Barbagallo: “Sicurezza sul lavoro bene indisponibile”

BarbagalloAngeletti-UIL

Il 14 luglio scorso, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ha visto ufficialmente la luce il cosiddetto decreto dignità che già tante polemiche e veleni ha sparso, che adesso si trova all’esame del Parlamento che lo dovrà convertire in legge. Sui contenuti di questo decreto, e su altri temi di attualità legati al mondo del lavoro, abbiamo intervistato Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil.

Segretario Barbagallo, qual è il giudizio della Uil sul decreto dignità varato di recente dall’attuale Governo?
Le novità introdotte dal cosiddetto decreto dignità in materia di lavoro, rappresentano per la Uil un primo, seppur debole, passo verso un miglior bilanciamento di tutele e diritti per le lavoratrici e lavoratori. In particolare, la regolamentazione in materia di delocalizzazione è in sintonia con le proposte avanzate dalla Uil. Così come ci trovano concordi le misure per il contrasto alla ludopatia. Non condividiamo, invece, l’introduzione del criterio di “equipollenza” tra contratti a termine diretti e in somministrazione, considerata la differenza di natura e finalità che li caratterizza. Siamo, però, favorevoli alla reintroduzione delle causali, di cui sarebbe auspicabile un ritorno anche per il primo contratto a tempo determinato. Manca, invece, una normativa di “raccordo” tra la precedente disciplina e quella attuale. Ci riferiamo, in particolare, a un periodo transitorio che consenta, senza perdite occupazionali, proroghe e rinnovi per i contratti in essere.

Quali considerazioni trarre dalla verifica dei dati della rappresentanza sindacali, richiesta recentemente dal ministro Di Maio? Va nell’ottica dell’imbavagliare i sindacati? E c’è qualche sindacato “amico” o che ha comunque in gran simpatia l’attuale governo e il ministro del lavoro?
Non vedo questi “rischi”. La questione è un’altra e la nostra posizione al riguardo è semplice e chiara. Il vice premier Di Maio chiede una verifica dei dati relativi alla rappresentanza sindacale? Noi siamo prontissimi. Peraltro, per avere chiaro il quadro della rappresentatività dei sindacati, basta leggere i risultati delle consultazioni elettorali che, sistematicamente e a scrutinio segreto, si svolgono in tutti i luoghi di lavoro, coinvolgendo tutti i lavoratori.  Ad esempio, nelle recenti elezioni per il rinnovo delle Rsu nel pubblico impiego, dove esiste già una legge che regolamenta il tutto, ha votato circa il 90% dei lavoratori coinvolti. Il livello di partecipazione, dunque, è stato altissimo ed è stata così confermata la volontà di farsi rappresentare, in particolare, dal sindacato confederale per la tutela dei propri interessi e la difesa dei propri diritti. Ovviamente, si vota anche in tutti i luoghi di lavoro del settore privato e gli esiti emersi dalle singole imprese sono conosciuti e pubblicizzati. Anche in questo caso, peraltro, c’è già un’intesa tra sindacati e associazioni imprenditoriali per la verifica e la misurazione della rappresentanza: occorre, semplicemente, che venga applicata in toto per avere un quadro complessivo e generalizzato della rappresentatività. A tal proposito, il sistema delle imprese, da un lato, e il Ministero del lavoro, dall’altro, hanno da svolgere alcune incombenze. Insomma, quanto “pesano” i sindacati è cosa nota e se occorre qualche intervento per ufficializzare e pubblicizzare questo dato, la Uil è a disposizione.

Parliamo del caporalato: come combattere questo ritorno a uno sfruttamento che ricorda molto da vicino il mercato degli schiavi?
Nonostante tutti gli sforzi messi in campo e i provvedimenti varati anche su sollecitazione del sindacato, il caporalato continua a essere una piaga per il mondo del lavoro. Per debellare questo fenomeno, bisogna aumentare i controlli e tenere alta la vigilanza sul territorio. Su questo fronte, la Uil sta conducendo una battaglia in prima linea, anche con sacrifici personali e rischi per la propria incolumità di alcuni nostri attivisti. Bisogna proseguire su questo terreno ed estirpare la mala pianta. La cosa paradossale, però, è che accanto a un caporalato, per così dire, “tradizionale”, c’è anche un nuovo caporalato che si sta affermando, con il cosiddetto nuovo che avanza. Alcune imprese 4.0, soprattutto multinazionali, attraverso le piattaforme digitali e tramite app, offrono lavoretti senza garanzie e tutele contrattuali. Insomma, siamo di fronte a una sorta di caporalato 4.0 che pone problemi altrettanto seri e che sfrutta soprattutto le difficoltà e le necessità dei giovani. Tutto ciò fa capire perché ci sia sempre più bisogno di sindacato e perché la nostra battaglia debba proseguire con maggior vigore e determinazione, nonostante alcuni attacchino in modo pretestuoso e scomposto il movimento sindacale.

I voucher, che tanto hanno fatto discutere anche la stessa maggioranza di governo, per non parlare dell’opposizione, possono contribuire a limitare il fenomeno o lo aggraverebbero?
In agricoltura, così come nel turismo, l’uso dei voucher non deve essere ampliato, altrimenti aumenta in automatico la precarietà. È dimostrato, infatti, che a una diminuzione dei voucher corrisponde un incremento dei contratti stagionali che, pur essendo improntati a criteri di spiccata flessibilità, preservano alcune importanti tutele per i lavoratori coinvolti. Al contrario, come si allargano le maglie per i voucher, i contratti stagionali diminuiscono. Insomma, in questi specifici settori e in particolari condizioni, esistono già tutti gli strumenti contrattuali per coniugare le esigenze delle imprese con le garanzie ai lavoratori: non è necessario altro.

