Wta di Wuhan. Cina: un ‘lasciapassare’ per Sabalenka e Tomic

sabalenka-12La stagione di tennis in Cina è cominciata e regala subito due risultati interessanti. Il primo è che, al Wta di Wuhan, si afferma la talentuosa Aryna Sabalenka. Si aggiudica, così, il secondo titolo stagionale, dopo quello a New Haven (nel Connecticut) dello scorso agosto (imponendosi su Carla Suarez Navarro per 6/1 6/4). Inoltre, la ventenne di Minsk guadagna ben quattro posizioni nel ranking mondiale, salendo dalla n. 20 alla n. 16. Ora insegue le favorite per Singapore, per aggiudicarsi un posto anche lei nelle Olimpiadi di fine anno. Un 2018 da incorniciare per lei, in cui la tennista bielorussa allenata da Tursunov è molto cresciuta. Per lei la top ten non è più assolutamente un’impresa impossibile e si candida a diventare la prossima numero uno al mondo nel giro di poco tempo probabilmente, la nuova Serena Williams; che eguaglia per grinta, per potenza, per completezza di colpi e per estro. Convincono sempre più la sua tecnica e il suo gioco. Non è questione solo di tattica e schema, che applica alla perfezione e che indovina la maggior parte delle volte; ma è soprattutto la sua capacità di far vedere di essere brava in ogni tipo di tiro, a stupire. Qui a Wuhan, in finale, affrontava l’altra giovane molto interessante estone Anett Kontaveit. La bielorussa si sbarazza della giovane di Tallin in poco tempo, lasciandole solo un game in più rispetto a quanto fatto contro la spagnola Carla Suarez Navarro a New Haven: sei games in luogo di cinque, per un doppio 6/3 che sa di superiorità da ogni punto di vista. Nel primo set Aryna vola subito sul 4-1 ed ha la possibilità del 5-1, che sfuma; però, poi, riesce a chiudere il primo set tranquillamente per 6/3. Nel secondo troverà il break decisivo fondamentale sul 3-3, che la porterà avanti per 4-3, per poi consolidare il vantaggio sul 5-3 e infine chiudere con un altro 6/3. La verità, però, è che la bielorussa ha eccelso in ogni circostanza; la Kontaveit non ha retto lo scambio ed è stata costretta a fare miracoli per fare il punto. La Sabalenka l’ha spostata in ogni parte del campo, l’ha aggredita con colpi potenti e profondi, l’ha attaccata e ha fatto punto a rete sia con gli smash che con le volées, mentre l’altra è sembrata in questo un po’ ancora ‘acerba’ al net; ma comunque generosa nel non mollare e nel passare un paio di volte, con due passanti di rovescio straordinari, la tennista di Minsk. La bielorussa ha giocato bene in contenimento con il back o lo slice, ma soprattutto in top in accelerazione e in velocità. Ha servito ancora meglio, mettendo a segno qualche aces e sbagliando pochissimo anche nelle seconde di battuta. Potente e precisa, ha peccato solo ancora un pochino in mobilità (soprattutto laterale), ma è forte principalmente di tenuta mentale, da un punto di vista caratteriale di attitudine e approccio al match, con una fredda lucidità che le permette di impostare tutto il gioco alla perfezione. Se fa male con il suo dritto micidiale in accelerata, sicuramente è molto solido anche il suo rovescio, in particolare in lungolinea. Quello che di lei sorprende, per il momento, è la continuità di rendimento, la sua regolarità nell’essere continua nell’ottenere e conseguire risultati importanti; questo la rende competitività con le top ten e le prime del mondo, un po’ in difficoltà attualmente e in deficit di vittorie; questo dipende anche dalla straordinaria condizione fisica e dall’ottimo stato di salute della bielorussa evidentemente. Speriamo prosegua su questa strada: fa bene al tennis e alle colleghe avere un talento del genere nel circuito, che costringe anche loro a ‘crescere’. E crediamo assolutamente che ormai nel tennis la Sabalenka sia una certezza e non più una meteora. Se vediamo il percorso fatto nel torneo di Wuhan ben ce ne rendiamo conto. Ha battuto in rassegna: Carla Suárez Navarro (per 7/6 2/6 6/2); Elina Svitolina (n. 6 al mondo, per 6/4 2/6 6/1); Sofia Kenin (per 6/3 6/3); Dominika Cibulková (per 7/5 6/3); e Ashleigh Barty (per 7/6 6/4); nella semifinale era addirittura sotto nel punteggio per 5-3 40-0, tutto per l’avversaria, ma è riuscita a portare la Barty al tie break ed a vincerlo facilmente (andando subito avanti per 5 punti a 2). Inoltre, nel secondo set ha fatto ben l’85% di punti con le prime di servizio, a dimostrazione della potenza, solidità ed efficacia della sua battuta.
