Gb, via libera alle elezioni anticipate l’8 giugno

theresa-mayVia libera alle elezioni politiche anticipate in Gran Bretagna: la Camera dei Comuni ha approvato senza sorprese la mozione del governo Tory di Theresa May per la convocazione del voto il prossimo 8 giugno, superando il quorum richiesto dei due terzi. A favore, oltre ai Conservatori, hanno votato come annunciato dai loro leader, Jeremy Corbyn e Tim Farron, le opposizioni laburista e liberaldemocratica, mentre gli indipendentisti scozzesi dell’Snp si sono astenuti.

Secondo il conteggio annunciato di fronte allo speaker della Camera, John Bercow, i sì alla mozione sono stati 522, i no appena 13. La maggioranza qualificata prevista per raggiungere i due terzi dell’assemblea era di 432. Con questo atto la Gran Bretagna entra dunque in campagna elettorale per la terza volta in tre anni: dopo il voto politico del 2015, vinto dai Conservatori sotto l’allora leadership di David Cameron, e quello referendario del 2016, segnato dalla vittoria dei sostenitori della Brexit e le dimissioni dello stesso Cameron.

Il governo May, che aveva chiesto il ricorso alle urne con la motivazione ufficiale di volersi rafforzare al tavolo dei negoziati con Bruxelles per il divorzio dall’Ue, resta intanto in carica per l’ordinaria amministrazione. Mentre i maggiori partiti – i Conservatori di Theresa May, i Laburisti di Jeremy Corbyn, i Libdem di Tim Farron e gli indipendentisti scozzesi di Nicola Sturgeon in primo piano – si apprestano a presentare i rispettivi programmi e ‘manifesti’ elettorali.

“Questo primo ministro non è credibile”. E’ l’affondo lanciato in precdenza a Theresa May dal leader laburista Jeremy Corbyn all’inizio del Question Time alla Camera dei Comuni. Il capo dell’opposizione ha puntato il dito sul fatto che la premier si sia contraddetta annunciando la volontà di andare alle elezioni anticipate dopo che più volte aveva negato questa possibilità. Nel suo attacco Corbyn ha ricordato la serie di “promesse infrante” dei conservatori, che avrebbero contribuito alla crisi della sanità e aumentato il divario fra ricchi e poveri nel Regno Unito.

La sinistra ora prenda una posizione sull’Europa

La situazione politica italiana si viene, al tempo stesso, semplificando e complicando. La semplificazione deriva dalla riproporzionalizzazione del sistema elettorale e dal nuovo assetto politico che si viene delineando nel centro-sinistra e a sinistra.

Può sembrare strano parlare di semplificazione con riferimento a questi dati, quindi proverò a spiegare questa affermazione.

L’effetto congiunto del referendum del 4 dicembre e della sentenza della Corte costituzionale sul c.d. Italicum è quello dell’abbandono del modello maggioritario come fondamento del sistema elettorale.

Ciò non perché esso sia stato respinto dal voto dei cittadini o dichiarato illegittimo dalla Consulta. Un sistema maggioritario di tipo europeo, cioè basato sui collegi, a turno unico (come era, per la maggioranza dei seggi, la legge Mattarella), o a doppio turno, come in Francia, non era oggetto né del referendum né della decisione della Corte costituzionale (come ha segnalato nei giorni scorsi Giuliano Amato). Ma in realtà la scelta per l’impianto proporzionale è politica. Nessuno vuole più il maggioritario (al di là delle dichiarazioni di facciata), perché non risponde alla convenienza di nessuna forza politica. Contro il turno unico sono (per ragioni poi non molto diverse) sia Forza Italia che 5 stelle, e lo stesso Pd sa che si tratterebbe di una vera e propria lotteria. Il doppio turno di collegio avvantaggerebbe 5 stelle (che peraltro non lo chiede), come dimostra l’esito dei ballottaggi nelle elezioni comunali.

Non è dato sapere se i sistemi elettorali attualmente vigenti per la Camera e Senato (entrambi conseguenti a sentenze della Corte costituzionale) saranno “armonizzati”, come si chiede dal Quirinale, e in che modo, oppure no.

E, naturalmente, le diverse opzioni (preferenze o no, coalizioni o liste, soglia di sbarramento, soglia del 40% per il premio) non sono affatto irrilevanti sia sul comportamento degli elettori (il tema del “voto utile”) sia sulle caratteristiche del prossimo Parlamento. Ma la sostanza del sistema sarà proporzionalista, con una duplice conseguenza: verrà meno il “dovere” della coalizione, e ciascun soggetto politico potrà correre in proprio. Da qui la “semplificazione” di cui parlavo.

Del resto, analoga “semplificazione” si ripropone nel quadro politico della sinistra. Non si sono ancora svolte le primarie del partito democratico, ma mentre scrivo la vittoria ampia di Renzi appare sicura. È un risultato che colloca stabilmente il Pd nel campo del centro moderato, come il nuovo partito di Macron in Francia.

Legge di impianto proporzionale e conferma della leadership renziana nel PD consentono alle forze alla sua sinistra, almeno in teoria, di dispiegare la propria proposta senza più vincoli: senza il vincolo di partito, per la minoranza che ne è uscita costituendo il nuovo movimento “art 1”; senza il difficile dilemma della coalizione elettorale, per gli altri soggetti della sinistra (ed è su questo che si dovrà misurare il Campo progressista di Pisapia, di fronte alla conferma, da parte di Renzi, della linea solitaria di Veltroni).

E qui nascono le complicazioni. A sinistra del PD le soggettività politiche sono molteplici: art 1, comprensivo della componente di Sel che vi ha aderito; Campo progressista; Sinistra italiana; Possibile di Civati; Rifondazione comunista rilanciata dal recente Congresso. E mi limito ai soggetti esplicitamente politici, perché esistono fortunatamente in molte città significative realtà “civiche”, spesso legate ai comitati costituitisi sui territori in occasione del referendum costituzionale.

È possibile che queste diverse realtà costruiscano un progetto politico comune, e quindi si presentino in una stessa lista alle elezioni?

Personalmente è la soluzione che auspicherei, ma mi rendo conto delle difficoltà, soggettive ma anche oggettive: si tratterebbe di costruire un programma e una leadership condivisa.

E, soprattutto, ed è questa la maggiore complicazione, c’è il problema del “dopo”. È a tutti chiaro che dalle prossime elezioni emergerà un Parlamento senza una maggioranza chiara, e che il sistema politico-parlamentare avrà subito avanti a sé il problema dei problemi: il rapporto con le regole dell’Unione europea, con l’austerità, con il fiscal compact.

Su questo difficilmente ci si potrà evitare una posizione nella prossima campagna elettorale. Ma quale posizione?

Intellettuali importanti della Sinistra europea hanno espresso posizioni contrapposte.

Luigi Ferraioli sostiene la necessità di una “rifondazione costituzionale” dell’Unione: un’assemblea costituente, convocata dai paesi che ne condividano l’esigenza, ridisegnando con chiarezza i lineamenti federali e sociali dell’Europa. Sul versante opposto, Perry Anderson, a lungo direttore della New Left Review, sostiene la forma più drastica di Brexit. Per lui, la democrazia è possibile solo là dove si esercita la sovranità popolare, cioè nello Stato nazionale.

Le forze politiche italiane stanno delineando le rispettive posizioni. Il PD di Renzi ripropone il già noto e poco positivo metodo della polemica con Bruxelles, senza indicare però chiare soluzioni per il caso di conflitto. Per i 5 stelle la proposta è un referendum sull’euro; il centrodestra, com’è noto, è diviso su questo tema, ma potrebbe trovare una composizione intorno alla proposta di Tremonti, della quale si sta discutendo, di una riforma costituzionale che garantisca (come in Germania) il primato del diritto italiano su quello europeo.

Quale posizione sull’Europa avrà la sinistra? A me questo sembra un elemento decisivo per costruire una credibile proposta politico-programmatica.