A proposito di Salvini, sull’accoglienza avete idee ben diverse da quelle del ministro dell’interno? Come dovrebbero affrontare l’Italia e l’Europa il problema delle migrazioni, ormai diventato una sfida epocale?
In questa tragedia, l’Europa continua a essere colpevolmente assente, mentre dovrebbe gestire l’accoglienza, garantendo una ripartizione che tenga conto delle dimensioni dello Stato membro, del Pil e del lavoro disponibile. Intanto, il prezzo continuano a pagarlo i migranti: uomini, donne e bambini. Questo è inaccettabile. Così come è altrettanto inaccettabile che questi esseri umani siano abbandonati a loro stessi, prima vittime di malfattori e delinquenti che si approfittano della loro condizione di bisogno, e poi ostaggio dei contrasti della politica.  Secondo la normativa internazionale e la legge del mare, chi è in pericolo, va soccorso. L’Europa, poi, dovrebbe gestire il successivo smistamento dei flussi.

Per quanto riguarda l’Europea, le attuali spinte nazionaliste e le nuove e vecchie destre, con un forte asse antieuropeo che sta prendendo piede all’interno della stessa Unione, possono portare alla dissoluzione di un sogno lungo settant’anni?
Questa Europa della finanza, dei burocrati e della politica dell’austerità a noi non è mai piaciuta. Ma dall’Europa non si può più prescindere e uscire dall’euro ci costerebbe molto più dei sacrifici fatti per entrarvi. Dobbiamo, invece, contribuire a rifondarla sul sociale, sul lavoro, sullo sviluppo, sui popoli. Soprattutto, dobbiamo imporre regole di solidarietà che valgano sempre e per tutti. Insomma, serve più Europa, con più politiche comuni, a partire da quelle fiscali sino a quelle sulla difesa. Ma i cittadini europei devono potere influire di più sui nuovi assetti e sulle scelte che ne conseguono. Questa è l’Europa che vogliamo, in cui crediamo e che vorremmo trasferire ai nostri figli, quelli della cosiddetta generazione Erasmus. Spetterà forse a loro, forti di questa esperienza di scambi formativi, gettare basi culturali, più solide e più profonde, per la costruzione di un edificio comune più accogliente e meglio organizzato.

Padova, Carrara, Napoli, si allunga sempre di più l’elenco dei morti sul lavoro. Sembra proprio che il diritto alla vita dei lavoratori, degli operai in particolar modo, sia diventato un’optional. Come si può fermare questa strage continua?
Dobbiamo impostare la nostra azione sindacale sapendo che la salute e la sicurezza sono beni indisponibili, sono una precondizione del rapporto di lavoro e un dovere del datore di lavoro. Non basta, però, affermare principi, bisogna salvare vite umane. Pertanto, noi chiederemo che si investa di più in prevenzione e si accrescano i poteri di controllo e interdizione in capo ai rappresentanti per la sicurezza. Al tempo stesso, riteniamo che sia anche necessario costruire sia un sistema di inasprimento delle pene, che in alcuni casi determinati possa fungere da deterrente per comportamenti illegittimi, sia un sistema premiale sulla base di logiche assicurative già operanti.

Antonio Salvatore Sassu

Caporalato, male diffuso: 50% dei braccianti in nero

caporalatoUn fenomeno che purtroppo unisce tutta l’Italia. Dalle vigne piemontesi fino alle campagne calabresi, il fenomeno del Caporalato è in continua espansione e va a braccetto con quella che è considerata immigrazione clandestina, ovvero coloro che non riescono ad avere un permesso di soggiorno. Dagli ultimi dati raccolti dall’osservatorio Placido Rizzotto della Flai–Cgil in Italia sono tra 400 e 430 mila i lavoratori irregolari impiegati soltanto nel settore agricolo, di cui 100 mila versano in condizioni di sfruttamento e grave vulnerabilità. Lo stesso Osservatorio Placido Rizzotto ha lanciato ‘Sos caporalato’, la campagna contro lo sfruttamento dei lavoratori nel settore agroalimentare, a livello nazionale. L’obiettivo è quello di raccogliere, tramite numero verde (800-199-100) e social, le denunce di quanti lavorano in condizioni di sfruttamento e illegalità nell’agroalimentare.
Il Caporalato nelle nostre campagne è una realtà che, nonostante le operazioni messe a segno dalle forze dell’ordine, continua ad essere presente nel nostro paese. Altri dati preoccupanti arrivano dal rapporto annuale dell’ispettorato nazionale del lavoro del 2017. Il 50% dei braccianti agricoli in Italia lavora in nero, non sono solo migranti e clandestini, ma anche italiani che non trovano altri lavori e che sono costretti così ad accettare questo tipo di sfruttamento. 7.265 ispezioni hanno portato ad accertare la presenza di 5.222 lavoratori irregolari, di cui 3.549 in nero per un tasso di irregolarità pari al 50%.
Le associazioni umanitarie sono impegnate nella lotta al caporalato ma spesso sono costrette a scontrarsi con la diffidenza di chi viene sfruttato e che preferisce avere paghe da fame e vivere in condizioni precarie invece che denunciare i propri sfruttatori.
Nel frattempo oggi è stato registrato un altro caso di caporalato a Casaloldo, nell’Alto Mantovano. Qui, nel corso dei controlli a tappetto compiuti nelle aziende agricole, una pattuglia dell’arma ha scoperto in un’azienda agricola tre addetti senza copertura contrattuale, uno dei quali anche clandestino.
Mentre nei giorni scorsi c’è stata l’udienza preliminare a carico dei 13 indagati nel Cosentino che sfruttavano i migranti ospiti dei CAS e li impiegavano illegalmente come manodopera nelle aziende agricole. I migranti erano costretti a firmare il foglio delle presenze nel Cas, mentre in realtà venivano mandati a lavorare dalle 6:00 alle 17:00 nei campi a raccogliere fragole e patate per 0,90 centesimi l’ora. Se ritenuti troppo lenti venivano anche percossi con calci, schiaffeggiati e insultati.

