Grafene, scoperta (italiana) rivoluzionaria

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È stata scoperta una nuova proprietà del grafene che potrebbe rivoluzionare i dispositivi per la trasmissione dei dati. I ricercatori europei del progetto Graphene Flagship  hanno mostrato per la prima volta che il grafene ha la capacità di ‘generare luce alla terza armonica ottica con efficienza controllabile elettricamente’. Questa scoperta, frutto di una ricerca condotta dal Politecnico di Milano in collaborazione con l’University of Cambridge e l’Istituto Italiano di Tecnologia, è stata pubblicata ieri su  Nature Nanotechnology.

Secondo gli scienziati,  la scoperta ‘sarà alla base dello sviluppo di dispositivi ottici miniaturizzati che sfruttino frequenze ottiche precedentemente inutilizzate  per trasmettere su banda larga una impressionante quantità di dati’ in modo estremamente veloce. Giulio Cerullo, professore del Dipartimento di Fisica del Politecnico di Milano, ha commentato: “Il grafene è un materiale che non finisce mai di sorprenderci, mostrando proprietà straordinarie in ogni campo di applicazione. Questo studio ha mostrato la capacità del grafene di accendersi a comando, generando luce di nuovi colori con una efficienza controllata elettricamente”.

Il professore Andrea Ferrari dell’università di Cambridge ha affermato: “Il progetto Graphene Flagship ha fatto un ingente investimento nello studio delle proprietà ottiche del grafene. Questo importante risultato potrebbe portare a nuovi dispositivi per le comunicazioni ottiche che lavorano su un amplissimo intervallo di frequenze, consentendo l’elaborazione e la trasmissione di una grandissima quantità di informazione”.

La generazione di armoniche ottiche è un processo ottico non lineare che crea nuovi colori quando luce laser di elevata intensità interagisce con un materiale. In particolare, la generazione di terza armonica produce luce la cui frequenza è il triplo di quella della luce incidente, quindi a partire dalla luce infrarossa invisibile può produrre una intensa luce visibile. Il grafene, nonostante sia il materiale più sottile esistente perché ha lo spessore di un solo strato di atomi, ha una risposta ottica non lineare sorprendentemente elevata.

I partner del progetto Graphene Flagship hanno dimostrato per la prima volta che il processo di generazione di terza armonica in grafene può essere controllato in maniera molto efficace mediante l’applicazione di un campo elettrico esterno. In altre parole, la luce di colore visibile generata dal grafene può essere accesa o spenta in modo molto semplice tramite una tensione applicata al materiale. Proprietà questa unica del grafene. Il Graphene Flagship è stato lanciato dall’Unione Europea nel 2013 come la più grande iniziativa di ricerca di sempre. Con un budget di 1 miliardo di euro, rappresenta una nuova forma di iniziativa congiunta e coordinata di ricerca su una scala senza precedenti.

L’obiettivo generale del Graphene Flagship è quello di portare, nell’arco di un decennio,  il grafene e i materiali bidimensionali dai laboratori accademici ad avere un impatto sull’industria e la società europea, facilitando la crescita economica e creando nuovi posti di lavoro. Attraverso un consorzio accademico-industriale composto da oltre 150 partner in oltre 20 paesi europei, lo sforzo di ricerca copre l’intera catena del valore, dalla produzione di materiali ai componenti e all’integrazione di sistemi, e si rivolge a una serie di obiettivi specifici che sfruttano le proprietà uniche del grafene e dei materiali bidimensionali.

Se ci fosse stata la Brexit prima del 2013, molto probabilmente il Regno Unito non avrebbe fatto parte del progetto che ha comunque visto le intelligenze italiane in un ruolo protagonista.

Salvatore Rondello

Pittella: “Il Psi può dare un contributo al Pd”

“La disfatta elettorale del 4 marzo è stata causata anche da ragioni che vanno oltre i confini italiani. Una globalizzazione non governata, le politiche di austerità, il nodo migranti. Bisogna ora preparare una risposta forte”. Gianni Pittella, senatore del Partito Democratico, già Capogruppo S&D al Parlamento Europeo, risponde a un’intervista dell’Avanti! sulla debacle elettorale del 4 marzo, sulla crisi che attraversa il PSE, sulla possibile unità dei socialisti e sulla fase istituzionale di stallo per la formazione del Governo. “Sarebbe un errore gravissimo se il Pd uscisse dal PSE: bisogna invece allargare i confini alle associazioni che si battono per i diritti civili, ai movimenti anti-austerity e ai movimenti contro Orban e Kaczyński”. Sull’unità dei socialisti aggiunge: “Nel Pd dovrebbero esserci più socialisti e più idee socialiste, mi batterò per questo. Il Psi di Nencini può avere un ruolo importante nel Pd”.

pittellaSenatore Pittella, il 4 marzo gli italiani hanno fatto una scelta precisa. Hanno ‘premiato’ le forze euroscettiche e populiste. Si dice che la sinistra non sia riuscita a interpretare il disagio, i ‘nuovi bisogni’ e che ci sia stato uno scollamento con il suo elettorato storico, la base. Perché? Dove hanno sbagliato il Pd e il centrosinistra?

Quello che è avvenuto nel nostro Paese è già accaduto in precedenza in altre parti del mondo, purtroppo il 4 marzo non abbiamo assistito a fenomeno soltanto italiano. Penso agli Usa, dove c’è Trump, un presidente che nessuno immaginava potesse vincere le elezioni, penso all’esito inaspettato del referendum sulla Brexit nel Regno Unito, penso a Le Pen in Francia che prende percentuali enormi di consenso mentre il Partito socialista francese quasi scompare. Ci sono almeno tre cause che hanno portato alla disfatta del centrosinistra in Italia e non solo.

La prima, una globalizzazione non governata che ha portato grandi vantaggi per alcuni e grandi svantaggi per altri. E gli svantaggiati non sono stati difesi dalle forze progressiste e socialiste non solo italiane, ma europee e mondiali. Seconda, la politica di austerità ha pesato tantissimo, ha creato disoccupazione e un preoccupante crollo imprenditoriale. A tutto questo non c’è stata una capacità di reazione. Soltanto il governo Renzi e il governo Gentiloni sono riusciti, insieme a noi, a mitigare le politiche di austerità applicando l’alleggerimento e la flessibilità del patto di stabilità. Ma non siamo stati capiti. La terza questione è quella dei migranti, che è una questione che incide sul ‘sentiment’ dei cittadini: noi non possiamo rinunciare ai nostri principi, ai nostri valori di accoglienza e solidarietà. Bisogna prendere atto che nella gente c’è un sentimento negativo, perché si tende a identificare nel migrante un potenziale attentatore alla sicurezza, che viene messa in discussione da molti episodi che coincidono, nell’immaginario collettivo, con l’ondata migratoria che c’è stata verso l’Italia e altri paesi del mondo.

Su queste tre questioni bisogna preparare una risposta forte, che sia più ‘appetibile’ per i cittadini. Lo ribadisco: senza mai rinunciare ai nostri valori e alle nostre idee.

Lei faceva riferimento a chi è stato svantaggiato dagli effetti di una globalizzazione non governata, che non sono stati difesi dalle forze progressiste e socialiste anche europee. È un dato di fatto che il Pse stia attraversando una crisi profondissima. Qualcuno, nel Pd, qualche settimana fa paventava l’uscita del Partito Democratico dal PSE per ‘guardare’ a Macron. È questa la risposta giusta?

No, sarebbe un errore gravissimo. Perché il problema di fondo è dare risposte a quelle questioni urgenti di cui parlavo prima. E la risposta non è nell’area liberal che sposa, sul piano economico, ricette liberiste. Con Macron, con il quale ci sono punti di convergenza, si può discutere di europeismo e dell’idea di una più forte integrazione europea. Ci sono però punti divergenti sulle questioni sociali e del welfare, come l’attenzione alle fasce più deboli della società che è la funzione primaria che svolge la sinistra progressista. Quindi, collaborazione sì, senza mai smarrire il nostro campo, la nostra bussola: il campo socialista.

Quel campo dunque va allargato?

Certamente. Non possiamo rimanere chiusi nei recinti storici della ortodossia socialista. Quel campo può sicuramente contenere altre esperienze: penso ai movimenti anti austerity che ci sono in Europa, ai tanti movimenti per la difesa dei diritti civili, penso ai movimenti per battere Jarosław Kaczyński in Polonia e Viktor Orbán in Ungheria. Ci stono tante aree a cui possiamo aprire il nostro Partito socialista europeo ma quello che non possiamo fare è andarcene noi.

