Giuseppe Saragat, democrazia e socialismo

saragatL’11 giugno scorso l’«Associazione socialismo» e la rivista «Mondoperaio» hanno promosso un incontro per ricordare l’opera politica di Giuseppe Saragat (1898-1988). L’incontro, che si è tenuto nella sala Koch di Palazzo Madama di fronte alle massime cariche dello Stato, ha dato l’occasione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di rivisitare la sua lezione politica incentrata sui valori democratici della Repubblica e della rappresentanza politica per la difesa di un sistema politico «dal volto umano».

La biografia e l’opera di Giuseppe Saragat – come ha ricordato il presidente della Repubblica – sono strettamente intrecciate alle vicende politiche del Novecento e alla sua «battaglia per conquistare all’idea socialista la piena qualifica di democratica, puntando alla universalizzazione delle libertà liberali» nella «difesa dei principi di libertà, democrazia e giustizia sociale». A questi valori si ispira infatti la vicenda biografica di Giuseppe Saragat dai primi indirizzi democratici fino alla sua elezione a presidente della Repubblica (29 dicembre 1964), di cui ha tracciato un interessante profilo Marcello Staglieno nel suo volume L’Italia Del Colle 1946-2006: sessant’anni di storia attraverso i dieci presidenti (Boroli editore, Milano 2006, pp. 201-221).

Formatosi alla scuola politica del padre Giovanni Saragat (1855-1938), avvocato liberale trasferitosi nel 1882 dalla natia Sardegna a Torino, il giovane Giuseppe acquisì la sua sensibilità vero le condizioni della classe operaia, crescendo in un clima fecondo di stimoli culturali a contatto con giovani democratici come Piero Gobetti e Andrea Viglongo. La guerra del 1915-18 lo trovò nelle file dell’interventismo salveminiano, verso cui espresse un acceso fervore tanto da arruolarsi volontario. Ma la conoscenza di Claudio Treves (1869-1933) e di Bruno Buozzi (1881-1944) lo spinse ad aderire al Partito socialista unitario (Psu), costituito il 4 ottobre 1922 in seguito all’uscita dei riformisti dal Psi.

L’esordio ufficiale di Giuseppe Saragat avvenne come rappresentante della Federazione provinciale di Torino nel convegno del Psu (28-31 marzo 1925) a Roma, dove pronunciò un discorso inneggiante al «metodo democratico» contro il regime mussoliniano e la «illegalità anarchica delle squadre armate» che negano il pluralismo politico in nome di una «stalolatria che giunge fino al crimine di stato» (cfr. Il discorso Saragat, in «La Giustizia», 31 marzo 1925, p. 1). Il suo appello ai principi democratici fu proposto come antitesi al giacobinismo dei comunisti tacciati di negare la libertà, il cui ripristino presupponeva un adeguamento dell’organizzazione partitica all’accettazione della legalità come «base stessa della immancabile rivoluzione futura».

Sulla rivista «Il Quarto Stato», di cui il primo numero uscì il 27 marzo 1926, Saragat auspicò un’azione comune con il Psi per condurre una lotta contro la dittatura fascista, culminata alcuni mesi prima nello scioglimento del Psu e quell’anno nella negazione delle libertà individuali. Di fronte al dilagare del fascismo egli decise così di emigrare a Vienna, dove nell’aprile 1927 trovò impiego nella banca cittadina Wiener Merkur, senza trascurare lo studio e la ricerca culturale: quello viennese fu un periodo fecondo di riflessioni politiche a stretto contatto con il socialista Otto Bauer (1881-1938) e alla sua elaborazione dell’austromarxismo. Questo permise a Saragat di comprendere la natura totalitaria del bolscevismo e dei mezzi spietati adoperati da Stalin per detenere il potere. Dal contatto con gli austro-marxisti egli trasse le sue riflessioni poi elaborate nel settembre 1929 in un saggio dal titolo Marxismo e democrazia (ESIL, Edizioni Sala dell’Italia Libera).

In questo saggio Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e libertà, senza la quale essa diventa «un vuoto formalismo» da diffondere tra i cittadini: riflessione che riprende in una serie di articoli pubblicati sul periodico «Rinascita Socialista» di Giuseppe Emanuele Modigliani (1872-1947). Il 19 aprile del 1930 invia una «lettera aperta» all’«Avanti!», diretto in quell’anno da Pietro Nenni (1891-1980), per superare la scissione del 1922 e impedire il successo del massimalismo sostenuto da Angelica Balabanoff (1869-1965). Nella Carta dell’unità, approvata nel Congresso di Parigi (20-21 luglio) auspica una convergenza unitaria con il nucleo operativo diretto da Nenni, a cui danno il consenso di Claudio Treves e di Filippo Turati (1857-1932).

Nella sua relazione Saragat propone una lucida analisi del fascismo, considerato «un prodotto dello sviluppo organico della economia capitalistica» che «non può essere sostituito a base di decreti», ma solo attraverso l’azione di un partito in grado di promuovere un’alleanza organica di tutte le forze progressiste e richiamare la classe operaia alla coscienza del suo compito storico. Le cause del fascismo, che egli attribuisce ad una «mancata rivoluzione liberale italiana», possono essere superate sul piano politico dall’alleanza tra repubblicani e socialisti, senza mai dimenticare il nesso tra democrazia e socialismo.

Critico verso il liberal-socialismo di Carlo Rosselli e le posizioni antimarxiste sostenute nel saggio Socialismo liberale (1930), Saragat rimane fedele al materialismo storico non sempre valutato nella sua intrinseca essenza. La sua critica è rivolta anche ai comunisti per la loro incomprensione della libertà, elemento che può far sorgere uno spirito rivoluzionario in grado di coniugarlo con la lotta di classe. Lungo gli anni Trenta Saragat pubblica una serie di articoli sull’«Avanti!» e su «La Libertà», con quali ribadisce questo nesso inscindibile in un’aspra polemica con i comunisti per la loro sottomissione alla centrale moscovita.

Tuttavia, sul patto d’azione tra Psi e Pci, Saragat difende l’unità tattica, unica via per sottrarre i comunisti alla loro visione politica catastrofica e per favorire il loro processo di «socialdemocratizzazione». Nel volume L’Umanisme marxiste (ESIL, Marsiglia 1936), egli si distanzia dalla lettura comunista di Marx, interpretato anche alla stregua di Benedetto Croce come «canone di interpretazione storica» utile alla conoscenza della società umana. Non rinuncia però a rivolgere una critica al bolscevismo e ai piani quinquennali sovietici, nei quali vede un’accelerazione forzata del ritmo di sviluppo economico a detrimento dei lavoratori e un inevitabile inasprimento del regime poliziesco.

La guerra civile spagnola, cominciata nel luglio 1936, conferma la proposta di Saragat di un ampio fronte antifascista, che è così riproposto a sostegno della lotta contro il franchismo e in difesa del messaggio «Oggi in Spagna, domani in Italia» che Carlo Rosselli (1899-1937) lancia proprio durante la torbida vicenda spagnola. Il terzo congresso dei socialisti in esilio, tenuto a Parigi dal 26 al 28 giugno 1937, si caratterizza per il serrato confronto tra i sostenitori dell’alleanza con i comunisti e i critici verso l’immediato passaggio del loro partito nell’ambito dell’unità d’azione. Un confronto che non impedisce a Saragat di rivolgere una critica devastante alle purghe staliniane e ai processi di Mosca del 1938.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale accentua la critica all’Unione sovietica che, per Saragat, ha instaurato un regime poliziesco e burocratico alla stregua delle analisi politiche espresse da Bruno Rizzi (1901-1977) nel suo volume La burocratisation du monde (Paris 1939). Ma il mutato clima, provocato dall’aggressione nazista all’Unione sovietica, favorisce un clima più distensivo tra socialisti e comunisti, che porta alla firma comune di un appello per la costituzione di un fronte nazionale antifascista.