Caporalato, migranti a pane e acqua nel trapanese

caporalatoMigranti trattati peggio delle bestie. Li prelevavano all’alba da un capannone nelle campagne di Marsala, dove vivevano in pessime condizioni igienico sanitarie, oppure erano reclutati direttamente nei centri di accoglienza per migranti. Lavoravano per 3 euro all’ora nelle campagne di Marsala e di Mazara del Vallo, ricevevano pane duro a pranzo e a cena, venivano sfruttati anche per 12 ore al giorno. È quanto sono stati costretti a subire diversi lavoratori immigrati, clandestini e regolari, reclutati da due agricoltori di Marsala (Trapani), padre e figlio, rispettivamente di 68 e 35 anni, arrestati oggi dalla Polizia di Trapani. Sono state le intercettazioni e le telecamere installate dagli investigatori a inchiodare i due responsabili. Dalle indagini della Polizia di Stato è emerso che gli arrestati sfruttavano la manodopera almeno da tre anni, facendo fare turni di lavoro massacranti che iniziavano alle 5 del mattino.
Una vera e propria forma di schiavitù, anche nei piccoli ‘dettagli’. L’inchiesta, durata sei mesi, ha anche evidenziato i lavoratori si rivolgevano ai due uomini chiamandoli ‘padrone’ mentre, questi, a loro volta li chiamavano con i nomi della settimana: ‘giovedì’, raccontano gli inquirenti, era per esempio uno degli uomini sfruttati.
Ora i due ‘padroni’ sono finiti ai domiciliari su ordine del GIP di Marsala con l’accusa di sfruttamento della manodopera aggravato e in concorso e il Giudice ha disposto anche il sequestro preventivo di due vigneti e di un vasto oliveto, di proprietà degli arrestati, dove venivano fatti lavorare gli immigrati.

Caporalato, arresti nel Sud per sfruttamento di migranti

Caporalato (1)Nel caldo insopportabile sfruttati e costretti a lavorare fino a 13 ore al giorno nelle serre a 25 euro. Sono stati tanti i casi venuti alla luce in queste ore con l’operazione “Freedom”, la prima di una serie di interventi della Polizia di Stato contro il caporalato. Nel blitz sono state impegnate le Squadre Mobili di Caserta, Foggia, Latina, Potenza, Ragusa e Reggio Calabria, coordinate dal Servizio Centrale Operativo della Direzione Centrale Anticrimine. Sono state così identificate 235 persone (tra datori di lavoro e dipendenti), 26 aziende controllate e 3 persone arrestate per reati inerenti lo sfruttamento della manodopera clandestina ed extracomunitaria.
L’obiettivo è il contrasto dello sfruttamento di migranti irregolari costretti per pochi euro a lavorare con orari pesantissimi, in condizioni anche igieniche disumane, senza alcun giorno di riposo o altro diritto garantito. Fenomeno criminale diffuso soprattutto in Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Puglia e Sicilia e tipico prevalentemente del settore agricolo, anche se con il tempo si è diffuso a quelli dell’edilizia, manifatturiero, della ristorazione e del turismo. Si tratta di assunzioni ”in nero”, con la completa inosservanza delle norme contributivo-previdenziali e di sicurezza sui luoghi di lavoro, che realizzano vere e proprie forme di riduzione in schiavitù perpetrate da cosiddetti ”caporali”, autori dell’attività illecita d’intermediazione tra domanda e offerta.

Novità per il congedo papà. Meno Cig e sempre più italiani a lavoro di domenica

Congedo papà
STOP AI DUE GIORNI FACOLTATIVI NEL 2017

Stop almeno per quest’anno al congedo facoltativo per i padri. La misura, che prevedeva la possibilità per i papà di usufruire di ulteriori due giorni in aggiunta ai due obbligatori, non è stata prorogata per il 2017. Il congedo facoltativo potrà dunque essere fruito, come si legge sul sito dell’Inps, esclusivamente per nascite, adozioni o affidamenti avvenuti fino al 31 dicembre 2016.
I due giorni di congedo facoltativo, da prendere entro i cinque mesi dalla nascita del figlio, erano subordinati alla scelta della madre lavoratrice di rinunciare ad altrettanti giorni determinando così l’anticipo del termine del congedo di maternità. Una possibilità tramontata per l’anno in corso, ma nel 2018 il numero dei giorni a disposizione dei padri potrebbe cambiare di nuovo.