Le imminenti elezioni presidenziali (e poi parlamentari) in Francia, e poi quelle autunnali in Germania, forniranno elementi di valutazione importanti. Ma le campagne elettorali in questi paesi indicano già la centralità del tema europeo, che può riassumersi in un arduo dilemma: nessuna politica sociale “di sinistra” è possibile nell’attuale quadro normativo della UE, che di fatto non consente spese per investimenti pubblici e tutele sociali.

Al tempo stesso, è molto difficile indicare una credibile ed efficace alternativa.

D’altra parte, il tema si riproporrà nel nuovo Parlamento, rispetto al quale appare allo stato improbabile prefigurare chiare maggioranze politiche.

Insomma, si preparano tempi difficili; è da sperare che la sinistra sappia essere all’altezza.

Cesare Salvi

Blog Fondazione Nenni

L’Europa dopo le elezioni
in Francia e Germania

Pierre-Yves Le Borgn

Pierre-Yves Le Borgn

Un terremoto elettorale rischia di stravolgere gli equilibri politici in Europa. I prossimi mesi non saranno segnati solo dalle elezioni presidenziali e legislative in Francia e da quelle federali in Germania, ma si voterà anche in Norvegia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia e Portogallo. Senza dimenticare le elezioni locali in Regno Unito, che promettono di portare a galla tutte le tensioni del post-Brexit e l’Italia, dove si voterà al più tardi nel 2018.

Mai come prima d’ora il processo di integrazione europea è stato tanto al centro della contesa elettorale. L’Europa è diventata un tema su cui si costruiscono le campagne e si impernia il dibattuto politico.

Quale sarà il volto dell’Europa dopo le elezioni in Francia e Germania? La domanda sta facendo il giro del continente. Hanno provato a rispondervi mercoledì scorso, a Strasburgo, presso l’Associazione Parlamentare Europea, Günter Krichbaum (Cdu), presidente della commissione affari esteri del Bundestag, e Pierre-Yves Le Borgn’ (Partito Socialista), presidente del gruppo di amicizia franco-tedesco all’Assemblea Nazionale, giunti nella capitale europea per discutere con un gruppo di eurodeputati di vari schieramenti politici.

La situazione politica in Germania e Francia è molto diversa. “Nel prossimo Bundestag, più dell’80% degli eletti sarà europeista. Questo è un segnale di speranza”, ha dichiarato Krichbaum. Lo stesso, però, non si può dire in Francia. A tal proposito, Pierre-Yves Le Borgn’ ha lamentato che “secondo i sondaggi, più del 50% degli elettori sarebbe pronto a votare al primo turno per un candidato che è contro l’euro e l’Unione europea, come Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, che mettono apertamente in discussione le quattro libertà fondamentali (di circolazione di persone, di merci, servizi e dei capitali, ndr) dell’Unione europea”.

Sono tante le sfide che minacciano il futuro dei cittadini europei. C’è la guerra in Ucraina, la situazione fragile in Turchia, il dramma in Siria, la Brexit da gestire e il cambiamento climatico che causa l’esodo di migliaia di persone verso l’Europa. La situazione di profonda incertezza è responsabilità anche degli Stati Uniti. “Una volta il segretario di Stato americano, Henry Kissinger, si chiedeva ironicamente quale fosse il numero dell’Europa. Oggi la situazione si è invertita. Non sappiamo cosa attenderci degli Stati Uniti: l’amministrazione parla spesso in modo diverso da Trump”, ha riconosciuto il presidente della commissione affari esteri del Bundestag.

“All’incertezza si deve rispondere con più Europa”, hanno concordato il deputato Cdu e quello socialista. “I cittadini europei sono il 7% della popolazione mondiale e a fine secolo saranno solo il 4%… Se vuoi andare veloce vai da solo, ma se vuoi andare lontano vai in compagnia”, ha suggerito Krichbaum, criticando la scelta dei britannici di lasciare l’Unione e, in particolare, la decisione dell’ex premier David Cameron, di indire un referendum. “C’è differenza tra un capo di stato e uno statista. Se dopo la guerra fosse stato chiesto ai francesi di esprimersi sulla possibilità di collaborare con la Germania nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio, questi avrebbero probabilmente detto di no. I leader politici di quel periodo fecero delle scelte coraggiose, David Cameron no”, questo il verdetto del deputato tedesco.

Non è solo Cameron ad aver commesso degli errori. Negli ultimi anni, anche l’alleanza franco-tedesca, vero motore del processo di integrazione, ha dato segni di inceppamento. La responsabilità, secondo Krichbaum, sarebbe in buona parte dell’attuale presidente francese, François Hollande. “Hollande ha sofferto a causa di un bassissimo indice di gradimento tra la popolazione e questo gli ha impedito di portare avanti i suoi programmi – questa l’analisi del deputato tedesco – In Europa bisogna dividersi i compiti. Se la Francia è debole, gli altri Paesi hanno l’impressione che sia solo la Germania a dare la carte”.

Chi sarebbe allora il candidato ideale a rilanciare l’intesa franco-tedesca? “Emmanuel Macron”, rispondono all’unisono Krichbaum e Le Borgn’. “Macron ammira il dinamismo dell’economia tedesca e, se eletto, ricercherà delle soluzioni economiche nel segno della coalizione esistente o, in caso di sconfitta della Merkel, con un governo guidato da Martin Schulz”, ha dichiarato Le Borgn’, uno dei tanti socialisti che hanno scelto di stare con Macron e non con il candidato ufficiale del partito, Benoît Hamon. Le Borgn’ ha riconosciuto che le divisioni interne al suo partito hanno radici lontane e rimontano alla deindustrializzazione che ha preso piede negli anni Ottanta.

Anche Krichbaum ha speso parole di elogio per candidato di En Marche. “Macron, con la legge che porta il suo nome, è stato l’unico in Francia che ha tentato di fare riforme. In Francia i sindacati sono meno cooperativi che in Germania e spesso bloccano lo sviluppo della competitività. È nell’interesse di ogni Stato membro cercare di aumentare la propria competitività. Bisogna smetterla col dire che lo facciamo perché è la Germania o l’Unione europea che ce lo chiede”, ha messo in chiaro il deputato cristiano-democratico.

L’Unione europea deve ripartire dal motore franco-tedesco e deve farlo approfittando dello spazio di manovra offerto dai trattati esistenti. Sia Il deputato francese che quello tedesco hanno elogiato il concetto di doppia velocità, secondo cui gli Stati membri desiderosi di procedere verso un’integrazione più stretta avrebbero ogni diritto di farlo. “Dobbiamo però stare attenti a non frammentare l’Unione”, ha messo in guardia Krichbaum.

La maggior parte degli eurodeputati presenti all’incontro non ha sollevato particolari obiezioni alle parole di Krichbaum e Le Borgn’. Con l’eccezione di Roger Helmer, eurodeputato dell’UKIP, il partito che più di tutti ha fatto campagna per la Brexit.

“Qui tutti dicono che per essere forti sulla scena mondiale bisogna essere grandi e integrati, ma non è necessariamente così. Guardate Singapore e la Corea del Sud – ha provocato il britannico – il Regno Unito una volta fuori dall’Unione sarà il più grande acquirente di prodotti europei. Se non troveremo un accordo, a restare senza lavoro saranno tanti lavoratori tedeschi, francesi o belgi. È nel vostro interesse negoziare un accordo di libero scambio con noi, molto più di quanto lo è istituirne uno con Canada e Corea del Sud”.

E ricordate: “Noi concluderemo un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti prima di voi”, questo lo schiaffo finale dell’eurodeputato britannico.

ADI…EU!

may addioDopo quarantaquattro anni la Gran Bretagna dice addio all’Europa, la lettera che ufficializza l’intenzione del Regno Unito di lasciare l’Unione europea è stata consegnata al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. Ieri sera il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha avuto una telefonata con il premier britannico Theresa May “prima dell’attivazione dell’articolo 50” per far scattare la Brexit. Sempre ieri sera, May ha avuto un colloquio telefonico anche con il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.