Alla caduta di Mussolini, Saragat ritorna nel 1943 a Roma, dove contribuisce alla ricomposizione del Partito socialista e alla rinascita dell’«Avanti!». Arrestato dai tedeschi il 18 ottobre, egli viene tradotto nel carcere di Regina Coeli, dove è rinchiuso per quattro mesi, insieme a Sandro Pertini e a Carlo Andreoni (1901-1957). La vicenda, raccontata nei libri Saragat. Il coraggio delle idee (Roma 1984?) di Vittorio Statera e Saragat e il socialismo italiano dal 1922 al 1946 (Venezia 1984) di Ugo Indrio, coinvolge Giuliano Vassalli (1915-2009) e Massimo Severo Giannini 1915-2000, l’uno futuro presidente della Corte costituzionale e l’altro futuro ministro della Funzione Pubblica. Ma nuovi elementi sono aggiunti nei libri Saragat (Eri, Torino 1991) di Antonio G. Casanova e Giuseppe Saragat (Marsilio, Venezia 2003) di Federico Fornaro.

Condirettore dell’«Avanti!», con Nenni direttore, Saragat contribuisce al rilancio del giornale socialista, che nella prima metà del 1946 raggiunge le 100 mila copie. Ministro senza portafoglio nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi (18 giugno-12 dicembre 1944), poi ambasciatore a Parigi (15 marzo 1945-23 marzo 1946), egli è deputato all’Assemblea costituente e suo presidente con 401 voti su 468. Sostenitore dell’assoluta autonomia socialista e dei valori democratici dell’Occidente, Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e socialismo, interpretando il marxismo in chiave umanistica come unica visione in grado di recuperare la tradizione riformista del socialismo italiano.

In quest’ottica deve essere inquadrata la cosiddetta «scissione di Palazzo Barberini» (11-12 gennaio 1947) e la costituzione del Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli), cui aderiscono 52 parlamentari su 115, la maggioranza della giovanile socialista e un cospicuo numero di militanti attratti dal verbo anticomunista e dal «massimalfusionismo della maggioranza». L’anno successivo Saragat, durante le elezioni politiche del 18 aprile, assume una posizione critica verso il «Fronte Democratico Popolare», provocando le invettive dei comunisti: in un intervento alla Camera viene definito da Gian Carlo Pajetta un «traditore del socialismo».

Tra il 1948 e la sua nomina a presidente della Repubblica Saragat vive gli episodi più significativi del socialismo italiano nella ricerca dell’unità socialista: l’incontro del 25 agosto 1956 a Pralognan con Nenni segna l’inizio di un processo che porta alla costituzione di un partito unitario che si conclude solo nella costituzione del PSU realizzatosi nel XXXVII congresso (ottobre 1966). Per l’occasione egli suggerisce a Nenni di inserire nella «Carta dell’unificazione socialista» l’appello ai valori «universalmente umani» e agli ideali «di libertà, di giustizia e pace», come pure il richiamo alla collaborazione tra forze democratiche e cattoliche per avviare una politica riformista.

Come presidente della Repubblica (28 dicembre 1964-29 dicembre 1971), Saragat osservò la divisione dei poteri con il rispetto dei vari organi costituzionali e non rinviò mai un provvedimento alla Camere per riesame, conferendo sempre l’incarico di formare il governo ai membri indicati dalla maggioranza parlamentare. L’esperienza del Centro-sinistra fu vissuta come formula di governo in grado di condizionare i processi di trasformazione sociale nell’ambito di una visione democratica contraria ad ogni forma di violenza e all’insegna di un riformismo inteso come fattore di crescita economica e culturale.

Nunzio Dell’Erba

La morte di Buozzi: giallo con tre interrogativi

buozzi

Su quel che determinò il doloroso epilogo del 4 giugno 1944, cioè l’eccidio della Storta, l’uccisione da parte dei nazisti in fuga di Bruno Buozzi e altri tredici antifascisti, incombono ancora tre interrogativi a settantatré anni di distanza. Per carità, della vicenda si sa più o meno tutto però al quadro mancano alcuni dettagli. Tanto per cominciare, bisogna dire che a quella strage si può tranquillamente applicare la teoria sulla banalità del male elaborata da Hannah Arendt in occasione del processo ad Adolf Eichmann. Perché se per la terribile carneficina delle Fosse Ardeatine può essere, strumentalmente, evocato l’odioso e spietato rapporto di causa-effetto con l’attentato di via Rasella, per La Storta il medesimo rapporto non può essere richiamato per il semplice fatto che non esiste. Fu una strage gratuita. Una gratuità a dir poco inquietante.

La sera del 3 giugno 1944 da via Tasso, la famigerata prigione nazista, partirono diversi camion. Uno solo, però, interruppe la sua corsa nella tenuta Grazioli, facendo “scendere” vivo il suo carico umano, per ripartire poi dopo averlo lasciato senza vita in un fosso, vittima di una esecuzione nella “tecnica” simile a quella adottata alle Ardeatine (il camion era comandato proprio da un “Ss” che in quella occasione si era distinto nel ruolo di carnefice, facendo evidentemente tesoro della crudele lezione lì mandata a memoria). Proprio il camion che ospitava Buozzi e gli altri tredici antifascisti era quello più di altri atteso al nord per volere di Benito Mussolini che sperava di convincere Buozzi, per riconquistare consensi nelle fabbriche ribollenti di rabbia anti-nazista e anti-fascista, a dare lustro e copertura politica alla “conversione” sociale (il “ritorno alle origini”) della Repubblica di Salò. Non solo: probabilmente, ormai rassegnato alla sconfitta, il duce puntava a costruirsi degli interlocutori “comprensivi” ben sapendo che di lì a poco l’Italia gli avrebbe presentato il conto. Conosceva Buozzi, vecchio compagno di partito dei tempi socialisti (lo aveva pure violentemente contestato da sinistra per poi blandirlo anni dopo, come capo del nascente fascismo, in occasione dell’occupazione delle fabbriche).

Tre interrogativi, dunque. Il primo: perché Buozzi non cercò un “asilo” più sicuro? Molti leader di primo piano (tra i quali Pietro Nenni) erano stati ospitati in Laterano. Lui preferì affidare la sua salvezza a case “amiche”. Visto che era in corso la trattativa sulla ricostituzione del sindacato unitario, voleva godere di maggiore libertà di azione? Si sa, ad esempio, che respinse l’idea di trasferirsi al Sud, oltre le linee, nell’Italia liberata. Certo è che la sua scelta ha avuto un epilogo drammatico. Quelli successivi a via Rasella e alle Fosse Ardeatine furono giorni terribili, diversi sindacalisti vennero arrestati, tra i quali anche Giulio Pastore.

Il secondo: chi lo tradì? Perché è evidente che è stato tradito. Sul tema sono state elaborate diverse teorie, alcune anche di carattere strumentale. Erich Priebke, ad esempio, nella sua autobiografia ha parlato di una persona vicina a Buozzi, un sindacalista insospettabile. Illazioni di provenienza americana hanno provato a indirizzare la ricerca verso gli ambienti comunisti e, addirittura,  verso Di Vittorio. Era un periodo di acque torbide, in cui nuotavano personaggi non sempre cristallini come, ad esempio, Ulisse Ducci, antifascista ma con frequentazioni solide con gli ambienti dell’Ovra (dietro pagamento si dichiarò pronto a “consegnare” Buozzi e Nenni). Ma alla fine l’interesse si è concentrato su due personaggi: il ragionier Domenico De Ritiis, uomo piuttosto addentro agli ambienti socialisti, il cui nome fu poi ritrovato negli elenchi dell’Ovra e al quale Mauro Canali, che ha studiato la materia in maniera approfondita, ha dedicato una certa attenzione, e la staffetta Franz Muller, molto attiva nella zona di Trastevere.