Inps
A MARZO 39,1 MLN ORE DI CIG (-25,6%)

A marzo 2017 il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 39,1 milioni, in diminuzione del 25,6% rispetto allo stesso mese del 2016 (52,6 milioni). Lo comunica l’Inps. In dettaglio le ore di cig ordinaria autorizzate sono state 10,6 milioni contro i 17,4 milioni del 2016, con un calo quindi del 39,2%. In particolare, segnala l’Inps, la variazione tendenziale è stata pari a -46,5% nel settore Industria e -4,2% nel settore Edilizia. Quanto alla cassa straordinaria (cigs) le ore autorizzate a marzo 2017 sono state pari a 22,1 milioni, registrando una diminuzione pari al 28,0% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 30,8 milioni di ore autorizzate. Rispetto a febbraio invece si registra una variazione congiunturale pari al +2,7%. Infine per gli interventi in deroga sono stati pari a 6,3 milioni di ore autorizzate con un incremento del 44,8% se raffrontati con marzo 2016, mese nel quale erano state autorizzate 4,4 milioni di ore. Si tratta quindi di un incremento del 72,7%.

Consulenti del lavoro
SOMMINISTRAZIONE ILLECITA E CAPORALATO DA CONDANNARE

Necessario ricondurre la somministrazione illecita nell’alveo del diritto penale, coinvolgendo nell’illecito anche le aziende che ricevono i lavoratori in somministrazione, e includere l’ipotesi del reato di caporalato nelle situazioni più gravi. È questo il monito lanciato dal Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, che su questo tema organizza, in collaborazione con la Fondazione studi consulenti del lavoro, ha recentemente organizzato, presso la sala dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati, un convegno intitolato: ‘Caporalato, appalti e somministrazione’. Per i consulenti del lavoro, questi interventi normativi sono indispensabili per contrastare i fenomeni illeciti e per restituire alla gestione dei rapporti di lavoro quella dignità fin troppo palesemente violata. “Gli appalti illeciti, gestiti da realtà – hanno spiegato i professionisti – che propongono forti sconti sul costo del lavoro, sono diventati un fenomeno dilagante secondo la categoria, che sempre più spesso si ritrova a dover mettere in guardia i datori di lavoro dal cadere nella trappola della responsabilità solidale assieme a chi viola la normativa vigente in materia retributiva e contributiva, oltre al rischio di dover pagare pesanti sanzioni”. “Sottrarre i fenomeni di illecita somministrazione alla disciplina penale – ha dichiarato la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine, Marina Calderone – ha determinato la nascita di spregiudicate strutture, appositamente strutturate per somministrare lavoratori pagati con retribuzioni bassissime. Un vero e proprio sfruttamento di manodopera che è necessario condannare”. Il Consiglio nazionale ha, infatti, già segnalato al ministero del Lavoro tutte quelle realtà che propongono agli imprenditori di risparmiare sul costo del lavoro attraverso il ricorso alla fornitura di manodopera mediante appalto. In diversi casi, infatti, viene suggerito alle imprese di procedere alla risoluzione dei rapporti di lavoro con i dipendenti in forza, che sono assunti dalla cooperativa per poi essere utilizzati dal medesimo ex datore di lavoro. “Situazioni come queste si configurano come reati sociali – ha commentato il presidente di Fondazione Studi, Rosario De Luca – perché coinvolgono i lavoratori, che non ricevono una retribuzione adeguata alla prestazione svolta, gli imprenditori, che possono essere coinvolti negli illeciti in virtù del principio della responsabilità solidale, e lo stesso Stato tramite il mancato pagamento dei contributi dei lavoratori”. I consulenti del lavoro hanno affrontato la questione con il direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, Paolo Pennesi, il direttore generale delle attività ispettive del ministero del Lavoro, Danilo Papa; il direttore generale dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, Salvatore Pirrone, e con il segretario nazionale Uila-Uil, Giorgio Carra. Sono pervenuti anche gli interventi dei presidenti delle commissioni Lavoro di Camera e Senato, Cesare Damiano e Maurizio Sacconi e del presidente della cooperativa M&G Holding Srl, Luca Gallo.