All’Atp di Chengdu, invece, brutta sorpresa per l’Italia. Dopo una semifinale strepitosa, crollo di Fabio Fognini in finale. L’azzurro arriva all’ultimo turno ed affronta Bernard Tomic. Inseguiva il suo quarto titolo stagionale, dopo le vittorie a San Paolo (su Jarry, per 1/6 6/1 6/4), Bastad (su Gasquet, per 6/3 3/6 6/1) e Los Cabos (su Del Potro, per 6/4 6/2). Si è fatto sorprendere dall’australiano, ma in compenso ha raggiunto la posizione n. 13 del mondo e insegue gli altri per il Master di fine anno. Sicuramente quello che abbiamo notato è il costante riferimento a mister Corrado Barazzutti sugli spalti, che lo ha sostenuto e incoraggiato. Sembrava favorito dopo l’avvincente semifinale contro Fritz, da cui si è fatto sorprendere nel primo set perdendolo al tie break per 7 punti a 5; dal secondo Fabio ha dilagato, prima con un netto 6/0 senza storia, poi andando a vincere definitivamente con un 6/3 soddisfacente e convincente nel terzo parziale. Tra gli appalusi del pubblico e di Barazzutti, assolutamente soddisfatti (come lui stesso) della sua performance. Al ligure, invece, non è riuscita l’impresa contro Tomic, pena anche un po’ di sfortuna; ma soprattutto il nervosismo (Fognini ha anche rotto una racchetta) e un po’ di deconcentrazione (o di stanchezza anche). Forse si sentiva sicuro, dopo l’importante vittoria al turno precedente, ed era convinto di poter controllare il match. Invece tutto è andato storto. Ha avuto subito, nel primo game, due palle break sul 40-15 a suo favore, ma le ha sciupate e, così, si è ritrovato immediatamente sotto 3-0. Poi ha messo a segno un game (per il 3-1) e da lì è incominciata la carrellata di punti per Tomic che lo ha portato sino al 6/1 nel primo set. Tanti i gratuiti di Fabio, oltre a un po’ di sfortuna per colpi usciti di poco; il servizio ha funzionato un po’ meno bene del solito, ma soprattutto lo ha tradito in particolare il dritto in accelerata e non è riuscito con il suo rovescio a contrastare la regolarità di Tomic. L’australiano, infatti, ha giocato di solidità, sbagliando pochissimo, anche se non di potenza e velocità. Di precisione nel piazzare bene soprattutto il dritto in accelerata, spostando Fabio, che si è trovato in difficoltà: gli mancava sempre un passino per arrivare bene sul colpo. Forse il tennista sanremese avrebbe dovuto insistere più sul rovescio e aggredirlo di più, ma non era facile giocare con palle prive di peso come quelle di Tomic, anche in back. Ha costretto a giocare più difensivo, in back appunto, anche Fognini, che così è rimasto troppo ancorato alla linea di fondo campo, al lungo scambio, che ha messo in gioco Tomic. Mentre sarebbe dovuto venire più a rete, dove ha fatto la differenza con le volées straordinarie da manuale e da vero doppista; eccetto due passanti di rovescio incrociato, stretti in cross, dell’australiano, l’azzurro al net è stato superiore: Bernard, al contrario, ha sbagliato delle volées facilissime. Fabio è stato imbrigliato nello scambio prolungato, e troppo centrale, con colpi senza potenza né profondità, da cui avrebbe dovuto cercare di uscire. La sfortuna e il nervosismo hanno fatto il resto: Bernard ha recuperato in extremis e per miracolo quasi, alcune smorzate ben eseguite di Fabio. Viceversa alcune palle corte, che potevano essere vincenti, non sono riuscite all’italiano, che si è molto disperato per questo: non riusciva a giocare bene come voleva ed era molto nervoso per questo. Barazzutti ha cercato di sostenerlo e incoraggiarlo e nel secondo set c’è stata una reazione di Fognini, che ha trovato il break decisivo sul 3-3 per andare 4-3 e poi 5-3 e chiudere il secondo parziale per 6/3. Nel terzo era avanti nel punteggio e aveva l’opportunità di chiudere, m l’ha sciupata. Prima ha fatto break, ma poi si è fatto di nuovo strappare il servizio; si è arrivati, così, al tie break: era avanti 6 punti a 3, ma si è fatto pareggiare e poi lo ha perso per 9 punti a 7, sfumando altri match point preziosi. Incredulo Tomic, che non si aspettava di vincere, che ha esultato di gioia sincera. Fabio è sembrato un po’, nel finale, buttare via la partita sfiduciato e amareggiato dal suo rendimento in campo, al di sotto del suo alto livello standard. Più demerito suo che merito di Tomic (che non ha fatto nulla di eccezionale e si è limitato ad attendere l’errore di Fabio); molti dritti facili sbagliati da Fabio, che si è forse anche un po’ colpevolizzato per tutti i suoi troppi errori commessi. Giornata ‘no’ che dispiace, soprattutto dopo e alla luce della straordinaria vittoria nei quarti su un altro australiano: Matthew Ebden, su cui si è imposto facilmente con un netto 6/4 6/2, in poco più di un’ora di gioco (un’ora e sei minuti appena); da manuale quella partita. Ma, si sa, non tutti i match sono uguali e capitano le giornate in cui tutto va storto. Peccato contro Tomic, perché Fabio sembrava davvero aver trovato la tattica giusta e riuscire ad imporsi in campo, più aggressivo. Forse avrebbe dovuto pensare a Roger Federer: pochi scambi a fondo e poi subito a rete a chiudere con uno smash o una volée da maestro. Oppure tentare maggiormente lo schema del serve&volley; al servizio, infatti, ha messo a segno anche qualche aces, nonostante alcuni doppi falli da segnalare. Ma l’importante è ragionare sul match perso contro Tomic con Barazzutti e concentrarsi su Pechino, anche in vista del Master di fine anno.

