IN CODA ALL’EUROPA

boone

Mentre continua il braccio di ferro tra Tria e Di Maio sul tetto del deficit, arrivano previsioni negative per l’Italia. L’Ocse abbassa l’asticella per il Pil italiano per il 2018 portandolo dall’1,4 all’1,2 per cento. E, nell’Economic Outlook, attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. Insomma il Pil non sarà quello sperato e utilizzato dal governo come base su cui calcolare il rapporto del deficit, ma sarà più basso. Due problemi insieme, meno sviluppo e rapporto con il debito più alto. In sostanza si ristringe ancora il margine di manovra già esiguo e di conseguenza si restringe il sentiero sui cui la maggioranza dovrà arrampicarsi per fronteggiare la manovra. La sforbiciata sul 2018 è in linea con il taglio medio alla stima dell’Eurozona, che comunque nel complesso si muove a velocità quasi doppia rispetto a noi con una progressione del Pil stimata nell’ordine del 2 per cento (livello simile alla Germania, vista all’1,9 per cento quest’anno).

L’Italia viene indicata, insieme alla Brexit, tra i principali rischi di instabilità che potrebbero impedire all’Europa di prosperare. E al governo italiano la nuova capoeconomista dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, Laurence Boone manda una serie di avvertimenti. Rispettare le regole Ue sui conti pubblici, innanzitutto. E non toccare la legge Fornero sulle pensioni. Immediata la risposta del vicepremier, Luigi Di Maio: “L’Ocse non deve intromettersi nelle scelte di un Paese sovrano che il governo democraticamente legittimato sta portando avanti. Il superamento della legge Fornero è nel contratto e verrà realizzato. Quasi due terzi degli italiani sono con noi. I burocrati se ne facciano una ragione. Siamo stati eletti anche per questo e manterremo l’impegno preso”. Un altro appello al popolo. Una auto legittimazione celebrativa nel tentativo di rintuzzare critiche a una azione di governo ancora teorica ma che pare voler mettere, almeno nelle intenzioni dei vicepremier, al centro del proprio agire, non lo sviluppo, ma l’aumento del debito. Unico muro a questa scellerata ipotesi, il ministro Tria, che proprio per questo è già stato richiamato all’ordine dal capetto pentastellato. Irritazione arriva anche dal premier Giuseppe Conte, per il quale “le valutazioni sull’Italia non sono supportate dai dati di fatto”.

Nell’Economic Outlook dell’Ocse si attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. L’Ocse avverte inoltre che il debito italiano e l’aumento dello spread rappresentano un rischio per l’intera Eurozona: “La resilienza e l’architettura dell’area euro – si legge nel rapporto – sono migliorate negli ultimi anni ma restano preoccupazioni sulla stabilità fiscale e finanziaria a causa di incertezze legate a scelte politiche, compresa l’Italia, e il futuro accordo tra Gran Bretagna e il resto dell’Unione europea. Il recente aumento dello spread legato al rischio sul debito pubblico italiano – spiega l’organizzazione – insieme al conseguente calo dell’andamento dei titoli bancari stanno a dimostrare la possibilità di un ritorno della vulnerabilità dell’area euro. Ulteriori riforme sono necessarie per ridurre il rischio contagio, aumentare la resilienza e rafforzare il quadro fiscale. Uno schema di assicurazione comune sui depositi potrebbe aumentare la fiducia e aiutare la diversificazione dei rischi”. Per l’Ocse inoltre dovrebbero essere introdotte “misure che incentivino le banche a diversificare il loro portfolio di titoli di stato, limitando il collegamento tra banche nazionali e governi. L’introduzione della capacità di una stabilizzazione fiscale per l’area euro contribuirebbe anche ad assorbire forti shock economici negativi e fornirebbe un ulteriore strumento che potrebbe essere attivato in caso di crisi”.

Particolare preoccupazione arriva dalla ipotesi, più volte rilanciata da Salvini, di voler “smontare la legge Fornero” e di ideare un reddito di cittadinanza, fortemente voluto dal M5s. La capo economista dell’Organizzazione con sede a Parigi, Laurence Boone, ha spiegato che “occorre prima di tutto mantenere la fiducia delle imprese” affermando che il precedente governo ha fatto molte riforme, come il piano Industria 4.0, e aggiungendo che “è fondamentale che continuino”.

“E poi occorre mantenere la fiducia sulla sostenibilità del debito italiano. L’Italia ha fatto sforzi straordinari ed è importante che proseguano e che rispetti le regole Ue”, ha chiarito Boone.

A proposito della riforma della legge sulle pensioni Boone ha sottolineato come sia “importante non smantellarla” spiegando tra l’altro che “non è detto che una misura simile aiuterebbe i consumi”. La Lega vuole introdurre nella legge di Bilancio una revisione della legge Fornero che garantisca la pensione con quota 100 sommando età anagrafica e contributi versati, ma a partire dai 62 anni di età. Ma Boone si è espressa anche sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5s, chiarendo che è fondamentale che si rivolga alle persone più colpite dalla crisi. “Oggi mi sembra importante puntare sulle persone più colpite dalla crisi e fornire incentivi al lavoro”, ha osservato.

