Scrive Fabio Fabbri:
Gli auspici di Scalfari

Caro Direttore, qui a Tizzano, il mio paese, è una domenica nuvolosa, a tratti piovosa. e quasi fredda. Archivio per ora l’osteria e la passeggiata nella strada dietro il Castello e dedico la prima parte del pomeriggio alla mazzetta dei giornali: il lusso che, per ora, in attesa della sorte pericolante dei nostri vitalizi, ci è consentito.
Il primo approccio, dopo un’occhiata alla Gazzetta di Parma, è per il fondo domenicale di Eugenio Scalfari. Come Ti ho forse raccontato, Scalfari è stato uno dei miei maestri di gioventù, insieme a Ernesto Rossi, Mario Pannunzio Francesco Compagna e Leopoldo Piccardi. Abbiamo vissuto insieme l’avventura genetica del Partito Radicale. Poi lui fu eletto a Milano deputato del PSI ed io a Parma senatore del nostro partito, agli albori del nuovo corso di Bettino Craxi. Considero Eugenio un giornalista e uno scrittore di altissimo valore. Bettino lo stimava molto come imprenditore del giornalismo, ma diffidava dei suoi progetti politici.
Bene, nell’editoriale di domenica 28 ottobre, il “mio” Eugenio dedica il suo incipit al suo caro amico Mario Draghi (io l’ho solo conosciuto fugacemente quando lo convocai a Palazzo Chigi nella mia veste di sottosegretario nel Governo di Giuliano Amato. Avvertii che mi trovavo in presenza di un alto ingegno).
Riassumo la narrazione del fondatore di Repubblica perché sul punto sarebbe utile anche una nostra riflessione sul Tuo Avanti e nel nostro piccolo partito. Orbene, Scalfari spera che Draghi, terminata l’attuale esperienza di banchiere europeo, possa ottenere “una carica europea di carattere presidenziale per lottare in favore di novità tecnologiche, politiche e anche militari in un mondo di continenti.”. Poi, calato da questo empireo, affronta con lucida esegesi il conflitto in corso fra l’Italia e l’Unione Europea per concludere infine con uno sguardo all’appuntamento delle elezioni europee, che sono già dietro l’angolo. Dopo un excursus sui recenti risultati elettorali, Scalfari fa realisticamente perno sul tonfo del PD: dal 40 per cento delle europee al 20 per cento delle “idi” del 4 marzo. Scrive che Renzi sarebbe orientato alla formazione di un movimento “che si muova liberamente fra il centro e la sinistra e si allei con il PD riconoscendogli la leadership dell’area di centro sinistra”.
Ecco, per quel poco che conta, la mia opinione in proposito. E’ fin troppo facile impallinare questo progetto. In politica, come nella vita, niente ha più insuccesso dell’insuccesso: e Renzi porta il peso di un insuccesso fragoroso. Eugenio lo sa bene; e infatti prospetta la formazione di una squadra composta da Minniti, Zingaretti, Franceschini, Zanda, Delrio, Calenda, Fassino. Mi permetto di aggiungere che nel campo socialista esistono personalità politiche, non ultra-ottuagenarie come me, in grado di scendere in campo come valide “riserve della Repubblica”.
Il riassunto-commento del fondo di Scalfari, finisce qui, rd inizia il mio invito a quel che resta della cultura e della politica liberalsocialista e liberaldemocratica a ragionare con spirito costruttivo sulla condizione periclitante della nostra Nazione, avendo presente che l’elezione del Parlamento europeo. Ne ha ragionato Dario Franceschini, in una intervista pubblicata su “La Repubblica del 28 ottobre. A questo ferrarese garbato e di buona cultura va bene il “ fronte repubblicano di Calenda”,ad eccezione del nome.
Chiudo questo fin trappo lungo proemio enfatizzando che la nostra “piccola comunità”, come Tu la chiami, ha qualche titolo per interloquire in proposito: per quanto minuscola per risultati elettorali, il nostro PSI ha alle sue spalle una storia prestigiosa e un serbatoio di buone idee.
Espongo dunque, temerariamente, alcune ipotesi di lavoro.
Possiamo farci promotori di una chiamata alle armi delle personalità della cultura di rango europeo, per fortuna ancor viva in questa Italia alle vongole” ( cosi la chiamavano i “taccuini” di seconda pagina de Il Mondo). Penso a scrittori e giornalisti di rango che operano nel solco della tradizione liberaldemocratica e liberalsocialista. Aggiungo che anche l’impegno nell’agone politico odierno, così come il semplice consiglio dei “padri” ancora in vita della ingiustamente vituperata Prima Repubblica, possa essere utile e fecondo.
Facciamoci dunque promotori di manifestazioni di “riscossa nazionale” in molte città, d’Italia, chiamando alla partecipazione, insieme ai sindaci e ai presidenti delle regioni del centro sinistra, la nutrita schiera di sindaci ed amministratori “civici”: quelli del movimento “l’Italia in comune” inventato dal Sindaco di Parma Federico Pizzarotti.
Non dobbiamo aver timore di gridare che l’Italia è già vicina alla secessione dall’Europa. Ed anche al tracollo politico-economico.
Mi viene alla mente, come esempio incoraggiante, la “ripartenza” del PSI di Craxi dopo la sconfitta elettorale degli anni ‘70. Fu decisiva la mobilitazione di molte delle energie della sinistra non comunista e di illustri personalità della cultura laica.
Serve dunque, ora e subito, un “nuovo inizio” che non sia offuscato della disfatta elettorale del Pd e non sia contraddetto dall’esito del Congresso del PD, che potrebbe essere deludente e vistosamente conflittuale.
Può anche essere utile, nel contesto di questo “colpo d’ala”, l’impegno di una “squadra di autorevoli padri garanti”, esemplari per loro storia e il loro esempio nella vita pubblica. In questo spirito di rinascenza ci può essere posto e “gloria” anche per le Fondazioni che tengono viva la storia e la memoria della sinistra politica e sindacale.
Aggiungo ancora che in questo crogiuolo potrà positivamente maturare la scelta dei capilista prestigiosi e popolari nelle vaste circoscrizioni in cui si articola la consultazione italiana per l’elezione del Parlamento di Strasburgo, che comprende anche le circoscrizioni “estere”.
:Va da sè che questo appuntamento cruciale deve essere affrontato dall’opposizione al governo in carica da una coalizione di centro sinistra che abbia un nome nuovo, che rappresenti il campo largo europeista e di opposizione dura e ragionata al nazional-populismo governante e confortata da manifesto per una “Nuova Italia in una più forte Europa”.
Con la deformazione che mi deriva dall’ultima mia esperienza ministeriale, enfatizzo che la “Novella Europa” deve comprendere anche “l’Europa della Difesa”, pilastro di un nuovo rapporto euro-atlantico nell’era di Trump e di Putin.
Sono fiducioso che su questo antico e glorioso giornale sboccerà un florilegio di proposte e che nei prossimi mesi si provveda alla costituzione di un “governo ombra” che incalzi ogni giorno, sulle scelte da compiere, il Governo Salvini-Di Maio.
Post-scriptum. Pecco di ingenuità ottimistica se penso che l’appuntamento elettorale potrà interrompere la letargia di quella vasta parte del mondo sindacale, imprenditoriale, culturale e giornalistico che si ostina ad ignorare o edulcorare il pericolo altissimo che grava sul futuro dell’Italia.