Lavoro
WELFARE AZIENDALE IN CRESCITA

Politiche di welfare aziendale in lieve salita, ma ancora limitate al 3,5% delle imprese: solo l’1,7% delle aziende al Sud adotta schemi di welfare e, sul territorio nazionale, solo lo 0,7% prevede misure destinate ad asili nido all’interno delle strutture. A evidenziarlo è l’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, in occasione del primo appuntamento di InAgenda, ciclo di incontri che ha aperto con l’imprenditore Brunello Cucinelli, in dialogo con il presidente Inapp, Stefano Sacchi, sui temi legati al mondo dell’impresa. Analizzando la propensione delle imprese a erogare o finanziare servizi di welfare (formazione, spese sanitarie, sostegno alle famiglie, piani pensionistici, asili nido e maternità) ai propri dipendenti nel contesto del sistema produttivo italiano, su un campione di 30mila aziende (l’89% delle quali a conduzione familiare), la rilevazione evidenzia che l’adozione di schemi di welfare sale al 24% quando si parla delle realtà produttive di grandi dimensioni, con più di 250 dipendenti. Nel dettaglio, le linee del welfare aziendale si concentrano per il 26,5% su misure a sostegno delle famiglie, per il 19% su asili nido, per il 10,4% riguardano piani pensionistici, per il 7,5% spese sanitarie e il 36,7% altri servizi. Dallo studio, inoltre, emerge che nelle imprese più attente ad interventi di welfare aziendale i lavoratori sono più istruiti, ricevono più formazione e l’occupazione è più stabile; investendo di più nei propri dipendenti aumenta la competitività e il fatturato sui mercati esteri. Anche sul fronte della contrattazione integrativa, gli interventi di welfare sono relativamente marginali e riguardano circa il 6% delle imprese, soprattutto di grandi dimensioni (il 58,4% si riferisce a imprese con più di 250 dipendenti). Per quanto riguarda le aziende che fanno contrattazione di secondo livello, il salario accessorio fa la parte del leone per il 75%; il 5,8% va ad interventi per gli asili nido e altri interventi di welfare. Anche in questo tipo di contrattazione il Nord è avanti rispetto al Sud. “Questi dati dimostrano – ha affermato Stefano Sacchi, presidente dell’Inapp – che in Italia si investe ancora troppo poco in quelle politiche per il welfare che generano crescita, sostenendo le famiglie e in particolare le donne, favorendone l’occupazione. Sebbene ci siano elementi di innovazione, sia dal punto di vista della contrattazione integrativa che nel welfare aziendale, l’Italia si mostra in ritardo sul fronte degli investimenti sociali, indispensabili per un futuro in cui sia possibile conciliare le esigenze familiari con quelle del lavoro”.

Lavoro
SONO 5 MILIONI GLI ITALIANI CHE LAVORANO LA DOMENICA

Sono 4,7 milioni gli italiani che lavorano la domenica. Una buona parte di questi è stata in negozio, in fabbrica o in ufficio anche il giorno di Pasqua. Tra questi quasi 5 milioni, 3,4 sono lavoratori dipendenti e gli altri 1,3 sono autonomi (artigiani, commercianti, esercenti, ambulanti, agricoltori, etc.). Se un lavoratore dipendente su cinque è impiegato la domenica, i lavoratori autonomi, invece, registrano una frequenza maggiore: quasi 1 su 4. È quanto emerge da una recente analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia, che si basa sull’andamento dello scorso anno. Il settore dove la presenza al lavoro di domenica è più elevata è quello degli alberghi e dei ristoranti: i 688.300 lavoratori dipendenti coinvolti incidono sul totale degli occupati dipendenti del settore per il 68,3%. Seguono il commercio (579.000 occupati pari al 29,6%), la Pubblica amministrazione (329.100 dipendenti pari al 25,9%), la sanità (686.300 pari al 23%) e i trasporti (215.600 pari al 22,7%). Le realtà territoriali dove il lavoro domenicale è più diffuso sono quelle dove la vocazione turistica/commerciale è prevalente: Valle d’Aosta (29,5% di occupati alla domenica sul totale dipendenti presenti in regione), Sardegna (24,5%), Puglia (24%), Sicilia (23,7%) e Molise (23,6%) guidano questa particolare graduatoria. In coda alla classifica, invece, si posizionano l’Emilia Romagna (17,9%), le Marche (17,4%) e la Lombardia (16,9%). La media nazionale si attesta al 19,8%. Rispetto agli altri Paesi europei, comunque, l’Italia si posiziona negli ultimi posti della classifica tra chi lavora di domenica. Se nel 2015, in riferimento ai lavoratori dipendenti, la media dei 28 Paesi Ue era del 23,2%, con punte del 33,9% in Danimarca, del 33,4% in Slovacchia e del 33,2% nei Paesi Bassi, da noi la percentuale era del 19,5%. Solo Austria (19,4%), Francia (19,3%), Belgio (19,2%) e Lituania (18%) presentavano una quota inferiore alla nostra. “Negli ultimi anni il trend degli occupati di domenica è aumentato costantemente sia tra i dipendenti che tra gli autonomi. Nel settore commerciale, grazie alla liberalizzazione degli orari introdotta dal governo Monti, una risposta alla crisi è stata quella di aumentare i giorni di apertura dei negozi”, ha commentato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo. “Con la grande distribuzione e gli outlet che durante tutto l’anno faticano a chiudere solo il giorno di Natale e quello di Pasqua, anche le piccolissime attività, nella stragrande maggioranza dei casi a conduzione familiare, sono state costrette a tenere aperto anche nei giorni festivi per non perdere una parte di clientela”, ha continuato Zabeo. Secondo il segretario dell’associazione Renato Mason, “la maggiore disponibilità di alcuni territori a lavorare nei weekend va in gran parte ricondotta al fatto che buona parte del Paese ha un’elevata vocazione turistica che coinvolge le località montane e quelle balneari, le grandi città, ma anche i piccoli borghi. E quando le attività turistico-ricettive sono aperte anche la domenica, i settori economici collegati, come l’agroalimentare, la ristorazione, i trasporti pubblici e privati, i servizi alla persona, le attività manutentive, sono incentivate a fare altrettanto”, ha concluso Mason.

Carlo Pareto

Cosenza. Migranti dei centri prelevati e sfruttati

Migranti-Napolitano-arancePer la prima volta sul territorio nazionale, ha detto in conferenza stampa il procuratore di Cosenza, Mario Spagnuolo, è stata applicata la nuova legge sul caporalato. I carabinieri del Comando provinciale di Cosenza hanno eseguito 14 misure cautelari emesse dal gip di Cosenza, su richiesta della Procura della Repubblica, dopo l’inchiesta che ha portato alla luce lo sfruttamento dei rifugiati ospitati all’interno dei centri di accoglienza del cosentino. Una trentina di rifugiati, tra senegalesi, nigeriani e somali, venivano prelevati da due Centri di accoglienza straordinaria di Camigliatello Silano e portati a lavorare “in nero” in campi di patate e fragole della Sila cosentina o impiegati come pastori per badare agli animali al pascolo.
I destinatari dei provvedimenti sono accusati, a vario titolo, di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, abuso d’ufficio e tentata truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Le indagini sono iniziate a settembre del 2016.

