Carceri. Ok a decreti. Ma per la riforma bisogna aspettare

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Varati i tre decreti attuativi sulle carceri mentre per la riforma dell’ordinamento sarà necessario aspettate il prossimo consiglio dei ministri. I tre decreti attuativi – su lavoro per i detenuti, ordinamento penitenziario minorile e giustizia riparativa – inizieranno ora il loro iter davanti alle Commissioni Giustizia di Camera e Senato. Mentre il decreto sull’ordinamento penitenziario, approvato in via preliminare lo scorso dicembre è slittato alla prossima riunione di Cdm.

“Abbiamo varato tre decreti attuativi della riforma dell’ordinamento penitenziario, è un lavoro in progress, lavoriamo con strumenti diversi con l’obiettivo innanzitutto che il sistema carcerario contribuisca a ridurre il tasso recidiva da parte di chi è condannato per reati” Ha detto il premier Paolo Gentiloni nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri. Alcuni decreti attuativi, ha spiegato Gentiloni, “sono stati adottati, altri lo saranno nelle prossime settimane, tenendo conto delle indicazioni del Parlamento”. “Noi – ha sottolineato il premier – lavoriamo con strumenti diversi, innanzitutto con l’obiettivo che il sistema carcerario contribuisca a ridurre notevolmente il tasso di recidiva da parte di chi è accusato o condannato per reati”.

Sulla riforma del sistema penitenziario invece è ancora in corso una riflessione per sottoporre alle Camere, in terza lettura, un testo condiviso. È stato invece approvato in via provvisoria il decreto legislativo di riforma dell’ordinamento penitenziario con il quale viene introdotto per la prima volta un modello di intervento che mette al centro la vittima di reato, promuovendo percorsi di riparazione del reo nei confronti di chi ha subito il reato.

I servizi di giustizia riparativa sono promossi attraverso convenzioni e protocolli tra il ministero della giustizia, gli enti territoriali o le regioni. L’intervento legislativo – spiegano al ministero della Giustizia – risponde all’esigenza di responsabilizzazione del reo, garantendo alla vittima che ne faccia richiesta di poter partecipare alla fase di esecuzione della pena.

Punto fondamentale del testo sono le misure penali di comunità e la previsione di un modello penitenziario che guardi all’individualizzazione del trattamento. L’obiettivo è quello di “individuare un’esecuzione penale che ricorra alla detenzione nei casi in cui non è possibile contemperare le esistenze di sicurezza e sanzionatorie con le istanze pedagogiche”. Viene posto un limite alla possibilità di concessione dei benefici previsto dall’ordinamento penitenziario ai detenuti sottoposti a regime di 41 bis. Tutte le misure dovranno prevedere uno specifico programma di intervento educativo, “costruito sulla specificità del singolo condannato, che miri a riassicurare un proficuo reinserimento sociale”.

Per la parte relativa alla vita detentiva e al lavoro penitenziario, il testo esaminato oggi e composto da 5 articoli ha l’obiettivo di “incrementare le opportunità di lavoro, sia intramuriario che esterno, nonché di potenziare le attività di volontariato e di reinserimento sociale dei condannati”; “migliorare la vita detentiva, attraverso norme volte a garantire il rispetto della dignità umana, la qualità delle strutture, e la responsabilizzazione dei detenuti”. Il terzo decreto disciplina giustizia riparativa e mediazione tra il reo e la vittima.

Delusione arriva da chi sperava in una più rapida approvazione del decreto. Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone esterna il so rammarico: “Speravamo che non vincessero la tattica e la preoccupazione elettorale. Oggi si è sprecata un’occasione storica per riformare le carceri italiane”. La “speranza” però “non è del tutto persa – aggiunge il presidente di Antigone – speriamo che anche dopo le elezioni le autorità vogliano portare a compimento una riforma storica. Il tempo tecnico c’è. I decreti, scritti da persone della massima competenza e supportati dagli Stati Generali dell’esecuzione penale, anche. Bisogna solamente avere la volontà politica di farlo”.

Carceri. SIMSPe-SIMIT, un detenuto su tre è malato

A Roma, oggi e domani, oltre 200 specialisti da tutta Italia per un confronto in cui si chiede al governo una sanità diversa

FERRERO MARABINI PEREGO - CARCERE SAN VITTORE DETENUTI DIETRO LE SBARRE - Fotografo: FOTOGRAMMA

FERRERO MARABINI PEREGO – CARCERE SAN VITTORE DETENUTI DIETRO LE SBARRE – Fotografo: FOTOGRAMMA

SIMSPe-SIMIT – Solo 1 detenuto su 3 non è malato. 1/2 è ignaro della propria patologia. In aumento la tubercolosi. Gravi i dati su HIV e HCV

Necessario un nuovo approccio per la sanità nelle carceri. “Un detenuto su tre è affetto da Epatite C e il problema sarebbe oggi risolvibile”, afferma il prof. Babudieri (Univ.Sassari) Possibile il controllo delle patologie correlate ai nuovi flussi, come la tubercolosi.

I LEA NELLE CARCERI. I LEA – Livelli Essenziali di Assistenza, ossia le Linee Guida, i limiti minimi che devono essere mantenuti dal Sistema Sanitario Nazionale, entrano oggi nell’ambito penitenziario. Questa la novità nel 2017: si è pensato di applicarli anche ai detenuti. “È un punto di svolta perché fino ad oggi la sanità penitenziaria è stata attendista, mentre l’obiettivo oggi è di farla diventare proattiva, con una presa in carico di tutte le persone che vengono detenute”, dichiara il Prof. Sergio Babudieri Direttore delle Malattie Infettive dell’Università degli Studi di Sassari e Direttore Scientifico di SIMSPe – Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria.