Terzo interrogativo: chi comandò la strage? Tanto per cominciare bisogna ricostruire il carattere convulso di quelle ore. Il 3 giugno le truppe alleate sono ormai a un tiro di schioppo da Roma. I generali nazisti, a quel punto, rendono operativi i piani di una fuga che può avere una sola direttrice: il nord. Ma non si possono prendere tutte le strade a disposizione perché quelle che costeggiano il mare sono più esposte ai bombardamenti. Risultato: via Cassia diventa l’arteria preferita, trafficata più della Cristoforo Colombo dopo la chiusura degli uffici dell’Eur. Su quella strada i nazisti sistemarono il quartier generale che gestiva una fuga molto disordinata. È stato sostenuto che Priebke fosse presente nel momento in cui i due “Ss” che “gestivano” il camion, Kahrau e Pustowka, fecero fuoco su Buozzi e i suoi tredici compagni. Dunque, l’eccidio sarebbe stato ordinato da lui. Ma l’accusato si è sempre difeso sostenendo che in quei giorni era a Dachau. Rimandare la responsabilità della decisione a Priebke e a Kappler è inevitabile: d’altro canto, se non furono responsabili materialmente lo furono moralmente. Certo è che quel camion era il più malandato tra quelli che partirono da via Tasso, tanto malandato da far sollevare l’ipotesi che la “banalità del male” abbia trovato alimento proprio nella necessità di accelerare la fuga liberandosi di un carico “ingombrante”. Nel processo per le Fosse Ardeatine, Kappler sostenne che a un certo punto di quel mezzo vennero perse le tracce e che Kahrau che lo comandava si fece vivo soltanto cinque, sei giorni dopo da Firenze dove era arrivato solo a bordo di un’auto. Il camion non c’era più.

Valentina Bombardieri
(Fondazione Nenni)

XXXV Congresso nazionale della LIDU

scarpaDal 29 al 30 ottobre 2016, si è svolto a Roma il trentacinquesimo congresso nazionale della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo. La LIDU fu fondata nel 1919 per iniziativa di Ernesto Nathan, sindaco di Roma ispirandosi al pensiero mazziniano (Doveri dell’Uomo) e riunendo le Leghe dei Democratici di Garibaldi.
Nel 1922 a Parigi diede vita alla F.I.D.H. Federation International des Ligues des Droits de l’Homme. Dopo l’entrata in vigore delle leggi fasciste che vietavano la presenza in Italia delle libere associazioni, la LIDU si trasferì in Francia. Quasi tutti i politici italiani esuli in Francia erano iscritti alla LIDU. Tra essi vanno ricordati Bruno Buozzi, Ferruccio Parri, Giuseppe Saragat, Fausto Nitti, i Fratelli Rosselli, Filippo Turati, Treves, Pertini e Pietro Nenni che divenne responsabile della LIDU a Parigi.
Dal 2002 fino ieri, Presidente della LIDU è stato l’On. Alfredo Arpaia. Dopo la scomparsa di Paolo Ungari, non è mai venuto meno l’impegno della Lidu in campo internazionale ed in Italia per la difesa dei Diritti Universali dell’Uomo proclamati con la dichiarazione dell’Onu del 1948. In ricordo di Paolo Ungari la Lidu ha istituito il Premio Ungari che viene annualmente assegnato ad una personalità che si è particolarmente distinta in campo internazionale e nazionale per la difesa dei diritti e della dignità dell’uomo.
Nel corso del dibattito, più interventi hanno evidenziato le difficoltà di questo momento storico per il fenomeno delle emigrazioni in massa di popolazioni che sfuggono alle tragedie della guerra ed alle condizioni di vita disumane, di sfruttamento ed anche di schiavitù. Preoccupazioni sono emerse anche per gli atteggiamenti di chiusura ai principi di solidarietà umana da parte di alcuni Paesi della UE, all’incapacità delle organizzazioni mondiali ed alla politica internazionale dei Paesi più ricchi per risolvere alle origini i problemi umani che causano l’attuale fenomeno emigratorio di massa che sta sfuggendo ad ogni controllo e le cui dimensioni e tragicità non ha precedenti storici. La disoccupazione crescente anche nei Paesi più sviluppati è un altro elemento causa della riduzione di uno dei diritti fondamentali dell’uomo : il lavoro nella sua dignità umana.
Numerosi i saluti pervenuti al Congresso presieduto dall’Avv.to Riccardo Scarpa. Tra i più significativi quelli del Presidente della Repubblica, del Presidente del Consiglio, del Ministero degli Esteri attraverso una nota del sottosegretario Benedetto Della Vedova e della Federazione Internazionale delle Leghe per i Diritti dell’Uomo che hanno sottolineato l’importante ruolo svolto dalla LIDU nel tempo ed anche recentemente per la difesa dei diritti e la dignità dell’uomo. Il ruolo svolto dalla LIDU è stato particolarmente riconosciuto dalla Presidenza della Repubblica con l’assegnazione di una medaglia al merito. Anche il Sindaco di Roma, Virginia Raggi, ha fatto pervenire un messaggio scusandosi di non poter essere presente.
A conclusione dei lavori congressuali è stato eletto Presidente Antonio Stango. Il Presidente uscente Alfredo Arpaia è stato nominato Presidente Onorario. Alla carica di Segretario Nazionale è stato riconfermato il Dr. Roberto Vismara.
Al nuovo gruppo dirigenti vanno gli auguri di un proficuo ed intenso lavoro continuando l’impegno dell’importante ruolo e della gloriosa storia della LIDU.

Salvatore Rondello

8 settembre 1943.
Cronache dell’Avanti! clandestino

avantiL’8 settembre nel calendario degli italiani non è una data qualsiasi. Sul suo significato, sul senso profondo, da un lato immorale e dall’altro morale, si discute da settantatré anni. Ugo La Malfa, in una antica pubblicazione del Partito d’Azione scrisse: “Fra il 28 ottobre 1922 e l’8 settembre 1943 l’Italia come Stato nazionale ereditato dal Risorgimento, è stata distrutta”. E ancor più severamente: “Il grande esercito di Badoglio fu e morì in Italia l’8 settembre del 1943”. Quel giorno morì l’Italia. Eppure la sintesi più più efficace di quel che avvenne in quei giorni, anzi in quelle ore, l’ha fornita Norberto Bobbio affermando che morì la patria ma nacque l’amor di Patria. Nacque, ad esempio, nel pomeriggio del 9 settembre, intorno alle 18,30 quando in via Poma a Roma si riunirono Pietro Nenni, Giorgio Amendola, Alcide De Gasperi, Ugo La Malfa, Meuccio Ruini e Alessandro Casati per costituire il Comitato di Liberazione Nazionale. Nacque il mattino dopo a Porta San Paolo quando, in una Capitale abbandonata dai generali che avrebbero dovuto difenderla, un pugno di uomini, tra i quali Sandro Pertini, Bruno Buozzi, Mario Zagari, Giuseppe Gracceva, alcuni armati soltanto di una bandiera tricolore, provarono a fermare le truppe di occupazione tedesche. Nacque il 23 settembre quando Bruno Buozzi, Achille Grandi, Ezio Vanoni, Guido De Ruggiero, Giovani Roveda, Oreste Lizzadri e Gioacchino Quarello invitarono con un appello i lavoratori “a preparare la riscossa nazionale contro ogni reviviscenza fascista e contro l’occupazione tedesca insieme alleati ai danni della Patria”.


Si potrebbe dire che in quei giorni l’Italia riuscì a dare il peggio di sé e, contemporaneamente, anche il meglio. Da un lato il maresciallo Badoglio che dopo aver comunicato al mattino ai tedeschi ancora alleati che mai l’Italia si sarebbe piegata il pomeriggio alle 18 alla radio faceva annunciare l’armistizio comunicato a Hitler con un telegramma che si concludeva: “Non si può esigere da un popolo di continuare a combattere quando qualsiasi legittima speranza non dico di vittoria ma financo di difesa, si è esaurita. L’Italia, ad evitare la sua totale rovina, è pertanto obbligata a rivolgere al nemico una richiesta di armistizio”. Il tutto senza preoccuparsi di difendere in qualche modo i romani che venero abbandonati alla mercé dei nazisti, riscattati dallo moto d’orgoglio di chi avrebbe voluto combattere ma non venne messo nelle condizioni di farlo nel miglior modo possibile perché la richiesta di distribuire armi alla popolazione non venne soddisfatta. Nei documenti che proponiamo (le cronache dell’Avanti!) questo ultimo tradimento viene sottolineato (in particolare nell’articolo del 26 settembre 1943).