Bracciante morta di fatica, sei arresti per ‘Caporalato’

caporalatoPaola Clemente lavorava nei campi ed era addetta alla cosiddetta acinellatura dell’uva. E ogni notte si alzava e percorreva 300 chilometri per raggiungere Andria alle 5 e lavorare fino al primo pomeriggio sotto un sole docente per circa due euro l’ora. La donna 49enne è stata stroncata da un malore nelle campagne di Andria nel luglio 2015, a seguito del quale il marito, Salvatore Arcuri, supportato dalla Cgil ha denunciato i capi che sfruttavano la donna di San Giorgio Jonico.
Sei persone sono state arrestate nel corso di un operazione della guardia di finanza e della polizia coordinate dal magistrato tranese Alessandro Pesce. Truffa ai danni dello Stato, illecita intermediazione, sfruttamento del lavoro: la nuova legge contro il caporalato non ha fatto sconti.
Gli arrestati sono il responsabile dell’agenzia interinale per la quale lavorava la donna, Pietro Bello, di 52 anni, e i suoi due collaboratori-dipendenti, Oronzo Catacchio, di 47, e Gianpietro Marinaro, di 29; assieme a loro sono finiti in carcere Ciro Grassi, di 43 anni, titolare dell’agenzia di trasporto, e Lucia Maria Marinaro, di 39 anni, moglie di Grassi e lavoratrice fittizia; ai domiciliari è finita, invece, Giovanna Marinaro, di 47, che avrebbe avuto il compiuto di reclutare le braccianti agricole.
L’indagine per omicidio colposo sulla morte di Paola Clemente è tuttora in corso a carico di sette persone. Da questa indagine ne è nato uno stralcio che oggi ha portato ai sei arresti, e che ha permesso agli inquirenti di ricostruire le modalità di reclutamento e di sfruttamento dei braccianti da parte della stessa agenzia interinale che aveva assunto la donna.
Nel corso delle indagini furono acquisiti nelle abitazioni delle lavoratrici in provincia di Taranto carte e documenti in cui sarebbero emerse differenze tra le indicazioni delle buste paga dell’agenzia interinale che forniva manodopera e le giornate di lavoro effettivamente effettuate dalle braccianti. Dai documenti era emersa una differenza del 30 per cento tra la cifra dichiarata in busta paga e quella realmente percepita da alcune lavoratrici. Le braccianti sfruttate nei campi – secondo la Procura di Trani – percepivano ogni giorno 30 euro per essere al servizio dei caporali per 12 ore: dalle 3.30 del mattino, quando si ritrovavano per essere portate nei campi a bordo dei pullman, alle 15.30, quando ritornavano a casa dopo essere state al lavoro tra Taranto, Brindisi e Andria.
Paola Clemente, è emerso, era stata assunta da un’agenzia interinale ma non era stata sottoposta, o quanto meno non risulta, a una visita medica. L’autopsia accertò che si era trattato di una “sindrome coronarica acuta”. La donna, stabilirono gli esami eseguiti dal medico legale Alessandro Dell’Erba con il tossicologo Roberto Gagliano Candela, era affetta da ipertensione (che stava curando) e da cardiopatia.

Lavoro. Mattarella: No, all’uso improprio dei voucher

Immigrati-lavoro

Sul lavoro scende in campo Sergio Mattarella. Il Capo dello Stato ha inviato un messaggio di saluto alle Giornate del Lavoro della Cgil, cominciate venerdì a Lecce. Non è un gesto che Mattarella compie facilmente. Nei primi 16 mesi al Quirinale Mattarella ha scelto di essere parco nei messaggi e alcuni congressi di partito non hanno ricevuto il tradizionale saluto del Presidente della Repubblica.

Non così per la Cgil. Il messaggio è inequivoco: basta sfruttamento, illegalità e discriminazioni nel mondo del lavoro. Bisogna mettere fine al caporalato e all’utilizzo improprio dei voucher. Il ministro del Lavoro Poletti ha confermato che in Consiglio dei Ministri si sta ragionando proprio a una modifica dell’attuale sistema dei voucher. Susanna Camusso, leader della Cgil, è tranchant: “Piccole operazioni di maquillage non servono, il voucher va abolito, perché è una forma che si presta ad abusi. Abbiamo proposto un referendum in questo senso”.

   Nel messaggio alle Giornate del Lavoro della Cgil Mattarella scrive: “Lo sfruttamento, con l’odiosa pratica del caporalato, il lavoro sommerso, le elusioni e le illegalità, come l’utilizzo improprio dei voucher, le discriminazioni trovano ancora spazio nel nostro Paese”. “Celebriamo quest’anno i 70 anni della Repubblica Italiana: il suo radicamento nel lavoro è elemento essenziale per la realizzazione della personalità di ciascuno, per la sua libertà, per la sua autodeterminazione. È partecipazione alla crescita e allo sviluppo civile del Paese. È costruzione di coesione sociale. Il livello e la qualità del lavoro improntano il volto di una comunità, sono condizione per una cittadinanza piena. In uno scenario di ripresa caratterizzata ancora da incertezza è importante cogliere e mettere a frutto i primi, concreti segnali positivi. Sono ancora troppe le persone che non ne hanno beneficiato”.