“Abbiamo scelto questo tema, significativo poiché denso di contenuti, per approfondire una riflessione ormai quasi decennale sugli effetti concreti del transito dei servizi sanitari penitenziari al Sistema Sanitario Nazionale”, afferma Luciano Lucanìa Presidente SIMSPe 2016-18. “Si chiede una sanità adeguata a un bisogno di salute diverso. in qualità e quantità. Serve maggiore attenzione ai problemi legati all’intrinseca vulnerabilità sociale che certamente ampia parte dei detenuti presenta, occorrono buone prassi di informazione sulle maggiori patologie infettive. Fondamentale la cura e la garanzia di un diritto costituzionale. Auspicabile lo sviluppo dei reparti ospedalieri per detenuti con una diffusione almeno regionale, così da poter garantire assistenza ospedaliera in maniera più adeguata”.

LE MALATTIE NELLE CARCERI – Nel corso del 2016 sono transitate all’interno dei 190 istituti penitenziari italiani oltre centomila detenuti. Diverse le malattie diffuse; solo un detenuto su 3 non presenta alcuna patologia, nonostante si tratti di una popolazione molto giovane rispetto alla media. Tuttavia, uno dei problemi principali è rappresentato dalla metà dei malati che è ignaro della propria patologia, o comunque non la dichiara ai servizi sanitari penitenziari.

Gli stranieri detenuti sono oggi il 34% dei presenti e la detenzione è un’occasione unica per quantificare il loro stato di salute, dal momento che in libertà sono difficilmente valutabili dal punto di vista sanitario. La loro età media è più giovane rispetto agli italiani ed oltre la metà è portatrice latente di Tubercolosi. Molto diffuse anche le patologie psichiatriche, ed alcune fra le più gravi, quale la schizofrenia, appaiono notevolmente sottostimate, con appena uno 0,6% affetto da questa patologia, che rappresenta in realtà solo i pazienti detenuti con sintomi conclamati e facilmente diagnosticabili. Notevolmente maggiore è la massa di coloro che hanno manifestazioni meno evidenti ed uguale bisogno di diagnosi e terapia e non vengono spesso valutati.

HIV E HCV – Ma i dati più preoccupanti provengono dalle malattie infettive. Si stima che gli HIV positivi siano circa 5.000, mentre intorno ai 6.500 i portatori attivi del virus dell’epatite B. Tra il 25 e il 35% dei detenuti nelle carceri italiane sono affetti da epatite C: si tratta di una forbice compresa tra i 25mila e i 35mila detenuti all’anno. Proprio l’epatite C costituisce un esempio emblematico dei benefici che si potrebbero trarre dai nuovi LEA: dall’1 giugno, infatti, l’Agenzia Italiana del Farmaco ha reso possibile la prescrizione dei nuovi farmaci innovativi eradicanti il virus dell’epatite C a tutte le persone che ne sono affette. Quindi una massa critica di oltre 30mila persone che annualmente passa negli istituti penitenziari italiani, potrebbe usufruire di queste cure per per guarire dall’HCV, ma anche per non contagiare altri nel momento in cui torna in libertà.

“È una sfida impegnativa” – prosegue il prof. Babudieri – “si tratta di un quantitativo ingente di individui, soggetti peraltro a un continuo turn-over e talvolta restii a controlli e terapie. Un lavoro enorme, di competenza della salute pubblica: senza un’organizzazione adeguata. Pur avendo i farmaci a disposizione, si rischia di non riuscire a curare questi pazienti. La presa in carico di ogni persona che entra in carcere deve dunque avvenire non nel momento in cui questi dichiara di star male, ma dal primo istante in cui viene monitorato al suo ingresso nella struttura. Questa nuova concezione dei LEA significa che lo Stato riconosce che anche nelle carceri è necessaria un certo tipo di assistenza. Fino al 2016 non c’era alcuna regola: questa segnale può essere un grande progresso”.

IL CONGRESSO – Oltre 200 specialisti riuniti a Roma sino a domani per la XVIII Edizione del Congresso Nazionale SIMSPe-Onlus ‘Agorà Penitenziaria’, presso l’Hotel dei Congressi in viale Shakespeare 29, all’EUR. Un confronto multidisciplinare tra medici, specialisti, infettivologi, psichiatri, dermatologi, cardiologi, infermieri. Un confronto, organizzato insieme alla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT, che coinvolge le diverse figure sanitarie che operano all’interno degli istituti penitenziari con l’obiettivo di fornire spunti per una riflessione approfondita del fare salute in carcere agli stessi operatori sanitari, a chi amministra gli Istituti e a chi ha il compito di stabilire le regole ed allocare le risorse.

Strasburgo bacchetta l’Italia sulle carceri

carceriIl problema “del sovraffollamento delle carceri italiane non è stato risolto perché molti istituti di pena operano ancora al di sopra della loro capacita’”. Lo dichiara il Cpt, comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa che, in un rapporto sull’Italia redatto in base alla missione condotta nell’aprile del 2016, denuncia anche numerosi casi di maltrattamenti. Nel documento il Cpt ribadisce anche che l’Italia deve rispettare gli standard che il comitato ha fissato per lo spazio che ogni detenuto deve avere a sua disposizione in cella: 6m 2 di spazio vitale, esclusi i sanitari, in cella singola, e 4m 2 in una cella che occupa con altri.

Il Cpt, che prende nota degli sforzi fatti dall’Italia per risolvere la questione del sovraffollamento dopo la condanna della Corte di Strasburgo (Torreggiani), osserva tuttavia che nel primi 6 mesi del 2016 la popolazione carceraria è aumentata da 52.164 a 54.072 detenuti, e che questo aumento non si è arrestato. Le preoccupazioni del Cpt sembrano essere confermate dallo stesso governo italiano, che nella sua risposta al rapporto del comitato, afferma che il 26 marzo 2017 erano detenute 56.181 persone. Le autorità italiane tuttavia sottolineano che stanno prendendo misure al riguardo. Una è quella di permettere ai detenuti stranieri di scontare la pena nei loro paesi, l’altra è di ricorrere con maggiore frequenza alle misure alternative alla detenzione.

Diversi anche i casi di maltrattamenti riportati dal comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa e inserisce nel rapporto sull’Italia. Il Cpt, che denuncia anche il mancato rispetto della legge italiana per quanto riguarda l’immediato accesso di arrestati e fermati ad un avvocato, chiede alle autorità italiane, al più alto livello politico, di fare una dichiarazione ufficiale a tutte le forze dell’ordine per ricordargli che devono rispettare tutti i diritti delle persone in loro custodia e che ogni maltrattamento sarà giudicato e punito adeguatamente.

