato il capogruppo del Pd, Ettore Rosato. “L’Italia è una repubblica solida e facciamo la riforma per renderla ancora più solida”. Certo,  ammette Rosato, “se c’è un fallimento non è indifferente, c’è un problema di credibilità ma voglio rassicurare il Financial Times: penso che vinceremo il referendum e continueremo a governare il paese”. Rosato sottolinea: “Questa legislatura e governo sono qui per fare le riforme, non per l’ordinaria amministrazione”. A chi gli chiede se quindi in caso di sconfitta Matteo Renzi lascerà il governo, il capogruppo taglia corto: “Non mi occupo del piano b”, cioè di quello che avverrà in caso di sconfitta. La bocciatura del referendum sarebbe “un enorme fallimento per il Paese”.

Per il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini gli scenari ipotizzati dalla stampa estera, “mi sembrano francamente esagerati e non fondati”. “Sicuramente  – aggiunge poi Franceschini- dall’estero si vedono in modo più  distaccato i rischi di una Italia cronicamente instabile come quella  che uscirebbe da una vittoria del ‘no’”. Per i Cinque Stelle, che sostengono il no al referendum, non ci sono collegamenti diretti tra le due cose: “Io non vedo collegamenti diretti tra il No al referendum e l’uscita dall’euro”. Lo afferma il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio. “E’ chiaro che se vince il No non portiamo il Paese nel caos delle dieci procedure legislative differenti”, continua Di Maio ribadendo come la questione della permanenza o meno dell’Italia nella moneta unica non sia legata al voto del 4 dicembre”.

Referendum. Botta e risposta Grillo Renzi

Grillo-Letta

A due settimane dal voto è sempre più teso il confronto sul referendum. Beppe Grillo va all’attacco del fronte del Sì accusandolo si essere fatto di “serial killer del futuro dei nostri figli”. La replica del premier Matteo Renzi non si fa attendere: “Io killer? Grillo è in difficoltà per la vicenda delle firme false”. Il leader del M5S Beppe Grillo in video appello lanciato dal suo blog afferma che “abbiamo di fronte dei serial killer, persone che vogliono attentare alla vita dei nostri figli tra 20 anni”. Nella riforma “c’è una clausola di supremazia, vuol dire che il governo avoca a sé tutti i contratti. Io devo avvisarvi, questa clausola significa che le multinazionali faranno direttamente i contratti con il governo”, spiega Grillo sottolineando, per esempio, le ricadute di ciò sull’ambiente.

“Non cascateci – risponde Matteo Renzi -,  Grillo, che è uno straordinario professionista della comunicazione, dice che noi siamo i serial killer e tutti rispondono ma così nessuno parla più delle firme false. E’ una tecnica, Grillo e i 5 stelle in queste ore sono in difficoltà perché è emerso il reato delle firme false. Siccome sotto il profilo comunicativo sono all’angolo, Grillo inventa una frase a effetto cosicché tutti cadano nel tranello e improvvisamente si nasconde la realtà”.  Poi il premier Matteo nella diretta Facebook aggiunge: “Non sarò della partita nel caso in cui le cose vadano male, dico No agli inciuci”. “Se volete una classe politica aggrappata alla poltrona e che non cambi mai prendetela, perché io non sto così”. “Io sto qui se posso cambiare le cose. Non sto qui aggrappato al mantenimento di una carriera. Non ho niente da aggiungere al curriculum vitae”.

Intanto la polemica referendaria arruva sulla stampa internazinale. Sia il Financial Times che il Wall Street Journal dedicano un articolo al referendum italiano e alle possibili conseguenze politiche ed economiche, segnalando entrambi possibili rischi per l’euro. Il Wsj, in prima pagina, sottolinea i rischi per gli investitori che “si preparano al tumulto”, mentre il Ft gli dedica un commento nelle pagine interne, firmato da Wolfgang Munchau che vede dopo il referendum il rischio di una nuova “crisi della zona euro”.
In caso di vittoria del ‘no’, Munchau sul Ft prevede “una sequenza di eventi che metterebbe in dubbio l’appartenenza dell’Italia alla zona euro”. Una possibilità “inquietante che non ha nulla a che fare con il referendum stesso”, ma con altre cause. La prima è la debole performance economica del Paese che “ha perso il 5% di produttività” dall’adozione dell’euro nel 1999, “mentre in Germania e Francia è salita del 10%”. La seconda è  il “fallimento” dell’Ue “che non ha saputo costruire una vera Unione economica e bancaria dopo la crisi del 2010-2012 e ha invece imposto l’austerità”.

