Psi Sardegna, proposta per il centrosinistra

Gianfranco Lecca

Gianfranco Lecca

Il Partito socialista sardo ha fatto tesoro degli errori alla base delle sconfitte alle ultime politiche e alle recenti amministrative isolane, e si riorganizza in vista delle elezioni regionali della primavera prossima.
L’occasione è stata la recente assemblea regionale dei socialisti sardi, svoltasi a Cagliari il 2 luglio scorso, che era aperta agli iscritti e ai non iscritti, ai riformisti e ai democratici di diversi orientamenti, ma con una militanza di area “sorella” di quella socialista.

E questa assemblea ha dato buoni risultati soprattutto dal punto di vista del dialogo con i possibili alleati e per la stesura di un programma e di una lista comune per le prossime regionali.

rocco celentano

Rocco Celentano

Al segretario regionale, Gianfranco Lecca, e al presidente regionale Rocco Celentano, abbiamo chiesto maggiori dettagli.

Siete soddisfatti dai risultati dell’assemblea?
Certamente. Dall’assemblea sono emersi non solo contributi importanti per rigenerare la presenza del Partito Socialista in Sardegna, partendo proprio dallo scenario politico regionale, ma anche alcuni tra i temi del nostro programma per le prossime elezioni regionali.

Era anni che non si vedeva una sala così piena, con centinaia di persone, alcune anche in piedi, e con un parterre di ospiti di altre forze politiche così interessati a far diventare comune un progetto di impronta socialista. Vogliamo citarli tutti?
Ai lavori hanno partecipato diversi rappresentati di partiti e associazioni della Sardegna: Michele Piras (ex Sel, attualmente indipendente), il consigliere regionale Antonio Gaia (Upc), Paolo Maninchedda (segretario del Partito dei Sardi), l’assessore regionale all’Industria, Maria Grazia Piras, e Stefano Secci, presidente regionale dell’Associazione Ajò. Vogliamo approfittare anche di questa occasione per ringraziarli della partecipazione e del contributo che hanno dato alla discussione.

Quindi dei buoni risultati che fanno sperare per un percorso nuovo che potrebbe rappresentare la vera novità delle prossime regionali?
Certamente. Tutti gli interventi degli ospiti hanno sottolineato il comune impegno per creare una nuova proposta politica insieme a noi socialisti, tracciando un percorso per costruire una prima risposta al bisogno di alleanza a sinistra tra partiti e movimenti che permetta di affrontare le prossime elezioni regionali del 2019 con una proposta comune.

Non c’è un secondo aspetto importante da sottolineare scaturito invece dagli interventi dei compagni socialisti? Quello che sta portando i socialisti sardi verso una nuova frontiera?
Gli interventi socialisti, a partire da quello del segretario regionale Gianfranco Lecca, che ha svolto un’ampia relazione introduttiva, e degli altri che hanno fatto seguito, hanno pronunciato un apprezzamento per le posizioni espresse dagli ospiti politici, ma indicato anche la strada per sviluppare e approfondire le alleanze future.

Che sarebbe poi il congresso?
Sicuramente la strada per iniziare questo nuovo percorso è quella del Congresso regionale, che sarà convocato tra la fine di settembre e i primi di ottobre di quest’anno.

E il congresso renderà operativa la nuova strada maestra, cioè la nascita del Partito Socialista Sardo?
Sì. L’assemblea ha assunto la determinazione che la nuova fase del Partito Socialista passa attraverso un sistema istituzionale basato su un federalismo di stampo regionale e di rapporto con il Partito nazionale, nonché su un’Italia delle regioni e delle organizzazioni dei partiti articolate su scala regionale, modalità necessaria e indispensabile per garantire autonomia e salvaguardia delle identità.

Invece, quali sono i primi temi programmatici comuni, scaturiti proprio dall’assemblea che caratterizzeranno questa nuova alleanza? Temi che sicuramente saranno ampliati dal prossimo congresso.
I temi programmatici condivisi riguardano: la riforma dello statuto regionale per ripensare l’architettura istituzionale della Sardegna, lasciando alla Regione la funzione legislativa e agli enti locali quella della gestione; definizione del ruolo e dei poteri delle Provincie, atteso che non state abolite; valorizzare il sentire comune; declinare meriti e bisogni dando priorità ai giovani; lavoro e un necessario piano straordinario per il lavoro; auto impiego: lotta alla povertà e riduzione delle disuguaglianze; scuola e cultura; insularità e continuità territoriale; costo dell’energia; infrastrutture; politiche ambientali e turismo.

Ho partecipato ai lavori quindi posso anche dirlo: erano anni che non si vedeva un’assemblea così partecipata e soprattutto con così tanti interventi. Possiamo dire che, dopo due o tre anni di riunioni di direttivi regionali passati a parlarci addosso, di fronte alla possibilità di estinguerci abbiamo finalmente deciso di darci una mossa, di ritornare a parlare di politica?
E’ stata un’assemblea partecipata e impegnata sui valori alti della Sardegna, per cui sia il presidente sia il segretario regionale ringraziano tutti i presenti all’assise. Ci dispiace per chi non ha trovato spazio per esporre il proprio pensiero, ma non si poteva operare diversamente data la ristrettezza dei tempi.

Ma ci sarà un’altra occasione di incontro e di dibattito, se non sbaglio?
Sì. I compagni e tutti coloro che intendono porre all’attenzione dell’assise socialista le proprie posizioni, lo potranno fare liberamente in una prossima assemblea regionale che sarà convocata al più presto, prima del Congresso.

Antonio Salvatore Sassu

L’origine delle debolezze delle Università meridionali

cagliari universitàLa collana “La Memoria Ritrovata”, che raccoglie i risultati delle ricerche documentarie di un gruppo di studiosi che fanno riferimento al Dipartimento di Scienze sociali e delle istituzioni e al Dipartimento di Storia, beni culturali e territorio dell’Università degli studi di Cagliari, offre ai sardi un nuovo volume che tratta un argomento particolarmente “sensibile” per la Sardegna: la storia tormentata dell’evoluzione delle Università isolane, in particolare di quella di Cagliari, la quale, sin dal suo nascere, ha sofferto di una vita tormentata, per status giuridico, penuria di mezzi e subalternità a decisioni esterne in fatto di arruolamento dei propri docenti; caratteri, questi, che si sono trascinati ai danni della Sardegna sino ai nostri giorni.

Il nuovo volume, titolato “La riscoperta dei saperi. Il pareggiamento dell’Università di Cagliari”, curato da Mariangela Rapetti, reca un saggio introduttivo di Giancarlo Nonnoi, dal titolo “Un Ateneo in bilico tra sopravvivenza e sviluppo”, nel quale l’autore narra le vicende riguardanti il cosiddetto pareggiamento dell’Ateneo cagliaritano rispetto alle altre più prestigiose università italiane. La parificazione è stata ottenuta nel 1901 sulla base di una Convenzione siglata tra il Ministro della Pubblica Istruzione e i rappresentanti della Provincia e del Comune di Cagliari; Convenzione che, convertita in legge nel 1902, con produzione di effetti a partire dall’anno accademico 1902/1903, ha sancito definitivamente l’allineamento della Regia Università di Cagliari a quelle di Torino, Pavia e Milano, alle quali comunque “veniva riservato, da diversi punti di vista, un trattamento migliore”.