“Oltre al sovraffollamento – dichiara Patrizio Gonnella presidente dell’associazione Antigone – che dopo una stagione di riforme e diminuzione dei detenuti, tornato a crescere il Cpt segnala l’assenza di attività (meno del 20% dei detenuti sono impegnati in attivita’ lavorative) e l’utilizzo eccessivo del regime dell’isolamento, soprattutto per persone con tendenze suicide e autolesionistiche, dove capita si sia tenuti anche in condizioni materiali deplorevoli e dove non venga garantito un sufficiente e adeguato monitoraggio dei detenuti. Inoltre l’isolamento diurno oltre i tre anni viene indicato come trattamento disumano”. “La diminuzione delle presenze in carcere – sottolinea Gonnella – si è interrotta nel 2016 con i numeri che hanno ricominciato a salire. Attualmente il 16% della popolazione vive in meno di 4 mq, non lontano dal parametro minimo che è fissato a 3 mq. Proprio su questo parametro il CPT critica l’Italia, rea di utilizzare i 3 mq come elemento centrale delle proprie politiche, quando è nettamente al di sotto degli standard che lo stesso Comitato indica”. “Tuttavia – aggiunge – nel rapporto vengono indicati anche alcuni elementi positivi, tra questi il regime della sorveglianza dinamica che si applica ormai in molte carceri nei reparti di media sicurezza e la nomina del Garante Nazionale delle persone private della Liberta’ personale. Anche la riforma della sanità con il passaggio alle Asl è vista con favore dagli esperti del Comitato, pur permanendo alcune situazioni critiche”.

“Il CPT – dice ancora Gonnella – ha verificato anche il miglioramento della condizione degli internati dopo il passaggio dagli OPG alle REMS, pur rimanendo alcune situazioni critiche come l’utilizzo della contenzione meccanica e di trattamenti medici per prevenire disordini, e altre da migliorare, come quella relativa alla libera circolazione interna delle persone che lì vengono trattenute, cosa che non sempre avviene”.

“Su alcuni dei punti di criticità evidenziati dal Comitato per la Prevenzione della tortura, come il sovraffollamento – conclude – si deve intervenire attraverso la ripresa delle riforme, partendo da quella dell’ordinamento penitenziario il cui lavoro è ora in mano ad alcune commissioni di esperti, nominate dal ministro della Giustizia, con le quali abbiamo voluto dialogare attraverso venti nostre proposte nelle quali abbiamo indicato, come punti prioritari da affrontare, alcune delle situazioni su cui il Comitato ha voluto soffermarsi: tra queste quelli relativi all’isolamento, alla formazione dello staff penitenziario, al lavoro, alla salute e più in generale ad un miglioramento della dignità e dei diritti delle persone detenute”.

Nessuno Tocchi Caino ed il Partito Radicale Nonviolento Transnazionale si riconoscono nella situazione descritta dal Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura e nelle raccomandazioni che rivolge al Governo italiano. “Quello che in Italia molti non vogliono vedere o riconoscere come trattamento inumano o degradante viene visto e riconosciuto come tale dagli organismi sovranazionali, come il Cpt. Il Governo ascolti e metta in pratica le sue raccomandazioni per una affermazione dello Stato di Diritto”,e chiedono gli esponenti radicali di Nessuno tocchi Caino e del Partito Radicale, Rita Bernardini, Antonella Casu, Sergio d’Elia e Maurizio Turco, per i quali “le raccomandazioni contenute nel Rapporto pubblicato oggi saranno il punto di riferimento delle nostre attività rivolte ai luoghi di privazione della libertà personale”.

“L’attuazione delle raccomandazioni del Cpt aiuta ad uscire da una condizione di illegalità in cui permangono i luoghi di privazione della libertà personale nel nostro Paese, dove ancora non esiste un reato di tortura conforme alla definizione internazionalmente riconosciuta, si verificano maltrattamenti mentre mancano chiare prese di posizione istituzionali contro l’impunità, il sovraffollamento è in aumento e persistono regimi detentivi (41 bis ed isolamento diurno) che configurano trattamenti inumani e degradanti”, spiegano Bernardini, Casu, D’Elia e Turco che concludono: “Quanto al personale penitenziario che sappiamo comportarsi in gran parte correttamente, condividiamo l’importanza di una formazione continua, come raccomanda il CPT, che aiuterebbe a gestire meglio quelle situazioni di criticità che possono portare anche al suicidio e all’autolesionismo dei detenuti o dei pazienti psichiatrici. Oggi ci sentiamo meno soli!”