Giornate in cui l’Italia si “spezzò”. Faticosamente nel centro-nord veniva organizzata la Resistenza che poté contare anche sul contributo di una parte di quell’esercito abbandonato e sbandato, che decise di continuare a combattere ma questa volta contro la Germania (in alcuni prevaleva la lealtà nei confronti della corona; in altri, invece, era ancora vivo il ricordo della tragica ritirata dal fronte russo con i tedeschi che si rifiutavano di aiutare quelli che erano ancora i loro alleati, privi di mezzi di trasporto ed equipaggiati in maniera a dir poco inadeguata). Al Sud, invece, Vittorio Emanuele cercava di ricostruire il suo regno, nel discredito generale, abbandonato anche da personaggi di grande carisma intellettuale come Benedetto Croce.


Con la dichiarazione di guerra del 13 ottobre l’Italia riapparve sulla scena bellica, con altri alleati. Ha scritto in un bellissimo libro (Una guerra civile, Bollati Boringhieri 1991), Claudio Pavone: “Gli antifascisti distinguevano ovviamente il fascismo dall’Italia; ma i più pensosi tra loro avvertivano che un mero ribaltamento del fronte non era sufficiente a fugare le ombre che si erano addensate sull’identità nazionale. Nella sua accezione più elementare, la guerra alla Germania, dichiarata dal regio governo del Sud il 13 ottobre 1943, poteva apparire null’altro che la continuazione della guerra precedente, dalla parte giusta e per di più vincente; e non c’è dubbio che a un certo numero di combattenti nelle formazioni partigiane, e non soltanto in quelle “autonome”, essa apparve tale. Ma si è visto come nemmeno ai chiamati a combattere nell’esercito del Sud questa motivazione riuscisse ad apparire sufficiente… L’atteggiamento più radicale e nello stesso tempo più fecondo era quello che dava per scontata la finis Italiae”.


Non è un caso che nel suo diario Ada Gobetti abbia scritto: “La notizia (della dichiarazione di guerra alla Germania, n.d.r.) non m’ha fatto nessuna impressione. Per noi non c’è differenza. Forse avrà una certa importanza per quelli che aspettavano gli ordini da Badoglio (i quali però se ne sono tornati ormai tranquillamente a casa): non certo per i nostri montanari di qui, né per gli operai di Torino. La guerra siamo noi che la facciamo, la nostra guerra – e poco importa i crismi di un’autorità invilita a cui più nessuno crede”. Fu questo il lascito dell’8 settembre: una “morte” e una contemporanea resurrezione; nuovi protagonisti che subentravano ai vecchi, disperati e sciagurati, la finis Italiae non era la fine degli italiani che, in larga misura inconsapevolmente, riannodavano il filo rosso con quegli altri italiani del Risorgimento che in quel ventennio indicato da La Malfa erano stati umiliati nel ricordo. Non cambiavano le alleanze; cambiavano gli attori. Come scrisse Vittorio Foa: “La responsabilità di creare il fatto nuovo che salvi l’Italia grava tutta su quelle forze antifasciste le quali, nell’assenza di ogni autorità, devono costituirsi esse stesse in autorità con iniziativa autonoma. Solo a questa condizione l’Italia, oggi passivo campo di battaglia, cesserà di essere una semplice espressione geografica”.

Antonio Maglie 

Blog Fondazione Nenni


“La guerra fascista è finita”*

Oggi 8 settembre è stato finalmente diramata al popolo italiano la notizia che dal 25 luglio attendeva: per l’Italia la guerra di Mussolini, la guerra di Hitler è finita. E’ stato concluso l’armistizio con le forse anglo-americane.
Questo è quanto doveva avvenire.
Perché noi avremmo dovuto continuare a combattere una guerra non nostra, perché avremmo dovuto continuare ad assistere alla distruzione delle nostre città, alle stragi delle nostre famiglie per fini che non sono i nostri, che sono anzi opposti ed avversi ai nostri?
Il governo Badoglio ha raccolto il grido che si leva unanime dal popolo itali8ano: basta con questa guerra. Il governo Badoglio, compiendo quanto era auspicato dal popolo tutto, ha fatto quanto a lui stava fare.

Ed ora?
Ora non è finita la nostra lotta, non è finita la nostra vigilanza. Altri pericoli minacciano il nostro paese e il nostro popolo. E di fronte ad essi noi dobbiamo essere pronti.
Accetterà il falso alleato di ieri il verdetto del popolo italiano, il verdetto della storia? O non tenderà piuttosto in un ultimo impeto di feroce barbarie di scatenare la sua potenza offensiva sul popolo italiano, magari soltanto per un’azione di rappresaglia degna dei suoi costumi?

Non dobbiamo scrutare l’avvenire per improvvisarci profeti; ma dobbiamo prepararci, e prepararci al peggio, per essere in migliori condizioni di lotta di fronte a qualunque evenienza.
Se Hitler tentasse, in qualunque modo, di far violenza alla libera volontà del popolo italiano troverebbe nel popolo tutto, troverebbe in ciascuno di noi la resistenza più ferma e decisa.

Quando l’esercito italiano retrocedeva di fronte all’attacco anglo-americano, e i nostri bollettini, prima e dopo il 25 luglio, parlavano di “preponderanza delle forze nemiche” noi, proprio noi, ci permettevamo di dubitare di tale asserto e consapevoli del valore reale del nostro popolo, non potevamo fare a meno di pensare che se il nostro esercito si ritirava così, non era soltanto per insufficienza di mezzi: il nostro esercito e il nostro popolo, per le case proprie e per le proprie famiglie avrebbero diversamente combattuto. Ciò era perché esercito e popolo sentivano che questa guerra non era la loro guerra e non potevano farsi massacrare per fini altri ed opposti al loro.

Ora è un’altra cosa. Ora tutti siamo disposti a batterci fino all’estremo delle nostre capacità, fino all’estremo della nostra resistenza, fino all’estremo della nostra vita, contro il nostro vero e solo nemico: contro Hitler, contro il fascismo tedesco.

Abbiamo visto stasera il popolo esultante nelle piazze gridare questa sua volontà.
Contro i tedeschi, se tentassero di venirci a soffocare, saremmo tutti disposti a combattere; né di fronte a tale guerra inevitabile, necessaria per i fini della nostra politica indipendente, lamenteremmo più, come tutti hanno fatto fino a ieri, uno stato di guerra che tutti forzatamente costringe a tante strettezze.
Saremmo tutti disposti a combattere per il nostro paese, per il nostro popolo, per noi stessi e il nostro avvenire. E non ci spaventerebbero pericoli, avversità, né preponderanza di forze. E non esiteremmo a combattere secondo le direttive stesse del governo: avremmo tempo poi per regolare tra noi le nostre faccende interne; ma di fronte a questo pericolo straniero – e questo si che minaccerebbe davvero la nostra patria e la nostra libertà – saremmo tutti uniti in una soloa volontà di resistenza e di lotta.

La guerra fascista è finita. L’Italia si avvia a libertà.

Oggi l’imperativo è difenderci: dal fascismo nostrano, dal fascismo tedesco, dal fascismo e dall’oppressione comunque minaccino il popolo lavoratore del nostro paese.
Domani, nelle forme che la situazione determinerà, continuerà la nostra lotta per la libertà, per il socialismo.

“Nel nome dei morti i vivi promettono”*

La guerra fascista è finita. Le conseguenze graveranno a lungo sul popolo italiano e gronderanno lungo e profondo odio verso chi ha voluto e commesso questo delitto contro tutto il paese.

La guerra non era volta ad alcun vantaggio per la nazione nostra, era destituita di ogni ragione, di ogni carattere nazionale. Ed è costata rovine e distruzioni innumerevoli per tutto il territorio, è costata migliaia e migliaia di invalidi e di morti.

Perché tanti giovani italiani hanno dovuto dare il loro sangue, la loro vita?
Il consuntivo di questa guerra, ora che è conclusa, è tragico e più tragico è il fatto che nulla in nessun senso, neppure per ogni caduta alternativa, potesse bilanciare tante perdite.

Mai la folle presunzione di un uomo criminale e infame tanto potè pesare su tutto un popolo.
Non guardiamo al carico che lasceranno su noi nel futuro il fascismo e la sua guerra. Alta raccogliamo questa eredità: eredità di odio e di amore. Torneranno i reduci di questa guerra, provati nelle carni e nello spirito dal lungo sacrificio cui furono costretti, che non aveva ragione. Non torneranno i caduti.