Fabio Fabbri

Ilva, Calenda: “Di Maio? Un ragazzino incapace”

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Calenda proprio non ci sta alle parole del ministro Di Maio che ha ereditato il dossier alquanto spinoso dell’Ilva. Non è la prima volta infatti che il ministro pentastellato prende di mira il suo precedessore criticando il lavoro fatto in questi anni. Ma Calenda non viene dalla politica. È uno che le cose le dice dirette. E dopo l’ennesimo attacco ricevuto non la manda a dire. “Questo ragazzino incapace – sono le sue parole – mi sta facendo irritare. Firma in gran segreto un piffero la notizia è stata diffusa e commentata da ogni media. Secondo non ha la più vaga idea dei numeri neanche quando vanno a suo vantaggio”.

Di Maio aveva parlato di “un’altra follia”. “Quello di prima, il precedente ministro dello Sviluppo economico, ha firmato in gran segreto l’accordo per far entrare Mittal nello stabilimento, in cui c’è scritto che ci saranno 3mila persone che vanno in mezzo ad una strada”. Ma Calenda non ci sta. È tutto falso, ha detto. Sia perché la notizia della firma è stata ampiamente diffusa dai media sia sui numeri che sarebbero errati.

E in un altro cinguettio pubblicato poco dopo, l’ex ministro ha aggiunto: “Il ministro Di Maio dichiara che ‘se la gara non è fatta a regola d’arte la devo ritirare’. Ma ha già dichiarato in Parlamento che la gara è viziata. Dunque o ha mentito in Parlamento o non ha il coraggio di essere conseguente. Incoerenza, Incompetenza, Incapacità”. C’è solo da scegliere. E ancora rivolgendosi a Di Maio aggiunge: “Mentre porti le carte in procura, ti fai dare il 12mo parere, consulti tutte le associazioni dell’orbe terraqueo prendi anche una decisione. Ti paghiamo per questo”.

Anche il segretario del Pd Martina interviene sulla questione Ilva. Questa volta sul metodo. Riferendosi all’incontro organizzato al Mise con 62 associazioni invitate, commenta: “Taranto merita più rispetto, i lavoratori dell’Ilva e le famiglie. Merita scelte e non passerelle a uso e consumo del vicepremier“. “Convocare 62 realtà per due ore – riflette Martina – non significa discutere ma costruire un palcoscenico per raccontare l’ennesima operazione propagandistica di Di Maio”. Il segretario dem giudica “inaccettabile il fatto che ancora una volta – sottolinea – si giochi anche su un tema delicato come il futuro dell’Ilva con un’operazione tutta propagandistica”. In questo senso, Martina spiega di “capire” le ragioni “di amministratori locali” come il sindaco di Taranto “che rinunciano a partecipare a una kermesse: la politica industriale non si fa così. Il Paese non può prendere scelte strategiche in questo modo”.

Chiamata alle armi

Mi ha fatto riflettere il titolo quasi brutale (icasticamente: “La fine del PD”) con cui il direttore dell’Avanti! ha commentato l’esito delle elezioni del 4 marzo e di quelle municipali che hanno cancellato successivamente il “rosso storico” di alcune regioni italiane. Ricordo a me stesso che la mia Parma – terra che mastica la politica, come diceva Craxi, ha subito un vulnus storico: Parma rossa, quella delle barricate contro le squadracce di Italo Balbo, la città di Fernando Santi, la Provincia capace di mandare in Parlamento due “papi stranieri” come Gaetano Arfè e Luigi Covatta, ha subito un vulnus storico in quel maledetto 4 marzo: oggi è rappresentata nel Parlamento della Repubblica solo dalla destra populista. Aggiungo che il PD è stato sconfitto anche nelle elezioni comunali del capoluogo e di numerosi altri Comuni, fra cui Langhirano e Fornovo.

Ho dunque concluso che il titolo del nostro Mauro era perentorio e liquidatorio, ma rispondente alla realtà effettuale. Il PD è oggi incapace di esercitare una permanente forza attrattiva nei confronti delle classi sociali che un tempo votavano per i partiti di centro-sinistra. E’ una disaffezione che riguarda il mondo del lavoro, compreso quello autonomo, agricolo e cooperativo. Si è dunque concluso con una disfatta della sinistra il ciclo storico iniziato con la slavina giustizialista dei primi anni ‘90. Il voto del 4 marzo squaderna davanti a noi la fine dell’esperienza ulivista e veltroniana-dalemiana del PD, punita dagli elettori anche nella versione neo-fanfaniana di Matteo Renzi.

E così l’Italia è oggi dominata da una destra populista ed antieuropea, incardinata sul potere di due “tribuni del popolo”, comandanti di due agglomerati che praticano il fuhrerprinzip di teutonica memoria.

Su queste macerie prendono corpo finalmente la constatazione e il convincimento che si deve “andare oltre il PD”, come enfatizza Carlo Calenda. Questo “vasto programma” è al centro del convegno di Roma, organizzato – non per caso – da quel che resta del socialismo italiano. I motivi di ripensamento, anche autocritico, sono molteplici: i nazional-populisti vincono a man bassa nel Sud del Paese, perché il centro-sinistra non ha mai costruito una efficace politica meridionalistica, immemore di quella predicata e praticata da Giorgio Amendola, da Manlio Rossi Doria, da Giuseppe Avolio e da Francesco Compagna. Ma la sinistra perde anche nelle Regioni rosse perché, ebbra del lungo dominio, non ha saputo realizzare una convincente opera di buongoverno in casa propria.

E’ gran tempo, dunque, di tentare un “colpo d’ala” politico, sorretto da “idee chiare ed adesione ai problemi concreti”, come dicevamo negli anni del nuovo corso del PSI. C’è in campo un nuovo leader, Carlo Calenda, che scuote i generali e i caporali delle sconfitte: propone l’alleanza repubblicana finalizzata ad “andare oltre il PD”, nella gridata consapevolezza che con il solo PD si perde: si consegna la Nazione alla destra populista e dunque si fuoriesce democrazia liberale, dall’Europa e dall’Occidente. Qualche studioso di storia antica ha osservato che le sempiterne faide intestine fra i numerosi capi del PD evocano le lotte dei diadochi impegnati a spartirsi il regno di Alessandro Magno.