Statistiche contraddittorie
su sovraffollamento carceri

Leggo con preoccupazione sul numero 243 di ottobre, dalla rivista della Polizia Penitenziaria, che “secondo i dati ufficiali del DAP (il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, n.d.a) aggiornati al 30 settembre scorso, nelle carceri italiane ci sono 54.465 persone detenute ospitate nei 49.796 posti detentivi disponibili (ma da altre fonti ministeriali pubbliche, risultano più di 4.000 posti non disponibili). Quindi, a conti fatti, in Italia sono ristrette 4.669 persone in più rispetto ai posti dichiarati disponibili, che determinano una percentuale di affollamento delle carceri del 109%. La percentuale del 109, si badi bene, è quella che viene tirata in ballo ad ogni dichiarazione ufficiale dal Ministro e dal Capo del DAP quando vogliono dimostrare che la situazione del sovraffollamento ormai è sotto controllo. Il semplice calcolo aritmetico avrebbe senso se in Italia avessimo un unico ed enorme carcere da 50mila posti in cui cercassimo di far entrare 55mila detenuti. Invece, di carceri in Italia ne abbiamo 193: alcune piccole, alcune grandi, alcune molto sovraffollate, altre mezze vuote”. Il record negativo, secondo le rilevazioni di settembre, lo detiene il carcere di Como con un indice di affollamento intollerabile pari al il 176%. La regione più stipata è la Puglia con 3.211 detenuti per 2.347 posti che raggiunge in media un indice del 137% di affollamento! Naturalmente ci sono anche situazioni cosiddette più normali, con indici di presenze meno preoccupanti qual’è per esempio la Sardegna.
Ma ciò che conta nell’analisi di questi dati è che le statistiche a seconda del modo come vengono esposte, aggregando i dati o disaggregandoli a seconda delle convenienze della comunicazione, offrono quadri assolutamente diversi delle diverse realtà che si intendono descrivere.
Per quanto si apprende dal mensile della Polizia Penitenziaria “i dati del DAP andrebbero presi con le pinze e quel dato medio del 109% di affollamento delle carceri italiane, non significa nulla, almeno per coloro che vogliono davvero capire qualcosa del sistema penitenziario italiano”.
Quando un carcere è sovraffollato, tutti (e non solo i detenuti…), subiscono una condizione di ulteriore penalizzazione: meno servizi, meno ore a disposizione per i colloqui con educatori, psicologi, meno tempo per l’utilizzo di attrezzature, per i corsi di formazione, drastica riduzione di spazi fisici insieme a pesanti disagi e super lavoro per coloro che lavorano nel carcere (personale civile e Polizia penitenziaria). In una parola minore sicurezza. Dati alla mano leggiamo che l’affollamento reale oggi in Toscana è del 115% e che oltre il 76% delle persone detenute nella regione vivono in una penosa condizione di sovraffollamento. Se gli stessi calcoli li riportiamo sul dato nazionale succede che la situazione peggiora ulteriormente. In Italia ben 131 carceri su 193, sono sovraffollate: in pratica il 68% di quelle in funzione. “Sommando il numero dei detenuti in più rispetto alle capienze di queste 131 carceri, arriviamo alla cifra di 8.844 detenuti in eccesso che corrispondono a quasi il 18% dei posti detentivi ufficiali. A conti fatti, continua l’articolo, si deve affermare che in Italia, al 30 settembre 2016, c’era una situazione di affollamento delle carceri del 118% e non del 109% come ottimisticamente affermato dai vertici del DAP e del Ministero della Giustizia”.
In conclusione, quelli appena presentati sono calcoli e numeri che si discostano di molto dalle statistiche presentate dal DAP ed utilizzate dal Ministero della Giustizia. Dati oggettivi attraverso i quali invece si dovrebbe iniziare a ragionare per migliorare il sistema penitenziario italiano. Sono anni che si attende da parte del ministero della Giustizia non l’ennesima promessa di un Piano carceri, ma l’autorevole avvio di un programma ove siano previsti, insieme ad una più aggiornata filosofia della esecuzione penale, nuovi istituti, dismissioni di quelli vecchi e inadatti e seri programmi di riabilitazione comportamentale. Sono anni che scrivo, sollecitando con articoli, dibattiti ed anche attraverso i miei libri (“L’universo della detenzione” del 2011 e “Non solo carcere” del 2016), la creazione di un Centro di pianificazione efficiente, composto da professionalità multidisciplinari, che abbia effettiva capacità di coordinare gli interventi da fare. Sappiamo bene quanto sia difficile la situazione economica del nostro Paese in questo momento. Abbiamo cognizione di quante opere chiedano di essere compiute insieme alla manutenzione del territorio, del soccorso alle popolazioni terremotate, delle infrastrutture di trasporto e altro ancora. Ma sappiamo anche che la detenzione in Italia deve essere affrontata almeno attraverso una prima bozza di un serio piano strategico, tale da essere presentato alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo quando inevitabilmente richiamerà il nostro Paese, per censurarlo nuovamente per il modo come tuttora detiene uomini e donne nelle sue carceri. E in quel caso, a difesa dell’Italia, le statistiche contraddittorie serviranno a poco.

Alessandro de Rossi,
Presidente Commissione
Diritti della Persona privata della Libertà – LIDU Onlus

Carceri. Iorio: “Pene che rispettino la dignità umana”

carcere5Le carceri italiane sono tra le più sovraffollate d’Europa, ben 110 carcerati ogni 100 posti disponibili, dati purtroppo risaputi tanto da non far notizia. Eppure se la questione viene messa sotto il tappeto da noi, in Europa i richiami non mancano, non solo per quanto riguarda il tema del sovraffollamento, ma anche il rispetto dei detenuti. Pochi giorni fa la Corte europea dei diritti umani ha respinto la richiesta del governo Renzi di composizione amichevole nel caso dei due detenuti torturati nel carcere di Asti, il processo quindi che non sarà possibile in Italia per mancanza del reato nel codice, si svolgerà in sede europea.
Sull’emergenza penitenziaria è stato presentato un dossier da Luigi Iorio, responsabile diritti civili del Psi, durante la direzione del Partito. Molti i punti messi in evidenza dalle condizioni dei detenuti nel Nostro Paese, a piccoli miglioramenti dovuti all’applicazione di Riforme, per finire poi alla questione mai messa da parte di una legge sul reato di tortura.

Cosa si intende esattamente per emergenza penitenziaria?
Far vivere delle persone, i detenuti in uno stato di abbandono e deterioramento fisico e morale. Far espiare loro una doppia pena: quella prevista dal codice penale e quella morale. Nell’ultimo decennio, l’aumento della popolazione penitenziaria italiana ha generato un forte sovraffollamento degli istituti di pena che ha contribuito ad un notevole deterioramento delle qualità della vita dei detenuti, già provati per le condizioni di limitata libertà. In un passato recente in una cella, dove sarebbe previsto il soggiorno di soli due detenuti, ve ne alloggiavano normalmente sei e, nel peggiore dei casi, otto.

Oltre a conseguenze psicologiche cosa comporta?
Questa condizione ha favorito il proliferare di malattie, una vera e propria emergenza sanitaria anche per tutti coloro che vivono e lavorano in carcere. Situazione che ha visto condannare l’Italia dalla CEDU.

