Tap, ancora una figuraccia dei Cinque Stelle

tapIl premier Giuseppe Conte ha comunicato ai sindaci pugliesi: “Avanti sulla Tap: l’interruzione dell’opera comporterebbe costi insostenibili”.

Conte, ha anche sottolineato: “Sul gasdotto abbiamo fatto tutto quello che potevamo, non lasciando nulla di intentato. Ora però è arrivato il momento di operare le scelte necessarie e di metterci la faccia. Prometto un’attenzione speciale alle comunità locali perché meritano tutto il sostegno da parte del Governo”.

Il vicepremier Matteo Salvini ha esultato: “Avere l’energia che costerà meno a famiglie e imprese è fondamentale, quindi avanti coi lavori”.

Ma c’è l’ira dei No Tap. Il leader del movimento No Tap, Gianluca Maggiore, dopo il via libera al gasdotto Tap in Salento annunciato dal premier Conte, ha detto: “Una perdita di tempo, una presa in giro per calmare gli animi. E’ chiaro che la nostra battaglia continuerà, come è chiaro che tutti i portavoce locali del M5S che hanno fatto campagna elettorale qui e che sono diventati addirittura ministri grazie ai voti del popolo del movimento No Tap, si devono dimettere adesso”.

In precedenza, il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, aveva fatto sapere: “In data odierna ho trasmesso al premier Giuseppe Conte le valutazioni di legittimità svolte dal Ministero dell’Ambiente sulla Valutazione di impatto ambientale rilasciata dallo scorso governo sul progetto Tap… Anche nei punti contestati non sono emersi profili di illegittimità, indipendentemente dal merito, in quanto la Commissione Via, unico soggetto titolato a pronunciarsi, ha ritenuto ottemperate le prescrizioni. La valutazione fatta dal Ministero dell’Ambiente esula dal mio pensiero personale e dal mio convincimento politico, se l’opera sia giusta o no. Ma nella fase attuale ogni valutazione da parte del Ministero deve essere fatta solo ed esclusivamente sulla base del principio della legittimità degli atti e non sul merito tecnico dei medesimi, in quanto non consentita dall’Ordinamento. Il lavoro è durato ininterrottamente per più giorni, durante i quali sono state esaminate oltre mille pagine di documenti e c’è stata anche una nuova interlocuzione con Ispra su alcuni aspetti delle varie fasi della procedura. È bene sottolineare che parliamo di un procedimento già autorizzato e concluso nel 2014, su cui si è espresso il Consiglio di Stato con sentenza 1392 del 27 marzo 2017, confermandone definitivamente la legittimità. Tuttavia, come è stato detto, abbiamo ascoltato tutte le osservazioni provenienti dal territorio, sia dai portavoce del Movimento 5 Stelle sia dal comune di Melendugno, Abbiamo valutato se tutte le autorizzazioni fossero state emesse a norma di legge”.

In una lunga lettera aperta inviata ai cittadini di Melendugno, il premier Giuseppe Conte ha spiegato che sulla Tap si va avanti: “Interrompere la realizzazione dell’opera comporterebbe costi insostenibili, pari a decine di miliardi di euro. In ballo ci sono numeri che si avvicinano a quelli di una manovra economica. Chi sostiene che lo Stato italiano non sopporterebbe alcun costo o costi modesti non dimostra di possedere le più elementari cognizioni giuridiche. Se il Governo italiano decidesse adesso, in via arbitraria e unilaterale, di venire meno agli impegni sin qui assunti anche in base a provvedimenti legislativi e regolamentari, rimarrebbe senz’altro esposto alle pretese risarcitorie dei vari soggetti coinvolti nella realizzazione dell’opera e che hanno fatto affidamento su di essa. Il Progetto Tap è frutto di un Accordo intergovernativo sottoscritto da tutti e tre questi Paesi il 13 febbraio 2013. Questo Accordo è stato ratificato dall’Italia con la legge n. 153 del 19 dicembre 2013. L’Italia, in virtù di questo Accordo, ha assunto la veste di soggetto investitore, ai sensi dell’allora Trattato sulla Carta dell’Energia (ECT). Il Progetto Tap gode, inoltre, della qualifica di ‘Progetto di interesse comune’ e per questo ricade nell’ambito delle previsioni di cui all’allegato VII del Regolamento europeo n. 1391/2013, che riconosce una corsia preferenziale a questi progetti imponendo agli Stati Membri di adoperarsi per consentirne una più celere realizzazione. Si aggiunga che il decreto legge n. 133 del 12 dicembre 2014 ha riconosciuto al Progetto Tap la natura di ‘progetto strategico’ e quindi opera da realizzare con urgenza ai sensi del d.P.R. n. 327 dell’8 giugno 2001. L’autorizzazione ‘unica’ per la realizzazione del Tap è stata concessa dal Ministro dello Sviluppo Economico il 20 maggio 2015”. Conte è entrato nei dettagli scrivendo: “Possiamo prefigurare che lo Stato italiano rimarrebbe sicuramente esposto alle seguenti pretese risarcitorie: a) del consorzio Tap e dei suoi azionisti (Socar, BP, Snam, Fluxys, Enagas, Axpo) per i costi di costruzione e di mancata attuazione dei relativi contratti e per il mancato guadagno da commisurare all’intera durata della concessione (25 anni); b) delle società importatrici del gas (tra cui: Edison, Shell, Eon e altri ancora) che hanno già comprato il gas a prezzi scontati e che mirerebbero a trasferire allo Stato italiano i maggiori costi di approvvigionamento per i prossimi 25 anni; c) degli shipper di gas che si ritroverebbero a perdere margini per vendite in Turchia anziché in Italia. Le variabili per poter quantificare l’esatto ammontare dei danni sono molteplici e alcuni dati essenziali sono nella esclusiva sfera di controllo delle società coinvolte nel progetto. E’ certo però che, interrompendo il progetto Tap, lo Stato italiano verrebbe coinvolto in un contenzioso lungo e perdente, i cui costi potrebbero aggirarsi, in base a una stima prudenziale, in uno spettro compreso tra i 20 e i 35 miliardi di euro”. Poi ha precisato: “Ingenerosi con M5S, date la colpa a me”.

“Vendiamo l’anima alla Lega”. E’ uno degli sms che rimbalza su alcuni cellulari dei parlamentari M5S più imbestialiti per il via libera del presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Le parole del presidente del Consiglio non sono bastate a placare la rabbia dei parlamentari grillini, quelli pugliesi, o meglio i salentini eletti nei territori alle prese con l’opera, ricevuti a Palazzo Chigi nelle settimane scorse. Ma a fremere sono gli eletti da tutto il Paese. Un deputato campano si è lamentato: “Perché il ‘vaffa’ alla Tap era una nostra bandiera, ma la sacrifichiamo all’altare di un governo che ci sta cannibalizzando…”.