Nei circa quattrocento anni della sua storia – afferma Nonnoi – l’“Università degli Studi di Cagliari ha attraversato diversi e prolungati periodi di crisi, durante alcuni dei quali la principale istituzione formativa cittadina ha corso concretamente il rischio di scomparire o ha subito un drastico ridimensionamento”. Il nuovo volume della collana “La Memoria Ritrovata”, sulla base dei materiali conservati presso l’Archivio Storico dell’Università di Cagliari, narra appunto delle vicende sfavorevoli che, per molti anni, hanno caratterizzato la vita dell’Ateneo riguardanti il suo declassamento e il successivo pareggiamento, occorsi in un arco di tempo compreso tra il 1862 e il 1902.

Numerose ricerche hanno accertato che la fondazione delle due università sarde, e di quella cagliaritana in particolare, è avvenuta a seguito di un processo che si è a lungo protratto nel tempo; processo, questo, che ha avuto inizio nel corso della dominazione aragonese dell’Isola, intorno a un periodo che si colloca verso la metà del XVI secolo. In quel torno di tempo, veniva indirizzata al sovrano l’istanza di apertura di uno “Studio Generale” nella capitale del “Capo di sotto” (Sardegna meridionale), il cui scopo “avrebbe dovuto rispondere non solo all’esigenza di migliorare la diffusione della cultura e dell’istruzione fra le élite sarde ma anche quella di rafforzare e accrescere il prestigio di una città in espansione oltre le mura del castello e dei suoi borghi”. Con il sostegno del Consiglio civico, che si impegnava ad accollarsi l’onere dell’istituzione e del funzionamento dello Studio Generale, l’istanza è stata accolta dai tre bracci del Parlamento del Regno di Sardegna (quello reale, quello ecclesiastico e quello militare) nel 1553/1554.

Le difficoltà al funzionamento dello “Studio” sono insorte da subito, per via delle tensioni nate con la Compagnia di Gesù, a causa delle propensione di questa a conservare il monopolio dell’istruzione superiore impartita nell’Isola. Sta di fatto che, una volta concessa la possibilità di aprire a Cagliari uno “Studio Generale” per i sardi, ottenuta l’approvazione papale con la Bolla del 2 febbraio 1607 e promulgato infine l’atto regio di fondazione nell’ottobre del 1620, il portone dell’Ateneo ha potuto essere aperto effettivamente solo sul finire dell’estate del 1626, al termine di un’aspra contrapposizione tra il Consiglio civico e la Compagnia di Gesù; contrapposizione che aveva ad “oggetto, da un lato, la copertura delle cattedre e, dall’altro, la natura del compenso da riconoscere ai docenti appartenenti all’ordine ignaziano”.

Si comprende così come al grande sforzo profuso per sostenere l’apertura dello “Studio” subentrassero svariati conflitti. di natura istituzionale, finanziaria e organizzativa. Sul piano istituzionale, l’avvio dell’attività universitaria veniva ostacolato dal contrasto nato tra la municipalità della città e l’Archidiodesi sul diritto di designazione del rettore dello “Studio”; sotto l’aspetto economico, l’attività di docenza stentava ad iniziare per le inadempienze sul versamento delle quote di finanziamento, in quanto sia lo stamento ecclesiastico che quello feudale mancavano di tenere fede ai loro impegni, non versando le quote di mantenimento per le quali si erano obbligati; sul piano organizzativo; infine, l’attività dell’Ateneo stentava a prendere il via per il conseguente scarso impegno col quale i docenti avrebbero dovuto svolgere il loro ruolo, a causa della bassa e non continua rimunerazione dei loro servizi.

Dopo l’inizio dell’attività dello “Studio”, questi aspetti negativi si sono acuiti e amplificati, per via delle crisi economico-sociali e politiche che hanno investito la Sardegna e l’Europa, cui si sono aggiunti anche gli effetti negativi della peste che, proveniente dalla Spagna, ha colpito la Sardegna tra il 1652 e il 1657. Dopo gli effetti immediati della pestilenza, sono sopravvenuti anche quelli dovuti al declino demografico provocato dalla peste nel lungo periodo.

Tutto ciò, osserva Nonnoi, non poteva non influire negativamente sulle sorti dell’Ateneo, al punto che, all’inizio del XVIII secolo, i locali dell’Università erano “utilizzati come caserma e scuderia per le truppe”. Per questo – sottolinea Nonnoi – “il quadro non incoraggiante che si trovarono di fronte i Piemontesi, allorché nel 1720, in virtù di nuove acquisizione territoriali fissate dai trattati internazionali che sancirono la fine delle Guerra di successione spagnola, subetrarono definitivamente agli Spagnoli nella dominazione dell’Isola”.

Tra le misure che i Piemontesi immediatamente hanno adottato vi è stata quella di procedere ad una rifondazione delle università sarde, che a Cagliari è avvenuta nel 1764 con l’apertura della “Regia Università”. Lo scopo è stato quello di procedere alla “deispanizzazione” della cultura sarda, producendo – afferma Nonnoi – “una significativa incrinatura del paradigma municipalistico, che era stato all’origine dell’Università di Cagliari e del suo modus vivendi“ nel corso del suo primo secolo di vita, nel senso che i provvedimenti piemontesi hanno segnato una “statalizzazione” dell’università cagliaritana.

Ciò è avvenuto attraverso l’inaugurazione di “un’articolata politica di assegnazione e di trasferimento di decime e di prebende che andavano a sommarsi ai precedenti sostegni finanziari”, per cui gran parte dei costi di mantenimento dell’Ateneo, che fino a quel momento erano gravati sulle scarse risorse della municipalità sono passati a carico dello Stato piemontese. A ciò va aggiunto che gli stessi provvedimenti assunti dai Piemontesi hanno anche consentito di rimuovere l’annoso contenzioso tra l’Arcivescovado e il Consiglio cittadino, con la soppressione della figura del rettore e la sua sostituzione con un organo collegiale, il “Magistrato sopra gli studi”, cui è stato affidato “il governo di tutti gli aspetti della vita universitaria: normativi, didattici, curriculari, di vigilanza, disciplinari, etc. Il Magistrato rispondeva direttamente al governo di Torino e tra i suoi compiti vi era quello, tenuto in gran conto, dalle autorità centrali, di redigere alla fine di ogni anno accademico una Relazione da far pervenire nella capitale”.

La rifondazione dell’Ateneo cagliaritano da parte dei Piemontesi ha avuto però pesanti implicazioni negative sulla crescita culturale dell’Isola, per aver compromesso radicalmente l’originario rapporto con le élite politiche e culturali della città, con l’”esonero, salvo alcune eccezioni, dei professori locali”, rimpiazzati da una “colonia di dotti”, selezionata dalla “Segreteria di Stato e di Guerra” di Torino.

La peculiarità del processo rifondativo non va tanto ricercato – osserva giustamente Nonnoi – “nelle nuove risorse intellettuali spedite espressamente in Sardegna”, quanto nel fatto che ai “professori forestieri” venisse richiesto di infondere nella “studiosa gioventù” isolana gli “argomenti e i temi da sviluppare, gli autori a cui attenersi e i testi da indicare ai discepoli per il completamento della preparazione”, secondo specifici “Piani” rispondenti ai desiderata governativi. In tal modo, il rinnovamento degli studi universitari, pur avendo prodotto rispetto al passato un cambiamento notevole, sul piano finanziario e organizzativo, su quello didattico i contenuti dei “Piani didattici” miravano a contenere ciò che sarebbe potuto risultare come “aperture eccessive” nei confronto delle idee illuministiche e a suggerire la trattazione di argomenti tradizionali e legati al passato.