Dal suo report cosa emerge attualmente? Le cose sono migliorate?
Certamente sì. Ma dopo anni difficili. Al momento la popolazione carceraria è pari 52.846 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 49.504 posti a disposizione nei 195 carceri nazionali.
I parametri della CEDU nel rapporto capienza/presenza sono rispettati in tutti gli istituti di pena del territorio nazionale. Nessun detenuto è sistemato in uno spazio inferiore ai tre metri quadri previsto dalle raccomandazioni europee, al di sotto del quale farebbe soggiornare i detenuti in uno stato di tortura (Sent. Torregiani). Ma appunto questi criteri erano applicati in merito ad uno stato di tortura, 3 mq per detenuto resta comunque pochissimo.
Tra la popolazione carceraria, la percentuale di stranieri è del 32 per cento. In Europa ci si ferma al 14 per cento. I detenuti in attesa di giudizio sono 8796 in netto miglioramento se comparato agli 11.108 al (1.12.2016). Una media quindi del 34 per cento, la media europea è il 24 per cento. I detenuti stranieri sono in ordine decrescente dei seguenti paesi: Marocco, Romania, Albania, Tunisia, Nigeria, Egitto, Algeria, Senegal, Cina ed Ecuador. Le donne rappresentano il 4,3 per cento della popolazione detenuta. Tra i nati in Italia, invece, la maggior parte proviene dalla Campania, dalla Sicilia, dalla Calabria e Puglia. Altro capitolo, quello che riguarda i minori. I detenuti presenti negli Istituti Penali per Minorenni al 28 febbraio 2015 sono 407, di cui 168 (il 41 per cento) stranieri. Tra i detenuti presenti, 175 in attesa di giudizio, vale a dire circa il 43 per cento del totale.

A proposito di minori, come sono strutturate le carceri per i figli delle detenute?
È la spiacevole problematica legate alle mamme detenute. Ci sono bambini che scontano la pena insieme alle loro madri.
Il numero dei detenuti sottoposti al 41 bis è pari a 725. Misura restrittiva talvolta criticata.
Notizia positiva a metà, la chiusura degli (OPG), ospedali psichiatrici giudiziari istituiti in Italia a metà degli anni settanta con il fine di sostituire i vecchi manicomi criminali. Non del tutto positiva perche le Rems ancora non sono operative in italia.

Quindi si evince un netto miglioramento con il passato. A cosa è dovuto?
Il sovraffollamento carcerario degli ultimi decenni ormai sembra attenuato, a seguito di riforme che hanno drasticamente limitato l’eccessivo applicazioni di misure cautelari, e che aspettavamo da tempo. Di questo va dato merito al ministro della giustizia Andrea Orlando.
Ulteriore aiuto è venuto dalla suprema Corte costituzionale che ha cassato una legge restrittiva e dannosa come la Fini-Giovanardi.
Inoltre depenalizzare alcune fattispecie di reato a mero illecito amministrativo e l’esclusione di punibilità per particolare tenuità del fatto ha consentito una maggiore celerità del procedimento penale. Il giusto obiettivo, secondo le coordinate del governo, è quello di intervenire con la sanzione penale solo nei casi più gravi così da evitare inutili processi. Le importanti misure introdotte in materia penale inoltre tutelano i diritti delle persone vulnerabili. In tale prospettiva, la legislazione italiana ha già dato attuazione alla Direttiva europea sulla tutela dei diritti processuali della vittima.

Quali sono seconde lei le prossime cose da fare eliminare definitivamente la questione carceri?

Intanto non abbassare la guardia sul tema, troppo spesso dimenticato e poco allettante e meri scopi elettoriali. Poi ci sono una serie di cose da fare e migliorare. Anzitutto, va poi implementato il lavoro in carcere anche per poter far pagare a molti detenuti senza reddito le spese di detenzione, molto spesso a carico del contribuente, in linea con la legge di riforma dell’Ordinamento penitenziario (L.354 del 1975), che riconosce al lavoro un ruolo di primissimo piano nell’attività di recupero e risocializzazione del detenuto.
Occorre abolire il reato di immigrazione clandestina e intensificare la possibilità del rimpatrio dei detenuti stranieri nel proprio Paese di origine. Serve poi sollecitare le regioni e i comuni capoluogo a nominare più celermente i garanti dei detenuti; prevedere delle attività formative all’interno delle carceri che offrano l’opportunità di acquisire competenze spendibili nel mondo del lavoro: si pensi semplicemente, ad esempio, all’insegnamento della lingua inglese o dell’informatica.
Dal punto di vista dell’esecuzione della pena occorre porre l’attenzione sulla carenza di magistrati di sorveglianza, tale carenza limita i diritti dei detenuti e le loro istanze, materia di pertinenza del CSM, implementare la vigilanza dinamica, colloqui educativi e migliorare ancor di più le condizioni di vita dei detenuti come affermato nei motivi della sentenza “Torregiani” della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del gennaio 2013. Suggerimenti questi, già evidenziati dal 2006 dalle EPR.
Serve una nuova concezione dell’esecuzione della pena, orientata al rispetto della dignità umana, informata ai valori costituzionali e in linea con le risoluzioni internazionali migliorando la condizione di vita dei detenuti senza metterli in condizione di soffrire una doppia pena: quella sociale che si somma a quella penale.
Infine, alla luce della stretta sulla legge Pinto, andrebbe finalmente approvata una legge in merito al reato di tortura.

Redazione Avanti!

Carceri Ue. Sovraffollato
un istituto su quattro

carcere

Il sovraffollamento carcerario è ancora un problema per un istituto su quattro in Europa. Lo conferma il Consiglio d’Europa che ha pubblicato oggi un rapporto sullo stato delle carceri dell’unione europea. Nel rapporto (Annual Penal Statistics – SPACE) si legge che nel 2014 in Europa si contano 1,6 milioni di detenuti, il 5% sono donne. Dal 2011 la densità della popolazione carceraria è andata leggermente riducendosi: da 99 detenuti per 100 posti disponibili, a 96 nel 2013 e 94 nel 2014.

