Pensioni, la quota 41: come funziona e quali sono i costi

Pensioni

COS’E’ QUOTA 41

Il tema pensioni è caldo in questi giorni. Il governo sta cercando, infatti, una soluzione per attuare la riforma delle pensioni, indicata nel contratto, senza mettere a rischio i conti dell’Inps. Per questo motivo tra le ipotesi possibili c’è quella di un passo indietro in merito alla quota 41, ovvero lo strumento che consente di andare in pensione, indipendentemente dall’età anagrafica, una volta maturati 41 anni di contributi.

Secondo Boeri la quota 41 aggiunta alla quota 100 (con cui invece si può andare in pensione, una volta compiuti 64 anni, se la somma dell’età anagrafica e dei contributi maturati dà come risultato 100) costerà 11 miliardi di euro nell’immediato, 18 miliardi a regime; una spesa ingente per lo Stato ed è per questo che si sta anche valutando l’idea di portare la quota 41 a quota 42, innalzando di un anno il requisito contributivo previsto. Al momento però si tratta solamente di indiscrezioni, poiché la quota 41 per tutti non fa ancora parte del nostro ordinamento e, stando alle ultime notizie sulle pensioni, non lo farà prima del 2020.

In molti non sanno, però, che la quota 41 può essere già richiesta da alcune categorie di lavoratori. Si tratta dei lavoratori precoci, ossia di coloro che prima di compiere il 19esimo anno di età hanno maturato almeno 12 mesi di contributi. Per poter accedere a questo strumento non è necessario che i 12 mesi siano continuativi. La quota 41, però, subirà una modifica dal primo gennaio 2019, complice l’adeguamento con le aspettative di vita che riguarderà da vicino anche la pensione di vecchiaia e quella anticipata; nel dettaglio, i lavoratori precoci dovranno maturare 41 anni e 5 mesi di contributi se vorranno smettere di lavorare in anticipo rispetto agli altri lavoratori.

Lavoro

FESTIVITA’ SOPPRESSE IN BUSTA PAGA

Le giornate di ex festività per il 2018 sono quattro. Lunedì 19 marzo (San Giuseppe); Giovedì 10 maggio (ex Ascensione 39° giorno dopo Pasqua ); Mercoledì 31maggio (ex Corpus Domini 60° giorno dopo Pasqua); Venerdì 29 giugno (San Pietro e Paolo).

Da ricordare che vengono riconosciute tali se le festività soppresse (sopraelencate) sono cadenti in un giorno lavorativo dal Lunedì al Venerdì. Nel 2018 non viene pertanto riconosciuto il quattro novembre (Festa dell’unità nazionale e delle forze armate) in quanto cade di domenica. Mentre, sempre nel corso di quest’anno, nessuna delle festività (25 aprile, 1° maggio e 2 giugno) coincide con la domenica per cui non si ha diritto ad ulteriori giornate di recupero.

Al lavoratore spetta annualmente un numero di permessi giornalieri retribuiti corrispondente a quello delle giornate, già indicate come festive e poi non riconosciute come tali da provvedimenti di legge.

Attenzione, per fruire interamente delle festività soppresse, occorre nei giorni summenzionati avere diritto all’intero trattamento economico. Pertanto nei giorni anzidetti per mantenere il diritto non bisogna chiedere la fruizione di aspettative, permessi non retribuiti ed anche giornate di Solidarietà. Come poi previsto dalla maggior parte dei contratti collettivi di lavoro, tutto il personale di ogni ordine e grado, dovrà tassativamente fruire dei permessi sostitutivi delle festività soppresse entro l’anno. Il godimento di tali permessi dovrà essere in ogni caso programmato da ciascun dipendente prima delle ferie annuali di spettanza in modo da essere effettivamente goduti improrogabilmente entro il 14 dicembre dell’anno di riferimento. Resta fermo che in caso di mancata fruizione parziale o totale delle giornate queste non verranno ne compensate ne monetizzate.

Saper quindi leggere la propria busta paga, anche per quanto attiene i riposi in questione, è molto importante, così da rendersi conto per tempo di eventuali errori commessi al riguardo dal datore di lavoro. Tuttavia non tutti sanno come fare; ad esempio, se si chiedesse cosa sono le festività soppresse molti lavoratori magari non saprebbero nemmeno di cosa parliamo.