E’ stato un fine settimana di passione per il Movimento. Meno di una settimana fa  Beppe Grillo, dal palco di Italia 5 Stelle al Circo Massimo, invitava la politica a “non abbandonare una visione. Vogliamo il gas che passa sotto quei cazzo di ulivi della Puglia o non lo vogliamo?”, chiedeva il fondatore del M5S. E alcuni parlamentari, in queste ore di nervosismo estremo, a quanto si apprende, valutano di tirarlo in ballo, chiedendogli un intervento diretto per salvaguardare il Movimento. Una deputata pugliese ha commentato: “Dopotutto Grillo è il nostro garante. E se è pur vero che ora siamo al governo, è altrettanto vero che questa è una battaglia del M5S”.

Luigi Di Maio, capo politico del M5S e vicepremier, ha detto: “Abbiamo le mani legate. Ci sono venti miliardi di euro da pagare di penali. Più del reddito di cittadinanza e quota 100 messi insieme. Il punto è che le sanzioni le abbiamo scoperte solo dopo due mesi di accesso agli atti, tanto ci è voluto una volta entrati nei ministeri competenti”.

Carlo Calenda, ex ministro del Mise, lo ha attaccato duramente: “Di Maio si sta comportando da imbroglione, come su Ilva. Non esiste una penale perché non c’è un contratto (fra lo Stato e l’azienda Tap) ma, in caso, una eventuale richiesta di risarcimento danni da parte dell’impresa visto che sono stati fatti investimenti a fronte di un’ autorizzazione legale. Di Maio sta facendo una sceneggiata e sta prendendo in giro gli elettori ai quali ha detto una cosa che non poteva mantenere. Anche con il parere dell’Avvocatura di Stato su Ilva che gli dava torto e che ha tenuto segreto, Di Maio ha mentito e in un paese normale un ministro che lo fa due volte si deve dimettere”.

Ma è difficile tenere a bada il malcontento. Un chiarimento tra Di Maio e il gruppo dei parlamentari al momento non è in programma, visto che la partita l’ha condotta e chiusa lo stesso Conte, coinvolgendo gli eletti nelle zone interessate dall’opera: non solo deputati e senatori, ma anche consiglieri regionali e comunali.

Un coinvolgimento che tuttavia non è bastato, se oggi, tra i pugliesi, c’è chi lamenta di aver appreso la linea dalle agenzie di stampa. Una parlamentare pugliese ha detto: “Il ministro Costa ha dichiarato di aver trasmesso le valutazioni sull’opera al premier e di non aver riscontrato profili di illegittimità. Sarebbe stato corretto dare le spiegazioni a noi, prima di apprendere dai lanci di agenzia come sarebbe andata a finire…”.

Ma le proteste sono andate oltre. Durante la manifestazione è stata bruciata una bandiera del Movimento 5Stelle che, prima e durante la campagna elettorale delle politiche era schierato in maniera decisa contro l’infrastruttura e i manifesti con le foto dei leader dei grillini. Come è già accaduto ieri, via social, alcuni aderenti al Movimento hanno distrutto le proprie tessere elettorali. Il movimento No Tap, in una nota, ha scritto: “In questo momento può sembrare che le speranze di veder bloccato il gasdotto Tap siano appese alle iniziative dei parlamentari del movimento 5stelle che hanno ancora a cuore il bene di questo Paese e delle comunità che lo abitano”.

Ma, i No Tap, con le loro proteste non stanno facendo né il bene del Paese e neanche quello dei loro figli. Le proteste vanno fatte quando sono ben fondate. Quelle sulla Tap e sulla Tav sono proteste strampalate.

S. R.

INDOVINA CHI VIENE A CENA

Spada - LaPresse 24 03 2015 Verona ( Italia ) Politica Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini in visita ai padiglioni di Vinitaly 2015 nella foto : matteo salvini

La politica passa dalla piazza agli incontri esclusivi per pochi convitati. Sia a destra che a sinistra le carte si decidono a un tavolo, ben ristretto. Ma mentre il Centrodestra si organizza senza lasciarsi critiche alle spalle, il Centrosinistra sconta ancora una volta una crisi che non vuole cedere il passo e anzi, peggiora di giorno in giorno e di iniziativa in iniziativa.
Ieri due cene, nessuna delle quali prevedeva come invitato l’attuale segretario del Pd, Maurizio Martina: una convocata a casa sua dall’ex ministro Carlo Calenda, che si è pubblicamente rivolto a Renzi, Gentiloni e Minniti con due obiettivi dichiarati: farli smettere di litigare, e metterli d’accordo su una ricetta che faccia uscire il Pd dall’impasse. L’altra convocata subito dopo da Nicola Zingaretti, per rispondere per le rime all’iniziativa ostile di Calenda. Entrambe sono state annullate e hanno portato al ‘digiuno’ di Roberto Giachetti che ha annunciato lo sciopero della fame per chiedere che venga fissata la data del Congresso. “La situazione che ci troviamo di fronte non consente più di giocare, abbiamo giocato anche abbastanza. Devo dire francamente che sono incazzato nero, penso che non sia accettabile quello a cui abbiamo dovuto assistere a proposito di cene e incontri. Penso che non sia più possibile andare avanti così. Tutto questo lo avevo ampiamente previsto, tutti avevano deciso di non fare il congresso subito e che questo avrebbe comportato che il congresso si sarebbe svolto dappertutto tranne che nella sede opportuna”, afferma durante una diretta Facebook e sottolinea: “Il sondaggio ci dà sotto il 17 per cento: davvero al nostro popolo possiamo offrire uno spettacolo di questo tipo? Io penso che sia necessario che tutti inizino a ragionare sulla situazione che ci troviamo di fronte. Io le ho provate tutte, ho spiegato che non era possibile rimandare il Congresso, che la situazione necessitava una reazione immediata”. Infine, l’annuncio roboante: “A questo scenario indecoroso reagisco tornando alle mie origini: dalla mezzanotte di ieri sera ho iniziato lo sciopero della fame perché sia immediatamente convocata una assemblea straordinaria e fissata la data del congresso del Partito democratico”.
“Una cena a quattro con invito su Twitter è fatta apposta per farti litigare. E se invece di rimestare nel solito mortaio si mangiasse un panino, tutta la sinistra riformista, per decidere che fare? C’è poco tempo e il rischio è che il Pd ci porti tutti a fondo”, scrive su Facebook il segretario del Psi, Riccardo Nencini.
I toni non sono morbidi da parte del neo iscritto ai dem, Carlo Calenda, per il quale ai dirigenti del Pd “non importerà” di perdere le prossime elezioni europee e regionali: “Quello che importa a loro è il congresso. Sta diventando un posto in cui l’unico segretario che si dovrebbe candidare è il presidente dell’associazione di psichiatria”. Ma smentisce la frase che gli è stata attribuita sul fatto che ‘il Pd merita l’estinzione’. “Con Gentiloni e Minniti parlo continuamente – prosegue Calenda – nel Pd c’è un’entità, che si chiama Renzi, che non si capisce cosa voglia fare e che va avanti per conto suo. È una roba un pò singolare. È stato un presidente del Consiglio che all’inizio aveva veramente voglia di cambiare l’Italia e che ha fatto cose buone. È un grosso peccato”. Poi conclude: “L’unica cosa che vuole fare il Pd in questo momento è una resa dei conti fra renziani e antirenziani in vista di un congresso che doveva esserci, per me, settimane fa, e tutto sarà paralizzato in questa cosa di cui al paese non frega nulla. Nel frattempo, l’opposizione si fa in ordine sparso”. Calenda poi risponde sul mancato invito all’attuale segretario che non sente da ‘due mesi’. Maurizio Martina risponde: “Adesso basta, chiedo a tutti più generosità e meno arroganza. Il Pd è l’unico argine al pericolo di questa destra”. E fa un appello in vista della mobilitazione del 30 settembre a Roma: “È possibile chiedere a tutti i dirigenti nazionali del mio partito una mano perché la manifestazione del 30 sia grande, bella e partecipata?”.
Nel frattempo però a destra si decide senza intoppi. Domenica sera la riunione ad Arcore tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, alla quale hanno preso parte anche Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti e che fonti di Forza Italia definiscono un “positivo” anche se ambienti del centrodestra precisano che nessuna decisione è stata presa. Che il leader della Lega avesse deciso che la ‘visita’ al Cavaliere dovesse rimanere in ambito privato è ormai noto, tanto che i dossier più caldi come la decisione sulla presidenza della Rai e le alleanze per le elezioni regionali sono stati rinviati ad un successivo incontro. Ma nel frattempo non si maschera l’irritazione degli alleati di Governo della Lega. Anche se ufficialmente il Movimento cinque stelle ha finto disinteresse, alla base continua lo sgomento per l’alleanza di Salvini con il Cavaliere che potrebbe mettere così le mani proprio sulla tv di Stato, la Rai. “È stata una cena positiva, non si è parlato di Rai ma del futuro del centrodestra e del rapporto Lega-Fi. Ci sarà un incontro nei prossimi giorni tra Cav, Salvini e Meloni”. Così a Rtl 102.5 il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani.