Brexit, si allarga il fronte per un secondo Referendum

theresa-may-an103106230epa05433683Si fatica ancora a trovare un accordo per il divorzio tra Gran Bretagna e Unione europea. Ieri il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, a Salisburgo prima della cena del vertice informale dei capi di Stato e di governo del blocco comunitario, ha fatto sapere che l’accordo per la Brexit è lontano.
Theresa May però si dice “fiduciosa che con buona volontà e determinazione possiamo raggiungere un accordo che sia giusto per entrambe le parti”. La prima ministra inglese, però, ci tiene a precisare il suo rifiuto all’idea di rimettere nelle mani degli elettori la decisione sulla Brexit, tramite un nuovo referendum: “Voglio essere assolutamente chiara, questo governo non accetterà mai un secondo referendum. Ora chiedo alla leadership Labour di escludere un secondo referendum e smettere di tentare di frustrare il processo della Brexit”.
Tuttavia sembra che il fronte per un nuovo Referendum, dopo le dichiarazioni del sindaco di Londra Sadiq Khan e di altri laburisti, si stia allargando anche all’interno dei conservatori. Ma difficilmente qualcuno dei conservatori potrebbe sfidare la premier May, nel frattempo a sinistra un centinaio delegazioni regionali del partito hanno formalmente chiesto che il Labour si schieri a favore di un secondo referendum.

Elezioni europee,
questione di democrazia

parlamento-europeo

Alle prossime elezioni europee voteremo, oltre che per il Parlamento, anche per il futuro Presidente della Commissione europea, una novità introdotta sommessamente già nelle elezioni nel 2014 ma di cui quasi nessuno si è era accorto, pur avendo i partiti europei anticipato la candidatura che avrebbero sostenuto per quella posizione. L’obiettivo era di avvicinare elettori ed elettrici alle istituzioni europee, nel tentativo di invertire il trend in discesa della partecipazione al voto.

Infatti, se la percentuale dei votanti aveva subito un leggero ma costante declino di elezione in elezione per quasi trent’anni, con il nuovo millennio il numero di elettori ed elettrici si è ridotto in modo preoccupante, per arrivare al 43% nel 2009. Nella settima elezione del Parlamento europeo non andò a votare soprattutto chi nel passato aveva votato per i partiti di sinistra, lanciando un messaggio che suonava più o meno così: il Parlamento europeo è una istituzione inutile e senza potere perché l’Unione è dominata da tecnocrati conservatori.

Il popolo della sinistra aveva perso la fiducia nell’Europa e Paul Rasmussen, allora leader del PSE, aveva così commentato l’esito delle elezioni europee del 2009: ha vinto il partito del sofà, di chi ha scelto di rimanere a casa anziché andare ai seggi.

Fu insieme una lezione dura da digerire ed uno scossone salutare.

Ci interrogammo per mesi noi socialisti europei per trovare la risposta alla richiesta di dare nuovo significato al voto. Bisognava “politicizzare” le elezioni europee ed europeizzarle: le elezioni fatte su liste nazionali con candidati tutti nazionali, spesso con campagne elettorali dominate da temi nazionali -ne è buon esempio il referendum sulla Brexit- “nazionalizzavano” le elezioni allontanandole sempre più da una visione europea che aveva ispirato il progetto nato a Ventotene per una Europa della pace, della solidarietà, della democrazia, dei diritti umani, cioè una Europa all’opposto di quella che predicano i sovranisti di oggi, come Salvini, Orban, Le Pen….

Pensammo fosse utile dare il senso di un impegno comune, con un programma unico e costruito insieme da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti dell’Unione, e con una campagna comune, identificabile come nostra in tutte le città dell’Unione; soprattutto ci impegnammo a scegliere e sostenere una candidatura socialista unica per la Presidenza della Commissione europea che, legittimata dal voto, avesse titolo per difendere il programma sul quale avevamo chiesto il voto.

Nel congresso del PSE di Praga del dicembre 2009 decidemmo per programma e campagna comuni per l’appuntamento elettorale del 2014 e per l’avvio di un percorso aperto, trasparente, soprattutto democratico per individuare il candidato o la candidata alla Presidenza della Commissione europea che rappresentasse il popolo socialista, socialdemocratico, laburista dell’intera Unione. Per il 2014 indicammo Martin Schulz; i Popolari europei indicarono Jean Claude Junker.

Una novità e insieme una sfida democratica perché per quasi 60 anni, fino al 2014, il Presidente della Commissione era stato scelto in una sorta di conclave tra Capi di Stato e di Governo, tenendo conto, ma senza nessun vincolo, dell’esito elettorale. In questo modo furono eletti i dodici presidenti della Commissione europea, che si succedettero dal 1957 al 2014, tra questi Jacques Delors e gli italiani Malfatti e Prodi.

L’elezione del 13° Presidente, Jean Claude Junker, fu diversa, grazie soprattutto all’iniziativa dei socialisti impegnati a contenere il “deficit democratico”: per la Presidenza doveva essere proposta la persona indicata come “Spitzenkandidat” cioè “candidato principale” dal partito europeo con il migliore risultato in termini di seggi al Parlamento. Fu così stabilito un legame tra la scelta del Presidente della Commissione e l’esito delle elezioni europee.

Le elezioni del 2019 saranno l’occasione per consolidare questa prassi condivisa da gran parte dei partiti e votata dal Parlamento europeo il 7 febbraio 2018, pur non essendo prevista dal Trattato di Lisbona. Con questa decisione il Parlamento si è impegnato a non considerare nessuna candidatura che non sia frutto di questo processo.

Alle elezioni del 26 maggio voteremo liste per il Parlamento europeo e candidato o candidata alla Presidenza della Commissione attraverso un processo democratico, trasparente e partecipato.