Molti di loro probabilmente non conoscerebbero neppure la risposta ed è per questo che su un tema come questo è sempre opportuno fare chiarezza.

Nel dettaglio alla voce “festività soppresse”, che in busta paga si trova vicino agli spazi dedicati a ferie e permessi, si segnalano quei giorni che una volta il nostro ordinamento riconosceva come festività nazionali ma che oggi non lo sono più.

Più in particolare, ci sono delle festività che una volta erano riconosciute anche sul piano civile dalla legge 269/1949 e che di conseguenza permettevano al dipendente di assentarsi dal lavoro senza perdere il diritto alla retribuzione. Questi giorni, però, sono stati eliminati da successive disposizioni venendo così definiti come “festività soppresse”.

Anche se eliminate, però, le ex festività hanno comunque delle conseguenze retributive per il lavoratore e previdenziali in relazione ai suoi riflessi collegati alla contribuzione Inps. Nel caso in cui cadano in un giorno infrasettimanale e lavorativo, infatti, il dipendente può essere autorizzato ad assentarsi dal lavoro con un permesso di cui può beneficiare in qualsiasi momento. Quindi, per ogni festività soppressa al lavoratore viene riconosciuto un permesso extra compensativo della ricorrenza abolita. Tuttavia c’è la possibilità che alcune di queste tornino ad essere riconosciute a tutti gli effetti come festività nazionali e ad essere segnate in rosso sul calendario; al Senato, infatti, risulta presentato un disegno di legge che punta a reintrodurre le festività soppresse nel nostro ordinamento. L’intenzione sottesa nella proposta legislativa è quella di tornare al pre-1977, quando a studenti e lavoratori venivano garantiti più giorni di vacanza rispetto ad oggi. In questo modo, secondo i proponenti, si farebbe un omaggio non solo ai cristiani praticanti che potrebbero così “celebrare le festività riconosciute dalla loro religione”, ma anche ai lavoratori non credenti che beneficerebbero di un po’ di tempo libero da dedicare alle attività ricreative.

Consulenti del lavoro

SALE IL LAVORO STRANIERO IN ITALIA

Negli ultimi 10 anni, gli stranieri residenti in Italia sono aumentati di 1,825 milioni (+57,5%, arrivando a sfiorare la quota di 5 milioni), mentre gli italiani sono diminuiti di 325 mila unità (passando da 55.568 a 55.243 milioni, con un calo dello 0,6%). L’invecchiamento della popolazione italiana e la bassa natalità sono stati, quindi, compensati a livello numerico dagli immigrati stranieri di prima e di seconda generazione. I 5 milioni di residenti stranieri in Italia hanno un’età media di 34 anni, inferiore di 11 anni all’età media degli italiani. Pertanto, anche dal punto di vista del mercato del lavoro, quasi 4 stranieri su 5 (79,1%) sono in età lavorativa (15-64 anni), a fronte del 63% della popolazione italiana che è molto più anziana.

Rielaborando i dati della ‘Rilevazione continua sulle forze lavoro (Rcfl)’ dell’Istat, l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro inquadra e descrive un target complesso e eterogeneo, quello degli stranieri comunitari ed extracomunitari presenti in Italia, rispetto alla loro condizione nel mercato del lavoro. Analizzandone le caratteristiche, sia individuali che lavorative, è possibile fornire una descrizione sintetica di questa platea, confrontarla con quella italiana ed esaminare il suo andamento negli ultimi 10 anni.

Dieci occupati su 100 sono di origine straniera, con un tasso di occupazione del 60,6%, superiore di 3 punti percentuali al tasso di occupazione dei soli italiani (57,7%). Sono le regioni del Nord Italia ad attirare maggiormente gli stranieri e, in particolare, circa 6 su 10 si collocano fra Nord-Est e Nord-Ovest, più di un quarto nel Centro del Paese e il restante 15% nel Mezzogiorno. La loro quota è massima nel Lazio (14,6%) e minima nel Molise (4,1%). Fra le regioni con una quota di occupati sopra la media nazionale troviamo l’Emilia Romagna (13,2%), la Lombardia (12,9%), l’Umbria (12,7%) e la Toscana (12,2%).