Tennis: Djokovic, Bertens e Sabalenka show prima degli Us Open

sabalenkaOrmai sono entrati nel vivo gli Us Open, ma prima il tennis ha regalato l’exploit di Aryna Sabalenka e di Kiki Bertens, e confermato lo stato di grazia di Novak Djokovic. Intanto è stato introdotto lo shot clock e sono state ‘presentate’ nuove regole anche per la Coppa Davis.
Djokovic sale alla posizione n. 6 del ranking mondiale e segna il record di essere l’unico tennista ad aver vinto tutti i tornei del Master 1000 (almeno una volta). Non solo, ma al Master di Cincinnati è stato in grado di battere in finale Roger Federer con un doppio 6/4: evidente un crollo fisico dell’elvetico, ma convincente il tennis del serbo. Infatti, dopo la vittoria al Grand Slam di Wimbledon, parte bene anche al primo turno del Grand Slam degli Us Open. A Flushing Meadows si sbarazza abbastanza facilmente di Fucsovic, concedendogli solamente il secondo set, con un lieve calo di concentrazione; ma poi dilaga negli altri set con un gioco formidabile come quello dei ‘suoi’ tempi migliori: da vero numero uno, come nel 2011. 6-3 3-6 6-4 6-0 il punteggio finale; il ko nell’ultimo set dimostra quanto il serbo si fosse ritrovato (dopo essere riuscito a ottenere il break decisivo nel terzo e averlo chiuso per 6/4). Un risultato positivo anche per l’enorme caldo che ha provocato molti disagi: sofferente Nole, ma anche l’italiano Stefano Travaglia è stato costretto al ritiro per disidratazione (con il corpo affaticato e i muscoli ‘induriti’) contro il polacco Hurkacz e ha protestato contro gli organizzatori per le condizioni difficili in cui si svolgono i match (con anche oltre i 40°). Una ‘follia’ a suo avviso, che lo ha costretto a una flebo per riprendersi (una cosa simile era successa anche a Simona Halep). Se Stefano Travaglia si è ‘arreso’ sul parziale di 2/6 6/2 6/7 0/3, anche Marco Cecchinato è stato eliminato dal francese Benneteau (per 6/2 6/7 3/6 4/6), ma ha accusato problemi alla mano destra (probabilmente per una vescica, che non gli ha permesso di mantenere il livello espresso all’inizio nel primo set).
Viceversa agli Us Open ha dilagato Roger Federer contro il giapponese Nishioka: nettamente, per 6/2 6/2 6/4; due set speculari, nel terzo sembrava la stessa storia però poi -quando lo svizzero è andato a servire sul 5/2- si è fatto brekkare e dopo il nipponico ha tenuto la sua battuta (sorridente e divertito per il tennis messo in campo, pensando solo a fare più punti possibili al campione elvetico e i più belli e migliori che potessero farlo esultare di gioia contento così, anche solo di quella piccola soddisfazione che si era tolto di fare punti straordinari a un immenso campione); dopo il 5/3 è stato il 5/4, ma a quel punto Federer non ha sbagliato e ha chiuso 6/4. Tuttavia il giapponese lo ha fatto molto correre, ma alla fine ha prevalso il talento (soprattutto a rete) dello svizzero, con punti da manuale.