Caporalato. Più di 400mila sfruttati a 2,50 l’ora

caporalato-agricolturaÈ l’altra faccia della medaglia dell’immigrazione, quella sfruttata nei campi a meno di due euro e 50 centesimi l’ora, un fenomeno di cui poco si parla ma che è emerso da uno studio di The European House-Ambrosetti sui dati Flai Cgil relativi al 2015, presentato al convegno di Assosomm-Associazione italiana delle agenzie per il lavoro ‘Attiviamo lavoro. Le potenzialità del lavoro in somministrazione nel settore dell’agricoltura’.

Dallo studio emerge anche che in Italia sono ben 400 mila lavoratori sfruttati dal caporalato, stranieri nell’80% dei casi, inoltre il 72% dei lavoratori costretti al caporalato soffre di malattie manifestatesi durante la stagione e che prima non aveva. Solo nell’estate 2015 almeno 10 morti. Le malattie riscontrate sono per lo più curabili con una semplice terapia antibiotica ma si cronicizzano in assenza di un medico a cui rivolgersi e di soldi per l’acquisto delle medicine. Ad aggravare la situazione contribuisce poi il sovraccarico di lavoro, l’esposizione alle intemperie, l’assenza di accesso all’acqua corrente, che riguarda il 64% dei lavoratori, e ai servizi igienici, che riguarda il 62%.

Alla paga di chi lavora sotto caporali, pari alla metà di quanto stabilito dai contratti nazionali, inoltre, devono essere sottratti i costi del trasporto, circa 5 euro, l’acquisto di acqua e cibo, l’affitto degli alloggi ed eventualmente l’acquisto di medicinali.

Per ultimo un danno anche per le Casse dello Stato e della Comunità, secondo lo studio sono circa 600 milioni di euro che ogni anno vengono sottratte alle casse statali.

Redazione Avanti!