Allargare il campo socialista in Europa dunque. E in Italia? Pochi giorni fa si sono riuniti “Lab Dem”, “D&S Democratici e Socialisti” e la Fondazione Saragat per un ‘percorso comune’ nel nome dei valori socialisti. La settimana scorsa il segretario del Psi Nencini si è fatto promotore di un appello a tutti i socialisti dove emergeva la necessità di dar vita ad una “concentrazione repubblicana” socialista, laica, democratica. Continua dunque la diaspora socialista o può davvero nascere un nuovo soggetto politico per combattere destre e populismi?

Io parlo per me naturalmente. Il mio partito è il Partito Democratico. Ma vorrei che fosse più socialista e vorrei che ci fossero più socialisti e più idee socialiste. Quello è il partito nel quale io voglio continuare a lavorare e a battermi per queste ragioni. E lo farò sul tema di un rinnovato socialismo. Oggi più che ieri serve quella grande idea di socialismo, che si traduce nei valori di libertà, equità, uguaglianza. I compagni socialisti nel Psi di Nencini potrebbero svolgere un ruolo importante nel Pd. Non vuole essere naturalmente una interferenza la mia, poiché sono scelte che devono essere maturate in maniera autonoma. Con Tommaso Nannicini, la Fondazione Saragat, Lab Dem vogliamo dire che nel Pd c’è un punto di riferimento autenticamente socialista che vuole e può dialogare con chi sta dentro il Pd e chi sta fuori il Pd ma condivide l’impianto e l’idea di rilanciare una proposta socialista. Per l’Italia e per l’Europa.

Cosa pensa di questa fase di stallo politico e istituzionale e della possibile nascita di un governo giallo-verde?

I cittadini hanno consegnato – seppure a metà – la vittoria a M5S, a Salvini e al centrodestra. È giusto dunque che provino a fare un Governo ma facciano presto per il bene del paese. È una vergogna quello che sta succedendo in queste ore. Continuano a ripetere che sono i campioni della trasparenza e invece stanno conducendo trattative opache, tra l’altro con procedure ai limiti del rispetto Costituzionale e del Presidente della Repubblica. Facciano in fretta, il Paese ha bisogno di un governo. Noi faremo un’opposizione attenta ai singoli dossier e alle singole proposte. Per il bene dell’Italia.

Il governo giallo-verde e le preoccupazioni della Ue

Juncker firenzeIn prossimità del varo del nuovo governo giallo-verde, si sollevano le preoccupazioni dall’UE per la propaganda antieuropeista portata avanti dalla Lega e dai penta stellati.

Il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, aprendo il suo intervento a ‘The State of Union’ a Firenze, ha detto: “L’Italia è parte integrante dell’Unione europea. Uscire dall’Europa non ha alcun senso e uscire dalla moneta unica, l’euro, sarebbe una scelta anacronistica ed autolesionistica. Non siamo perfetti ma cambiare significa migliorare, andare avanti e non tornare indietro, e la prima cosa da fare è avere un’Europa sempre più politica. La prima riforma da fare è quella della primazia della politica che significa primazia dei cittadini”. Con riferimento alla politica dei dazi di Trump ha aggiunto: “Comprendo che per il presidente degli Stati Uniti è importante ricordare il principio ‘America first’ ma questo non significa ‘America alone’”. Con riferimento alla situazione politica italiana ha sottolineato:  “In Europa tutti guardano con grande attenzione a quello che succede in Italia. L’Italia è un Paese fondamentale in Europa ma che ha i problemi di un altissimo debito pubblico e di un’altissima disoccupazione giovanile. E dopo la Brexit servirà un ruolo più importante per Italia e Spagna. E’ questa sarà la sfida per il nuovo governo”.

La seconda giornata della conferenza europea ‘The State of the Union’, oggi in Palazzo Vecchio a Firenze, è iniziata con i saluti delle istituzioni locali. Protagonisti dell’evento con i loro interventi sono stati, oltre al presidente del Parlamento Europeo  Antonio Tajani, il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker ed il governatore della Bce  Mario Draghi.  Nel pomeriggio è intervenuto l’Alto rappresentante Ue  Federica Mogherini. La chiusura dei lavori è spettata al premier  Paolo Gentiloni.

Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, nel suo intervento di saluto ha affermato: “Le città hanno ruolo di accrescere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sono energia per la vita, per il futuro, per l’Europa. Firenze interpreta il proprio ruolo di attore, non di spettatore dell’integrazione europea”.

Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, si è soffermato, con il suo intervento, sulla futura politica di coesione criticandone l’impostazione che “rischia di far prevalere ancora una volta l’idea di un’Europa dell’austerità che poi dà spazio all’Europa dei demagoghi. Abbiamo invece bisogno di un’Europa della crescita e della democrazia”.

Il Presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha detto: “Populisti e nazionalisti hanno avuto materia per alimentare loro sentimenti e aumentare distacco dagli altri a causa della crisi migratoria. Così la solidarietà si sfilaccia e si perde poco a poco, così i Paesi del Nord Europa hanno riscoperto un’espressione che detesto: il club del Mediterraneo, si deve usare solo per il turismo, per indicare il Sud Europa che affronta il flusso profughi. Invece Europa e solidarietà vanno insieme. La solidarietà fa parte del patto fondatore dell’Europa”.

Durante la prima giornata, a Fiesole, il Presidente Sergio Mattarella, nel suo discorso di apertura dell’evento organizzato dall’Istituto Universitario Europeo per fare il punto sulle sfide e prospettive del prossimo futuro dell’UE, ha detto: “Più sicuri che nel dopoguerra, più liberi che nel dopoguerra, più benestanti che nel dopoguerra, rischiamo di apparire oggi privi di determinazione rispetto alle sfide che dobbiamo affrontare. E qualcuno, di fronte a un cammino che è divenuto gravoso, cede alla tentazione di cercare in formule ottocentesche la soluzione ai problemi degli anni 2000.  Sottraendoci all’egemonia di particolarismi senza futuro e di una narrativa sovranista pronta a proporre soluzioni tanto seducenti quanto inattuabili, certa comunque di poterne addossare l’impraticabilità all’Unione.  Nel turbamento del mondo quanto apparirebbe necessario il ruolo di equilibrio svolto da un concerto di 27 Paesi, tanto si mostra ampio il divario tra l’essere e il dover essere di un’ampia comunità che trova la sua dimensione in uno spazio già condiviso. Mai, dunque, come oggi appare urgente unire.

La operosa solidarietà degli esordi, sembra essersi trasformata in una stagnante indifferenza, in una sfiducia diffusasi, pervasivamente, a tutti i livelli, portando opinioni pubbliche, Governi, Istituzioni comuni, a diffidare, in misura crescente, l’uno dell’altro. Non possiamo ignorare questo stato di fatto, né sottacere quanto sia diffusa, fra i cittadini europei, la convinzione che il progetto comune abbia perso la sua capacità di poter realmente venire incontro alle aspettative crescenti di larghi strati della popolazione; e che non riesca più ad assicurare adeguatamente protezione, sicurezza, lavoro, crescita per i singoli e le comunità. Con una contraddizione singolare, che vede gonfiarsi, simultaneamente, le attese dei cittadini e lo scetticismo circa la capacità dell’Europa di corrispondervi”.

Dunque, non sono mancati i richiami ad un maggiore senso di responsabilità per il futuro dell’UE.

Salvatore Rondello

GB, elezioni amministrative test per il governo

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Il voto per eleggere 4.400 consiglieri in 150 circoscrizioni è il primo test per il Governo di Theresa May dalle disastrose elezioni dell’anno scorso che avevano fatto perdere al partito conservatore la maggioranza in Parlamento. È anche l’ultima chance per i cittadini europei residenti in Gran Bretagna, che possono votare alle amministrative ma non alle politiche, di esprimere la loro opinione su Brexit. Dato che il 40% dei seggi in ballo sono a Londra, dove vivono oltre 1,1 milioni di cittadini Ue, si prevedono sconfitte per il partito conservatore.

Le elezioni amministrative, che di solito si combattono su questioni locali come la gestione dei rifiuti o la manutenzione delle strade, quest’anno sono dominate da Brexit e dall’immigrazione.

I due quartieri chiave per la May sono Westminster e Wandsworth, tradizionali roccaforti conservatrici, ma i cui residenti sono in maggioranza anti-Brexit e quindi potrebbero votare Labour per protesta contro il Governo. La perdita di uno o entrambi di questi quartieri sarebbe un grave colpo per la premier e avrebbe un grande valore simbolico per l’opposizione.

In altre circoscrizioni della capitale invece potrebbe avere successo il partito liberaldemocratico perché è l’unico ad avere una chiara posizione anti-Brexit. Il partito ha usato i social media inviando messaggi in 17 lingue ai cittadini Ue.