Tuttavia, nell’ateneo cagliaritano, sebbene riformato e modernizzato, le iscrizioni sono risultate assai contenute, in quanto hanno continuato a pesare “sulla quotidianità della vita studentesca i preesistenti rapporti sociali, le consuetudini e i ritmi di una società a base contadina con un’economia per molti aspetti di sussistenza e arcaica”. Ciò ha comportato che le gravi condizioni economiche in cui versava la Sardegna e che i Piemontesi non riuscivano a favorire la rimozione, “invece di ricevere dalla rifondazione dell’Ateneo un contributo al loro superamento”, hanno finito “per retroagire e interferire negativamente fino a ridimensionare la portata e gli effetti che ci si attendeva dalla nuova università e dalla missione per la quale era stata concepita e realizzata”.

La situazione degli studi universitari nell’Isola non è migliorata, né con il trasferimento a Cagliari, alla fine del XVIII secolo, della Corte torinese in fuga dal Piemonte dopo l’occupazione da parte delle truppe napoleoniche, né con la cosiddetta “fusione perfetta”, con la quale, nel 1847, il Regno di Sardegna ha cessato d’essere parte di uno Stato composto per divenire componente di uno Stato unitario (comprendendo oltre l’Isola, anche il Piemonte, la Savoia, Nizza, e l’ex Repubblica di Genova), che ha assunto un ruolo-guida nella conduzione del processo di unificazione dell’Italia. Con ciò e con la creazione del Ministero della pubblica istruzione, il mantenimento dell’Ateneo cittadino ha cessato definitivamente di dipendere, sia pure in parte, dalle risorse locali, in quanto tutti i costi sono passati a carico dell’erario statale. All’indomani della raggiunta unità nazionale e della nascita del Regno d’Italia, tutti gli Atenei esistenti negli Stati pre-unitari sono stati riordinati, nel 1862, per “esigenze di cassa” e suddivisi in due classi, con l’Università di Cagliari collocata, assieme a quelle di Genova, Catania, Messina, Modena, Parma e Siena nella lista delle università di secondo grado.

Il declassamento ha provocato da subito un forte malcontento, innescando dure reazioni da parte delle forze culturali e politiche locali; si dovrà attendere l’inizio del XX secolo perché, come già si è detto, tra il Ministero della pubblica istruzione del Regno d’Italia e i rappresentanti della Provincia e del Comune di Cagliari venisse siglata la Convenzione per il pareggiamento dell’Università Cagliaritana a quelle di prima classe. Tuttavia, il “modus vivendi” della vita universitaria nella capitale dell’Isola vedrà riproporsi sotto altra veste il fenomeno dell’assenteismo dei docenti, dovuto alla continuazione della subalternità delle università isolane (assieme a tutte quelle delle regioni meridionali) rispetto alle università forti del Paese. Questa subalternità, per via dei “meccanismi perversi” coi quali veniva selezionato il personale docente destinato a ricoprire le cattedre d’insegnamento, causerà il corrispondente fenomeno del “pendolarismo” e impedirà una proficua partecipazione del personale docente locale alla crescita e allo sviluppo delle università regionali, quindi alla crescita e allo sviluppo della società e dell’economia della Sardegna e di tutto quanto il Sud del Paese.

Dal saggio di Nonnoi sulle tormentate vicende che hanno caratterizzato l’Ateneo cagliaritano possono essere tratte le seguenti conclusioni. In primo luogo, l’istituzione dell’Università a Cagliari è stato il risultato di due esigenze apparentemente contrapposte ma, in realtà, convergenti: l’una espressa dall’interesse dei ceti urbani a garantire una professione (civile o religiosa) ai loro “rampolli”, senza doversi sobbarcare le spese di studi in Italia o in Spagna; l’altra determinata dall’esigenza da parte della dominazione spagnola di chiudere i regni sotto la sua giurisdizione alle “infezioni riformiste” e tenere sotto controllo la formazione delle élite locali. Insomma, un piano non molto progressista, anzi per molti aspetti reazionario e conservativo.

In secondo luogo, l’esigenza del controllo politico-sociale è risultata presente anche nella rifondazione piemontese, la quale, a quanto si sa, è stata un’operazione dirigistica e concepita interamente a Torino o da parte di funzionari piemontesi trasferiti nell’Isola. Naturalmente, queste vocazioni autoritarie non hanno impedito (eterogenesi dei fini) agli studi di “innescare” processi di modernizzazione politica e sociale tra le nuove generazioni dei sardi.

Infine, un punto di debolezza del sistema universitario sardo, sempre rimarcato dai “riformatori” di ieri e di oggi, ha riguardato l’esistenza di due atenei in un’isola, considerati sovrabbondanti per un territorio scarsamente popolato. La scarsa consistenza della popolazione universitaria cagliaritana in molte delle fasi della storia isolana ha infatti contribuito a rafforzare nei “dominatori venuti dal mare” la convinzione che occorresse, per ragioni economiche, operare una “reductio ad unum” dell’istruzione superiore. Nella vicenda del declassamento ed i tempi lunghi che sono stati necessari per il pareggiamento dell’Ateneo cagliaritano, questi due fattori, anche quando non dichiarati esplicitamente, hanno costituito una delle ragioni sottostanti l’intera vicenda.

Gianfranco Sabattini

 

Galep, un grande cartoonist al servizio
di Tex Willer

Abbiamo già scritto di Gian Luigi Bonelli, il narratore che ha inventato Tex Willer, protagonista di uno dei fumetti più longevi del mondo che quest’anno taglia il traguardo di 70 anni di pubblicazioni senza interruzione.

1 Se l’estro creativo di G.L. è ancora oggi uno dei cardini del successo dell’inossidabile ranger del Texas, la stessa importanza ha il suo secondo “padre”, quell’Aurelio Galleppini, in arte Galep, che ha inventato graficamente l’universo narrativo di Tex, a cui dal 1948 ha dedicato tutto il resto della sua carriera: un’avventura durata 46 anni.

A ventiquattro anni dalla morte, Galep è sempre uno dei più acclamati disegnatori del nostro ranger del Texas, amato da milioni di lettori, pur con le riserve di parte della critica, e detiene un record ineguagliabile: ha realizzato oltre duemila copertine per tutti gli albi di Tex pubblicati dal 1948 al 1994.

Galep è stato uno dei grandi talenti del fumetto italiano, un genio creativo sacrificato sull’altare di Tex, di cui è stato per anni l’unico disegnatore, poi affiancato da decine di altri bravi autori. In pratica, Galep ha scelto di esiliarsi dentro le storie di Tex e di rinunciare a esprimere il resto delle sue pur notevoli capacità artistiche e creative.

2Galep è nato in Toscana (Casale di Pari, frazione del Comune di Civitella Paganico, provincia di Grosseto, 28 agosto 1917 – Chiavari, 10 marzo 1994) da genitori sardi, il padre di Iglesias, con ascendenze romagnole, e la madre di Portoscuso.  Disegnatori di nasce, e anche Galleppini non è sfuggito a questa regola, come racconta Fosca Marchiò Brignali nella prefazione dell’autobiografia “L’arte dell’Avventura” (Ikon Editrice, 1989): “A tre anni, per farlo felice, bisognava mettergli in mano una matita e un foglio di carta”.