Ilva, Taranto per il sì, Landini ‘fugge’ da Calenda

Ilva-incidente-operaio mortoLa partita Ilva sta per chiudere il primo round con il referendum. Lo spoglio di Taranto sta confermando le tendenze degli altri siti del colosso siderurgico, ovvero il sì all’accordo viaggia sopra il 90%. Ratificato l’accordo, dalla prossima settimana Mittal entrerà in azienda e per un mese e mezzo sarà in coabitazione e collaborazione stretta con Ilva. Il subentro effettivo e formale della multinazionale avverrà il primo novembre una volta chiuse tutte le pratiche legali connesse al passaggio. Ma oltre alle critiche dei giorni scorsi per lo svolgimento del referendum (accuse di pressioni sui lavoratori) in queste ore un altro nodo viene al pettine e riguarda i numerosi lavoratori in appalto soprattutto nella sede tarantina. “La partita Ilva non è chiusa. Non lo è perché opportuno mantenere alta la guardia sugli accordi sottoscritti, ma non lo è, soprattutto, perché c’è un capitolo, quello legato ai lavoratori degli appalti, che secondo noi merita ulteriori garanzie e ulteriore approfondimento”. Lo afferma Giovanni D’Arcangelo, della segreteria provinciale e responsabile del coordinamento politiche industriali della Cgil di Taranto, richiamando l’attenzione su un tema “finora rimasto sullo sfondo”.
L’addendum presentato “dall’affittuario del siderurgico tarantino e diventato parte integrante dell’accordo – spiega – al punto 8.3 riprende la questione relativa ai fornitori dell’indotto e allo ‘sviluppo di sinergie relative a iniziative di economia circolare, ma al tempo stesso ha bisogno di contenuti più dettagliati che mettano proprio i lavoratori e le garanzie che a suo tempo chiedemmo sotto forma di clausola sociale, al centro di questa azione”.
Nel frattempo l’ex capo del Mise, Carlo Calenda, si scontra ancora sulla vicenda che interessa il Colosso Ilva e stavolta con il sindacalista Maurizio Landini, segretario Fiom.
“Ilva? Con questo accordo siamo di fronte a un fatto nuovo: non solo si garantisce l’occupazione, perché non ci sono licenziamenti e si mantengono sia i diritti salariali, sia l’art. 18. Ma l’accordo prevede anche più di 4 miliardi di investimenti”. Afferma Landini a L’Aria che Tira (La7) sull’accordo Ilva. Poi sull’ex ministro Calenda dice: “Non abbiamo fatto l’accordo col ministro Calenda non per una ragione politica, ma perché alla fine erano previsti licenziamenti. Mittal cioè non aveva l’impegno di assumere, i numeri iniziali erano diversi e sull’ambiente c’era bisogno di forzare qualcosa in più. Quando ci siamo incontrati la prima volta col nuovo governo, e in particolare col ministro Di Maio, gli abbiamo detto con molta chiarezza che per noi quello stabilimento e il gruppo non andavano chiusi. E gli abbiamo spiegato chiaramente perché non avevamo fatto l’accordo prima, chiedendo al governo di battersi insieme a noi per far cambiare idea a Mittal”.
Alle repliche di Carlo Calenda, ospite in Studio di Myrta Merlino, il segretario Fiom risponde abbandonando la diretta e passando dalla parte dei lavoratori a quella ‘del torto’. “I confronti non vanno di moda in questo periodo, e invece sono utili per cercare di far capire le cose”. È il commento che l’ex ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, pronuncia sulla reazione di Maurizio Landini che riporta anche su Twitter:

REFERENDUM ILVA

Ilva-678x381Finalmente fatto l’accordo sull’Ilva. È stato raggiunto e siglato al ministero dello Sviluppo economico l’accordo sull’Ilva da sindacati, azienda e commissari, alla presenza del vicepremier e ministro Luigi Di Maio. I sindacati poi sottoporranno il testo al referendum tra i lavoratori.

Il vicepremier e ministro Luigi Di Maio ha detto: “Siamo all’ultimo miglio, sono state 18 ore di trattativa in cui i protagonisti sono stati ovviamente i rappresentanti dei lavoratori, in cui si è cercato di raggiungere il miglior risultato possibile nelle peggiori condizioni possibili.  Adesso aspettiamo la firma, non dire gatto se non ce l’hai nel sacco…”.

Per il segretario della Uil Carmelo Barbagallo “è stata la trattativa più lunga e complessa della moderna storia sindacale. Il positivo risultato è merito della lotta dei lavoratori e della determinazione e competenza della categoria al tavolo. Ora, occorre dare attuazione all’accordo perché si può e si deve guardare al futuro dei lavoratori e della città di Taranto in una prospettiva di sviluppo e di salvaguardia della sicurezza e dell’ambiente. Da questa intesa, che rilancia l’Ilva, potranno trarre beneficio la stessa industria nazionale, l’occupazione e l’economia del Paese”.