Lo stesso presidente ha pubblicato su Twitter la foto in cui si vede l’ambasciatore del Regno Unito presso l’Ue, Tim Barrow, che gli consegna la lettera con la notifica di attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona. “Dopo nove mesi il Regno Unito ha consegnato”, ha scritto Tusk, illustrando la foto con la didascalia “la lettera dell’articolo 50”.

“Non si torna indietro, lasciare la Ue ci mette davanti a opportunità uniche”. Con queste parole davanti alla Camera dei Comuni la premier Theresa May sancisce l’inizio ufficiale della Brexit.
“Questo è un momento storico, da cui non c’è ritorno. Il Regno Unito lascia l’Unione europea, prenderemo le nostre decisioni e scriveremo le nostre leggi, avremo il controllo delle cose che più ci importano”, ha sottolineato May. “Vogliamo una Brexit ordinata per arrivare a un partenariato nuovo alla fine del processo dettato dall’articolo 50. Coglieremo l’opportunità di costruire un Regno Unito più forte ed equo, dove fioriranno le nuove generazioni. È un’opportunità e andremo in questa direzione. È uno spartiacque nella nostra storia”.
La Gran Bretagna si avvia a lasciare l’Ue “secondo la volontà del popolo“, ha voluto sottolineare May, in un discorso interrotto più volte dalle proteste di alcuni membri della Camera dei Comuni. “I giorni migliori sono davanti a noi, dopo la Brexit – ha aggiunto la premier – un’opportunità per il Regno di essere più forte, più equo, più unito e diventare un grande Paese globale”. “Non faremo parte del mercato unico“, ha poi confermato sostenendo che si tratta di una opzione “incompatibile con la volontà popolare” manifestata nel referendum. “L’Ue ci ha detto che non possiamo scegliere e noi rispettiamo questo approccio”, ha spiegato May. Poi ha detto paradossalmente: “Ora più che mai il mondo ha bisogno dei valori democratici dell’Europa”.
Il discorso di May è stato caratterizzato dall’entusiasmo: “Ci avviciniamo a questo negoziato con rispetto e spirito di collaborazione sincera”. Aggiungendo che si tratta di “un compito molto arduo, potremmo guardare altrove oppure guardare con speranza e ottimismo credendo nella forza inarrestabile del carattere del popolo britannico. Credo avremo un futuro roseo” .”Sono convinta che abbiamo un progetto chiaro”, ha aggiunto, sottolineando che è “compito di questa generazione forgiare un futuro più roseo per il Paese”, “più coeso e aperto agli altri”.
Nonostante il divorzio sia nero su bianco, Philip Hammond apre uno spiraglio al compromesso con l’Ue. Il Cancelliere dello Scacchiere britannico, in una intervista alla Bbc, poco prima dell’annuncio ufficiale della premier Theresa May per avviare la Brexit, sostiene che Londra non vuole “scegliere a piacimento” cosa mantenere e cosa rifiutare nelle trattative con l’Europa. Per Hammond si va infatti nella direzione indicata molto chiaramente ai partner Ue dal piano della May, che prevede l’uscita del Regno dal mercato unico e la fine dell’adesione come membro a pieno titolo all’unione doganale.
Chiaramente non sono mancate le critiche. “Il peggiore errore della nostra storia dal dopoguerra a oggi”, lo definisce invece lord Michael Heseltine, ex vicepremier ed ex ministro della Difesa conservatore, uno dei pochi Tories che hanno avuto il coraggio di opporsi alla Brexit.
Il Parlamento europeo “richiede il giusto trattamento dei cittadini dei 27 Paesi dell’Ue che risiedono nel Regno Unito e di quelli britannici negli Stati Ue ed è dell’opinione che nel negoziato si debba dare piena priorità ai loro rispettivi interessi”. Così la bozza di risoluzione che il Parlamento europeo discuterà mercoledì prossimo in plenaria a Strasburgo, e che oggi sarà sul tavolo alla riunione dei leader dei gruppi politici.
“Quando si fa un divorzio fra due genitori si va dall’avvocato e la prima cosa che si negozia sono i soldi e sono i figli: i figli sono i cittadini, i nostri concittadini, e anche i cittadini del Regno Unito”, ha detto il Capogruppo dell’S&D al Parlamento Europeo Gianni Pittella. Sui “soldi”, l’europarlamentare non ha commentato la cifra circolata finora di un conto da 60 miliardi di euro per Londra, limitandosi a dire: “adesso vedremo quanto sarà. Il conto sarà fatto e quello che si deve si deve pagare, altrimenti si è morosi”. E poi, ha proseguito, i diritti dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito e anche quelli dei britannici che vivono in Italia e negli altri Paesi europei, “devono essere garantiti. Fino al divorzio e dopo il divorzio”. Quindi bisogna “garantire che i 600mila italiani che stanno nel Regno Unito possano avere i diritti sociali, la protezione sociale, le pensioni, il ricongiungimento familiare, i diritti all’assistenza sanitaria: per noi non deve cambiare nulla, assolutamente”. Gli europei devono “ottenere una Brexit ‘light, fair'”, ovvero una Brexit che consenta al “Regno Unito di essere Paese terzo ma di poter garantire i diritti dei cittadini, il mantenimento di un rapporto commerciale con l’accesso al mercato europeo e d’altra parte garantire la libera circolazione delle persone, questo è un ‘fair Brexit'”. Se invece “la May vuole fare la prova muscolare e diventa il cavallo di Troia di Trump in Europa, faccia pure ma non farà gli interessi dei suoi cittadini”. Finora, ha concluso Pittella, la May sta gestendo questo inizio di Brexit in “maniera disastrosa”.
La vera incognita sul negoziato riguarda infatti i cittadini europei residenti in Gran Bretagna. Infatti il governo di Madrid ha deciso oggi l’apertura di uno ‘sportello Brexit’ presso l’ambasciata di Spagna a Londra per aiutare le decine di migliaia di spagnoli che vivono nel Regno Unito ad affrontare i problemi che susciterà il divorzio inglese dall’Ue.
Nel frattempo però a risentirne è lo stesso Regno Unito: la sterlina perde terreno contro tutte le principali valute nel giorno dell’avvio formale dei negoziati per la Brexit, mentre crescono i timori per un nuovo referendum per l’indipendenza della Scozia. La moneta britannica cede lo 0,3% a 1,2407 dollari, dopo essere scivolata fin sotto la soglia 1,24 dollari a quota 1,2380. Nel cross con l’euro la sterlina perde lo 0,1% a 86,9 pence per euro. “Al Regno Unito l’uscita costerà
molto in termini economici ma anche politici”. Così il vicepresidente del Parlamento europeo David Sassoli in un forum dell’ANSA. A suo parere la necessità per l’Ue è “rafforzare l’unità e mettere al primo posto l’interesse dei cittadini”. Secondo Sassoli, la linea rossa da non superare nel negoziato sarà quella dell’inscindibilità “delle quattro libertà” ma da mettere sul tavolo c’è anche il tema che “il Regno Unito è debitore per 60 miliardi verso l’Unione europea”.

ARTICOLO 50 e i passaggi del ‘divorzio’
– Ecco cosa prevede l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea.

1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione.

2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione. L’accordo è negoziato conformemente all’articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Esso è concluso a nome dell’Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.

3. I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida all’unanimità di prorogare tale termine.

4. Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano. Per maggioranza qualificata s’intende quella definita conformemente all’articolo 238, paragrafo 3, lettera b) del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

5. Se lo Stato che ha receduto dall’Unione chiede di aderirvi nuovamente, tale richiesta è oggetto della procedura di cui all’articolo 49.

– Ecco i passaggi temporali del negoziato.