Nel paesino della Maremma impara a disegnare i cavalli, esperienza gli tornerà utile perché l’eleganza e il movimento dei cavalli non si possono inventare. Come non si dimenticherà mai dei paesaggi dell’Iglesiente che, assieme a quelli delle Dolomiti che conoscerà in seguito, trasformerà in scenari western per Tex.

3Nel 1925 la famiglia si trasferisce a Iglesias, in Sardegna, dove il padre ha trovato lavoro ma, purtroppo, si ammala e devono tirare avanti con il solo reddito della madre, che dirige un asilo a Domusnovas. Del periodo dell’Iglesiente restano due note positive che serviranno a formare l’immaginario di Galep, il suo personale archivio mentale; esperienze visive che trasferirà sulla carta iniziando a delineare il suo stile di grande disegnatore di storie d’avventura.

Ospite della villa dei fondatori dell’asilo dove lavora la madre, grazie al cinema in casa scopre i primi personaggi dei cartoni animati made in Usa, Felix The Cat in primis. La famiglia, infatti, possiede un proiettore 16 millimetri, passatempo per ricchi che la Kodak vende intorno ai 400 dollari (dell’epoca).

Dal cinema casalingo al grande schermo. Uno zio del piccolo Aurelio gestisce l’unica sala della zona e lo fa entrare gratis. Qui trascorre molto del suo tempo libero e scopre il cinema western, star come Tom Mix e i grandi film dell’epoca.

Nel 1927 la famiglia di trasferisce a Cagliari. Galleppini continua a disegnare e scopre la pittura. Purtroppo in quegli anni il capoluogo della Sardegna, città mercantile e commerciale di stampo levantino, non ha una scuola a indirizzo artistico adatta alle sue inclinazioni, e deve adattarsi prima all’avviamento commerciale e dopo a un istituto industriale, che frequenta per due anni. “Imparai a scrivere qualche lettera commerciale – ricorda nella citata autobiografia – e ad adoperare lima e martello, sempre utili nella vita”.

Nel frattempo inizia a contattare editori e riviste. Tra la fine del 1935 e gli inizi del 1936 arrivano le prime offerte di lavoro. Esordisce grazie a un rappresentante di giocattoli che gli commissiona delle illustrazioni ispirate a classici tipo Cenerentola, Cappuccetto Rosso e Gulliver. I disegni vengono trasferiti su spezzoni di pellicola e questa sorta di cartone animato statico servirà per lanciare in Italia il proiettore casalingo Cine dux. Risponde anche il direttore del giornale satirico Marc’Aurelio, che gli propone di illustrare fiabe e disegnare copertine per “Mondo Fanciullo”.

Nel 1937 disegna i suoi primi racconti per “Modellina”, giornale dedicato alle “femminette” di proprietà del “Mattino illustrato” di Napoli, di cui realizzerà un paio di copertine. “Il Mattino illustrato” è il primo settimanale rotocalco a colori italiano, fondato l’11 febbraio 1924 dal giornalista Antonio Scarfoglio, uno dei figli di Eduardo Scarfoglio e Matilde Serao.

Nel 1937 viene pubblicato il suo primo albo: “Le straordinarie avventure di Pulcino”, creazione di Aurelio Galleppini con i versi di Pasquale Ruocco, supplemento a “Modellina”. Lo stile da cartone animato, il grande formato e la stampa a colori sono gli ingredienti di un immediato successo.

Sempre nel 1937 si trasferisce a Milano dove, dopo un periodo di incertezze, l’amico e sceneggiatore Federico Pedrocchi, direttore del settore stampa per ragazzi della Mondadori, gli affida i disegni di “Pino e il mozzo”. Ed è con questa storia, destinata all’editore argentino Civita, che Galep esordisce nel fumetto d’avventura.

Nel settembre del 1941, dopo il congedo per la morte del fratello in guerra, è uno dei pochi disegnatori, con talento ed esperienza sulle spalle, disponibili sul mercato. Giuseppe Nerbini, che grazie a “L’Avventuroso” e a personaggi come Mandrake, L’Uomo Mascherato e Flash Gordon, è il più importante editore di fumetti dell’epoca, gli offre un contratto e Galleppini si trasferisce a Firenze.

Nel 1942 decide di accorciare il suo cognome in Galep e realizza alcune storie anche per “L’Intrepido”, dell’editore milanese Cino Del Duca. Nel 1943 viene richiamato sotto le armi e ritorna in Sardegna, destinato a una caserma cagliaritana.

Non solo deve smettere di disegnare ma salta anche l’occasione di dedicarsi ai cartoni animati, forse il suo più grande rimpianto. Anton Gino Domeneghini, infatti, lo voleva nello staff dei disegnatori de “La rosa di Bagdad”, primo film italiano in Technicolor che uscirà nelle sale nel 1949.

Alla fine della guerra, Galleppini ritorna a Cagliari e sbarca il lunario riprendendo a dipingere e insegnando disegno in un liceo scientifico e in una scuola media. Realizza anche bozzetti pubblicitari, cartelloni cinematografici per le sale locali e ritratti.

Ma la passione per il fumetto cova sotto la cenere e, appena riprendono i collegamenti tra la Sardegna e il Continente, riallaccia la collaborazione con Nerbini. Purtroppo i magri guadagni lo obbligano a ritornare a Cagliari, dove riceve una nuova offerta di lavoro anche da Cino Del Duca. Così per i due editori realizza una valanga di albi, storie, copertine e illustrazioni. Di questo periodo ricordiamo solo “Pinocchio Le avventure di un burattino”, adattamento del poeta e scrittore Marcello Serra, suo grande amico, pubblicato da Nerbini nel 1947. Sempre per Nerbini realizza le storie di Mandrake, personaggio che non riuscirà mai a digerire.

La grande occasione arriva sotto forma di una lettera del 31 maggio 1948 scritta da Tea Bonelli, allora direttore della Casa Editrice Audace, che oggi si chiama Sergio Bonelli Editore. Tra la fine del 1947 e i primi del 1948 Galep interrompe i rapporti con Nerbini e Del Duca e inizia a collaborare con l’Audace. Lavora per corrispondenza, ricevendo le sceneggiature e spedendo le tavole finite, sino a quando arriva la fatidica lettera di Tea Bonelli che lo invita a trasferirsi a Milano perché “voleva studiare una nuova pubblicazione che avrebbe fatto scintille”. E fu così che Aurelio Galleppini, stimato professore e apprezzato pittore, mollò Cagliari, insegnamento e tavolozza, per trasferirsi in quel di Milano e riprese l’identità non più tanto segreta di Galep, disegnatore di fumetti.

4

Le pubblicazioni diventano due “Occhio Cupo” e “Tex”. La casa editrice punta tutto su Occhio Cupo, personaggio di punta della rivista antologica “Serie d’oro Audace”. Stampata in grande formato, cm. 21 x 29, otto pagine in bianco e nero più copertina a colori, venduta a 30 lire, la rivista è un prodotto di qualità con un’impostazione grafica ben curata così come la stampa, ma è troppo in anticipo sui tempi e resta in edicola dal primo ottobre 1948 al 15 maggio 1945.