Il primo fronte è quello della battaglia quotidiana contro gli usurpatori della democrazia oggi al potere, accompagnata da un appello degli uomini di cultura, vecchi e nuovi. Devono inoltre entrare nell’agone politico anche le “riserve della Repubblica”. In casa nostra penso a Martelli, a Intini, a Covatta ad Acquaviva a Mauro Del Bue e ad altri compagni non ancora ultra ottuagenari come chi scrive. In ogni città e in ogni provincia, sull’onda della manifestazione di Roma, si deve promuovere una “chiamata alle armi” di quanti sentono il dovere di lottare contro i nuovi barbari. Verità vuole che si dica che sono da settimane in prima linea, spesso solitari, gli amici de Il Foglio di Giuliano Ferrara, pienamente consapevoli della gravità dell’ora. Il ripensamento riformista che il PSI, Mondoperaio e l’Associazione Socialismo hanno chiamato “Rimini II” può accompagnare e sostenere l’Alleanza per la Repubblica e per l’Europa. Sarà anche utile l’aiuto delle Fondazioni italiane ed europee che coltivano i valori del socialismo, del liberalismo e della democrazia occidentale.

La campagna per l’elezione del Parlamento Europeo è già dietro l’angolo. L’Alleanza Repubblicana dovrà essere in campo: a fianco del PD, ma oltre il PD, come autonoma forza propulsiva. Ho imparato dai miei maestri di gioventù – i liberali de “Il Mondo” di Mario Pannunzio – che nei momenti cruciali della nostra vita nazionale “sono le minoranze che fanno la storia”, specialmente quando, come diceva Santi, sono capaci di portare dalla loro parte il grosso dell’esercito.

Post scriptum. Ha visto giusto Carlo Calenda quando in una recente intervista ha menzionato il Sindaco di Parma per sottolineare che l’operazione “oltre il PD” ha come interlocutori necessari anche gli amministratori e gli elettori dei Comuni in cui hanno vinto le liste civiche, spesso sconfiggendo il PD.

Fabio Fabbri

Alleanza Repubblicana: Neofrontismo o “big talk”?

L’appello di Calenda andrebbe per lo meno corretto così come riportato dal Corriere di oggi. Primo: cambiare nome. Fronte repubblicano è respingente poiché evoca la somma del fronte popolare con il fronte antifranchista. Evoca una ispirazione che va dall’antifascismo internazionale degli anni 30 all’antifascismo di Stato del 48 riportata alla situazione odierna. Che niente ha a che vedere con quei momenti. Sarebbe un film d’essai.
Invece, Alleanza repubblicana. Se la tentazione è quella del neo-frontismo : stringersi attorno al PD nel muro contro muro, l’esito sarà peggio del 1948. Alleanza, invece apre e va oltre il PD ormai insufficiente. Un’alleanza che va da estrema sinistra a mondo cattolico.
Secondo: Il “tutti in piazza” va evitato. Revocate le manifestazioni. Abbassiamo i toni. Troppo pericoloso giocare col fuoco. Inoltre il traguardo non deve essere riempire le piazze, ma aprire quella che i laburisti chiamano BIG TALK, una Grande Conversazione organizzata su una proposta di riforma costituzionale che si concluda con l’ istituzione di una Costituente eletta o di una Commissione ad hoc. Il mezzo non ha importanza di principio, ma di utilità.
Su questo strada si riconquista terreno verso gli elettori che si sono rovesciati su Lega e 5*. Non sono metri d’asfalto delle piazze il terreno da riconquistare, ma la coscienza e l edificazione degli elettori.
Lo sbocco. la Costituente secondo un progetto di Grande riforma organica: Presidenzialismo unito al superamento del bicameralismo (non l’uno senza l’altro), federalismo fiscale che allenta i conti dello Stato e libera risorse per l’autonomia e l’autogoverno locale, ristrutturazione del debito estero per ricomprarlo in cambio di un rendimento in minori tasse che sia superiore al tasso di altri titoli esteri. Così riportato man mano il debito a casa, progressivamente si inverte il ciclo negativo della morsa in cui si trova l’Italia. Il sistema bancario ne avrebbe un grande beneficio a vantaggio del risparmio. Una mobilitazione patriottica per togliersi i ceppi ai piedi. Per avere credibilità dobbiamo credere in noi stessi. Questo il senso della iniziale proposta di una Alleanza repubblica fatta dai socialisti (Tra i molti, Formica, Martelli, Intini Stefania Craxi, Zeffiro Ciuffoletti, Mauro Del Bue, Nencini, La Ganga, Spini, Acquaviva, Covatta, la Fondazione Di Vagno, Matteotti, Risorgimento italiano, il neonato Movimento Avanti! ecc) riuniti al Senato Con la Critica e il Salvemini per l’Avanti!: si può ora concretizzare quella proposta nel progetto di un BIG TALK popolare e senza frontiere, un modello adottato nella PREPARAZIONE della campagna per il terzo mandato del governo laburista. Un metodo che è stato utilizzato anche dai governi stessi per ascoltare un rapporto dalla socetà britannica. Con un flusso elettorale di queste proporzioni geologiche, non si sa più in che società viviamo. La tracimazione non rispetta recinti di partito. Una Conversazione Pubblica postrebbe ridare argini alla situazione. Altrimenti alle prossime elezioni si va come alla corrida di Pamplona.
Alle tende del BIG TALK, della Grande Conversazione, nei dibattiti nei quartieri e nei paesi, vanno invitati tutti. Compreso chi ha votato giallo o verde. Così la sinistra riprende un senso e un ruolo di riferimento. Difendere la Repubblica oggi, significa rinnovarla, adeguarla nella crisi politica della Globalizzazione.
Questo il terreno dell’Alleanza repubblicana. Un terreno senza soluzione di continuità con l’Europa.

La Critica Sociale

Lavoratori di uno Stato senza diritti sociali

La dura vertenza dei lavoratori contro Embraco, la società brasiliana del gruppo Whirlpool che ha deciso di licenziare 500 persone nel suo stabilimento in provincia di Torino e di trasferire la produzione di compressori per frigoriferi in Slovacchia, per praticare il dumping sociale che deriva dai bassi salari, dopo aver goduto di varie agevolazioni economiche in Italia, è solo l’ultima delle vicende che vedono lo sgretolamento dei diritti sociali nel nostro Paese.

Infatti, non si sono ancora spenti gli echi della polemica che ha investito il colosso americano dell’E-commerce Amazon, dopo l’annuncio del brevetto di un braccialetto per monitorare in tempo reale la posizione dei dipendenti nei magazzini e persino i movimenti delle loro mani, intervenendo per correggerli all’insegna di una visione assolutistica del produttivismo. Già Amazon era stata accusata per le condizioni di lavoro nei suoi magazzini, controllate in modo stringente, incluse le pause per recarsi alla toilette, con tanto di timer per monitorare il numero di scatole impacchettate ogni ora dai singoli dipendenti.

Come spesso accade, soprattutto in Italia, i cambi di paradigmi produttivi, in questo caso dell’industria 4.0, provocano dibattiti laceranti e contrapposizioni culturali e politiche.