– Entro 31/3/2017: ai 27 governi Ue verrà inviata la bozza delle cosiddette ‘linee guida’. In particolare verrà chiarito se la Ue accetterà di aprire in parallelo la trattativa per la relazione futura col Regno Unito.
– 29 aprile 2017: Consiglio straordinario a 27 per la definizione delle ‘linee guida’.
– maggio 2017: Commissione pubblica la raccomandazione per il capo negoziatore Michel Barnier.
– tra maggio e giugno 2017: avvio dei negoziati tecnici ufficiali, in questa fase sarà discusso anche l’ammontare del ‘debito residuo’ che la Gran Bretagna dovrà pagare per rispettare gli impegni presi verso il bilancio europeo.
– autunno 2017: governo Londra presenta la legge (Great Repeal Bill) che annullerà l’atto del 1972 (European Communities Act) che sanciva l’incorporazione della legislazione europea in quella britannica.
– entro ottobre 2018: Barnier ha previsto la conclusione del negoziato, per permettere le procedure di ratifica.
– entro 29 marzo 2019: Parlamento britannico approva l’accordo ed il Great Repeal Bill. Il Consiglio Ue a 27 approva a maggioranza qualificata.

Scozia: May nega il referendum, non è il momento

theresa-may-an103106230epa05433683Theresa May ha respinto al mittente, la premier scozzese Nicola Sturgeon, la richiesta di un referendum per l’indipendenza della Scozia. Ospite di Itv News, il primo ministro britannico ha escluso che una nuova consultazione, dopo quella del 2014 nella quale prevalsero i no alla separazione, possa essere tenuta nei prossimi due anni.
“Non è ora il momento” ha dichiarato la May richiamando l’unità del Paese in un momento in cui “tutte le energie dovrebbero essere concentrate nelle negoziazioni sulle future relazioni con l’Unione europea”. Durante la settimana la sua omologa scozzese, Nicola Sturgeon, aveva evocato l’attivazione dell’iter per un secondo referendum sull’indipendenza, dopo quello del 2014.
Alla notizia quindi la Sturgeon ha criticato il primo ministro britannico Theresa May. “Non stiamo proponendo di farlo ora. Ma di essere messi in condizioni di celebrarlo quando saranno chiari i termini della Brexit e prima che sia troppo tardi per avere una alternativa” ha replicato Sturgeon via twitter. Il Parlamento scozzese voterà la settimana prossima sulla necessità (o meno) di una richiesta di autorizzazione al Parlamento del Regno Unito per tenere una seconda consultazione. “La questione va discussa e concordata. Se i conservatori si rifiutassero di farlo, bloccherebbero il diritto della Scozia di scegliere. E ciò sarebbe antidemocratico oltre che la prova che temono il verdetto del popolo scozzese”. Nel 2014, la Scozia ha votato per rimanere parte del Regno Unito. Tuttavia gli scozzesi si sono espressi in larga maggioranza per il no all’uscita del regno Unito dall’Ue.
Nel frattempo è arrivata la formale via libera alla Brexit dalla regina Elisabetta, e così la May può avviare i negoziati.
L’autorizzazione della sovrana autorizza il governo britannico a comunicare a Bruxelles la richiesta di attivare le procedure per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La firma della Regina, nota come “Royal assent”, interviene a tre giorni dalla definitiva approvazione del Parlamento britannico, che lunedì aveva autorizzato Downing Street ad avviare le procedure per l’attivazione dell’art. 50 del Trattato di Lisbona.
Ma più che la Brexit ora è la questione scozzese ad essere in primo piano sulla stampa del Regno Unito, dopo la richiesta del governo di Edimburgo di un secondo referendum per l’indipendenza. Gli ultimi rilevamenti dell’istituto ScotCen Social Research, in evidenza su diversi quotidiani, mostrano che il sostegno alla causa indipendentista ha raggiunto un livello record, il 46 per cento, ma che lo stesso vale per l’euroscetticismo: due terzi degli elettori sono critici rispetto all’Unione Europea; il 25 per cento è favorevole all’uscita e il 42 per cento a una riduzione dei poteri di Bruxelles. Ciò pone la prima ministra della Scozia, Nicola Sturgeon, di fronte al dilemma di legare o meno il dibattito sulla secessione alla Brexit. Un altro sondaggio, di YouGov per “The Times”, escludendo gli incerti, attribuisce agli indipendentisti una quota del 43 per cento, contro il 57 degli unionisti. In un’intervista a “The Guardian”, Angus Robertson, il più esperto deputato del Partito nazionale scozzese (Snp) alla Camera dei Comuni, afferma che la priorità è proteggere l’appartenenza al mercato unico e che c’è ancora la possibilità, anche se il tempo stringe, di raggiungere un compromesso tra Edimburgo e Londra. Fiona Hill e Nick Timothy, due stretti collaboratori della premier, Theresa May, saranno in Scozia domani, per incontrare parlamentari dell’assemblea scozzese. Downing Street potrebbe programmare visite anche nelle altre nazioni costitutive prima di invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona.

Scozia, si chiederà il voto per restare in Europa

sturgeonSi riaccendono i fari sulla Scozia. Il Primo Ministro Nicola Sturgeon ha detto che la Scozia può tenere un voto sull’indipendenza alla fine del 2018, poco prima della data in cui il Regno Unito dovrebbe abbandonare l’Unione europea, sebbene la sua omologa britannica Theresa May abbia ribadito che la consultazione non sia necessaria. E ad anticipare la notizia un’discrezione del ‘Financial Times‘.
A confermare però la richiesta della Sturgeon, Tasmina Ahmed Sheikh, deputata e portavoce del Partito scozzese Trade and Investment spokesperson che alla BBC che ha sostenuto l’idea della Sturgeon e che quindi si potrebbe andare a votare per l’autunno del prossimo anno.
La deputata ha affermato che la Sturgeon “ha il mandato di chiedere un altro referendum per l’indipendenza” soprattutto “se dovessimo essere messi fuori dell’UE contro la nostra volontà”, ha detto Ahmed Sheikh. “Il popolo della Scozia ha votato per rimanere nell’Unione Europea”, ha aggiunto.
La prospettiva di una consultazione sull’indipendenza della Scozia che potrebbe spaccare il Regno Unito qualche mese prima dell’uscita dalla Ue rappresenterebbe uno scenario inatteso della Brexit con conseguenze del tutto imprevedibili per la quinta economia mondiale. Per questo secondo il ‘Ft’ il governo britannico cercherà di posticipare il voto a dopo l’uscita dall’Unione europea.

SCENARI EUROPEI

epa04486490 European Commission President Jean-Claude Juncker gives a press conference on Luxembourg leaks after a week under pression at the EU Commission headquarters in Brussels, Belgium, 12 November 2014. Luxembourg leaks is scandal of Companies? Secret Tax Deals in Luxembourg.  EPA/OLIVIER HOSLET

EPA/OLIVIER HOSLET

L’Unione europea da salvare. Sul futuro di un’Europa sempre più divisa e in affanno, arriva a dare prospettive il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che oggi presenta al Parlamento europeo il suo Libro bianco sul dopo Brexit. “Possiamo essere orgogliosi di quanto abbiamo realizzato – ha spiegato in un comunicato il presidente dell’esecutivo comunitario Jean-Claude Juncker – i nostri giorni peggiori del 2017 saranno in ogni caso di gran lunga migliori rispetto a uno qualsiasi dei giorni che i nostri antenati hanno trascorso sul campo di battaglia. Con il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma è giunto il momento per una Europa unita a 27 di definire una visione per il futuro”. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha telefonato al Presidente Paolo Gentiloni per discutere del summit per i 25 anni dei Trattati di Roma, in agenda il 25 marzo nella capitale e per parlare del futuro dell’Europa.
Proprio in vista del summit Juncker in 26 pagine fa lo sforzo di guidare i Paesi membri verso una possibile strada, ma senza imporre soluzioni. Il libro traccia cinque possibili percorsi fino a dicembre, e nessuno degli scenari previsti però impone la revisione dei Trattati.
Il documento illustra infatti gli scenari verso i quali l’Europa potrà dirigersi da qui in avanti, alla luce degli ultimi avvenimenti che sembrano aver fatto vacillare la stessa idea dell’Europa e che vede populismi e nazionalismi cavalcare con sempre maggiore foga il Vecchio Continente in crisi.