Sulla nascita di Tex, apparso in edicola il 30 settembre 1948, lasciamo la parola a Galep, dalla già citata autobiografia: “Il secondo fumetto avrebbe avuto lo stesso formato di un periodico già in edicola, “Il piccolo sceriffo”, edito da una casa editrice torinese (Tristano Torelli, nda); il formato, del tipo “a striscia”, rappresentava, dal lato commerciale, l’ideale per quei tempi in cui i mezzi e le materie prime, compresa la carta, scarseggiavano. Inoltre era tascabile, facile da nascondersi fra le pagine di un quaderno o di un libro: vantaggio da non sottovalutare nella temperie di “proibizionismo culturale”, in cui il fumetto era visto alla stregua di un veicolo di corruzione dei ragazzi. (…) Le storie sarebbero state ambientate nel West, come quelle del Piccolo sceriffo, e per le sceneggiature la signora Bonelli decise di rivolgersi al suo ex marito, Giovanni Luigi Bonelli, specialista nel settore. Dalla Liguria, dove G.L. Bonelli risiedeva, giunse la prima sceneggiatura di Tex Killer. Dati i pregiudizi esistenti contro i fumetti, il cognome, d’accordo con l’autore, fu cambiato in Willer, prima che si andasse in stampa”.

5Per i primi mesi Galep disegna i due personaggi sottoponendosi a un vero tour de force. Di giorno si dedica a Occhio Cupo, dal segno molto accurato e di grande impatto visivo, e la notte a Tex, rubando molte ore al sonno. La chiusura di Occhio Cupo cambia tutto perché Galep può dedicarsi esclusivamente alle storie di Tex curandone al meglio tutti i dettagli. Decide anche di ritoccare il volto del ranger, che da sosia di Gary Cooper diventerà quasi il suo doppio.

6
Chi scrive ha conosciuto personalmente Galep a Mantova, all’inaugurazione de “La ballata di Tex : 1948/1988: 40 anni di un protagonista”. Una mostra itinerante immaginata da Claudio Bertieri, disegnata da Gianni Polidori (scenografo e costumista che ha lavorato con grandi registi come Visconti e Fellini), e con la collaborazione di Aurelio Galleppini.

Allestita a Palazzo della Ragione la mostra ha proposto per la prima volta una ricostruzione scenografica dell’West di Tex Willer con gli ambienti caratteristici, tipo il saloon, la prigione, la stalla, la miniera e l’ufficio dello sceriffo, con sagome a colori in formato gigante dei protagonisti principali, buoni e cattivi, e una rassegna di tavole dalle migliori storie di Galep e degli altri disegnatori.

8

Timido, riservato e di poche parole, quando ha riconosciuto cognome e accento sardo, Galep si è rilassato, accettando di dedicarmi il disegno di Kit Carson, che pubblichiamo a corredo di questo articolo, e di farsi fotografare tra le sagome dei suoi eroi, anche se trasferire una diapositiva di 30 anni fa in un file non è stato facile.

Galep è stato un disegnatore di grande talento troppo schivo per atteggiarsi a star, una persona squisita che ha saputo mantenere intatta la sua straordinaria carica umana. Troppo schivo anche per rispondere alle critiche che hanno accompagnato soprattutto gli ultimi anni della sua carriera. Alla fine, però. una risposta (quasi uno sberleffo) l’ha data con la copertina di Tex 400, il suo ultimo albo pubblicato nel febbraio 1994, poche settimane prima della morte.

9

In primo piano c’è Tex che cavalca verso il tramonto e si gira per salutare il lettore sorridendo e sventolando il cappello. Un addio ma anche un arrivederci nel segno dell’Avventura, dentro quelle storie disegnate da un grande maestro che finché avranno un lettore non tramonteranno mai, regalando al suo autore attimi di eternità.

10

Antonio Salvatore Sassu

La ragazzina “portasfiga”,
internet e cyberbullismo

cyberbullismo

Approderà il prossimo 25 settembre nelle aule del Tribunale dei minori di Sassari una insolita storia di cyberbullismo di cui è stata vittima due anni fa una ragazzina di Nuoro (allora una bambina di 12 anni) accusata da un gruppo di coetanei di portare sfiga, o iella che dir si voglia. Una campagna di odio e di insulti, che grazie ai social media è divampata più velocemente di un incendio, coinvolgendo centinaia di bulletti in erba.

La vicenda è al vaglio del Tribunale dei Minori, anche se il processo riguarda solo 16 ragazzini, tutti studenti delle scuole medie di Nuoro. I presunti organizzatori della campagna d’odio sono accusati di diffamazione e molestie nei confronti della ragazzina, lei sì colpita da una sfiga nera per essere diventata, senza nessuna colpa, il bersaglio dei cyberbulli.

Andata avanti per mesi, con l’allora bambina che ha cambiato diverse volte scuola senza riuscire a sfuggire alle grinfie dei suoi aguzzini, questa storia di bullismo ha coinvolto centinaia di ragazzini, dagli 11 ai 15 anni, che hanno usato sia le chat per spargere la “notizia” (?) sia i cellulari per esprimere di persona i loro insulti. Nessuna tregua neanche quando la bambina usciva: in strada era uno sprecarsi di gesti scaramantici, toccatine, sorrisini, urla, insulti e canzonature, anche da parte di perfetti sconosciuti. Perfetti sconosciuti che, ovviamente, l’avevano riconosciuta perché informati della sua triste fama tramite chat, social e quant’altro. Se la calunnia dei vecchi tempi era un venticello, immaginatevi la tempesta virale che in pochissimo tempo si è scatenata intorno alla bambina, che per mesi non ha avuto un attimo di pace. Alla fine, stanca dei soprusi e di piangere lacrime amare, ha raccontato tutto agli stupefatti genitori, che sono sempre gli ultimi a sapere. Genitori che nel febbraio 2015 hanno denunciato il fatto alla polizia, le cui indagini si sono concluse, appunto, con il rinvio a giudizio dei 16 ragazzini.

Qualche giorno fa ci sarebbe stato anche un incontro un po’ esagitato tra la ragazzina e la madre e una zia di un presunto bullo indagato ma non rinviato a giudizio. Le versioni su come si sono svolti i fatti sono contrastanti, ma poco importa. L’importante è che questa vicenda di cyberbullismo faccia riflettere almeno i genitori sui danni causati dell’uso incontrollato di cellulari e pc. Magari anche sui rischi penali e sui costi che poi bisogna affrontare.

E’ un bene che questo processo si svolga, non solo per il rinvio a giudizio dei 16 bulletti del web di Nuoro, che al massimo se la caveranno con un paio di sculacciate, ma perché chi cade nelle trappole della Rete deve essere informato sui modi per uscirne prima di venire fatto letteralmente a pezzi.

La vicenda ha più aspetti. A volerci ridere sopra, la prima cosa che viene in mente è quella fenomenale interpretazione di Totò in “La patente”, nel film a episodi “Questa è la vita”, 1954, con la regia di Luigi Zampa. Oppure l’omonima novella di Luigi Pirandello. L’argomento è lo stesso: Rosario Chiarchiaro, rovinato socialmente ed economicamente dalla fama di iettatore decide di correre ai ripari. Chiede e ottiene dal giudice una sorta di patente che attesti questa sua insolita qualità, così da far pagare una “tassa” ai superstiziosi per tenere la sfiga lontano da loro.