Per noi socialisti europei il processo si aprirà il 19 ottobre con la presentazione delle candidature avanzate dai partiti membri del PSE, cui seguirà una campagna elettorale veramente europea per la scelta del nostro candidato o candidata alla Presidenza della Commissione che si concluderà con il voto nella stessa giornata in tutta l’Unione. La data indicata dovrebbe essere il prossimo 1° dicembre.

Il nostro impegno comune è per una Unione europea che sostenga il principio della solidarietà contro gli egoismi nazionali, che contrapponga alla chiusura di porti e frontiere una gestione controllata e condivisa dei flussi migratori, che si dia una politica estera comune fondata sulla difesa dei diritti umani, che promuova i diritti delle donne e la democrazia paritaria, che contrapponga alla democrazia illiberale di Orban la democrazia partecipata che veda protagoniste in primis le giovani generazioni, insomma tutto il contrario di quello che i nuovi sovranisti alla Salvini stanno predicando e promuovendo. Noi li contrasteremo forti dei nostri valori e convinzioni.

Brexit, la possibilità del fallimento delle trattative

brexitIl governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, intervistato dalla BBC dopo l’aumento dei tassi, ha avvertito: “Anche se resta improbabile, ormai il rischio di un mancato accordo sulla Brexit con l’Unione europea è sgradevolmente elevato”. Uno scenario che il banchiere centrale giudica indesiderabile, quello di una mancata intesa che porterebbe alla cosiddetta “hard Brexit”. Commenti che hanno ulteriormente depresso la sterlina, caduta sotto la soglia psicologica di 1,30 dollari a 1,2982.

Eppure, la Banca d’Inghilterra ha deciso di alzare i tassi ai livelli massimi dai tempi della crisi finanziaria di un decennio fa, a dispetto dei diffusi timori relativo al tormentato e insidioso processo verso la Brexit e ai venti di guerra commerciale internazionale: il tasso di riferimento è stato incrementato di 25 punti base arrivando allo 0,75 per cento. Una decisione attesa, date le recenti dichiarazioni del governatore Mark Carney sui rischi di surriscaldamento dell’economia e di altre conseguenze negative in mancanza della prosecuzione di una manovra di normalizzazione dei tassi.

Nel novembre scorso la BoE aveva alzato i tassi per la prima volta da oltre dieci anni.

Molti economisti hanno contestato la necessità di procedere in questa fase a un irrigidimento della politica monetaria come una inutile assunzione di rischi. E non solo perché, a meno di otto mesi dalla Brexit, il governo di Theresa May e l’Unione Europea sono ancora lontani dall’aver concordato sullo status delle loro future relazioni economiche. A parte i possibili effetti deprimenti del crescente contrasto commerciale tra Usa e Cina sulla congiuntura globale, l’economia britannica ha rallentano nel complesso la sua crescita dopo il referendum del 2016 e di recente la crescita salariale, principale fattore inflazionistico interno, non ha dato segni di decisa accelerazione anche se la disoccupazione è ai minimi da oltre 40 anni. Gli operatori dei mercati finanziari hanno già largamente scontato la decisione, tanto che la manovra di irrigidimento potrebbe non bastare a rafforzare la sterlina (in calo da tre settimane sul dollaro) , specie se le dichiarazioni che il governatore Carney farà questo pomeriggio dovessero segnalare prudenza per il futuro.

Ieri la Federal Reserve non aveva fatto ulteriori ritocchi ai tassi americani, ma ha indicato di esser pronta a farlo eventualmente già da settembre alla luce della robustezza dell’economia statunitense. La Banca del Giappone l’altro ieri aveva invece confermato l’intenzione, pur con qualche aggiustamento, di mantenere i tassi ai correnti livelli estremamente bassi ancora per un estero periodo di tempo, confermandosi come la più ‘colomba’ tra le banche centrali.

Il rialzo dei tassi, può essere considerata una sfida del governatore della Banca d’Inghilterra indirizzata ai pessimisti sulla Brexit. Mark Carney ha affermato: “Con crescenti spinte inflazionistiche generate internamente e la prospettiva dell’emergere di un eccesso di domanda nell’economia, un modesto irrigidimento (della politica monetaria) è ora appropriato per ripristinare una inflazione verso il suo target del 2% e farla restare su quel livello”.

Di suo ha aggiunto una revisione al rialzo delle stime sulla crescita economica del Regno Unito nel 2019. Ossia l’anno in cui, dall’inizio del secondo trimestre, il Regno Unito lascerà l’Unione europea. La politica monetaria della BoE sarà in direzione di un irrigidimento limitato e graduale, ma se, dati i possibili esiti diversi dei negoziati sulla Brexit, le circostanze dovessero diventare avverse, Carney non ha escluso che i tassi possano anche essere limati.

La reazione degli investitori è stata modesta (neanche la sterlina ha avuto una spinta), anzitutto perché la misura di oggi era attesa e già scontata dai mercati. L’unica vera sorpresa è stata l’unanimità della decisione della Banca d’Inghilterra di alzare i tassi di 25 punti base allo 0,75%: molti si attendevano un paio di dissenzienti tra i membri del board. Invece tutti e nove hanno votato in favore di una politica monetaria leggermente più restrittiva, ritenuta necessaria per contenere le spinte inflazionistiche in un momento di occupazione ai massimi da 42 anni, con i salari in crescita superiore a quella dei prezzi. Così il tasso di riferimento è stato portato sopra il livello di 0,5% che è stato mantenuto per la maggior parte dello scorso decennio, salvo che per 15 mesi dopo il referendum sulla Brexit (quando fu tagliato).