Nessun problema neppure per Alexander Zverev che ha vinto facilmente per 6/2 6/1 6/2 sul canadese Polansky. Per quanto riguarda l’Italia, poi, buone notizie sono venute da Fabio Fognini (testa di serie n. 14), che ha sconfitto l’americano Mmoh al quarto set (dopo aver perso il primo) per 4/6 6/2 6/4 7/6(4). Curiosità, la moglie Flavia Pennetta ha iniziato una collaborazione con Eurosport (come commentatrice, proprio a partire da Flushing Meadows che vinse prima del ritiro), che trasmette il torneo del Grand Slam. Male, invece, nel femminile dove perde Camila Giorgi: incassa un severo 6/4 7/5 da Venus Williams; diciamo severo perché è stato un match molto lottato ed equilibrato e l’azzurra avrebbe anche potuto vincere e comunque portare la partita al terzo set; sicuramente per lei una sconfitta molto amara che le fa male, per le molte occasioni sciupate: ha lottato Camila, ha fatto punti eccellenti da vera n. 1 con tutti i colpi, ma poi ha commesso troppi errori con cui ha sprecato e annullato tutto il vantaggio conquistato. Troppo fallosa, nonostante la tenacia di essere sempre comunque combattente e incisiva, mettendo in difficoltà la testa di serie n. 16. Tutto ok per Serena Williams, che ha imposto un doppio e netto 6/2 alla tedesca Witthoeft (dopo il 6/0 6/4 alla Linette); a Serena -tra l’altro- è stata assegnata la testa di serie n. 17 tra le polemiche.
La sorpresa invece arriva dall’eliminazione proprio della testa di serie n.1 Simona Halep. Evidentemente la campionessa non ha recuperato la stanchezza di aver giocato (e vinto) tanto nelle ultime settimane. In appena 76 minuti viene eliminata da Kaia Kanepi (n. 44 del mondo) con un drastico 6/2 6/4. Tuttavia per lei questo 2018 rimane comunque positivo: ha vinto al Roland Garros il suo primo Grand Slam, su Sloane Stephens (per 3/6 6/4 6/1). Proprio l’americana agli US Open ha faticato contro la valida ‘esordiente’ Kalinina: si è imposta solo al terzo set per 4/6 7/5 6/2. Inoltre la rumena aveva iniziato l’anno conquistando il torneo di Shenzhen, superando la Siniakova per 6/1 2/6 6/0; e poi ha trionfato in Canada al Wta di Montréal, dove ha vinto sempre sulla Stephens per 7/6 3/6 6/4. Dopo l’esperienza della Rogers Cup, l’avevamo vista impegnata nel Wta di Cincinnati. Se nel primo caso è riuscita a completare il quadro delle vittorie, nel secondo si è fermata in finale. In Canada aveva battuto la Pavljučenkova, Venus Williams, Caroline Garcia, Ashleigh Barty e la Stephens ovviamente. A Cincinnati, invece, Alja Tomljanovic, di nuovo Ashleigh Barty (testa di serie numero 16), Lesja Curenko e Aryna Sabalenka. In finale ha perso da Kiki Bertens, che si è imposta per 6-2 6-7 2-6. Il prolungarsi al terzo set della finale femminile ha fatto slittare anche quella maschile successiva tra Djokovic e Federer; ma ha disegnato un doppio scenario curioso: da un lato il tracollo fisico della rumena, dall’altra parte il trionfo e la commemorazione all’Olimpo delle top players della giovane tennista olandese (coetanea, tra l’altro della Halep, classe ’91). La Bertens diventa n. 13 al mondo e segna il record di battere ben 4 ‘top ten’ in un solo torneo. Infatti durante la straordinaria settimana a Cincinnati Kiki ha sconfitto, in fila: Coco Vandeweghe (per 6/2 6/0), Caroline Wozniacki (che si è ritirata quando l’olandese era avanti per 6/4), Anett Kontaveit (per 6-3 2-6 6-3), Elina Svitolina (n. 7 del mondo, per 6-4 6-3) e Petra Kvitová (n. 6 del mondo, per 3-6 6-4 6-2), prima di imporsi in una finale mozzafiato sulla rumena Halep. Quest’ultima resta comunque la n. 1 al mondo, a discapito della Wozniacki, che rimane n. 2. Quest’anno, ritornata dopo l’infortunio, la Kvitova aveva vinto il torneo di Madrid (sulla terra rossa) proprio sulla Bertens (per 7-6 4-6 6-3), e successivamente sull’erba il Wta di Birmingham (sulla Rybarikova per 4-6 6-1 6-2). Probabilmente ha ceduto anche lei per stanchezza, poiché in campo è apparsa stremata. Comunque, attuale n. 5 del mondo, è assolutamente ritornata, ritrovata e più competitiva che mai.
Del Wta di Cincinnati resterà di certo l’impresa di Kiki Bertens in finale (dopo essersi ‘vendicata’ della Kvitova), che rimonta quando la partita sembrava chiusa: perde malamente il primo set per 6/2; anche nel secondo sembrava in vantaggio e favorita la Halep, invece l’olandese è riuscita a restarle attaccata nel punteggio e a portarla al tie-break; qui la rumena gioca meno bene, sbaglia di più, concede qualcosina in più, è più fallosa e commette più errori gratuiti che allungano gli scambi e rimettono in partita la Bertens, che non si lascia scappare l’occasione e -concentrandosi- trova più aggressività e sicurezza, più adrenalina e convinzione che le permettono di acciuffare il tie-break e il secondo set. Così al terzo la situazione è completamente ribaltata: stavolta è Kiki a dominare gli scambi più aggressiva, a spostare e far correre la Halep, sempre più in affanno. L’olandese vince, incredula, con un’esultazione finale tra le lacrime di gioia e commozione.