Uno straniero su tre è occupato in professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani. Inoltre, lo stipendio netto medio di un dipendente full time straniero è inferiore di oltre un quinto a quello di un italiano. Questo gap è dovuto essenzialmente alla concentrazione degli occupati stranieri in lavori meno qualificati e con un minore livello di retribuzione.

Se analizziamo le principali professioni, spiegano i consulenti del lavoro, vediamo che, per i maschi, il primo mestiere è legato all’edilizia (113 mila, pari ad un terzo degli occupati), mentre al secondo posto troviamo gli addetti allo spostamento delle merci, con 91 mila addetti stranieri. La metà dei venditori ambulanti (51 mila) sono di origine straniera. Osservando le professioni delle donne straniere, si nota invece una forte presenza nelle attività dei servizi domestici (246 mila occupate), seguite da 113 mila badanti, 83 mila cameriere e 42 addette ai servizi di pulizia presso imprese private. In queste 4 professioni si concentra il 66% dell’occupazione femminile straniera.

“L’analisi dell’osservatorio statistico dei consulenti del lavoro -spiega Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi consulenti del lavoro- certifica l’evoluzione e la trasformazione del mercato del lavoro negli ultimi anni e la graduale sostituzione dei lavoratori stranieri agli italiani in alcuni lavori. È un trend entrato a far parte della nostra economia che, inevitabilmente, si riflette a cascata su tutti gli altri indicatori economico-sociali: dal pagamento delle imposte -conclude- fino ai servizi sociali e assistenziali passando per il delicato nodo della partecipazione alla spesa previdenziale. Gli stranieri regolari in Italia sono, infatti, concentrati nell’età da lavoro 15-64 anni”.

Carlo Pareto

Non decolla il Tfr
in busta paga. L’83% lo
lascerà in azienda

Da questo mese di marzo è possibile richiedere il trattamento di fine rapporto in busta paga, ma l’adesione è ancora scarsa. Lo segnala Confesercenti che, in base a un sondaggio condotto con Swg, rileva come ad oggi ne abbiano fatto richiesta appena 6 dipendenti su 100, e solo un altro 11% vorrebbe farlo entro la fine del 2015. La stragrande maggioranza dei dipendenti (l’83%) lascerà invece accumulare il trattamento di fine rapporto nell’impresa in cui lavora, come avvenuto finora oggi. Le imprese confermano le risposte dei dipendenti: l’82% non ha ricevuto o pensa di non ricevere richieste di Tfr in busta paga da parte dei propri dipendenti I lavoratori che hanno scelto di avere il Tfr su base mensile, secondo i dati di Confesercenti, utilizzeranno la liquidità aggiuntiva soprattutto per saldare debiti pregressi, destinazione indicata dal 24% del campione. Il 20% lo destinerà alla previdenza integrativa, mentre solo il 19% lo impiegherà per acquisti di vario genere. Il 35%, invece, non ha ancora un programma.

Tra le ragioni alla base della mancata adesione, invece, c’è soprattutto la volontà di non erodere la liquidazione da riscuotere a fine rapporto di lavoro, opzione indicata dal 58% di chi lascerà accumulare il Tfr in azienda. Una percentuale significativa, che dimostra come il Tfr venga percepito ancora da gran parte degli italiani come una forma di risparmio e di tutela per il futuro. Ma c’è anche un rilevante 30% che dichiara di non avere approfittato dell’opzione per via dell’eccesso di fisco: il Tfr, se percepito in busta paga, viene infatti tassato con aliquota ordinaria, e non ridotta come quando viene preso alla fine del rapporto di lavoro. Oltretutto Confesercenti segnala come il Tfr in busta paga incida negativamente sulle tabelle Anf e sulla determinazione dell’Isee: una questione decisiva soprattutto per le fasce di reddito più deboli, che sarebbero dovute essere le principali beneficiarie del provvedimento. Infine, c’è un 10% che dichiara di non aver richiesto il Tfr in busta paga per non creare difficoltà all’azienda: un dato che, secondo l’associazione, evidenzierebbe un “rapporto di fiducia tra le imprese – in particolare le Pmi – ed i dipendenti, soprattutto in un periodo di crisi così dura”.