Passi avanti si registrano anche per il sovraffollamento delle carceri in Italia che si colloca in undicesima posizione, è passata da 148 persone detenute per 100 posti disponibili nel 2013 a 110 nel 2014. L’Italia conta una popolazione carceraria di oltre 54mila persone, a fronte di una capacità totale effettiva di 45mila posti (il sovraffollamento si è quindi ridotto a circa 9mila posti), ed è tra i paesi con il maggior numero di detenuti stranieri con una percentuale del 32%, la media Ue è del 21,7% e il 34% dei detenuti è di altri paesi europei. Nella maggior parte degli stati dell’Europa Centrale e dell’Est i reclusi stranieri non superano il 10 per cento. Dato che sale invece nell’Europa del Sud e Occidentale: a Monaco spetta il primato della popolazione carceraria straniera (96%), seguono Andorra (77%), la Svizzera e il Lussemburgo (73%), poi la Grecia (59%) e l’Austria (50%).

I crimini connessi alla droga sono la principale causa di detenzione in tutta Europa (16,5%), poi i furti (14%) le rapine (13.1%) e infine gli omicidi (12,3%) . È un dato particolarmente significativo in Italia che, nel 2014, è stata il quarto paese con il maggior numero di detenuti con condanne per reati legati alla droga (34,7%) , mentre per omicidio il 18 per cento.

L’Italia registra anche una delle percentuali più alte di persone trattenute in carcere senza una condanna definitiva, 31,7% a fronte di una media Ue del 24, 2 per cento. Prima di noi: L’Andorra (79.2%), San Marino (75%) , Monaco (67.9%) , l’Albania (51.9%), l’Olanda (42.8%), la Svizzera (39.4%), la Danimarca (38.8%), il Liechtenstein (37.5%), il Lussemburgo (37%).

In generale l’età media delle persone arrestate che si trovano in prigione in Europa è di 34 anni, mentre in Italia sale a 39 anni. In Europa si calcola un numero di 124 detenuti ogni 100mila abitanti, in Italia 89,3 e il 4,3% sono donne, la detenzione dura in media 13,1 mesi nel nostro paese.

Nel 2014 in Europa i detenuti condannati alla custodia cautelare tra uno e tre anni erano il 24%, quelli con condanne inferiori a un anno il 16%, da cinque a dieci anni erano invece il 22% per cento. La media però delle persone con condanne più gravi , oltre dieci anni, è cresciuta dall’11,2% al 14,3 per cento. Le persone sotto sorveglianza o libertà condizionata, negli anni presi in esame, erano 1,212 milioni, solo il 6,7 % di esse stava aspettando il processo e ciò dimostra che le misure non detentive sono ancora raramente utilizzate prima del processo.

Per quanto riguarda i suicidi, nel 2013 rappresentavano il 21% delle cause di morte negli istituti penitenziari di tutta Europa: il 92% in Norvegia, il 63% in Francia, il 46% in Svezia, il 41% in Germania, il 35% in Inghilterra/Galles. Suicidi che spesso sono avvenuti prima dell’inizio del processo (34%). In Italia un tasso di 23 morti ogni 10mila detenuti, di cui sei per suicidio. Il costo per ogni persona che si trovi in carcere è di 129.86 euro al giorno nel nostro paese, la media in Ue è di 99 euro. Alcuni paesi spendono addirittura meno di 20 euro al giorno per persona (il 31% dei rispondenti), i più generosi con una spesa quotidiana di oltre 200 euro al giorno sono la Norvegia, la Svezia, San Marino, Andorra e l’Olanda. Si devono tener presente però i diversi costi della vita all’interno dei paesi analizzati.

Redazione Avanti!

Due evasi da Rebibbia: troppi
reclusi e poco personale

Rumeni evasi RebibbiaCatalin Ciobanu e Mihai Florin Diaconescu, detenuti definiti “pericolosi” ed evasi da Rebibbia (Roma) il 14 febbraio intorno alle ore 18.30, sarebbero ancora in fuga. Questo pomeriggio si era diffusa la notizia del loro ritrovamento all’interno di un appartamento di Tivoli, ma poco dopo è giunta la smentita ufficiale.

Nel tardo pomeriggio di domenica, i due sono riusciti a fuggire dal carcere segando le sbarre di un magazzino (nel settore G11 del Nuovo Complesso), presso il quale avevano ottenuto il permesso di lavorare. Utilizzando delle lenzuola legate tra loro, Ciobanu e Diaconescu si sono calati all’esterno della struttura, eludendo la sicurezza e salendo a bordo del primo autobus di passaggio nelle vicinanze.

Si ipotizza che i due, di origine romena, abbiano impiegato diverse settimane -probabilmente indisturbati- a segare le inferriate. Nonostante vengano avanzati dubbi sulla sicurezza delle carceri, Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia, ha dichiarato a SkyTG24: «Non esiste nel nostro Paese un problema sicurezza delle carceri, sono tra le più sicure d’Europa. Questi sono fatti gravi ma isolati sui quali stiamo già lavorando per verificarne le cause. Le forze dell’ordine sono già al lavoro per cercare di rintracciare gli evasi».

Costantino Massimo, segretario generale aggiunto Fns Cisl Lazio (sindacato della Polizia carceraria), ha invece commentato: «Il personale in servizio di Polizia Penitenziaria nei quattordici Istituti Penitenziari della regione Lazio risulta essere sottodimensionato e non più rispondente alle esigenze funzionali degli Istituti, dove si continua a registrare un esubero di detenuti rispetto alla capienza detentiva prevista».

Il problema del sovraffollamento delle carceri, che viene apertamente affrontato in molti altri Stati europei, sembra essere negato dalle istituzioni italiane. Ciò nonostante, le misure di controllo alternative, che in Paesi come il Regno Unito vengono utilizzate per ridurre il numero dei detenuti, risultano essere poco applicate in Italia. Per esempio, i circa 2.000 braccialetti elettronici presenti in Italia -costati 5.000 Euro a pezzo allo Stato- non sono mai stati applicati in larga scala.

Se l’utilizzo degli strumenti elettronici può contribuire a ridurre il sovraffollamento nelle carceri e ad aumentare di conseguenza il livello di concentrazione sui detenuti, la mancanza di controllo per gli individui ad alto rischio può essere migliorata solamente con l’impiego di un maggior numero di guardie carcerarie ed apportando modifiche alle strutture. Secondo fonti penitenziarie, infatti, i due evasi sarebbero fuggiti da una zona chiusa sui lati, ma non nella parte superiore.

