Derby delle polemiche alla Juventus. E il Torino
caccia Mihajlovic

mihajlovic

Coppa Italia: i bianconeri superano 2-0 i granata (reti di Douglas Costa e Mandzukic) e raggiungono l’Atalanta in semifinale. Toro infuriato però con l’arbitro Doveri. Nella notte il patron Cairo esonera Mihajlovic: al suo posto c’è Mazzarri

TORINO – Juventus-Torino è già di per sé un derby molto sentito. Non bastasse l’alta posta in palio (l’accesso alle semifinali di Coppa Italia) ad aumentare la tensione ci ha pensato chi, teoricamente, dovrebbe smorzarla: il Var. Cronaca: vittoria 2-0 della Juventus all’Allianz Stadium, reti di Douglas Costa al 15’ e di Mandzukic al 67’. Ma proprio la rete dell’attaccante croato ha scatenato le polemiche: a inizio azione c’era un fallo abbastanza netto dello juventino Khedira sul granata Acquah, non visto dall’arbitro Doveri (e può starci), ma inspiegabilmente non sanzionato nemmeno dopo l’intervento del Var. L’episodio ha mandato su tutte le furie Sinisa Mihajlovic, tecnico del Toro, espulso dal direttore di gara. A fine partita l’allenatore serbo non si è presentato polemicamente davanti ai giornalisti, mandando il suo vice Attilio Lombardi che ha tuonato: “A cosa serve la tecnologia se non viene applicata in casi così come questi?” Difficile dargli storto. L’impressione è che il Var abbia risolto diverse problematiche, ma non quella della sudditanza psicologica.

via mihajlovic, ecco mazzarri – Per Mihajlovic oltre al danno è arrivata la beffa: nella notte il presidente Urbano Cairo ha deciso di esonerarlo. Non per la sconfitta in casa della Juventus che, per carità, può starci, e nemmeno per l’espulsione rimediata dopo il 2-0 di Mandzukic. L’allenatore serbo paga un cammino in campionato balbettante, condizionato da troppi pareggi (10 su 19). C’è l’alibi dell’infortunio di Belotti, che era stato out un mese e che ora è nuovamente ai box per un problema al ginocchio, e inoltre l’obiettivo dichiarato dell’Europa League non è poi così distante (-5 dalla Sampdoria sesta e -2 da Fiorentina, Atalanta e Udinese, appaiate al settimo posto). Insomma una decisione forse un po’ crudele, ma Cairo ha deciso per l’azzardo puntando su Walter Mazzarri, con cui si stanno definendo i dettagli dell’accordo. Per la cronaca, le semifinali di Coppa Italia saranno Milan-Lazio e Atalanta-Juventus (andata 31 gennaio, ritorno 28 febbraio).

Francesco Carci

Regeni: i pm ora guardano a Cambridge

Giulio regeniPuntano decisamente sull’Università di Cambridge gli ultimi sviluppi investigativi intrapresi dalla Procura di Roma che sta indagando sul sequestro, sulle torture e sulla morte di Giulio Regeni, avvenuta al Cairo tra il 25 gennaio e il 3 febbraio del 2016. Mentre procede senza grosse novità l’interlocuzione con le autorità giudiziarie egiziane (in vista di un nuovo vertice forse già questo mese), il procuratore Giuseppe Pignatone e il pm Sergio Colaiocco hanno inviato nei giorni scorsi una terza rogatoria al Regno Unito nella speranza che la professoressa Maha Abdel Rahman, docente di Cambridge nonché tutor del 28enne ricercatore di origine friulana, si decida a raccontare quello che sa dopo essersi limitata, tramite mail, a parlare di incontro fugace, durato pochi minuti, con il ragazzo la mattina del 7 gennaio del 2016, quando, secondo chi indaga, avrebbe preso in consegna dieci report, frutto della sua attività di ricerca sul sindacato autonomo cairota degli ambulanti.