Nel nord dell’Inghilterra invece la politica pro-Brexit del Governo potrebbe far guadagnare voti ai conservatori a scapito dei laburisti e quindi rafforzare la May. Le zone che avevano votato per lasciare la Ue non hanno cambiato idea, afferma Tony Travers, professore alla London School of Economics: “Il voto è anche un test per il leader laburista Jeremy Corbyn, se il suo tocco magico funziona in tutto il Paese e non solo a Londra.”

Le previsioni sono unanimi su Ukip, che ha perso consensi dopo il referendum sulla Ue e che si avvia verso l’annientamento, con la perdita di tutti i consiglieri o quasi.

La crisi del “progetto europeo” secondo Albert Hirschman

europa crisiLa crisi del progetto di unificazione politica dell’Europa, espressa nella forma di abbandono dell’Unione da parte di uno Stato membro, o dell’abbassamento della fiducia da parte di molti cittadini degli Stati membri sull’inappropriato funzionamento delle istituzioni comunitarie, può essere spiegata alla luce del modello elaborato da Alfred Otto Hirschman nel libro “Exit, voice, and loyalty. Responses to decline in firms, organizations, and States”, tradotto in italiano con il titolo “Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello Stato”. Il libro offre una risposta all’interrogativo riguardo alle modalità alternative con cui reagire alla persistenza di una data situazione insoddisfacente all’interno di un dato contesto.

Cosa fanno, ad esempio, i cittadini di fronte al deterioramento dell’organizzazione politica dello Stato al quale appartengono? La risposta di Hirschman è che ciascuno di essi dispone di tre possibili modalità di reazione: andarsene (“exit”), protestare (“voice”), affermare la propria appartenenza (“loyalty”) allo Stato, malgrado l’insoddisfazione procurata dalla sua azione.

L’”exit”, la defezione, è quindi la risposta dei cittadini insoddisfatti, a seguito della quale decidono di andarsene; ma se l’”exit” è il comportamento più probabile, “voice”, la protesta, è il comportamento più frequente ad opera dei cittadini insoddisfatti. Secondo Hirschman, la protesta, a differenza della defezione, corrisponde al tentativo di cambiare, invece che eludere lo stato insoddisfacente delle cose, sia sollecitando individualmente o collettivamente gli establishment ritenuti direttamente responsabili dell’insoddisfazione, sia appellandosi a un’autorità superiore con l’intento di imporre il cambiamento dei loro prevalenti comportamenti, sia, infine, invitando l’opinione pubblica a mobilitarsi.

La protesta serve ad promuovere la riflessione su tutto ciò che non è più condivisibile nel funzionamento di una data realtà politica, ed è tanto più probabile quanto più difficile è l’”exit” (l’abbandono). Ciò significa che la facilità con la quale è possibile abbandonare un’organizzazione in crisi produce un “ridimensionamento” della protesta: i più insoddisfatti, quelli propensi ad elevare la loro voce se ne andrebbero se non esistessero ostacoli all’uscita; se, invece, questi ultimi sono molto elevati, gli insoddisfatti cercheranno forme alternative più praticabili per esercitare la protesta.

Di fronte al declino di un’organizzazione politica, la lealtà è quello meno attraente dei tre comportamenti alternativi. L’uscita è praticata in presenza di opportunità “convenienti”; la protesta richiede impegno, mentre la lealtà non esprime rottura, ma adesione silenziosa a quello che esiste, accettazione e tolleranza dei comportamenti degli establishment. Secondo Hirschman, la lealtà argina l’uscita e attiva la protesta, per cui la riluttanza a defezionare, nonostante il dissenso con l’organizzazione di cui si è parte, è il tratto caratteristico del comportamento lealista. La conclusione dell’analisi di Hirschman è che la lealtà sia condivisibile quando sono in gioco interessi collettivi (come, per esempio, la qualità delle scuole, ma anche le politiche che attengono alla giustizia sociale) e soprattutto quando ad essa sia possibile associare la protesta.

Edoardo Nicola Fragale, ricercatore di Diritto amministrativo presso l’Università di Chieti-Pescara, in “(Br)Exit and voice nella crisi esistenziale dell’Unione europea” (Istituzioni del Federalismo, numero speciale/2000), descrive la crisi dell’Unione Europea ricorrendo ai paradigmi hirschmaniani di “exit”, “voice” e “loyalty”, sostenendo che la Grande Recessione “ha rivelato la presenza di un assetto istituzionale dell’Eurozona asimmetrico, in cui risultano indeboliti i circuiti nazionali della rappresentanza democratica, entro cui sono normalmente risolti i conflitti distributivi, senza che se ne siano ricreati di nuovi nella dimensioni sopranazionale”. Gli impedimenti con cui è stato ostacolato l’esercizio dell’opzione “voice” (protesta) contro l’asimmetria dell’assetto istituzionale, ha provocato una polarizzazione della politica, che ha alimentato, pressoché ovunque in Europa, l’esercizio dell’opzione “exit”, concepita dai soggetti più colpiti dalla crisi come unico strumento per rimediare agli esiti della crisi.

Secondo Fragale, l’inasprirsi degli esiti della crisi avrebbe alimentato meccanismi di “exit” interni ai singoli Stati membri dell’Unione, “innescando fenomeni migratori di trascendimento dei confini nazionali”, i quali hanno funzionato, ad un tempo, da valvola di sfogo della “voice”, all’interno dei Paesi in crisi, ma anche “da detonatore di sfiducia presso altri confini interni dell’Unione”, alimentando l’opzione di “exit” nei Paesi divenuti poli di attrazione dei flussi migratori. La crisi dell’Unione, causata dalla Grande Recessione, infatti, sarebbe spiegabile – secondo Fragale – come “perdita di fiducia nella stabilità finanziaria degli Stati con più alti livelli di debito pubblico”; rispetto alla crisi, però. una robusta schiera di economisti rinviene la responsabilità del suo accadimento nelle politiche di contenimento salariale attuate dalla Germania, già da prima che la Grande Recessione avesse inizio.

Fra gli economisti è infatti diffuso il convincimento che la Germania, sin dal primo momento della vita dell’Eurozona, abbia potuto trovare il modo per conseguire una sostenuta crescita della propria economia tramite la pratica di politiche di contenimento dei salari, che le avrebbero consentito di aumentare la capacità delle proprie imprese ad esportare con successo i propri prodotti, soprattutto verso gli altri Paesi membri dell’Unione Monetaria. Alla crescita della Germania si è contrapposto un “processo specularmene opposto” nei Paesi più deboli dell’Europa mediterranea, per i quali il calo del costo del denaro, conseguente all’ingresso nell’Eurozona, ha dato origine, oltre che ad un limitato impulso alla crescita della base produttiva e dell’occupazione, ad un aumento del reddito disponibile, causando una perdita di competitività delle imprese, con la conseguente formazione di saldi negativi nella parte corrente della bilancia internazionale dei pagamenti, traducendosi poi in un aumento del debito privato verso l’estero.

Di fronte allo scenario descritto, i Paesi creditori, anziché rimediare agli squilibri attraverso un approfondimento della cooperazione, hanno scelto la via della “colpevolizzazione” dei Paesi debitori, “infliggendo loro dosi crescenti di austerità fiscale” e scaricando l’onere del riequilibrio sugli Stati in crisi, i quali, “già spogliati della possibilità di svalutare la moneta, sono stati costretti […] ad attuare draconiane riforme economiche, sociali ed amministrative”, con l’unico risultato di comprimere i redditi e deflazionare per tale via la propria economia. Recessione e deflazione, saldandosi, si sono diffuse, con effetti tradottisi (il caso dell’Italia può essere scelto come esempio paradigmatico, seppure non il più drammatico) nel crollo della domanda interna, in un incremento della disoccupazione, nell’esplosione del debito pubblico e, con l’andar del tempo, nel continuo “accumulo”, da parte dell’intera Unione europea, di fortissimi avanzi commerciali verso il resto del mondo, “causa a loro volta di instabilità sistemica a livello globale”.

A parte il ruolo svolto dall’ideologia ordoliberista, che ha ispirato le politiche adottate a livello europeo per il contenimento ed il superamento degli esiti della crisi, la mancata cooperazione tra gli Stati membri dell’area della moneta unica è da imputarsi, a parere di Fragale, a un difetto nella costruzione dell’impianto istituzionale dell’Eurozona, consistente nell’aver scelto di “separare le politiche monetarie da quelle economiche e sociali, edificando le prime ad un livello sopranazionale e confinando le seconde ad una dimensione soltanto nazionale”. Un’asimmetria, questa, che l’esperienza ha rivelato insostenibile, a causa delle dinamiche competitive che hanno caratterizzato le relazioni tra i diversi Stati membri e dei conseguenti disallineamenti nei loro livelli di competitività; disequilibri che hanno reso del tutto inidonea la governance soprannazionale interna all’Unione, ben diversa da quella che sarebbe stata necessaria per assicurare l’omogeneità delle scelte di politica economica.