Un’impresa simile ha compiuto Aryna Sabalenka. Classe 1998, vince il torneo di New Haven battendo la Stosur per 6/3 6/2, la Gavrilova per 6-3 6-7 7-5, la Bencic per 6-3 6-2 e la Görges per 6/3 7/6. Si porta così alla posizione n. 20 del ranking mondiale, dopo la vittoria in finale su Carla Suarez Navarro. La spagnola si era avvantaggiata di tre ritiri: di Johanna Konta nel secondo turno, di Petra Kvitová nei quarti di finale e di Mónica Puig in semifinale. Il match della finale è stato senza storia, completamente dominato dalla bielorussa: 6/1 6/4, con la Sabalenka già avanti 5-0 dopo soli 24 minuti di gioco. Superiore in tutti i colpi, la bielorussa si è assolutamente meritata la conquista del suo primo titolo e della top 20. Non solo ha ringraziato il suo coach, a cui ha attribuito tutto il merito: “in sei mesi mi hai cambiato la vita” -ha detto riconoscente-. Il suo più grande merito è stato aver vinto tutte partite diverse: nervosissima contro la Gavrilova, si sono sempre rincorse nel punteggio regalandosi molte chance a vicenda. Nel secondo set la partita sembrava finita, poiché la Sabalenka era avanti 4-0 con la palla del 5-0; poi ha sprecato quell’occasione e da lì è cominciata la rimonta della Gavrilova, brava nel tie-break, giocato malamente dalla Sabalenka. Nel terzo la bielorussa è riemersa in tutta la sua maturità; ma durante la partita ha rotto una racchetta per il nervosismo: era tesissima. Contro la Bencic ha controllato bene il match, anche se c’è stato equilibrio, ma è stato più facile forse per lei, perché la svizzera le ha concesso davvero tanto. Bel match contro la Görges, in cui ha rischiato tantissimo: sembrava addirittura favorita quest’ultima, poi ha scelto di adottare una tattica forse poco produttiva, ovvero quella di venire in avanti a rete in attacco, con il risultato che veniva passata dalla Sabalenka o sbagliava le volée perché leggermente in ritardo; ma hanno fatto vedere delle ottime cose. Un po’ come quando, contro la Gavrilova, la Sabalenka è voluta avanzare e veniva sistematicamente passata con precisione dall’avversaria. Tuttavia abbiamo visto Aryna servire bene e tentare anche gli attacchi a rete, quasi per provare un nuovo schema tattico di gioco, per essere una tennista più completa. La violenza e profondità dei suoi colpi, soprattutto del dritto anomalo, sono indubbi poi. Tuttavia prosegue il momento ‘no’ della Gavrilova, che agli Us Open ha perso da una ritrovata Azarenka (altra bielorussa di talento) per 6/1 6/2.

Murray, Mayer e Keys incoronati campioni

Andy Murray after winning Queen's finalATP a Londra del Queen’s e in Germania ad Halle. Donne impegnate nel Wta di Birmingham. Questo lo scenario sull’erba che si è appena concluso. Guardando a Wimbledon, anche se ancora manca Eastbourne. Ad accomunare tutti i tornei non solo la pioggia caduta in continuazione. Sono apparsi i tornei degli scivoloni. Le cadute sono state molte per tennisti e tenniste, che hanno rischiato seri infortuni, soprattutto a ridosso della rete, meno praticata del fondo, dove il suolo era più consumato. Una dimostrazione della pericolosità di giocare su questa superficie e ciò ha risaltato le capacità degli atleti che si sono mossi con abilità sull’erba.

I protagonisti sono stati diversi. Innanzitutto nel femminile Madison Keys, che ha conquistato il titolo e la top ten, riuscendo nell’impresa mancata per poco a Roma contro Serena Williams. Forse la tensione minore di giocare contro una tennista meno temibile quale Barbora Strycova l’ha facilitata. Colpi meno potenti, ma soprattutto un’avversaria troppo nervosa e incostante, seppur ostica. Con un netto 6/3 6/4 l’americana si è sbarazzata della ceca n. 30 del mondo, che già tanto aveva rischiato in semifinale contro la Vandeweghe. Coco si è fatta sorprendere al terzo set e ha perso con il punteggio di 2/6 6/4 6/3. In lacrime, l’americana dominava il gioco, quando la ceca è riuscita a ribaltare il match. Neppure il coach è servito a far riprendere la Vandeweghe, che non è stata in grado di bissare la vittoria della settimana precedente a ‘s-Hertogenbosch. Forse un cedimento nervoso per un accumulo di tensione enorme per essere a un passo dal conquistare due tornei, ormai vicinissima alla seconda finale consecutiva. Come al Foro Italico, Carla Suarez Navarro si è fermata in semifinale. La spagnola sicuramente è più a suo agio sulla terra.