Scenario 1: Proseguire in questo modo
Nessun cambiamento e tutto viene lasciato nelle mani dei singoli Stati membri responsabilità fondamentali come il controllo delle frontiere.

Scenario 2: Uniti nel Mercato unico
Con questa prospettiva la missione principale sarebbe il mercato unico, ma così l’UE si troverebbe ad affrontare elevati rischi per l’euro e l’Eurozona sarebbe vulnerabile anche si fronte a nuove crisi finanziarie.

Scenario 3: Chi vuole di più faccia di più
È lo scenario dell’Europa a più velocità, basato su “coalizioni di volenterosi” disposti a elaborare politiche comuni su temi come difesa, sicurezza interna, questioni fiscali e sociali, ma verrebbe messa in dubbio la governance dell’eurozona.

Scenario 4: Fare meno ma farlo meglio
Si tratterebbe di affrontare meglio alcune questioni come una Frontiera europea e una Guardia costiera, così come una posizione comune in politica estera, tuttavia i Paesi devono prima essere d’accordo tra loro sulle aree in cui vogliono una cooperazione più efficiente.

Scenario 5: fare molto di più e farlo tutti insieme
L’Ue avrebbe più risorse proprie e una sola voce su politica estera e commercio; potrebbe assumere la leadership globale su cambiamento climatico e questioni umanitarie. A Bruxelles si farebbe un lavoro di decision-making “molto più ampio e veloce”, cosa che – ammette la Commissione Juncker – “rischia di alienare quelle parti della società che non credono nella legittimità dell’Ue”.

Tra le cinque opzioni contenute nel libro bianco è proprio questa l’unica ad avere una prospettiva e un futuro. E l’unica che con ogni probabilità sarà rilanciata nella dichiarazione del vertice di Roma del 25 marzo.
Contro l’esposizione di queste prospettive arriva il parere del capogruppo dei Socialisti e democratici al Parlamento Ue Gianni Pittella che si dice “deluso” dal Libro bianco di Juncker, “perché ha dato 5 opzioni per il futuro dell’Europa senza sottolineare una scelta politica della Commissione”.
Sempre in Parlamento europeo arriva anche l’avvertimento dal Commissario europeo agli Affari Economici Pierre Moscovici, in audizione oggi in Parlamento per preservare l’Europa. “Siamo in mondo pericoloso, ci sono forze che vorrebbero smantellarci, penso alle politiche americane e alla politica russa, e a forze interne che potremmo temere come la Brexit”. ha detto Moscovici. “Se così tanti vogliono dividerla forse è perché l’Unione è forte e disturba. Serve un sussulto politico per lottare per una Ue più democratica e più efficace anche a livello economico”.
Moscovici è intervenuto anche sulla manovra correttiva che il governo italiano si è impegnato a realizzare per far fronte ai rilievi sui conti posti da Bruxelles. La commissione- ha spiegato – “non chiede un aggiustamento di bilancio irrealistico ma progressivo e ragionevole per il rispetto del braccio preventivo del patto di stabilità”. Il commissario si è detto comunque “certo che l’Italia assumerà le proprie responsabilità e il dialogo andrà avanti”.
“A titolo personale sono favorevole a concetto estremamente ambizioso di zona euro, di una capacità di bilancio che permetta da una parte di prolungare piano Juncker” e dall’altro di “sostenere una assicurazione minima contro la disoccupazione. Secondo me l’Unione deve andare fino in fondo, e dotarsi di un Tesoro europeo, per una trasformazione progressiva”. In questo modo – ha spiegato – ci sarà “maggiore trasparenza. Noi – ha spiegato – prendiamo decisioni, ad esempio sulla Grecia, che gravano sull’economia dei Paesi. Credo che agiamo con saggezza ma capisco che ci possa essere una richiesta di spiegazioni e apprensione da parte delle istituzioni democratiche, dei Parlamenti e dei cittadini”

Corrado Oppedisano
Socialisti e riformisti
alla ricerca del “Graal”

Mentre la perdita di consensi a sinistra in Italia e in Europa, nel mondo, non stupisce più nessuno, i Socialisti dimenticano l’Internazionale Socialista, strumento politico che esiste dalla loro genesi.

Sono molti anni che il volo in picchiata dei riformisti in Europa si va affermando. E non scalda più il cuore di nessuno. In un clima di lotta politica tra improperi insulti e incapacità di governo sembrano essere necessarie poche regole cognitive e buona scorta di “rabbia popolare” e via “tutti contro tutti“.

Guardiamo al guscio che l’Europa sta costruendo all’interno del quale, protezione ed esclusione sociale imperano, in una ritrovata intolleranza per il diverso, in omaggio al trattato di Voltaire. Fatico a capire dove stia l’utilità del disprezzo verso la politica, se si combina solo ad una manifesta incapacità di governare gli interessi primari del popolo. Un qualcosa che si propaga solo nel quotidiano, facendo si emergere scandali e malaffare ma contemporaneamente si neutralizza il futuro, come se ci dovessimo fermare e non combattere le cause.

Non esiste in democrazia l’alternativa alla politica, se ci fosse stata,  avrebbe già risolto qualche questione economica o sociale. Ma ciò che resta  sono urla su ciò che non va.

Non è l’Italia il lume della questione ma l’intera Europa. Dove proprio i mercati, i capitali e le genti necessitano di muoversi, l’anti sistema propone chiusure e sigilli “ filo spinato” e monete antiche e frontiere. Poi capiremo cosa c’entrano le porte chiuse dei paesi, mentre la necessità mondiale di mobilità non solo umana, ma intellettuale scientifica e di ricerca sono il centro intellettuale del pianeta, perciò è bene che si muovano.

Per non citare la redistribuzione delle risorse oggettive per far fronte alla grande crisi dell’Euro. Una bilancia di economie che si consuma tra oriente e occidente e che passa diritta dall’Europa, senza fermarsi. Ma che fine ha fatto il Welfare State. Nell’epoca dei “partiti anti tutto”, assieme al disagio crescente dell’elettorato e la sua distanza dalla politica, comune denominatore di questa lunga mutazione geopolitica che non è nuova, emerge un vecchio qualunquismo, facile da usare, difficile da applicare alle soluzioni perchè non le ha. Qualunquismo 4.0, affermatosi nel 1944 in Italia. L’Uomo qualunque era un settimanale con la U maiuscola e un torchio che schiacciava un piccolo uomo: simbolo della classe politica che opprimeva la borghesia. Al grido di “Abbasso tutti”.  In fondo alla pagina l’editoriale autobiografico intitolato “Io“; poco diversa da quello che si rincorre oggi: racconti sul niente.

Mentre il terzo millennio ci riserva la più grande crisi politica della storia, quella delle aree più riformiste Europee che non sono in grado di interpretare la consequenzialità di un mutato sistema mondiale socio – economico.

L’assenza di una politica Internazionale con le sue differenze dovrebbe essere il corpus della discussione dell’Internazionale Socialista che, in allora aveva ben guardato ai fenomeni mondiali dalla sua costituente. Era l’unione mondiale dei partiti d’ispirazione socialdemocratica e laburista, nata nel 51 a Francoforte. Considerata l’erede della Seconda Internazionale formata nel 1889 a Parigi, sciolta all’inizio della prima guerra mondiale. Oggi l’Internazionale Socialista è un’organizzazione che comprende oltre 150 partiti e il Consiglio si riunisce due volte l’anno con Uffici a Londra. Troppo poco due volte all’anno, in un sistema mondiale di comunicazione ad horas.