C’è chi ritiene, da una parte, che il “Modello-Amazon”, ma si potrebbe citare anche il “Caso-Ryanair” in cui si contesta la presenza dei sindacati e l’applicazione dei contratti collettivi, evochi la disumanità del capitalismo industriale delle origini, descritto nel film cult di Fritz Lang “Metropolis”, con quell’ambientazione noir di un underground in cui confinare i lavoratori, sottoposti ad un regime di schiavitù che li riduce a pura merce, ad automi programmati solo per produrre, riproponendo il conflitto storico tra imprese ed operai, il divario abissale tra i ricchi e i poveri. Dall’altra, i cantori delle nuove tecnologie applicate alla produzione e al lavoro, delle “magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria dell’industria 4.0., che bollano come neoluddismo ogni eccezione.

E in questo contesto, sovente si dimentica che il nostro ordinamento del lavoro presenta soluzioni di buon senso, come sul tema dei controlli a distanza dei lavoratori.
A tal proposito è opportuno ricordare che nel quadro normativo di riferimento, in materia di divieto di uso di impianti audiovisivi e di altri strumenti da cui derivi anche la possibilità di un controllo a distanza dei lavoratori, permane l’illecito penale, come conseguenza dell’art.4 dello Statuto dei Lavoratori e dagli artt. 114 e 171 del D.Lgs. n. 196 del 2003 in materia di privacy, nonostante la riforma peggiorativa dell’art. 23 del d.Lgs. n. 151 del 2015 (attuativo di una delle deleghe del Jobs Act), di recente ribadito dalla Cassazione, sezione penale.

Ma poiché serve buon senso per governare il cambiamento nel rapporto tra innovazione tecnologica e diritti del lavoro, come insegna la migliore prassi riformista, l’intervento del giudice penale deve essere l’extrema ratio e, soluzioni virtuose devono essere ricercate in buone prassi contrattuali. E, per realizzare ciò, servono aziende che guardino al futuro e non ad un capitalismo di stampo manchesteriano e sindacati in grado di aggiornare le proprie strategie.
In questo senso, si avverte la necessità di un sindacalismo in Italia, che promuova azioni contrattuali sovranazionali e rafforzi il livello aziendale, con meno timidezza nella rivendicazione di diritti di informazione e di codeterminazione nei confronti delle imprese. Ma i sindacati “storici” sono chiaramente a corto di idee, proposte e iniziative, e l’unica voce che si sente nelle vertenze occupazionali è quella del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Strano davvero, perché Calenda è un manager ed è stato dirigente in Confindustria. Un tempo erano i ministri del Lavoro ad intervenire in questi casi a favore degli operai. Già, ma una volta i ministri del Lavoro erano Giacomo Brodolini, ex sindacalista della Cgil, che volle lo Statuto dei lavoratori e si definiva “il ministro dei lavoratori”; Carlo Donat Cattin, ex sindacalista della Cisl, che nel 1969 impose agli industriali il contratto dei metalmeccanici che suggellò l’autunno caldo operaio guidato dai grandi leader sindacali Benvenuto, Trentin e Carniti; Ezio Vigorelli, ex sindacalista della Uil, che volle la legge sull’efficacia generale delle retribuzioni previste dai contratti collettivi: altri tempi, altri uomini, altra politica, altro sindacato.

Maurizio Ballistreri

Robot: Pastorelli, Salvini distratto, pdl c’è già

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“Salvini arriva tardi. Una proposta di legge sulla tassazione della manodopera robotizzata c’è già ed è stata presentata da me il 3 agosto dello scorso anno. Prima di parlare il leader leghista, forse distratto, dovrebbe informarsi”. Lo afferma Oreste Pastorelli, deputato socialista, esponente della lista Insieme e candidato al Senato nel collegio uninominale di Roma 2 (Tuscolano-Torre Angela) per il centrosinistra.

“La legge da me presentata – prosegue il parlamentare – prevede l’aumento di un punto percentuale dell’aliquota Ires qualora un’attività produttiva sia realizzata e gestita direttamente da macchine intelligenti. Il testo, inoltre, introduce anche misure in favore della riqualificazione professionale: se l’impresa che impiega i robot decide di investire nel relativo anno d’imposta una somma pari allo 0,5 per cento dei propri ricavi in progetti di riqualificazione professionale dei lavoratori o in strumenti di welfare aziendale, l’aumento della tassazione non scatta”.

Il deputato socialista candidato della Lista Insieme risponde così al leader leghista che si è detto favorevole a una tassa sui robot. Contro la proposta si è schierata, ovviamente, Confindustria. “Oggi – ha detto il presidente degli industriali Vincenzo Boccia – noi stiamo dicendo che l’industria deve essere ad alto valore aggiunto, ad alta intensità di produttività, di investimenti”. Fatto sta che a l’innovazione tecnologica è sempre cresciuta a discapito dell’occupazione. Forse un ragionamento più approfondito che non tenga conto solo della produttività a costi sempre più bassi, sarebbe opportuno.

C. sinistra, Nencini: “Lista progressista a giorni”

urna-elettoraleSi stringono i tempi sulla definizione del perimetro della coalizione di centro sinistra. Il primo nodo dovrebbe essere sciolto oggi alla direzione di Ap. Alternativa popolare va verso una separazione consensuale dal Pd: il tentativo è di non arrivare ad un voto con Lupi, Formigoni, Albertini e altri che ribadiranno di non voler andare insieme al Pd. “Proporrò un accordo con persone come Fitto e come Cesa per una gamba moderata e autonoma, orgogliosamente autonoma, ma che sia anche capace di dialogare con Forza Italia”, afferma l’ex governatore della Lombardia.

Al fianco dei democratici ci sarà una lista di centristi che ruoterà attorno alle figure di Lorenzin e Casini e che potrebbe vedere anche la partecipazione di altri esponenti moderati come Tabacci. In settimana (mercoledì o giovedì) si definirà anche la lista a sinistra: dopo il passo indietro di Pisapia.

La lista progressista di centrosinistra alleata del Pd, ha spiegato il segretario del Psi Riccardo Nencini, sarà presentata “a giorni”, e anche senza Campo Progressista “la sua impalcatura rimane integra”. “Ci sono ambientalisti, Verdi – ha detto ancora – ci sono i socialisti, ci sono prodiani, ci sono sindaci, quindi ci sono esperienze civiche, e c’è una parte anche che proviene da Sel: quindi l’impalcatura, la cornice, rimane solida”. Nencini ha quindi espresso perplessità sulle dichiarazioni di ieri di Pietro Grasso, il quale ha affermato che sarà lui stesso a guidare Liberi e Uguali, e non Massimo D’Alema: “Non ho mai visto fondatori di esperienze politiche, ma non soltanto politiche, che fanno passi indietro”.