Nel maschile Andy Murray è riuscito a trionfare in casa al Queen’s, un torneo cui tiene molto e che ha vinto già tante volte (2009, 2011, 2013, 2015 e 2016). Per il secondo anno, dunque, lo scozzese si è confermato campione, con la madre e la moglie sugli spalti ad applaudire di gioia. Ma ha dovuto faticare moltissimo e solo un po’ di fortuna gli ha dato ragione del più che valido Milos Raonic, davvero impressionante nel giocare un tennis splendido in quello che è stato il suo miglior torneo di sempre: concentrato, impostato, ordinato, deciso, ha disegnato il campo in maniera perfetta, attaccando, mettendo pressione e togliendo ritmo all’avversario. Un Murray in difficoltà ha vinto di rabbia, orgoglio e fortuna. Il canadese stava servendo sul 4-1, al secondo set e avanti già di uno, in vantaggio nel punteggio. Rischiava di portarsi sul 5-1 e dunque sembrava una partita chiusa. Due palle su cui lo scozzese ha chiamato il challenge hanno ribaltato l’esito: non chiamate out dai giudici di linea, sono risultate fuori di pochi millimetri. Murray è riuscito così a pareggiare per poi portarsi avanti ed andare a vincere per 6/7(5) 6/4 6/3, in oltre due ore di gioco. Soddisfazione doppia per lui e per il suo allenatore Ivan Lendl. Quest’ultimo ha vinto il suo duello a distanza con il ‘nemico’ principale di sempre John McEnroe, che segue Raonic (sempre in prima fila sugli spalti).

Ma un altro match entusiasmante è stato ad Halle quello in semifinale tra Zverev e Federer. Il giovane tedesco ha giocato un tennis stellare come non mai prima, molto maturato. Non solo ha battuto il campione svizzero al terzo set, vincendo per 7/6(5) 5/7 6/3, ma si è aggiudicato la sua seconda finale in un derby tedesco con Mayer. Quest’ultimo si è affermato giustiziere dei giovani emergenti talentuosi, eliminando il più che valido Milos Raonic, in semifinale in due set per 6/3 6/4; poi il 32enne tedesco si è imposto su Zverev in finale: gli ha tolto ritmo anticipando le sue accelerazioni, avanzando per primo a rete. Venendo avanti, però, bravo il 19enne spesso a passarlo. Forte soprattutto nel servizio (in particolare sulle prime, ma ha piazzato anche molti aces), Zverev non solo ha tirato l’incontro sino al terzo set, ma è stato l’autore dei punti più belli. Ancora più esperto e abile, però, Floryan Mayer. Alexander è uscito a testa alta, sconfitto in maniera più che dignitosa con il punteggio di 6/2 5/7 6/3. Ha stupito principalmente la sua mobilità. Molti i rischi di infortunio corsi, ma in scivolata e in tuffo ha chiuso punti fenomenali. Questo prepara un tabellone maschile in fermento per Wimbledon, con molti candidati che potrebbero rivelarsi veri outsiders. I campioni di sempre non sono più al sicuro. Dalla loro solo l’esperienza può aiutarli.

Barbara Conti

Federation Cup: Dopo 18 anni l’Italia in serie B

spagna-italia-fed-cup-2016-programmaUna serie di infortuni mettono KO l’Italia del tennis femminile. Una serie di contingenze avverse, cambi dell’ultimo minuto forzati e un po’ di sfortuna, mandano le ragazze di Federation Cup in serie B. La Spagna di Garbine Muguruza e Carla Suarez Navarro straccia le azzurre in modo impietoso. Giocare contro, rispettivamente, la numero 4 e 12 del mondo non era facile a prescindere, ma prevedere a priori una sconfitta del genere era comunque impensabile. Molta amarezza lascia questa uscita di scena di giocatrici che hanno dato tanto al tennis in passato. Un ritorno in serie B dopo 18 anni che riempie di tristezza. Neppure giocare la carta Roberta Vinci è servito a capitan Barrazzutti. Ora non si può fare altro che tornare a lavorare e interrogarsi se e dove si sia sbagliato qualcosa.