La segretaria della Fiom, Francesca Re David, ha affermato: “Per noi per essere valido deve essere approvato dai lavoratori con il referendum. Gli assunti sono tutti, si parte da 10.700 che è molto vicino al numero di lavoratori che oggi sono dentro e c’è l’impegno di assumere tutti gli altri fino al 2023 senza nessuna penalizzazione su salario e diritti, era quello che avevamo chiesto, sull’esito delle assemblee dei lavoratori siamo fiduciosi. Nell’accordo sull’Ilva con ArcelorMittal abbiamo ottenuto quello che abbiamo chiesto sin dall’inizio, quindi siamo soddisfatti, 10.700 lavoratori verranno assunti subito e sono sostanzialmente quelli che ora lavorano negli stabilimenti, ossia tutti quelli non in cassa integrazione. Contemporaneamente parte anche un piano di incentivi alle uscite volontarie e l’azienda si è impegnata ad assumere tutti gli altri che restano in carico all’Ilva senza penalizzazioni e con l’articolo 18. Molto migliorato anche il piano ambientale che porta all’accelerazione delle coperture dei parchi e a un limite fortissimo delle emissioni. Se Ilva vuole produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio lo deve fare senza aumentare di nulla le emissioni che ci sono. Ora, sottoporremo l’intesa, come sempre al giudizio dei lavoratori che è per noi vincolante, oggi sottoscriveremo l’accordo ma la firma definitiva ci sarà solo al termine dei referendum. I tempi? Cercheremo di farlo naturalmente entro il 15 settembre, ci mettiamo subito al lavoro”.

Il segretario genovese della Fiom, Bruno Manganaro, ha detto: “Per Genova confermato l’organico, 1474 dipendenti. Aspettiamo la firma ma è chiaro che rispetto alla fase in cui venivano ipotizzate la messa in discussione di salario e diritti, siamo soddisfatti. Non ci saranno esuberi e per Genova viene riconfermato l’Accordo di programma con un organico di 1474 lavoratori. Ora comincia una lunga storia con una nuova organizzazione della fabbrica che dovremo gestire con il più grande gruppo industriale dell’acciaio, ma rispetto alle premesse l’accordo è un buon risultato”.

Di Maio ha anche affermato: “Comunque, con l’intesa non si annulla la gara per l’aggiudicazione deIl’Ilva. La gara non aveva la possibilità di tutelare l’interesse pubblico concreto e attuale. L’accordo fa sì che l’interesse pubblico concreto e attuale non si realizzi per l’eliminazione della gara”.

Il ministro ha poi spiegato: “Da quello che si è ottenuto al tavolo stanotte, già possiamo dire che non ci sarà il Jobs Act nell’azienda, che i lavoratori saranno assunti con l’articolo 18, che ci saranno 10.700 assunzioni come base di partenza e che non ci saranno esuberi: tutti riceveranno una proposta di lavoro da Mittal”.

Il premier Giuseppe Conte , da Ischia, ha affermato: “Di Maio ha fatto un lavoro veramente egregio, è stato molto sapiente il percorso che abbiamo costruito, abbiamo acquisito il parere dell’Anac e dell’Avvocatura dello Stato, sono emerse irregolarità evidenti, ma l’annullamento della gara non è così semplice. Non basta un vizio formale occorre dimostrare che attraverso quell’annullamento si realizza meglio l’interesse pubblico. I dati che sono stati resi noti sono di assoluta eccellenza”.

La cordata AmInvestco, infatti, avrebbe accettato di assumere nella nuova Ilva, da subito,  10.700 lavoratori. Dopo la  proposta lanciata ieri sera di portare a 10.300 gli assunti nella nuova Ilva al 2021, Fim Fiom Uilm e Usb, infatti, hanno cercato di  ampliare la platea. I sindacati hanno lavorato per cercare di arrivare ad un organico di 10.700-10.800 unità entro il 2022 includendo nel perimetro gli elettrici, i chimici e i marittimi di affiliate che prima erano stati esclusi.

Dal testo inoltre sembra uscito il riferimento proposto dall’azienda sempre ieri sera di intese con il sindacato sul contenimento dei costi anche attraverso riduzioni dell’orario di lavoro. Quanto al contratto integrativo i sindacati hanno chiesto che Mittal preveda sul Pdr 2019 e 2020 un ‘una tantum’ che possa tradursi in un aumento salariale del 4%. Nel testo dell’accordo che sindacati e azienda stanno scrivendo per sottoporlo alla plenaria approvazione referendaria dei lavoratori, entra anche il piano sugli esodi incentivati: Mittal conferma infatti 250 milioni da offrire complessivamente per agevolare l’uscita volontaria dei lavoratori.

L’accordo in arrivo vede anche la conferma da parte di Mittal dell’impegno a  riassorbire tutti gli eventuali esuberi che dovessero rimanere dal 2023 in capo alla vecchia Ilva. L’azienda infatti si è impegnata a riassumere tutti quei lavoratori Ilva che al termine della gestione dell’amministrazione straordinaria non abbiano usufruito né di incentivi all’esodo né di prepensionamenti né di una offerta di lavoro all’interno della nuova Ilva e che rientreranno senza alcuna differenza salariale rispetto a quelli già assunti da Mittal.

Dopo tutte le note vicende con toni accusatori e minacce di annullamento della gara fatte dal vicepremier e ministro Di Maio, la questione dell’Ilva si è finalmente conclusa seguendo il percorso già delineato dal governo Gentiloni con il ministro Carlo Calenda.