Oltre all’interrogatorio della docente, che resta comunque una testimone, i pm di piazzale Clodio chiedono di acquisire i suoi tabulati telefonici utilizzati tra il gennaio 2015 e il febbraio 2016 per ricostruire la sua rete di relazioni. Un’iniziativa, quella della Procura, che ha raccolto il plauso di Matteo Renzi: “Noi vogliamo con forza la verità su Giulio Regeni. La verità, solo quella. Per questo chiediamo da mesi chiarezza anche all’università di Cambridge. Il team che seguiva Giulio sta nascondendo qualcosa?”, ha scritto su Twitter il segretario Pd. Ma c’è dell’altro: oltre all’audizione della professoressa, i magistrati romani chiedono agli inglesi di identificare, al fine di procedere alla loro audizione, tutti gli studenti che Cambridge ha inviato in Egitto dal 2012 al 2015. Chi indaga vuole verificare se il caso di Giulio fosse un ‘unicum’ o se anche altri giovani, sempre sotto la ‘regia’ della professoressa Abdel Rahman, avessero seguito un analogo percorso di ricerca, impostando il dottorato prima sul tema generale dello sviluppo economico dell’Egitto per poi indirizzare il lavoro di analisi sull’attività del sindacato indipendente di quel Paese. Un argomento quest’ultimo che, stando a quanto emerso dall’analisi del suo pc personale, Giulio era stato indotto ad accettare.

Questa rogatoria (da qualche mese si chiama tecnicamente ‘Ordine europeo di investigazione’ perché mette direttamente in contatto gli uffici giudiziari, senza più sottoporre i quesiti al vaglio dei rispettivi governi) è la terza che la Procura di Roma ha inoltrato al Regno Unito: inviata il 9 ottobre, è pervenuta il 23 dello stesso mese alle autorità inglesi che hanno 90 giorni di tempo per rispondere.

La prima risale al giugno del 2016: Colaiocco in quell’occasione avrebbe voluto ascoltare in Inghilterra una serie di testimoni, tra cui la stessa tutor di Regeni, che scelsero di non presentarsi all’autorità giudiziaria. La docente inviò dopo alcuni giorni una mail dal contenuto vago. Nei mesi successivi altra rogatoria presso la Oxford Analytica per prendere atto che non c’erano Oltremanica conti correnti riconducibili a Regeni, così come erano venuti meno i contatti tra il ricercatore e la stessa società di consulenza geostrategica dopo il suo allontanamento volontario nel settembre del 2014.

Inesistenti pure i rapporti tra lo stesso ragazzo e la Fondazione Antipode che, teoricamente, avrebbe dovuto finanziare la sua ricerca con un finanziamento di 10mila euro. La Procura resta fortemente convinta che Regeni svolgesse in Egitto solo un’attività di ricerca e che non fosse una spia al servizio di qualche intelligence: ciò non toglie pero’ che possa essere stato inconsapevolmente strumentalizzato e sfruttato per le informazioni che era riuscito ad acquisire dialogando in particolare con i sindacati indipendenti, che dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011 furono messi ai margini dalle autorità egiziane, e, in particolare, con Mohamed Abdallah, il capo di quegli organismi. Se decidesse di rispondere alle domande dei pm della capitale, Maha Abdelrahman dovrebbe dire, ad esempio, se è vero che il 7 gennaio 2016 Regeni le consegnò i dieci report (lei in una mail si congratulò con lui per aver svolto un lavoro di qualità) frutto della sua attività di ricerca e che fine abbia fatto questa documentazione.

Le ultime novità su Cambridge fanno esultare il capo del sindacato autonomo dei venditori ambulanti del Cairo, Mohamed Abdallah. “Io ve l’ho sempre detto che dietro l’uccisione di Giulio c’era la pista dei britannici. La prima volta che mi si presentò Giulio fece il nome della professoressa Abdel Rahman, nota oppositrice del Governo egiziano e sostenitrice dei Fratelli musulmani”, riferisce il sindacalista. “Io – racconta ancora Abdallah – fui contattato da Houda Kamal (presidente del Centro per i diritti economici e sociali del Cairo) perché Maha Abdel Rahman aveva espressamente chiesto a Regeni di lavorare sui sindacati autonomi”. “Ho incontrato Giulio diverse volte e gli ho dato una mano a fare le sue ricerche ma quando è venuta fuori la storia dei soldi non me la sono sentita di continuare e quindi ho detto alla polizia ciò che pensavo”, insiste Abdallah. “Sono convinto che alla fine chiederete scusa a me e ai servizi egiziani per averci accusati della morte del ricercatore”.

