Murray Bookhin e l’anarchia nell’età dell’abbondanza

maxresNel 2017 è stata curata una riedizione del volume di Murray Bookhin, “Post scarsity anarchism”, la cui prima edizione in italiano risale al 1979. La critica dell’autore americano, dichiaratamente anarchico, agli esiti del modo capitalistico di produrre appare più convincente e “intrigante” oggi, di quanto non lo sia stata circa quarant’anni or sono; al contrario, le sue proposte per porre rimedio all’impatto negativo del capitalismo sulle condizioni esistenziali dell’uomo contemporaneo sono oggi meno condivisibili di allora.

Accade che gli uomini contemporanei – afferma Bookhin – tendano a vivere completamente immersi nel loro tempo, spesso in modo tale da non rendersi più conto delle differenze esistenti tra la loro epoca e quella della generazione che li ha preceduti. Ciò si rivela però molto pericoloso, in quanto con la “sottomissione al presente” si finisce coll’arrendersi “agli aspetti più reazionari della tradizione”, sia che questi si manifestino in valori e ideologie ormai superate, sia che si “manifestino in forme di organizzazione gerarchica o in comportamenti politici parziali e eccessivamente rigidi”. Se gli uomini contemporanei non riusciranno a riscattarsi dalla loro sudditanza al tempo presente, essi – afferma Bookhin – corrono il rischio di privarsi della possibilità di accedere alla conoscenza del mondo quale esso ora è, la cui vera natura potrà essere solo percepirla in modo distorto, senza poter avvertire le grandi potenzialità e opportunità che esso può offrire.

Fino ad un epoca recente, il mondo era organizzato, cresceva ed evolveva in funzione dei problemi posti dalla scarsità dei mezzi materiali disponibili; ciò accadeva dopo che gli uomini che lo abitavano erano stati i protagonisti dei grandi rivolgimenti storici, a seguito dei quali era stato distrutto il modello organizzativo della società arcaica ed organica. Ciò, però, è avvenuto “dividendo l’uomo dalla natura e l’uomo dall’uomo”, quindi dando origine all’insorgere dei problemi il cui progressivo aggravamento mette ora a rischio la sopravvivenza della stirpe umana.

L’avvento del capitalismo, col suo modo di operare in funzione della scarsità dei mezzi materiali, ha lentamente rivelato di contenere in sé “i presupposti per le grandi fratture della società gerarchica” moderna. Ai contemporanei, perciò, eredi di tutta la storia umana precedente e depositari dell’obbligo politico di sottoporsi incondizionatamente allo sforzo e alla fatica per sconfiggere l’insicurezza materiale, è affidato – afferma l’anarchico americano – il compito di “portare l’umanità a un livello superiore, completamente nuovo di sviluppo tecnologico e a una concezione anch’essa nuova dell’esperienza umana”.

Ciò, perché i progressi realizzati nell’ultimo secolo hanno assicurato a tutta l’umanità la possibilità di poter godere dell’abbondanza dei mezzi che in epoche precedenti erano scarsi. Per la prima volta nella storia, nel corso dell’ultimo secolo è stata data a tutti – afferma Bookhin – l’opportunità “di godere dell’abbondanza di mezzi materiali”, con cui liberare dall’insicurezza esistenziale la vita dell’uomo, sostenuta da progressi scientifici, che hanno consentito di mettere a punto tecnologie produttive rivoluzionarie, tali da condurre appunto l’intera umanità “alla soglia” della società dell’abbondanza”.

Tuttavia, l’abbondanza all’interno della società capitalistica contemporanea non esprime solo una maggiore disponibilità di beni materiali; assegnare al termine “abbondanza” un tale significato significherebbe, ad esempio, secondo Bookhin, considerare riduttivamente un organismo vivente, qual è l’uomo, come l’insieme delle parti anatomiche che lo compongono, separato dal sistema delle relazioni sociali e dal sistema dei valori condivisi che presiedono alla sua sicurezza. Nelle società arcaiche, l’insicurezza era determinata dalla precarietà nella quale l’uomo era costretto a vivere, a causa dell’estrema scarsità dei mezzi materiali disponibili, mentre, nella società gerarchica del primo capitalismo, essa (l’insicurezza) è stata riproposta dal consolidarsi e dal diffondersi dei rapporti di sfruttamento, intrinseci ai processi produttivi nei quali l’uomo era coinvolto.

Dalle considerazioni sinora svolte, consegue che, come osserva Bookhin, la parola abbondanza esprime più di una semplice maggiore disponibilità di mezzi materiali; essa, infatti, esprime soprattutto una possibile “migliore qualità” della vita, che può essere assicurata con la maggior disponibilità dei mezzi resa possibile dal progresso scientifico e tecnologico. Le relazioni sociali e i valori ad esse sottostanti devono perciò necessariamente riflettere le nuove condizioni di funzionamento dell’intero apparato produttivo: in breve, – afferma Bookhin – la società dell’abbondanza deve consentire, attraverso la sua riorganizzazione “la realizzazione delle potenzialità sociali e culturali latenti nella tecnologia dell’abbondanza”.

Il capitalismo attuale non riflette una simile organizzazione sociale; anzi, accade che esso riduca l’uomo ad essere “complice della sua stessa oppressione”, interessandolo al consumo dei beni prodotti, attraverso la conformazione dei suoi stati di bisogno alla sua condizione di oppresso. In questo modo, il capitalismo moderno si configura come l’erede di tutte le caratteristiche oppressive delle precedenti società gerarchiche, sebbene sia riuscito a radicare nell’uomo contemporaneo un’ideologia che assicura una “parvenza di indubitabilità” riguardo alla presunta natura razionale del suo modo di funzionare.

La forza legittimante di quanto espresso dall’ideologia del capitalismo è divenuta così indubitabile da permeare col concetto di gerarchia anche il “progetto socialista rivoluzionario”; infatti, la struttura gerarchica della società non è stata rimossa dalla leadership socialista rivoluzionaria sin qui sperimentata; al contrario, la struttura gerarchica non è stata rimossa, poiché la centralità dello Stato, attraverso la pianificazione della produzione, ha mancato di liberare i lavoratori dall’insicurezza esistenziale. In questo modo, la rivoluzione socialista, che doveva porre fine alla struttura gerarchica del processo produttivo, si è trasformata in “paravento” di una controrivoluzione; sebbene i rivoluzionari socialisti la pensassero diversamente, ciò che si è estinto dopo la rivoluzione non è stata la struttura gerarchica, né il suo “cane da guardia”, lo Stato, ma la consapevolezza della persistenza della struttura gerarchica anche della società socialista.

Il permanere di questa struttura in tutte le società, grazie alla diffusione pressoché globale del modo capitalistico di produrre, nonostante le condizioni di abbondanza rese possibili dal progresso scientifico e tecnologico, sta creando una tensione insostenibile tra presente e futuro dell’umanità, a causa delle continue crisi cui va inevitabilmente incontro sempre più frequentemente quel modo di produrre. Ciò perché, secondo Bookhin, il capitalismo è economicamente e socialmente instabile per definizione; questa è, secondo l’anarchico americano, la ragione per cui diventa inevitabile la percezione che costituisca un non senso la pretesa di continuare a tenerlo in condizioni di stabilità attraverso politiche pubbliche tampone; queste avrebbero solo l’effetto di consentire di “guadagnare tempo” rispetto al crollo irreversibile del capitalismo. L’inevitabilità di tale evento è dovuta al fatto che tutte le istituzioni e tutti i valori della società gerarchica “hanno ormai – afferma Bookhin – esaurito le loro funzioni ‘storicamente necessarie’”, per cui, sia le istituzioni che i valori, ma anche lo Stato, l’autoritarismo e la burocrazia “non hanno più ragione di esistere”.

Dal crollo inevitabile del capitalismo e della struttura gerarchica della società che esso esprime deve scaturire, conclude Bookhin, una nuova società che “sappia offrire all’individuo la gioia” di una nuova esperienza, connessa al perseguimento dell’utopia chiamata anarchismo o anarco-comunismo; le due espressioni utopiche sono, per Bookhin, equivalenti, perché entrambe “indicano una società senza Stato, senza classi e senza potere centrale”, in cui nuove e non alienate relazioni umane sostituiscano le contraddizioni della società capitalistica.

L’organizzazione della società anarchica non si ispira affatto a “forme dottrinarie”, in quanto il suo fine è sempre stato, e continua ad essere, “la ricostruzione del mondo in modo che l’uomo trovi uno scopo in sé stesso”; obiettivo, questo, che, per le ideologie, è sempre stato marginale, al punto che esse (le ideologie) “accettando il distacco dalle masse hanno ridotto gli esseri umani a semplici mezzi – per colmo di ironia in nome del ‘popolo’ e della ‘libertà’”. Lo sviluppo nella società anarchica è libero e spontaneo, e “la spontaneità, lungi dal portare al caos, libera le forze intrinseche dello sviluppo e le porta a trovare il loro ordine e la loro stabilità”. Nel processo di sviluppo spontaneo, secondo Bookhin, ogni sua fase corrisponde “a un periodo in cui i processi storici e sociali apparentemente non legati tra loro convergono”, creando le condizioni necessarie per un ulteriore balzo in avanti. Anzi, sottolinea Bookhin, ognuno di questi periodi di convergenza della dinamica storica e sociale, “non solo porta con sé processi apparentemente disgiunti, ma li fa convergere in momenti e tempi precisi proprio dove la crisi è più acuta”.

Oggi, finalmente, conclude Bookhin, con l’abbondanza dei mezzi materiali resi disponibili dal progresso scientifico e tecnologico, “è finalmente possibile concepire l’esperienza futura dell’uomo in termini di un processo coerente in cui le fratture tra attività e pensiero, tra razionalità e sensitività, tra disciplina e spontaneità […], siano tutte risolte, armonicamente e organicamente ricomposte in una nuova e migliore forma di libertà”. In questo modo, la grande piaga della “questione sociale”, che ha ispirato le ideologie umanitarie degli ultimi secoli per contrastare la società gerarchica del capitalismo, “potrà finalmente essere sanata”.

Poiché le grandi rivoluzioni vissute per la liberazione dell’uomo dalle catene dei rapporti gerarchici si sono tradotte in controrivoluzioni, l’obiettivo della “rivoluzione anarchica” non può che consistere nella “liberazione della vita quotidiana” affrancata dalle promesse delle ideologie totalizzanti; deve trattarsi di una liberazione individuale, “portata a dimensioni sociali, e non ‘una liberazione di massa’ o di ‘classe’, concetto dietro al quale si occulta il ruolo di un’élite, di una gerarchia, di uno Stato”.

All’avvento della società anarchica si opporrà sicuramente la società capitalistica; se questa opposizione sarà votata al successo o alla sconfitta, secondo Bookhin, non è dato saperlo. Il risultato finale dipenderà solo dalla capacità degli uomini di “accrescere la coscienza sociale” e di difendere la spontaneità del processo storico dalle ideologie sinora prevalse, ma fallite, sia di sinistra che di destra.

Può essere condivisa la prospettiva di un’organizzazione anarchica della società, quale quella auspicata da Bookhin? Per quanto possa promettere una libertà dell’uomo, sinora mai vissuta, essa è destinata rimanere solo un’utopia consolatoria. La critica della società gerarchica dall’anarco-libertario Bookhin coglie certo i limiti del funzionamento del capitalismo nell’età dell’abbondanza, quale è quella che l’uomo di oggi sta sperimentando. Il superamento di tali limiti, però, non può essere realizzato solo affidando il futuro dell’uomo allo spontaneismo del processo storico. Una società affrancata dai rapporti gerarchici, e fondata sulla condivisione di valori compatibili con l’abbondanza dei mezzi materiali propri del capitalismo attuale, è caratterizzata da un livello di complessità di gran lunga superiore rispetto a quello proprio del capitalismo della società della scarsità. Ciò comporta che la maggior complessità della società dell’abbondanza esclude che essa possa fare a meno di un supporto organizzativo, qual è quello offerto tradizionalmente dallo Stato.

Il problema nella società dell’abbondanza consiste allora, non tanto nell’abolizione dello Stato (tradizionale presidio della natura gerarchica della società), quanto nella sua liberazione dai rapporti gerarchici che lo hanno connotato nella società della scarsità; problema, questo, che potrà essere risolto attraverso la trasformazione delle istituzioni in cui lo Stato si articola l’acquisizione di crescenti livelli di autogoverno, per rendere i componenti del sistema sociale responsabili della libera determinazione del loro comune destino.