L’attenzione si è dunque concentrata sulle indicazioni, ribadite in conferenza stampa dal governatore Carney, secondo cui la banca centrale della quinta economia del mondo non avrà fretta di procedere a ulteriori ritocchi. In effetti, molti analisti ritengono impensabile che ci siamo altri rialzi dei prossimi mesi, date le grandi incertezze che si profilano. Anzitutto, le incognite sul processo della Brexit, (che sarà formalizzata tra meno di otto mesi): la BoE riconosce che l’economia potrebbe essere influenzata in modo significativo dalla reazione di famiglie, imprese e mercati finanziari agli sviluppi di una Brexit su cui Londra e Bruxelles sono ancora distanti nel profilare le loro future relazioni commerciali. Poi ci sono i primi segnali secondo cui le politiche attuali o potenziali di tipo protezionistico stiano iniziando ad avere un impatto avverso sul commercio globale. In questo contesto, le proiezioni della BoE indicano che tra due anni l’inflazione dovrebbe attestarsi poco al di sopra del target, ossia al 2,09%. Le previsioni sui prezzi sono state leggermente alzate in connessione ai rincari dell’energia e al recente deprezzamento della della sterlina. Per quest’anno è stata confermata la stima di una crescita del Pil dell’1,4%, mentre nel 2019 dovrebbe salire all’1,8% (rispetto alla precedente stima dell’1,7%).

Ma, non tutti gli economisti inglesi sono d’accordo sulla valutazione di parte fatta da Mark Carney. La preoccupazione di Teresa May è che la Brexit sta perdendo consensi popolari ed nuovo referendum degli inglesi sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea potrebbe manifestare una volontà opposta rispetto all’ultimo referendum che ha diviso in due il Regno Unito.

Roma, 4 agosto 2018

Salvatore Rondello

Brexit. Doppio colpo sul governo di Theresa May

david davis

Il Governo conservatore inglese di Theresa May è nel caos. Dopo le dimissioni annunciate stanotte dal ministro per la Brexit, David Davis, elemento chiave della compagine, in polemica con la svolta verso un negoziato più soft con l’Ue strappata in questi giorni dalla premier, oggi hanno rassegnato le dimissioni anche il ministro degli Esteri, Boris Johnson ed i sottosegretari Steven Baker e Suella Braverman.

Al posto di David Davis è stato nominato  Dominic Raab, 44 anni, un altro ‘brexiteer’ finora viceministro della Giustizia e in passato elemento di punta nel fronte pro-Leave durante la campagna referendaria del 2016.

Davis, esponente di punta della corrente Tory euroscettica, ha deciso, dopo qualche giorno di riflessione, di non poter evidentemente accettare la nuova strategia più conciliante nei confronti di Bruxelles che May aveva imposto al consiglio dei ministri solo venerdì scorso. Le dimissioni del ministro, in attesa dell’ufficializzazione di Downing Street e della nomina di un sostituto, sono state confermate dalla Bbc e da tutti i media del Regno Unito.

Davis, 69 anni, finora responsabile per il governo britannico dei negoziati sul divorzio con l’Ue, aveva sottoscritto venerdì, come tutti gli altri ministri, il compromesso proposto da Theresa May per cercare di sbloccare le trattative con Bruxelles. Il compromesso non è stato gradito dai ‘brexiteers’ ultrà del suo stesso partito, ed è stato considerato da qualcuno alla stregua di un ‘tradimento’ del risultato del referendum del 2016 e improntato a un’apertura sull’ipotesi di creazione di un’area di libero scambio post Brexit, con regole comuni, almeno per i beni industriali e per l’agricoltura, oltre che alla definizione di nuove intese doganali con l’Ue. Concessioni interpretate da diversi deputati della corrente dei falchi come un cedimento, ma su cui inizialmente la premier sembrava aver ricomposto una sia pur fragile unanimità in seno al gabinetto. Le dimissioni di Davis sono diventati un elemento di rottura.

L’uscita di scena del ministro per la Brexit rischia di essere in effetti l’inizio di un effetto domino (circolava già la voce che il primo a seguire poteva essere il titolare degli Esteri, Boris Johnson, come è avvenuto) in grado di mandare in pezzi l’esecutivo, la maggioranza ed anche la compattezza del Partito Conservatore. Con questo nuovo scenario incombe la possibilità di nuove elezioni anticipate. Le reazioni non si sono fatte attendere. Dal fronte dei ‘brexititeers’, è stato plaudito il gesto ‘coraggioso e da uomo di principi’ di Davis. Il sostegno a Davis è arrivato a tamburo battente da deputati come Peter Bone, Andrea Jenkyns e Harry Smith, mentre molti osservatori danno già per scontata una sfida imminente alla leadership Tory della May. Il dilemma sarà un nuovo governo conservatore senza la guida della May o elezioni anticipate ?

Dopo l’annuncio delle dimissioni dell’euroscettico Davis Davis, ministro responsabile della Brexit, pochi giorni dopo che la premier Theresa May era riuscita a rinsaldare il governo su una strategia di uscita che punta però a mantenere una stretta relazione commerciale con l’Unione europea, la sterlina inglese è in netto recupero sulle altre valute. A metà mattina il ‘British pound’ si è attestato a 1,3346 dollari, laddove prima dell’annuncio fluttuava attorno a 1,3286. La valuta Gb recupera anche sull’euro, che cala a 0,8821 sterline laddove in precedenza navigava sopra 0,8840.