Il capo del sindacato ha avuto un ruolo decisivo nella vicenda di Giulio, è stato uno dei primi ad accompagnarlo nelle sue ricerche ma, soprattutto, è stato l’anello di congiunzione con la National Security egiziana che aveva deciso di mettere sotto controllo il ricercatore, facendolo spiare proprio dal sindacalista. In uno degli ultimi incontri, avvenuto il 7 gennaio, successivo di alcune ore a quello tra Regeni e la ‘tutor’, Abdallah ha filmato Giulio per incastrarlo. Un tentativo fallito perché il ricercatore ha confermato, ancora una volta, di non aver altro interesse se non quello di portare avanti il proprio lavoro accademico. “L’ho fatto per amore di patria, per il mio Paese, perché Regeni andava in giro facendo domande che riguardavano la sicurezza nazionale”, si è sempre giustificato il sindacalista. Il video da lui realizzato a tradimento, però, ha mostrato in modo inequivocabile che l’intenzione di Regeni era solo quella di condurre la sua ricerca.

No comment invece da Rabab Al Mahdi, la docente dell’Università americana del Cairo che faceva da supervisor a Giulio Regen: “Non sono obbligata a parlare”, ha detto Al Mahdi. “Ho visto le notizie pubblicate oggi – ha spiegato – ma non voglio commentare”.
(AGI)

Regeni, perché serve l’ambasciatore al Cairo

Giulio Regeni

Giulio Regeni

La vicenda del sequestro del giovane ricercatore Giulio Regeni, torturato a morte da sconosciuti e il cui cadavere martoriato venne fatto ritrovare poco prima che iniziasse la visita della ministra Guidi con una folta delegazione commerciale italiana all’ambasciata del Cairo nel febbraio dell’anno scorso, è di quelle che segnano a fondo le coscienze e che non è possibile dimenticare.
L’emozione suscitata non si è certo esaurita e non c’è dunque da stupirsi se attorno alla ricerca degli assassini e dei mandanti, si accendano facilmente gli animi e nascano ancora polemiche.
Prima di entrare nel merito del tema che è stato ieri, lunedì 4 settembre, in seguito alla decisione di rimandare il nostro ambasciatore al Cairo, oggetto di un’audizione del ministro Alfano davanti alle Commissioni riunite di Camera e Senato, vorrei esprimere due riflessioni:

– l’Egitto è un Paese che presenta criticità di non poco conto. È davanti agli occhi di tutti che lì vi sia poca democrazia, per non dire una dittatura, e una sistematica violazione diritti umani. Il tutto aggravato da una nuova legge contro le ONG che si occupano di diritti umani per imbavagliarle e impedire che vengano finanziate dall’estero;

– un Paese come l’Italia, ha il dovere morale e politico di proteggere i suoi cittadini e cittadine. Il caso Regeni è tragico e i comportamenti dell’Egitto sul caso inaccettabili da tutti i punti di vista e in alcune occasioni anche molto offensivi nei confronti del nostro Paese. Giustamente dunque nell’aprile dello scorso anno, a fronte dei comportamenti egiziani, soprattutto per la evidente mancata collaborazione giudiziaria per arrivare alla verità sulla morte del giovane ricercatore italiano, venne deciso di dare un segnale forte, ritirando l’ambasciatore.