Salvatore Rondello

Ilva, prosegue il valzer di Di Maio

Ilva_Taranto_BluR439Il problema dell’Ilva è ancora alla ribalta. Il ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, ha spiegato: “Sono ancora in corso verifiche sull’ipotesi di annullamento della gara di aggiudicazione dell’Ilva. La questione non è chiusa. Per annullare la gara non basta che ci sia l’illegittimità, ci vuole anche un altro semaforo che si deve accendere, quello dell’interesse pubblico che stiamo verificando. Se il privato, cioè gli indiani di ArcelorMittal, ha fatto bene e in buona fede, il pubblico ha fatto un macello: tutte le procedure non sono state rispettate. L’irregolarità più grande è che sono state cambiate le regole del gioco quando il ‘campionato’ era in corso. E invece, se la gara si faceva bene si poteva arrivare a 13 mila occupati al termine del percorso, contro i 10 mila definiti nell’accordo con ArcelorMittal. Quella di tenere riservato il parere sulla gara per l’Ilva, è una richiesta arrivata dalla stessa Avvocatura dello Stato perché se lo pubblico vizio la procedura e compiano una irregolarità: ma fra 15 giorni tutti potranno leggerlo. Nel confronto sull’Ilva il tavolo sindacale deve andare avanti: se le rappresentanze dei lavoratori non ci vanno è una responsabilità che si assumono i sindacati”.
La segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, durante il meeting di CL, intervenendo sul tema dell’Ilva, ha detto: “La gara è valida, l’interlocutore è l’azienda insieme al governo. Quindi ora bisogna uscire da polemiche inutili e pensare invece al bene comune che è l’azienda e il lavoro”. Secondo il leader della Cisl: “vanno risolte tutte le ambiguità, ci vuole la volontà di tutti di uscire dalle polemiche”.
Le dichiarazioni rilasciate dal Vicepremier Di Maio dopo il parere dell’Avvocatura dello Stato hanno suscitato molte altre reazioni.
L’ex ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda ha replicato immediatamente: “Caro Luigi Di Maio sei un bugiardo. La proposta fatta dal nostro governo prevedeva 0 esuberi, tutti i lavoratori tutelati e tutti i diritti riconosciuti”. Come prova, Carlo Calenda ha allegato la proposta fatta ai sindacati lo scorso maggio coi punti principali dello schema di accordo Ilva tra Am InvestCo e le organizzazioni sindacali.
La decisione del responsabile dello Sviluppo Economico di rinviare al ministero dell’Ambiente l’approfondimento della parte relativa al risanamento della fabbrica e alla trattativa sindacale il nodo occupazionale, non hanno convinto la città di Taranto. Anzi, hanno provocato nelle istituzioni, nell’imprenditoria e nei sindacati reazioni molto irritate, se non di vero e proprio fastidio. Oggi quella parte di Taranto, maggioritaria, che sperava in Di Maio l’indicazione di una strada chiara per mettere in sicurezza l’acciaieria, avviare i progetti di bonifica e tutelare i posti di lavoro, si è ritrovata nuovamente delusa. L’incertezza prosegue, lo stallo non è finito e l’approdo non si vede ancora.
Il presidente della Confindustria di Taranto, Vincenzo Cesareo, ha dichiarato: “Per l’ennesima volta il ministro Di Maio ha deciso di non decidere”. Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, non ha esitato nel definire il discorso di Di Maio da “arrampicatore sugli specchi”, dichiarando che sta andando in scena “una farsa”. Anche il sindacato, con la Fim Cisl, si è dichiarato pronto allo sciopero se le risposte definitive dovessero tardare ancora.
Vincenzo Cesareo ha anche commentato: “Prima la richiesta di parere all’Autorità Anticorruzione, e va bene, poi il parere chiesto all’Avvocatura dello Stato, che è finalmente arrivato, dopodiché ci aspettavamo che Di Maio dicesse: queste le mie decisioni. Apprendiamo invece che adesso il ministro vuol verificare col ministero dell’Ambiente se è stato legittimo o meno aver fatto slittare le scadenze intermedie del piano di risanamento ambientale e aspetta che i sindacati trovino l’accordo con Mittal sui posti di lavoro. Speriamo che sia davvero l’ultimo rinvio, l’ultima dilazione. Prendiamo atto che il ministro riconosce che il tempo stringe e che il 15 settembre è alle porte, ma, se Di Maio permette, questo lo diciamo ormai da molte settimane. Non vorremmo che questo suo tirare in ballo ora l’Anac, adesso l’Avvocatura, poi il ministero dell’Ambiente serva solo a costruirsi una via d’uscita politica. Magari per dire alla parte vicina a M5S: vedete? Io avrei annullato la gara, ma ci sono tanti vincoli, tanti lacci e lacciuoli, tanti impedimenti che mi impediscono di farlo”.
Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, del PD, riferendosi a Di Maio, ha detto: “Non è che non decidendo o non pronunciandosi sul mantenimento o sulla chiusura dello stabilimento siderurgico, lui può lavarsene le mani. Questo sia molto chiaro. Il ministro e il suo Governo dovranno comunque occuparsi di Taranto. Noi continueremo a incalzarlo, proponendogli delle cose anche in maniera leale. Devo dire però che dopo la mezz’ora che ci ha concesso al pari di qualsiasi altra associazione, lui non ha mai ascoltato il comune di Taranto. Se questa è la trasparenza della sua idea politica, siamo molto dubbiosi. Adesso cercheremo di mettere insieme le organizzazioni sindacali, la Confindustria, la provincia e gli altri comuni dell’area di crisi complessa per verificare in quale direzione andare. Io ho l’impressione che si stia consumando una farsa. Capisco la sua difficoltà nell’aver promesso in campagna elettorale la chiusura dello stabilimento, ma qui il ministro semplicemente non decide. E questo crea imbarazzo e forte preoccupazione in tutti gli attori del territorio”.
Il segretario della Fim Cisl di Taranto, Valerio D’Alò, ha dichiarato: “Riteniamo sia giunto il momento di assumersi responsabilità che, come abbiamo spesso ribadito, contrastano con la campagna elettorale. Nel suo tentativo di tenere buoni tutti, il ministro sta ottenendo l’effetto opposto, ma di mezzo, nella bilancia del consenso, ci sono sempre Taranto e i lavoratori. Non si sottovaluti che, così come già successo in precedenza, l’attesa dei lavoratori in cassa integrazione e delle ditte in appalto, oggi chiuse o in ammortizzatori sociali, si potrà trasformare in mobilitazione qualora il futuro ambientale e occupazionale di Taranto dovesse essere messo a rischio dai giochi della politica di qualunque schieramento. Non abbiamo avuto remore a scioperare col governo precedente, non ne avremo con l’attuale se sarà necessario”.
Entro venti giorni circa, potrebbe essere Ilva il primo caso in cui il ‘governo del cambiamento’ dovrà prendere finalmente una decisione.

PASTICCIACCIO ILVA

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Ennesimo colpo di scena nella questione Ilva che rischia ancora una volta di essere rimandata. Alla fine Cantone nella sua relazione dà ragione al Vicepremier Di Maio. Nella procedura di gara per la cessione dell’Ilva “è stato leso il principio della concorrenza”. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, rispondendo ad una interpellanza urgente alla Camera dei Deputati sulla questione dell’Ilva, ha affermato: “Le criticità segnalate dall’Anac sulla procedura di gara dell’Ilva sono macigni, sono gravissime e questo governo non può continuare a far finta di niente come è stato fatto per troppo tempo: chiederò immediatamente chiarimenti ai commissari Ilva, aprirò un’indagine interna al ministero e chiederò il parere all’Avvocatura dello Stato. La procedura di gara è stata un pasticcio  con regole cambiate in corsa. C’era chi ci prendeva in giro perché stavamo perdendo tempo a studiare 23mila pagine. Invece, abbiamo fatto bene e l’Anac ha confermato tutte le criticità e che le nostre preoccupazioni erano fondate. Tra le criticità della procedura c’è anche quello dei rilanci, tema scritto malissimo e in maniera confusa, che ha consentito l’aggiudicazione ad ArcelorMittal rispetto ad AcciaItalia, la cui offerta era migliore sul piano ambientale e occupazionale. Il primo pasticcio riguarda la tempistica dell’attuazione del piano ambientale e, come ha concluso l’Anac, ha leso il principio di concorrenza”.
“L’offerta di AcciaItalia guidata dal gruppo Jindal era la migliore, ma nel bando metà del punteggio era dato al prezzo” e non al piano ambientale e alla salute “Per questo è stata scelta Arcelor”. Il ministro ha poi sottolineato: “Per questo governo prima della tutela ambientale, prima della tutela occupazionale, per questo governo viene la tutela della legalità. E su questo caso specifico vogliamo andare in fondo per capire chi non ha sorvegliato. Chi ha fatto questa procedura ne risponderà politicamente. Se la gara non ha messo al centro il massimo delle tutele occupazionali, delle tutele ambientali e delle tutele per la salute”.

Il ministro, con piglio giustizialista, ha poi detto: Chiederò subito chiarimenti ai commissari e avvierò un’indagine all’interno del ministero. Inoltre, chiederò subito un parere all’Avvocatura dello Stato. Non possiamo continuare a fare finta di niente e intendiamo andare fino in fondo per fare chiarezza”.