Ferrotranvieri. Pensione anticipata, le ultime novità

Gli eventi che comportano la sospensione del rapporto di lavoro, quali CIG/CIGS, contratto di solidarietà, non pregiudicano il diritto all’accesso al pensionamento di vecchiaia anticipato degli autoferrotranvieri. E’ quanto chiarisce il messaggio Inps 1445/2015 pubblicato di recente sul sito internet dell’istituto. Di conseguenza coloro che pervengono ai requisiti pensionistici in tali periodi potranno fruire dei benefici del trattamento di vecchiaia con i requisiti agevolati specificati nel Dpr 157/2013 e cioè 5 anni meno in rapporto all’età di norma nell’Ago, a condizione che per questi lavoratori sia sospeso mansioni di personale viaggiante. L’Inps precisa altresì, che il personale viaggiante, cessato dal rapporto di lavoro e al quale sia stata riconosciuta l’ASpI, acquisisce il diritto al pensionamento di vecchiaia anticipato qualora raggiunga i requisiti pensionistici entro il periodo di godimento dell’ASpI, a condizione che precedentemente a tale evento le mansioni della qualifica di personale viaggiante siano svolte in modo stabile ed effettivo. L’Inps puntualizza infine che, per i lavoratori con qualifica di personale viaggiante, coinvolti nei programmi di esodo di cui all’art. 4 della legge n. 92/2012, al fine di stabilire i requisiti minimi per il pensionamento di vecchiaia nei quattro anni successivi alla cessazione dal rapporto di lavoro, come previsto dal comma 2 del su indicato art. 4, occorre fare riferimento ai requisiti anagrafici previsti dal D.P.R. 28 ottobre 2013, n. 157 (e quindi al requisito anagrafico ridotto di cinque anni rispetto a quello tempo per tempo in vigore nel regime generale obbligatorio).

La sanità è donna anche negli infortuni. Cadute e aggressioni tra i rischi più frequenti

Quello italiano è un sistema sanitario sempre più al femminile. Le donne, infatti, rappresentano il 70% del suo personale: 850mila su un totale di 1,2 milioni. Una netta maggioranza che, tra l’altro, non è più circoscritta ai ruoli tradizionali della professione infermieristica e ausiliaria, ma inizia a incidere anche nei ruoli apicali: negli ultimi 20 anni sono quasi raddoppiate le donne direttori generali e tra i medici la loro quota è salita dal 40 al 60 per cento.

“Prendersi cura di chi ci cura”. A sottolinearlo è l’Anmil, l’associazione nazionale dei mutilati e invalidi del lavoro, che in occasione dell’8 marzo ha dedicato alla sicurezza delle operatrici della sanità lo studio “Prendersi cura di chi ci cura”, presentato recentemente a Roma nel corso di una conferenza stampa nella Sala Caduti di Nassirya di Palazzo Madama, alla quale sono intervenuti, tra gli altri, il direttore generale dell’Inail, Giuseppe Lucibello, il presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Istituto, Francesco Rampi, la presidente della Commissione parlamentare del Senato sul fenomeno degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, Camilla Fabbri, e i presidenti delle Commissioni Lavoro della Camera e del Senato, Cesare Damiano e Maurizio Sacconi.

“Un contributo per individuare buone pratiche e nuovi strumenti”. La ricerca, come precisato dal presidente dell’Anmil, Franco Bettoni, “riguarda i profili di maggiore vulnerabilità per le lavoratrici: quei rischi emergenti e più allarmanti per le statistiche e per la medicina – lo stress da lavoro, la violenza e le aggressioni, i disturbi dell’apparato muscolo-scheletrico- in un contesto normativo che a tali fattori non dedica ancora un quadro di tutele completo e dettagliato”. L’Anmil ha voluto così “fornire un contributo all’operato di tutti gli attori, pubblici e privati, nell’individuazione di strumenti organizzativi e giuridici e di buone pratiche che aiutino a rendere il settore più sicuro e, allo stesso tempo, più produttivo e più funzionale all’obiettivo di tutelare la salute di tutta la popolazione”.

Tra il 2009 e il 2013 la flessione è stata del 13,7%. Dallo studio, frutto di una valutazione dei dati Inail, emerge in particolare che nel quinquennio 2009-2013, a fronte di una flessione generale degli infortuni pari a circa il 25%, nel settore sanitario – uno dei pochi in cui l’incidenza infortunistica femminile è superiore a quella maschile, sia in termini assoluti che relativi – la riduzione si è fermata al 13,7%, passando dai circa 37mila casi del 2009 ai 31.900 del 2013.