“Se respinto, il referendum avrà il potere di far tremare i titoli bancari, spingere gli spread ed indebolire ulteriormente l’euro”, scrive invece il Wsj. I recenti sondaggi, che danno il ‘no’ avanti “hanno innervosito gli investitori”. Ma le “vendite” sui mercati in caso di vittoria del ‘no’ potrebbero “avere vita breve”, come avvenuto con il voto Usa e con la Brexit. Inoltre, la “ricaduta politica potrebbe essere meno severa del temuto se ci fosse un Governo per gli affari correnti credibile e se il sostegno per il M5S scemasse”.

“Non difendiamo la riforma con la paura”. Ha commentato il capogruppo del Pd, Ettore Rosato. “L’Italia è una repubblica solida e facciamo la riforma per renderla ancora più solida”. Certo,  ammette Rosato, “se c’è un fallimento non è indifferente, c’è un problema di credibilità ma voglio rassicurare il Financial Times: penso che vinceremo il referendum e continueremo a governare il paese”. Rosato sottolinea: “Questa legislatura e governo sono qui per fare le riforme, non per l’ordinaria amministrazione”. A chi gli chiede se quindi in caso di sconfitta Matteo Renzi lascerà il governo, il capogruppo taglia corto: “Non mi occupo del piano b”, cioè di quello che avverrà in caso di sconfitta. La bocciatura del referendum sarebbe “un enorme fallimento per il Paese”.

Per il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini gli scenari ipotizzati dalla stampa estera, “mi sembrano francamente esagerati e non fondati”. “Sicuramente  – aggiunge poi Franceschini- dall’estero si vedono in modo più  distaccato i rischi di una Italia cronicamente instabile come quella  che uscirebbe da una vittoria del ‘no’”. Per i Cinque Stelle, che sostengono il no al referendum, non ci sono collegamenti diretti tra le due cose: “Io non vedo collegamenti diretti tra il No al referendum e l’uscita dall’euro”. Lo afferma il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio. “E’ chiaro che se vince il No non portiamo il Paese nel caos delle dieci procedure legislative differenti”, continua Di Maio ribadendo come la questione della permanenza o meno dell’Italia nella moneta unica non sia legata al voto del 4 dicembre”.

TUTTO DA RIFARE

File photo dated 02/07/16 of a European Union flag in front of Elizabeth Tower in Westminster, as Parliament should be given a vote on triggering formal negotiations to take the UK out of the European Union, a committee of peers has concluded. PRESS ASSOCIATION Photo. Issue date: Tuesday September 13, 2016. It would be "constitutionally inappropriate" and set a "disturbing precedent" for Prime Minister Theresa May to kick off the talks by invoking Article 50 of the EU treaties without first obtaining the approval of both Houses of Parliament, said the House of Lords Constitution Committee. See PA story POLITICS Brexit. Photo credit should read: Daniel Leal-Olivas/PA Wire