Trovino in noi, quelli che torneranno, l’eco del loro odio, l’amore fraterno che li accolga con comprensione piena e affettuosa; trovino, con noi, nella riedificazione che non potrà essere se non socialista, il loro posto nella vita e nel lavoro.

“Appello ai soldati tedeschi in Italia”*

Traduciamo dal tedesco il testo di un volantino diretto ai soldati tedeschi in Italia.

Il popolo italiano ha posto termine alla guerra, ed è libero di dedicarsi alle opere di ricostruzione della pace.
Questa guerra che ai nostri popoli è stata imposta da governanti estranei alla nostra volontà e violentemente oppressori di noi tutti, è giunta al suo epilogo.
Perdura ormai per forza di eserciti, per forza di cose e di ragioni che erano nella sua stessa natura, questa guerra è finita per l’Italia, deve finire ben presto per la Germania.

Innanzi a noi sono le vie della pace e della libertà. Tuttavia non è escluso che i vostri governanti, gli oppressori del vostro popolo, vogliano tentare di opporsi con la forza al nostro paese, di occupare il nostro territorio, in parte, al solo scopo di fare durare un poco più a lungo, con le loro folli speranze, le rovine e le distruzioni della nostra vita civile.

Soldati, se i vostri comandanti volessero imporvi questo, non vi prestate al loro gioco. Noi resisteremmo: perché dovreste mettere a repentaglio la vostra vita, perché dovreste portare la rovina e la morte sul nostro popolo – solo per gli interessi del ceto ristretto e privilegiato che opprime voi pure?

Affratellatevi a noi, e noi vi saremo fratelli.
Noi che sappiamo come un popolo possa essere costretto alla guerra, senza volerla, senza aver nulla contro gli uomini e i popoli che un’artefatta propaganda disegna come nemici, noi vi comprenderemmo, vi accoglieremmo con la gioia e senza alcun rancore, perché sappiamo che non voi, lavoratori del popolo tedesco, ma soltanto i vostri governanti, a voi estranei ci sono nemici.
Non combattete contro il popolo italiano che, come voi, vuole la pace e la libertà. Non combattete più e la guerra sarà finita per tutti. E grazie al vostro atto sarà possibile la pacifica ricostruzione di un’Europa concorde formata da popoli fratelli, nella quale neppur voi sarete considerati nemici da alcuno.

Rendetevi indipendenti dal fascismo, dall’oppressione nazista, da Hitler.
Le vie della pace e della ricostruzione sono aperte per i popoli di buona volontà: e per esse siamo tutti uniti, tutti fratelli.

La parola d’ordine del partito*

Lavoratori

L’armistizio con le Nazioni Unite è stato firmato.
E’ questo il primo passo, così ansiosamente atteso dal Popolo italiano verso la Pace.
Ma perché questa sia veramente tale, perché si possa intraprendere il duro e faticoso cammino verso la ricostruzione del Paese, verso la vostra liberazione dalla schiavitù capitalistica, vi sono vari problemi urgenti che devono essere subito risolti:
Bisogna che i tedeschi, espressione del nazismo, se ne vadano subito dall’Italia.
Il loro ritiro oltre il Brennero costituirà un passo decisivo verso la fine del nazismo e della guerra in Europa; inciterà gli altri popoli ancora tenuti sotto il feroce tallone nazista a ribellarsi.
I vostri compagni francesi, belgi, olandesi, danesi, romeni, bulgari, jugoslavi, ungheresi, finlandesi, norvegesi, svedesi seguiranno il vostro esempio e vi saranno riconoscenti e solidali.
Difendete la Pace contro chiunque e con ogni mezzo!

Via i nazisti dall’Italia!

Resta ancora in Italia la monarchia che non è la sola ma la maggiore responsabile del fascismo e della guerra.
Finchè in Italia resterà la monarchia non potrete mai aspirare alla vostra liberazione.
Via il Re fascista!
Finchè perdura la dittatura militare non vi è libertà.
Esigete un governo popolare che vi ridia la libertà e che avvii alla vostra suprema aspirazione: la Repubblica Socialista!

IL PARTITO SOCIALISTA DI UNITA’ PROLETARIA

* Tutti i testi sono tratti dall’Avanti! Dell’8 settembre 1943. I titoli sono quelli originali

Responsabilità*

Eccoci dunque sotto i tedeschi. Ecco i nostri muri tappezzati dai loro insolenti manifesti che minacciano morte, le nostre strade percorse spavaldamente dalla loro soldataglia, le nostre case invase, perquisite e derubate, i nostro soldati disarmati e denudati, i nostri fratelli uccisi a sangue freddo. Ed ecco infine, grottesco contorno a tanta tragedia, rispuntano le camicie nere e i fasci littori: i pretesi difensori dell’onore nazionale, ignobilmente scomparsi di fronte all’ira popolare, mostrano il loro coraggio all’ombra delle baionette naziste.
Un senso di tragico stupore aleggia sulle nostre città. Il popolo italiano si chiede esterrefatto come tale disastro abbia potuto verificarsi. Di chi la colpa, di chi la responsabilità? Chi è stato la causa prima dell’immane sfascio, che ha consegnato l’Italia alla rabbia di Hitler? Chi ha impedito la resistenza, disarmate le nostre divisioni, vietato al popolo di battersi?

La risposta è facile. Siamo stati traditi. Siamo stati traditi da chi aveva interesse a farlo, da chi solo nel tradimento vedeva la possibilità di salvataggio della propria posizione. Gli interessi di casta si sono anteposti a quelli del popolo italiano. Il tradimento ne è la logica conseguenza.

Il re, Badoglio e tutta la loro cricca ci ha traditi. È bene che il popolo italiano apra gli occhi, che fissi una volta per sempre le responsabilità. È bene che si parli chiaro su questa famosa monarchia, che si sappia di quanti mali è stata cagione per l’Italia. Per troppo tempo è stata lasciata nella penombra, per troppo tempo si sono taciute le sue colpe. Ora la misura ha passato il segno. Gli avvenimenti di questi giorni la inquadrano perfettamente, tolgono gli ultimi dubbi sul presente e sul passato. Soprattutto, ci mettono esattamente in guardia per l’avvenire. Oggi questa monarchia si atteggia a salvatrice dell’Italia. Sbandiera il proprio antifascismo, si vanta di aver posto fine all’odiato regime. Ma guardiamo un poco i fatti, facciamo un po’ di storia.

Chi consegnò l’Italia al fascismo nell’ottobre del 22? Il re. Il re come capo naturale di tutte le classi reazionarie italiane, che sentivamo minacciati i loro privilegi politici ed economici dalla precisa volontà del popolo italiano, deciso a rivendicare i suoi interessi proletari contro tutte le vecchie caste parassitarie. Monarchia e plutocrazia, il re e i grossi industriali, i grandi latifondisti, i ricchi banchieri, videro nel fascismo il loro naturale alleato, il regime che meglio di ogni altro garantiva la conservazione del trono e la tutela degli interessi capitalistici che a esso fanno capo. Anche allora c’erano i cavalli di frisia per sbarrare l’ingresso alla capitale, anche allora c’erano le divisioni pronte a far naufragare nel ridicolo la famosa “marcia”. Ma Vittorio Emanuele preferì allearsi con Mussolini, e si rimangiò lo stato d’assedio.
E da allora, il suo consenso alla politica fascista fu chiaro, pieno, incondizionato. Firmò le leggi repressive, acconsentì al colpo di stato, permise che l’Italia fosse imbavagliata, imprigionata e depredate. Arrivò ad ammettere che il gran consiglio si ingerisse nella successione al trono, cedette la suprema direzione delle forze armate, condivise il maresciallato dell’Impero,. Lasciò che il paese fosse trascinato in una politica di aggressioni, accettò i nuovi troni. Parlò alla “Patria Fascista”, inviò il figlio al “Covo”, si recò lui stesso in processione a Predappio.

Infine, dichiarò guerra alle democrazie e alla Russia sovietica: questa guerra che è l’origine di tutti i nostri mali, che ha distrutto le nostre città, fatto morire i nostri fratelli, aperto ai nazisti le porte d’Italia. Sapeva della profonda avversione del popolo italiano, ma non ne tenne alcun contro, nella speranza degli utili suoi personali e della classe che egli rappresentava.