Mi viene da dire troppo poco, se si pensa alla mutazione geopolitica mondiale, al medio oriente al mediterraneo, ai conflitti in atto, alla Siria, al terrorismo dilagante. Troppo pesante troppo lento il sistema dell’Internazionale Socialista, se si riflette sui 63 milioni di persone in mobilità; sugli 11 milioni di richiedenti asilo, sui 10 milioni di apolidi. No faccio cenno ai 10.000 morti nel Mediterraneo da tre anni ad oggi.

Troppo poco, cari compagni Socialisti, troppo poco. E’ la stessa situazione che si è instaurata in Europa dalla Spagna alla Germania, dalla Francia alla Gran Bretagna e non basta a far riaffermare l’esigenza di un brainstorming mondiale dei riformisti, perchè mentre se ne parla, il tempo interviene e preme proprio sulle disuguaglianze del tempo. Socialisti impotenti in un sistema di disagio delle società troppo grande dove su di esso si innestano disprezzi di ogni genere, dalle armi, all’intolleranza alle speculazioni di ogni genere.

L’elezione di Donald Trump è la ciliegia sulla torta che, dopo la Brexit, ci ha messo in frigo un candidato dai toni poco piacevoli, che vince in barba ad un Partito Democratico Americano asfittico e rigido su ogni strategia. Ricorre quindi l’esigenza di dover parlare alla pancia delle persone ed è talmente “semplice” che non serve più programmare, progettare un futuro per tutti, tra pace e distensione. “Ognuno resta solo sul cuor della terra” scriveva Quasimodo.

Il disagio sociale è troppo grande e destinato a crescere, se non si ritrova “il Graal”, il valore centrale della fede Socialista e riformista, la mèta dei socialisti “per tutti gli uomini e donne che lavorano e soffrono”. Un diverso Stato sociale, che può con i giusti correttivi, generare una prospettiva di lungo periodo, una alternativa ad uno sterile populismo radicale. Pericoloso poichè che non vuole correzioni ma distruggere le basi delle relazioni e non solo contro i mercati – che hanno costruito una gran parte dello sviluppo mondiale trasformando democraticamente le società – ma tra persone. La totale chiusura di ogni modello di cooperazione Internazionale e locale.

I riformisti nel mondo e in Europa in particolare, devono recuperare sul “nuovo decadentismo”, riprendendo i valori di partenza – “recuperare il Graal” – la discendenza – in un’azione internazionale, sul calco dei principi costitutivi dei Socialismo Internazionale.

Se volessimo ricercare una motivazione a cotanto scollamento politico – spiegazione non unica certamente – sulla prima tendenza potrebbe essere sufficiente riflettere sugli andamenti della distribuzione del reddito in tutti i paesi occidentali, proprio dove, negli ultimi anni, sono aumentate le distanze tra poveri e ricchi insieme all’insicurezza sul lavoro e sul futuro, svanita all’orizzonte.

Un’assenza di stabilità (di libertà) che incide sulla natalità in Europea, mentre un debole e precario lavoro va a braccetto con un’insicurezza sociale alle stelle.  Di contorno una politica internazionale silente, mentre il sud chiede aiuto su guerre carestie clima desertificazione, land grabbing. mancanza di risorse e pace.

Una tendenza internazionale che si allontana da un’idea di futuro prospero che dovrebbe stare alla base del consenso di intere generazioni: il corpus centrale della politica della sinistra, dei partiti Socialisti in Europa e nel mondo. Falcidiare lo stato sociale e l’idea di una nuova politica del reddito ha già visto la sinistra al potere in lunghi periodi. Ricordo Tony Blair e  Hollande in Francia, vittime forse di una contingenza internazionale, difficilmente traducibile alle nuove generazioni, senza progetto. Debacle impressa nelle memorie dei riformatori che oggi rinunciano alla politica.   La reazione dov’é ? Se non ora quando?

Riallineare la distribuzione dei redditi, deve essere l’obiettivo dei Socialisti in Europa e nel mondo. Con un occhio verso la globalizzazione che ha migliorato la vita di almeno un terzo della popolazione mondiale, e con l’altro non dimenticarsi del resto del mondo. Nel paradosso liberista basato sulla mobilità totale del capitale di fronte a politiche del lavoro che restano immobili. E’ estremamente difficile mettere in atto l’obiettivo fondamentale su cui si fondavano i partiti Socialisti o riformisti durante tutto il secolo scorso: la riduzione drastica delle disuguaglianze, delle povertà, attraverso il welfare State, su sanità, istruzione, lavoro e previdenza, raggiungendo equilibri di giustizia sociale accettabili per investire su ricerca innovazione e sviluppo internazionale.

Ciò per superare la contesa miope odierna di chi sostiene la necessità di maggiori imposte e maggiori servizi sociali e coloro che sostengono la tesi opposta, cioè meno tasse e meno servizi sociali. Chiunque afferma di voler aumentare le tasse, anche limitatamente alle categorie più benestanti proponendo il miglioramento e la difesa della  del welfare perde voti.

L’aumento delle disuguaglianze e dei diritti nel mondo sembra essere un processo irrisolvibile. Un temporale terribile che deve arrivare, senza prevenzione. Analisti politici e ricercatori di ogni genere si stanno impegnando, ponendo le disuguaglianze al centro dello studio e dell’approfondimento accademico. In attesa di nuove la politica non si riesce a trovare la via d’uscita, quella politica, appunto.

Aumentare i Ticket, ridurre i servizi sanitari gratuiti, limitare i servizi scolastici ( che storicamente provocarono negli anni sessanta violente reazioni), vengono oggi accettati come un fatto senza soluzione, da tutti.

Questa incapacità a migliorare la giustizia sociale colpisce nel cuore gli obiettivi fondamentali del riformismo democratico e ne indebolisce le forze. E alla incapacità istituzionale dei partiti si accompagna un sistema privo di ogni spesssore politico, con sindacati e parti sociali deboli. La polis in genere.

Questa situazione va avanti da tanti anni e non finisce qui. Bisognerebbe chiedersi  dove si nasconde “il big bang” : il grande scoppio. La politica riformista  alla deriva – che perde oggi- deve ripartire dalle sue radici, quelle del riformismo Europeo e non dalla bieca emulazione della destra, strada fortemente  sconsigliata. Si perde due volte e non c’è ritorno.

I riformisti in Europa e nel Mondo dovranno lavorare insieme, per connettersi ai grandi processi di ricerca e di evoluzione della società, nelle scienze, nelle tecnologie, nell’informazione per i diritti umani.

Per i socialisti la missione è quella di ritrovare “il Santo Graal” del riformismo internazionale per affidarlo, non al recupero dei “voti perduti” ma ad un nuovo orientamento mondiale politico, economico, a frutto della intera umanità per la sua pace.  Questo è l’inizio della sfida.