La lista, riferisce chi sta lavorando al ‘dossier’, nasce con l’attivismo dei prodiani e dovrebbe avere l’incoraggiamento dell’ex presidente del Consiglio. Segnali in questo senso sono arrivati nelle ultime 48 ore, spiegano le stesse fonti. Prodi tra l’altro dovrebbe inviare un messaggio all’iniziativa sul clima in programma sabato. Renzi in ogni caso ha chiesto di accelerare per chiudere il perimetro e attende anche la formazione di Della Vedova e Bonino +Europa. “Inizia la campagna elettorale e penso che sia importante discutere di argomenti concreti per il futuro”, attacca Renzi, “noi come Pd abbiamo le idee chiare: siamo convinti europeisti ma vogliamo un’Europa diversa da quella tecnocratica che troppo spesso abbiamo conosciuto”. Il capogruppo Pd alla Camera parla di una coalizione che vede a sinistra del Pd una lista “con un gruppo ampio di rappresentanti politici e liste civiche che viene dalla Storia del territorio” anche con qualcuno dei fuoriusciti da Sel.

Nel Pd intanto si discute anche di candidato premier: “Credo che sia ragionevole discutere su quale oggi sia la formazione di gioco migliore per giocare questa partita”, afferma il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. “Gentiloni e Renzi insieme possono fare molto”, si limita a dire il ministro Calenda.

Uòlter esce dall’ombra
Si fa alternativa a Renzi

EVIDENZA - Veltroni

Si può perdere tutto in un attimo. Walter Veltroni nel 2008 ci riuscì. Perse contemporaneamente contro Silvio Berlusconi le elezioni politiche, le regionali sarde, il Campidoglio dal quale si era dimesso da sindaco aprendo la strada all’era di Gianni Alemanno. Non solo. Negò nel 2008 un’alleanza elettorale alla sinistra radicale dell’Arcobaleno e a quella riformista del Psi in nome dell’autosufficienza del Pd, perse la segreteria dei democratici.

Un disastro. Nel febbraio del 2009 si dimise da segretario del Pd: «Me ne vado senza sbattere la porta…Non è il partito che sognavo. Ce l’ho messa tutta ma non ce l’ho fatta. Chiedo scusa».

Veltroni si fece da parte ma restò in pista, continuò a fare il deputato e a contare nel Pd fino a quando non fu “rottamato” da Matteo Renzi, il giovane ex sindaco di Firenze, divenuto prima segretario del Pd dalla fine del 2013 e poi presidente del Consiglio dall’inizio del 2014. L’ex segretario dei democratici cambiò vita: uscì dalla scena politica, si dedicò a scrivere libri, a firmare documentari televisivi e a fare il giornalista sportivo.

Sembrava scomparso dall’orizzonte politico come tanti altri finiti sotto il rullo compressore renziano della “rottamazione”, del ricambio generazionale: ma non è stato così. Sorpresa: è ricomparso il 14 ottobre al Teatro Eliseo per festeggiare i 10 anni del Pd. A Roma è salito sul palco con Renzi e il presidente del Consiglio Gentiloni e tra gli applausi ha annunciato un cauto ritorno. Ha sollecitato l’unità condannando divisioni e scissioni, ha invitato a costruire una sinistra riformista capace di tessere alleanze non spurie di centro-sinistra. Ha assicurato: «La mia vita è e sarà diversa, ma non sarà altrove».

Lui era presente all’Eliseo mentre gli altri padri fondatori del Pd del 2007 erano assenti: o si sono allontanati dal partito dedicandosi agli studi (Romano Prodi, Arturo Parisi, Enrico Letta) o si sono separati con dolorose scissioni (Bersani, D’Alema, Fassina, Civati, Cofferati, Speranza, Enrico Rossi).

Adesso c’è una nuova sorpresa: il cauto ritorno si è trasformato in un boato politico contro Renzi. L’ex segretario ha tuonato contro l’attuale segretario del Pd bocciando la mozione presentata alla Camera contro la conferma di Ignazio Visco a governatore della Banca d’Italia. La dichiarazione di ieri 18 ottobre all’Ansa è stata lapidaria: il no a Visco è «incomprensibile e ingiustificabile» perché «da sempre la Banca d’Italia è un patrimonio di indipendenza e di autonomia per l’intero paese».

È scoppiato lo scontro “fratricida”. Renzi ha confermato le critiche a Bankitalia per le carenze nella sorveglianza sui malandati conti di alcune banche italiane: in questi anni «è successo di tutto nelle banche…È mancata una vigilanza efficace. C’è bisogno di scrivere una pagina nuova».

Ulteriore sorpresa: buona parte del Pd e della maggioranza di governo si è schierata con Veltroni. Il ministro dello Sviluppo economico Calenda, il capogruppo democratico al Senato Zanda, l’ex presidente del Consiglio Monti e l’ex presidente della Repubblica Napolitano hanno dato ragione all’ex segretario del Pd. Ma al di là dei contenuti, la contestazione fa ritornare Veltroni protagonista, di fatto diventa una possibile alternativa al giovane segretario.

Uòlter, soprannome dato a Veltroni anni fa dai comici satirici Ficarra e Picone, è rimasto scolpito nel linguaggio comune. L’ex sindaco di Roma, ribattezzato così per il suo “buonismo”, sa tirare delle feroci zampate quando vuole. Da anni ha invitato a fare una politica col “cuore”, a mettere da parte le “ideologie”,  ad abbandonare l’”odio” anche contro Silvio Berlusconi. Ha indicato una strada da seguire: «Siamo uomini e boyscout». Ha sollecitato ad aiutare i “poveri” e le “popolazioni povere” dell’Africa. Anzi, ha annunciato più volte l’intenzione di voler andare in Africa dopo aver lasciato la politica. Dopo le dimissioni da segretario del Pd nel 2009 confermò la promessa:  «Dopo 33 anni di scena politica quello che ritrovo è il tempo, anche per andare in Africa, cosa che tante ironie ha suscitato».

Tuttavia l’impegno è stato disatteso, non è andato in Africa. Veltroni, 62 anni, ha una lunghissima carriera politica alle spalle che ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica. Ha accumulato una grandissima esperienza politica: consigliere comunale del Pci a Roma nel 1976, per la prima volta deputato nel 1987, segretario dei Ds e del Pd, due volte sindaco della capitale, vice presidente del Consiglio nel governo Prodi, ministro della Cultura.Nicola Rossi, economista, ex Ds, già deputato dell’Ulivo, stimava Veltroni e lo volle segretario del Pd perché sa «suscitare emozioni». Spiegava: somiglia a «una Vespa, quella di Vacanze romane. Elegante, leggera e facile nei cambi di direzione».

Uòlter è abile nelle elaborazioni e nei repentini cambi di marcia. Nel dicembre del 2008, dopo la sconfitta elettorale, esortava: «Meno dirigenti a vita. Serve un ricambio». Adesso è il solo uomo del vecchio gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds-Pd rimasto in piedi, ha saputo resistere a Renzi e si scava uno spazio di sinistra.