Gianfranco Sabattini

 

“Industria 4.0” tra contrari e sostenitori. L’ottimismo di Bianchi

Patrizio-BianchiPatrizio Bianchi, docente di Economia applicata all’Università di Ferrara, si aggiunge alla schiera di quanti da tempo presentano con ottimismo il prossimo avvento della quarta rivoluzione industriale, designata in breve con l’espressione “Industria 4.0”. È giusto che “sia di casa” l’ottimismo di fronte ad ogni innovazione che prende corpo durante il cammino del progresso dell’umanità; però, quando l’innovazione manchi d’essere accompagnata da un più che giustificabile bilancio del pro e del contro, soprattutto sul piano sociale, quell’ottimismo corre il rischio di risultare fuori luogo.

Nel suo ultimo libro “4.0 La nuova rivoluzione industriale”, Bianchi informa che dal “cuore di una lunga crisi” sta emergendo nel mondo una nuova industria; di tutto il processo che ne ha messo a punto la forma viene data – egli afferma – “una lettura essenzialmente tecnologica, di cui si pone in evidenza l’impatto sempre più rilevante, non solo sulla manifattura ma anche sui servizi”. Il nuovo modo di produrre sarà il risultato di nuove tecnologie (internet, intelligenza artificiale, robotica, bloclchain e altro ancora) che, “cumulandosi e integrandosi in un contesto di sempre più densa interconnessione totale, stanno cambiando la nostra vita”.

Tuttavia, osserva giustamente Bianchi, con una lettura solo tecnologica, della nuova rivoluzione industriale si tende a trascurare cosa essa implichi effettivamente, non solo sul piano produttivo, ma anche sul piano degli effetti sociali. Questo tipo di lettura è largamente carente, dato che la “Rivoluzione 4.0”, oltre ad investire l’organizzazione del mondo della produzione, impatterà anche sulla vita sociale dell’uomo, per cui diventa ineludibile collocare in una prospettiva di lungo periodo la riflessione sulla totalità degli effetti.

Per meglio evidenziare ciò che, della vita dell’uomo, “Industria 4.0” caratterizzerà in modo radicalmente nuovo, è utile tener presente che essa rappresenta il culmine della “lunga stagione” delle rivoluzioni produttive vissute dal capitalismo. Una prima rivoluzione industriale ha coinvolto i settori produttivi che si avvalevano, nella seconda metà del Settecento, dell’introduzione della macchina a vapore. Una seconda rivoluzione è occorsa intorno agli anni Ottanta dell’Ottocento, con l’introduzione nei processi produttivi dell’energia elettrica e con l’espansione della rete commerciale internazionale dei beni, realizzata grazie alla diminuzione del costo del trasporto. La terza rivoluzione, iniziata nella seconda metà del secolo scorso, è risultata strettamente connessa agli effetti dell’introduzione nei processi produttivi delle tecnologie delle telecomunicazioni e dell’informatica; questa terza rivoluzione, denominata anche rivoluzione digitale, ha coinciso con il passaggio dalle tecnologie elettro-meccaniche a quelle digitali, sviluppatesi nei Paesi economicamente e tecnologicamente più avanzati. Con essa è stato anche identificato l’insieme dei processi di trasformazione della struttura produttiva, realizzatosi attraverso una forte propensione all’innovazione tecnologica, che è stata all’origine dello sviluppo economico sostenuto, vissuto dalle singole economie nazionali sempre più integrate tra loro dal processo di globalizzazione.

La quarta rivoluzione industriale, quella che si ipotizza debba accadere nel prossimo futuro, avrà l’obiettivo di fare della diminuzione del costo di trasferimento delle idee e delle persone, realizzato attraverso il telelavoro, il punto di forza di “Industria 4.0”. Il basso costo di trasferimento delle idee e delle persone, infatti, renderà sempre più conveniente il decentramento (delocalizzazione) di alcune fasi dei processi produttivi, i quali cesseranno di svolgersi per intero entro i ristretti confini degli Stati nazionali. Infatti, essi (i processi produttivi) saranno articolati nell’area del mercato globale, nato dall’integrazione delle economie nazionali, nei luoghi giudicati ottimali in funzione del contenimento dei costi di produzione.

È diffusa l’opinione di molti esperti, secondo i quali l’avvento della quarta rivoluzione industriale influenzerà profondamente le condizioni del lavoro; secondo le previsioni, essa avrà l’effetto di creare 2 milioni di nuovi posti di lavoro, ma, contemporaneamente, ne distruggerà 7, con un saldo netto negativo di oltre 5 milioni di posti di lavoro. Oltre ai molti benefici, soprattutto in termini di efficienza nell’impiego dei fattori produttivi, con la digitalizzazione dei processi produttivo, l’”Industria 4.0”, avrà l’effetto di causare una radicale trasformazione della relazione tra il mondo della produzione e quello del lavoro, nonché un cambiamento, ugualmente radicale, delle procedure tradizionali di distribuzione del prodotto sociale.

La nuova rivoluzione industriale è sicuramente “ancora in fasce”, ma è certo che, con l’avvento del telelavoro, non sarà più possibile, come avveniva nel più recente passato, che i sistemi sociali possano avvalersi delle tradizionali politiche attive del lavoro per sopperire alla crescente disoccupazione strutturale irreversibile. Le società politiche che vivranno il compiersi della nuova rivoluzione industriale avranno a loro disposizione minori strumenti con cui opporsi alle conseguenze, negative sul piano occupazionale, dovute alle innovazioni tecnologiche; ciò perché la “Rivoluzione 4.0” sarà “caratterizzata da dinamiche diverse rispetto a quelle che l’hanno preceduta”.

Ai tempi della meccanizzzazione dei processi produttivi, occorsa durante la prima e la seconda rivoluzione industriale, i mutamenti generavano sconvolgimenti nelle combinazioni produttive prevalenti solo in settori specifici dell’economia, mentre gli esiti della futura rivoluzione digitale avranno carattere generale, investendo tutti indistintamente i settori produttivi; fenomeno, questo, destinato a radicalizzarsi ulteriormente via via che la quarta rivoluzione avrà modo di allargarsi e di consolidarsi.

La domanda alla quale occorre allora dare una risposta è: sino a che punto il sistema sociale potrà sopportare la formazione al suo interno di una crescente massa di disoccupati strutturali, senza correre il rischio di collassare? Il vero problema del “falso” ottimismo mutuato dalle promesse della quarta rivoluzione industriale è la mancata previsione delle procedure, effettuate con la stessa cura riservata a quelle relative ai cambiamenti tecnologici, che dovranno essere poste a tutela di chi non potrà più accedere al reddito attraverso la partecipazione al lavoro. Il rimedio a questa carenza nel descrivere l’impatto sul sistema produttivo e sulla società provocato da “Industria 4.0” solitamente non viene indicato; ci si limita a prevedere che la riorganizzazione del mondo della produzione comporterà la necessità di una nuova politica sociale.

Il silenzio su questo punto è aggravato dalla propensione, da parte di chi presenta con ottimismo gli effetti dell’approfondimento della digitalizzazione dell’economia, a non effettuare alcuna razionale previsione riguardo al modo in cui potranno essere risolti i problemi sociali conseguenti; di solito, quando viene avanzata qualche proposta volta a garantire in ogni caso un reddito incondizionato a chi, suo malgrado, resta senza lavoro, non si esita a considerarla dotata di un “fascino sinistro”; ciò, perché l’ipotesi di dover necessariamente assicurare un reddito a chi ne sarà privato varrebbe solo a “spezzare” il legame che deve sempre esistere tra “sforzo e ricompensa”.

Se ci si sofferma sulla condizione del lavoro, della quale la digitalizzazione dell’attività industriale è portatrice, esistono buone ragioni per prevedere che la precarietà esistenziale di gran parte della popolazione sarà la condizione normale del nuovo modo di produrre. Su ciò non si riflette abbastanza; si preferisce, invece, pubblicizzare con entusiasmo il nuovo modo di operare delle “fabbriche intelligenti”, che l’avvenire ci riserva.

Gli entusiasti sono presenti in tutte le componenti sociali degli establishment dominanti: rappresentanti dei governi, delle associazioni imprenditoriali, ma anche del mondo accademico e di quello sindacale. L’entusiasmo nutrito da tutti costoro su “Industria 4.0” serve unicamente a “calare un velo” sulle relazioni future tra industrializzazione digitalizzata e mondo del lavoro. In assenza di una qualche previsione rassicurante per chi vive del solo reddito da lavoro, per quale motivo si dovrebbe condividere una riorganizzazione del modo di produrre solo apparentemente progressista, che assicura un inevitabile quanto desiderabile futuro digitalizzato dell’industria, il cui prevalente scopo è quello di aumentare la produttività dei fattori produttivi a spese del lavoro? Perché si dovrebbe condividere una rivoluzione del mondo industriale se non viene tenuto nel debito conto il fatto che la nuova produzione digitalizzata per poter essere venduta ha necessità di un mercato che ne esprima la domanda, il cui finanziamento, però, viene meno per la considerevole riduzione dei posti di lavoro, e conseguentemente dei salari?

Se si manca di rispondere in modo esauriente a queste domande diventa facile mettere in evidenza il punto critico della futura quarta rivoluzione industriale: se i robot andranno a sostituire i lavoratori, così come previsto da numerose istituzioni internazionali e da diversi studiosi, e se non ci si cura del fatto che il monte salari sarà destinato a contrarsi, a seguito del formarsi di una disoccupazione strutturale irreversibile, diventa ineludibile chiedersi a chi potranno essere venduti tutti i prodotti delle industrie digitalizzate.

Si ha un bel dire, come fa Bianchi, che per valutare correttamente l’impatto di “Industria 4.0” sull’occupazione si deve tener conto dell’effetto compensativo di lungo periodo fra posti di lavoro persi con l’automazione degli impianti e la creazione di nuove opportunità lavorative. Tuttavia, come lo stesso Bianchi riconosce, gli effetti compensativi non si manifestano negli stessi luoghi e negli stessi tempi, per cui diventerà necessario “riprendere un cammino di programmazione di lungo periodo delle azioni pubbliche”, soprattutto per creare un contesto sociale adeguato al governo degli effetti del compiersi della rivoluzione dei processi produttivi.

A parere di Bianchi, la “trasformazione dei regimi tecnologici incide sulla stessa trasformazione sociale, coinvolgendo tutti gli attori del sistema che, interagendo tra di loro, determinano ciò che potremmo definire l’ecosistema dinamico entro cui si sviluppano le domande e le risposte di trasformazione produttiva”; se così stanno le cose, il governo di tali cambiamenti comporta che dall’interazione sociale scaturiscano “quelle dynamic capabilities diffuse che permettono al sistema di adattarsi al cambiamento” e di trovare “una nuova dimensione delle politiche a garanzia della concorrenza e a tutela dei diritti di cittadinanza”. Ecco il problema, intorno al quale si arzigogola, senza mai esplicitare, sia pure a livello di ipotesi, il modo in cui risolverlo.

E’ tempo di uscire dal “dire e non dire” e dal continuare ad affermare che, oltre ai problemi produttivi nei cui confronti non mancano le proposte per affrontarli nel modo più appropriato, esistono anche quelli del lavoro nei cui confronti, però, si continua a rimanere sul vago quando si tratta di stabilire le forme e le modalità con cui garantire l’eccesso al reddito a chi ne viene privato dal rivolgimento dei processi produttivi; ciò, sebbene si sia convinti che le politiche del passato idonee a contrastare gli esiti delle fasi negative del ciclo economico dovute alle dinamiche del capitalismo contemporaneo siano diventate, di fronte al fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile, largamente inutilizzabili.