Un caso su tre riguarda le infermiere. La maggioranza degli infortuni (55%) si verifica in strutture ospedaliere o case di cura, e in quasi un caso su tre (32%) riguarda le infermiere. Seguono le operatrici socio-sanitarie, con una quota pari al 10% del totale, le ausiliarie ospedaliere (5,3%) e le portantine (4,1%). La prima causa di infortunio tra le donne che lavorano nella sanità sono le cadute (5.500 casi nel 2013, il 23% del totale), eventi per lo più legati, come evidenziato dall’Anmil, alle tante barriere architettoniche ancora presenti nelle nostre strutture ospedaliere. Quattromila infortuni all’anno, pari al 17% del totale, sono invece provocati dai movimenti sotto sforzo, connessi soprattutto al sollevamento o allo spostamento dei pazienti.

Le violenze fenomeno particolare e diffuso. Un altro rischio specifico diffuso per le operatrici di questo settore è l’aggressione o violenza da parte di estranei. Dei circa quattromila infortuni indennizzati complessivamente dall’Inail nel 2013 per questa particolare tipologia di eventi, puntualizza l’Anmil, circa 1.200, pari a quasi un terzo del totale, sono avvenuti nella sanità, e di questi ben il 71% (851 casi) ha interessato la componente femminile. Si tratta in genere di aggressioni da parte di pazienti, dei loro parenti o di altri utenti.

Danni permanenti solo per nel 3,4% dei casi. Gli infortuni in sanità sono numerosi, ma per lo più di lieve entità: dei 23.530 indennizzati nel 2013 alle operatrici sanitarie, ben il 96,6% del totale si è risolto infatti con un’inabilità temporanea al lavoro, mentre solo il 3,4% dei casi ha provocato danni permanenti, una quota notevolmente inferiore a quella media nazionale (8%) e a quella di settori ad alto rischio come le costruzioni (12%). La stima dell’Anmil è che ogni anno in questo settore si perdano circa 600mila giornate di lavoro a causa degli infortuni.

Tra le straniere il calo è del 9,1%. Il numero degli infortuni si riduce anche tra le operatrici sanitarie straniere, passando dai 4.500 casi del 2009 ai quattromila del 2013 (-9,1%). La quota rispetto al totale degli infortuni si attesta stabilmente intorno al 13%. La comunità straniera di gran lunga più rappresentata è quella della Romania, con oltre 650 infortuni nel 2013, pari al 16,1% del totale. Molto nutrita anche la rappresentanza sudamericana, in particolare di Perù (12,3%) ed Ecuador (5,3%). Seguono, con quote minori, altre comunità dell’est europeo (Albania, Polonia, Ucraina, Moldova) e dell’America centro-meridionale (Brasile, Repubblica Dominicana, Colombia, Argentina).

Un disegno di legge per coniugi e figli superstiti. Nel corso della successiva conferenza stampa al Senato è stata anche presentata un’iniziativa legislativa che riguarda l’ampliamento della tutela garantita ai coniugi e agli orfani dei morti sul lavoro – che secondo l’Anmil oggi è “assolutamente inadeguata e fonte di iniquità” – sia in termini di indennizzi economici, sia per l’accesso al lavoro. Le modifiche proposte con il disegno di legge 1769 comprendono, in particolare, l’estensione delle rendite Inail riservate ai figli fino al 26esimo o al 30esimo anno di età.

Carlo Pareto 

 

Tfr in busta paga.
Soldi subito, ma più tasse

tfrA marzo inizia il via libera per il Tfr in busta paga. Manca il decreto attuativo da parte del governo per le istruzioni su come mettere in moto l’operazione, e per le imprese si preannuncia un flop. I lavoratori dipendenti del settore privato, circa 12-13 milioni, potranno, se lavorano per lo stesso datore di lavoro da almeno sei mesi, richiedere la quota del proprio Tfr che spetta loro nello stipendio.