Un apparato istituzionale europeo, che avesse consentito un indirizzo unitario delle politiche salariali, sociali ed economiche attuate all’interno dell’Unione, avrebbe costituito, secondo Fragale, l’unico modo per rimediare senza traumi agli esiti della crisi, riconoscendo “che modifiche incidenti sui costi di produzione all’interno di uno soltanto dei diversi Stati membri” avrebbero riverberato “i propri effetti sul grado di competitività degli altri partner, condizionandone il grado di sviluppo”.

Il mancato riconoscimento della necessità di un indirizzo unitario nell’attuazione delle politiche comunitarie, a parere di Fragale, ha celato negli Stati maggiormente in crisi una profonda avversione dei cittadini degli Stati maggiormente in crisi verso l’UE, nella convinzione che essa si fosse trasformata in unione tra Paesi “permanentemente finanziatori” e “Paesi permanentemente percettori”. Per il superamento di questo convincimento e per l’introduzione di reali automatismi di solidarietà tra gli Stati membri, sarebbe necessaria, ora, una revisione dei Trattati, nella prospettiva di un “nuovo progetto costituente europeo”. Permanendo, al contrario, lo status quo – afferma Fragale – l’attuale Unione non può perciò che configurarsi come “una costellazione di interessi a tal punto conflittuale da rendere difficoltosa l’edificazione di seri meccanismi di riequilibrio”, volti a sanare per questa via gli squilibri che si sono consolidati tra i diversi Paesi dell’Eurozona.

In tal modo, l’Unione europea ha assunto la forma di una “confederazione minima”, funzionante su basi neoliberiste, all’interno della quale, mentre la creazione del mercato unico “ha di fatto compresso i poteri dei singoli Stati nell’individuazione delle politiche economiche e sociali”, la conflittualità degli interessi nazionali ha ostacolato la creazione di “analoghi poteri ad un livello confederale”. Ciò, conclude Fragale, ha fatto sì che la “voice” (protesta) dei cittadini dei singoli Paesi membri non potesse indirizzarsi contro le insufficienze dei meccanismi compensativi a livello di intera comunità. Il mancato sviluppo della protesta, dal canto suo, ha impedito che la governance europea assumesse una dimensione democratica, soprattutto riguardo all’attuazione delle politiche di ridistribuzione degli squilibri economici tra gli Stati.

In realtà, è opportuno osservare, che l’affievolimento della “voice” all’interno dei singoli Stati è stato causato, oltre che dalla mancata democratizzazione delle istituzioni dell’Unione, anche dal fatto che, come sottolineato dallo stesso Fragale, la crisi dei Paesi indebitati abbia alimentato l’”exit” (l’abbandono) di molti loro cittadini, che hanno preferito indirizzarsi verso altri Paesi dell’Unione meno compromessi dal debito verso l’estero; ciò ha indebolito la “voice” dei Paesi che hanno subito l’”exit” e affievolito la “loyalty” (la lealtà) dei cittadini rimasti in patria nei confronti del progetto europeo originario. Non solo; a livello sopranazionale, i Paesi che hanno “subito” gli esiti dell’immigrazione dei cittadini di altri Stati membri hanno affievolito la loro “loyalty” verso l’Unione, maturando la decisione di abbandonarla, come nel caso della “(Br)exit”.

L’interpretazione della crisi dell’Unione alla luce dei paradigmi hirschmaniani suggerisce, perciò, che il rilancio del processo di unificazione politica dell’Europa rende ineludibile e urgente l’auspicata revisione dei Trattati vigenti, non solo per elevare il livello di “loyalty” dei cittadini dei singoli Stati verso l’obiettivo dell’unificazione politica del Vecchio Continente, ma anche per evitare che il ritardo nella revisione dei Trattati causi un abbandono generale di ciò che sinora, malgrado il deficit di democratizzazione delle istituzioni realizzate, è rimasto ancora in piedi del vecchio sogno dell’Europa unita.

Gianfranco Sabattini

LA RISPOSTA

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Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha partecipato al Consiglio Europeo e alla riunione dei Capi di Stato e di governo della zona Euro svoltosi a Bruxelles dal 22 al 23 marzo 2018.

I temi che interessano particolarmente l’Italia nel Consiglio europeo a Bruxelles sono le relazioni commerciali con gli Stati Uniti, con l’aspettativa che l’Amministrazione Trump conceda una piena esenzione all’Ue dai dazi che saranno imposti alle importazioni di acciaio e alluminio, la questione della protezione dei dati personali, per tenere conto di quello che sta succedendo in questi giorni, con lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica, le nuove proposte (presentate ieri dalla Commissione europea) sulla tassazione delle grandi piattaforme del web, e infine i progressi nel negoziato sulla Brexit, con la situazione molto positiva dopo l’accordo parziale raggiunto sulla tutela, riconosciuta in modo non discrezionale, dei diritti dei cittadini italiani ed europei nel Regno Unito. E’, in sintesi quanto ha detto il premier uscente, Paolo Gentiloni, al suo arrivo al vertice Ue.

Gentiloni ha infine sottolineato l’importanza del suo incontro bilaterale con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, avvenuto immediatamente prima dell’inizio del vertice. In proposito il presidente Gentiloni ha dichiarato: “In una fase così particolare per le cose italiane, in queste settimane di transizione, è molto importante tenere un rapporto e un raccordo con la Commissione europea. E’ il motivo per cui vado ora da Juncker”.

La risposta ai dazi americani sull’acciaio, la nuova proposta di tassazione delle imprese digitali, i rapporti con la Russia e con la Turchia, lo stato dei negoziati per la Brexit e le riforme per il cosiddetto approfondimento dell’Unione economica e monetaria: sono questi i temi al centro del Consiglio europeo di Bruxelles, con i 28 capi di Stato e di governo dell’Ue, e che è proseguito oggi prima con il vertice a 27, senza il Regno Unito, e poi con l’Eurosummit a 19.

Il vertice è iniziato ieri alle 15 con il tradizionale intervento preliminare del presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani. Poi c’è stato un aggiornamento del premier bulgaro Boiko Borissov, il cui governo detiene la presidenza semestrale del Consiglio Ue, sui principali dossier e negoziati in corso fra i ministri dei Ventotto, e in particolare la riforma (bloccata dall’opposizione dei paesi dell’Est) del regolamento di Dublino sul sistema comune d’asilo.

Sul commercio, i Ventotto hanno espresso il loro sostegno alla posizione della Commissione europea che ha preparato le misure di riequilibrio in risposta ai dazi sull’acciaio (al 25%) e sull’alluminio (al 10%) annunciati dal presidente Usa Donald Trump, nel caso in cui dovessero effettivamente essere applicati contro le importazioni dall’Europa. Uno spiraglio pare essersi aperto dopo l’incontro, ieri a Washington, della commissaria Ue al Commercio Cecilia Malmstroem con il segretario di Stato Usa al Commercio Wilbur Ross. I due hanno concordato, secondo una nota congiunta pubblicata ieri pomeriggio, “di iniziare delle discussioni immediate con l’Amministrazione Trump, con l’obiettivo di individuare un risultato accettabile per entrambi il più rapidamente possibile”.

Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha accolto la notizia con “cauto ottimismo”, secondo quanto lui stesso ha dichiarato sempre nel pomeriggio di ieri. L’Ue ha continuato a sperare di poter ottenere un’esclusione totale dall’imposizione dei nuovi dazi Usa. L’esenzione dai dazi Usa, come si è appreso in tarda serata, per adesso è stata accettata.

Il Consiglio europeo ha ratificato la nomina dell’ex ministro spagnolo delle Finanze, Luis de Guindos, a vicepresidente della Banca centrale europea, per un mandato di otto anni non rinnovabile. De Guindos sostituirà l’attuale vicepresidente, il portoghese Vítor Constâncio, a partire dal primo giugno 2018. La decisione dei leader è stata presa, su raccomandazione dell’Ecofin del 20 febbraio scorso, dopo il parere consultivo favorevole del Parlamento europeo e del Consiglio direttivo della Bce.