Da allora sono passati lunghi mesi di almeno apparente inattività e silenzio e mi sono interrogata sull’opportunità e sulla utilità di prolungare ancora l’assenza del nostro ambasciatore dal Cairo tanto che il 18 gennaio scorso, nel question time, ho interrogato il ministro degli esteri chiedendogli se a quasi un anno dal richiamo dell’ambasciatore Massari e la successiva nomina di Gianpiero Cantini, il Governo non intendesse “riconsiderare l’opportunità del ritorno dell’ambasciatore in sede, allora richiamato come forma di protesta nei confronti delle autorità egiziane, per esercitare da vicino tutte le pressioni possibili per arrivare alla verità”. La risposta rimase nel vago.
Nei mesi successivi, passo dopo passo, sembra si sia ricreata questa collaborazione e a metà agosto le due procure, quella di Roma e quella del Cairo, hanno con una dichiarazione congiunta, espresso ufficialmente la volontà di proseguire nel rapporto di collaborazione. Sembra insomma che, con tutte le legittime riserve del caso, il lavoro di ricerca della verità per ricostruire i fatti, individuare le responsabilità, punire i colpevoli sia davvero ripartito.

Il ministro Alfano ha parlato di ‘progressi’ ed è a questo passaggio che è legata la decisione di far tornare l’ambasciatore al Cairo.
Una decisione che non ho esitato a definire giusta, anzi direi che si è trattato di un passo che sarebbe stato opportuno fare anche prima e spiego perché.
Si tratta di una passo in qualche modo inevitabile, perché ci sono molti altri modi per segnalare al Cairo il giudizio dell’Italia e degli italiani su quanto avvenuto e su quanto ancora non è stato fatto per arrivare a identificare i responsabili di un atto così ignobile mentre il protrarsi ancora dell’assenza del nostro rappresentante non avrebbe aiutato in nessun modo la ricerca della verità.

Un passo sensato inoltre, perché il ritiro dell’ambasciatore non può essere usato né come rappresaglia per il mancato raggiungimento della verità né come strumento di pressione.
Solo se tutti i Governi dell’Unione avessero adottato infatti la stessa decisione all’unisono con l’Italia, questa misura comune avrebbe potuto avere un impatto efficace sul Cairo, altrimenti, ed è evidente, ne risulterebbe esclusivamente da un lato un passo sostanzialmente inefficace e dall’altro soltanto un danno concreto alle relazioni tra noi e l’Egitto.

Ecco dunque perché considero la decisione un passo utile, perché il nostro ambasciatore può servire sul posto proprio a seguire da vicino gli sviluppi delle indagini, a stimolare gli organismi competenti e a impedire che la vicenda finisca pian piano per apparire al Governo egiziano meno importante e grave di quel che è.
Apro poi una parentesi su una vicenda collaterale che, complice certamente la noia agostana segnata da una scarsità di notizie di rilievo, è esplosa attorno alla pubblicazione sul quotidiano statunitense  New York Times, di un articolo in cui si riferiva di informazioni esplosive che l’amministrazione Obama avrebbe passato al nostro Governo a poche settimane dall’esplosione del caso Regeni.
Ho letto con grande attenzione quell’articolo, ma l’importanza che gli è stata data, era davvero eccessiva.
Il pezzo conteneva solo alcune congetture, e neppure originali perché le avevamo avanzate già noi subito dopo il ritrovamento del corpo del giovane ed erano state ampiamente analizzate e approfondite dai mezzi di informazione italiani.
Che nel rapimento e nel brutale assassinio di Regeni, nelle modalità stesse del fatto compreso il ritrovamento del corpo, nei depistaggi a ripetizione che avevano coinvolto le forze di polizie, vi fosse quantomeno lo zampino dei servizi segreti egiziani o di qualche sua branca ‘deviata’, era a dire poco evidente. Non ci voleva certo la Cia per capirlo. Quello che mancava erano prove concrete, utilizzabili dai magistrati e di tutto questo, non c’era traccia nell’articolo.