Dunque la Brexit non piace neanche ai mercati finanziari. Comincia a piacere sempre meno anche agli inglesi che giorno dopo giorno acquistano coscienza di aver fatto scelte errate. In realtà, il referendum sulla Brexit ha già diviso a metà gli inglesi. Soltanto per una esigua maggioranza ha prevalso la Brexit. Oggi, molto probabilmente, in un nuovo referendum la maggioranza degli inglesi preferirebbe restare nell’Unione Europea. Di certo, non è un caso che il laburisti inglesi guidati da Corbin stanno guadagnando nuovi consensi. Le elezioni anticipate in Inghilterra, dunque, ben vengano. Una vittoria dei laburisti potrebbe avere anche degli effetti sul resto d’Europa. Come insegna la storia, non pagano gli estremismi e i populismi che con l’inganno e le bugie riescono a conquistare il potere. Sappiamo tutti che le bugie hanno le gambe corte. Di conseguenza, i partiti o i movimenti politici che le hanno utilizzate, presto finiranno per perdere i consensi elettorali conquistati sulla base di falsità ed illusorie promesse.

Dunque, anche in Italia, al più presto, bisogna prepararsi per offrire all’elettorato una alternativa politica credibile fatta di contenuti e di uomini. Corbin, in Gran Bretagna, molto probabilmente, ci sta riuscendo.

Salvatore Rondello

Brexit, scenario da Apocalisse per il Regno Unito

brexitNon usa mezze parole il Sunday Times quando parla di scenario da Apocalisse definendo il rischio che corre la Gran Bretagna alle prese con la Brexit. Il governo, aggiunge il quotidiano sta pianificando, sin d’ora, tutte le azioni necessarie per affrontarlo. Questo, almeno, è quello che prevede Londra nel caso in cui il 29 marzo prossimo il Regno Unito dovesse uscire dall’Ue senza un accordo. Secondo un piano messo a punto da alti funzionari del governo per il ministro per la Brexit David Davis – riporta ancora il Sunday Times – entro due settimane da quella data nel Paese ci sarà una carenza di medicine, di carburante e di cibo. E il governo ha già cominciato a lavorare a interventi di emergenza che prevedono un collasso del porto di Dover già dal “primo giorno”.

Il mese scorso, rivela il domenicale, funzionari del ministero di Davis, insieme ai loro colleghi alla Sanità e ai Trasporti, hanno preparato tre scenari per una Brexit senza accordo: il primo riflette una situazione definita ‘mite’, il secondo una situazione ‘seria’ ed il terzo è stato soprannominato da ‘Apocalisse’ (‘Armageddon’).

“Nel secondo scenario, quindi neanche il peggiore, il porto di Dover collassa il primo giorno – ha detto una fonte anonima citata dal domenicale – I supermercati in Cornovaglia e Scozia finiranno il cibo entro un paio di giorni e gli ospedali esauriranno i medicinali entro due settimane”. In questo scenario, prosegue il giornale, il governo sarebbe costretto a organizzare voli charter, oppure a usare aerei della Raf, per portare generi alimentari e medicine negli angoli più lontani del Regno. “Bisognerà fare arrivare le medicine nel Paese per via aerea – ha proseguito la fonte e alla fine della seconda settimana finirà anche la benzina”.

Grafene, scoperta (italiana) rivoluzionaria

grafene

È stata scoperta una nuova proprietà del grafene che potrebbe rivoluzionare i dispositivi per la trasmissione dei dati. I ricercatori europei del progetto Graphene Flagship  hanno mostrato per la prima volta che il grafene ha la capacità di ‘generare luce alla terza armonica ottica con efficienza controllabile elettricamente’. Questa scoperta, frutto di una ricerca condotta dal Politecnico di Milano in collaborazione con l’University of Cambridge e l’Istituto Italiano di Tecnologia, è stata pubblicata ieri su  Nature Nanotechnology.

Secondo gli scienziati,  la scoperta ‘sarà alla base dello sviluppo di dispositivi ottici miniaturizzati che sfruttino frequenze ottiche precedentemente inutilizzate  per trasmettere su banda larga una impressionante quantità di dati’ in modo estremamente veloce. Giulio Cerullo, professore del Dipartimento di Fisica del Politecnico di Milano, ha commentato: “Il grafene è un materiale che non finisce mai di sorprenderci, mostrando proprietà straordinarie in ogni campo di applicazione. Questo studio ha mostrato la capacità del grafene di accendersi a comando, generando luce di nuovi colori con una efficienza controllata elettricamente”.

Il professore Andrea Ferrari dell’università di Cambridge ha affermato: “Il progetto Graphene Flagship ha fatto un ingente investimento nello studio delle proprietà ottiche del grafene. Questo importante risultato potrebbe portare a nuovi dispositivi per le comunicazioni ottiche che lavorano su un amplissimo intervallo di frequenze, consentendo l’elaborazione e la trasmissione di una grandissima quantità di informazione”.