Sempre sorridendo, verrebbe da dire alla ragazzina: divertiti a fare la bruja (strega in sardo) piccolì, lascia la parte di Biancaneve e diventa Grimilde, trasforma tutta la cattiveria che ti hanno riversato addosso in paura al calor bianco e restituiscila a chi ti ha fatto soffrire. Ipotesi non molto educativa, anzi. Ma in linea con un certo spirito barbaricino.

Poi il discorso diventa più serio e vengono in mente Mia Martini, Marco Masini, e altri personaggi, ai quali la fama di porta sfiga ha rovinato la carriera e la vita.

Non basta, una riflessione sull’uso indebito o illegale e sul controllo dei nuovi media, è d’obbligo. Anche se gli internauti si sono sempre difesi accusando come censorio ogni tentativo di regolamentazione.

Ad aprire la prima falla nel muro di omertà e impunità che sembra proteggere chi naviga e opera nella Rete è stata, nei giorni scorsi, la premier britannica Theresa May, nel corso dell’ultima riunione del G7, pochi giorni dopo la carneficina di Manchester, dove sono morti 22 giovani. «La lotta al terrorismo si fa su Internet prima che sui campi di battaglia», ha affermato, dura e lapidaria, durante la riunione. Nel mirino della premier britannica ci sono in primo luogo giganti del web, come Facebook, Google e Twitter, che, afferma perentoriamente, dovrebbero essere costretti dai governi a sviluppare strumenti automatici per identificare e rimuovere contenuti estremisti, oltre che informare le autorità di pericoli imminenti. Sta nascendo la coscienza che la propaganda online dell’Isis è l’arma più potente del Califfato. Per questo il governo di Londra vorrebbe che i colossi del web fossero chiamati a rendere conto delle loro azioni nel caso in cui non prendano misure concrete contro l’estremismo, magari con qualche forma di autoregolamentazione prima che i governi decidano di ricorrere alle sanzioni.

Ma non c’è solo il terrorismo che dilaga nella Rete. Vediamo un esempio che ci riguarda da vicino. Un giornale è sottoposto a regole ferree, ha l’obbligo di registrare la testata, di avere un direttore responsabile, che divide responsabilità penali e civili con l’editore e con il giornalista che ha scritto l’articolo incriminato. Il processo potrà essere lungo, ma se io do della porta sfiga a una bambina di 12 anni, facendo nome e cognome e magari pubblicandone la foto, il Tribunale e l’Ordine dei giornalisti mi mangiano vivo, soprattutto si mangiano vivo l’editore, che è quello che ha i soldi. Al contrario, se apro un blog o una chat e faccio la stessa cosa divento il figo del momento, conquistando i miei 15 secondi di fama imperitura e like a volontà. Quasi sicuro dell’impunità perché raramente le vittime parlano, sono i carnefici ad averla vinta e a vantarsene sempre via social.

Ormai è sempre più evidente che nella Rete e nei social non può passare di tutto, compresi quei contenuti vietati sui giornali e sulle reti televisive, e non solo per quanto riguarda la propaganda e l’organizzazione del terrorismo internazionale.

Controllare Internet non è impossibile, magari è difficile, ci vogliono esseri umani, non solo algoritmi, e chiaramente le persone costano. Ma i soldi ci sono, e in abbondanza.

Nel 2016, per esempio, Facebook ha prodotto più di 10 miliardi di dollari di utili, se ne destina una parte al controllo dei contenuti, non solo per contrastare il terrorismo internazionale ma per fare rispettare le leggi dei Paesi dove opera, non va in fallimento. E contribuirà anche a migliorare il mondo. D’altronde, non dovrebbe essere questo uno degli obiettivi di Mark Zuckerberg?

Antonio Salvatore Sassu

 

OMeGA. LA regata per la pace nel Mediterraneo

omegaS’è svolto, presso l’ ex- Manifattura Tabacchi di Cagliari, il convegno illustrativo di “Lungo le rotte del corallo”, parte essenziale del progetto “Rotte Mediterranee”: organizzato dall’Associazione “OMeGA”, Osservatorio Mediterraneo di Geopolitica e Antropologia ,col supporto della Fondazione di Sardegna e dei circoli cagliaritani “Yachting Club Caralis” e “Ichnusa”. “Lungo le rotte…”, ricordiamo, ha il patrocinio dell’Istituto nazionale per il Commercio Estero, delle Ambasciate tunisina e algerina in Italia e, in varie forme, di molte altre istituzioni, pubbliche e private: Associazione dei Medici di origine Straniera in Italia (AMSI),Unione Medica Euromediterranea (UMEM), Associazione Uniti per Unire, Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), Unione delle Università del Mediterraneo (Unimed), ecc…

Questo primo anno del progetto “Rotte Mediterranee” ha come titolo appunto “Lungo le rotte del Corallo”: rotta antica tra le direttrici che attraversavano il Mediterraneo, frequentata per millenni, rotta essenziale di scambio tra i banchi di corallo e gli opifici della Sardegna e i mercati di sbocco della Tunisia.
Dopo i tre convegni preparatori di Roma dell’inverno e primavera scorsi, a Cagliari OMeGA e i suoi partner si son soffermati su alcune delle eccellenze agroalimentari della Sardegna, sottolineandone la valenza anche come volani di sviluppo economico per tutta la sponda sud del Mediterraneo.

In apertura, l’ammiraglio Enrico La Rosa, Presidente di OMeGA, ha illustrato motivazioni e obiettivi del progetto “Rotte Mediterranee”: sottolineandone, in particolare, la natura di contributo alla ripresa d’ un dialogo intermediterraneo, che attualmente versa in una crisi profonda. In un Mediterraneo che, in un certo senso, sembra tornato ai tempi delle ultime Crociate, cioè terreno di scontro tra le superpotenze dove i motivi religiosi e culturali fan semplicemente da alibi a interessi chiaramente imperialistici, e dove le “Primavere arabe” segnano quasi tutte il passo, “Che fare?”.

“Siamo fieri di essere europei”, sottolinea il Presidente di Omega, “l’Europa ci è costata tante guerre e tanto sangue; ma ci ha dato anche i fondamenti del pensiero liberale e dell’organizzazione democratica degli Stati…Ma in Mediterraneo si continua a morire, anche più di prima, anche senza guerre. OMeGA allora è convinta che vada tentata la formazione d’ una Comunità mediterranea, coesa ed autogovernata. Non rinneghiamo l’Europa, cui siamo fieri di appartenere, ma questo progetto va condotto al di fuori dell’egida euro-americano-sino-russa. Questo il quadro strategico del nostro pensiero: il viaggio di OMeGA da Cagliari alla Tunisia, nel Maghreb, dal 3 sino alla prima decade di luglio, è un primo passo in questa direzione: come tentativo di promuovere la nascita di movimenti d’opinione favorevoli a forme di colloquio permanente tra i Paesi del Mediterraneo, onde permettere la crescita di autocoscienza e autogoverno in tutta la regione”.