Corrado Oppedisano

Ernesto Rossi, la lezione
e l’attualità di un intellettuale libero

Ernesto RossiQuesto 9 febbraio 2017, saranno passati 50 anni dalla morte di Ernesto Rossi. Persona di cui, rispetto al suo contributo per la lotta al fascismo e per la costruzione della nostra Italia libera, si sa piuttosto poco, ormai.
In questi ultimi mesi, qualche volta il suo nome ha fatto capolino nelle cronache. Soprattutto, quando l’ex premier Renzi ha deciso di tenere a Ventotene un vertice con Germania e Francia post Brexit, per tentare di far ripartire quel progetto di Europa Unita di cui Rossi, insieme a Spinelli, è uno dei principali propugnatori. Infatti, fu proprio nell’isola pontina, che vide la luce il famoso “Manifesto di Ventotene”, scritto da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli durante il loro confino in quanto oppositori integerrimi del regime fascista di Mussolini.
Come scritto nella prefazione al testo da Eugenio Colorni, altro oppositore di Mussolini, “Si fece strada (tra noi n.d.r) […] l’idea centrale che la contraddizione essenziale, responsabile della crisi, delle guerre, delle miserie [..] è l’esistenza di stati sovrani, geograficamente, economicamente, militarmente individuali, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes”.
Ogni volta, però, che si tira fuori “dall’oblio” il nome e la figura di Ernesto Rossi, viene da chiedersi, perché utile, se il suo pensiero, le sue idee o anche il suo “metodo” siano ancora attuali e validi.
Appartenendo alla cultura liberal-socialista di questo paese, Rossi è (purtroppo per l’Italia) il componente di una sparuta minoranza. La quale se pur ha inciso molto nel progresso sociale del nostro paese, opponendosi fieramente contro la dittatura fascista non meno di altri, ha di certo scontato l’essere, numericamente, poca cosa rispetto all’egemonia culturale comunista. La quale poteva contare sull’intellettuale “organico”, di fede, al fine di realizzare il “paradiso in terra”. Il “sol dell’avvenire” doveva spuntare per forza, insomma. Al di la di ogni ragionevole dubbio.
Rossi, invece, di dubbi ne aveva molti, perché “pessimista della ragione”. Anzi, amava dire: “Siamo democratici, perché siamo pessimisti nei riguardi dei governanti”. Da anticlericale quale era, faceva corrispondere la linea che separa gli amanti della libertà dai suoi avversari, alla distinzione tra laici e chierici. Ed i chierici non stanno di certo sempre e solo in chiesa, come la storia ci ha insegnato.

Il suo essere intellettuale libero da ogni condizione partitica, in quanto il partito è un mezzo e non un fine, era distante, e in antitesi, con la figura dell’intellettuale gramsciano. Ma corrispondeva di più a quello descritto da Bobbio in un articolo sull’Avanti!, intitolato “Invito al colloquio”. In cui l’ex compagno azionista, ribadendo la superiorità della cultura politica liberal-democratica rispetto a quella delle democrazie popolari, affermava che l’intellettuale avrebbe dovuto essere “dentro” i contrasti della società, per capirne le ragioni. Perché la politica della cultura doveva essere una forza completamente autonoma nell’ambito sociale. Era la libertà che doveva caratterizzarla, non l’appartenenza. In questo modo apparivano una contraddizione negativa il partito “degli intellettuali” e la figura dell’intellettuale di partito, rispetto ad un intellettuale “mediatore”, attrezzato con l’arma del dubbio e, così, capace di libera critica.
Rossi fu soprattutto questo, un intellettuale libero. Il quale non si fermò alla “cattedra”, ma partecipò in prima persona agli eventi più devastanti della nostra storia. Come la Prima Guerra Mondiale, a cui prese parte nello spirito dell’interventismo democratico, appoggiato anche dal suo maestro Gaetano Salvemini; al quale riconosceva il fatto di averlo salvato, appena finita la guerra, quando ha un momento di incertezza. Incertezza con cui, per stessa ammissione di Rossi, “sarei facilmente sdrucciolato nei Fasci di combattimento”.
Si oppose strenuamente alla dittatura fascista, pagandone in prima persona con anni di prigionia e confino.

Aderì e militò in partiti, come il Partito D’Azione e quello Partito Radicale.
Lavorò, giovanissimo, subito dopo la Grande Guerra, presso l’ANIMI, Associazione Nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia, dove conobbe la situazione di tremenda arretratezza del Sud del paese. E si impegnò sia per aiutare i migranti italiani a partire verso terre che potevano dargli un futuro, sia per il miglioramento del sistema scolastico.
Fu manager pubblico come responsabile dell’ARAR (Azienda Rilievo Alienazione Residuati) fino al 1958. Sottosegretario alla ricostruzione del primo governo Parri. E opinionista, sempre scomodo e anticonformista. Analizzando ogni aspetto politico, sociale ed economico che sia, con metodo analitico, e con linguaggio antiretorico.
Come messo in evidenza da Walter Vecellio durante un convegno di qualche anno fa, “dell’Ernesto Rossi giovane, quello dell’antifascismo, per intenderci, bene o male qualcosa si sa, si può sapere. Ma dell’Ernesto Rossi del dopoguerra; delle splendide campagne condotte attraverso le colonne del settimanale ‘Il Mondo’; delle lotte antiregime e antimnopoli; per questo Ernesto Rossi il discorso è diverso”. In fondo, “era il grande accusatore degli abusi e dei privilegi di regime, nonché della politica parolaia delle opposizioni”.
Eppure, al di là del nostro giudizio sull’opera e il pensiero complessivo di Rossi, qualche domanda sulla sua attualità, come sulla bontà di alcune sue battaglie, andrebbe posta. Soprattutto, anche alla luce della situazione econimico-sociale che viviamo. La quale, se da più parti viene descritta come il portato di anni di mala gestione, risulterebbe ancora più importante indagare su chi certe pratiche le ha sempre stigmatizzate. O, anche, riflettere sul modo in cui Rossi è stato effettivamente l’incarnazione del “Quarto Potere”; il cane da guardia e il pungolo del potere, rincorso e rintuzzato attraverso un’opera instancabile di ricerca e studio.
E pur se oggi il suo strenuo anticlericalismo potrebbe risultare troppo legato ad un mondo ormai radicalmente cambiato e secolarizzato, di certo il concetto di “laicità dello stato”, nel nostro paese, non è sempre un fatto acquisito. Perché, usando le parole di Rossi: “Non penso sia mio compito insegnare ai preti a fare il loro mestiere. I preti, purtroppo, sanno fare benissimo il loro mestiere: siamo noi liberali che non sappiamo fare il nostro”.

Con un sistema dell’8 per mille piuttosto “sbilanciato”, e reso opaco da una cattiva informazione. Il problema delle tasse sui presunti luoghi di culto, ma che svolgono, in effetti un’attività commerciale come le altre, e le pressioni esercitate (con successo) nel caso, per esempio, del referendum sulla legge 30, senza contare la difficoltà di approvare leggi su fine vita e testamento biologico, stanno lì a testimoniare che non tutto è al posto giusto nei rapporti tra Vaticano e Stato italiano.
Come trova ancora effettivo riscontro nelle, purtroppo, non esaltanti cronache provenienti dallo stato di salute dell’Unione Europea, il richiamo di Rossi al pericolo insito in ogni nazionalismo. In un contesto dove, oggi, si rinfocola un sovranismo, che ha echi davvero oscuri e populisti. Alla vigilia, tra l’altro, di un anno elettorale che appare essere decisivo per le sorti dell’UE, già menomata, e non poco, dalla Brexit.

Convinto della superiorità del libero mercato, sistema che definiva “individualistico”, non si è mai chiuso in posizioni ideologiche. Tanto da polemizzare con una delle persone che stimava di più: Luigi Einaudi. Nei confronti del quale dice che:” Continuamente Einaudi ragiona come se la libera concorrenza portasse al massimo la produttività di tutti i fattori della produzione e distribuisse automaticamente il prodotto nel modo più corrispondente agl’interessi di tutti i componenti della collettività. Einaudi sa bene che a questa conclusione si arriva solo assumendo come dato di fatto una certa distribuzione della ricchezza e che, quando si passa dalla teoria astratta alla realtà concreta, tutto il castello cade non appena si osserva la differenza fra opportunità che si prospettano alla scelta dei vari individui. Einaudi sa benissimo tutto ciò […] ma non lo tiene mai in evidenza”.
Pur non essendo un keynesiano, anche perché Keynes, in qualche caso, aveva anche elogiato le spese improduttive, purché diminuissero la disoccupazione (costruire, alla bisogna piramidi era meglio di nulla, ha scritto l’economista britannico, pur dopo pentendosene), Rossi fu favorevole alla nazionalizzazione dell’industria elettrica (il suo “chiodo fisso”). Ritenendo necessario lo smantellamento di alcuni centri di potere pericolosi nei confronti delle istituzioni democratiche.
Non riteneva, che il capitalismo, di per se, “fosse una pecora da tosare”, così come sostenuto in seguito da Olalf Palme. Però, riconosceva l’esigenza del fatto che anche il “liberismo richiede la pianificazione”. Perché “nessuna persona di buon senso può pensare seriamente che dal caos degli impulsi individuali nasca spontaneamente un cosmo di ordine sociale. L’economia di mercato dà risultati ottimi o pessimi a seconda dell’ordinamento giuridico. […]. Non basta che il legislatore stabilisca l’oggetto e i limiti del diritto di proprietà […]. Occorre nazionalizzare i servizi pubblici che risultano troppo pericolosi in mano ai privati […]. Occorre redistribuire […] i costi della dinamica economica”.