Di fatto è una alternativa a Renzi traballante che ha subito la pesante scissione di Bersani-D’Alema-Speranza dopo la disastrosa sconfitta nel referendum sulla sua riforma costituzionale. Certo Uòlter non può essere annoverato tra i giovani e il suo medagliere è piuttosto ammaccato. Ha cercato di conciliare impossibili contrasti come il comunismo e il liberalismo. Non a caso nel suo studio di segretario del Pd aveva sia la foto di Berlinguer e sia quella di Kennedy. Si è dichiarato un liberal kennediano. Alle volte è riuscito nell’impresa, spesso le contraddizioni sono deflagrate. Ora si è aperta una partita nuova, può succedere di tutto nel Pd.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

UN ANNO DI PROVE

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Il nostro Psi, nell’annata politica che va da un agosto all’altro, vanta un notevole lavoro politico che ha sanato ferite, raggiunto risultati importanti, provato, non sempre con successo, ad allacciare intese politiche, contribuito a raggiungere obiettivi legislativi di rilievo.

E’ stato l’anno di Amatrice e del terremoto che ha sconvolto una parte del centro Italia. I socialisti hanno lanciato subito due progetti: uno sulla messa in sicurezza del territorio e uno per la salvaguardia degli edifici. E’ passato solo un anno e sembra un secolo. Ma è stato anche l’anno di Trump e del terrorismo islamico che non demorde e che continua a colpire, da Nizza a Londra, dalla Germania al Belgio. Con Nencini lanciamo l’idea di salvaguardare la nostra cultura liberale e proponiamo iniziative contro l’infibulazione e la sharia. Restiamo, in fondo, figli dei principi dell’illuminismo, loro di quelli dell’oscurantismo. Grazie all’impegno del nostro vice ministro si vara la legge sull’omicidio stradale. E’ stato l’anno di Macron che ha sconfitto la destra e la sinistra francesi, l’anno della Brexit. E’ stato il primo anno senza Marco Pannella, mentre ci hanno salutato per sempre i nostri indimenticabili Lelio Lagorio, Franco Piro, Giuseppe Tamburrano e Giovanni Pieraccini. Dal Portogallo rimbalza la notizia della scomparsa di Mario Soares e più recentemente ci lascia Enzo Bettiza, campione di liberalsocialismo. E’ l’anno segnato da un referendum perso dal governo Renzi (i socialisti si sono schierati per il sì, ma hanno contestato l’Italicum), cui sono seguite le dimissioni di quest’ultimo da presidente del Consiglio, ma non dalla politica, tanto che il giovin Matteo ha poi stravinto le primarie del Pd restando così alla sua guida. Il suo successore al governo Paolo Gentiloni lo surclasserà nettamente nei sondaggi sul gradimento degli italiani (risale a sorpresa anche Berlusconi).

Se n’è andato davvero, pareva impossibile, Fidel Castro, ci lascia anche il premio Nobel Dario Fo e alle elezioni amministrative parziali trionfa, a sorpresa, il centro-destra anche nelle regioni rosse. I socialisti si confermano in buona salute nei comuni, dove restano l’unico partito del centro-sinistra presente, oltre il Pd. Esplode lo scandalo immigrati e Ong. Un magistrato di Catania esprime preoccupazioni non infondate. Inizia lo scaricabarile dell’Europa ma la Bonino sostiene che i trattati che abbiamo firmato (in cambio di flessibilità sui conti) scaricano gli oneri su di noi. Il Psi si ritrova a congresso a Roma anche per risolvere un questione di legittimità degli organi dopo un ricorso. Ne esce la preferenza per un nuovo rapporto con radicali e laici. Emma, presente, rimpiange la Rosa nel pugno. Intanto l’Avanti, dopo la rubrica di denuncia sulle banche (al Senato i socialisti presentano due proposte di legge sull’argomento) può contare sulle preziose collaborazioni del giornalista Aldo Forbice e dell’economista Nicola Scalzini, già consulente di Craxi alla presidenza del Consiglio e sottosegretario del governo Dini. Grazie a Pia Locatelli la legge sul fine vita è approvata dalla Camera, dopo quella sulle unioni civili, cui i socialisti danno un contributo essenziale.

Con Giovanni Negri dò vita all’associazione Marianna che unisce radicali, laici e socialisti, mentre i radicali transnazionali si trovano a congresso a Rebibbia. E’ l’anno di una legge elettorale che non si fa (i socialisti avanzano una proposta di legge sullo schema del Mattarellum), di Pisapia che, come l’araba fenice, che ci sia ciascun lo dice ma dove sia nessun lo sa, ma é certo l’anno della scissione del Pd abbandonato da D’Alema, Bersani, Speranza e Rossi, che fondano Mdp. L’aggettivo socialista viene bandito. Il Pd é in crisi, anche Orlando fonda un suo movimento (un’altra scissione?). Dobbiamo intervenire per difendere Ignazio Silone dalle accuse di uno storico e anche per dire la verità sul nuovo film Sky 1993. Celebriamo il settantesimo anniversario della scissione di Palazzo Barberini (Saragat aveva ragione) e portiamo a casa dalla Camera lo ius soli, vecchio principio socialista. I grillini fanno ridere e piangere tutta Europa per come amministrano Roma. La Raggi dice no alle Olimpiadi e non si contano ormai gli assessori dimissionari, mentre il suo uomo di fiducia finisce in carcere. Finalmente la coalizione internazionale espugna Mosul. L’Isis si ritira.

L’economia italiana é in timida ripresa. Siamo al più 1,3. Ma la disoccupazione é ancora alta. E’ anche l’anno dei papà. Quello della Boschi, incastrato dalle banche, quello di Renzi accusato di incontri con l’imprenditore Romeo. Ci pensa Richetti a risanare l’Italia. La sua proposta di legge tesa ad applicare il contributivo ai vitalizi degli ex parlamentari viene approvata dalla Camera. Ma i grillini non si accontentano. Vogliono il riconoscimento della primogenitura e al Senato scoppia il finimondo perché la procedura d’urgenza viene rifiutata. Dopo aver citato la battaglia di Auschwitz di Napoleone, Di Battista attribuisce il Nobel a Hollande, mentre Di Maio aveva accenato al Venezuela di Pinochet. Il futuro dell’Italia in mano agli ignoranti? Arriva agosto, mentre Emma Bonino e Carlo Calenda partecipano alla formazione del nuovo movimento Forza Europa. Una novità interessante e dagli sviluppi potenzialmente rilevanti. Fa molto caldo. Salvini ne prende troppo e chiede di processare Napolitano per l’intervento in Libia. Siamo oltre misura, oltre il record, oltre dove una volta voleva finire il vecchio Occhetto. Esaurita l’ondata dei trentenni si passa direttamente agli ottuagenari? De Rita osserva che siamo nella fase del rancore e del rimpianto. Aspettiamo settembre per verificare se dopo la morte della rottamazione e di Lucifero ci sarà spazio anche per noi, non più trentenni, non ancora rottamati ma non ancora ottantenni. Restiamo a metà del guado…

Mauro Del Bue

Italia Francia. Continua il braccio di ferro

calendaDopo la vicenda su Stx-Fincantieri non ancora conclusa ma per la quale il Ministro Calenda manifesta ottimismo per sviluppi positivi, il governo ha avviato un’istruttoria su Tim in relazione alla golden power. In pratica il governo si è attivato per verificare il ruolo di direzione e controllo dichiarato dai francesi di Vivendi sul gruppo delle telecomunicazioni  che possiede la rete di accesso telefonica. Il faro è dunque puntato su questo asset, ritenuto strategico per il Paese.