Sul contenuto lo stesso giornalista Declan Walsh, corrispondente del New York Times dal Cairo, ammette che “per evitare di identificare la fonte (delle informazioni), gli americani non condivisero l’informazione originale: non dissero quale agenzia della sicurezza egiziana credevano ci fosse dietro la morte di Regeni. E vi pare poco?
Le stesse fonti riportate nell’articolo ammettevano poi che “non era chiaro chi aveva dato l’ordine di sequestrarlo e, probabilmente, ucciderlo”. E dove sono allora le rivelazioni esplosive?
Quello che ha colpito davvero nella pubblicazione (e ripubblicazione nel magazine dello stesso NYT) di quell’articolo, è stato esclusivamente la scelta dei tempi per farlo, ovvero proprio all’indomani della decisione dell’Italia di riportare un ambasciatore al Cairo!
È sembrato che si volesse creare un difficoltà aggiuntiva al Governo italiano in un momento non semplice
Interpretazioni sul senso dell’articolo del NYT sono state date da numerosi commentatori ed ex diplomatici. L’ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera del 22 agosto, ad esempio, ipotizza come il vero obiettivo delle “rivelazioni” potesse non essere l’Italia e neppure l’Egitto bensì il presidente Trump per il suoi rapporti con Al Sisi.
Ed è ancora l’ambasciatore Vattani che su Panorama ha parlato di intervento ‘tempestivo’ per rendere più difficile la ripresa e i rapporti tra Italia ed Egitto: “Fanno gli interessi di qualcuno e paiono interessi importanti”

La parte dell’articolo che più mi ha incuriosito però è nel riferimento ai rapporti tra il presidente Al Sisi e il suo ministro degli interni. Ecco allora una domanda per il nostro ministro degli esteri, e cioè se ritiene che il regime di egiziano sia solido abbastanza per sostenere la ricerca della verità sul caso Regeni anche a rischio di una frattura interna e se risponde al vero che vi sia un certo antagonismo tra il Presidente e il suo ministro degli interni. Insomma se la pista della faida interna dietro il caso Regeni abbia o meno una consistenza reale e impedisca che si faccia piena luce.
Una riflessione infine sui diritti umani che devono starci a cuore sempre, sia che si parli dell’Egitto sia che si parli del Venezuela, della Russia o della Cina.
I diritti umani non hanno confini e a questo proposito non posso dimenticare che i colleghi grillini in commissione esteri hanno sostenuto che era sbagliato intervenire sulle violazioni dei diritti umani in Myanmar ‘perché non si deve intervenire nelle vicende interne di un altro Stato’.

Non possono essere davvero i confini dei Paesi che ci impediscono di difendere i diritti umani, ma questi non si difendono ritirando senza scadenza l’ambasciatore come suggerisce – e solo all’Italia – Amnesty International. Seguendo questa scuola di pensiero, probabilmente, verrebbero chiuse le ambasciate in quasi tutto il mondo fatta eccezione per l’Europa e pochi altri Paesi.
Noi dobbiamo continuare difendere i diritti umani sapendo che è azione difficile, lenta, complessa, una continua negoziazione. E lo facciamo anche come Comitato diritti umani della Camera, dando voce a coloro che ne denunciano le violazioni.
Per tornare al nocciolo della vicenda Regeni, dobbiamo continuare ad esigere collaborazione giudiziaria, a chiedere a gran voce la verità. Fino ad ora il trattenere l’ambasciatore non ci ha aiutato. Proviamo quest’altra via nella consapevolezza che il compito dell’ambasciatore al Cairo non sarà facile. Dovrà essere fermo ed esercitare una pressione costante, diretta, sistematica e al massimo livello istituzionale.
Per questo dobbiamo rimandarlo con questo compito preciso e prioritario e mandarlo nelle condizioni migliori, cioè dandogli forza, facendo capire che tutto il Paese lo vuole in Egitto per questa ricerca della verità.

Non facciamo del caso Regeni terreno di scontro pre-elettorale, sarebbe il modo per rendere meno incisiva l’azione del nostro ambasciatore: la sua missione non deve partire indebolita né l’ambasciatore delegittimato;  così toglieremmo forza ed efficacia alla sua azione. Esattamente l’opposto dell’obiettivo che tutti ci prefiggiamo.
Continuiamo a ricercare con determinazione la verità sul caso Regeni e riprendiamo i rapporti con l’Egitto, operando su piani diversi: verità per il caso Regeni da una parte e strategie geopolitiche per la sicurezza nel Mediterraneo dall’altra: le due cose possono avanzare insieme.