Colpo di scena Oltremanica, l’Alta corte di Londra ha accolto il ricorso di un gruppo di attivisti pro Ue che chiedono un voto del Parlamento di Westminster per avviare l’iter della Brexit. Il giudice ha dato così torto al governo di Theresa May che rivendica il pieno diritto d’invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona. Non è quindi così facile uscire dall’Europa, il governo britannico dovrà chiedere l’autorizzazione al parlamento per avviare la Brexit. Gli anti-Brexit sostenevano che lasciare l’Unione senza prima aver consultato l’assemblea legislativa avrebbe rappresentato una violazione dell’accordo con cui, nel 1972, il Regno Unito aveva aderito alle comunità europee. Per i giudici il referendum era consultivo e non può prescindere dal voto del Parlamento. “La Corte accetta l’argomentazione principale dei ricorrenti” e “non accoglie le argomentazioni avanzate dal governo, che ritiene questo voto inutile”. Il pronunciamento della Corte suprema britannica va contro la tesi sempre sostenuta dai ministri brexiters e dalla premier Theresa May secondo i quali la volontà popolare espressa con il voto del 23 giugno e i poteri dell’esecutivo dovevano essere considerati sufficienti per avviare i negoziati sui termini del divorzio britannico. La mancanza, come nel caso del Regno Unito, di una Costituzione scritta aveva lasciato, sul punto, molto spazio a libere interpretazioni con il Paese diviso sull’attribuzione dei poteri per consumare una mossa che non ha precedenti.
È stata una donna, Gina Miller, filantropa e co-fondatrice del fondo d’investimento SCM Private, a guidare il gruppo di cittadini firmatari del ricorso all’Alta Corte, aprendo il caso giuridico costituzionale più importante da generazioni.
“Il risultato di oggi riguarda tutti noi: il nostro Regno unito e il nostro futuro – ha detto Miller dopo la lettura della sentenza del tribunale presieduto da Lord Thomas -. Non riguarda come ciascuno di noi ha votato, ciascuno di noi ha votato come riteneva fosse la cosa giusta per il nostro Paese”. “Comunque abbiate votato il 23 giugno, dobbiamo tutti al nostro Paese la difesa degli standard più elevati di trasparenza e democrazia per i quali siamo ammirati a rispettati in tutto il mondo” ha detto Miller.
Tuttavia il governo britannico ha subito presentato un appello alla Corte suprema contro il verdetto dell’Alta corte in favore di un voto del Parlamento sull’avvio della Brexit. “Siamo determinati ad andare avanti coi nostri piani”. Lo ha detto, tramite un suo portavoce, la premier Theresa May. Il governo non ha nessuna intenzione di lasciare che questo possa modificare i tempi indicati, che prevedono l’attivazione dell’articolo 50 entro il marzo 2017. Qualunque sarà il verdetto finale si tratta di una forte umiliazione per il governo conservatore di Theresa May e in ogni caso ci saranno sicuramente delle ripercussioni sui tempi della Brexit, rallentandola. La Commissione europea intanto non commenta quelli che definisce “meccanismi costituzionali di uno Stato membro”. E il capo del servizio dei portavoce, Margaritis Schinas, annuncia per domani una telefonata tra il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e la premier britannica.
Per il momento però, se persiste confusione e incertezza, arrivano delle buone notizie dal punto di vista finanziario. Dopo il pronunciamento dell’Alta Corte la sterlina è balzata ai massimi da agosto. La divisa britannica ha poi ulteriormente accelerato salendo oltre 1,25 dollari dopo le decisioni della Bank of England sui tassi. Scatto rialzista della sterlina, con un breve picco sopra quota 1,24 sul dollaro, dopo un picco a 1,2451 dollari, la sterlina riduce in parte i guadagni ma resta in rialzo a 1,2386.
Il più deluso per il verdetto è Nigel Farage, leader dell’Ukip, che afferma su Twitter che tutto questo “scatenerà la rabbia” della gente, e si è detto pronto a tornare in campo nel 2019. Preoccupata è invece la premier scozzese, Nicola Sturgeon: “La sentenza è estremamente significativa e testimonia il caso e la confusione all’interno del governo di Londra” spiega ribadendo che i deputati del Partito nazionale scozzese “non vorranno certo votare per qualcosa che mina la volontà o gli interessi del popolo scozzese”.