Più assistenza per lavoratori autonomi, sospetti sui voucher

Boeri
SUL CAPORALATO SERVE APPROCCIO INTEGRATO
“Il fatto che ci siano adesso sanzioni penali e la possibilità di chiamare in causa il datore di lavoro che si avvale del ‘caporale’ è importante e può essere un deterrente, ma sul caporalato serve un approccio integrato”. Così si è espresso il presidente dell’Inps, Tito Boeri a margine di un convegno della Cia. Per Boeri, “bisogna avere un approccio che non sia solo ‘muscolare’: va bene la pesantezza delle sanzioni, ma si deve intervenire sulle possibilità di individuare gli agenti” che operano nel caporalato.
Sull’assistenza serve un intervento organico – “Penso che sia importante che si vada su un intervento organico sul tema dell’assistenza”. Lo ha detto il presidente dell’Inps, Tito Boeri, intervenendo alla recente presentazione del calendario della Cia contro il caporalato, e riferendosi alle misure di contrasto alla povertà che sono state successivamente presentate dal governo nel Cdm della scorsa settimana. “Noi abbiamo proposto di partire dalla fascia di persone tra i 55 e i 65 anni e nel nostro progetto abbiamo trovato anche le risorse”. In conclusione, per Boeri, “l’importante è che si creino degli strumenti universali accessibili per tutti”.
Camusso
SCONCERTANTE VENDITA 100MLN VOUCHER
La Cgil considera ”sconcertante” la vendita nei primi 11 mesi dell’anno di oltre 100 milioni di voucher (+67% sullo stesso periodo 2014, ndr). C’è una riduzione della disoccupazione – ha sottolineato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso intervistata di recente da Radio anch’io – ma siamo ”lontani dalla svolta” sulla ripresa. La decontribuzione – ha avvertito – ha sicuramente pesato. Le assunzioni – si è domandata – sono davvero a tempo indeterminato o si tratta di tante assunzioni a termine? Tutti siamo sconcertati dal fatto che sono stati erogati oltre 100 milioni di voucher. Si è tolta una forma di lavoro precaria e ne è stata introdotta una peggio”.
Lavoriamo con Inps
LAVORO, POLETTI: BOOM VOUCHER SOSPETTO
Il ricorso al voucher per le prestazioni lavorative estemporanee è diventato un “boom un po’ sospetto che stiamo monitorando”. Lo ha affermato il ministro del Welfare, Giuliano Poletti, secondo il quale “cominciamo già ad avere un po’ di idee” in quanto “è scoppiato nel 2012 in corrispondenza della legge Fornero che ha ampliato a tutti i settori l’utilizzabilità del voucher”. “Stiamo lavorando con l’Inps – ha aggiunto Poletti – per fare un monitoraggio puntuale di queste situazioni e sulla base dei dati che avremo a disposizione, se è necessario, interverremo perché non vogliamo assolutamente che il voucher diventi uno strumento di distorsione del mercato del lavoro”. “Lavoriamo – ha concluso – per la stabilizzazione, non per la precarizzazione”.
Dirigenti PA promuovono Madia
SI A SOSPENSIONE FURBETTI IN 48 ORE
L’obbligo del dirigente pubblico di sospendere entro 48 ore il dipendente fannullone o furbetto “è giusto”. Così Pompeo Savarino, presidente Associazione classi dirigenti delle pubbliche amministrazioni, ha promosso le nuove norme contenute in uno degli undici decreti attuativi della riforma Madia, approvati di recente dal Consiglio dei ministri. “La sospensione in flagranza di reato, che deve scattare da parte del dirigente, è una misura che integra e migliora la normativa esistente” ha sostenuto Savarino all’Adnkronos. Infatti, “il dipendente che reca danno all’immagine di tutta la pubblica amministrazione, come nei recenti casi emersi dalle cronache, nel comune di Sanremo e altrove, non deve rimanere un minuto di più nell’ufficio pubblico” ha sentenziato il rappresentante dei dirigenti pubblici. In effetti il decreto introduce l’obbligatorietà della sospensione praticamente immediata che “prima non c’era – ha spiegato ancora Savarino – in seguito scatta l’obbligo di avviare il procedimento disciplinare, da parte dell’Ufficio Procedimenti Disciplinari, una struttura che ha ogni amministrazione statale e locale. Ebbene l’obbligo esisteva già ma ora i tempi per concludere l’istruttoria, al termine della quale viene deciso il licenziamento o meno del dipendente, si accorciano da 60 giorni a 30, un altro segnale positivo” ha concluso Savarino. I dirigenti saranno veramente obbligati a eseguire la sospensione? “Per forza, mors tua, vita mea…”
700 milioni contro la povertà
LAVORO, PIÙ TUTELE ALLE PARTITE IVA
Un provvedimento contro la povertà che vale quest’anno 700 milioni E poi un “jobs act” per le partite Iva, quei lavoratori autonomi rimasti fuori fino ad oggi dalle riforme del governo Renzi ma che rappresentano una buona fetta della nuova occupazione. Con questi due interventi il governo prova a riprendere il filo della sua azione, dopo che per settimane aveva dovuto lasciare il passo all’emergenza delle crisi bancarie. Sulle partite Iva la linea di marcia è quella di dare qualche diritto e qualche certezza in più a chi ha un contratto da autonomo. Come per esempio il divieto per il datore di lavoro di cambiare unilateralmente le condizioni del contratto, o di recedere senza un congruo preavviso, o ancora di prevedere tempi di pagamento superiori a 60 giorni.
Gli autonomi avranno anche incentivi fiscali per la loro formazione. Potranno dedurre il 100% le spese sostenute per aggiornarsi, anche se nel limite di 10 mila euro l’anno. Una norma molto attesa dal comparto. Così come avranno a disposizione all’interno dei Centri per l’impiego di uno sportello a loro dedicato per ricollocarsi. Le partite Iva potranno anche partecipare agli appalti pubblici e concorrere all’assegnazione dei fondi europei.
Incentivi fiscali
Ma ad essere rafforzate saranno anche le garanzie. Maggiori tutele ci saranno per maternità, infortuni e malattie. In caso di assenza prolungata, al massimo 150 giorni l’anno, per ragioni di salute, il rapporto non potrà essere interrotto, ma solo sospeso senza stipendio. L’indennità di maternità, poi, verrà pagata anche se la neo mamma continua a lavorare. A differenza di quanto avviene nel lavoro subordinato, infatti, spesso per una partita Iva non è possibile fermarsi per non mancare una scadenza. Quanti lavoratori coprirà il jobs act delle partite Iva? Secondo la Cgia di Mestre, in realtà, pochi. Gli autonomi sono in tutto 3,9 milioni, ma il provvedimento interessa solo quelli iscritti alla gestione separata dell’Inps, che non poco più di 220 mila, il 6% del totale.
Le altre novità
Il provvedimento, un disegno di legge collegato alla finanziaria, approvato ieri, introduce anche un’altra novità: il lavoro agile. Non si tratta di un nuovo contratto, ha voluto sottolineare il ministro del lavoro Giuliano Poletti, ma solo di una modalità flessibile di esecuzione del lavoro subordinato. Il lavoratore potrà prestare la propria opera, in parte, anche da casa. Una via già oggi battuta da grandi aziende come Vodafone o Enel, ma non ancora regolamentata. Chi accetterà di operare in questo modo, non potrà essere penalizzato nello stipendio e avrà gli stessi diritti e gli stessi orari degli altri lavoratori.
Anche la legge sul contrasto alla povertà è l’attuazione di un impegno preso lo scorso autunno con la manovra finanziaria, che aveva predisposto per questo obiettivo una dote complessiva di 700 milioni nel 2016. Lo stanziamento è destinato a crescere negli anni successivi e potrà essere ulteriormente finanziato con i risparmi provenienti dal riordino delle prestazioni assistenziali. L’obiettivo di fondo è ambizioso, dotare l’Italia di uno strumento generale di contrasto alla povertà che finora è rimasto allo stato di progetto. Si dovrebbe trattare di un «sostegno economico condizionato all’adesione ad un progetto personalizzato di attivazione e inclusione sociale e lavorativa»: dunque da una parte servizi alla persona per coloro che si trovano in una situazione di particolare fragilità, dall’altra il tentativo di superare la situazione di bisogno attraverso l’ingresso nel mondo del lavoro: gli interessati dovranno quindi accettare di fare questo percorso. La platea dei beneficiari è stata delineata dal ministro Poletti: 280 mila famiglie, 550 mila bambini (verso i quali è orientato in particolare il piano), complessivamente 1,15 milioni di persone.

Carlo Pareto