Alberto Osti Guerrazzi, segretario di OMeGA, s’è soffermato sull’importanza culturale, sociale ed economica dell’olivo e dell’olio di oliva nella storia del Mediterraneo. Guido Sanna, gastroenterologo, Presidente del “Sailing Club” Cagliari, ha commentato quest’intervento dal punto di vista d’un medico, evidenziando il valore nutrizionale e curativo ( anche in alcune forme di tumori) dell’olio d’ oliva.
Il Dr. Fulvio Salati è intervenuto sullo stato attuale dell’acquacultura in Sardegna, purtroppo decisamente insoddisfacente.. Il dr. Caristu, Presidente del Consorzio regionale Pecorino Romano ( nome legato al fatto che, nell’ 800, molti produttori laziali di pecorino si trasferirono in Sardegna, dove trovarono maggiori pascoli e ovini), ha illustrato l’ attuale situazione della produzione e dell’export di questo formaggio (67% della produzione esportato negli USA). Aspetti negativi, i nuovi trattati commerciali (come il CETA, recentemente concluso tra UE e Canada, e il TTIP UE-USA, temporaneamente accantonato, N.d.R.), che renderebbero difficile difendere le nostre eccellenze dalle imitazioni. S’è parlato, infine, di bottarga di muggine, altra storica eccellenza alimentare sarda.

Il Presidente La Rosa, in conclusione, ha esortato gli intervenuti (ringraziandoli per la loro partecipazione) a promuovere il piu’ possibile sinergie e coproduzioni coi nostri vicini tunisini. Appunto a Tunisi si concluderanno “Le Rotte del Corallo”: col convegno di giovedì 6 luglio alla sede dell’ Istituto Italiano di Cultura, sul tema “Il dialogo inter-mediterraneo: attuale paralisi e possibilità di rilancio”.Si confronteranno studiosi e analisti di alto livello culturale, italiani e tunisini, docenti di alcuni tra i più prestigiosi Atenei dei due Paesi: Germano Dottori, docente Luiss e analista per il periodico “Limes”, Mohammed Hassine Fantar, professore universitario emerito, Marco Lombardi, docente Università Cattolica di Milano e Itstime, Mohamed Menzli, giornalista della Radio tunisina, e altri.

Fabrizio Federici

Istat, è il sud Italia a trainare il Commercio con l’Estero

mezzogiorno commercioL’Istat ha comunicato oggi i dati sulle esportazioni delle regioni italiane. Secondo l’Istat, nel primo trimestre 2017, rispetto ai tre mesi precedenti, l’export risulta in crescita in tutte le ripartizioni territoriali: +4,4% per l’Italia meridionale e insulare, +2,5% per l’Italia centrale, +1,8% per le regioni nord-occidentali e +1,4% per quelle nordorientali.
La media Istat vede primeggiare l’Italia meridionale ed insulare nonostante il contributo negativo fornito da Basilicata (-10,5%) e Molise (-53,4%).
Nel comunicato Istat si legge anche: “Tra le regioni che forniscono un contributo positivo all’incremento delle esportazioni nazionali si segnalano Lombardia (+8,6%), Piemonte (14,1%), Emilia-Romagna (+8,9%), Veneto (+7,1%), Toscana (+10,1%), Sicilia (+37,6%), Sardegna (+79,0%), Lazio (+11,4%), Liguria (+23,1%) e Friuli-Venezia Giulia (+9,7%).
Rispetto al primo trimestre 2016, nel periodo gennaio-marzo 2017 si rilevano dinamiche di crescita dell’export intense e diffuse. A fronte di un aumento medio nazionale del 9,9%, l’incremento delle vendite sui mercati esteri risulta di maggiore intensità per le regioni delle aree insulare (+50,6%) e nord-occidentale (+10,7%). È comunque sostenuto per le regioni dell’area centrale (+8,7%) e nord-orientale (+8,2%) mentre risulta più contenuto per l’area meridionale (+0,6%).
Nel primo trimestre 2017, l’aumento tendenziale delle vendite di autoveicoli dal Piemonte e di prodotti petroliferi raffinati da Sicilia e Sardegna contribuisce alla crescita dell’export nazionale per 1,6 punti percentuali.
Nello stesso periodo, la diminuzione delle esportazioni di autoveicoli dalla Basilicata, di mezzi di trasporto – autoveicoli esclusi – dalla Lombardia e di metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti dal Molise fornisce un contributo negativo per quasi mezzo punto percentuale alle vendite nazionali sui mercati esteri.
Le vendite dalla Lombardia e dal Lazio verso la Germania, dal Piemonte verso la Cina e dalla Lombardia verso gli Stati Uniti forniscono un impulso positivo all’export nazionale, mentre flettono le vendite del Lazio verso il Belgio e dell’Emilia-Romagna verso i paesi OPEC.
Nei primi tre mesi dell’anno, la positiva performance all’export delle province di Milano, Torino, Gorizia, Frosinone, Siracusa e Cagliari contribuisce positivamente all’export nazionale. I maggiori contributi negativi provengono da Trieste e Latina”.
L’incremento dell’esportazione dei prodotti petroliferi dalla Sicilia e dalla Sardegna ha sicuramente un impatto positivo sulla crescita dell’export e sull’economia nazionale. Tuttavia, non ha una incidenza significativa nelle stesse Regioni per la crescita del mercato del lavoro.

Salvatore Rondello

Cagliari, ecco Kwang Song Han: il primo nordcoreano nel Calcio italiano

La società sarda ha ufficializzato l’arrivo del giovane attaccante asiatico, classe 1998, considerato dagli osservatori internazionali una delle promesse del calcio futuro. Da Miura a Nakata sono state tante le scommesse asiatiche dei nostri presidenti

hanCAGLIARI – La prima volta di un calciatore nordcoreano in Italia. Il Cagliari prova la scommessa: il club del presidente Giulini ha infatti ufficializzato l’arrivo di Kwang Song Han, primo calciatore del suo paese a giocare per un club italiano, oltre che primo asiatico ad indossare la maglia del Cagliari. Classe 1998, alto 1.78 per 70 chili, Han – informa la società sarda in una nota – è un attaccante ambidestro dagli ottimi fondamentali: dribbling secco, fiuto del gol e visione di gioco le sue caratteristiche principali. Vincitore del campionato asiatico U16 con la rappresentativa di categoria della Corea del Nord, Han ha partecipato ai Campionati del Mondo U17 impressionando gli osservatori internazionali. Dopo un periodo di prova in cui il ragazzo ha dimostrato in allenamento tutte le sue qualità, Han è stato ora tesserato dal Cagliari come “giovane di serie”: verrà quindi inserito nella rosa della Primavera e potrà all’occorrenza essere impiegato in gare ufficiali. Come i suoi nuovi giovani compagni, Han potrà essere convocato in prima squadra da mister Rastelli.

DA MIURA A NAKATA FINO AL CASO AHN – Kwang Song Han è di fatto il primo nordcoreano in Serie A, ma non il primo asiatico. Tra i più celebri c’è il giapponese Hidetoshi Nakata, scoperto dal Perugia di Gaucci e campione d’Italia con la Roma di Capello nel 2001. A proposito di nipponici, a Reggio Calabria si ricorderanno di Shunsuke Nakamura, protagonista dal 2002 per tre stagioni con la maglia amaranto. Attualmente a Milano giocano Yuto Nagatomo (portato in Italia dal Cesena) con l’Inter e Keisuke Honda, sponda Milan. Poco fortunate invece le esperienze di Nanami (Venezia), Morimoto (Catania), Oguro (Torino), Ogasawara (Messina) e Yanagisawa (Sampdoria e Messina). Ma come non ricordarsi di Kazuyoshi Miura che il Genoa acquistò nell’estate 1994: un’esperienza poco fortunata anche se l’attaccante nipponico segnò l’unica rete in un derby contro la Sampdoria. E pensare che Miura gioca ancora in patria e, pochi giorni fa, è diventato a 50 anni e 7 giorni il giocatore più longevo della storia del calcio. Infine, fu curioso il caso di Ahn Jung-Hwan, discreto attaccante sudcoreano portato in Italia dal Perugia, ma che l’allora presidente Gaucci decise di liberarsene dopo la rete decisiva dello stesso Ahn in Italia-Corea del Sud del Mondiale 2002, la celebre partita arbitrata scandalosamente dall’arbitro ecuadoregno Byron Moreno che ci condannò a un’amarissima eliminazione.