Tutto questo non va dimenticato. Anche se, quando le cose volsero al peggio, quando lo spettro della sconfitta s’avanzò a grandi passi, si incominciò a sentire in giro che la monarchia era contraria al fascismo, che in casa reale si cospirava contro il dittatore. Il giuoco era chiaro. Si voleva evitare che monarchia e fascismo cadessero insieme, benché piena e palese, per italiani e stranieri, fosse la loro corresponsabilità politica e morale.

Ma Vittorio Emanuele voleva salvarsi. Ed ecco che si mise d’accordo con i suoi generali, coi suoi nobili, coi suoi banchieri, con suoi industriali, cogli stessi fascisti, con tutti coloro che si sentivano compromessi. Bisognava rifarsi la faccia, apparire vittime, procurarsi un titolo di merito, staccarsi dal complice ventennale.
Così il 25 luglio Vittorio fece arrestare l’affezionatissimo cugino Benito.

Ma il popolo italiano non abboccò. Non credette in questi troppo interessati “liberatori”, non si fidò della nuova dittatura protetta dal coprifuoco e dallo stato d’assedio. Vide chiaramente la manovra, e lasciò intendete che si riservava di liquidare i conti. Né abboccarono gli anglo-americani, che non mutarono le condizioni di resa imposte al fascismo.

S’imponeva quindi il problema della pace, e con esso quello della resistenza di fronte all’immancabile aggressione nazista. Ma poteva il nuovo regime veramente preparare e organizzare questa resistenza? Esso, che era nato e che viveva sul compromesso, che aveva dato le stellette alla milizia, vestito in grigioverde gli squadristi, affidato a De Vecchi il comando di una divisione? Quale energia poteva esprimere la vecchia classe dirigente, che aveva fatto carriera sotto il fascismo e in mezzo a cui la quinta colonna avrebbe mietuto collaboratori?

Solo il popolo lavoratore poteva condurre la lotta contro il nazismo, rinfrancare l’esercito, dar nuovo vigore ai nostri soldati. Bisognava quindi dar le armi al popolo. Ma il re non volle armarlo.
Questo è il punto. Partecipando alla lotta, il popolo ne sarebbe divenuto protagonista, il solo, il vero, ineliminabile attore. Avrebbe chiesto di essere guidato dai suoi capi, e non da chi fino al giorno prima aveva fatto causa comune con il fascismo. I titoli di merito di re Vittorio e dei suoi generali sarebbero svaniti in fumo. La volontà antimonarchica del paese si sarebbe ineluttabilmente affermata. La monarchia avrebbe chiuso la sua infausta giornata.

Per questo non fu organizzata la resistenza. Forze per difendersi ce n’erano, ma furono lasciate senza comando, senza istruzioni, senza disciplina, facile preda del disfattismo della quinta colonna. Il popolo chiedeva le armi, ma alla polizia fu dato ordine di arrestare chi le otteneva. Dopo aver garantito che si era in grado di resistere, il re e Badoglio non avrebbero potuto presentarsi agli anglo-americani come l’unico perno intorno a cui organizzare la partecipazione italiana alla lotta antifascista. Premeva loro di poter apparire gli esponenti e i protagonisti della volontà nazionale.

Ma la manovra è sfacciata. Essa si affida al buon cuore e a una presunta ingenuità politica del nostro popolo, per riuscire. Re Vittorio vorrebbe rientrare al seguito degli eserciti alleati per apparire come liberatore. Vorrebbe così far dimenticare le sue colpe, per imporre di nuovo il proprio dominio. Sa di non poter contare sul nostro consenso, e cerca di estorcerlo.
Il popolo italiano non si lascerà ingannare. I lavoratori italiani sanno ciò che debbono alla monarchia. Sanno che essa è l’ultimo baluardo dietro il quale la plutocrazia italiana cerca di barricarsi, la maschera istituzionale dietro cui le vecchie classi parassitarie nascondono il loro dominio. Sanno che l’Italia deve essere liberata dai lavoratori traditi, e non dal re, nostro traditore; che l’Italia deve essere ricostruita da noi che la impersoniamo, e non da Vittorio Emanuele, che ha tentato di distruggerla.

In questa consapevolezza è la morte della monarchia. Giacché il popolo italiano rifiuta di credere che la resurrezione di essa possa venirgli imposta dai firmatari della Carta Atlantica.

* Avanti! clandestino del 26 settembre 1943

25 aprile: Vassalli: “Nenni era contrario agli attentati”

Leggo e trascrivo dal libro dai verbali segreti Agi pubblicati il 24 aprile 20016 questa dichiarazione di Giuliano Vassalli, resistente, socialista democratico, ministro, costituzionalista: “Un giorno Nenni mi convocò e mi disse: invece di preparare attentati, meglio fareste a dimostrare le vostre capacità cercando con ogni modo di liberare Saragat dal carcere di Regina Coeli. Così il Presidente Emerito della Corte Costituzionale, il 94enne socialista Giuliano Vassalli ricorda, nello scritto “tra cuore e ragione” per la ‘Fondazione Nenni’, la Liberazione e la Resistenza che ebbero in Pietro Nenni uno dei grandi protagonisti. “Vorrei, in omaggio alla memoria di Nenni, ricordare tre episodi della sua umanità, dei quali fui testimone e partecipe e di cui non v’è traccia nei diari o, per uno di essi, una traccia generale e sbiadita dal tempo. Il primo, e il più importante perché non si riduce ad un mero ricordo personale, è appunto quest’ultimo: la spinta dataci in modo decisivo per l’impresa della liberazione di Giuseppe Saragat, e con lui d’altri sei compagni detenuti nel carcere di Regina Coeli a Roma, negli ultimi mesi del 1943”.

Pietro Nenni, “capo del Partito e suo rappresentante nel Comitato di liberazione nazionale, seguiva con estrema attenzione e presenza, ma anche con una forte cautela morale e politica, l’operare e i propositi delle forze organizzate della Resistenza socialista in Roma quelle che più tardi assunsero formalmente il nome di “Brigate Matteotti” – nota Vassalli – Nenni riceveva messaggi angosciati dalla madre di Saragat da Torino, portatigli da Domenico Chiaramello e da altri, ed era comunque molto preoccupato per la sorte di Saragat. A Regina Coeli si trovava allora un piccolo gruppo di socialisti, frutto di un arresto effettuato dalla polizia il 16 ottobre 1943, mentre uscivano da una riunione clandestina nello studio di Giovanni L’Eltore in Via Nazionale. Anche Nenni aveva partecipato a quella riunione, ma si era allontanato qualche istante prima dell’arrivo della polizia, od era passato senza essere riconosciuto. Altri compagni arrestati, come Corona e Zagari, erano stati liberati dopo alcun tempo dal carcere, non essendo risultati indizi a loro carico. Rimaneva in carcere di quel gruppo, oltre Saragat, Sandro Pertini, Torquato Lunedei, Ulisse Ducci, Luigi Allori; e inoltre, arrestati in altre circostanze, Luigi Andreoni, padre di Carlo e di Giacomo, preso in ostaggio in luogo dei figli sfuggiti all’arresto, nella sua casa di via dei Prefetti 22; e Carlo Bracco, catturato nella sua Trastevere”. Dell’esortazione di Nenni “parlai subito con Peppino Gracceva, capo della nostra organizzazione militare in Roma, e ci mettemmo al lavoro – dice Vassalli – riuscendo con l’aiuto d’altri compagni (in testa a tutti i coniugi Alfredo e Marcella Monaco) alla liberazione dei sette sopra nominati, il 24 gennaio 1944, mediante falsi ordini di scarcerazione. Questa eccezionale impresa è stata altre volte e in più circostanza narrata, anche da me, che pur sono stato sempre avaro di memorie. Qui devo solo ricordare la forza propulsiva di Pietro, nostro capo, in un’opera di resistenza, ma insieme di alta umanità e fraternita’”.