L’esperimento partirà da questo mese fino a giugno 2018 ed è previsto dalla Legge di Stabilità. Molte associazioni, e gli stessi sindacati, denunciano una scarsa adesione. La Confesercenti fa sapere che i lavoratori richiedenti sono appena 6 su 100, e solamente l’11% vorrebbe farlo entro fine 2015. L’83%, invece, preferirebbe accumulare nell’impresa in cui lavoro. Un quarto di quelli che hanno deciso di riscuotere il Tfr su base mensile utilizzano la conquistata liquidità per saldare debiti contratti con le banche per mutui, mentre il 19% lo impiegherà in acquisti di altra natura.

C’è invece chi destinerebbe parte del Tfr mensile alla previdenza integrativa (il 20%). Le scarse richieste sono dovute alla diffidenza dei lavoratori italiani nei confronti del fisco. Il Tfr è visto come un tesoretto salvagente per il futuro. Infatti, la riscossione anticipata del trattamento di fine rapporto prevede una maggiore tassazione, attraverso un’aliquota ordinaria e non ridotta come quando viene presa alla fine del rapporto lavorativo. Al netto, si registra un +22% di detrazione tutt’altro che conveniente. Inoltre, anticipare l’incasso dilazionato incide negativamente sull’Isee, complicando di fatto la vita alle fasce più deboli di reddito( 0-25 mila euro).

Chiedere in anticipo il Tfr mette anche in difficoltà le imprese, già a corto di liquidità. Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti, lancia l’allarme: “desta grave preoccupazione la difficoltà che si incontra a reperire finanziamenti dal sistema bancario. Erano difficoltà note. Il decreto della presidenza del Consiglio dei Ministri con le modalità attuative del provvedimento, però, non è ancora stato approvato, e lo stesso è accaduto per l’accordo quadro tra Abi, Mef e Ministero del Lavoro che avrebbe dovuto rendere più facile, per le piccole e medie imprese, ottenere finanziamenti finalizzati all’erogazione del Tfr in busta paga”.

Le PMI con meno di 50 dipendenti possono chiedere alla banca un finanziamento agevolato. C’è una specifica convenzione con l’Abi in base alla quale l’istituto di credito anticipa al datore di lavoro la somma da versare al dipendente, che va restituita al momento delle dimissioni applicando gli stessi tassi previsti per la liquidazione. Nel caso in cui l’azienda chieda il finanziamento bancario, i versamenti in busta paga iniziano dal mese successivo a quello in cui viene concessa la linea di credito. Gli italiani, chiedendo una parte del Tfr maturato in anni di lavoro, risolveranno in parte i problemi causati da una grave crisi economica innescata proprio da banche d’investimento, agenzie di rating e joint venture?

Manuele Franzoso

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COMINCIA LA SALITA

UE-Italia-debito

Bruxelles richiama Roma, Roma richiama Bruxelles. A poche ore dalla diffusione del documento “COM (2014) 413/2” con cui il Consiglio europeo esprime raccomandazioni non proprio benevole nei confronti dello stato dei conti del Bel Paese, il ministro Padoan parla di “bivio” sulla crescita sottolineando di aspettarsi un «accordo su qualche misura concreta pro-crescita durante il semestre di presidenza Ue». La “pagella” europea pesa sul governo italiano. Pur avendo concesso la riparazione in autunno, infatti, il Consiglio, sulla base del report della Commissione, sottolinea i tanti, ancora troppi, acciacchi della nostra economia, mettendone in luce più che le difficoltà, le colpe: corruzione, inefficienza, mancanza di trasparenza, mancato investimento sull’istruzione. E, sul governo, si stende l’ombra di una manovra correttiva, a settembre: del resto, proprio mentre si discute se estendere ad altre fasce l’erogazione dei famosi 80 euro in busta paga, sembra non ancora chiarito il problema di come andare a colmare il buco lasciato da quelli già erogati. Continua a leggere

Stipendi bassi: anche i greci guadagnano più degli italiani

Nel 2009 un lavoratore italiano ha ricevuto in media 23.406 euro lordi contro i 48.914 di un lussemburghese, i 41.100 di un tedesco, i 39.858 di un irlandese e i 29.160 di un greco. I dati Eurostat sono contenuti nel rapporto Labour market Statistics che utilizza per realizzare il confronto i redditi del 2009, coprendo le aziende con almeno dieci dipendenti dell’industria, delle costruzioni, del commercio e dei servizi per le imprese. Continua a leggere