La generazione di armoniche ottiche è un processo ottico non lineare che crea nuovi colori quando luce laser di elevata intensità interagisce con un materiale. In particolare, la generazione di terza armonica produce luce la cui frequenza è il triplo di quella della luce incidente, quindi a partire dalla luce infrarossa invisibile può produrre una intensa luce visibile. Il grafene, nonostante sia il materiale più sottile esistente perché ha lo spessore di un solo strato di atomi, ha una risposta ottica non lineare sorprendentemente elevata.

I partner del progetto Graphene Flagship hanno dimostrato per la prima volta che il processo di generazione di terza armonica in grafene può essere controllato in maniera molto efficace mediante l’applicazione di un campo elettrico esterno. In altre parole, la luce di colore visibile generata dal grafene può essere accesa o spenta in modo molto semplice tramite una tensione applicata al materiale. Proprietà questa unica del grafene. Il Graphene Flagship è stato lanciato dall’Unione Europea nel 2013 come la più grande iniziativa di ricerca di sempre. Con un budget di 1 miliardo di euro, rappresenta una nuova forma di iniziativa congiunta e coordinata di ricerca su una scala senza precedenti.

L’obiettivo generale del Graphene Flagship è quello di portare, nell’arco di un decennio,  il grafene e i materiali bidimensionali dai laboratori accademici ad avere un impatto sull’industria e la società europea, facilitando la crescita economica e creando nuovi posti di lavoro. Attraverso un consorzio accademico-industriale composto da oltre 150 partner in oltre 20 paesi europei, lo sforzo di ricerca copre l’intera catena del valore, dalla produzione di materiali ai componenti e all’integrazione di sistemi, e si rivolge a una serie di obiettivi specifici che sfruttano le proprietà uniche del grafene e dei materiali bidimensionali.

Se ci fosse stata la Brexit prima del 2013, molto probabilmente il Regno Unito non avrebbe fatto parte del progetto che ha comunque visto le intelligenze italiane in un ruolo protagonista.

Salvatore Rondello

Pittella: “Il Psi può dare un contributo al Pd”

“La disfatta elettorale del 4 marzo è stata causata anche da ragioni che vanno oltre i confini italiani. Una globalizzazione non governata, le politiche di austerità, il nodo migranti. Bisogna ora preparare una risposta forte”. Gianni Pittella, senatore del Partito Democratico, già Capogruppo S&D al Parlamento Europeo, risponde a un’intervista dell’Avanti! sulla debacle elettorale del 4 marzo, sulla crisi che attraversa il PSE, sulla possibile unità dei socialisti e sulla fase istituzionale di stallo per la formazione del Governo. “Sarebbe un errore gravissimo se il Pd uscisse dal PSE: bisogna invece allargare i confini alle associazioni che si battono per i diritti civili, ai movimenti anti-austerity e ai movimenti contro Orban e Kaczyński”. Sull’unità dei socialisti aggiunge: “Nel Pd dovrebbero esserci più socialisti e più idee socialiste, mi batterò per questo. Il Psi di Nencini può avere un ruolo importante nel Pd”.

pittellaSenatore Pittella, il 4 marzo gli italiani hanno fatto una scelta precisa. Hanno ‘premiato’ le forze euroscettiche e populiste. Si dice che la sinistra non sia riuscita a interpretare il disagio, i ‘nuovi bisogni’ e che ci sia stato uno scollamento con il suo elettorato storico, la base. Perché? Dove hanno sbagliato il Pd e il centrosinistra?

Quello che è avvenuto nel nostro Paese è già accaduto in precedenza in altre parti del mondo, purtroppo il 4 marzo non abbiamo assistito a fenomeno soltanto italiano. Penso agli Usa, dove c’è Trump, un presidente che nessuno immaginava potesse vincere le elezioni, penso all’esito inaspettato del referendum sulla Brexit nel Regno Unito, penso a Le Pen in Francia che prende percentuali enormi di consenso mentre il Partito socialista francese quasi scompare. Ci sono almeno tre cause che hanno portato alla disfatta del centrosinistra in Italia e non solo.

La prima, una globalizzazione non governata che ha portato grandi vantaggi per alcuni e grandi svantaggi per altri. E gli svantaggiati non sono stati difesi dalle forze progressiste e socialiste non solo italiane, ma europee e mondiali. Seconda, la politica di austerità ha pesato tantissimo, ha creato disoccupazione e un preoccupante crollo imprenditoriale. A tutto questo non c’è stata una capacità di reazione. Soltanto il governo Renzi e il governo Gentiloni sono riusciti, insieme a noi, a mitigare le politiche di austerità applicando l’alleggerimento e la flessibilità del patto di stabilità. Ma non siamo stati capiti. La terza questione è quella dei migranti, che è una questione che incide sul ‘sentiment’ dei cittadini: noi non possiamo rinunciare ai nostri principi, ai nostri valori di accoglienza e solidarietà. Bisogna prendere atto che nella gente c’è un sentimento negativo, perché si tende a identificare nel migrante un potenziale attentatore alla sicurezza, che viene messa in discussione da molti episodi che coincidono, nell’immaginario collettivo, con l’ondata migratoria che c’è stata verso l’Italia e altri paesi del mondo.

Su queste tre questioni bisogna preparare una risposta forte, che sia più ‘appetibile’ per i cittadini. Lo ribadisco: senza mai rinunciare ai nostri valori e alle nostre idee.

Lei faceva riferimento a chi è stato svantaggiato dagli effetti di una globalizzazione non governata, che non sono stati difesi dalle forze progressiste e socialiste anche europee. È un dato di fatto che il Pse stia attraversando una crisi profondissima. Qualcuno, nel Pd, qualche settimana fa paventava l’uscita del Partito Democratico dal PSE per ‘guardare’ a Macron. È questa la risposta giusta?