Quanto agli attentati, in genere, “non posso non menzionare altri momenti di una diffidenza, per non dire contrarietà, di Nenni. Un giorno avevo visitato, con altri compagni, un militante albanese ammalato, in una casa vicino a via Collina dove era rifugiato. Questi ci invitò a lavorare in modo più organico e, in particolare, ad organizzare una “giornata della spia”, destinata a colpire in modo esemplare persone individuate come collaborazionisti. Ne riferii a Nenni, che ci consigliò di lasciar perdere, aggiungendo che per i processi vi sarebbe stato spazio e tempo alla fine della guerra. Egli, tra l’altro, veniva dall’esperienza, ben più lunga ed ammaestrativa, della Francia occupata, dove agli attentati facevano seguito terribili rappresaglie. Ed era più di ogni altra cosa preoccupato per i detenuti politici, compagni e non compagni, che da un momento all’altro si sarebbero potuti venire a trovare vittime di rappresaglie analoghe: come del resto era successo anche in Roma, e sarebbe successo, in terribili dimensioni, più tardi. Le pagine dei Diari di quell’epoca, specialmente quelle delle settimane immediatamente precedenti la liberazione della città, sono ricche di questi timori per i compagni detenuti a via Tasso, primo fra tutti, dopo l’aprile 1944, Bruno Buozzi, per la liberazione del quale furono fatti progetti di varia specie, e purtroppo senza successo. Ma l’orrore di Nenni per le rappresaglie e per la stessa inflizione della morte era di portata più vasta, e per dir così universale. Basterebbe ricordare il suo autentico dolore nei decenni del terrorismo, di fronte al rinnovarsi dei vari episodi. Ma anche su questi argomenti preferisco ritornare ai tempi più lontani. Sempre nei Diari richiamano l’attenzione del lettore le notazioni sulla fucilazione di Laval e soprattutto su quella di Mussolini: “Ho visto la stradetta dove poco più di un anno fa Mussolini venne fucilato, l’albergo dove sostò l’ultima notte, i luoghi degli ultimi combattimenti. Quanto è bella è la natura! Quanto spietati gli uomini”.

Mauro Del Bue

ATENE, È GIÀ GOVERNO

Tsipras vince ancora

Il premier uscente e leader di Syriza, Alexis Tsipras, ha rivinto le elezioni con uno straordinario 35,5% dei voti e 145 seggi. Gli ex alleati di governo, i nazionalisti di Anel, ‘Greci Indipendenti’, avrebbero il 3,7% e 10 seggi. Il risultato ha spianato la strada al nuovo esecutivo che dovrebbe giurare domattina nelle mani del presidente della repubblica, Prokopis Pavlopoulos, riproponendo la stessa coalizione di governo che era nata nel gennaio scorso,con una maggioranza parlamentare di 155 seggi su 300. Ambienti di Syriza spiegano che il nuovo esecutivo resterà aperto a collaborazioni con le opposizioni su determinati provvedimenti

Quanto ai dati della consultazione, l’affluenza al voto è scesa al 55,5% contro il 63% delle precedenti elezioni. I dati finali sono questi: Syriza 35,47 % (145 seggi) Nea Dimokratia 28,09 % (75) Alba Dorata 6,99 % (18) Pasok 6,28 % (17) KKE 5,55 % (15) Potami 4,09 % (11) Greci Indipendenti 3,69 % (10) Unione centristi 3,43 % (9).

Syriza raccoglie il 35,47 % dei voti, (145 seggi). Netto distacco di oltre 7 punti con il principale antagonista Nea Dimokratia, peraltro primo responsabile del distastro economico del Paese. Preoccupante il terzo posto della destra di Alba Dorata e incoraggiante la ripresa del Pasok con più del 6% dopo il tracollo delle ultime elezioni.

La lettura più o meno unanime dei media è che si tratta di una grande vittoria di Tsipras, che ora ha davanti un compito assai duro perché dovrà gestire l’applicazione del memorandum con i creditori internazionali.

Le reazioni internazionali

“Ci avrei scommesso. A tifare Tsipras – ha scritto sulla sua pagina Facebook il segretario del PSI, Riccardo Nencini – non è rimasto più nessuno. Nessuno di quella sinistra ‘kalimera’ approdata in massa ad Atene solo pochi mesi fa. Sempre alla ricerca di un papa straniero ma, come ti confronti con i nodi di governo, scompare e rinnega. Prima o poi il leader greco farà domanda di adesione al Pse”.
Il presidente russo Vladimir Putin ha inviato un telegramma congratulandosi per la vittoria di Syriza nel quale “ha espresso la speranza” di “un ulteriore rafforzamento” delle relazioni tra Russia e Grecia” in diversi settori, inclusi commercio ed economia, energia e sfera umanitaria.
Il Presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk ha scritto: “Molte delle sfide dell’Ue nel suo complesso sono le stesse che ha di fronte la Grecia, la crisi dei rifugiati e la creazione di una crescita sostenibile. Confido che il nuovo governo contribuirà in modo costruttivo nella ricerca di soluzioni a queste sfide”.
La vittoria elettorale di Tsipras è un “messaggio importante” per la sinistra europea. Il presidente francese François Hollande si è felicitato con il leader di Syriza e ha promesso di recarsi presto in visita ad Atene. “È un successo importante per Syriza, per Tsipras e per la Grecia, che potrà avere un periodo di stabilità”.


La vittoria di Tsipras. Il ritorno dei socialisti del Pasok.
di Emanuele Pecheux

Altro che testa a testa! Syriza ha stravinto le elezioni parlamentari greche con oltre 1l 35% dei voti con una lieve flessione (meno dell’1%) rispetto alle elezioni di gennaio.
Nea Demokratia di Vangelis Meimarakis,ha ottenuto pressapoco il medesimo risultato d’inizio anno. Entrambi i grandi partiti hanno comunque perduto qualcosa in termini di seggi al parlamento (Syriza – 3, ND – 1).
Ancora una volta dunque i sondaggisti ellenici hanno clamorosamente toppato.

La scusa che l’alto tasso di astensionismo e la grande percentuale di indecisi alzano i margini di errore non regge più. Se i sistemi di rilevazione di voto danno codesti esiti tanto vale evitare di  seguitare a proporli.

Discorso che vale anche per gli altri paesi, Italia compresa.
Sin dagli exit poll, riscontrati dai dati reali, infatti, ha trovato conferma il fatto che non c’è stato alcun testa a testa poiché la vittoria di Syriza è apparsa subito chiara, pur restando lontano il partito di Alexis Tsipras da quella maggioranza assoluta e di seggi (151) in parlamento che renderà necessaria la formazione di un governo di coalizione.
L’elettorato ha premiato il pragmatismo del giovane leader ateniese dandogli la possibilità di continuare a governare per i prossimi 4 anni che saranno decisivi per la rinascita economica e sociale della nazione ellenica.
Apparentemente l’esito del voto sembra la copia conforme della consultazione dello scorso 25 gennaio. Non è così. Vediamo perché:

1) Syriza non è più quella d’inizio anno. È sempre di più soltanto “il partito di Tsipras” che ha sbaragliato, anche a costo di una scissione i settori più radicali che tanto piacevano ( e piacciono) alla nostra brigata Kalimera di Vendola e C.
È, codesto, un fatto difficilmente confutabile;
2) Gli scissionisti di Syriza, quelli che il sindacalista socialista Bruno Buozzi avrebbe definito gli esponenti della “sinistra delle chiacchiere” ispirati dal divo Yanis Varoufakis, amico di Fassina & C,  e guidati da Panagiotis Lafazanis, sono  rimasti fuori dal parlamento;
3) Il partito Laïkì enòtita, Unità popolare, nato da una costola di Syriza ha fallito l’obiettivo di superare lo sbarramento del 3%. Tsipras ha vinto set, gioco e  partita;
4) I neonazi di Alba dorata rimangono purtroppo il terzo partito ma, fortunatamente, restano inchiodati alla percentuale ottenuta a gennaio. Idem dicasi per i veterostalinisti del KKE. Totale: 33 seggi in frigorifero. As usual;
5) Anel, Greci indipendenti, il partito di destra di Kammenos, che ha sostenuto il passato governo Tsipras, garantendogli la maggioranza parlamentare, perde un punto secco e ben 3 deputati;
5) To Potami, il partito di centro del giornalista Theodorakīs, grande sorpresa di gennaio, flette vistosamente di 2 punti e perde 6 deputati;
6) Il Pasok, infine,  guidato da Fofi Ghennimatà, non solo argina la frana di gennaio ma per poco non diventa il terzo partito di Grecia, recuperando quasi completamente i consensi in uscita dalla fallita scissione di Papandreou, guadagnando 4 seggi rispetto alla debacle dell’inizio dell’anno.