Alle parole di Di Maio ha replicato l’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda: “Caro Luigi Di Maio, hai detto in Parlamento cose gravi e false. Minacciare indagini interne al Mise è vergognoso. La responsabilità sulla gara è mia. A differenza tua – ha scritto ancora su Twitter – non ho bisogno di inventarmi manine. E assumiti la responsabilità di annullare la gara se la ritieni viziata”.

Calenda ha precisato: “Che l’Autorità anticorruzione abbia bloccato la procedura di gara per la cessione di Ilva “è una beata menzogna. Anac dice la gara è valida. Può essere annullata sul principio di interesse generale (può sempre essere annullata sulla base di questo principio). Se volete farlo accomodatevi”.

Il Nuovo Capo del Ministero di via Veneto porta avanti la querelle iniziata dal Governatore Emiliano che però non ha trovato consensi tra le organizzazioni sindacali. Le stesse che però hanno mandato tutto all’aria i piani occupazionali messi a punto dalla nuova gestione e avvalorati da Calenda.
Nuova incertezza per il Paese arriva dall’acciaieria Ilva che anche Confindustria ha giudicato strategica per l’economia. La prossima puntata sul caso Ilva dovrebbe esserci dopo il pronunciamento dell’Avvocatura dello Stato, o anche delle possibili risposte di Arcelor-Mittal.

L’USB chiede l’annullamento della gara. Con una nota stampa Sergio Bellavita, USB nazionale e Francesco Rizzo, coordinatore provinciale, intervengono sulla risposta che l’Autorità Anticorruzione ha inviato al vice premier Luigi Di Maio che l’aveva interpellata sulla vendita dello stabilimento ad Arcelor Mittal: “Apprendiamo dall’Anac che la gara per la cessione del gruppo Ilva è stata condotta con profili di criticità. Per questa ragione riteniamo impossibile proseguire il confronto con Arcelor Mittal, alla luce di questi nuovi inquietanti elementi. Chiediamo pertanto al Ministro dello sviluppo economico e del lavoro Di Maio l’annullamento della gara e una convocazione urgente delle organizzazioni sindacali. Per quanto ci riguarda continuiamo a ritenere che l’intervento pubblico diretto dello Stato nella proprietà dell’Ilva è l’unica reale garanzia per il futuro della città di Taranto e per tutti gli stabilimenti del gruppo Ilva e per coniugare il diritto alla salute, la difesa dell’ambiente e l’occupazione. Tuttavia sei il Governo avesse intenzioni diverse, è comunque indispensabile riaprire la gara a patto che ponga come vincoli inderogabili l’ambientalizzazione reale dello stabilimento, le bonifiche quindi e alla sicurezza e la garanzia dell’integrale occupazione e del mantenimento dei diritti acquisiti”.
Nel pasticcio Ilva adesso si inserisce anche l’Associazione dei Consumatori. Il Codacons ha depositato una istanza al Consiglio di Stato contro il Ministero dello sviluppo economico chiedendo l’adozione urgente di una ordinanza di esecuzione per dare seguito alla decisione dello stesso Consiglio di Stato che inseriva il Codacons all’interno del tavolo tecnico su Ilva. È stato “affermato – si fa rilevare in una nota – il diritto dell’associazione alla partecipazione ai Tavoli tecnico-istituzionali sul caso Ilva aventi ad oggetto questioni di rilevanza ambientale. I giudici hanno stabilito inequivocabilmente che il Codacons debba ricevere una ‘doverosa interlocuzionè su ogni questione relativa all’Ilva, dall’ambiente alla riqualificazione urbana dei quartieri colpiti dalla emissioni inquinanti, nonché su ogni provvedimento che modifichi, integri o sostituisca il DPCM 2017”. Nonostante “tale ordine – insiste l’associazione – del Consiglio di Stato, il Mise ha colpevolmente omesso di convocare il Codacons a tutti i recenti e futuri incontri con sindacati Ilva e ArcelorMittal, violando palesemente le disposizioni del giudice, e nonostante le istanze inviate dall’associazione con cui si chiedeva al Ministero il rispetto della sentenza di Palazzo Spada”.

Salvatore Rondello

Di Maio “gira” la questione Ilva a Cantone

ilva 3“In queste ore abbiamo provveduto a inviare tutte le carte all’Anac affinché faccia le dovute verifiche sulla procedura di aggiudicazione” per la cessione dell’Ilva ad Arcelor Mittal. Lo ha annunciato il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, in audizione davanti alle Commissioni riunite di Industria, commercio, turismo e Lavoro, previdenza sociale di Camera e Senato, spiegando che “stiamo approfondendo ulteriormente la regolarità della procedura di aggiudicazione, soprattutto a seguito di varie segnalazioni pervenute”.
Un’iniziativa che risponde alla lettera del Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che ha scritto al ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, per sollevare perplessità sulla gara per l’aggiudicazione di Ilva. Nella lettera, di due giorni fa, Emiliano chiede a Di Maio di rivedere i passaggi della gara che il 26 maggio 2017 ha affidato alla cordata Arcelor-Mittal la proprietà dell’Ilva. Secondo il governatore ci sarebbero alcuni punti a rischio incostituzionalità. Tuttavia la decisione del neo Capo del Mise potrebbe portare ad allungare ulteriormente l’iter Ilva, tanto che è intervenuto sull’argomento anche l’ex Ministro del Mise, Carlo Calenda, contrario all’iniziativa di Di Maio che non farebbe altro che riflettere strumentalizzazione politiche: “Emiliano d’accordo con Di Maio offre al suo ‘nuovo’ leader scuse per non decidere su Ilva. Per questo scrive a 13 mesi dalla gara! E per questo Di Maio pubblica la lettera di Emiliano dopo 13 minuti. Evidente gioco delle parti. Asilo nido sulla pelle di operai e tarantini”.
Secondo Emiliano l’aggiudicazione è stata disposta a favore di una cordata che “notoriamente concentra una cospicua fetta della produzione di acciaio a livello europeo e mondiale, nonché quote di mercato Ue – fa notare ancora Emiliano – con un evidente e conclamato rischio Antitrust, essendo superiori al 40%”. Tant’è che la Commissione europea ha dato il suo via libera “sotto condizione” ovvero “l’eliminazione del gruppo Marcegaglia dal consorzio di acquisto e numerose cessioni di altri impianti” fatto questo che sostanzialmente cambierebbe il profilo del soggetto aggiudicatario. Di qui la richiesta a Di Maio di “opportune verifiche sulla correttezza della procedura di gara espletata, eventualmente avvalendosi dell’Anac”, l’autorità anticorruzione.
Ma Carlo Calenda spiega che nella procedura di gara — passata al vaglio della Commissione Ue e dell’Antitrust — c’è stata un’importante differenza di prezzo tra le due cordate: 1,8 miliardi di AmInvestCo contro 1,2 miliardi di AcciaItalia. E aggiunge Calenda che “il prezzo è stato decisivo per il 50%. Il piano occupazione di ArcelorMittal era migliore. L’altro tema, quello per la riconversione ambientale, ha dato un punteggio superiore ad AcciaItalia. Ma ArcelorMittal ha accettato in toto il piano di copertura dei parchi minerari previsto dai commissari”.