Nella giornata di apertura sono scese in campo nel primo singolare Francesca Schiavone contro Garbine Muguruza. Un primo set decisamente equilibrato, in cui l’italiana ha fatto partita alla pari con la top ten in grande forma. Già di per sé questo è stato l’esito di un imprevisto non calcolato che si è dovuto fronteggiare nel team azzurro. Durante l’allenamento con la milanese, Sara Errani (che avrebbe dovuto giocare lei il match) si è infortunata (risentimento muscolare) e così Barrazzutti ha deciso di schierare Francesca, che ha dato il massimo. È stata a un passo da compiere un’impresa storica, avanti 4-2 a suo favore nel tie break. Poi doppia breve interruzione per un malore tra il pubblico e per una vespa che l’ha punta vicino al naso. La tennista nostrana si è distratta e così la spagnola è riuscita a portare a casa il set. Poi un tracollo fisico dell’azzurra e il primo punto è andato alla Spagna. La capitana del team iberico, Conchita Martinez, ha potuto festeggiare in allegria il suo 44esimo compleanno. “Un grandissimo match di Francesca, che ha espresso il suo miglior tennis, giocando alla pari con la Muguruza”, ha commentato Barazzutti. Mentre la Martinez della sua giocatrice ha detto: “Garbine è stata brava a mantenere la concentrazione giocando di fronte al pubblico di casa per la prima volta”.
Dopo il 7/6 6/1 subito da Francesca è stata la volta di Roberta Vinci contro la Suarez Navarro. Anche Flavia Pennetta e Karin Knapp erano tra gli spalti, con la famiglia Vinci, a tifare. Del suo match la milanese ha detto di essere rammaricata per i tre errori fatali nel tie break (una volée e due dritti sbagliati). “Tre palle break non sfruttate le ho pagate e poi sono scesa un po’ di ritmo e di rendimento per un po’ di stanchezza che ho iniziato ad accusare. In campo ho vissuto tante emozioni. In primis la felicità di poter tornare a vestire la maglia azzurra, che ho sentito come una gioia ma anche quale una responsabilità. Mi sono emozionata tantissimo sia durante l’inno che in campo”.
Una partita speculare quella di Roberta a quella giocata dalla Schiavone contro la Muguruza. La Vinci, infatti, ha puntato con il suo back sul rovescio della spagnola, che ha chiuso quasi sempre il punto con accelerate grazie allo sventaglio di rovescio, colpendo di dritto sul dritto lungolinea di Roberta e costringendola all’errore, buttandola fuori dal campo (proprio come accaduto spesso nel precedente incontro tra Francesca con la n. 4 del mondo).
La Suarez Navarro vola subito 3-0. Roberta prova a fare smorzate, ma subisce sempre l’iniziativa della spagnola. Si riesce tuttavia a portare sul 3-1 anche se ha rischiato il 4-0; poi ha persino cinque palle del contro-break che non sfrutta e che la Navarro annulla tutte, ottenendo il game con un errore di rovescio di Roberta. Ed è 4-1; da lì il passo per il 6-1 è breve. Anche in apertura di secondo set c’è l’immediato break della spagnola all’inizio, che si assicura subito il 2-0. Poi il passaggio al 4-0 4-1 e 6-1 è un attimo: la replica pressoché identica del primo set. Un doppio 6/1 pesante, ma un po’ motivato. Roberta è stata ferma per un infortunio al tendine del piede per circa 20 giorni ed è passata a giocare dal cemento americano alla terra in un batter d’occhio, che l’ha destabilizzata e le ha impedito di rendere al meglio. “Una Carla perfetta”, come l’ha definita la Martinez, del resto non l’ha aiutata affatto. “Dovevo essere più incisiva”, è stata la risposta, il mea culpa della salentina.
Si arriva, così, alla seconda giornata, con una Vinci che approccia ottimista e fiduciosa la partita (decisiva per l’Italia per rimanere nel World Group) contro la Muguruza. Inizia subito aggressiva e sembra davvero avere delle chance, potersela giocare bene. Una partita infatti in equilibrio sino al 3-2 per la Muguruza. Poi la ‘magia’ si rompe e la spagnola strappa il servizio a Roberta: 4-2 per lei, che riesce a chiudere facilmente 6/2 il primo set. Complici anche delle vesciche al piede che impediscono all’azzurra di muoversi al meglio in campo.