In questi ragionamenti è insito un problema ancora (e forse ancor più rispetto agli anni ‘50) presente ai nostri giorni: ovvero, il ruolo della politica rispetto all’economia.
Rossi, attraverso la possibilità di intervento dello stato nell’economia, riconosce che il potere politico comunque mantiene una predominanza su quello economico. Perché, come detto, gli animal spirits, lasciati troppo allo stato brado, possono produrre danni, soprattutto ai più deboli; o, se si preferisce, ai più.
Ed infondo, la crisi che stiamo vivendo ci dice proprio che il modello neoliberista produce scompensi profondi, proprio per la mancanza di meccanismi regolativi. Ed ha consentito, come direbbe Rossi, “pratiche predatorie […] che consentono profitti ai privati con danno alla collettività”.

Si pone, quindi, il problema del rapporto tra politica ed economia. Perché siamo passati da una economia ancillare alla politica, durante i “Trenta Gloriosi” del dopo guerra; ad una politica “succube” del potere della finanza globalizzato. La quale, in queste condizioni, prende le sembianze di un “monopolio globale”, rispetto al quale non c’è il contraltare di un potere politico altrettanto globalizzato, o sufficientemente ampio e connesso, da regolarlo secondo logiche meno rapaci.
Era chiaro già allora all’ex giellino che “le crisi economiche hanno conseguenze particolarmente penose nel regime capitalistico, per il fatto che colpiscono in modo sperequatissimo i diversi membri della società, e per il fatto che la gravità del danno non corrisponde alla diversa responsabilità degli interessati”. E che le istituzioni democratiche sono messe in serio pericolo dalla miseria e dalla insicurezza. Tanto da sembrare un veggente rispetto al nostro tempo, affermando che:” [..] il suffragio universale si trasforma in un’arma micidiale per la stessa democrazia nei paesi in cui la miseria impedisce a gran parte della popolazione di acquisire coscienza dei propri doveri verso la collettività, e la rende facile preda dei demagoghi”. Ribadendo la necessità dello stato sociale come “premio di assicurazione verso le crisi rivoluzionarie e le dittature totalitarie”.
L’epoca in cui è vissuto Rossi è totalmente diversa dalla nostra. Le accelerate sono state imperiose, tanto da lasciar sconcertati e impreparati. Quando si parla di “miseria”, si deve tenere ben a mente che non è la stessa, a distanza di anni. Però, i problemi sembrano avere punti di contatto notevoli, nonostante il lasso di tempo che separa i contesti storici.
Ma, la risposta a tutto ciò sta ancora in quel sogno di federalismo europeo (e non solo), che ha animato i confinanti di Ventotene. E non in risposte nazionali, se non nazionalistiche, le quali appaiono oltre che velleitarie, anche miopi e pericolose.
Qualsiasi cosa si possa pensare nel merito delle idee, politiche quanto economiche, di Ernesto Rossi, su un aspetto, però, è difficile dissentire. Ovvero, che ha esercitato sempre il suo ruolo di vera “elite”, nel senso più alto del termine; assumendosene sempre la responsabilità politica e intellettuale.

Nel periodo in cui viviamo, è proprio la sensazione dell’assenza in tutti i settori di una classe dirigente, e per classe dirigente intendo, oltre ai politici, anche chi, come i giornalisti e gli uomini di cultura, sia capace di veicolare, mediare, spiegare la complessità. Senza facili inclinazioni al populismo, buono per un consenso da folla, ma non come guida e per il progresso sociale e civile di un paese.
Volendo usare le parole di Pasquale Villari, ci troviamo in un contesto in cui “la mediocrità (appare ndr) una potenza livellatrice (e) vorrebbe indurre tutti gli uomini alla sua misura, odia il genio che non comprende, detesta l’ingegno che distrugge l’armonia della sua uguaglianza”. Un motivo sufficiente per ricordare sempre la lezione di Ernesto Rossi. Che non erano “Aria Fritta”.

Per il Fmi il Pil italiano va rivisto al ribasso

Fondo-Monetario-InternazionleIl FMI rivede al ribasso la crescita del PIL in Italia per il 2017 e per il 2018. Quest’anno crescerebbe dello 0,7% (0,2% in meno rispetto alle stime di ottobre) e per il 2018 crescerebbe dello 0,8% (0,3% in meno rispetto alle precedenti stime). Questa limatura sull’Italia fatta dal FMI si trova nell’aggiornamento del World Economic Outlook. L’economia italiana nel 2016 è cresciuta dello 0,9 per cento.

Maurice Obstfeld, capo economista del FMI, ha detto che l’ex premier Matteo Renzi ha fatto molte riforme strutturali “molto importanti” sottolineando che le riforme approvate vanno attuate anche se ancora molto resta da fare.

Il ministro Padoan è “un po’ stupito dalla revisione al ribasso delle stime del Pil per l’Italia da parte del Fondo Monetario perché le ragioni addotte per una crescita più bassa sono più incertezza politica difficile da argomentare dopo il referendum e con un governo in continuità con il precedente e problemi con le banche”. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, con riferimento alle banche, ha dichiarato al TG3: “anche qui sono state prese misure per fronteggiare alcune situazioni bancarie che non sono preoccupanti”.

Il FMI ha confermato le stime di crescita mondiali per il 2016 ed il 2017. Per il corrente anno si prevede una crescita globale del PIL nella misura del 3,4% (quasi cinque volte maggiore della crescita italiana). Nel 2018 il PIL mondiale aumenterebbe ulteriormente raggiungendo il 3,6%.

Per le economie avanzate, il FMI rivede le stime al rialzo. Per il corrente anno crescerebbero dell’1,9% (+0,1% rispetto alle stime precedenti) e per il 2018 sarebbero del 2% (+0,2% sulle stime precedenti).

Anche per gli Stati Uniti e per l’Eurozona, il FMI rivede al rialzo le stime di crescita. L’economia statunitense nel 2017 avrebbe un’espansione del 2,3% (+0,1% dalle stime di ottobre scorso). Nel 2018 avrebbe una crescita del 2,5% (+0.4% rispetto alle stime precedenti). Nell’Eurozona la crescita sarebbe quest’anno dell’1,6% (+0,1% della stima precedente), mentre resterebbe invariata nel 2018 a +1,6 per cento.

Secondo il FMI, l’economia inglese resiste alla Brexit e prevede per il Regno Unito una crescita al rialzo per il 2017, mentre per il 2018 prevede una stima di crescita al ribasso. Quest’anno la crescita britannica dovrebbe raggiungere l’1,5% (+0,4% dalle stime precedenti) mentre per il 2018 la stima di crescita dovrebbe subire un rallentamento rispetto al 2% del 2016. Tuttavia crescita e Pil inglesi non vanno di pari passo: per il 2017 il PIL dovrebbe raggiungere l’1,4% (in diminuzione dello 0,3% rispetto alle stime precedenti).

Un serio avvertimento del FMI riguarda l’incertezza sulle politiche dell’amministrazione statunitense di Donald Trump. Questo potrebbe pesare sulle stime di crescita. Se gli stimoli all’economia assicurati dal nuovo Presidente degli Stati Uniti dovessero manifestarsi più sostenute rispetto alle aspettative, la crescita globale potrebbe avere una maggiore accelerazione. Rischi negativi per la crescita potrebbero invece arrivare dalle politiche protezionistiche. Nel frattempo, l’export italiano è in aumento mentre quello cinese è in diminuzione.

Salvatore Rondello