Francesco Carci

Sanità: Cagliari. Psi: entro estate discussione sulle rete ospedaliera

Cagliari, “Si sta concretizzando il percorso previsto dalla riforma sanitaria approvata dal consiglio regionale nel novembre del 2014 e che si sostanziava su tre principali pilastri: la riorganizzazione della rete ospedaliera, la rete delle cure primarie e la riorganizzazione del sistema dell’emergenza urgenza”. Così il presidente della commissione Sanità, Raimondo Perra del Psi, dopo la firma del protocollo tra Sardegna e Lombardia per l’avvio dell’Azienda per l’emergenza urgenza (Areus) e del Numero Unico Europeo 112. Sulla rete ospedaliera, in particolare, Perra ha annunciato che “sta per essere discussa in commissione” e che “entro l’estate approdera’ in Consiglio regionale”. Sulla collaborazione con la Regione Lombardia: “La soddisfazione dei cittadini lombardi del loro modello di emergenza urgenza vogliamo sia anche quella dei nostri conterranei quando si trovano ad affrontare situazioni critiche quale la garanzia della presa in carica rapida del paziente che ha subito un evento acuto, e/o critico e il suo trasporto in condizioni di sicurezza negli ospedali o centri attrezzati per il trattamento di specifiche patologie in particolare quelle tempo-dipendenti (8 minuti circa in aree urbane e 20 minuti circa in aree extraurbane)”.

TOP & FLOP.
Higuain mata il Toro.
La Roma è l’anti-Juve

I bianconeri si aggiudicano il derby di Torino per 3-1 grazie a una doppietta del ritrovato attaccante argentino. Nella sfida tra le seconde, i giallorossi superano 1-0 all’Olimpico il Milan grazie a Nainggolan. Ed è già grande attesa per Juve-Roma di sabato sera. Vediamo i top & flop di questa giornata.

higuTOP – Al terzo posto Mertens. Nel pokerissimo del Napoli a Cagliari (5-0), c’è la tripletta dell’attaccante belga, vero e proprio jolly in attacco: con Milik out per infortunio e Gabbiadini in crisi di identità, il folletto di Sarri sta dimostrando di essere utile anche da ‘falso nueve’. Al secondo posto Pellissier. L’attaccante del Chievo è riuscito a raggiungere un prestigioso traguardo tanto inseguito: i 100 gol in Serie A con la maglia del Chievo. Giù il cappello. Vince però proprio Gonzalo Higuain che ritrova il gol, anzi due, proprio nel derby di Torino trascinando i bianconeri nel difficile successo per 3-1 sul campo del Torino.

FLOP – Al terzo la difesa del Cagliari. Una sconfitta contro il Napoli può starci, ma subire l’ennesima goleada (0-5) ha dimostrato che la retroguardia di Rastelli si scioglie troppo facilmente dopo le prime difficoltà. Esemplare comunque l’atteggiamento dei tifosi rossoblù che hanno sostenuto i loro giocatori anche al triplice fischio finale dell’arbitro. Al secondo posto Goldaniga del Palermo. Prestazione negativa, l’ennesima per il difensore rosanero, colpevole di aver regalato la palla a Pellissier per il 2-0 definitivo del Chievo che ha così condannato i siciliani alla nona sconfitta consecutiva, l’ottava di fila in casa. Il primo posto è tutto di Niang del Milan. Gravissimo il suo errore dal dischetto nella sfida contro la Roma: il punteggio era ancora 0-0 e con un tiro migliore dagli 11 metri la partita probabilmente sarebbe finita diversamente. L’attaccante francese aveva sbagliato un penalty anche la settimana scorsa contro il Crotone: sarebbe il caso di cambiare rigorista.

Francesco Carci

Top & Flop della Serie A: “Salah perché ti amo” all’Olimpico

Juventus e Roma provano la fuga: i bianconeri passano 2-1 sul campo del Chievo senza brillare, i giallorossi passeggiano 3-0 in casa contro il Bologna grazie alla tripletta di uno scatenato Salah. Tiene il passo il Milan, l’Empoli rompe il digiuno di gol con un poker a Pescara, all’Inter inizia la cura Pioli. Vediamo i top & flop di questa giornata.

salahTOP – Al terzo posto Gianluca Lapadula. Arrivato come colpo estivo, l’attaccante del Milan ha giocato pochissimo, chiuso da Carlos Bacca. Mai una polemica, l’ex attaccante del Pescara ha aspettato la sua chance e l’ha sfruttata al meglio, regalando la vittoria ai rossoneri 2-1 a Palermo con uno spettacolare colpo di tacco. Ora merita più spazio. Sul secondo gradino del podio Gian Piero Gasperini, ormai presenza quasi fissa. La sua Atalanta continua a stupire: il successo 3-0 in casa del Sassuolo è il quarto consecutivo, il sesto nelle ultime 7 gare e la difesa ha preso un solo gol nelle ultime 6. Numeri da Europa e infatti i bergamaschi hanno agganciato la Lazio al quarto posto. Ma la prima posizione se la merita Mohamed Salah che con la sua tripletta ha permesso alla Roma di superare 3-0 il Bologna all’Olimpico e di restare in scia della Juventus. Sull’attaccante egiziano ex Fiorentina si diceva che fosse rapidissimo ma poco lucido sotto porta. Invece sta facendo ricredere i più critici a suon di gol e assist. La notizia negativa per la società capitolina è che a gennaio lo perderà per la Coppa d’Africa: sostituirlo non sarà facile.

FLOP – Al terzo posto Gonzalo Higuain. Parliamo del miglior centravanti in Italia, uno dei migliori al mondo, ma la sua prestazione in Chievo-Juventus è stata a dir poco sottotono: un paio di errori sotto porta non da lui e molte volte assente nel gioco. Non è un campanello d’allarme, ma a Napoli aveva più continuità. Forse ci aveva abituato troppo bene. Al secondo posto il tecnico del Cagliari, Massimo Rastelli. La sua squadra sta facendo più che bene considerando che è una neopromossa ma la difesa sta dando segnali preoccupanti: con il 5-1 subito in casa del Torino, i gol presi nelle ultime 4 partite sono in totale 15. Fortuna che l’attacco continua a segnare e che in casa i rossoblù si trasformano, ma qualche modifica nella fase arretrata è necessaria. Al primo posto Carlos Bacca. L’attaccante colombiano del Milan vive un momento molto difficile: non segna da 5 partite, una sola rete su rigore nelle ultime 7. Numeri non da lui, il tecnico rossonero Montella non gli ha risparmiato qualche critica (“deve giocare di più per la squadra”) e si fa sempre più grande l’ombra di Lapadula. La sosta gli farà bene.

Francesco Carci