Gianfranco Sabattini

L’errore del neoliberismo: negare la democrazia e i diritti sociali

Christian-Laval-e-Pierre-DardotCon il nuovo libro “Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista”, Pierre Dardot e Christian Laval tornano sul tema dei guasti provocati dall’ideologia neoliberista nelle società a capitalismo avanzato; lo fanno perché, come essi dicono, colpiti dall’emergenza di “un’accelerazione senza precedenti dei processi economici e securitari che sta radicalmente trasformando tanto le nostre società quanto i rapporti politici tra governati e governanti”.
In particolare, Dardot e Laval denunciano il fatto che l’accelerazione in atto dei processi economici e politici sta determinando una fuoriuscita dalla democrazia e un continuo sacrificio dei diritti sociali; ciò accadrebbe, secondo gli autori, a causa di due “spinte” complementari: da un lato, “il rinnovato potere dell’offensiva oligarchica” contro i diritti politici, economici e sociali dei cittadini; dall’altro lato, l’adozione, da parte delle forze politiche al governo, di un insieme di regole securitarie, giustificate sulla base della tesi che esse sarebbero volte a garantire la libertà degli stessi cittadini.
In realtà, a parere di Dardot e Laval, il perseguimento della sicurezza consentirebbe agli establishment dominanti, di mascherare la vera natura delle politiche securitarie; il loro preciso obiettivo sarebbe, non già l’assicurazione della libertà ai cittadini, ma la garanzia della libertà di concorrenza, priva di ogni vincolo, tra i vari attori che compongono l’oligarchia economica. Di fronte alle ripercussioni negative dell’ideologia neoliberista sulla società, gli establishment governativi non immaginano – affermano gli autori – che il rafforzamento dei poteri di polizia conduca inevitabilmente solo all’”erosione dello Stato di diritto e, assieme ad essa, al sacrificio dei diritti sociali”.
Dardot e Laval sono del parere che la progressiva fuoriuscita dalla democrazia, causata dalle politiche neoliberiste, pur non essendo un dato ineluttabile, sia destinata a proseguire, a causa della “sproporzione di forze esistente tra la “logica dominante” degli oligarchi e la “logica minoritaria” delle potenziali forze di opposizione. La logica dominante si “nutrirebbe” di crisi e non smetterebbe di evocare l’incombenza sulla sicurezza sociale di “mostri impietosi e terrificanti”, assunti a giustificazione delle restrizioni delle libertà politiche e civili; mentre la logica minoritaria delle potenziali forze contrarie all’egemonia dell’ideologia neoliberista non riuscirebbe a trovare un’“espressione di massa, né cornici istituzionali o una grammatica politica”.
Per uscire dalle loro posizioni di debolezza, secondo Dardot e Laval, le forze di opposizione dovrebbero riflettere e capire come la perdurante situazione di crisi che il neoliberismo sta alimentando sia diventata una forma di governo; ciò consentirebbe loro di acquisire la necessaria consapevolezza riguardo al modo in cui il “neoliberismo, attraverso gli effetti di insicurezza e distruzione che sta generando”, non smetta “di autoalimentarsi e di autorinforzarsi”. Capire tale processo, significherebbe anche comprendere, a parere di Dardot e Laval, come organizzare una reale alternativa di governo al disfacimento neoliberista delle società democratiche e al crescente sacrificio dei diritti politici e sociali.
A tal fine, Dardot e Laval sembrano non avere incertezze: secondo loro, partendo dall’analisi della condizione alla quale le società democratiche sarebbero state ridotte, occorrerebbe prendere coscienza del fatto che “non può esserci altra contestazione al neoliberismo se non nell’opporgli nuove forme di vita”, mettendo “in discussione la logica stessa della rappresentanza politica”; ciò, in considerazione del fatto che affidare l’elaborazione di forme di vita alternative a quelle imposte dalle pratiche neoliberiste a partiti, a tecnici e ad esperti, significherebbe “rendere sterile la pretesa di costruire una vera alternativa o, peggio, finirebbe col portare acqua al mulino del neoliberismo”.
Senza il ricorso alla logica della rappresentanza, diventerebbe allora prioritario, per Dardot e Laval, chiedersi come unificare e concentrare le diverse forze di opposizione al neoliberismo, nella consapevolezza che “le oligarchie sono strutturate da mille legami di socialità e salde forme organizzative”. In considerazione di tutte le difficoltà che dovranno superare, le forze antagoniste del neoliberismo accuseranno certamente una “grande difficoltà a concepire e a mettere in pratica una politica mondiale alternativa”.
Nel perseguimento dell’obiettivo di unificare e concentrare le forze antagoniste, Dardot e Laval rifiutano le strategie sinora elaborate, ovvero quella della realizzazione spontanea del “comune”, avanzata da Michael Hardt e Toni Negri, e quella di Ernesto Laclau sull’“unificazione simbolica” delle forze di opposizione intorno ad un individuo scelto come leader: la prima, perché riduce il superamento dello status quo attraverso un processo spontaneo inglobante in modo arbitrario tutte le dimensioni della vita; la seconda, perché risulta problematica l’idea di poter conciliare l’identificazione delle forze di opposizione a un “capo con le esigenze della democrazia”; quest’ultima, infatti, implica una “messa a distanza” dei dirigenti di qualsiasi organismo rappresentativo, dovendosi preferire in sua vece “l’esercizio di un controllo effettivo e diretto dell’attività di opposizione da parte dei cittadini”. Si tratta, quindi, di realizzare l’unificazione e la concentrazione delle forze di opposizione attraverso l’adesione all’idea che a reagire sia direttamente la società, intesa come unità organica escludente qualsiasi forma di pluralismo.
Per quanto riguarda la realizzazione del coordinamento delle forze di opposizione al neoliberismo sul piano internazionale, Dardot e Laval ritengono che essa dipenda dalla possibilità di “costruzione di un blocco democratico internazionale”, che non sia un “cartello di partiti, ma l’insieme delle “innumerevoli forze politiche, organizzazioni sindacali, associative, ambientali, intellettuali e culturali”; queste dovrebbero impegnarsi sul piano locale, nazionale e internazionale per organizzare la lotta contro l’oligarchia sulla base di una piattaforma comune di rivendicazioni, nella quale la dimensione internazionale non “sarebbe affatto l’aggiunta secondaria di una lotta nazionale, bensì il suo tratto costitutivo”.
Solo attraverso il blocco democratico internazionale delle forze contrarie all’ideologia neoliberista, sarà possibile opporsi all’avversario oligarchico; se l’internazionalizzazione dell’opposizione dovesse avere successo, concludono Dardot e Laval, potrà essere immaginata una federazione mondiale, “non di diversi partiti nazionali, ma di coalizioni democratiche capaci di combinare l’azione politica a diverse scale e l’istituzione dei comuni, base concreta dell’alternativa”.
L’idea di sconfiggere l’ideologia neoliberista attraverso la costruzione di un “blocco internazionale” di forze democratiche, non è nuova e presenta gli stessi limiti delle proposte da altri avanzate e che Dardot e Laval rifiutano. Anche Michael Hardt e Toni Negri fanno diretto riferimento all’”istituzione di comuni”; essi però mancano di indicare le procedure organizzative delle quali non potrebbero fare a meno, facendo esclusivo affidamento su una presunta autosufficienza dello spontaneismo della “moltitudine” protestataria sparsa per il mondo. D’altra parte, una struttura organizzativa come quella suggerita da Ernesto Laclau sarebbe indispensabile per organizzare la protesta globale e per indirizzare democraticamente l’opposizione alla forma che il neoliberismo ha impresso alla globalizzazione; essa, però, non dovrebbe avere i connotati suggeriti dallo stessi Laclau.
Perché la prospettiva d’azione contro gli esiti dell’ideologia neoliberista proposta da Dardot e Laval possa avere successo, non è sufficiente l’organizzazione informale di un’opposizione spontanea dal basso; occorre che questa azione sia inquadrata all’interno di una cornice istituzionale. A tal fine, ciò che le forze di opposizione alla globalizzazione neoliberista devono accettare è che, con la formazione dell’economia-mondo, l’antico Stato-nazione ha perso i suoi originari confini, senza però che sparisse la nazione (intesa come popolo), che ne era un elemento costitutivo. In altri termini, le forze volte a contrastare la globalizzazione neoliberista devono interiorizzare il convincimento che ciò che esse contestano non è, come pensano i neoliberisti, un esito necessario del processo storico, ma un esito non spontaneo, imposto da oligarchie sopranazionali che hanno agito ai danni delle singole nazioni, dopo averle private delle difese originariamente garantite dal perduto esoscheletro rappresentato dallo Stato-nazione.
Per avere successo a livello globale, le forze di opposizione alla globalizzazione neoliberista devono considerare le loro nazioni come gli elementi fondativi di una struttura federata universale, regolata da un “governo mondiale”, realizzato attraverso la loro cooperazione. In tal modo, le forze di opposizione presenti all’interno delle singole nazioni potranno approfondire la loro collaborazione a livello globale, in considerazione del fatto che gli Stati-nazione, confluiti nello Stato-mondo non sono più delle particolari entità autonome, ma parti di un’unica struttura istituzionale federalistica, incorporante una “comunità globale”.
Le forze di opposizione al neoliberismo potranno così assumere che il benessere di ciascuna comunità nazionale non possa prescindere da una regolazione del mercato mondiale, al fine di evitare che i rapporti economici internazionali siano tradotti dalle oligarchie mondiali in un eccessivo condizionamento ai danni delle comunità nazionali economicamente più deboli.
Nonostante l’identica percezione del processo di globalizzazione degli Stati-nazione come esito del processo storico, le forze di opposizione, potranno giustificare, riguardo al modo in cui i rapporti economici internazionali vanno governati, la loro diversa posizione rispetto ai neoliberisti; si tratterà di una posizione che considera regolabile lo spontaneismo di mercato, grazie a un insieme di pratiche poste in essere da istituzioni globali e idonee a contrastare gli assunti neoliberisti, secondo cui, sia la democrazia, sia i diritti umani sarebbero causa di inefficienza del funzionamento dell’economia-mondo e che costituirebbero l’impedimento a ogni processo innovativo.

Gianfranco Sabattini

Manuale di manutenzione per il capitalismo verso l’autodistruzione

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Andrew Spannaus, analista americano residente in Italia, specializzato in geopolitica e macroeconomia, ha pubblicato su l’”Espresso” n. 28 l’articolo “Capitalismo. Manuale di manutenzione”, cui fa da spalla un’intervista, rilasciata dal sociologo-economista tedesco Wolfgang Streeck, anch’essa pubblicata sullo stesso periodico, col titolo “Morirà per overdose”. Nell’intervista, il sociologo-economista, rincarando le critiche dell’analista americano nei riguardi del modo capitalistico di gestire l’economia globale, formula un giudizio poco rassicurante sull’evoluzione futura del capitalismo, in quanto, a suo parere, l’ultima crisi ha messo in evidenza che il prevalente modo di produrre dei Paesi democratici economicamente avanzati è vittima di “una dinamica endogena di autodistruzione”, esposto al rischio di una “possibile morte per overdose da sé stesso”. Quali le cause?

A parere di Spannaus, la causa prima della crisi attuale del capitalismo deve essere rinvenuta nell’egemonia acquisita dai mercati finanziari e dalle procedure con cui questi hanno conformato alla loro logica di funzionamento l’allargamento e l’approfondimento della globalizzazione. L’egemonia dei mercati finanziari è stata la conseguenza dell’affermarsi dell’ideologia del “libero mercato”, condivisa dalle forze politiche democratiche di ogni orientamento; secondo questa ideologia, il mercato senza regole e vincoli è espressione del sistema delle democrazie, ovvero del “sistema che garantisce la libertà contro le dittature più o meno evidenti”. La condivisione di questo assunto ha radicato il convincimento che mettere in discussione il capitalismo significhi “mettere in discussione tutto”, per cui deve essere intrapreso e giustificato ogni sforzo volto alla difesa delle “democrazie liberali occidentali dalle forze del male, non solo esterne, ma sempre di più interne alle nostre società”.

Se la democrazia, e con essa la libertà, posta a fondamento del liberalismo, che premia i liberi mercati, ma depotenzia gli Stati, devono giustificare, attraverso la guerra, l’esportazione del modello organizzativo politico prevalente all’interno di Paesi ad economia di mercato, allora – afferma Spannaus – c’è un “primo inganno” da disvelare, in quanto i valori della democrazia e della libertà non possono essere “manipolati da un establishment intento a garantire la continuazione della propria supremazia” non in linea con i valori dell’ideologia che lo stesso establishment ha fatto propria.

Ora, l’ideologia neoliberista viene criticata, non solo per via degli esiti indesiderati prodotti dalla globalizzazione e dell’egemonia dei mercati finanziari che l’hanno promossa, ma anche e soprattutto per l’incapacità dei governi di contrastare di tali esiti. Sono ormai passati dieci anni dallo scoppio della Grande Recessione, ma la stentata ripresa risulta caratterizzata da livelli salariali bassi, da un’alta precarietà delle posizioni lavorative e, quel più conta, da una difficoltà a creare nuove opportunità occupazionali.

A parere di Maurizio Ricci, autore dell’articolo “Il mistero dei salari perduti. Robot, part time e qualifiche basse rivoluzionano lavoro e compensi” (in “la Repubblica” del 12.7 corrente anno), il problema della riduzione del monte salari “costituisce il thriller dell’estate”, perché mai “nell’economia moderna, era successo che una recessione finisse e il risultato non si vedesse nell’aumento dei salari”. Senza la spinta dei salari, manca lo stimolo dell’inflazione, mentre la deflazione mostra di persistere, aggravando maggiormente il fenomeno di una stagnazione pervasiva. Tale stato di cose induce a pensare che la debole ripresa, che caratterizza le economie colpite dagli effetti peggiori della crisi, in prospettiva non possa rafforzarsi; ciò perché – afferma Ricci –“il 70% dell’economia moderna è fatto di consumi”, per cui, se manca il potere d’acquisto per poterli effettuare, i sistemi economici stentano a riguadagnare la normalità.