OLTRE IL PRESENTE

futuro apre

“Al manifesto di Calenda, una buona base di discussione, il 7 luglio aggiungeremo le nostre riflessioni”. Lo ha detto Riccardo Nencini, segretario del Psi, rispondendo al manifesto di Carlo Calenda e riferendosi alla kermesse socialista ‘Via dal Presente’ prevista il 7 luglio a Roma, dove saranno presenti ospiti dei partiti di centrosinistra come base di lavoro programmatico dopo il voto del 4 marzo.

L’ex ministro Carlo Calenda ha inviato oggi una lettera sul Foglio per presentare  il suo manifesto politico in cui parla di un  “fronte Repubblicano”, un’alleanza contro i sovranismi. Calenda non nomina il Pd, a cui è iscritto, guarda “oltre il Pd” per un fronte che contrasti la “minaccia mortale” dei sovranismi.

Nencini aggiunge: “Resta il fatto che alla destra radicale bisogna contrapporre un movimento nuovo che tragga ispirazione dal rigore di Mazzini, dal gusto per la libertà di Turati, dai pionieri dell’europeismo e dal civismo democratico. E per essere pronti alle Elezioni Europee bisogna mettersi in cammino in questi giorni. Spero che il Pd abbia la stessa fretta che abbiamo noi. Invitiamo Calenda il 7 a esporre il manifesto repubblicano alla nostra kermesse. Sarà un utile momento di confronto”  conclude il segretario socialista.

Una sinistra umanitaria che voglia essere competitiva dovrà confrontarsi con i profondi cambiamenti che hanno lacerato antiche consuetudini e, al contempo, creato opportunità inimmaginabili. Questi i punti che saranno presentati e approfonditi alla convention del 7 luglio: il portolano da cui avviare la riflessione. Eccolo, in pillole:

1. Valori alti: il senso mazziniano per la responsabilità e il dovere, la spinta turatiana verso i diritti e le libertà.

2. Vivere nella contemporaneità ma abbandonando l’idea illuministica del progresso illimitato. Le radici vanno innaffiate, non tagliate. O si protegge la comunità o rischiamo di annegare nella globalizzazione.

3. Diritto di cittadinanza alla parola ‘patria’, spesso invisa alla sinistra, e bandire la parola ‘Paese’ in sostituzione del termine Italia. Non si tratta di chiudersi nei confini nazionali. Al contrario, l’affermazione dell’identità è indispensabile per tutelare le differenze. Valorizzare il ‘comune sentire’ è condizione per convivere con le diversità.

4. Europeisti, ma a favore di un’altra Europa: riequilibrio a vantaggio del fronte mediterraneo, Commissione intesa come governo europeo, politica estera comune, un unico ministro del tesoro dell’U.E. E scelte orientate a bloccare la balcanizzazione dell’Europa.
Revisione del Trattato di Dublino in tema di migranti. E comunque chi vive in Italia dovrà svolgere lavori socialmente utili a vantaggio della comunità che li ospita.

5. Declinare meriti e bisogni al tempo della rivoluzione tecnologica. Sostenere gli studenti che si trovano nella condizione del bisogno e hanno merito (sostegno all’affitto, borse di studio, viaggi di studio all’estero); assunzione di 500.000 giovani nella pubblica amministrazione per valorizzazione ambiente, difesa paesaggio, tutela beni artistici e culturali (costo 10 miliardi di Euro); servizio civile obbligatorio; trarre da una maggior tassazione del gioco d’azzardo le risorse per aumentare le pensioni minime; costruire nuovi alloggi popolari per soddisfare le lunghe liste di attesa di famiglie italiane.

6. Ripensare l’architettura istituzionale sostenendo con forza il tentativo di dare un taglio costituente all’attuale legislatura: elezione diretta vertici delle città metropolitane, accorpamento regioni, definizione ruolo e poteri delle province, fusione piccoli comuni. Nelle elezioni comunali, consentire il voto ai sedicenni. Infine, separare le carriere dei magistrati.

7. Introdurre forme di finanziamento pubblico alle fondazioni dei partiti.

8. Aumento della tassazione delle società multinazionali della conoscenza (Apple, Facebook….). Minore tassazione del lavoro. Patrimoniale per le grandi ricchezze da finalizzare alla riduzione del debito pubblico. Allargamento di Industria 4.0 alle imprese artigiane.

A una destra radicale e populista si reagisce battendo nuove strade che ci mettano in sintonia con gli italiani senza rinunciare a uguaglianza e libertà.

L’ex ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda nella lettera al Foglio ha elencato in punti programmatici da mettere al centro di una nuova alleanza tra tutte le forze “progressiste”. Un “manifesto” quello di Calenda, fortemente europeista ma contiene anche diversi temi cari alla sinistra più tradizionale: Calenda parla dell’importanza dello “Stato forte” (a patto che non sprechi soldi per salvare Alitalia, aggiunge) e della protezione delle fasce più deboli della popolazione.

Nella prima parte del suo “manifesto”, Calenda analizza l’attuale situazione e scrive che negli ultimi anni le forze che lui chiama “progressiste” non hanno saputo gestire i cambiamenti tecnologici e sociali che sono avvenuti. Questi cambiamenti sono stati accolti come “univocamente positivi, inevitabili e ingovernabili”. “I progressisti”, continua Calenda, “sono inevitabilmente diventati i rappresentanti di chi vive il presente con soddisfazione e vede il futuro come un’opportunità”.

Per cambiare questa situazione Calenda propone cinque punti intorno ai quali costruire una nuova alleanza. Secondo Calenda è necessario mantenere l’Italia “in sicurezza”, cioè con i conti pubblici in ordine, saldamente inserita nell’attuale contesto di politica internazionale (nell’euro, nell’Unione Europea e nella NATO) e con un maggiore controllo sui flussi migratori; bisogna migliorare gli strumenti di aiuto agli “sconfitti dalla globalizzazione”, coloro che hanno visto i loro redditi calare e che si trovano in difficili situazioni economiche; è necessario attuare una politica di investimenti pubblici nell’innovazione; bisogna riformare l’Unione Europea, in particolare riducendo le regole sui bilanci e aumentando le tutele sociali; infine, bisogna investire nell’educazione e lottare contro “l’analfabetismo funzionale”.