Alessia Malachiti

La tortura delle torture: l’isolamento diurno degli ergastolani

Al colpevole di più delitti, ciascuno dei quali importa la pena dell’ergastolo, si applica la detta pena con l’isolamento diurno da sei mesi a tre anni. (Articolo 72 Codice Penale)

Da qualche tempo si parla dell’introduzione nel codice penale italiano del reato di tortura e anche dell’abolizione della pena dell’ergastolo, questo soprattutto grazie alle parole di Papa Francesco, che l’ha definita “Pena di Morte Nascosta”.

Si comincia finalmente anche a parlare dei particolari regimi carcerari a cui sono sottoposti molti detenuti da decenni. Nessuno però parla mai, o ne parla troppo poco, della crudeltà dell’isolamento diurno a cui vengono sottoposti gli ergastolani quando le loro sentenze diventano definitive.

Lo voglio fare adesso io, ricordando quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis, nel lontano 1995 nel carcere dell’isola dell’Asinara, e mi applicarono la sanzione penale dell’isolamento diurno della durata di diciotto mesi.

Molti prigionieri soffrono in silenzio e non amano raccontare il loro dolore, io lo scrivo per combatterlo meglio.

Un giorno un brigadiere e due guardie mi vennero a prendere nella mia cella, che dividevo con altri tre compagni. Mi portarono nell’apposita sezione per applicarmi l’isolamento diurno. Mi ricordo che la cella puzzava di urina. C’erano ragnatele negli angoli delle pareti, escrementi di topo ovunque sparsi sul pavimento. La porta della cella era sbarrata da un cancello arrugginito e da uno spesso portone di ferro grigiastro, con uno spioncino per passare il cibo. Potevo fare una sola ora d’aria al giorno dentro un cortile circondato da pareti di cemento e con una spessa rete metallica sopra la testa. Talmente fitta che i raggi del sole facevano fatica a penetrare e la pioggia a toccare il suolo. Ricordo che c’era un silenzio da cimitero, gli unici rumori che sentivo erano quelli degli scarponi delle guardie che, quando si ricordavano che c’ero, passavano per controllare s’ero vivo o morto.

Passarono settimane e mesi. Tentavo di dormire tutto il giorno e tutta la notte, perché quando ero sveglio pensavo, se pensavo ricordavo e se ricordavo la mia mente andava a quando ero un uomo libero e felice con la mia compagna e i miei figli.

Poiché avevo anche la censura della corrispondenza, per un certo periodo non mi passarono le lettere da casa. E mi sentii solo e abbandonato, dalla mia famiglia, dall’umanità e pure da Dio. Neppure Lui in quel periodo si degnava mai di rispondermi, solo adesso mi è venuto il dubbio che forse non l’ha fatto perché in quel tempo non avrei mai tentato di ascoltarlo.

Mi ricordo che in me non c’era più nulla. E avevo perso la cognizione del tempo. Ad un certo punto per non impazzire incominciai a parlare da solo per tenermi compagnia. E il mio cuore iniziò a costruirsi castelli di sabbia virtuali, d’amore con la mia compagna e con i miei figli, per proteggere la mia mente. Per dieci mesi smisi persino di andare all’aria. E quando, dopo un anno e sei mesi d’isolamento diurno, mi spalancarono il blindato e il cancello per portarmi in compagnia, mi sembrò che mi stavano facendo uscire da una tomba.

Ora, con l’introduzione del nuovo regolamento del 30 giugno 2000 (n.230) è previsto che “L’isolamento diurno nei confronti dei condannati all’ergastolo non esclude l’ammissione degli stessi alle attività lavorative, nonché di istruzione e formazione diverse dai normali corsi scolastici, e alle funzioni religiose” ma grande è sempre la differenza tra i diritti dichiarati e quelli applicati nelle carceri italiani. E purtroppo la maggioranza degli ergastolani continuano a scontare la sanzione penale dell’isolamento diurno come cadaveri sepolti vivi.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova 2015
www.carmelomusumeci.com

I carabinieri, i ladri, le carceri

La giustizia in Italia funziona male, questo lo sanno tutti. Ha tempi lunghissimi, insopportabili, ed è anche costosa rendendola doppiamente ingiusta se chi deve difendersi in un tribunale è un poveraccio o un benestante. Poi c’è il problema terribile delle carceri, del sovraffollamento e delle condizioni di vita che sono molto spesso al di sotto dei livelli considerati umani. Di questo aspetto in particolare se ne occupano da sempre i socialisti assieme ai compagni radicali – vedi la richiesta di Marco Pannella per un’amnistia – e di recente, con tutta la sua autorità morale, il Papa.
Ciò detto bisogna però anche assumere per un momento l’ottica degli operatori della sicurezza o del cittadino, vittima della microcriminalità.
Leggiamo allora assieme un piccolissimo fatto di cronaca, riportando testualmente un comunicato dell’Arma:

“I Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Roma Casilina – scrivono in una nota per la stampa – hanno arrestato, due volte nel giro di poche ore, un cittadino marocchino di 40 anni, senza fissa dimora, con precedenti, per furto aggravato continuato, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. Il primo arresto è avvenuto nella notte, in via degli Aceri, nel quartiere Centocelle, dove i Carabinieri hanno bloccato il ladro che aveva appena rubato una borsa da una ‘Smart’ in sosta e danneggiato altri veicoli parcheggiati lungo la via, tentando di forzarne le portiere. Rimesso in libertà dopo il rito direttissimo, i Carabinieri della Stazione di Roma Centocelle lo hanno di nuovamente arrestato mentre stava forzando e danneggiando le portiere di alcune auto parcheggiate in via dei Glicini. In quest’ultima occasione, nel tentativo di darsi alla fuga, il nordafricano ha opposto anche resistenza ai Carabinieri che lo stavano arrestando. Ora si trova in attesa di essere accompagnato nuovamente in Tribunale per la direttissima”.