La questione è già iniziata qualche giorno fa. Il 31 luglio scorso, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha ricevuto una nota nella quale il Ministro dello Sviluppo Economico ha sollecitato una pronta istruttoria da parte del gruppo di coordinamento all’interno della Presidenza del Consiglio (di cui al DPR n. 35 del 19 febbraio 2014 e del DPR n. 86 del 25 marzo 2014), al fine di valutare la sussistenza di obblighi di notifica e, più in generale, l’applicazione del decreto sul golden power, in relazione al comunicato stampa del 28 luglio scorso di Tim spa. Il 27 luglio il board di Tim aveva preso atto dell’inizio dell’attività di direzione e coordinamento da parte di Vivendi SA. Questo è il passo in tema di corporate governance indicato dal governo italiano nel dare notizia dell’avvio dell’istruttoria.

La norma di riferimento è il decreto legge n. 21 del 15 marzo 2012 (‘golden power’) che conferisce all’esecutivo poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni.

Il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha precisato:  “’Facciamo quello che il governo deve fare: applicare le regole che esistono. A palazzo Chigi abbiamo chiesto di verificare se c’è l’obbligo di notifica sull’attività di direzione e coordinamento da parte di Vivendì”. Poi, ai giornalisti che gli chiedono se l’obiettivo è quello di arrivare a una sanzione ha risposto: “Vediamo cosa dice il comitato e da lì valutiamo”. Infine ha assicurato: “Questa cosa non ha nulla a che fare con la questione Fincantieri”.

Sull’assetto societario dell’operatore è intervenuto anche il presidente Consob, Giuseppe Vegas: “C’erano delle cose da capire: siamo andati in ispezione. Potrà anche essere una coincidenza, ma il fatto che abbiano dichiarato la direzione e il coordinamento di Vivendi su Telecom mi fa pensare che, forse, senza la nostra ispezione, non lo avrebbero fatto. Hanno detto che la valutazione sull’eventuale consolidamento del debito riguarda la Consob francese. Ma se la direzione e il coordinamento c’erano anche prima, allora si pone un problema di trasparenza che riguarda anche noi. Vedremo”. Lo ha dichiarato in un’intervista pubblicata ieri dalla Stampa, riferendosi all’inchiesta aperta sulla natura del controllo esercitato dal socio francese che detiene il 24,9% del capitale di Tim. Vegas annuncia così approfondimenti sulla gestione di Telecom, dal momento che, potrebbe porsi un problema di trasparenza di competenza della vigilanza italiana.

Con riferimento al comunicato stampa del 27 luglio u.s. di Tim SpA, Palazzo Chigi ricorda: “Nel comunicato in questione erano state rese note, inter alia, alcune tematiche di corporate governance affrontate dal Consiglio di amministrazione di Tim e, in particolare, la presa d’atto dell’inizio dell’attività di direzione e coordinamento da parte di Vivendi Sa”.

A chiedere ieri di valutare di intraprendere questa iniziativa era stata ieri un’interpellanza al ministro del Mise del deputato e presidente Pd Matteo Orfini che chiedeva al Governo quali iniziative avesse preso o volesse intraprendere per evitare eventuali minacce di grave pregiudizio per gli interessi pubblici relativi alla sicurezza e al funzionamento delle reti e degli impianti e alla continuità degli approvvigionamenti, citando una parte del testo dell’articolo 2 della norma sul golden power.

Il decreto legge 21 del 15 marzo 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge 56 dell’11 maggio 2012, quando era in carica il Governo Monti, contiene norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni. La legge, ridisegna i poteri speciali dello Stato in caso di difesa da scalate ostili nei settori della difesa e della sicurezza nazionale e in quelli di rilevanza strategica come l’energia, i trasporti e le comunicazioni. Nel passaggio a Montecitorio del decreto legge il veto fu esteso anche ai servizi pubblici essenziali. Inoltre, e fu la novità fondamentale, la nuova golden share non è più legata alla partecipazione diretta di capitale pubblico nell’azionariato ma ai settori di attività delle società.

Nell’articolo 2 del provvedimento denominato “Poteri speciali inerenti agli attivi strategici nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni” si dispone che “qualsiasi delibera, atto o operazione, adottata da una società che detiene uno o più degli attivi individuati, che abbia per effetto modifiche della titolarità, del controllo o della disponibilità degli attivi medesimi o il cambiamento della loro destinazione” debba essere “entro dieci giorni, e comunque prima che ne sia data attuazione”, notificata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dalla società stessa. “Sono notificati nei medesimi termini le delibere dell’assemblea o degli organi di amministrazione – recita la norma – concernenti il trasferimento di società controllate che detengono i predetti attivi”.

Da ambienti finanziari interpellati si apprende però che la dichiarazione di Direzione e Coordinamento di Vivendi SA è un atto societario da cui non deriverebbe una modifica della titolarità del controllo o della disponibilità di asset in quanto nessun trasferimento degli stessi è stato trasferito rimanendo nella piena disponibilità di Telecom Italia. Pertanto non si paleserebbe l’obbligo di procedere alla notifica alla Presidenza del Consiglio. Quanto al secondo tema, quello dell’esercizio della golden power non si verifcherebbero alcuna situazione eccezionale e alcun grave pregiudizio alla sicurezza ed al funzionamento delle reti, condizioni previste dalla normativa per applicare le prerogative di veto derivanti dalla disciplina della golden power.

Pier Luigi Bersani (Mpd) ha commentato: “Il governo usi tutti gli strumenti che ha: non è questione di ritorsioni, non c’entra niente con Fincantieri, ma con le normali regole del gioco.  Si ha il diritto di conoscere cosa diavolo Vivendi intende fare di questa azienda. Io non ho capito cosa Vivendi voglia fare di Telecom: se ci dice pacatamente che ha controllo e coordinamento dell’azienda, ci dice una cosa piuttosto seria, il governo fa bene a guardarci perché siamo di fronte a un’impresa strategica, quella che nettamente investe di più in Italia e abbiamo il diritto di sapere chi detiene il controllo cosa voglia fare”.