Il presidente della Bce, Mario Draghi, durante il Consiglio europeo, davanti ai capi di Stato e di governo, ha letto la relazione sull’economia europea descrivendo un quadro fortemente positivo: “La spinta della ripresa continua senza modifiche, basata sui consumi, mentre gli investimenti sono superiori del 7% ai livelli pre-crisi e persino quelli nel settore dell’edilizia residenziale stanno finalmente riprendendo; non abbiamo visto questi tassi di crescita e livelli di investimenti da 10-15 anni. Nell’Ue ci sono oggi 7,8 milioni di posti di lavoro in più rispetto alla metà del 2013, nonostante un aumento del 2% nella forza lavoro, con la partecipazione di più donne e anziani. E tutto questo avviene in una situazione in cui i debiti del settore privato stanno calando e i coefficienti di capitale delle banche in salute sono quasi del 50% più elevati che all’inizio della crisi, mentre i crediti deteriorati Npl si sono ridotti di più del 30%. Tuttavia, ci sono quattro rischi di medio termine, in gran parte esterni all’Ue. Il primo è il protezionismo commerciale, l’affidamento minore che si potrà fare sul multilateralismo, che è il rischio oggi più grande, perché ha conseguenze dirette, comporta il rischio di rappresaglie e alla fine una perdita di fiducia sui mercati. Il secondo è la deregolamentazione finanziaria. Non vogliamo vedere di nuovo la combinazione di politica monetaria poco rigorosa e di deregulation che abbiamo osservato prima della crisi. Il terzo è il repricing degli asset, ovvero la caduta di valore degli attivi. La turbolenza sui mercati negli Stati Uniti all’inizio dell’anno ha interessato solo le azioni ed è stata mitigata dall’economia forte, ma il rischio rimane. La nostra esposizione agli Stati Uniti è piuttosto alta: non siamo un’isola. Il quarto rischio è quello delle politiche di bilancio, che sono pro-cicliche negli Usa, ma anche nell’Ue, dove gli Stati membri stanno pianificando un’espansione della spesa”.

Dopo la discussione, aperta dal presidente della Bce, Mario Draghi, sulla situazione dell’economia nell’Ue, è intervenuto il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, con una relazione sullo stato di avanzamento dell’Unione bancaria, dove permane lo stallo fra i due schieramenti, quello nordico-tedesco che continua a chiedere sempre nuove misure di riduzione del rischio e il fronte, di cui fa parte l’Italia, che considera si debba ora passare alla fase finale della condivisione del rischio (come la garanzia comune dei depositi).

Sono seguiti le conferenze stampa della presidenza e dei leader. I lavori del Consiglio sono proseguiti affrontando prima la tassazione delle imprese digitali (la Commissione europea ha presentato le sue proposte) e poi i rapporti con la Turchia e con la Russia, con riferimento alla vicenda dell’ex spia russa e di sua figlia ridotte in fin di vita a Salisbury.

Su quest’ultimo argomento, l’Unione europea ha deciso di richiamare per consultazioni il proprio ambasciatore a Mosca a seguito dall’avvelenamento dell’ex spia russa Sergei Skripal nel Regno Unito. I leader hanno concordato di richiamare l’ambasciatore Ue a Mosca per consultazioni. Ieri i leader europei hanno definito altamente probabile che la Russia sia responsabile dell’attacco. Alcuni Stati membri starebbero anche valutando l’ipotesi di espellere i diplomatici russi o di richiamare i propri ambasciatori imitando l’atteggiamento già assunto dalla Gran Bretagna. In un comunicato Ue si legge: “Dopo aver concordato sulla responsabilità (dell’avvelenamento di Sergei Skripal), i leader hanno continuato a discutere su come andare oltre le semplici parole e fare qualcosa. Alcuni membri stanno considerando la possibilità di espellere diplomatici russi o di richiamare i propri diplomatici”.

Inoltre, si è parlato anche della vicenda dell’uso improprio dei dati personali tratti da Facebook da parte della Cambridge Analytica.

Il presidente Tusk, parlando alla stampa ha detto: “Dobbiamo aumentare la nostra capacità di resistenza alla minacce ibride, come l’erosione della fiducia nella nostra democrazia attraverso le fake news o la manipolazione delle elezioni. Questo sembra particolarmente rilevante, alla luce delle recenti rivelazioni su Cambridge Analytica. In questo contesto, affronteremo la necessità di garantire pratiche trasparenti, come la piena protezione della privacy dei cittadini e dei loro dati personali da parte dei social network e delle piattaforme digitali”.

In tema di digitale, i leader europei hanno chiesto alla Commissione di presentare entro dicembre un rapporto sull’attuazione delle strategie per il mercato unico sull’Unione digitale, l’Unione del mercato dei capitali e l’Unione energetica, un processo che dovrebbe concludersi prima delle prossime elezioni europee. Il dialogo infine sulla proposta di web tax elaborata dalla Commissione UE è stato avviato.

La seconda giornata del vertice, nel formato a 27 senza il Regno Unito, è iniziata con la discussione sui negoziati per la Brexit, in un clima questa volta decisamente positivo dopo il successo, ancorché parziale, registrato questa settimana per l’accordo di divorzio di Londra dall’Ue, pronto ormai all’80%, e l’intesa sul periodo di transizione, che stava a cuore ai britannici.

Nell’accordo di divorzio sembrano ormai risolte le due questioni fondamentali della garanzia dei diritti acquisiti dei cittadini Ue nel Regno Unito e di quelli britannici nell’Ue, e del regolamento delle pendenze finanziarie. Londra ha accettato di continuare a pagare non solo tutte le suo quote previste nel quadro di bilancio pluriennale 2014-2020, ma anche i propri contributi alle pensioni dei dipendenti britannici delle istituzioni europee fino al 2063.

Sono rimasti due nodi da sciogliere: da una parte la “governance” dell’accordo, per la risoluzione delle controversie, con il Regno Unito che vorrebbe limitare il ruolo della Corte europea di Giustizia solo ai diritti dei cittadini e all’accordo finanziario; dall’altra, la questione irlandese. In quest’ultimo caso un passo avanti c’è stato, perché Londra ha accettato formalmente l’approccio europeo che prevede una soluzione di default, nel caso in cui non si riesca a raggiungere un accordo migliore, consistente nell’allineamento delle regole del mercato nordirlandese a quelle del mercato unico Ue, in modo da evitare di reintrodurre una frontiera “dura” fra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord. Questo significa, però, che la frontiera verrebbe spostata nel Mare del Nord, fra l’Ulster e il resto del Regno Unito.

Inoltre, saranno adottate delle linee guida sul quadro degli accordi sulle relazioni future con Londra. In questo contesto, ci sono due grandi temi che saranno affrontati, seppur genericamente, in due allegati delle conclusioni del Vertice: l’aviazione civile e i servizi finanziari.

Per l’aviazione, si pensa a un partenariato con il Regno Unito che permetta ai suoi vettori di operare nell’Ue, anche per il cabotaggio. Per i servizi finanziari, l’idea di base è che i futuri rapporti siano basati sul principio equivalenza: l’Ue prende tutte le misure e le società finanziarie britanniche si impegnano a rispettarle per poter operare nel mercato unico europeo.

Chiuso il vertice a 27, la riunione dei leader è continuata fra i 19 membri dell’Eurozona, che discuteranno delle riforme dell’Unione monetaria. Anche qui, come per l’Unione bancaria, c’è uno stallo dovuto alla divisione fra Germania e paesi nordici, da una parte, che non vogliono sentir parlare di capacità di bilancio dell’Eurozona e di dispositivi europei per aiutare i paesi in crisi (meccanismi di stabilizzazione per gli shock asimmetrici, per esempio sussidi europei di disoccupazione), mentre dall’altra parte Italia, Francia, Spagna e Portogallo premono per questi meccanismi, e perché la loro attivazione sia automatica in caso di necessità.

La speranza di esenzione dei dazi sull’acciaio e sull’alluminio, nel frattempo, è diventata realtà. Il rappresentante del commercio americano, Robert Lighthizer, ha detto: “L’Unione europea, l’Australia, il Canada, il Messico, il Brasile, l’Argentina e la Corea del Sud per ora saranno esclusi dai dazi sull’alluminio e l’acciaio che Donald Trump si sta preparando a imporre”.

Durante la conferenza stampa al summit dell’UE, al presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, gli sono state rivolte diverse domande. Alla domanda rivoltagli in inglese se ha inviato un messaggio augurale a Putin per la rielezione, la risposta lapidaria è stata un secco no. Il primo tema che Tajani ha riportato del suo discorso è stata l’immigrazione: “L’Ue non può perdere ulteriore tempo per affrontare la questione immigrazione. Serve una politica europea che impedisca l’incrementarsi dei flussi nei prossimi anni”. Tajani ha ribadito la posizione dell’Europarlamento sull’asilo (“il Consiglio ora faccia la sua parte per la riforma di Dublino”) e ha dichiarato che “In Italia c’è allarme sociale in relazione alle pressioni migratorie. Occorre un piano Marshall per lo sviluppo sociale ed economico dell’Africa, dalla quale si generano i flussi. È un problema europeo  e l’Unione deve prendere posizioni concrete”.