No, sarebbe un errore gravissimo. Perché il problema di fondo è dare risposte a quelle questioni urgenti di cui parlavo prima. E la risposta non è nell’area liberal che sposa, sul piano economico, ricette liberiste. Con Macron, con il quale ci sono punti di convergenza, si può discutere di europeismo e dell’idea di una più forte integrazione europea. Ci sono però punti divergenti sulle questioni sociali e del welfare, come l’attenzione alle fasce più deboli della società che è la funzione primaria che svolge la sinistra progressista. Quindi, collaborazione sì, senza mai smarrire il nostro campo, la nostra bussola: il campo socialista.

Quel campo dunque va allargato?

Certamente. Non possiamo rimanere chiusi nei recinti storici della ortodossia socialista. Quel campo può sicuramente contenere altre esperienze: penso ai movimenti anti austerity che ci sono in Europa, ai tanti movimenti per la difesa dei diritti civili, penso ai movimenti per battere Jarosław Kaczyński in Polonia e Viktor Orbán in Ungheria. Ci stono tante aree a cui possiamo aprire il nostro Partito socialista europeo ma quello che non possiamo fare è andarcene noi.

Allargare il campo socialista in Europa dunque. E in Italia? Pochi giorni fa si sono riuniti “Lab Dem”, “D&S Democratici e Socialisti” e la Fondazione Saragat per un ‘percorso comune’ nel nome dei valori socialisti. La settimana scorsa il segretario del Psi Nencini si è fatto promotore di un appello a tutti i socialisti dove emergeva la necessità di dar vita ad una “concentrazione repubblicana” socialista, laica, democratica. Continua dunque la diaspora socialista o può davvero nascere un nuovo soggetto politico per combattere destre e populismi?

Io parlo per me naturalmente. Il mio partito è il Partito Democratico. Ma vorrei che fosse più socialista e vorrei che ci fossero più socialisti e più idee socialiste. Quello è il partito nel quale io voglio continuare a lavorare e a battermi per queste ragioni. E lo farò sul tema di un rinnovato socialismo. Oggi più che ieri serve quella grande idea di socialismo, che si traduce nei valori di libertà, equità, uguaglianza. I compagni socialisti nel Psi di Nencini potrebbero svolgere un ruolo importante nel Pd. Non vuole essere naturalmente una interferenza la mia, poiché sono scelte che devono essere maturate in maniera autonoma. Con Tommaso Nannicini, la Fondazione Saragat, Lab Dem vogliamo dire che nel Pd c’è un punto di riferimento autenticamente socialista che vuole e può dialogare con chi sta dentro il Pd e chi sta fuori il Pd ma condivide l’impianto e l’idea di rilanciare una proposta socialista. Per l’Italia e per l’Europa.

Cosa pensa di questa fase di stallo politico e istituzionale e della possibile nascita di un governo giallo-verde?

I cittadini hanno consegnato – seppure a metà – la vittoria a M5S, a Salvini e al centrodestra. È giusto dunque che provino a fare un Governo ma facciano presto per il bene del paese. È una vergogna quello che sta succedendo in queste ore. Continuano a ripetere che sono i campioni della trasparenza e invece stanno conducendo trattative opache, tra l’altro con procedure ai limiti del rispetto Costituzionale e del Presidente della Repubblica. Facciano in fretta, il Paese ha bisogno di un governo. Noi faremo un’opposizione attenta ai singoli dossier e alle singole proposte. Per il bene dell’Italia.

Il governo giallo-verde e le preoccupazioni della Ue

Juncker firenzeIn prossimità del varo del nuovo governo giallo-verde, si sollevano le preoccupazioni dall’UE per la propaganda antieuropeista portata avanti dalla Lega e dai penta stellati.

Il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, aprendo il suo intervento a ‘The State of Union’ a Firenze, ha detto: “L’Italia è parte integrante dell’Unione europea. Uscire dall’Europa non ha alcun senso e uscire dalla moneta unica, l’euro, sarebbe una scelta anacronistica ed autolesionistica. Non siamo perfetti ma cambiare significa migliorare, andare avanti e non tornare indietro, e la prima cosa da fare è avere un’Europa sempre più politica. La prima riforma da fare è quella della primazia della politica che significa primazia dei cittadini”. Con riferimento alla politica dei dazi di Trump ha aggiunto: “Comprendo che per il presidente degli Stati Uniti è importante ricordare il principio ‘America first’ ma questo non significa ‘America alone’”. Con riferimento alla situazione politica italiana ha sottolineato:  “In Europa tutti guardano con grande attenzione a quello che succede in Italia. L’Italia è un Paese fondamentale in Europa ma che ha i problemi di un altissimo debito pubblico e di un’altissima disoccupazione giovanile. E dopo la Brexit servirà un ruolo più importante per Italia e Spagna. E’ questa sarà la sfida per il nuovo governo”.

La seconda giornata della conferenza europea ‘The State of the Union’, oggi in Palazzo Vecchio a Firenze, è iniziata con i saluti delle istituzioni locali. Protagonisti dell’evento con i loro interventi sono stati, oltre al presidente del Parlamento Europeo  Antonio Tajani, il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker ed il governatore della Bce  Mario Draghi.  Nel pomeriggio è intervenuto l’Alto rappresentante Ue  Federica Mogherini. La chiusura dei lavori è spettata al premier  Paolo Gentiloni.

Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, nel suo intervento di saluto ha affermato: “Le città hanno ruolo di accrescere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sono energia per la vita, per il futuro, per l’Europa. Firenze interpreta il proprio ruolo di attore, non di spettatore dell’integrazione europea”.

Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, si è soffermato, con il suo intervento, sulla futura politica di coesione criticandone l’impostazione che “rischia di far prevalere ancora una volta l’idea di un’Europa dell’austerità che poi dà spazio all’Europa dei demagoghi. Abbiamo invece bisogno di un’Europa della crescita e della democrazia”.

Il Presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha detto: “Populisti e nazionalisti hanno avuto materia per alimentare loro sentimenti e aumentare distacco dagli altri a causa della crisi migratoria. Così la solidarietà si sfilaccia e si perde poco a poco, così i Paesi del Nord Europa hanno riscoperto un’espressione che detesto: il club del Mediterraneo, si deve usare solo per il turismo, per indicare il Sud Europa che affronta il flusso profughi. Invece Europa e solidarietà vanno insieme. La solidarietà fa parte del patto fondatore dell’Europa”.

Durante la prima giornata, a Fiesole, il Presidente Sergio Mattarella, nel suo discorso di apertura dell’evento organizzato dall’Istituto Universitario Europeo per fare il punto sulle sfide e prospettive del prossimo futuro dell’UE, ha detto: “Più sicuri che nel dopoguerra, più liberi che nel dopoguerra, più benestanti che nel dopoguerra, rischiamo di apparire oggi privi di determinazione rispetto alle sfide che dobbiamo affrontare. E qualcuno, di fronte a un cammino che è divenuto gravoso, cede alla tentazione di cercare in formule ottocentesche la soluzione ai problemi degli anni 2000.  Sottraendoci all’egemonia di particolarismi senza futuro e di una narrativa sovranista pronta a proporre soluzioni tanto seducenti quanto inattuabili, certa comunque di poterne addossare l’impraticabilità all’Unione.  Nel turbamento del mondo quanto apparirebbe necessario il ruolo di equilibrio svolto da un concerto di 27 Paesi, tanto si mostra ampio il divario tra l’essere e il dover essere di un’ampia comunità che trova la sua dimensione in uno spazio già condiviso. Mai, dunque, come oggi appare urgente unire.

La operosa solidarietà degli esordi, sembra essersi trasformata in una stagnante indifferenza, in una sfiducia diffusasi, pervasivamente, a tutti i livelli, portando opinioni pubbliche, Governi, Istituzioni comuni, a diffidare, in misura crescente, l’uno dell’altro. Non possiamo ignorare questo stato di fatto, né sottacere quanto sia diffusa, fra i cittadini europei, la convinzione che il progetto comune abbia perso la sua capacità di poter realmente venire incontro alle aspettative crescenti di larghi strati della popolazione; e che non riesca più ad assicurare adeguatamente protezione, sicurezza, lavoro, crescita per i singoli e le comunità. Con una contraddizione singolare, che vede gonfiarsi, simultaneamente, le attese dei cittadini e lo scetticismo circa la capacità dell’Europa di corrispondervi”.

Dunque, non sono mancati i richiami ad un maggiore senso di responsabilità per il futuro dell’UE.

Salvatore Rondello

GB, elezioni amministrative test per il governo

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Il voto per eleggere 4.400 consiglieri in 150 circoscrizioni è il primo test per il Governo di Theresa May dalle disastrose elezioni dell’anno scorso che avevano fatto perdere al partito conservatore la maggioranza in Parlamento. È anche l’ultima chance per i cittadini europei residenti in Gran Bretagna, che possono votare alle amministrative ma non alle politiche, di esprimere la loro opinione su Brexit. Dato che il 40% dei seggi in ballo sono a Londra, dove vivono oltre 1,1 milioni di cittadini Ue, si prevedono sconfitte per il partito conservatore.

Le elezioni amministrative, che di solito si combattono su questioni locali come la gestione dei rifiuti o la manutenzione delle strade, quest’anno sono dominate da Brexit e dall’immigrazione.

I due quartieri chiave per la May sono Westminster e Wandsworth, tradizionali roccaforti conservatrici, ma i cui residenti sono in maggioranza anti-Brexit e quindi potrebbero votare Labour per protesta contro il Governo. La perdita di uno o entrambi di questi quartieri sarebbe un grave colpo per la premier e avrebbe un grande valore simbolico per l’opposizione.

In altre circoscrizioni della capitale invece potrebbe avere successo il partito liberaldemocratico perché è l’unico ad avere una chiara posizione anti-Brexit. Il partito ha usato i social media inviando messaggi in 17 lingue ai cittadini Ue.

Nel nord dell’Inghilterra invece la politica pro-Brexit del Governo potrebbe far guadagnare voti ai conservatori a scapito dei laburisti e quindi rafforzare la May. Le zone che avevano votato per lasciare la Ue non hanno cambiato idea, afferma Tony Travers, professore alla London School of Economics: “Il voto è anche un test per il leader laburista Jeremy Corbyn, se il suo tocco magico funziona in tutto il Paese e non solo a Londra.”

Le previsioni sono unanimi su Ukip, che ha perso consensi dopo il referendum sulla Ue e che si avvia verso l’annientamento, con la perdita di tutti i consiglieri o quasi.