Pia Locatelli
Capogruppo Psi alla Camera

Egitto: stretta sui Fratelli Musulmani, arrestato Badie guida spirituale della Fratellanza

Egitto-treguaIl settantenne Mohamed Badie, leader spirituale dei Fratelli Musulmani egiziani, è stato arrestato mentre si trovava in un appartamento nella zona residenziale di Nasr City nel nord-est del Cairo. Dopo i violenti disordini degli ultimi giorni, arriva dunque il giro di vite delle forze di sicurezza intorno al movimento del deposto presidente Mohammed Morsi. Proprio il figlio di Badie, Ammar di 38 anni, era rimasto ucciso nel corso degli scontri seguiti al “Giorno della rabbia” indetto dalla Fratellanza per protestare contro il governo militare: il giovane era deceduto dopo essere stato colpito da un proiettile vagante mentre si trovava nella piazza Ramses, uno degli epicentri dei disordini. Continua a leggere

Egitto, il venerdì della rabbia dei Fratelli Musulmani: in piazza pro Morsi. Trenta morti

Cairo-scontri-morti

Dopo la rivoluzione è arrivato il venerdì della rabbia dei Fratelli Musulmani. Se fino a poche ore fa le piazze d’Egitto erano messe a ferro e fuoco dai manifestanti che chiedevano e che hanno ottenuto la cacciata di Morsi, ieri invece a popolarle con lo stesso livello di tensione sono stati i sostenitori della fazione opposta. Sul piede di guerra sono scesi infatti gli islamisti sostenitori del presidente destituito: il popolo pro Morsi al Cairo e in altre città per manifestare la propria rabbia dopo il golpe/rivoluzione che ha portato all’insediamento di Adli Mansur a presidente ad interim. Gli scontri sono proseguiti nella notte facendo salire il bilancio delle vittime a 30 morti. Continua a leggere

La7 in vendita, Cairo e De Benedetti probabili acquirenti

Dopo le voci che si erano rincorse durante gli ultimi giorni e le relative smentite, la notizia è stata finalmente confermata: LA7 è sul mercato. Secondo una nota rilasciata in mattinata dal consiglio d’amministrazione, Ti Media avrebbe infatti deciso «l’avvio del processo di dismissione delle attività nel settore media». Tramite un’operazione di ristrutturazione societaria che prevede la separazione degli asset televisivi, verrà scorporata tutta la sezione “media”, a partire proprio dall’emittente LA7. Un’operazione già effettuata a suo tempo su Mtv Italia e TI Media Broadcasting (multiplex), entrambe società separate. Continua a leggere

EGITTO, A PIU’ DI UN ANNO DAL CROLLO DEL REGIME ANCORA SANGUE A PIAZZA TAHRIR

Gli echi della rivoluzione continuano a scuotere l’Egitto. Oggi al Cairo, nella stessa piazza Tahrir che decretò la fine di Mubarak, una folla di manifestanti ha tentato di sfondare il cordone di sicurezza attorno al ministero della Difesa, per protestare contro l’esclusione di vari candidati dalle elezioni presidenziali. I manifestanti si sono fatti avanti tagliando il filo spinato e avvicinandosi verso la piazza, per essere poi respinti dal getto del cannone ad acqua dei militari a presidio. L’emittente al-Arabiya parla di un morto, ma alcune fonti mediche hanno smentito subito la notizia, parlando tuttavia di diversi feriti, in prevalenza vittime di intossicazione da gas lacrimogeni e di ferite alla testa. Viene confermato invece dalle stesse forze militari il bilancio di 20 soldati e otto civili feriti. Nel frattempo i militari hanno schierato i carri armati e mezzi blindati attorno al ministero della Difesa e all’imbocco delle principali arterie della zona. Continua a leggere