Il Consiglio dell’UE, si è concluso prendendo posizione su importanti temi in discussione. Il percorso dell’integrazione è lungo e difficile, le intese sono importanti. Non bastano solo i piccoli passi, bisogna pensare anche ai grandi passi per raggiungere l’unità politica.

Superata la questione dei dazi con gli Usa, si è aperta la crisi diplomatica con la Russia.

Salvatore Rondello

Ema, da Europarlamento sì condizionato a Amsterdam 

EuroparlamentoIl Parlamento europeo ha approvato oggi la normativa che autorizza il trasferimento dell’Agenzia  europea per i medicinali (Ema) da Londra ad Amsterdam, in seguito  alla cosiddetta “Brexit”, ovvero l’uscita della Gran Bretagna  dall’Unione Europea.

Riuniti in sessione plenaria, gli  eurodeputati hanno tuttavia esortato la Commissione europea e le  autorità olandesi affinché siano rispettate le scadenze per la  consegna degli edifici adibiti alla nuova sede di Ema, al fine di  consentire all’Agenzia di trasferirsi nella sede temporanea entro  il primo gennaio 2019 e nella nuova sede permanente entro il 16  novembre 2019. La risoluzione e’ stata approvata con 507 voti in  favore, 112 voti contrari e 37 astensioni.

L’Europarlamento europeo ha chiesto inoltre al Consiglio e  alla Commissione di essere incluso nel processo di decisione  sull’assegnazione delle agenzie Ue dando così il via libera al  cosiddetto “trilogo”. I deputati avvieranno ora negoziati  informali a tre (“trilogo”) con la presidenza del Consiglio e con  la Commissione, al fine di raggiungere un accordo in prima  lettura sulla nuova sede dell’Ema.

Nei mesi scorsi Milano si è giocata con  Amsterdam un “testa a testa” per ottenere la sede dell’agenzia  Ue,  assegnata lo scorso novembre alla città olandese tramite un  controverso metodo di sorteggio.  Polemiche sono inoltre sorte  sulla non idoneitaà da parte di Amsterdam a ospitare la nuova  sede di Ema.  A questo proposito, preoccupazione è stata  espressa oggi da Giovanni La Via (Ppe), sul “rischio di ritardi  nella costruzione del nuovo edificio Vivaldi ad Amsterdam, che  potrebbe causare un deterioramento del flusso di lavoro  dell’agenzia, che è proprio quello che vogliamo evitare”.

“Abbiamo aggiunto delle condizioni al testo legislativo –  evidenzia La Via, relatore di un emendamento condiviso da  molteplici gruppi dell’Europarlamento -, al fine di evidenziare i  termini di consegna da rispettare e stabilire l’obbligo per la  Commissione e le autorità olandesi di riferire ogni tre mesi  sullo stato di avanzamento dei lavori di adeguamento e  costruzione dell’edificio”. Gli “Stati membri non dovrebbero  aspettarsi che il Parlamento europeo si limiti ad approvare  automaticamente le loro decisioni – conclude La Via -.  Ci rammarichiamo che il suo ruolo di co-legislatore non sia stato  rispettato, ed è per questo motivo che desideriamo che la  decisione sia presa in sede di trilogo, nel quadro della  procedura di codecisione”.

“Con il voto di oggi – aggiunge l’eurodeputata Pina Picierno  – il Parlamento europeo ha confermato l’assoluta inadeguatezza del metodo di assegnazione all’Ema ma non mette in discussione la scelta fatta tramite quello stesso metodo. E’ come se si accettasse il risultato, pur sapendo che si trattava di una partita falsata”.

Skripal. La crisi diplomatica che non spaventa Mosca

lavrovLa Russia torna al centro dello scontro internazionale come ai tempi della guerra fredda. Da un lato i Paesi occidentali capeggiati da Gran Bretagna, Francia e Germania con il supporto degli Stati Uniti e la Nato, dall’altro la Russia e in mezzo un caso che ricorda i film di spionaggio o fatti di un Kgb di prima della Caduta del Muro di Berlino.
L’ex spia russa Sergei Skripal e sua figlia Yulia sono in fin di vita dopo aver mangiato in un ristorante italiano a Salisbury. Tra le ipotesi più accreditate è che l’avvelenamento sia avvenuto vaporizzando l’agente nervino nelle loro vicinanze oppure inserendolo nel cibo o nelle bevande che hanno ingerito. Un’altra pista, anche’essa al vaglio degli inquirenti, è collegata al viaggio della figlia di Skripal, arrivata nel Regno Unito da Mosca la scorsa settimana portando un “regalo offerto da alcuni amici”, che potrebbe essere stato il vettore con il quale l’agente nervino è stato introdotto nel Paese.
I due sarebbero stati avvelenati da un agente nervino, sostanza chimica che agisce sul sistema nervoso e che è stata utilizzata per assassinare il fratellastro di Kim Jong-Un all’aeroporto di Kuala Lumpur in Malesia a febbraio del 2017.
La premier britannica, Theresa May, è arrivata oggi a Salisbury per incontrare le autorità e la cittadinanza e visitare i luoghi dell’attacco con agente nervino condotto il 4 marzo contro l’ex spia russa Serghei Skripal e sua figlia Yulia per la prima volta dopo l’accaduto. La vicenda ha sconvolto il Regno Unito, al fianco del quale si sono schierati Usa, Francia e Germania che con Londra hanno sottoscritto una dichiarazione a quattro che punta il dito contro Mosca per l’attacco chimico di Salisbury contro l’ex spia russa. I leader alleati, aggiornati da Londra, condividono il punto di vista secondo cui “la mancata risposta della Russia alle legittime richieste del Regno ne sottolinea la responsabilità”. I 4 condannano poi quello che definiscono “il primo attacco con agente nervino in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale”. Gli alleati sollecitano quindi Mosca a “fornire una piena e completa illustrazione del programma Novichok all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac)”. Denunciano infine più in generale come “irresponsabile” il comportamento recente del Cremlino, ma si appellano comunque alle “responsabilità della Russia come membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu per garantire la pace e la sicurezza internazionali”.
Mosca non sembra affatto turbata e dopo la risposta del ministro Lavrov che ha rigettato le accuse e ha ricordato con piglio a Londra: “Bisognerebbe ricordarsi che l’era del colonialismo è da molto tempo una cosa del passato”, arriva la risposta anche della portavoce del ministero degli esteri russo Maria Zakharova che ha commentato con parole di fuoco le dichiarazioni della premier britannica Teresa May, che ha detto che il capo della diplomazia russa Sergey Lavrov “non è all’altezza del suo incarico”. “Theresa, Lavrov è un ministro russo, non britannico. E i giudizi su di lui li può esprimere soltanto il presidente della Russia. Io capisco che le piacerebbe pensare altrimenti. Ma il suo ministro è Boris Johnson” ha dichiarato Zakharova su Facebook. Per tutta risposta l’Inghilterra ha decretato l’espulsione entro una settimana di 23 diplomatici russi dal Regno; restrizioni per funzionari e cittadini sospetti di uno Stato ormai bollato come “ostile”; controlli più stringenti e potenziali sanzioni sui patrimoni trasferiti oltre Manica da politici “corrotti” od oligarchi del business considerati vicini a Vladimir Putin; interruzione dei rapporti governativi d’alto livello; boicottaggio dei Mondiali di Russia 2018 da parte di delegazioni ufficiali e principi reali. Di rimando il ministro degli esteri Lavrov fa sapere che espellerà presto diplomatici britannici.
Non è la prima volta che la Gran Bretagna è protagonista di una ritorsione e di un avvelenamento contro ex agenti di quella che era la Gran Madre Russia. Anche Aleksandr Litvinenko 43enne ex-collonnello del Kgb fu avvelenato e morì in un ospedale londinese in cui era ricoverato da una settimana. Allora nessun colpevole fu riconosciuto, come anche il veleno che venne utilizzato. Anche se l’ex-agente del Kgb, Oleg Gordievksij dichiarò: “Soltanto i servizi segreti sono in possesso di veleni così micidiali e così difficili non solo da curare ma anche da individuare. Questa è la fine che fanno i nemici di Putin”.
Ma stavolta Londra sembra sicura e al suo fianco si è anche schierata la Nato, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg afferma: “L’attacco con l’agente nervino è uno dei più tossici mai sviluppati” dalla Russia, è “l’uso più offensivo mai fatto sul territorio di un Paese dell’Alleanza dalla fondazione della Nato”. Per la Casa Bianca quest’ultima azione “rientra in un quadro di comportamento in cui la Russia disprezza l’ordine internazionale, mina la sovranità e la sicurezza di altri Paesi e tenta di sovvertire e screditare le istituzioni e il processo democratico occidentale”.
Sia la Nato sia Washington concordano nel sostenere che questa sia solo un altro limite violato da Mosca che continua a sovvertire l’ordine internazionale dopo l’annessione della Crimea.
Il ministro degli Esteri minimizza sulle conseguenza e anzi afferma che le mosse di Londra contro la Russia possono essere spiegate dalla “complicata situazione” in cui si trova il governo britannico, che “non è in grado” di mantenere le promesse sulla Brexit. “Mi pare ovvio” che le scelte di Londra “riflettono la disperazione del governo britannico poiché non è in grado di rispettare le promesse fatte sull’uscita dall’Unione Europea”, dice Serghei Lavrov citato dalla Tass.
Lo stesso presidente Putin non ha cercato di conciliare un’intesa con il Regno di Sua Maestà, nonostante incombano nuove sanzioni per la Crimea e ci siano tutte le premesse per una ritorsione americana dopo il Russiagate.
In realtà Mosca sa che può ancora tirare per la sua strada, così come aveva fatto dopo le sanzioni europee, anche perché la May non ha annunciato restrizioni all’import di gas russo né accennato all’intenzione di chiedere l’esclusione delle banche russe dal sistema Swift che lega i trasferimenti internazionali. Così come sono stati risparmiati Abramovich proprietario e principale azionista del Chelsea, Usmanov dell’Arsenal e Shuvalov vice primo ministro. Oligarchi che se venissero sanzionati risponderebbero all’interesse russo di far tornare in patria numerosi capitali e investimenti, cosa che è riuscita grazie alle sanzioni. Inoltre il Presidente sempre popolare e amato dai russi si ritrova davanti alle prossime elezioni e un nuovo caso in cui “il capro espiatorio è sempre la Russia” può solo far comodo.