Secondo il dibattito in corso a livello mondiale, il fenomeno della riduzione del potere d’acquisto è imputabile al fatto che coloro che sono responsabili dell’affermazione dell’ideologia neoliberista non sono stati all’altezza di prevedere e, conseguentemente, di prevenire gli effetti del diffondersi della globalizzazione attraverso il contino approfondimento capitalistico delle attività produttive. Queste modalità di allargamento della globalizzazione sono responsabili – ricorda Ricci – dei tre quarti del declino del contributo del lavoro sul PIL prodotto in Paesi come l’Italia e la Germania. Gli effetti dell’approfondimento tecnologico sono forse più gravi dell’allargamento della globalizzazione, come sta a dimostrare la previsione che quest’anno le imprese della robotica tedesca aumentino il proprio fatturato del 7%, a fronte del quale, però, si prevede che per ogni robot che “entrerà in fabbrica saranno cancellati sei posti di lavoro”: tre dentro la fabbrica e tre tra le attività dell’indotto.

La previsione è confermata dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che raccoglie tutti i Paesi economicamente sviluppati; l’organizzazione ha analizzato l’impatto negativo dello sviluppo tecnologico sul mercato del lavoro, appurando che i salari, ormai non più collegati all’andamento della produttività, per un terzo sono diminuiti perché i posti di lavoro perduti nell’industria manifatturiera sono stati sostituiti da posti di lavoro nel settore dei servizi a basso valore aggiunto; mentre, per altri due terzi sono diminuiti a causa della sostenuta riduzione dei posti di lavoro un tempo ricoperti da quella che solitamente era indicata come “classe media”, quasi totalmente scomparsa, con effetti negativi, non solo sul piano economico, ma anche si quello politico.

Il dibattito internazionale individua la causa della contrazione del potere d’acquisto, che un tempo sosteneva la domanda finale dei sistemi economici avanzati, non solo nel fatto che “le imprese svuotano i posti ben pagati e li sostituiscono con un software, con un part time o con uno stipendio più basso”; ma anche nel comportamento delle grandi imprese, operanti a livello internazionale, che aumentano la loro dimensione attraverso l’”assorbimento” di quelle più piccole a più alta intensità di lavoro, estendendo pure a queste ultime la loro stessa logica organizzativa interna, risparmiatrice di posti di lavoro.

La riduzione del monte salari viene connessa dunque alla continua diminuzione di posti di lavoro, ma viene accentuata dalle disuguaglianze distributive, un fenomeno quest’ultimo, valutato tanto grave da indurre il sociologo economista Wolfgang Streeck a prevedere che il capitalismo sia destinato a morire “per over dose da sé stesso”. Ciò perché, secondo Streeck, la crisi che affligge il capitalismo attuale “non è un fenomeno accidentale, ma il culmine di una lunga serie di disordini politici ed economici che indicano la dissoluzione di quella formazione sociale che definiamo capitalismo democratico”; il suo manifestarsi corrisponde al processo col quale il capitalismo si è liberato dai “lacci e laccioli” con cui si era tentato di “addomesticare” gli “animal spirit” di keynesiana memoria dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Questo processo ha liberato l’economia capitalistica dal keynesismo del dopoguerra, per trasformarla in un’economia opposta, “di stampo hayekiano, che punta – afferma Streeck – alla crescita attraverso la redistribuzione dal basso all’alto, non più dall’alto al basso”. Si tratta di una transizione che produce una democrazia azzoppata dal libero mercato, che ha ribaltato il patto sociale post-bellico che aveva consentito alla democrazia di regolare il funzionamento del mercato.

Il capitalismo democratico del dopoguerra aveva trovato un proprio equilibrio, conciliando gli interessi del capitale con quelli del lavoro; ma negli anni Settanta, interrottasi la crescita, complici le crisi, inizialmente dei mercati delle materie prime e di quelli delle valute, ma proseguite negli anni successivi, il conflitto tra capitale e lavoro è stato affrontato attraverso espedienti politici, quali inflazione, debito privato e debito pubblico; tali espedienti, però, sono serviti al capitalismo, non già per riformarsi, ma solo per “guadagnare tempo, peraltro divenuti nel tempo “problemi di per sé”.

La prima crisi è degli anni Settanta, quella dell’inflazione globale, alla quale ha fatto seguito la crisi dovuta all’esplosione del debito pubblico, negli anni Ottanta, e quella dovuta all’indebitamento privato degli anni Novanta, culminata poi con la crisi dei mercati immobiliari americani dei subprime, che ha dato luogo alla Grande Recessione iniziata nel 2007/2006. Da quattro decenni – osserva Streeck – lo stato di crisi dell’economia dei Paesi democratici economicamente avanzati è diventato la norma; ma lo è diventato anche per il capitalismo inteso come “ordine sociale”, i cui principali sintomi dei mali che lo affliggono sono il declino della crescita, l’aumento dell’indebitamento e la crescente disuguaglianza; a questi si aggiungono – afferma Streeck – “cinque disordini sistemici: la stagnazione, la redistribuzione oligarchica, il saccheggio del dominio pubblico, la corruzione e l’anarchia”.

Esiste un rimedio ai mali del capitalismo? Secondo Sreeck, il fatto che il capitalismo sia finora riuscito a sopravvivere alle previsioni della sua fine, non significa che possa continuare a farlo indefinitamente; il suo salvataggio è sempre stato realizzato attraverso un costante lavoro di “manutenzione”. Oggi, però, le tradizionali forze che l’hanno sempre supportato sono depotenziate, per cui il capitalismo si trova in uno stato di “coma cosciente”, che lascia presagire una sua morte, in quanto esso (il capitalismo) è “divenuto più capitalistico di quanto gli sia utile. Perché ha avuto troppo successo, sgominando quegli stessi nemici che in passato lo hanno salvato, limitandolo e costringendolo ad assumere forme nuove”; in altre parole, Streeck ritiene che il capitalismo debba la sua agonia attuale al fatto di avere avuto troppo successo, che lo ha condotto ad essere vittima di una “dinamica endogena di autodistruzione, a una morte per overdose da sé stesso”, appunto.

La fine del capitalismo non avverrà improvvisamente, ma sarà l’esito di un lungo processo di trasformazione, durante il quale, sempre a parere di Streeck, i Paesi che ne saranno colpiti vivranno un periodo “di entropia sociale e di disordine”. Per contrastare il disordine e contenere i costi sociali del processo di trasformazione del capitalismo, sarà forse necessario ridimensionare la globalizzazione e semplificare – come afferma Spannaus – la “catena di valore” che attualmente la giustifica: cioè, ridimensionando i flussi di beni intermedi che a livello globale costituiscono una parte importante degli scambi commerciali. “Molti beni sono prodotti non in un singolo Paese, ma passano più luoghi nel percorso di realizzazione”. L’accorciamento della “global supply chain”, a vantaggio delle singole economie nazionali, potrà garantire maggiori opportunità socio-politiche, ma anche comportare maggiorazioni dei prezzi dei beni consumati, compensate queste ultime dal fatto che prezzi bassi non sono necessariamente indicatori di benessere, essendo, al contrario, il “motore” che promuove a livello internazionale l’approfondimento capitalistico delle imprese, quindi causando disoccupazione tecnologica e difficoltà nella creazione di nuovi posti di lavoro.

Per i Paesi europei, perché il processo di trasformazione del capitalismo risulti meno costoso in termini sociali, occorrerebbe rendere meno globale il processo di integrazione nel mercato mondiale delle economie nazionali; a tal fine, a parere di Streeck, non sarà possibile fare affidamento sull’Europa, poiché non vi è alcuna disponibilità da parte degli establishment di ritornare alla “socialdemocrazia europea”, come sta a dimostrare la conclusione dell’ultimo G20 di Amburgo. Il tema all’ordine del giorno consisteva nello stabilire come assicurare una migliore “forma a un mondo interconnesso”; rispetto a questo tema, però, i rappresentanti dei Paesi europei si sono solo impegnati a dare sicura attuazione alle riforme neoliberali all’interno dei propri Paesi. Ciò significa che non sarà possibile attendersi un governo europeo, socialmente condiviso, dell’eventuale processo di trasformazione del capitalismo.

Il ritorno alla “socialdemocrazia europea”, perciò, non varrebbe a garantire una governance democratica del disordine connesso al processo di trasformazione del capitalismo; dalla riunione di Amburgo è emerso che la futura governance europea dell’evoluzione del capitalismo sarà solo complementare al governo dell’Eurozona, strumentale al mantenimento delle attuali forme assunte dalla globalizzazione, causa della crisi del capitalismo e non già di una crescita globale qualitativamente più condivisa, accompagnata dalla creazione di più alti livelli occupazionali.

Gianfranco Sabattini

 