Dunque da queste righe si capisce che il ladruncolo – immigrato illegale? – ha fatto in tempo nell’arco di ventiquattro ore a ripetere due volte lo stesso reato e qualcosa in più perché torna in libertà nonostante sia stato colto in flagranza di reato.
Vediamo pure che i carabinieri fanno egregiamente il loro lavoro e immaginiamo che forse cominceranno a chiedersi anche se non stiano perdendo il loro tempo.
Il cittadino-vittima a sua volta si chiederà stupefatto a che servono i carabinieri e i magistrati, le tasse che paga, e come deve fare per proteggere la sua auto. Sembra il gioco di ‘guardie e ladri’ invece è la realtà quotidiana di una grande città.

Servono più carabinieri o più carceri, oppure leggi diverse? Sappiamo che la risposta non può essere semplice – ‘in galera e buttate la chiave’ oppure il ‘taglio della mano’ – ma chi risponde seriamente a queste domande senza aspettare che la materia divenga carburante per la campagna elettorale della Lega?
Carlo Correr

Carceri: meno personale e più suicidi

Suicidi-carcere

Oggi nel carcere di Regina Coeli, è avvenuto il secondo suicidio in poche ore: quello di un ragazzo di 18 anni arrestato con l’accusa di aver ucciso Mario Pegoretti, make up artist dei vip. Prima di lui, la sera di domenica, Ludovico Caiazza, l’uomo di 32 anni accusato dell’omicidio del gioielliere romano Giancarlo Nocchia, si è tolto la vita impiccandosi con un lenzuolo nella sua cella, dopo il suo incontro con l’avvocato e con una psicologa che avrebbe riscontrato “un forte grado di agitazione ma nulla di allarmante”.

Il Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) ha avviato un indagine interna per ricostruire cosa sia realmente accaduto all’interno del carcere, una prassi utilizzata normalmente in casi come questi. Entrambi gli uomini facevano parte della stessa sezione carceraria: quella dei “nuovi giunti”. Ma come è stato possibile incappare in due vicende del genere, in così poco tempo di distanza? Per il segretario di Uilpa penitenziari, Eugenio Sarno, non è una sorpresa, in quanto il reparto “nuovi giunti” dovrebbe essere costantemente sorvegliato da guardie che, al momento, scarseggiano, e dovrebbe essere sottoposto a sedute psicologiche continue.
“Un detenuto appena arrivato – afferma Sarno – ha bisogno di essere seguito in modo costante. Ma, purtroppo, non ce lo possiamo permettere.” Effettivamente, è un’impresa ardua, in Italia, soprattutto dopo i tagli che sono stati fatti con il piano di spending review firmato da Mario Monti, approvato con decreto legge 6 luglio 2012, n.95, convertito dalla legge 7 agosto 2012, n.135. Tagli che hanno ridotto drasticamente il personale penitenziario e bloccato il turnover della polizia delle carceri.

Lo stesso Si.Di.Pe – l’organizzazione sindacale che raccoglie il maggior numero di dirigenti penitenziari – ha lanciato un grido d’allarme per gli effetti devastanti provocati dal fallimentare sistema penitenziario italiano, in tema di funzionamento della giustizia e di termini di sicurezza. Di fatto, si stima, che per 120 detenuti vi sia solo un agente sorvegliante e che le ore di lavoro di uno psicologo all’interno del carcere, si riducano a pochi minuti per ciascun detenuto: è chiaro che in queste condizioni non vi può essere alcun aiuto da parte delle autorità, né un qualche tipo di rieducazione.

Rita Bernardini, segretaria dei Radicali Italiani, impegnata da anni per il riconoscimento dei diritti dei carcerati, dice a proposito della vicenda: “tutte le sezioni di quel carcere sono illegali e quella dei ‘nuovi giunti’ è la più illegale di tutte. Quando ero parlamentare ho più volte fatto delle interrogazioni parlamentari per denunciare lo stato d’illegalità in cui versa proprio la sezione ‘nuovi giunti’ del Regina Coeli. Il momento in cui un detenuto entra in carcere, è il momento più delicato dello stato psicologico del soggetto”.

Secondo un rapporto della Cgil, oltre il 10% del personale dei penitenziari, si sposta verso i vertici amministrativi, secondo procedure ben poco chiare. Un fenomeno, questo, che, in teoria, sarebbe dovuto essere contrastato ma che, di fatto, non lo è stato. I numeri inseriti nel report Cgil indicano che la dotazione organica prevista e necessaria nelle strutture penitenziarie italiane, sarebbe dovuta essere di 45 mila unità, a fronte delle 38mila effettivamente attive. Di queste ultime, tuttavia, oltre 3.500 non sono impegnate all’interno delle carceri, ma in uffici esterni, il che porta a circa 10mila unità, il reale deficit di personale negli istituti.
Tutto ciò porta, inevitabilmente, a una carenza di risorse umane che incide sul peggioramento delle condizioni lavorative nelle carceri: un aumento delle aggressioni al personale del 10% dal 2014, una crescita degli straordinari di lavoro, con picchi di sedici ore consecutive, un boom di oltre il 50%, solo nel lazio, di provvedimenti disciplinari e, inevitabilmente, un accrescimento dei tentativi di suicidio e di atti di autolesionismo che, nel 2014, sono stati pari a 6.969.

Ricordiamo, inoltre, le due condanne che ha subito l’Italia, corrispondenti al pagamento di 100 mila euro per ciascun detenuto che ha fatto ricorso, da parte dell’Unione Europea dei diritti dell’uomo, rispettivamente nel 2009 e nel 2013, in termini di sovraffollamento delle carceri. Spazi di 9 metri, occupati da sette persone, costretti a vivere in condizioni igieniche fatiscenti, senza acqua calda e con scarsa illuminazione.
Con uno scenario del genere, pensare ad un rinserimento dei carcerati nella società, è quasi un’utopia. Lo scopo dei penitenziari dovrebbe essere quello di rieducare e reinserire, perché il carcere è una cellula viva del contesto sociale e non un mero problema a sé, avulso da esso. È lo specchio della società che lo contiene e i carcerati, la sua immagine.

Gioia Cherubini