Le incerte conseguenze sul “divorzio” della Gran Bretagna dalla Ue

brexitDopo il referendum del 23 giugno del 2016 e la formale notifica da parte della Gran Bretagna dell’intenzione di abbandonare l’Unione Europea (UE), stanno concretizzandosi gli accordi volti a definire le modalità del recesso, nonché le basi giuridiche che dovranno regolare i futuri rapporti tra Regno Unito e UE.

Di recente, nel dicembre del 2017, il Consiglio europeo, ha esaminato gli ultimi sviluppi dei negoziati sulla Brexit, valutando positivamente i progressi compiuti dai negoziati. Su tale base si è deciso di approvare le direttive per passare alla seconda fase dei negoziati, in cui saranno avviate le trattative anche riguardo al periodo di transizione e alle future relazioni.

Secondo l’accordo raggiunto, il costo del “divorzio” dovrebbe ammontare, per la Gran Bretagna, a circa 50 miliardi di euro; a parere di molti osservatori, si tratterebbe di un passo in avanti per il debole governo britannico, anche se esso dovrà affrontare l’opposizione, all’interno del Regno Unito, di chi lamenterà il pagamento della somma convenuta; ad opporsi saranno soprattutto i laburisti, per via del possibile impatto negativo della Brexit su diversi comparti produttivi dell’economia. Restano in ogni caso ancora da dirimere le altre due questioni preliminari (i diritti dei cittadini UE residenti nel Regno e i confini fra l’Eire e l’Irlanda del Nord) prima di poter passare alla seconda fase del negoziato sulla Brexit, quello riguardante, tra l’altro, le future relazioni commerciali.

L’abbandono di una “hard Brexit” (come si sosteneva dovesse avvenire il distacco della Gran Bretagna dall’UE all’indomani del referendum) in pro di una più plausibile “soft Brexit”, a parere di Stefano Civitarese Matteucci, docente di Diritto amministrativi pressi l’Università di Chieti-Pescara, in “Brexit: la fine dell’Europa o la fine del Regno Unito?” (Istituzioni del federalismo, numero speciale/2016), è dovuto al fatto che le elezioni politiche dell’8 giugno del 2016 hanno notevolmente indebolito il Governo di Theresa May; ciò ha consentito ai laburisti di sostenere la necessità che i negoziati siano improntati ad una strategia flessibile, con una fase transitoria sufficientemente lunga, per pervenire, dopo la fine dei negoziati, a stabilire convenienti relazioni economiche col mercato interno dell’UE e regolare convenientemente i diritti dei cittadini dei Paesi europei residenti da tempo in Gran Bretagna.

Questa preoccupazione è stata fatta propria da Theresa May, come dimostra il fatto che, nel suo discorso di Firenze del 22 settembre del 2017, rivolgendosi ai Paesi europei ha annunciato d’essere favorevole ad accettare, a negoziati conclusi, un periodo transitorio di circa due anni e ad osservare le regole comunitarie per consentire a cittadini e imprese extrabritannici di “entrare gradatamente e senza traumi nel nuovo regime”. In ogni caso, nell’incertezza di quello che sarà il nuovo regime, i maggiori interrogativi, in assenza di una chiara strategia per condurre la Gran Bretagna fuori dall’UE, riguardano, a parere di Matteucci, da un lato, la condotta dei negoziati con le istituzioni europee, e dall’altro lato, le conseguenze di carattere giuridico e amministrativo sull’ordinamento interno al Regno Unito, dopo 45 anni di appartenenza all’Unione.

Riguardo ai negoziati, la posizione dell’UE è stata indicata dalle linee guida fissate dal Consiglio europeo del 29 aprile del 2017; il processo di negoziazione deve svolgersi in due fasi distinte: la prima, per definire le modalità con cui deve avvenire il recesso; la seconda, per stabilire come regolare i futuri rapporti tra Regno Unito e la UE; ciò perché, il Consiglio ha ritenuto che l’accordo sui rapporti futuri possa essere definito “solo quando il Regno Unito sarà diventato un Paese terzo”. La posizione del Regno Unito su questo problema risultava all’origine alquanto diversa, nel senso che recesso e rapporti futuri avrebbero dovuto essere disciplinati congiuntamente, in quanto considerati strettamente interconnessi, in relazione soprattutto alle questioni concernenti il debito del Regno Unito verso la UE, i diritti dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna e la soluzione del problema dei rapporti tra le due Irlande. Si tratta di problemi complessi per la Gran Bretagna, riguardo ai quali si registrano posizioni diverse, non solo all’interno del partito conservatore, ma anche tra quest’ultimo e il partito laburista.

La questione del debito deve essere risolta tenendo conto del fatto che la programmazione finanziaria dell’Unione è basata su un bilancio settennale e che quello in corso è relativo al periodo che va dal 2014 al 2020; rispetto ad ogni bilancio settennale, sono stabiliti i programmi europei, in armonia con i versamenti dei contributi degli Stati nell’arco del settennio. Il recesso del Regno Unito, perciò, è destinato a creare uno scompenso nell’equilibrio raggiunto nei rapporti tra tutti gli altri Stati membri; al fine di evitare tale scompenso, il Regno Unito dovrà onorare la sua posizione debitoria verso l’UE sino al 2020 e, inoltre, farsi carico – afferma Matteucci – dei costi relativi all’attuazione di programmi “il cui orizzonte temporale travalichi il 2020”. Di fronte alla previsione che il debito potesse ammontare a 100 miliardi di euro, secondo l’accordo raggiunto nel dicembre scorso, la Gran Bretagna dovrebbe saldarlo versando all’Europa la metà della somma prevista.

Riguardo ai diritti dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna, dalla posizione iniziale del Regno che sembrava prospettare la perdita della cittadinanza europea da parte dei residenti non britannici, si è passati ad una posizione conciliante, come risulta dal discorso che la premier britannica ha tenuto a Firenze nel settembre dello scorso anno. Sul punto, Theresa May ha dichiarato di voler adottare nell’accordo di recesso una clausola sulla protezione giuridica per i cittadini dei Paesi dell’Unione residenti in Gran Bretagna, affermando, tra l’altro, di voler inserire la clausola sulla protezione nell’ordinamento britannico, in modo da assicurare che i giudici, in caso di eventuali controversie, possano fare riferimento diretto alla clausola di salvaguardia dei diritti dei cittadini residenti non britannici. Tale atteggiamento viene valutato positivamente dai negoziatori dell’UE, considerando, come sottolinea Matteucci, che, insieme al controllo dell’immigrazione, il più ricorrente bersaglio dei sostenitori della Brexit era la “soggezione alle corti europee quale principale vulnus alla sovranità nazionale”.