I parlamentari del Movimento5Stelle in Commissione Telecomunicazioni hanno commentato: “Il governo Gentiloni è protagonista di una vera sceneggiata di quart’ordine, oggi si sveglia e decide di attivare la golden power su Tim, è una decisione tardiva presa solamente per far finta di mostrare i muscoli alla Francia. Il governo non può svegliarsi ora per una timida ripicca: Vivendi ha la maggioranza delle azioni dal 2014. La verità è che dopo aver smontato il patrimonio infrastrutturale del Paese questi partiti cercano di salvare la faccia. Purtroppo solo solamente azioni dimostrative del tutto inutili”.

Stefano Fassina di Sinistra Italiana ha sottolineato: “Nessuna ritorsione, nessuna discriminazione in base alla nazionalità. Ma sulla rete di Telecom in mano a Vivendi chiediamo al governo di aprire la strada per riportare sotto il controllo dello Stato, tramite Cdp, un asset decisivo sul piano tecnologico e della sicurezza nazionale”.

Ancora una volta , come per Fincantieri-Stx, la versione fornita dai francesi non è convincente. Intanto, Amos Genish  è il nuovo direttore operativo di Tim, dove sovrintenderà alle Operations della società. Ad annunciarlo in una nota è il presidente esecutivo di Tim, Arnaud de Puyfontaine. Con il nuovo incarico Genish si trasferirà a Roma da Londra, dove era a capo delle strategie di convergenza tra contenuti, piattaforme e distribuzione di Vivendi. Ha lasciato l’incarico di Amministratore Delegato Flavio Cattaneo.

Nel comunicato di Ardaud de Puyfontaine si legge: “Genish ha sviluppato una profonda esperienza nel campo delle telecomunicazioni e della tecnologia sia negli Stati Uniti sia in Brasile, dove ha fondato  Gvt rendendola in pochi anni il principale operatore brasiliano nel campo della banda ultralarga. In precedenza era stato Ceo di Telefonica Brasile / Vivo, il principale operatore integrato di telecomunicazioni del Paese con oltre 90 milioni di clienti. Amos è un affermato manager nel settore delle telecomunicazioni dove ha contribuito alla creazione di valore, con una comprovata esperienza in diversi contesti internazionali. Sono certo che saprà adattarsi rapidamente al contesto italiano, come aveva fatto in Brasile”.

In realtà le questioni Vivendi-Tim e Fincantieri-Stx sono soltanto le punte di iceberg di una situazione molto più complessa e vasta tra Italia e Francia. In questi giorni di derby tra Roma e Parigi, dalla Fincantieri a Telecom, arriva un giudizio indipendente che fa pendere la bilancia economica decisamente in favore dell’Italia. Non è un parere qualsiasi: lo ha sottoscritto Franklin Templeton, uno dei più grandi gestori di risparmio al mondo con oltre 720 miliardi di dollari gestiti con uffici in oltre 30 paesi al mondo, nonché una delle voci tra le più ascoltate dalla comunità finanziaria internazionale affermando: “L’Italia è molto meglio della Francia”.

Con questa frase Franklin Templeton ha invitato a investire di più sull’Italia e meno sulla Francia. Nel loro ultimo rapporto dedicato al mercato obbligazionario in Europa, il giudizio firmato da David Zhan, responsabile  degli investimenti a reddito fisso, è molto netto. A cominciare dal titolo: “Perché vediamo valore in Italia”. Secondo Franklin Templeton, l’Italia non rappresenta più un potenziale pericolo in campo politico e sta mostrando un deciso miglioramento dei fondamentali economici. A differenza della Francia, dove l’effetto Macron sembra già svanito. Inoltre, il gestore appare preoccupato dell’aumento del debito pubblico di Parigi che l’allontana sempre di più dal modello tedesco.

Partiamo dalla politica. Sono state soprattutto le incertezze sulla governabilità dell’Italia, unite ai problemi economici, a spaventare gli investitori negli anni passati. A favore di altri paesi europei considerati più solidi come la Francia. Ma se si guarda un prodotto come il “Franklin European Total Return Fund”, si scopre che la quota di investimento sui titoli di stato italiani è molto più alta rispetto a quelli emessi da Parigi. Per David Zhan : “L’incertezza politica permane ma non siamo così preoccupati dall’avanzare del partito populista Movimento 5 Stelle”. Da cosa deriva questa certezza? dallo stop subito dal partito guidato da Beppe Grillo alle ultime amministrative e dal fatto che la Costituzione italiana impedisce a un partito di indire un referendum su un trattato internazionale. In altre parole, sarebbe scongiurata la possibilità dell’uscita dalla Ue. E se anche i Cinquestelle andassero al governo (“non è inverosimile”) si troverebbero “a sfide simili a quelle di Renzi nel portare avanti le riforme”.

Ancora meglio il giudizio sulla situazione economica dell’Italia. La crescita? “Dovrebbe accelerare e potremmo vedere il rapporto debito-Pil dell’Italia stabilizzarsi quest’anno piuttosto che continuare a crescere”. L’emergenza banche? Qualche istituto “necessita di ristrutturazioni e di ricapitalizzazioni, ma si tratta principalmente di banche più piccole perché quelle grandi sono in buona salute e molte operazioni di ristrutturazione sono già in corso”. Inoltre, secondo il report “è improbabile che la Bce innalzi presto i tassi e qualunque stop agli acquisti sarà comunque graduale e quindi non vediamo uno scenario disastroso per l’Italia”.

Diverso nel report di Franklin Templeton il discorso per la Francia: “Il rapporto debito/Pil sta salendo più velocemente rispetto all’Italia e la disoccupazione rimane elevata”. Poi arriva una severa bocciatura che colpisce direttamente il neo presidente: “Riteniamo che il mercato sia eccessivamente ottimista nel prezzare la capacità di Macron di condurre le riforme. La sua capacità di costruire una nuova maggioranza è sicuramente un segnale positivo, ma il suo partito è formato da esponenti sia di destra che di sinistra, per cui potrebbe dover affrontare alcuni problemi dovendo considerare entrambe le correnti del suo governo”.

Oltre al report del Franklin Templeton, va ricordato che la bilancia commerciale tra Italia e Francia segna un attivo per l’Italia ormai da diversi anni. Probabilmente, questa realtà spinge il capitalismo francese ad investire in Italia per realizzare i profitti che non riesce più ad ottenere in Francia.

La difesa degli interessi italiani forse bisognava già esercitarla molto tempo prima, ma non è mai troppo tardi. Le prese di posizione per chiedere il rispetto della dignità e delle regole sono un atto dovuto.

In questa vicenda Italia-Francia, è preoccupante il silenzio assordante dell’Europa che non interviene per far rispettare le regole comunitarie sottoscritte dai Paesi aderenti.

La crisi in atto tra Italia e Francia fa emergere la crisi in cui versa la stessa Europa. Una crisi superabile soltanto dalla volontà di costituire al più presto una confederazione od una federazione di stati.

Salvatore Rondello