W. J. Baumol, R. E. Litan
e C. J. Schramm. Capitalismo: pregi e difetti

lavoratoriIl capitalismo non ha una forma standard; esso non esprime un’uniforme organizzazione o qualcosa rappresentata da una rigida e universale struttura formale. Al contrario, come spiegano in “Capitalismo buono. Capitalismo cattivo. L’imprenditorialità e i suoi nemici” tre famosi economisti, William J. Baumol, Robert E. Litan e Carl J. Schramm; nel loro libro, gli autori delineano quattro forme di capitalismo e il loro impatto sulla crescita economica, ma evidenziano anche che fra i paesi che tutti non avrebbero difficoltà a definire capitalistici esistono “profonde differenze per quanto concerne l’organizzazione dell’economia, il ruolo economico dello Stato e una serie di altri attributi”.
Alcune economie capitalistiche sono prossime a forme socialistiche, mentre altre sono molto meno regolamentate. Tutte hanno un profondo impatto sul sistema economico ed è questo, secondo gli autori, il motivo per cui non è adeguato ricondurre le varie forme in cui il capitalismo può essere coniugato ad un’unica categoria; occorre, al contrario, tenere distinte le diverse forme di produzione capitalistica che supportano la crescita dei paesi al cui interno si sono storicizzate.
Gli autori classificano le economie dei diversi paesi capitalistici in quattro categorie: la prima include le economie il cui “capitalismo è diretto dallo Stato”, con il governo impegnato a “guidare” il mercato per sostenere particolari attività produttive, nella prospettiva di farne delle attività dominanti; la seconda include le economie il cui “capitalismo è oligarchico”, con la maggior parte del potere decisionale e della ricchezza disponibile detenuta da piccoli gruppi di individui; la terza comprende le economie del “capitalismo delle grandi imprese” (big firm capitalismo), con le attività economiche più importanti svolte da “gigantesche imprese consolidate”; nella quarta categoria, infine, rientrano le economie del “capitalismo imprenditoriale”, caratterizzato dal fatto che in esse le “piccole imprese innovative svolgono un ruolo significativo”.
Tutte le economie delle varie forme di capitalismo, sottolineano gli autori, hanno in comune il solo fatto di riconoscere il diritto alla proprietà privata dei mezzi di produzione; riguardo all’organizzazione ed alle modalità di funzionamento, esse sono invece molto diverse. Non vi è, dunque – affermano Baumol, Litan e Schramm – “un unico tipo di capitalismo dominante, né nell’insieme delle economie, né al loro interno, né nel tempo. Le economie possono dare luogo – come di fatto avviene – a combinazioni dei vari tipi di capitalismo, che variano nelle diverse fasi della loro storia”.
Anche le economie pre-capitalistiche, sottolineano gli autori, possono essere ricondotte ad una delle quattro forme di capitalismo precedentemente indicate, sebbene accada che in esse manchino del tutto le istituzioni che sono proprie del modo di produrre capitalistico. Ciò nondimeno, gli stessi autori ritengono che l’insieme delle osservazioni che essi considerano più conformi a supportare la crescita delle economie capitalistiche valga anche per quelle precapitalistiche.
Nel descrivere i caratteri delle economie classificate nelle quattro categorie considerate, gli autori avvertono di avvalersi degli output, osservabili in quanto già conseguiti, piuttosto che gli input richiesti per ottenerli, in considerazione del fatto che è molto difficile stabilire le misure idonee a condurre a quegli output.
Il capitalismo diretto dallo Stato, esiste nei Paesi nei quali è lo Stato a dirigere l’economia, per cui sono i governi e non gli investitori privati a stabilire quali attività economiche devono essere costituite e potenziate; malgrado ciò, il sistema economico nel suo complesso, con l’eccezione di alcune piccole attività, ha natura capitalistica, perché lo Stato riconosce i diritti di proprietà e quelli che discendono dai contratti, mentre i mercati stabiliscono i prezzi dei beni e dei servizi prodotti e il livello dei salari della forza lavoro occupata. I governi, nel capitalismo diretto dallo Stato, possiedono diversi mezzi per dirigere la crescita del sistema economico; uno dei più importanti, se non il più importante, è la proprietà pubblica o il controllo pubblico del sistema delle banche, che esprime in tutte le forme di capitalismo, salvo qualche eccezione, il “canale” necessario a trasferire le risorse dai risparmiatori agli investitori. Anche se le banche non sono di proprietà pubblica, nelle economie del capitalismo diretto dallo Stato i governi possono, in ogni caso, imporre agli istituti di credito di rispettare le loro direttive, per mezzo di “energiche forme di ‘persuasione’”.
I paesi nei quali prevale il capitalismo diretto dallo Stato sono nella maggior parte quelli del Sud-Est asiatico, con in testa la Cina, e fuori dall’Asia, almeno in parte, la Russia. Si potrebbe essere tentati, osservano gli autori, di assimilare il capitalismo diretto dallo Stato al sistema di conduzione dell’economia mediante il metodo della pianificazione dal centro; tra le due forme di governo del sistema, però, esiste una sostanziale differenza: nelle economie pianificate dal centro, lo Stato non soltanto sceglie le attività produttive che devono essere privilegiate, ma è anche titolare della proprietà dei mezzi di produzione. Esso inoltre stabilisce i prezzi dei beni e dei servizi prodotti ed i salari della forza lavoro occupata, riservando scarsa considerazione per i bisogni dei consumatori.
Il capitalismo diretto dallo Stato può avere molto successo, come stanno a dimostrare i risultati conseguiti dalle “tigri asiatiche”, soprattutto dalla Cina, ma anche dall’India. Le cause del successo, a parere degli autori, possono essere comprese, se si considera che le economie dirette, prima della loro grande performace in termini di crescita, erano molto distanti dalla “frontiera tecnologica”; è bastato trovare il modo di accedere alla tecnologia estera e combinarla con i bassi costi della loro forza lavoro per riuscire ad inserirsi sulla via di una crescita sostenuta. Il capitalismo diretto dallo Stato non è però esente da rischi, il principale dei quali, oltre alla corruzione, è quello di dipendere dalla tecnologia estera; ciò non è privo di conseguenze. Quando le economie sono prossime alla frontiera tecnologica accusano l’incapacità – affermano gli autori – di “escogitare” innovazioni radicali e soprattutto di “incanalare” le risorse dalle attività a basso rendimento verso quelle più rimunerative.
Il capitalismo oligarchico è quello che ricorre nelle economie nelle quali le politiche pubbliche mirano prevalentemente a promuovere e a tutelare gli interessi di gruppi sociali ristretti; esso prevale in buona parte dell’America Latina, negli Stati nati dalla disgregazione dell’ex URSS e in molti Stati del Medio Oriente arabo e dell’Africa. All’interno delle economie oligarchiche, i governi e i gruppi dominanti possono anche avere interesse a promuovere la crescita, ma solo come “obiettivo marginale”, normalmente perseguito per impedire possibili rivolte popolari, o accrescere l’accumulazione nazionale per incrementare le loro acquisizioni senza merito.
In generale, dal punto di vista dell’interesse generale, le economie capitalistiche oligarchiche sono caratterizzate da aspetti tutti negativi; uno è rappresentato dalla molto squilibrata distribuzione del reddito e della ricchezza. Ggli altri aspetti negativi sono l’affermarsi di un’economia informale e la pervasività della corruzione; le economie del capitalismo oligarchico sono “infestate” da attività che, pur non essendo vietate, sono svolte senza la totale osservanza delle leggi vigenti; per questo motivo le attività informali vanno distinte da quelle illecite, anch’esse extralegali, ma proibite perché dannose per la conservazione della coesione sociale.
Gli autori sono del parere che i gruppi dominanti sono di solito responsabili dei bassi ritmi di crescita delle economie oligarchiche, anche per via del fatto che essi non hanno interesse a vedere aumentata la concorrenza che potrebbe originare dall’emersione delle attività informali nel mondo di quelle formali. Le economie oligarchiche soffrono anche di una persistente corruzione, ancora più diffusa di quella che si verifica nelle economie del capitalismo diretto dallo Stato; benché, osservano gli stessi autori, la corruzione non sia del tutto sconosciuta anche nelle altre forme di capitalismo. Nel complesso le economie oligarchiche non sono guidate dall’interesse alla crescita: nel caso peggiore sono governate da leader corrotti e, nel caso migliore, tendono a preservare la primazia economica dei gruppi dominanti.
Nel capitalismo delle grandi imprese, le attività produttive sono caratterizzare dalla presenza di un azionariato diffuso; i fondatori “sono usciti di scena”, perdendo il controllo effettivo dell’impresa. Tra gli azionisti sono spesso presenti, in qualità di azionisti dominanti, grandi investitori istituzionali (società di assicurazione, fondi pensionistici, fondazioni, ecc.) che demandano a menager professionali la conduzione delle imprese. In questa forma di capitalismo, presente negli Stati uniti, in Giappone e in altre economie avanzate sul piano economico, l’imprenditorialità svolge un ruolo marginale, nel senso che le grandi imprese di solito non si avvalgono dell’attività innovativa delle imprese di più piccola dimensione, controllate e gestite direttamente dai loro proprietari. Inoltre, il capitalismo delle grandi imprese è di natura oligopolistica; fatto, questo, che spiega perché le attività produttive siano assai poco innovative e dinamiche e di solito dispongano in proprio delle risorse delle quali hanno bisogno; ciò le rende autonome rispetto al mercato del credito.
Le grandi imprese oligopolistiche presentano però alcuni vantaggi, in quanto sono essenziali per le “produzioni di massa”; ciò non toglie che il capitalismo oligopolistico, ove manchi un’efficace controllo pubblico sulla posizione dominante delle grandi imprese nei mercati ove queste operano, tenda a risultare “sclerotico, restio a innovare e resistemate al cambiamento”, ai danni dei consumatori.
L’ultima categoria, quella del capitalismo imprenditoriale, include le economie caratterizzate dalla presenza di una pluralità di attività produttive in ogni segmento del mercato; in questa forma di capitalismo, presente in tutte le economie nelle quali il mercato è molto meno condizionato da vincoli pubblici e privati, prevale un alto livello di competitività tra le diverse attività produttive. Per non soccombere gli imprenditori sono propensi ad innovare incessantemente, al fine di aumentare la produttività delle risorse investite nei loro comparti di attività. Tenuto conto dell’importanza della propensione ad innovare, a parere di Baumol, Litan e Schramm, il merito del capitalismo imprenditoriale è quello “di mettere a frutto i talenti di molti individui”.
Sotto questo aspetto, gli stessi autori rilevano come ricerche sul campo abbiano consentito di constatare che l’imprenditore di una piccola-media attività produttiva guadagni meno del suo omologo manager di una grande impresa; ciò nonostante, questo minor guadagno è compensato dalla gratificazione psicologica derivante al piccolo-medio imprenditore dall’orgoglio di sentirsi autorealizzato. Questa considerazione, a parere degli autori, contribuisce a sua volta a spiegare perché gli imprenditori di piccola e media dimensione “sono avvantaggiati rispetto alle grandi imprese […]. È perché una porzione non irrilevante del suo ‘reddito’ è di natura psicologica che l’imprenditore fornisce innovazioni radicali a bassi costo. Spesso per la grande impresa è dunque più economico aspettare che siano gli imprenditori a sviluppare innovazioni radicali che poi possono essere rilevate”.
A parere degli autori, il capitalismo imprenditoriale è quello più idoneo a promuovere l’attività innovativa; sennonché, nessuna economia avanzata può avere sicure prospettive di crescita con i soli piccoli e medi imprenditori. Le grandi imprese restano decisive per trasformare in produzioni di massa le innovazioni del capitalismo imprenditoriale. Ogni paese che sia interessato a promuovere e a sostenere la crescita del proprio sistema economico dovrebbe, di conseguenza, fondare ogni politica pubblica sulla ricerca della combinazione ottimale tra le grandi imprese e quelle di piccola-media dimensione. Ciò significa che uno dei modi più efficaci per promuovere la crescita quando l’economia è tendenzialmente stagnante è quello di adottare politiche pubbliche idonee a spostare il tipo di capitalismo esistente verso un capitalismo dotato di una combinazione di imprese di differente dimensione; è, questa, a parere di Baumol, Litan e Schramm, la condizione utile ad attivare un “motore” per il sostegno di una “crescita più potente”.
Sulla base di queste ultime considerazioni, quali chance si offrono attualmente al nostro Paese, perché possa reinserirsi in una prospettiva di crescita più sostenuta di quella che da anni stenta ad abbandonare i ritmi molto bassi che la connotano? Se si considera che l’Italia, a cavallo della fine del secolo scorso e l’inizio di quello attuale, ha distrutto il polo pubblico della propria economia, in grado di assicurare i caratteri indispensabili del capitalismo delle grandi imprese, viene spontaneo chiedersi se i soli caratteri del capitalismo imprenditoriale, quale quello offerto dalla geografia dei distretti industriali, possa essere di per se sufficiente ad attivare il motore di una “crescita più potente” di quella ora possibile; è assai dubbio che i distretti industriali, pur dotati di eccellenze produttive, possano, da soli, rendere più ottimistiche le aspettative degli italiani.

Gianfranco Sabattini

Un’alternativa alla proprietà privata e pubblica

“Del comune o della Rivoluzione del XXI secolo” di Pierre Dardot e Cristian laval

“Del comune o della Rivoluzione del XXI secolo” di Pierre Dardot e Cristian laval

A fronte delle disuguaglianze e dello sfrenato individualismo dell’imperante neoliberismo dei sistemi economici capitalistici, cresce l’interesse e la militanza in favore del “movimento benicomunista”; ne fanno fede i numerosi saggi che appaiono sempre più di frequente sull’argomento. Nel loro recente libro, Pierre Dardot e Cristian laval (“Del comune o della Rivoluzione del XXI secolo”) sottolineano la necessità di favorire la costituzione di spazi istituzionali per il contenimento delle disuguaglianze, attraverso il rovesciamento dei rapporti di forza tra appropriazione esclusiva (privata o pubblica) e appropriazione sociale, al fine di rendere possibile la gestione e l’uso diretto dei beni comuni. Le critiche sinora formulate dal “movimento” contro i regimi proprietari vigenti non sembrano suggerire “buone pratiche accompagnate da un’ottima teoria” sull’uso e soprattutto sulla gestione di tali beni.

Uno dei problemi concernenti il discorso sui beni comuni è il fatto che la loro natura, il loro uso e la loro gestione sono ancora riconducibili ai principi che la teoria economica tradizionale ha elaborato con riferimento alla classe onnicomprensiva dei cosiddetti beni pubblici. Questi ultimi (o i servizi da essi resi) sono quei beni di proprietà dello Stato il cui consumo a livello individuale si riferisce al totale consumato dai componenti di un’intera comunità, secondo una condizione di “parità” e non di “somma”, come avverrebbe nel caso di beni di consumo privati.

In un sistema economico a decisioni decentrate, in cui coesistono (con esclusione dei cosiddetti beni d’uso civico, d’origine medioevale) “beni privati” e “beni pubblici”, non sempre sussistono le condizioni perché il mercato renda conveniente l’utilizzazione dei beni pubblici per la produzione di servizi secondo la quantità e la qualità desiderate dai consumatori. In questo caso, il mercato concorrenziale fallisce e ad esso supplisce lo Stato che, attraverso procedure istituzionali, provvede, in linea di principio, alla produzione e alla distribuzione dei servizi resi dai beni pubblici, con risultati tendenzialmente prossimi a quelli del mercato di concorrenza.

Esistono dei beni pubblici, i cosiddetti “beni pubblici di merito”, che forniscono servizi il cui consumo è “obbligatorio”. Ciò accade quando il livello minimo di consumo dei servizi resi da tale classe di beni è inferiore a un dato standard, per cause imputabili a “conoscenza imperfetta” o a “comportamenti opportunistici”; fenomeni, questi, che, quando si verificano e non sono rimossi, provocano un danno all’intera comunità di appartenenza dei consumatori.

La natura dei beni pubblici di merito non deriva tanto dall’obbligatorietà del consumo dei servizi resi, ma dal fatto che il consumo di questi avviene in presenza di “rapporti diretti e di reciprocità” tra tutti i consumatori, attraverso la percezione di “uno stato di bisogno indivisibile”, comune ad un’intera collettività di soggetti. In questo caso, ciascun consumatore, in condizioni di reciprocità, avverte il proprio stato di bisogno congiuntamente agli stati di bisogno degli altri. Questa “intercognizione” origina una “comunione di stati di bisogno”, rendendo appropriata per i beni che la soddisfano, l’espressione di “beni comuni”, indicati dal movimento benicomunista come categoria di beni d’uso collettivo alternativi ai restanti beni, sia privati che pubblici. Inoltre, se si considera che, nel caso dei servizi resi dai beni pubblici di merito, la “presenza meritoria” dello Stato non può “oscurare” l’autonomia valutativa dei consumatori riguardo alla quantità e qualità dei servizi consumati, l’omogeneità dei beni pubblici di merito rispetto ai beni comuni appare ancora più evidente.