Algoritmi: parola magica per meglio speculare

waalstreetRecentemente i mercati internazionali, sia delle valute che dei titoli, hanno registrato dei capovolgimenti così grandi da suscitare grandi preoccupazioni sulla tenuta dell’intero sistema bancario e finanziario mondiale. Eppure i governi e le autorità preposte, nonostante le loro indubbie preoccupazioni, hanno cercato di far passare tali eventi come ‘fisiologici per il mercato’.
Invece, così non è.
Venerdì 7 ottobre, nel giro di meno di 3 minuti, la lira sterlina è crollata del 6% per poi recuperare il 5 % in meno di un ora. Dopo aver raggiunto il minimo assoluto degli ultimi 31 anni, a fine giornata la sterlina registrava una perdita dell’1,6%.
Il crollo è avvenuto alle 7 di mattina sul mercato di Singapore, mentre a Londra ancora si dormiva profondamente e la borsa di Wall Street aveva già chiuso le sue operazioni.
E’ stata una pura speculazione, di inaudita pericolosità per l’intero sistema, per niente giustificabile con i possibili effetti della Brexit sull’economia inglese. L’unica spiegazione possibile, ci sembra, è legata al cosiddetto ‘electronic trading’, che avviene quando i computer sono programmati con un algoritmo specifico a fare in automatico operazioni di compravendita ad una velocità straordinaria, oltre ogni immaginabile umana capacità.
Algoritmi e computer basati su istruzioni relative all’andamento di certi scenari, come quello della Brexit.
Si arriva finanche ad impostare tali algoritmi in rapporto al numero e al tipo di informazioni riportate dai media, a volte addirittura dai social media!
L’algoritmo succitato avrebbe ‘letto’ i reportage negativi sulla Brexit come un segnale di vendita della sterlina. Poi, quando la moneta inglese ha cominciato a scendere, altri algoritmi si sono ‘attivati’ nelle stessa direzione.
Purtroppo i mercati internazionali dei cambi sono ancora grandemente non regolati. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali gli scambi della coppia dollaro-sterlina rappresentano il 9,2% di tutte le contrattazioni nei mercati dei cambi, che mediamente sono di 5,1 trilioni di dollari al giorno.
Negli ultimi tre anni l’‘algorithm trading’ sarebbe aumentato enormemente.
Si rammenti che qualche giorno prima, il 30 settembre, le azioni della Deutsche Bank avevano perso il 9% in mattinata e avevano guadagnato il 5,7% a fine giornata. Una cosa inaudita, fuori dal normale andamento.
Le nostre critiche alla DB sono note. Qui però si è di fronte ad un colossale attacco speculativo, non facilmente spiegabile. L’anomalo andamento non può essere attribuibile semplicemente alla stratosferica multa comminata dalle autorità americane alla banca tedesca per le sue passate speculazioni con i derivati sui mutui subprime americani. Né la successiva risalita delle sue quotazioni può essere giustificabile con le notizie relative ad una eventuale riduzione della multa in questione.
Chi ha comprato le azioni per salvare la banca dal tracollo? È una domanda che sorge spontanea.
Mario Draghi, governatore della Banca Centrale Europea, nel suo recente discorso ai parlamentari tedeschi del Bundestag, ha detto che la sua politica del tasso di interesse zero, nel 2015 ha fatto risparmiare alla Germania ben 28 miliardi di euro. Sulla base di questo dato si può ipotizzare che negli ultimi anni Berlino abbia pagato meno interessi sul suo debito pubblico per almeno 100 miliardi.
La Germania non sembra aver usato tanta ricchezza per sostenere consumi e investimenti in casa propria o nelle regioni europee più deboli e bisognose di un sostegno concreto per il loro rilancio economico.
Molto probabilmente il ‘tesoretto’ tedesco è stato accantonato proprio per il salvataggio delle banche che non sono in buona salute!
I due recenti avvenimenti finanziari menzionati assumono una gravità eccezionale per le dimensioni e i velocissimi tempi delle operazioni. Essi ci dicono che l’intero sistema economico è esposto più di prima a terremoti di altissima magnitudo.
Non sono vicende da lasciare ai mercati o solo alle banche centrali e alle autorità di controllo. Sono questioni squisitamente politiche che, secondo noi, richiedono interventi e decisioni da parte dei governi. Senza indugi, prima che una nuova crisi sistemica bussi alla porta.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi