NESSUNA INTESA

gentiloni tusk

“Non siamo a un’intesa e neppure alla vigilia di un’intesa” sulla riforma delle regole di Dublino: così il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni al termine del Vertice Ue, sottolineando come sulla questione della ricollocazione dei migranti resti “un’indisponibilità a nostro avviso inaccettabile di alcuni Paesi, in particolare i Visegrad, a rispettare le decisioni prese”.

Posizione, quella dell’Italia, condivisa dalla Germania (“non posso accettare che ci sia solidarietà in molte aree ma in altre no” ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel) mentre secondo il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk “la questione delle quote obbligatorie resta contenziosa anche se la temperatura è scesa significativamente”. In precedenza, il premier Gentiloni aveva sottolineato come si sia registrato un “passo avanti su quella che viene definita la dimensione esterna, cioè il rapporto tra flussi migratori che attraversano il Mediterraneo e l’azione dell’Unione europea. Credo che l’iniziativa italiana di questi mesi sia stata apprezzata in modo molto rilevante, ed è importante che sia apprezzata dai leader dei governi dei più diversi orientamenti”. Però, avverte il presidente del Consiglio, “c’è uno scoglio nella nostra discussione, in quella che si definisce la dimensione interna: le regole di Dublino, i confini interni tra i Paesi europei. Su questo non siamo riusciti in questa lunga riunione a superare le resistenze dei Paesi del gruppo di Visegrad, che rifiutano la decisione che pure è stata presa di obbligatorietà delle quote: la mia speranza è che i successi nella lotta al traffico di esseri umani e quindi la riduzione dei flussi irregolari rendano il clima sulla discussione delle regole interne più semplice”.

“Non ci siamo ancora – aggiunge il premier – è un lavoro che deve proseguire e che non possiamo tradurre in un avallo alla posizione di chi non vuole applicare le regole europee: aperture a considerare un optional le regole europee sulla rilocation dei migranti non sono condivise dall’Unione europea”.

“L’obiettivo – ha aggiunto Gentiloni – deve essere quello di raggiungere un consenso, proprio la vicenda delle rilocation ci dimostra che non sempre le decisioni prese senza consenso vengono rispettate: considero un’arma estrema quella di ricorrere a un voto di maggioranza. L’Italia deve fare, come credo faranno la Francia e la Germania, ogni possibile sforzo per arrivare a una soluzione consensuale e bisogna provare a farlo entro quest’anno, facendo un passo avanti a giugno ed arrivando a concludere entro la fine dell’anno”. Se resta lo stallo sulla questione migranti, nel corso del Vertice invece i leader dei 27 hanno dato l’ok a passare alla seconda fase dei negoziati sulla Brexit: due anni di transizione, durante i quali resteranno in vigore tutte le norme dell’Unione europea. Per la premier britannica Theresa May si tratta di un “passo importante sulla strada per realizzare una Brexit liscia e ordinata”. “Credo che nessuno nasconda che la seconda fase che inizia adesso sarà molto complicata” ha detto invece Gentiloni, aggiungendo che pur essendo stata apprezzata la buona volontà del governo britannico “la fase di transizione non sarà un regalo alla controparte”.

Redazione Avanti!

AVANTI PIANO

Bandiera gb ueLondra e Bruxelles sono più vicine a un accordo sulla prima fase del negoziato per la Brexit. Lo conferma il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, dicendosi “incoraggiato dai progressi” fatti e riferendo che l’accordo sul confine irlandese, il “costo del divorzio” e i diritti dei cittadini è “sempre più vicino”. Infatti dopo le ultime concessioni di Theresa May sull’Irlanda del Nord, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha detto che UE e Regno Unito sono “più vicini” a un accordo che permetta al Vertice di dicembre di dire che ci sono progressi sufficienti per passare alla seconda fase dei negoziati.

Tusk ha spiegato di aver avuto una conversazione telefonica con il premier irlandese, Leo Varadkar, sui progressi nei negoziati Brexit sulla questione della frontiera tra Irlanda e Irlanda del Nord. In vista del Vertice europeo del 14 e 15 dicembre “siamo più vicini a progressi sufficienti”, ha scritto Tusk sul suo account Twitter. Secondo diverse indiscrezioni, il premier britannico, Theresa May, avrebbe concesso uno status speciale per l’Irlanda del Nord per evitare il ritorno di una frontiera fisica con un “allineamento” in termini di regolamentazione al mercato unico e all’unione doganale dell’Ue.

Il governo britannico però non ha intenzione di accettare per l’Irlanda del Nord “un allineamento” post Brexit alla normativa Ue che si traduca di fatto in una permanenza nel mercato unico e nell’unione doganale: soluzione che garantirebbe i confini aperti alle merci con Dublino, ma rischierebbe di creare una barriera con il resto del Regno. Lo afferma alla Bbc una fonte del Dup, il partito unionista nordirlandese il cui sostegno è vitale per garantire la maggioranza al gabinetto di Theresa May.

La formulazione, ha riferito un funzionario di alto livello al Financial Times, verrebbe incontro alle preoccupazioni di Dublino riguardo al ripristino di barriere fisiche lungo il confine tra le due Irlande e non ha trovato opposizione da parte di Londra. L’accordo è stato concluso pochi minuti prima che la premier britannica Theresa May incontrasse il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker per un colloquio cruciale per il proseguimento dei negoziati per la Brexit.

La notizia ha anche spinto in alto la sterlina, che era apparsa debole sulle borse asiatiche e nelle prime contrattazioni in Europa. La sterlina infatti si rafforza e viaggia a 1,3506 dollari dopo aver toccato un massimo di seduta a 1,3539 dollari e si apprezza a 87,66 pence per euro, rivedendo i livelli di fine ottobre.

Redazione Avanti!

Brexit: “Fatti progressi, ma ancora non sufficienti”

Europarlamento

I mercati reagiscono con cautela sulla piazza di Londra, mentre la sterlina vola di fronte alla prospettiva d’un accordo sul conto di divorzio fra Londra e Bruxelles, da 50 miliardi di euro o giù di lì, e d’una possibile prima schiarita nei negoziati sulla Brexit. Ma nel mondo politico britannico partono già siluri incrociati contro il governo Tory di Theresa May, destinata a finire sotto il fuoco sia dei filo-Ue, sia degli euroscettici.

Fra i primi si fa sentire subito Tom Brake, responsabile del dossier Brexit per i LibDem, secondo il quale “45 miliardi di sterline saranno il prezzo che il Paese dovrà pagare per colpa dei ministri (brexiteers) Johnson e Gove e la loro illusoria visione di un nuovo Impero Britannico post Brexit”. Parole a cui fanno eco diversi deputati laburisti, sullo sfondo delle prime interpellanze “urgenti” nei confronti del governo ai Comuni, o ancora i messaggi di Open Britain, combattiva piattaforma che raduna sostenitori di ‘Remain’ sconfitti al referendum del giugno 2016. La sintesi di Jonathan Freedland, commentatore liberal del Guardian, è che alla fine della fiera si tratterà di “un imperdonabile spreco di denaro” pubblico per il Regno.

Considerazione che, per ragioni opposte, fa peraltro pure l’ex leader euroscettico dell’Ukip Nigel Farage, definendo “una svendita del tutto inaccettabile” il versamento di “una somma di tale entità in cambio di nient’altro che d’una promessa senza garanzie di una soluzione decente” futura sulle relazioni commerciali. “Io ho sempre detto che nessun accordo era meglio di un cattivo accordo – insiste Farage, invocando l’abbandono del negoziato – e questo, non sbagliamoci, è un cattivo accordo: anzi, non è neppure un accordo”. Per l’Ue, è la conclusione polemica di Farage, “Natale sta arrivando in anticipo”.

E mentre il commissario Ue all’Agricoltura, l’irlandese Phil Hogan, risponendo alle domande dei giornalisti afferma che “così come ci sono stati movimenti in queste ultime 24 ore sulla questione del regolamento finanziario, nei prossimi giorni qualcosa si muoverà anche sulla questione delle frontiere irlandesi”, l’Europarlamento chiede a Barnier, “dei progressi supplementari” sulla Brexit. In una lettera a Michel Barnier, capo-negoziatore per l’Unione Europea sulla Brexit, i leader del Parlamento europeo infatti affermano che nei negoziati con il Regno Unito ci sono stati progressi, ma non sufficienti per decidere di passare alla seconda fase sulle relazioni future e il periodo transitorio. Nella lettera firmata dal coordinatore per la Brexit dell’Assemblea di Strasburgo, Guy Verhofstadt, l’Europarlamento sottolinea che i progressi non sono sufficienti né sui diritti dei cittadini, né sulla frontiera tra Repubblica di Irlanda e Irlanda del Nord.

Luigi Grassi

Brexit. Davis avverte: “Possiamo uscire senza accordo”

david davisDopo mesi di stallo e di frustrazioni per il divorzio tra l’Europa e la Gran Bretagna ora a smuovere le acque ci pensa il ministro britannico per la Brexit, David Davis, che pur restando fiducioso sull’intesa con Bruxelles ribadisce la determinazione di Londra a lasciare il blocco dei 28. “Raggiungere un accordo con l‘Unione europea è di gran lunga l‘esito più probabile e il migliore per il nostro Paese”, ha detto Davis, ma ha aggiunto: “Non penso sarebbe nell‘interesse di entrambe le parti non raggiungere un accordo. Ma è giusto che un governo responsabile faccia dei piani per ogni eventualità”. L’avvertimento di Davis arriva dopo che il governo di Theresa May avrebbe accettato anche di mettere una cifra più alta del previsto (circa 40 miliardi di sterline) sul piatto dei negoziati con Bruxelles per la Brexit.
Il punto di disaccordo è ancora una volta ‘la buona uscita’ che i 28 vogliono dal Regno Unito che da parte sua vuole garanzie sul piano commerciale: la Gran Bretagna vuole che i colloqui affrontino il tema delle future relazioni commerciali con l‘Ue mentre quest‘ultima non intende valutare la questione fin quando Londra non accetterà di regolare le cifre dovute a Bruxelles. La Gran Bretagna ha precedentemente offerto circa 20 miliardi di euro (18 miliardi di sterline), ma l’UE vuole almeno 60 miliardi di euro (53 miliardi di sterline).
E mentre Davis sostiene di essere “inequivocabilmente” alla ricerca di un accordo, fa sapere che la Gran Bretagna è anche pronta a far fallire i colloqui. Da parte del negoziatore europeo Michel Barnier si sente l’esigenza di sbloccare una situazione ai limiti della sopportazione. Tanto che Barnier ha anche canzonato la May, lunedì, sullo slogan con cui la Premier inglese aveva chiarito la sua posizione sull’uscita: “Brexit means Brexit”. Così ha ripetuto Barnier: “Proprio quelli che vogliono ‘liberare’ il Regno Unito ora sostengono che dovrebbe conservare un ruolo in alcune delle agenzie europee. […] L’Europa a 27 continuerà a portare avanti il lavoro di queste agenzie, insieme, condividendo i costi di mantenimento. Le nostre imprese continueranno a trarre beneficio dalle competenze create. Il loro lavoro è interamente basato su quei trattati europei che il Regno Unito ha deciso di abbandonare”.

Pesco, la Difesa europea diventa realtà

pescoLunedì 13 novembre, da 23 Paesi dell’Unione Europea, è stato firmata la richiesta di aderire alla Cooperazione Strutturata Permanente sulla Difesa. In gergo comunitario, PeSCo. Prevista dal Trattato di Lisbona del 2007 (entrato in vigore nel 2009), era praticamente “una bella addormentata nel bosco” (Juncker). Macron, nella primavera di quest’anno, è tornato con enfasi a parlare di Esercito europeo. La questione era sostanzialmente ferma dal 2009 per due motivi: la forte opposizione britannica al progetto di una difesa unica europea e la presenza, oramai storica, dell’ombrello NATO e la consuetudine alla collaborazione in tema di difesa, da parte degli europei, sotto questa veste.

Scenario mutato. Con la Brexit , esce di scena il paese che ha maggiormente lottato per il mantenimento della sovranità militare in ambito nazionale. Poi, Trump è entrato in scena mostrando insofferenza per la spesa NATO, giudicata eccessiva e soprattutto sulle spalle degli americani. Chiaro e tondo, ha detto agli europei: “Impegnatevi di più”. Inoltre, anche l’ascesa della potenza militare russa, la sua non nascosta ambizione di egemonia sullo scenario mondiale, pone serie riflessioni all’Europa. Anche in termini d’immagine e rappresentatività, quando si tratta di strutturare e partecipare a interventi regolatori e pacificatori ( ora le guerre striscianti si chiamano così), è sembrata più un’Armata Brancaleone che una Comunità.

Pesco o non pesco. Non hanno aderito a Pesco : Malta, Irlanda, Danimarca, Portogallo e …Regno Unito (al momento è ancora parte della UE). Formalmente Pesco diventa realtà dopo l’approvazione a maggioranza qualificata da parte del Consiglio Affari Esteri UE, il voto è previsto per il prossimo 11 dicembre. Il processo decisionale si muoverà su due livelli: quello complessivo, che coinvolgerà il Consiglio, e in cui le decisioni saranno prese all’unanimità tra i Paesi partecipanti alla Pesco; e poi un livello specifico, all’interno di singoli progetti, a livello dei paesi che vi parteciperanno. L’obiettivo di Pesco è proprio la partecipazione a progetti di ottimizzazione delle risorse e di raggiungimento di una maggiore efficacia. Anche pianificare il coordinamento delle forze militari degli Stati membri impegnati in territori extra UE. Teniamo conto che la Commissione UE ha già istituito un Fondo Europeo per la Difesa. Mancano politiche e organizzazione, strutture di coordinamento. Ecco quindi i primi passi, anche se, come per le politiche monetarie ed economiche, c’è sempre questa timidezza di fondo: si parte prima dall’organizzazione, dai tecnici e la politica dà l’impressione di tentennare, di aspettare per vedere cosa ne salterà fuori. Per ora, il processo decisionale sia sui progetti che sulle strategie rimane in capo ai singoli governi degli Stai membri.

I vantaggi di una Difesa europea. La questione di fondo è se vogliamo o meno costituire gli Stati Uniti d’Europa, se vogliamo veramente un’Europa politica, non solo monetaria e parzialmente economica. Se l’Europa diventa la nostra casa comune, va da sé che la Difesa deve essere comune, con un comune esercito europeo. Di fronte a noi, non abbiamo solo la sfida di contenere i costi e di essere più efficienti. Ci sono anche le sfide comuni (terrorismo, ISIS, migrazioni, attacchi cibernetici e finanziari), che trovano i singoli sempre più impreparati. Proprio pensando alle “guerre sottili”, alla soft war costituita dal dilagare di attacchi cibernetici a Internet, alle fake news, agli attacchi finanziari occulti e palesi, alle strategie di subdoli attacchi chimici e biologici, l’essere uniti, poter mettere le conoscenze a fattor comune, è un gran vantaggio. Quando parliamo di Difesa, non dobbiamo pensare solo agli armamenti. Certo la forza, la potenza reale degli armamenti, il dominio territoriale sono ancora determinanti. Ma anche questi equilibri stanno mutando. Alla forza, si sta affiancando qualcosa di meno evidente, più impalpabile, ma egualmente dannoso. Lo sviluppo vertiginoso della Rete, dei social , della finanza globale, ci dice che le guerre si combatteranno anche su altri fronti e con armi più soft e virtuali. Proprio quest’ultimo aspetto mi fa pensare che anche alle donne saranno più che mai aperte le porte alla carriera militare.

In ultimo, un aspetto fondamentale: una Difesa comunitaria, porta con sé, richiede con forza, una Politica Estera comune.

Isabella Ricevuto Ferrari

Gentiloni, non dilapidare i risultati del lavoro di tutti

Immigrati/Migranti, Gentiloni: Ue troppo lenta, serve politica comuneL’Italia non sarà un modello di stabilità quanto ad assetti di governo ma la sua affidabilità come partner economico e, soprattutto, come socio fondatore dell’Unione europea, e come alleato atlantico, sono fuori discussione. Anzi, si tratta di asset il cui peso si fa sentire sempre di più e Paolo Gentiloni li rivendica, parlando a una platea di imprenditori e protagonisti delle istituzioni. Ci sono anche – rispettivamente come ospite e relatore del dibattito organizzato dal Messaggero dell’Economia sui destini di Ue e Brexit – l’ambasciatore britannico e il negoziatore Ue, Barnier, ma è a quanti sono fuori dalla sala delle Scuderie di Palazzo Altieri che il presidente del Consiglio rivolge un ammonimento: bisogna evitare di disperdere i passi avanti fatti sin qui dal Paese.

Progressi, segnala, arrivati con il suo e co i governi precedenti ma, in ultima analisi, “è l’Italia che ha riagganciato la crescita, non questa o quella parte politica”. Si guarda avanti, con lo sguardo a un calendario politico-istituzionale che fissa nel via libera alla legge di Bilancio il momento iniziale, di fatto, della campagna elettorale. Una fase, questo è il messaggio esplicitato dall’attuale inquilino di Palazzo Chigi, che non deve “trasformare l’Italia in un supermarket di paure o illusioni”.

Insomma, nessun liberi tutti elettorale che finisca per picconare dall’interno progressi da consolidare, anzi, all’interno e da vantare all’esterno. Perché, chiosa Romano Prodi poco dopo Gentiloni, “in Germania si è votato il 24 settembre e prima del nuovo anno niente governo. Se in Italia ci sono dieci minuti di incertezza politica succede un’ira di dio…”.

“Si parla molto della nostra instabilità politica, data dall’avvicendarsi di governi. Non mi spingerei a dire che si tratta di una fake news, come si dice oggi, e tuttavia non conosco instabilità più solide di quella italiana nei fondamentali delle nostra scelte, come quella europeista”, aveva detto il presidente del Consiglio. Gentiloni, dunque, finisce per giocare dialetticamente sopra quel tratto più volte brandito verso l’Italia quando si tratta di controllarne i fatidici compiti a casa, ma lo fa per individuare il peccato da cui liberarsi: “Dobbiamo rendere stabili i risultati ottenuti e tradurli in benefici per il mondo del lavoro e le famiglie, perché abbiamo raggiunto risultati importanti da non dilapidare”. Ci sono frutti che rivendica, oltre il suo stesso governo perché abbracciano i precedenti e impegnano i successivi:

“Disperderli sarebbe irresponsabile: non sono risultati di questa o quella parte ma dell’impegno di tutti”, segnala il presidente del Consiglio. “La vera posta in gioco nella fase che ci attende dopo l’approvazione della legge di Bilancio è di proseguire sulla strada della crescita, di accompagnare il percorso positivo che è in atto. Non ridurre l’Italia a un supermercato di paure e illusioni”, chiarisce in un appello che traguarda, piuttosto esplicitamente, al passaggio che porta in zona campagna elettorale per le prossime Politiche.

“L’Italia va a testa alta alla discussione in Europa, rivendicando il suo orgoglio europeista e il credere in progetto integrato e vincente”, segnala Gentiloni. La Brexit? “Ricordo la notte del 23 giugno: andammo a dormire – spiega – piuttosto ottimisti, perché sembrava a tarda sera che il ‘Remain’ prevalesse. Ci svegliammo verso le 4 di mattina, per fare un punto a livello di governo sulla vittoria del ‘Leave’, non del tutto attesa ma accolta con il rispetto che si deve – ribadisce – alle decisioni di un Paese libero e democratico”. “Era – osserva ancora Gentiloni – il culmine di una ‘tempesta perfetta’, dell’accumularsi di crisi su piani diversi. Sembrava che quel divorzio non potesse che segnare l’avvio del declino dell’Ue. A un anno e qualche mese da quella notte, per fortuna dell’Ue, le cose hanno preso un corso diverso, il che non vuol dire che bisogna esultare ma – annota – viviamo un clima diverso da quella ‘tempesta perfetta’. Potremmo anzi dire che l’inverno dello scontento ha cominciato a sciogliersi al sole di Roma, in Campidoglio, quando 27 Capi di Stato e di governo hanno firmato la Dichiarazione per i 60 anni dei Trattati di Roma”.

“Oggi l’Eurozona ha tassi di crescita al di sopra del 2 per cento ed è una delle zone più interessanti per tutti gli investitori, per affidabilità e crescita”, sottolinea ancora Gentiloni che si richiama a Macron e a Juncker “che hanno delineato un’ambizione europea la cui messa a terra sarà tutt’altro che semplice, ma delinea traguardi molto interessanti”.

Lo scaricabarile. L’amaro frutto della Brexit

Prime Minister Theresa May and Japanese Prime Minister Shinzo Abe (not pictured) wait at Kyoto railway station for a Shinkansen (Bullet train) to take them to Tokyo following a dinner and a tea ceremony.

Prime Minister Theresa May and Japanese Prime Minister Shinzo Abe

Nel mondo della finanza e delle grandi istituzioni bancarie cresce il turbinio di accuse incrociate contro chi sarebbe il primo responsabile di un’eventuale nuova crisi globale. Se fossero solo commenti più o meno forti non sarebbe un problema. Purtroppo i veri problemi ci sono e sono malamente celati sotto il tappeto.
Si ricordi che il cuore finanziario mondiale è ancora Londra. Ecco perché certi effetti destabilizzanti della Brexit stanno emergendo in campo finanziario e bancario. Il governatore della Bank of England ha recentemente detto davanti al parlamento britannico che circa 25 trilioni (!) di dollari di derivati over the counter (otc) sarebbero a rischio, qualora la separazione tra Londra e l’Unione europea avvenisse in modo disordinato.
Servirebbe un accordo tra le parti prima di marzo 2019 in modo tale che i contratti possano essere onorati. Altrimenti l’intero sistema di rischio, capitali, collaterali e persone coinvolte dovrebbero lasciare la City e trasferirsi in uno degli altri paesi dell’Ue. È ovvio che eventuali iniziative unilaterali non sarebbero risolutive. A oggi i contatti tra il governo britannico e la Commissione di Bruxelles non sembrano procedere positivamente.
Anche il Comitato finanziario della Bank of England ha preparato uno studio sullo stesso argomento. Si dice che, senza un accordo congiunto, i derivati otc rischiano di essere invalidati. Anche una loro eventuale rinegoziazione richiederebbe tempi molto più lunghi rispetto ai pochi mesi che ci separano dalla primavera del 2019.
Secondo una recente analisi del Financial Times, anche il mercato dei cambi monetari sarebbe messo in grande fibrillazione dalla Brexit. Si pensi che le relative operazioni quotidiane ammontano a circa 5 trilioni di dollari, il 40% delle quali è trattato nella City. Il giornale inglese riporta anche che circa la metà degli esistenti 600 trilioni di dollari di derivati otc sarebbe contrattata sul mercato londinese.
È chiaro che Londra sta facendo di tutto per sollevare, forse anche con toni esagerati, i rischi e i pericoli insiti negli spostamenti dei mercati finanziari. Sta cercando in tutti i modi di mantenere la City come centro finanziario mondiale. Cosa non facile dopo la Brexit.
Grandi attori economici, tra cui la Cina e il Giappone, hanno sospeso le proprie decisioni relative ai loro futuri rapporti con la City, in attesa di conoscere meglio gli effetti del divorzio con l’Ue. Londra vorrebbe che nel business si procedesse “as usual” e che alla City fosse garantito comunque il suo ruolo centrale e dominante nella finanza mondiale.
Il problema di tutti gli attori in campo, però, potrebbe essere quello di sottovalutare i rischi e di sopravalutare una presunta capacità di gestione della crisi, che, nelle passate situazioni difficili, è sempre stata fatale. In questa diatriba, di fatto, si getta un velo sulla rischiosità intrinseca della montagna di derivati otc in circolazione e si mette in ombra la necessità di una profonda riforma di questo mercato molto speculativo, così come da noi ripetutamente evidenziato.
Un altro argomento di scontro sulle responsabilità di una nuova crisi è la montagna del debito aggregato, pubblico e privato. Un recente dossier del Fondo Monetario Internazionale affermerebbe che l’intero sistema globale sarebbe minacciato dalla forte crescita del debito del settore non finanziario, pubblico e privato, della Cina. Si tratta cioè della somma del debito pubblico e di quello corporate, cioè delle imprese: Secondo il Fmi nel 2022 esso arriverebbe al 290% del Pil. Nel 2015 era al 235%.
Indubbiamente in Cina sono cresciute molte bolle finanziarie. Ma ci sembra un tentativo pretestuoso per trovare un capro espiatorio. Invece è l’intero sistema che deve essere messo sotto la lente d’ingrandimento e riformato.
Intanto economisti cinesi sono stati messi in campo per confutare le analisi del Fondo. Affermano che gran parte del debito cinese poggia su attivi e investimenti sottostanti nei settori dell’economia reale e delle infrastrutture. Ad esempio, nel 2015 i titoli sovrani cinesi erano pari a oltre 100.000 miliardi di yuan, equivalenti a circa 15.000 miliardi di dollari, però gli attivi sottostanti erano stimati a oltre 20.000 miliardi di yuan. Un rapporto indubbiamente migliore rispetto a tanti paesi dell’Occidente.
La Cina, da parte sua, punta il dito contro le politiche di Quantitative easing che hanno inondato il sistema di liquidità senza mettere in moto nuovi investimenti e perciò causa di nuove instabilità.
Sono segnali brutti. Quando, invece di incontrarsi per definire unitariamente la necessaria e improcrastinabile riforma del sistema finanziario globale, ci si accusa reciprocamente, allora c’è veramente da temere il peggio. Il che significa ignorare le lezioni del passato. Il “black monday” di trent’anni fa docet!

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Gentiloni: prossimi 10 mesi decisivi per l’Europa

Camera - Informativa urgente del Governo sulla liberazione delle due ragazze

Futuro dell’Unione europea, temi migratori e Brexit i temi principali che verranno affrontati nel Consiglio europeo del 19 e 20 ottobre a Bruxelles. Il premier Paolo Gentiloni ne ha discusso ieri nel corso di due telefonate distinte con il presidente francese Emmanuel Macron e con il primo ministro britannico Theresa May. Gentiloni oggi è intervenuto alla Camera in vista dell’appuntamento europeo di domani e ha parlato di mesi decisivi per imprimere una svolta all’Unione nel segno dell’integrazione.

La Camera ha poi approvato la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio con 239 sì e 144 no. La Camera ha anche approvato le risoluzioni di Mdp e Alternativa Libera, su cui il Governo aveva espresso parere favorevole. Respinte le risoluzioni di M5S, Fi, Lega, Fdi e Si.

“Noi – ha detto Gentiloni nel suo intervento – siamo dalla parte di chi dice ‘più Europa’ e non di chi dice ‘contrapponiamo il nostro Paese all’Europa’”, scandisce a mo’ di slogan il presidente, sottolineando che “nel 2019 si avvia la fase del rinnovo del Parlamento e di tutte le istituzioni europee” quindi “il momento di discutere di nuove politiche – non dico i trattati – dell’Unione europea è ora”. I prossimi “10-15 mesi” si riveleranno “decisivi” o, al contrario, possono lasciare la situazione così com’è. “Ma – avverte il presidente – non possiamo permetterci di passare dalla tempesta perfetta del 2015 alle occasioni perdute del 2017-18, non possiamo farci dettare la velocità dagli ultimi vagoni del treno europeo cioè da chi dice di non volere alcuna spinta europeista pur volendo tutti i vantaggi dell’appartenere all’Unione”. Gentiloni striglia poi chi, come la Lega o Fratelli d’Italia ma non soltanto, simpatizza per chi chiude le frontiere ai migranti, come l’Austria. “Dico a chi si rallegra delle posizioni sovraniste ai confini del nostro Paese, che si rallegra per qualcosa che va contro l’Italia. E’ qualcosa – ammonisce – che dovremmo contrastare sul piano politico e diplomatico, e credo che il Parlamento dovrebbe e potrebbe impegnarsi in questo senso”. Gentiloni evoca poi “il lungo inverno del nostro scontento europeo” che sembrava essersi concluso con la “primavera romana in Campidoglio” in occasione della cerimonia dei Trattati europei, e invita a tradurre quel consenso in politiche concrete.

In questo senso, nel Consiglio di domani e dopodomani saranno fatti “passi decisivi” sul fronte della difesa comune e della Web tax per i giganti della rete. Invece, su lavoro e crescita “restano ancora tutti da fare”. Il premier non risparmia critiche poi alla Brexit: una scelta “democratica e che rispettiamo”, ma che “non ha portato a quelle conseguenze magnifiche e spettacolari promesse”. “Anzi – sottolinea Gentiloni -, il contesto in cui Regno Unito si muove è di innegabile maggiore difficoltà”. Il presidente del Consiglio poi riaccende i fari sulla questione migranti, su cui l’Italia è “orgogliosa di aver dato il buon esempio”. Ma, se la commissione europea si è spesa, non si può dire altrettanto di tutti gli Stati membri. “Serve un impegno maggiore dei Paesi europei. Abbiamo bisogno di più risorse e di più presenza delle organizzazioni umanitarie nei campi in Libia”, sottolinea il premier. Infine un accenno alla candidatura di Milano per ospitare l’Agenzia europea del farmaco, finora con sede a Londra. “Pur risultando tra le due o tre candidature migliori possibili – ammette Gentiloni -, non sarà una competizione facile”.

Alla vigilia del vertice europeo il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, in una lettera ai leader dei Ventotto, ha sottolineato che l’unità europea va difesa in quanto è la “nostra maggiore” dell’Unione europea. “Dovremmo preservare l’unità che siamo stati in grado di sviluppare nell’ultimo anno”, scrive Tusk, in riferimento all’agenda dei leader dopo la conclusione del percorso delineato nella roadmap di Bratislava (settembre 2016). “Abbiamo bisogno di unità per risolvere la crisi migratoria, per affrontare gli aspetti meno giusti della globalizzazione”, oltre che per i rapporti con “i paesi terzi, per limitare il danno causato dalla Brexit e per preservare un ordine internazionale basato sul diritto in questo momento difficile”.

Guterres l’anti Trump. Un socialista all’Onu

libro intiniUn socialista all’Onu, Guterres: l’anti Trump” è l’ultimo libro di Ugo Intini, edizioni Ponte Sisto, presentato oggi alla Camera dei deputati nella Sala Aldo Modo. Molti gli interventi, moderati dal giornalista Paolo Franchi: Fabrizio Cicchitto, Pia Locatelli, Riccardo Nencini, Marina Sereni, oltre a quello dell’Autore. Un libro fatto per esigenze di verità e di informazione, ha sottolineato Ugo Intini, e indirizzato a tutti i Trump del mondo. L’Autore ha sottolineato il rapporto speciale tra i socialisti italiani e quello portoghesi e come il lavoro di Guterres abbia sempre mirato a una Europa unita in grado di costruire ponti e non divisioni. “L’elezione di Guterres – ha affermato l’autore – si deve ad Obama. Con Trump Guterres non sarebbe stato eletto. Trump è per la Brexit, Guterres è per un’Europa unita che costruisca ponti. Trump è per il bilateralismo, Guterres per il multilateralismo. Trump è per i muri, Guterres è per una politica umana verso i rifugiati. Trump non crede all’emergenza clima, Guterres ritiene il clima una priorità. Trump è un seguace di Netanyahu, Guterres difende Israele e vuole uno Stato per i palestinesi”. Intini ripercorre i legami tra il socialismo italiano e portoghese, a partire dal simbolo del garofano. “Soares e Guterres nascono con il mito di Nenni – afferma Intini – in via del Corso c’era un piccolo ufficio dove trovavi Soares, Gonzalez, Panagulis. Guterres era un allievo di Soares, stampavano ‘O Portugal socialista’ in via della Guardiola. L’idea del simbolo del garofano per il socialismo portoghese nacque proprio nella redazione dell’ ‘Avanti!’ di via della Guardiola”. “Guterres – prosegue Intini – è socialista, tollerante, crede nel dialogo e coltiva il dubbio. Lui affermava che quando c’è una trattativa in due, si è in realtà in 6. Perché in 6? Perché ciascuno è ciò che è, ciò che crede di essere, ciò che l’altro pensa che tu sia”.

Invito Camera da Ponte SistoUn convegno incentrato ovviamente sull’Onu sulle sue funzioni e sul suo ruolo. Un’istituzione che appare spesso ingessata nelle sue regole ormai datate in un momento storico in cui il ruolo dovrebbe essere sempre più centrale. Questa la grande sfida di Guterres, un socialista, che assume la presidenza delle Nazioni Unite in un periodo in cui gli scenari internazionali sono carichi di rischi e di tensioni. Dal Medio Oriente al terrorismo, al grande tema delle migrazioni. L’anti Trump come freno all’impostazione protezionista del presidente americano, come spinta forte sul sentiero del multilateralismo. Un via che può essere sollecitata solo dalle Nazioni Unite. L’Autore in questo ribalta tre luoghi comuni. Guterres è europeo e diventa presidente dell’Onu nel momento in cui l’Europa non sta passano un periodo felice. È un socialista, e sappiamo la difficoltà dei pariti socialisti europei di questi tempi. Infine è un politico. E i politici non sono visti di buon occhio ultimamente. Evidentemente, dice Intini, si dice che siamo tre elementi in crisi, ma evidentemente non lo sono.

Marina Sereni, del Pd, si domanda a questo punto se non sia il caso di aprire un cantiere tra Internazionale socialista, a cui il Partito democratico non appartiene, e altre forze progressiste mondiali. Una sorta di laboratorio tre le forze di progresso che sia capace di includere a livello internazionale.

Pia Locatelli, presidente del gruppo socialista alla Camera, ha sottolineato la contrapposizione delle visione di Guterres con quella di Trump e ha ricordato il profilo del politico portoghese ripercorrendo le sua tappe nazionali e internazionali. Due episodi, il primo non condiviso Pia Locatelli. La scelta di Guterree di non appoggiare il referendum in Portogallo sull’aborto. Una cosa che non piacque alla donne socialiste portoghesi. Altro punto sottolineato da Locatelli è il lavoro fatto all’Onu sui rifugiati. Allargando la categoria dei rifugiati anche a coloro che si erano allontanati dal proprio paese per disastri ambientali. “Aveva previsto – ha detto Locatelli – quello che sta succedendo in questi anni sull’immigrazione”.

Fabrizio Cicchitto, Presidente della Commissione Esteri della Camera, sottolinea il lavoro internazionale del Psi dagli anni cinquanta agli anni ottanta. “Nella redazione dell’Avanti! – ricorda Cicchitto – potevi trovare Tito de Morais”. Cicchitto disegna l’attuale scenario mondiale: “Guterres, da Segretario generale dell’Onu, sarà l’anti Trump, ma anche l’anti Putin e l’anti Erdogan. C’è un ritorno ai nazionalismi identitari, che conducono a leadership durissime e pericolose. Putin, ad esempio, lavora in modo scientifico per destabilizzare l’Occidente, usando anche la cibernetica. Lui ha rapporti con Lega e M5S e ha cercato di svolgere un ruolo nelle elezioni francesi e tedesche. L’Europa ha fatto l’errore di respingere la Turchia ‘europea’ ed oggi abbiamo il risultato drammatico di Erdogan. Ci sono poi i localismi come la Catalogna”.

Riccardo Nencini ha messo in evidenza che descrivere Guterres come anti Trump, non sia solo accattivante ma mette in evidenza il tentativo di costruire una visione diversa e opposta a quella del presidente americano. Nel suo intervento Nencini ha ricordato il sostegno dato dai socialisti ai portoghesi schiacciati dalla dittatura di Salazar. E non solo a loro. E poi una risposta a D’Alema che ha detto, in una intervista al Corriere, che Craxi è un uomo di sinistra che aiutava i palestinesi e gli esuli cileni. “D’Alema – commenta Nencini – sarebbe stato più corretto se avesse detto queste cose negli anni novanta”. “Un conto è l’aiuto che un uomo può fornire dal punto di vista umano – prosegue Nencini su come si comportò D’Alema – altro conto è riconoscere ‘da berlingueriano’ che Craxi aveva ragione politicamente”. “Purtroppo – aggiunge Nencini – i vinti lo sono sempre due volte: sul campo e nella memoria. Eppure stiamo parlando di fatti di ieri, non di un secolo fa. C’è un ricordo collettivo falso. Il Psi finanziava i palestinesi, i socialisti spagnoli e portoghesi, gli studenti greci, gli esuli polacchi e cechi. Firenze era una colonia di studenti greci del Pasok che veniva ospitata nelle sezioni del Psi: li’ si frequentavano Fallaci e Panagulis. Questa del Psi e dei suoi rapporti internazionali è una storia formidabile, che altri – sottolinea Nencini senza citare espressamente D’Alema – non hanno conosciuto”. Per Nencini “la memoria tardiva rischia di essere strumentale e parziale, anche se un pezzo di verità è stata ripristinata. Purtoppo in Italia ci sono legioni di smemorati. Anche sulla Biennale loro erano da un’altra parte”.

Daniele Unfer

Theresa May a Firenze prepara l’addio

theresa-mayTheresa May, la premier britannica parlando Firenze, manda un messaggio ai “600 mila italiani che stanno nel Regno Unito”. “Vogliamo che restiate, siete per noi un valore aggiunto. L’impegno è di assicurare che voi continuate a vivere le vostre vite come prima”. Le sentenze della Corte europea “dovranno far parte del corpus legislativo britannico”, riferendosi alle garanzie per i cittadini dell’Ue che risiedono nel Regno Unito. “I cittadini hanno votato per Brexit, noi lasceremo la Ue nel marzo 2019 ma ci sarà un periodo di attuazione durante le quali ci saranno delle differenze per i cittadini. Chiederemo ai cittadini di registrarsi questo è un mattone importante verso i nostri obiettivi sulla questione migrazione. Quando si realizzerà il partenariato prenderemo il pieno controllo dei nostri confini”. May ha parlato nel complesso di Santa Maria Novella, sede dell’ex scuola dei marescialli dei carabinieri e ora prestigiosa sede del Comune. Il premier britannico ha proposto un periodo di transizione di due anni post-Brexit.

Accordo creativo su nuove relazioni
Gran Bretagna e Ue possono essere “creativi” nello stabilire una nuova relazione dopo la Brexit. Lo ha detto la premier britannica Theresa May a Firenze sottolineando che “gli occhi del mondo sono puntati su di noi”. Per il primo ministro è dovere di Londra e Bruxelles trovare un accordo e lei si sente in proposito “ottimista”.

Lasciamo Ue, ma vogliamo essere partner
La Gran Bretagna, ha proseguito la premier Theresa May, “ha deciso di lasciare l’Ue”, ma intende restare partner dei Paesi europei, dall’economia, alla lotta contro il terrorismo, al tema dell’emergenza immigrazione. “Lasciamo l’Ue, ma non lasciamo l’Europa”. “In nessun modo” il Regno Unito intende abbandonare la sua alleanza con i Paesi del continente e il suo impegno comune per “la democrazia, i diritti umani, la difesa” e contro minacce internazionali fra le quali ha citato anche il programma nucleare della Corea del Nord. “Noi non voltiamo le spalle all’Europa, né smettiamo di essere membri orgogliosi” del continente europeo, ha rimarcato, pur rivendicando come una scelta democratica e di “sovranità” quella fatta con il referendum dell’anno scorso in favore della Brexit.

Cooperazione sicurezza con Ue resta, basata su valori
La cooperazione in materia di sicurezza fra Gran Bretagna e Ue è destinata a continuare anche dopo la Brexit poiché è basata su “comuni valori” di democrazia, di libertà, di rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto. Ha aggiunto la premier Theresa May, evocando “un coraggioso e strategico accordo” di cooperazione, un accordo “senza precedenti” negli impegni reciproci, “per proteggere i nostri popoli, difendere i nostri valori e garantire la sicurezza di tutto il continente”.

Periodo di transizione è interesse comune
Un accordo di transizione “è nell’interesse” sia dell’Ue sia del Regno Unito dopo la Brexit. Theresa May lo ha detto formalizzando la proposta di una fase “di attuazione” durante la quale Londra punta a restare nel mercato unico, offrendo in cambio il mantenimento dei suoi impegni finanziari verso Bruxelles. Tale periodo, secondo i media, dovrà essere di due anni e prevedere un versamento di circa 20 miliardi di euro al bilancio comunitario. Nella fase di transizione di due anni auspicata da Theresa May per il dopo Brexit, fino al 2021, in Gran Bretagna resterà in vigore una serie di norme Ue e la giurisdizione delle corti europee, ma il Regno si riserva di riacquisire piena sovranità sul “controllo dei suoi confini”. Lo ha sottolineato la premier rispondendo a una domanda della Bbc che metteva in dubbio l’accoglienza da parte dei sostenitori della Brexit di un periodo di transizione prolungato. May ha poi ripetuto che l’accordo finale con Bruxelles a cui Londra mira non dovrà essere né sul modello del Canada, né su quello della Norvegia.

Il futuro della Gran Bretagna è radioso
Theresa May resta convinta che il futuro della Gran Bretagna avviata verso la Brexit sia “luminoso”. “I nostri fondamentali economici sono solidi”, ha detto, ricordando anche il valore del sistema accademico e d’istruzione del Regno e “lo spirito indomabile” del popolo britannico.

May agli italiani in Gb, “siete preziosi, restate”
“Voglio reiterare a tutti gli italiani e ai cittadini Ue che vivono nel regno Unito che vogliamo che restiate, siete preziosi per noi e vi ringraziamo per il vostro contributo”, ha detto May aggiungendo che intende garantire i diritti dei 600 mila italiani residenti nel Regno Unito dopo la Brexit.

Gb mai pienamente a suo agio nell’Ue
Il Regno Unito “non è mai stato pienamente a suo agio” nell’Ue. Lo ha evidenziato la premier conservatrice Theresa May in un passaggio nel quale ha rivendicato il rispetto del risultato referendario pro Brexit del giugno 2016 e ha mostrato toni rassicuranti nei confronti dei ‘brexiteers’ di casa sua. May, che ha ripetutamente espresso ottimismo sul destino della Gran Bretagna fuori dall’Europa, pur evocando il mantenimento di una “partnership forte” fra “uguali” con il continente, ha quindi rivolto una sollecitazione diretta ai “leader europei” a sentire la responsabilità di trovare un accordo con il suo Paese (“la quinta potenza economica del pianeta”) sulle relazioni future: accordo che a suo giudizio è interesse di entrambi. Secondo l’euroscettico Daily Telegraph, la Brexit potrebbe scattare formalmente anche prima della scadenza negoziale del marzo del 2019, nelle intenzioni del governo May. E quindi i due anni di transizione auspicati dalla premier concludersi prima del 2021.

Barnier, da May passo avanti costruttivo
“Nel suo discorso a Firenze, la premier Theresa May ha espresso uno spirito costruttivo”. E’ la reazione del capo negoziatore della Commissione Ue, Michel Barnier, al discorso di Firenze di Theresa May. Le dichiarazioni della leader britannica, sostiene, “sono un passo in avanti ma devono ora essere tradotte in una precisa posizione negoziale del governo del Regno Unito”.