Garbine gioca molte smorzate vincenti, che forse sarebbero state utili anche a Roberta, che ha cercato di fare quelle modifiche che tanto gli aveva chiesto Barazzutti. Su un rovescio lungolinea, uscito di poco, in corsa c’è il primo set point che è quello buono: altra risposta sbagliata di Roberta ed è 6-2 per la spagnola, in circa mezzora di gioco. La Muguruza fa la differenza soprattutto con la battuta e con un buon rendimento al servizio: 70% di prime piazzate contro il 52% dell’azzurra; Garbine mette a segno anche 4 punti a rete, conquistati giocando con più profondità. La spagnola conquista subito il break in apertura di secondo set e strappa il servizio a Roberta; sull’1-0 e la battuta a disposizione piazza addirittura 3 aces e tiene il servizio a 0. Tira tutto e le riesce tutto. Tuttavia, nonostante ciò, le fan italiane non demordono e incitano la Vinci sventolando bandiere dell’Italia. Sugli spalti la tristezza della mamma di Roberta, lo sconforto di Barazzutti che sospira e il nervosismo, l’amarezza e il disappunto, in campo, di Roberta anche un po’ sfortunata. Queste le sensazioni che si respirano e vivono. Con un altro 6/2 la Spagna vince il ballottaggio, spareggio che le permette di restare nel World Group. Si tratta della quarta vittoria della Spagna sull’Italia in Fed Cup su sette incontri disputati. “Ingiocabile, semplicemente perfetta la Muguruza, che ha chiuso con l’ennesimo ace.
Ha vinto la giocatrice migliore”, questo il commento di Barrazzutti che ha riconosciuto il valore superiore dell’avversaria. “Abbiamo perso contro una squadra fortissima –ha aggiunto-. Con questa Garbine Muguruza, la Spagna può aspirare anche al titolo mondiale”. “L’Italia è stata una squadra molto valida”, ha voluto concedere con sportività alle azzurre Conchita Martinez. “Lei ha spinto molto, ha servito bene e con il servizio ha fatto la differenza; è stata anche molto aggressiva. Non ero al 100% e l’infortunio al piede non mi ha consentito di allenarmi bene. In più il passaggio dal cemento americano alla terra mi ha ostacolata”: questo il sunto del match fatto dalla Vinci. Tanta l’emozione e la soddisfazione per la Muguruza. “L’Italia va in B dopo 18 anni, ma queste ragazze hanno dato tantissimo al tennis. Queste ragazze hanno vinto tantissimo. Ci sono delle giovani emergenti che crescono. Resteranno delle atlete eccezionali di cui si avrà sempre bisogno”, questo quello che resterà di questa pesante sconfitta. Di certo dispiace perché è stata un’occasione mancata per rivedere, chissà, insieme la Vinci e l’Errani in doppio.
Sicuramente siamo convinti che siano state troppe le contingenze negative avverse imponderabili, che hanno remato contro l’Italia. Innanzitutto il ritiro di Flavia Pennetta. Poi la separazione in doppio della Errani e della Vinci, che aveva allontanato quest’ultima dalla Fed Cup. Poi gli infortuni di Sara, Karin e Roberta stessa, che quindi non erano al top delle condizioni fisiche, proprio prima dello scontro di spareggio. La superficie della terra rossa, con tornei appena giocati sul cemento, senza nemmeno avere il tempo di allenarsi sul “rosso”. Poi scelte che sono andate in direzione opposta, in contrasto, non ambigue o prive di coerenza o motivazione, ma comunque asimmetriche. Ciò non ha dato equilibrio, compattezza, ordine, chiarezza alla squadra a nostro avviso; anzi, al contrario ha contribuito a portare confusione e spaesamento. Nel precedente incontro di Fed Cup prima dello spareggio Barazzutti aveva puntato tutto su Sara Errani, che stavolta non h potuto giocare, senza far scendere in campo la Schiavone (su cui stavolta ha riposto le sue aspettative). Prima non aveva neppure schierato Roberta, che ora ha richiamato, senza neppur poter preparare gli incontri per il problema al piede. Camila Giorgi, che aveva fatto la sua partita la precedente volta, stavolta era assente. Insomma schieramenti opposti che non hanno permesso, a nostro avviso, di preparare al meglio questo match di Federation Cup, che ha sempre bisogno di una squadra strutturata sicura, definitiva e continua. Continuità che l’Italia non ha avuto e che le è mancata. Come nel calcio dove ci sono le riserve in panchina che si alternano in campo, ma c’è sempre la squadra titolare su cui si ripongono tutte le aspettative, che dà certezze e punti di riferimento a tutto il team. Scelte non sempre volute, ma forzate per capitan Barrarzzutti, che però forse dovevano e si potevano cercare di contrastare e riequilibrare. Quando l’Italia ha vinto, lo ha fatto sempre con il trio solito vincente: Errani-Pennetta-Vinci. Questo forse un po’ quello che si è perso e che si dovrà ricostruire, a partire dal doppio classico vincente Errani-Vinci. Forse queste ultime due devono ricominciare ad interrogarsi, dopo tale sconfitta dura, se sia il caso di lasciare da parte egoismi, orgoglio o qualsiasi altra ragione che le abbia portate a separarsi, per tornare a giocare insieme e ricostruire quella squadra di Federation Cup che tanto ha dato al tennis femminile. Senza lasciare indietro giovani leve come Martina Caregaro (già schierata contro la Francia), ma puntando comunque su veterane più solide. Quello che del resto avviene in Coppa Davis con Seppi-Bolelli e Fognini.

Barbara Conti