Secondo il movimento benicomunista, l’accesso ottimale, libero e partecipato, alla fruizione dei servizi resi dai beni comuni sarebbe impedito dal condizionamento esercitato dalla “tenaglia letale” originata dall’asse fra lo Stato e la proprietà privata, sviluppatosi in modo sempre più esaustivo rispetto ad ogni alternativa alla modernità occidentale (Ugo Mattei, “La legge del più forte”; “Il benicomunismo e i suoi nemici”). A fronte di questa “tenaglia”, per realizzare il libero accesso ai servizi dei beni comuni è necessario rifiutare la tradizionale differenza tra pubblico e privato, senza però che gli stessi beni comuni siano “regolati” da una “terza via” istituzionale, in favore di un’”alternativa di sistema”. Ciò perché, con una possibile “terza via”, accadrebbe che la funzione dei beni comuni sia degradata dal passaggio da una definizione rivoluzionaria e innovativa ad una di per sé fallimentare, compatibile con un funzionamento del sistema sociale in cui il mercato ha reso omogeneo a sé lo Stato.

I beni comuni, veicolando una visione del mondo ed un’idea di società differente da quella evocata dai due concetti tradizionali di Stato e di mercato, non potrebbero essere salvaguardati da una prospettiva di azione politica finalizzata al perseguimento di una sviluppo perfettamente prefigurato dal mercato. Allo stato attuale, perciò, considerato il potere del mercato e la subalternità ad esso dello Stato, è necessaria, al contrario, un’azione politica locale e globale, sorretta da opportune riforme istituzionali.

Le critiche benicomuniste e le proposte suggerite per innovare l’attuale struttura istituzionale e produttiva dei sistemi sociali ad economia di mercato sono però poco realistiche e sono rese poco intelligibili dalle “spesse nubi” ideologiche che le avvolgono. In linea di principio, contro la critica radicale dei benicomunisti, si può osservare che il dominio attuale esercitato dal mercato sullo Stato non è irreversibile e che la sua reversibilità rende plausibile pensare ad una progettualità politica non ideologizzata.

All’interno dei sistemi sociali a decisioni decentrate, questa progettualità innovativa può essere realizzata attraverso una riforma dei sistemi proprietari vigenti: proprietà comune, proprietà statale e proprietà privata rappresentano un “continuum di regimi proprietari”; pertanto la convenienza al loro mutamento, per favorire – come affermano Dardot e Laval – la formazione di spazi nei quali sia possibile il governo diretto dei beni comuni da parte dei componenti una data comunità, può essere valutata ricorrendo all’”analisi economica del diritto”. Questo tipo di analisi costituisce un’importante integrazione dell’analisi economica, quando deve essere valutata la congruità delle relazioni tra il quadro istituzionale ed i comportamenti economici.

L’efficienza economica correlata ad un processo di cambiamento del quadro istituzionale dei sistemi sociali richiede che i diritti di appropriazione delle risorse siano strutturati e collegati ad un “sistema di premi e sanzioni” idoneo a motivare tutti gli operatori a realizzare un uso razionale delle risorse. Tutto ciò può avvenire a condizione che il cambiamento sia deciso all’interno di un quadro istituzionale fondato sulla regola democratica; un sistema sociale illiberale deve perciò precedentemente democratizzarsi, oppure uno Stato subalterno al mercato deve precedentemente affrancarsi.

In Italia, le critiche del movimento benicomunista sono state sinora formulate contro gli effetti della struttura giuridica proprietaria esistente; questa, in effetti, a causa dell’egemonia della logica capitalista, ha favorito un processo di privatizzazione delle risorse, strumentale rispetto alla ristrutturazione del capitalismo internazionale. A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, infatti, all’insegna del “terribile diritto” di proprietà privata, è stata realizzata la distruzione dell’economia pubblica e la privatizzazione di buona parte del patrimonio pubblico, col misconoscimento di alcuni dettati costituzionali che ne salvaguardavano la funzione sociale.

Di fronte a questo processo di privatizzazione, le critiche del movimento benicomunista si sono però limitate a sottolineare la necessità di “rovesciare” i rapporti di forza consolidatisi tra proprietà esclusiva (dei privati, prevalentemente) e proprietà comune; ciò al fine prevalente di ricuperare il mandato costituzionale, sulla base di proposte volte a garantire una maggiore equità distributiva, realizzata con l’allargamento dell’area dei beni comuni, ma senza coniugare tale obiettivo con l’esigenza di assicurare ai beni comuni l’efficienza nel loro uso e nella loro gestione.

Le critiche dei benicomunisti, perciò, potrebbero risultare alla fine sterili, rispetto al conseguimento dell’obiettivo di porre rimedio a tutte le disfunzioni connesse all’allargamento crescente della privatizzazione delle risorse. Tali critiche, infatti, appaiono essere quasi delle “scatole vuote”, utili solo a mobilitare sul piano ideologico l’opinione pubblica contro gli esiti negativi della logica capitalistica; ciò perché esse sono prevalentemente orientate contro gli esiti indesiderati del funzionamento dei sistemi capitalistici attuali, senza contemporaneamente prospettare in che modo, una volta costituita, la categoria dei beni di proprietà comune può essere salvaguardata dal rischio di “subire le pene” della “tragedia dei commons”, sottraendola al pericolo d’essere esposta, alternativamente, a sovra-consumo o a sottoutilizzazione, con pregiudizio degli stati di bisogno dei loro potenziali fruitori.

Gianfranco Sabattini

 

 

Come insegnare
a “diventare se stessi”

libro AttaliIn un periodo storico in cui si succedono fenomeni incontrollabili, quali disoccupazione, precarietà, incertezza e instabilità nelle relazioni internazionali, alle persone comuni non rimane che rassegnarsi e lamentarsi; a fronte di tutto ciò occorre che gli uomini contrappongano una svolta alla propria esistenza, senza attendere l’intervento dello Stato, delle banche, delle imprese, delle famiglie, dei preti e di tutti coloro che pretendono di sapere quale sia il loro bene e quello delle società in cui essi vivono. Per smettere di conservarsi nella condizione dei «rassegnati-reclamanti», secondo Jacques Attali, noto economista, saggista e banchiere francese, in “Scegli la tua vita”, gli uomini devono intraprendere un cammino possibile, da percorrersi in cinque “tappe”, per acquisire ciò che è alla loro portata, ovvero «diventare se stessi».

Attali, ripercorrendo le esperienze vissute in questo senso da tanti personaggi noti, invita tutti a riscoprire la responsabilità individuale; ciò perché la “crisi economica ha provocato un’attesa sproporzionata nei confronti della politica”, ma un Paese “non sopravvive se non ispira nei suoi abitanti il desiderio di autonomia”. Secondo Attali, se gli uomini rinunciano a diventare se stessi, è inevitabile una crisi globale, con Stati costretti allo smantellamento a causa del debito, di burocrazie sclerotizzate e di leader senza coraggio. L’alternativa esiste – afferma Attali – ed è sintetizzabile nell’invito che egli rivolge a chi leggerà il suo libro: “In un mondo terribile, dove tutto sembra volgere al peggio, è arrivato il momento di prendere in mano la propria vita senza aspettarsi più niente da nessuno”; occorre avere il coraggio di rimettersi in discussione, di fare vacillare l’ordine costituito, per acquisire la propria autonomia decisionale e valutativa. Il mondo, secondo il pensatore francese, è diventato un luogo pericoloso e gli anni a venire lo renderanno ancora più pericoloso: “Stati, imprese e privati non hanno più prospettive di crescita; di conseguenza, per difendere il loro status, minacciato da ogni parte, vivono sempre di più a credito, sulle spalle delle generazioni passate, di cui saccheggiano l’eredità, e delle generazioni future, di cui consumano il patrimonio”.

Di fronte a questa situazione, i politici e gli imprenditori si limitano a gestire il presente e a porre rimedi temporanei alle falle del sistema. Per raggiungere l’obiettivo di diventare se stessi, Attali propone a ognuno di scommettere di poterlo conseguire pur in assenza della certezza di poter raggiungere la meta finale, considerato che, in caso di insuccesso, non avrà nulla da perdere: se l’obiettivo sarà raggiunto, il soggetto sarà ricompensato; nel caso opposto, non sarà chiamato a pagare alcun costo. Una tale scommessa non è facile da effettuare, in quanto per millenni, in nome delle divinità, principi e preti hanno dominato sugli uomini. “Ancora oggi, il destino di quasi tutti gli esseri umani […] dipende da forze schiaccianti, visibili o invisibili, materiali o immateriali, economiche o ideologiche, finanziarie o politiche, religiose, militari o climatiche; dalla benevolenza degli altri, dai loro desideri, dalle loro follie, dalla loro violenza o dalla loro indifferenza”. Il sottrarsi dall’influenza altrui consentirà la creazione di uomini liberi che aiuteranno altri a “diventare sé”, a fronteggiare il “Male” incombente e fare del proprio Paese, se non un paradiso in terra, quanto meno un ambiente vivibile. Per raggiunger questo traguardo, secondo Attali, occorre che gli uomini trovino “il coraggio di affrontare il percorso salvifico della solitudine”.

Nonostante il “Male” sia alle porte (crisi economica, svilimento delle istituzioni, crisi demografica, devastazione ambientale, ecc.), i politici continuano a comportarsi come se la sua eliminazione dipendesse da loro; continuano a proporre programmi, si impegnano a migliorare le condizioni ambientali, a ridurre le disuguaglianze, a creare nuovi posti di lavoro e a rilanciare la crescita del sistema economico. Di fronte a tutte queste promesse, continuamente disattese, molte persone non sono più disposte soltanto ad indignarsi; esse sono anche decise a “prendere in mano il proprio destino e a darsi da fare, perché il desiderio di diventare se stessi è divenuto la più grande ambizione per “decine, centinaia di milioni di persone che riflettono, esprimono, e provano a realizzare questa condizione”.

Com’è possibile che gli uomini possano diventare se stessi? Attali indica il percorso ideale da compiere, suddiviso in cinque tappe: per prima cosa, essi dovranno prendere coscienza della propria alienazione, causata dalle costrizioni imposte alla loro vita dalle circostanze e dagli altri; in secondo luogo, occorrerà che interiorizzino il convincimento di aver diritto ad una vita “bella e buona, a giorni belli e buoni”; in terzo luogo, gli uomini dovranno accettare la propria solitudine, senza attendersi alcun aiuto da altri, nemmeno da coloro che essi amano; in quarto luogo, essi dovranno convincersi che non sono condannati alla propria mediocrità, diventando consapevoli d’essere dotati di risorse specifiche; infine, dopo aver percorso le prime quattro tappe, potranno impossessarsi del proprio destino.

Secondo Attali, una volta acquisita la sovranità su se stessi, gli uomini, se disoccupati, anziché aspettare un’offerta, dovranno crearsi la loro impresa; se invece sono stipendiati e il loro impiego è precario, noioso e alienante, occorrerà che “inventino” un nuovo modo di svolgerlo, oppure che si licenzino per dare vita ad un’attività autonoma. Se quello che si consuma non è di proprio gradimento, occorrerà rifiutarlo, per passare a consumare prodotti che non dipendano dagli altri. Se si desidera gestire il proprio patrimonio, lo si dovrà fare in modo tale che il suo accrescimento dipenda il meno possibile dagli altri. Se uomini di governo, occorrerà che essi agiscano considerando il mondo loro ostile, oppure indifferente; e volendolo cambiare, dovranno affrontare l’impresa, da un lato, senza aspettarsi nulla dalle generazioni precedenti né da quelle future e, dall’altro lato, senza nutrire fiducia nei partiti e nei sindacati esistenti. Tutto ciò dovrà essere posto in essere da uomini consapevoli di non poter “diventare sé”, qualora il loro Paese accetti lo stato di abbandono in cui versa, ignorando che gli è preclusa la sopravvivenza, se non ispira nei propri cittadini il desiderio di autonomia. Un Paese siffatto non riuscirà a risollevarsi se non quando “un personale politico differente da quello attuale oserà battersi per liberare tutte le possibilità creative”.

Attali afferma ancora che tutti gli uomini che decideranno di accogliere la sua proposta dovranno “restare vigili”; ciò perché, il mercato, una delle massime istituzioni del mondo contemporaneo, cercherà, attraverso gli espedienti sofisticati dei quali è dotato, di dirottare l’aspirazione degli uomini di diventare se stessi; infatti, il sistema al servizio del quale il mercato opera, il capitalismo, intercettando questa aspirazione, cercherà di estinguerla con lusinghe e promesse, ma “trasformando gli uomini in cose lavoranti e consumanti, pure fonti di profitto”. Questo processo, conclude Attali, è già in atto, “non perché esista un complotto che lo organizzi o lo promuova. Ma perché il corso naturale del mercato porta quest’ultimo ad anticipare meglio di qualunque altro sistema, in particolare meglio della politica, i bisogni delle persone per trasformarli in merce”.