Riguardo ai rapporti tra le due Irlande, sarebbero stati fatti notevoli progressi; secondo i giornali inglesi, il governo britannico dovrebbe devolvere all’Irlanda del Nord poteri sufficienti al fine di favorire un’armonizzazione doganale per i prodotti agricoli ed energetici. Circa la devoluzione dei poteri di armonizzazione, il governo britannico si troverà a doversi scontrare con il partito irlandese di destra, il Democratic Unionist Party, che si oppone a qualsiasi differenziazione dello status esistente tra Ulster ed Eire, temendo che l’omogeneizzazione possa essere il presupposto della riunificazione dell’Isola irlandese; non casualmente, il leader unionista Arlene Foster non manca di ribadire che non possono esservi accordi tali da compromettere l’integrità del mercato unico del Regno Unito.

Per quanto riguarda le difficoltà che il problema dei rapporti tra Ulster ed Eire continuerà a presentare per il governo inglese, nel discorso di Firenze della premier May non sono state formulate indicazioni come rimuoverle; sul punto, Matteucci, riportando il parere di Peter Leyland, docente di Public law presso l’Università di Londra, afferma che il processo di devoluzione all’Irlanda del Nord dei poteri per l’armonizzazione doganale, dovendosi articolare in accordi sopranazionali che coinvolgeranno “la Repubblica d’Irlanda a loro volta fondati sulla comune qualità di Stati membri UE di ques’ultima e del regno Unito”, presenta l’insidia di destabilizzare gli accordi di pace del Venerdì santo e il “North Ireland Act” del 1998; un vero ostacolo per la Gran Bretagna nella prosecuzione dei negoziati, posto che l’UE, conscia della criticità dell’argomento, resta ferma nell’attesa di una proposta concreta per risolvere il problema da parte del Regno Unito.

Circa le conseguenze di carattere giuridico e amministrativo del recesso sull’ordinamento interno al Regno Unito, Matteucci, sempre sulla scorta del parere di Leylend, sottolinea la “complessità del processo occorrente per ‘districare’ l’ordinamento britannico da quello europeo”, a causa dell’esistenza in quest’ultimo sia “relazioni complesse tra livelli di governo tanto infra – quanto sovra-statuali sia relazioni orizzontali tra settore pubblico e settore privato”. La conseguenza della complessità del problema vale ad evidenziare che “rimpatriare” il potere normativo, al fine di poter intervenire in via unilaterale su tale sistema, è operazione destinata a rivelarsi “molto delicata e probabilmente velleitaria”.

L’idea originaria di disciplinare il recesso sulla base di un disegno di legge, denominato dai sostenitori della Brexit “disegno della grande abrogazione” (great repeal bill), oggi è riproposta con la denominazione meno aggressiva di “disegno di legge sul recesso” (withdrawal bill), con l’intento di associare “alla abrogazione della legge del 1972 di adesione alla Comunità Europea, una clausola di incorporazione di tutta la normativa UE nell’ordinamento giuridico del Regno Unito”. Si tratterebbe – afferma Matteucci – di “una sorta di ‘naturalizzazione’ del diritto europeo nel ‘libro delle leggi’ britannico”, con la precisazione che la “legislazione post-Brexit avrà forza abrogativa […] su quella dell’UE incorporata, ma che in caso di conflitto tra una norma UE incorporata e una pre-Brexit puramente domestica la prima continuerà a dover essere applicata”.

Tra le norme che dovrebbero essere incorporate nell’ordinamento del Regno Unito vi sono anche quelle create dalla Corte di Giustizia Europea, che siano state adottare prima dell’”exit day”; il problema che insorgerà, a questo riguardo, sarà quello del ruolo dei giudici britannici, sia circa l’interpretazione del diritto europeo, sia per quanto concerne il loro rapporto con la Corte di Giustizia. Se si considera che la giurisdizione della Corte ha a che fare con la tutela dei cittadini dei Paesi europei residenti in Gran Bretagna, è facile capite come l’incorporazione delle decisioni della Corte nell’ordinamento del Regno Unito sia destinata ad originare un ulteriore ostacolo per il governo inglese nella prosecuzione dei negoziati con l’UE.

Matteucci conclude la sua analisi delle problematiche insite nel processo di recesso della Gran Bretagna dell’Unione europea, giudicandole, secondo una prospettiva più ampia, di difficile soluzione, al punto da configurarle come l’origine della “fine del processo di integrazione europea”; ciò perché le difficoltà opposte dalla soluzione di tali problematiche può essere vista come crisi giuridico-costituzionale dell’equilibrio tra le ragioni dell’Unione e il riconoscimento del ruolo delle entità nazionali, compreso il sistema della autonomie locali, quale viene sancito dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).

Qust’ultimo Trattato è, accanto a quello costitutivo dell’Unione Europea (TUE), uno dei Trattati fondamentali dell’Unione. Assieme costituiscono le basi fondamentali del diritto nel sistema politico dell’UE; per questo motivo, essi vengono anche indicati come “diritto costituzionale europeo”. Il TFUE svolge quindi una funzione di completamento e rappresenta la concretizzazione dei principi espressi nel TUE. Il tentativo di fusione del TUE con il TFUE, che in un primo momento era stato pianificato in modo da dare all’UE una costituzione, è fallito nel 2005, con gli esiti negativi dei referenda della Francia e dei Paesi Bassi. Le difficoltà con le quali si scontreranno i negoziatori per il recesso del Regno Unito dall’UE sono certamente il sintomo dell’incapacità dell’Unione di darsi una Costituzione, in mancanza della quale diventa plausibile ipotizzare, secondo Matteucci, la possibile fine del processo di integrazione politica dell’Europa.

Tuttavia, lo shock causato dal referendum che ha condotto il Regni Unito a recedere dall’Europa sembra aver dato una scossa ai principali Stati membri, motivandoli a cercare il modo in cui uscire dall’empasse nel quale da tempo si è incagliato il processo di unificazione politica; non solo, lo shock sembra aver fornito, all’interno dei principali Stati membri (ieri in Francia, oggi in Germania e domani, è auspicabile, anche in Italia), le ragioni per indurre le forze politiche europeiste a trovare gli accordi utili ad evitare il pericolo, reale, che le coiddette forze sovraniste, xenofobe ed antieuropee, possano riscuotere il necessario consenso elettorale per accedere al governo, complicando la situazione politica all’interno di quei Paesi che, come l’Italia, non si sono ancora ripresi del tutto dagli esiti della Grande recessione.

Gianfranco Sabattini

May: “Con la Brexit fine della libertà di movimento”

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Quando la Brexit sarà definitiva e “quando recupereremo il controllo delle nostre frontiere, la libertà di movimento delle persone è destinata a finire”. E ancora: “La giurisdizione della Corte europea sulla Gran Bretagna deve finire quando la Brexit sarà definitiva. Così la premier Theresa May nel suo discorso sul futuro delle relazioni con l’Ue. May ha quindi evocato la necessità di un “meccanismo indipendente d’arbitrato”, un organismo terzo, poiché non può essere la corte “di una delle parti” a dirimere future dispute commerciali

Per Theresa May un accordo con Bruxelles sulla Brexit dovrà prevedere che i casi pendenti che coinvolgono l’Unione siano giudicati nei tribunali britannici. Tuttavia, ha spiegato la premier, quando opportuno, la magistratura britannica terrà conto delle sentenze delle corti dell’Ue, così come fa per le giurisprudenze degli altri Paesi. La constatazione è che nell’accordo finale sulla Brexit, né la Gran Bretagna né l’Ue “potranno ottenere esattamente tutto ciò che vogliono”, ha riconosciuto la premier britannica.

“Come primo ministro di tutta la Gran Bretagna – ha aggiunto – non lascerò che la Brexit cancelli gli storici progressi in Irlanda del Nord, né permetterò che niente danneggi l’integrità della nostra preziosa Unione”. “Siamo sempre stati chiari, non vogliamo tornare a un confine rigido in Irlanda, abbiamo escluso ogni infrastruttura fisica al confine e i relativi controlli”, ha aggiunto.

Infine May ha elencato i 5 punti su cui basare il negoziato. “Rispettare il risultato del referendum, raggiungere una soluzione durevole, proteggere occupazione e sicurezza, essere coerente con il tipo di Paese che vogliamo essere e rafforzare la nostra unione”. Si attende ora la risposta da parte dell’Unione europea.