Come si vede il risultato delle urne pur sanzionando la netta vittoria di Alexis Tsipras è sensibilmente diverso dall’esito di otto mesi fa e offre al vincitore uno spettro di valutazioni che avrebbero potuto insurlo a non ripetere “sic et simpliciter” l’esperienza della coalizione della passata legislatura.

È vero che il gruppo parlamentare di Syriza, depurato dalle frange della sinistra radicale, sarà, presumibilmente, più coeso e compatto del precedente ma è altrettanto vero che il premier, inspiegabilmente, nell’apprestarsi a formare un governo che si presume di legislatura ha deciso di non tenere in alcun conto il successo dei socialisti del Pasok. Peraltro la contemporanea flessione di Anel rende la maggioranza parlamentare che lo sostiene davvero esigua (155 seggi).

Tsipras dunque ha deciso di confermare la coalizione di gennaio, affidando la propria sopravvivenza ad una formazione di centrodestra, non coinvolgendo la sinistra riformista dei socialisti del Pasok offrendo uno segnale non positivo soprattutto una potente giustificazione e pretesti a chi, in Europa, lo considera un leader ancora incline alla pratica del populismo, più vicino a Gysi che a Corbyn e blandamente riformista sol perché messo alle strette dalla congiuntura economica.

Non a caso Martin Schulz, il presidente socialdemocratico del PE non ha mancato, come lui stesso ha dichiarato, di far notare a Tsipras l’anomalia della sua coalizione, non ricevendo, così ha riferito, una risposta adeguata.

Peraltro la crisi greca è tutt’altro che superata. Se il nuovo governo di Atene non darà corso alle draconiane riforme contenute nel memorandum della UE, se, contestualmente non si procederà a ristrutturare un debito insostenibile, rischia di riemergere come un fiume carsico ed esondare definitivamente, con effetti devastanti.

Ad essa, da questa estate, si è aggiunta la drammatica vicenda dei migranti che investe in pieno le isole dell’Egeo e potrebbe riaprire le mai rimarginate ferite legate alla sedimentata reciproca ostilità con la vicina Turchia.

Problemi che il prossimo premier dovrebbe avere ben presenti e che dunque avrebbero potuto indurlo ad uscire subito da una quasi autosufficienza parlamentare retta da una stampella anomala come Anel, per intraprendere un cammino nel segno di una chiara ed in equivoca adesione ai principi ed alle prassi riformiste il cui naturale inizio avrebbe potuto essere un accordo che associasse il Pasok, forte di 17 deputati, alla sua maggioranza.

Sic stantibus rebus il serial thriller politico ellenico rischia di arricchirsi di nuove puntate.

Emanuele Pecheux

1944, via Rasella. Una scomoda verità

via Rasella

L’avvocato di Erich Priebke ha diffuso oggi un brano del video-testamento in cui l’ex SS fa riferimento all’esecuzione alle Fosse Ardeatine a Roma cui partecipò in prima persona il 24 marzo del 1944 e in cui vennero uccise 335 persone. Nel video girato dieci anni fa, Priebke afferma tra l’altro che i Gap (Gruppi di azione patriottica), i gruppi di partigiani organizzati dal Partito Comunista, che “fecero l’attentato” sapevano che ci sarebbe stata la rappresaglia perché “Kesserling aveva messo l’avviso che la rappresaglia seguiva gli attentati. Loro fecero ciò a proposito perché pensavano che la rappresaglia poteva provocare una rivoluzione della popolazione”. Una testimonianza che ha il sapore di una sfida velenosa mentre il prefetto di Roma vieta la sepoltura di Priebke nel territorio della capitale e della provincia..

“Compagni, attenti alle provocazioni”. Un’avvertenza che non valeva, e non vale, soltanto nella gestione delle manifestazioni politiche e sindacali; ma anche nella gestione del confronto politico. E che significa, in concreto, isolare la fonte della provocazione, non dargli spazio, neutralizzarla, ignorarla. A partire dalla squalifica preventiva del suo autore.

Nel caso di Priebke, l’operazione è facile; per non dire scontata in partenza. Come può permettersi l’ultimo dei criminali nazisti in circolazione, colui che ha progettato e attuato il massacro delle Fosse Ardeatine, di chiamare in causa la Resistenza romana, nel miserevole tentativo di cancellare il suo crimine? Perché, se il 24 marzo è stato un crimine, Via Rasella è stato un legittimo atto di guerra; e chi vuole rimettere in discussione l’azione gappista, magari solo contestandone le motivazioni, vuole, in realtà, giustificare la rappresaglia.

E però può succedere che anche il peggiore dei criminali (e Priebke lo è, ma solo per la sua feroce ottusità quando in giro per l’Europa i nazisti hanno compiuto cose di gran lunga più orrende e senza l’alibi degli ordini ricevuti) possa enunciare una qualche verità. E, nel caso specifico, l’ex ufficiale delle SS, quando sostiene che l’attentato del 23 marzo aveva per scopo di scatenare reazioni e controreazioni incontrollabili che dovevano sfociare nell’insurrezione, ha perfettamente ragione.

È vero: i testimoni e gli storici comunisti (a partire da Amendola) hanno sostenuto, successivamente, che l’azione di via Rasella era stata richiesta dagli alleati; serviva a dimostrare che Roma non era una città aperta; intendeva colpire l’apparato militare tedesco. Tre evidenti controverità. Gli alleati, inchiodati a marzo ad Anzio, non avevano alcun bisogno di sostegni di quel tipo; tutti sapevano che Roma non era una città aperta, ma tutti, alleati compresi, avevano bisogno di mantenere in piedi questa finzione e, infine, si stenta a comprendere come l’uccisione di una trentina di riservisti altoatesini potesse avere un qualsiasi significato militare.

Resta l’obbiettivo politico. Sconfiggere l’attesismo, stanandolo perché (siamo prima della svolta di Salerno) l’attesismo sostenuto da Vaticano, alleati, resistenti monarchici, Bandiera rossa (“si lotta collettivamente nelle periferie proletarie; buttare le bombe in centro è puro avventurismo”), forze moderate e avallato, come male minore dagli stessi tedeschi, emarginava totalmente il Pci. Per sfuggire alla morsa, l’unica possibilità era quella di destabilizzare radicalmente la situazione. Muoiono in un attentato diecine di soldati tedeschi, i capi nazisti locali perdono la testa e, anche su sollecitazione di Hitler, decidono rappresaglie di massa che colpiscono direttamente la città. Parte, per reazione una sollevazione spontanea come nel caso di Napoli, con la fondamentale differenza rispetto a Napoli, che questa sollevazione sarà guidata dai comunisti.

Uno schema che non si è inventato Priebke, ma che risulta, con chiarezza cristallina, dalle testimonianze dei comunisti dell’epoca: dall’Unità, ai testimoni interrogati, subito dopo la liberazione dagli agenti alleati, allo stesso Amendola, nelle sue Lettere a Milano.

Questo per dire che la dirigenza romana del Pci scontava la rappresaglia solo che se l’immaginava più feroce, e diversa, da quella che poi si verificò. Un errore di valutazione che, a partire dalle Fosse Ardeatine, la Resistenza antifascista tutta avrebbe scontato amaramente. Non ci sarebbe stata nessuna insurrezione, nessuna bandiera rossa ad accogliere le truppe alleate, ma nel contempo, avremmo tutti pianto la morte di Montezemolo, dei capi militari, degli uomini di Bandiera rossa e del Partito d’Azione, la perdita irreparabile di Bruno Buozzi e di Eugenio Colorni.

Un errore tragico. Perché non ammetterlo? Così da lasciare, decenni dopo, al peggiore dei testimoni il discutibile onore di ricordarcelo?

Alberto Benzoni
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“Attentato e rappresaglia. Il PCI e via Rasella”
di Alberto e Elisa Benzoni
I grilli Marsilio