Sull’accoglibilità delle sua proposta, Attali si dichiara non pessimista, perché ritiene che l’effetto perverso del capitalismo, con la trasformazione progressiva degli uomini in esseri alienati, non sia inesorabile; egli considera invece possibile, da un lato, una loro resistenza al processo che li degrada e, dall’altro lato, anche se ridotti a “rassegnati-reclamanti”, che la loro coscienza abbandoni il cervello e che la “smaterializzazione delle coscienza di sé” sia l’ultimo rifugio della libertà, da cui gli uomini potranno, prima o poi, intraprendere il cammino per diventare se stessi.

L’invito di Attali è emotivamente coinvolgente, perchè rispondente in pieno a quanto sarebbe opportuno che gli uomini facessero, in luogo di una classe politica inetta, di fronte all’incipiente “Male” del mondo, da molti considerato irreversibile; esso tuttavia pecca di un eccessivo idealismo e di un’eccessiva astrattezza: per diventare se stessi, gli uomini non hanno bisogno di radicali rivolgimenti istituzionali e comportamentali; hanno solo bisogno di cambiare il loro prevalente atteggiamento nei confronti di chi li governa. A tal fine, sarebbe sufficiente, oltre che immaginare un mondo migliore, pretendere con forza di prendere parte al cambiamento. In altri termini, parafrasando un’affermazione di John Fitzgerald Kennedy, il presidente americano ucciso nel 1963, per diventare se stessi, agli uomini basterebbe, almeno nei Paesi democratici, cessare di chiedere alla classe politica cosa può fare per loro e iniziassero invece a domandarsi cosa loro possono fare per il Paese al quale appartengono; consapevoli però, a tal fine, di dover usare il loro voto in modo responsabile, quindi licenziando i politici corrotti e opportunisti e impedendo che gli organi istituzionali decisionali siano espressi su basi maggioritarie.

Gianfranco Sabattini

Per una Bad Godesberg socialista

Il socialismo europeo ha urgente bisogno di una risistemazione politico-ideologica. Ma non per diventare un’altra cosa; ma, al contrario, per ricostruire, su nuove basi e, certo, anche con nuovi strumenti, un rapporto vitale con il suo passato e il suo  futuro. Rapporto che si sta progressivamente perdendo. La socialdemocrazia reale, quella che è stata protagonista della battaglie politiche e sociali nel secolo scorso, aveva una visione critica del capitalismo. E oggi accettiamo passivamente (o contestiamo solo verbalmente) l’emergere della sua versione più aggressiva e globalizzata. La socialdemocrazia reale aveva nel suo orizzonte l’eguaglianza e la piena occupazione. Temi che sono scomparsi dal nostro orizzonte e anche dal nostro vocabolario. La socialdemocrazia reale promuoveva la democrazia. Mentre oggi si afferma, con il nostro concorso, l’idea dell’uomo solo al comando. E, infine e soprattutto, il nostro mondo era quello dell’internazionalismo pacifico  e solidale. Mentre oggi, anche perché chiusi nei nostri ristretti confini nazionali, siamo partecipi e complici di un’Europa che manda a picco greci e barconi all’insegna di un’ostilità, mista a disinteresse, per il mondo esterno.

Ma ci fermiamo qui. Perché una Bad Godesberg dovrebbe passare attraverso un vero e proprio salto di qualità nel nostro pensiero e nella nostra azione politica, di cui non si avvertono che minime tracce. E, per converso, perché il degrado che stiamo vivendo sembra, invece, inarrestabile. In questa situazione il titolo di questa nota dovrebbe essere “Salvare il salvabile”. La nostra eredità. Il nostro orizzonte. La nostra capacità, magari anche residuale, di rappresentare un punto di riferimento per una sinistra alternativa alla destra. Perché è queste sono oggi sotto attacco. E non da parte dei nostri avversari. Ma piuttosto da parte di un’infinità di non disinteressati consiglieri.

Il succo delle loro tesi è che i partiti, almeno nominalmente, socialisti possono salvarsi e prosperare solo gettando a mare il socialismo o, più esattamente, liberandosi dal medesimo. Era quello che diceva, meno di tre anni fa, il professor Monti di fronte alla scolaresca “migliorista”, in occasione del suo incontro annuale ad Orvieto: una sola via per uscire dalla crisi, l’austerità liberista; una sola formula per attuarla, l’unità nazionale; un solo nemico da combattere, il populismo. Una ricetta che è sopravvissuta al disastro: e che ci viene riproposta di continuo, in varie forme, come formidabile combinazione di pensiero unico e di senso comune.

A suffragarla due considerazioni di cucina elettorale. Quelle di cui ci occuperemo nella conclusione di questa. Il socialismo tradizionale, si dice, non ha futuro: perché i suoi rappresentanti perdono voti; e perché la sua base tradizionale è oramai acquisita dai partiti populisti che sono chiusi a qualsiasi ipotesi di alleanza e con cui non si può parlare perché sono antisistema. Mentre questo stesso futuro appartiene invece ai partiti liberi da qualsiasi vincolo e, quindi, in grado di parlare con tutti, così da diventare, in tutti i sensi, “partito della nazione”.

E’ bene, allora, “andare a vedere”. Per scoprire, da subito, che l’unico partito in giro che aspiri a questa qualifica deve, certo, i suoi consensi alla genialità del suo Capo ma anche al fatto di essere il punto di fusione tra le due grandi sensibilità politiche della prima repubblica ( che rappresentavano pur sempre, anche nell’atto del suo crollo, poco meno del 50% dei votanti ). E per verificare, in generale, che i partiti ( a partire da quello tedesco) coinvolti in grandi coalizioni non se la passano affatto bene. E sotto ogni punto di vista.

In questo mese di maggio si è votato non solo in Inghilterra, ma anche in Polonia (presidenziali) e in Spagna (elezioni locali a Madrid e Barcellona e nella maggioranza delle Regioni). In Polonia un populismo di segno clericale, identitario e sovranista ha battuto di stretta misura il suo rivale liberale ed europeista. Al terzo posto un cantante rock. A una cifra il consenso per il candidato socialista: espressione di un partito formato sul ceppo del vecchio partito comunista e poi riciclatosi (conservando del passato solo le abitudini) nel segno dell’internazionalismo liberista; nel bene, ma anche nel male. Qualche tempo prima, in Ungheria, le cose erano andate anche peggio: straconfermato Orban (variante più radicale dei confratelli polacchi); a difendere il popolo la “variante democratica”  delle croci frecciate; e i socialisti (variante peggiorativa del partito polacco) da nessuna parte.

In Spagna, il Psoe aveva subito in pieno, qualche anno fa, l’urto della crisi economica e del discredito per le sue pratiche. Ma, nonostante le pressioni internazionali, non si era acconciato a nessuna grande coalizione, modello italiano. Mantenendo ferma la sua opposizione alle politiche del governo Rajoy. In Spagna, Podemos non era andato alla carica contro tutto e tutti. Ma aveva partecipato alle elezioni in modo aperto e articolato, sostenendo con liste civiche, l’affermazione, a Madrid e Barcellona, di donne impegnate a fondo nelle lotte sociali e civili e collocandosi lungo due discriminanti fondamentali: quella populista (“basso contro l’alto”), ma anche quella sinistra-destra (battere il partito popolare). In Spagna esistono le condizioni per un’alleanza tra Podemos basata sul duplice obbiettivo di rinnovamento della politica e della radicale modifica delle politiche economiche e sociali imposte da Bruxelles. In Spagna la partecipazione al voto è aumentata; e la destra è stata battuta. E che a vincere è stata quella che una volta si chiamava “sinistra plurale”.

A questo punto, per carità, niente attese fuori luogo. Non c’è, in arrivo, nessun Settimo cavalleggeri. A noi basta, qui e oggi, sapere che esiste ancora; in Spagna e magari anche altrove. E, soprattutto, che è intenzionato a resistere.

 Alberto Benzoni 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Disuguaglianze sociali,
welfare e fiscalità

Povertà-Italia-ISTATSul numero 14/2015 di “Left” sono pubblicati alcuni articoli sul problema delle disuguaglianze distributive e della povertà; all’editoriale di Ilaria Bonaccorsi (“Ragionamenti di base: le disuguaglianze non sono accidenti”), seguono gli articoli di Chiara Saraceno (“Chi sono i poveri e cos’è la povertà”), di Nicolò Cavalli (“Tassare i poveri per non tassare i ricchi”) e di Ernesto Longobardi (“Cosa fare per correggere le disuguaglianze”). Tutti gli articoli hanno come comune denominatore la critica delle disuguaglianze riconducibili per lo più alla cattiva gestione del welfare, associata ad una carente spesa pubblica e ad un’irrazionale politica fiscale.

La Bonaccorsi, nel suo editoriale, dichiara l’intento di voler cercare di “rincastrare qualche ragionamento di base, così tanto per cominciare ad erodere un po’ di imbecillità”, per affermare che la povertà non è dovuta ad “accidenti” o all’egoismo umano, ma a “scelte sbagliate di precisi governi fatti da pochissimi uomini che, in effetti, oscillano tra errori e disonestà”; fatti, questi, che causano il depotenzimento dell’efficienza e dell’efficacia del sistema di sicurezza sociale esistente. Gli altri articoli denunciano le conseguenze negative connesse alla insufficiente considerazione della stretta interdipendenza esistente tra caratteristiche del welfare State e caratteristiche e composizione della famiglie (Saraceno), all’esistenza di clausole fiscali difficilmente riconducibili a principi razionali (Cavalli) e all’inefficienza ed eccessiva burocratizzazione della gestione della fiscalità, tali da rendere impossibile una qualsiasi grande riforme (Longobardi).

Ciò che sorprende dell’impegno profuso da “Left” per rimuovere l’”imbecillità” diffusa e radicata sul problema delle disuguaglianze sociali, dovute – come sottolinea la Bonaccorsi – ai meccanismi perversi esistenti tra potere economico e potere politico che determinano la scelta di mantenere costante lo stato delle cose ed ai rapporti, ugualmente perversi, esistenti tra cultura dominante e sistema dell’informazione, sempre per la conservazione dello status quo, è il fatto che non venga mai considerata l’ipotesi che sia l’esistente welfare State in sé a risultare inidoneo a consentire l’attuazione di una politica pubblica orientata alla rimozione degli squilibri sociali.

Chiara Saraceno, dopo aver ricordato, rifacendosi alle tesi di Amartya Sen, che la povertà affligge le persone quando le risorse a loro disposizione sono così ridotte da compromettere persino la loro capacità di immaginare di poter cambiare la propria condizione e di poter controllare il proprio orizzonte di vita, sottolinea come la povertà materiale possa anche ridurre, o impedire, di partecipare alla vita sociale e politica; ed è proprio per queste conseguenze non materiali che la povertà costituisce, secondo la Saraceno, “non solo un problema morale, e neppure solo un problema di equità o giustizia sociale, ma anche un problema di democrazia”.

La crisi economica iniziata alla fine del 2007 ha prodotto un peggioramento dei livelli di vita di una quota considerevole della popolazione italiana; il peggioramento è comprovato dall’aumento della povertà assoluta, cioè di quella forma di indigenza definita dall’impossibilità di accedere al consumo di un paniere di beni essenziali. L’incidenza di questo tipo di povertà, infatti, – osserva la Saraceno – è peggiorata, passando dal 4,1% della popolazione nel 2007, al 7,9% nel 2013. Ciò è accaduto perché, negli anni della crisi, non è aumentato solo il numero dei disoccupati e delle famiglie formate da adulti privi di lavoro, ma anche quello dei cosiddetti lavoratori poveri (working poors) e delle famiglie povere (working poor families), caratterizzate dalla presenza in esse di un occupato.

Questa situazione di povertà assoluta diffusa e crescente prefigura, se non vi si porrà rimedio, il rischio che si “produca uno squilibrio tra redditi da lavoro e bisogni familiari”; rischio, questo, la cui probabilità di materializzarsi è destinata a divenire tanto più alta, quanto più scarsi sono i trasferimenti pubblici necessari per porre rimedio alla crescita delle disuguaglianze; è questa la ragione per cui, secondo la Saraceno, quel rischio deve essere tenuto costantemente sotto controllo, per non compromettere la tenuta complessiva del sistema sociale.

Ciò è tanto più necessario, se si tiene conto – come osserva Nicolò Cavalli – del fatto che anche in Italia, come in molti altri Paesi economicamente avanzati, operano meccanismi per cui i ricchi diventano sempre più ricchi e pagano sempre meno tasse. “Le statistiche sulle dichiarazioni dei redditi del 2013, di recente pubblicate dal Ministero dell’Economia – afferma Cavalli – […] mostrano come l’1% nostrano (i 152 mila cittadini che vantano un reddito dichiarato sopra i 150 mila euro) finisca per versare il 10,2 per cento del gettito totale. Quasi quattro volte in meno di quanto accade negli Stati Uniti, dove l’1% contribuisce per il 38,1 per cento del gettito totale”. Il meccanismo divaricante, che opera con ritmi diversi in quasi tutti i Paesi capitalistici avanzati, è la conseguenza del fatto, conclude Cavalli, che tra il 1975 e il 2001 le principali riforme in essi realizzate “hanno assecondato le preferenze dei gruppi più ricchi”, sulla base dell’assunto che più un Paese è disuguale, con la ricchezza nelle mani di pochi, più le disuguaglianze, in assenza di un’adeguata tassazione della ricchezza, possono divenire il motore della crescita.

Ernesto Longobardi, dal canto suo, si chiede cosa si dovrebbe fare per correggere le disuguaglianze; egli osserva giustamente che l’uso della fiscalità, per togliere ai ricchi a vantaggio dei poveri, non è poi così semplice come si è indotti spesso a credere. Ciò perché i ricchi sanno proteggere in mille maniere la loro ricchezza; è questa la ragione per cui “è naufragata l’idea, che ha ispirato nel secolo scorso gran parte del pensiero progressista, di un’imposta sul reddito onnicomprensiva”, con l’applicazione di aliquote progressive al crescere del reddito”. L’idea – afferma Lomgobardi – non è “stata mai pienamente realizzata ed è andata in pezzi negli ultimi decenni con la globalizzazione”.

Alla mancata piena applicazione del modello di un’imposta progressiva sul reddito ha corrisposto una riforma, “diluita” nel tempo, fondata sul modello di un’”imposta duale”, consistita nel separare i redditi da lavoro da quelli di capitale, colpendo i primi con aliquote crescenti e i secondi con un’aliquota costante non progressiva.

A parte le resistenze che i ricchi non mancherebbero di opporre agli eventuali tentativi di sottoporli a maggiori prelievi fiscali, Longobardi osserva che il ricorso alla fiscalità per realizzare una maggiore equità distributiva porrebbe notevoli problemi d’ordine pratico nella gestione dei tributi; problemi, questi, che si collocherebbero dal lato dell’amministrazione del fisco, per via della sua organizzazione talmente burocratizzata ed inefficiente da render insicuro che quanto tolto ai ricchi possa essere distribuito a favore dei poveri. Per le ragioni esposte (resistenza dei ricchi a una più equa ridistribuzione del reddito e inefficienza dell’amministrazione fiscale), Longobardi conclude, quasi rassegnato, che per correggere le ineguaglianze, più che a grandi riforme tributarie ci si dovrebbe accontentare di “aggiustare ciò che può essere aggiustato”.

E’ un vizio della sinistra quello di collocare la soluzione del problema della lotta contro le ineguaglianze sociali all’interno di un quadro istituzionale imperniato sull’intangibilità del welfare State esistente. Questo modo di affrontare il problema delle disuguaglianze equivale a “pestare acqua nel mortaio”; cioè, ripetendosi e “parlandosi addosso”, senza prendere in seria considerazione il patrimonio di idee che la parte della sinistra più progressista ha da tempo concorso ad “accumulare”, per spiegare come sia necessario, nelle attuali condizioni di operatività dei sistemi capitalistici, cambiare registro riguardo alle modalità con cui andare oltre l’attuale welfare State.

La necessità di cambiare il ruolo dello Stato nell’organizzazione della sicurezza sociale è imposta dalla configurazione che il capitalismo ha assunto con l’avvento del pensiero neoliberista e della globalizzazione. Il neoliberismo ha messo in discussione le condizioni cui aveva dovuto sottostare il capitalismo dopo la fine del secondo conflitto mondiale, determinando così la compressione delle richieste sociali, in particolare di quelle volte ad ottenere il finanziamento delle politiche di pieno impiego; la globalizzazione, dal canto suo, ha consentito alle imprese che si sono internazionalizzate di approfondire in termini capitalistici le loro combinazioni produttive, a spese però di una disoccupazione strutturale ed irreversibile della forza lavoro.

A fronte delle mutate condizioni operative dei moderni sistemi economici, come si può pensare di poter rimuovere le disuguaglianze, facendo affidamento su un welfare orientato a realizzare un improbabile pieno impiego attraverso una spesa pubblica, la cui copertura non può essere più garantita dai prevalenti sistemi fiscali, gravanti prevalentemente sul reddito da lavoro a vantaggio dei redditi di capitale? La risposta non può che ribadire la necessità che la sinistra torni a discutere seriamente sull’opportunità di introdurre un reddito di cittadinanza, a supporto o in sostituzione del welfare esistente, liberando il discorso dai tabù sinora prevalsi per riflettere sulle modalità di finanziamento della riforma del welfare.

Gianfranco Sabattini

 

 

Piero Gobetti e
la “sinistra mai nata”  

Piero GobettiLeft, il settimanale allegato alla nuova Unità, in un numero di qualche tempo fa, ha pubblicato un articolo di Elisabetta Amalfitano, intitolato “La sinistra mai nata”; l’articolo è la presentazione di un numero monografico di “Critica Liberale” dedicato a Piero Gobetti, l’”intellettuale torinese dimenticato dalla ‘gauche’ italiana”. Secondo la Malfitano, il direttore della rivista, Enzo Marzo, nell’introduzione al numero monografico induce a pensare che uomini come Gobetti, il cui impegno era quello di organizzare un’opposizione al fascismo, siano stati messi a tacere, salvo poi venire “risuscitati”, dopo la guerra e la sconfitta del fascismo, “per essere trasformati in miti, una volta che il loro pensiero era stato manipolato se non addirittura occultato”.

E’ stato questo il destino che ha coinvolto molti pensatori antifascisti, tra i quali Piero Gobetti, che si caratterizzava per “essere un socialismo liberale, non marxista, e dunque sempre osteggiato dai comunisti, perché troppo di destra, e dai ‘liberaloidi’ perché troppo di sinistra”. La conseguenza di tale stato di cose ha comportato che in Italia non sia stato possibile costruire un’altra sinistra, che avrebbe potuto costituire una valida alternativa a quella riconducibile all’illibertario “socialismo reale”. E’ rimasto così un “grande vuoto”, che “mette in risalto la tragedia del nostro Paese”; oggi, perciò, s’impone l’urgenza di colmare quel vuoto che, secondo Marzo, non può essere colmato con il silenzio, ma con l’impegno della cultura politica di tutta la sinistra laica, moderna, democratica, liberalsocialista a fare “i conti seriamente con la storia e la modernità”, al fine di mettere in campo una propria classe dirigente all’altezza dei problemi che affliggono da tempo il Paese.

Viene subito spontanea una domanda: gli scritti di Gobetti possono realmente costituire un punto di partenza per l’elaborazione di un pensiero socialista, riformista e democratico, che possa essere assunto a fondamento di un’azione politica per la modernizzazione del Paese?Dalla lettura degli scritti di Gobetti si ricava l’impressione che molte siano le contraddizioni che in essi possono essere rinvenute: egli si proclamava difensore della libertà e dell’autonomia individuale, ma si appellava ad un metodo, la lotta di classe e l’uso della violenza, che facevano “strame” della libertà e dell’autonomia di giudizio individuale da lui auspicate; ancora, rinveniva nel capitalismo il motore della modernità e del progresso, con una tale enfasi da fare invidia ai corifei moderni del “turbocapitalimso” mondializzato; egli riteneva che la concorrenza economica avesse la stessa natura della concorrenza tra le classi sociali e fosse la condizione per il funzionamento ottimale dei sistemi sociali moderni; infine, rinveniva nel capitalismo di ogni singolo sistema sociale la spinta utile per consentire al mondo di diventare “globalmente capitalista”.

Inoltre, Gobetti trovava nella logica sottostante la circolazione delle élite di Vilfredo Pareto e di Gaetano Mosca il meccanismo idoneo a favorire il rinnovamento nel tempo della classe politica, senza considerare che, sia Pareto che Mosca, avevano elaborato la loro teoria, con riferimento ai sistemi a democrazia liberale, a sostegno del loro assunto secondo cui in tali sistemi si verificava un processo di “selezione avversa”, nel senso che, al di là dei cambiamenti esteriori, serviva solo a riprodurre gli stessi rapporti di potere che i cambiamenti avrebbero dovuto consentire di superare. Si deve ancora osservare che nell’elaborazione del suo pensiero Gobetti, contraddittoriamente rispetto ai fini che si prefiggeva, ha scelto come suo paradigma di riferimento, il pensiero di Cattaneo e Cavour, in luogo di quello di Mazzini, ignorando la circostanza che il Genovese sia stato l’unico a porre senza compromessi, a differenza dello stesso Cattaneo e soprattutto di Cavour, il problema della libertà, non in termini idealistici, astratti o depotenziati, ma in termini concreti e reali.

Gobetti non ha tenuto nella debita considerazione che Mazzini rifiutava il costituzionalismo liberale, perché lo considerava largamente “al servizio” di un sistema sociale classista, censitario, conflittuale e privo di ideali autenticamente innovatori che potessero consentire la traduzione del repubblicanesimo da ideologia in struttura organizzativa dello Stato. Nell’elaborazione del suo pensiero libertario Mazzini, tenace difensore del repubblicanesimo istituzionale e della democrazia, lottava per la parità tra gli uomini e l’abolizione di ogni forma di dominio degli uni sugli altri; attribuiva uguale valore alla libertà ed all’eguaglianza politica e, in questa prospettiva, intendeva il repubblicanesimo come strumento per porre, sempre, nell’organizzazione istituzionale del sistema sociale, l’accento sulla prevalenza dell’interesse generale rispetto a quello individuale.

Il repubblicanesimo di Mazzini implicava anche che, sia la “libertà in negativo”, che la “libertà in positivo”, fossero fruite dai soggetti nella consapevolezza di non trovarsi in una condizione di dipendenza; in altri termini, che le due forme di libertà si accompagnassero a una totale indipendenza dei singoli dall’influenza di qualsiasi condizionamento esterno. Ciò perché, affermava Mazzini, sin tanto che tutti i singoli soggetti fossero stati impediti di godere autonomamente della propria libertà, essi avrebbero continuato a conservarsi atrofizzati, costretti alla rassegnazione e a non poter sviluppare tutte le loro potenzialità.

Strettamente legata al repubblicanesimo mazziniano era la democrazia; questa per Mazzini era un’esigenza irrinunciabile, che doveva portare tutti i soggetti del sistema sociale verso una vita meno gravida di ingiustizie e di diseguaglianze. Non era certo una rivoluzione quella che Mazzini evocava, allorché parlava di democrazia e di repubblica; queste non implicavano per lui atti violenti, ma l’esigenza di favorire un moto di ascesa delle classi popolari desiderose di prender parte alla vita politica, fino ad allora riservata a pochi gruppi sociali privilegiati.

Alla luce delle osservazioni sin qui svolte, appare evidente che, se l’intento era quello di tracciare le linee prospettiche per un’azione di rinnovamento del sistema sociale italiano, coerentemente Gobetti non avrebbe dovuto riferirsi al pensiero di Cattaneo o di Cavour, ma a quello di Mazzini, elaborando un “pensiero socialista” alternativo a quello allora prevalente; poiché ciò non è avvenuto, tutti i tasselli dell’impianto della sua “rivoluzione liberale”, accostando spesso concetti che si negano reciprocamente, altro non sono stati, come è stato autorevolmente osservato, che una proposta complessiva ricca di contraddizioni, anche se coinvolgente sul piano ideologico, in grado di favorire alleanze politiche utili a mobilitare l’opposizione al fascismo, ma destinata ad esaurirsi con la fine della dittatura. Esattamente ciò che è avvenuto.

Ciò non toglie che a Gobetti, morto anche a causa della violenza fascista, vada riconosciuto il merito d’essere stato un integerrimo oppositore di chi, dopo il primo conflitto mondiale, ha negato la libertà e l’autonomia di giudizio agli italiani. Egli ha realizzato il suo intento politico con un tale impegno ed una tale perseveranza, che gli sono valsi il giusto riconoscimento di “arcangelo del liberalismo”, sino a divenire un punto di riferimento per tutti i libertari. Tuttavia, pur con tutto il rispetto che si deve alla sua azione e al suo esempio, si deve anche riconoscere che le molte contraddizioni della sua elaborazione intellettuale e i molti accostamenti di concetti tra loro contraddittori rendono problematica l’individuazione nella figura di Piero Gobetti di un “autentico genio della filosofia politica ed economica” utile a dare fondamento ad un autentico pensiero socialista democratico e libertario.

Gianfranco Sabattini