Cure diverse per il Pd da Zingaretti e Calenda

zingaretti calendaL’impensabile è successo. Il Pd ai ballottaggi comunali del 24 giugno ha perso perfino le sue città gioiello in Toscana, in Emilia Romagna e in Umbria. C’è stato un terremoto, le roccaforti rosse non esistono più. Ha ceduto anche “l’alleanza larga” tra i democratici e gli altri partiti del centro-sinistra: Siena, Massa e Pisa in Toscana, la regione dell’ex segretario democratico Matteo Renzi, sono state conquistate dal centro-destra a trazione leghista. Una vera ecatombe: nel 2013 il centro-sinistra in Toscana amministrava ben 10 capoluoghi su 11, ora invece conta appena su 3 sindaci.
Perfino a Siena ha abbassato la bandiera: la crisi e la nazionalizzazione del Monte dei Paschi, un tempo banca onnipotente, ha avuto conseguenze devastanti. Imola, in Emilia Romagna, è stata espugnata dal M5S, nonostante al primo turno del 10 giugno fosse in vantaggio il centro-sinistra con il 10% dei voti. È scattata l’alleanza grillo-leghista, quella del governo nazionale, e non c’è stato niente da fare.
È una disfatta ad alto contenuto simbolico e segue il tracollo al 18% dei voti subito dal Pd nelle elezioni politiche di tre mesi fa. Malissimo anche il tandem Bersani-D’Alema, già alle politiche Liberi e Uguali aveva appena superato il 3%. Il centro-sinistra ai ballottaggi comunali riesce a spuntarla sono in alcune città, come Brindisi ed Ancona, e in due municipi di Roma grazie all’effetto Raggi. Nella capitale il centro-sinistra è riuscito a vincere alla Garbatella e al Nomentano (circa 300 mila abitanti), per la fallimentare amministrazione della sindaca grillina (il M5S non è stato ammesso neppure al ballottaggio).
Ancora è presto per capire dove si sono diretti precisamente gli elettori in fuga dal Pd e dal centro-sinistra, ma certamente si è aperta una nuova fase politica che ha azzerato la Seconda repubblica. Molti cittadini progressistinei ballottaggi comunali si sono ancora rifugiati nell’astensione (i votanti sono stati appena il 47,61% nei ballottaggi comunali, in calo rispetto al già al basso dato del 60,7% del primo turno). Ma tanti elettori di centro-sinistra sembra siano rimasti affascinati perfino dalla destra sovranista e nazionalista di Matteo Salvini, facendo vincere i sindaci del centro-destra non solo nel nord Italia (come a Ivrea e a Sondrio), ma anche nelle regioni per 70 anni con un cuore rosso (è andata all’alleanza Salvini-Berlusconi-Meloni anche Terni, la città umbra dell’acciaio, un simbolo dell’industria siderurgica italiana e della sua crisi).
Già, la chiusura di tante fabbriche determinata dalla globalizzazione economica, ha assestato un nuovo colpo alla sinistra, o meglio alle tante sinistre divise. Nelle elezioni politiche del 4 marzo, il beneficiario della crisi è stato soprattutto il M5S di Luigi Di Maio (nel Sud devastato dalla desertificazione produttiva ha incassato circa il 50% dei voti totali), nei ballottaggi comunali invece è premiato l’attivismo di Salvini, vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e segretario della Lega.
Hanno fatto breccia le tante promesse populiste giallo-verdi tutte da mantenere: blocco dell’immigrazione in Italia, “pace fiscale” (di fatto un condono), flat tax, superamento della legge Fornero, reddito di cittadinanza, abolizione dei vitalizi ai parlamentari e agli ex onorevoli, taglio delle “pensioni d’oro” e aumento di quelle minime, tutela dei lavoratori precari come i rider (i fattorini per la consegna a domicilio dei pasti), aumento degli investimenti pubblici e dell’occupazione.
La politica seduttiva quotidiana degli annunci verso i ceti popolari e contro le élite ha premiato più il segretario del Carroccio che il capo del M5S. I disoccupati, i precari, i piccoli imprenditori e i professionisti tartassati dalle tasse, il ceto medio impaurito e i lavoratori hanno voltato le spalle al centro-sinistra e hanno dato fiducia nelle elezioni politiche soprattutto ai cinquestelle e, adesso nelle comunali, i loro consensi sono andati in particolare ai leghisti. Lega e M5S hanno inghiottito e distrutto il centro-sinistra.
Ora il Pd e la sinistra rischiano l’estinzione e si è aperta la discussione su cosa fare, come rimediare al disastro. C’è da riflettere sui tanti errori, su come risolvere l’esplosione delle disuguaglianze, la compressione dei diritti e l’immigrazione incontrollata.
Al capezzale del Pd accorrono medici con cure diverse. Maurizio Martina, segretario reggente democratico, è prudente: «C’è bisogno di leadership nuove ma il centrosinistra non può prescindere al Pd». Secondo Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, possibile candidato alla segreteria del partito su una impostazione socialdemocratica, «un ciclo storico si è chiuso» e «va ripensata» con coraggio l’intera strategia. C’è chi pensa, invece, a un superamento dello stesso Pd e a una nuova aggregazione liberaldemocratica sul modello di Emmanuel Macron in Francia. L’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha indicato la strada di un nuovo inizio: «Andare oltre il Pd subito, verso un fronte repubblicano». Su posizioni analoghe il Psi. Riccardo Nencini ha proposto di rivedere tutto costruendo una alleanza riformista repubblicana «aperta e inclusiva». Certo sarebbe singolare una Italia senza più la sinistra e il centro-sinistra.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

PARCO GIOCHI

Ilva-678x381Ancora in sospeso la questione Ilva, sulla quale si continua a ‘giocare’. Ieri l’idea del fondatore del Movimento Cinque Stelle aveva fatto discutere non poco, secondo Beppe Grillo “nessuno ha pensato di chiuderla” ma l’Ilva può essere riconvertita. Usando “circa 2,2 miliardi di euro che sono stati immessi in un fondo quando l’Europa si chiamava Ceca delle imprese del carbone e acciaio”. Essendo il più grande impianto siderurgico, per il fondatore del Movimento “potremmo fare come hanno fato nel bacino della Ruhr dove non hanno demolito, hanno bonificato”: Obiettivo, “rivalutare uno dei più bei golfi d’Europa”. Parole a cui ha subito replicato l’ex ministro del Mise, Carlo Calenda, che ha parlato del video di Grillo “da terrazza su mare stile grande Gatsby delirava su riconversione in parco giochi della prima acciaieria europea” e ironizza su twitter “la parte video ‘magari la riconvertiamo per farci un parco turistico’ e tutta l’altra roba onirica la consideriamo ottimisticamente come una ‘licenza poetica’ all’artista. Ci fermiamo al tweet. E speriamo che si eviti la chiusura”. A frenare Beppe Grillo è stato proprio l’attuale Capo del Mise e Capo politico del M5S, Luigi Di Maio che fa sapere che sull’Ilva “Grillo, come altri, in questo momento esprime opinioni personali”. Così a Radio Anch’Io su Radio Rai, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio risponde a una domanda sull’ipotesi ventilata dal fondatore del Movimento di chiudere la fabbrica Ilva di Taranto e trasformarla in un parco, sul modello di quanto fatto in Germania in alcuni impianti. Sull’Ilva, ha aggiunto, “non prendo tempo” ma “non prendo una decisione finché non ascolterò le parti. Al Mise abbiamo diverse centinaia di dossier da affrontare: tutto sarà gestito con responsabilità, senza proclami”.
Poi, commentando l’opinione dell’ex titolare del Mise, Carlo Calenda, secondo cui invitare ai tavoli di crisi i rappresentanti politici locali è un errore, Di Maio ha sottolineato: “Calenda non è più ministro, adesso il ministro dello Sviluppo Economico sono io e se Calenda permette vorrei cambiare un po’ di cose. Poi, alla fine, saranno i cittadini a giudicarmi”.
Matteo Salvini, impegnato a Brindisi nell’ambito del suo tour elettorale per le amministrative, sulla questione Ilva afferma che “i posti di lavoro sono sacri” e soprattutto “nessuno pensa di chiudere domani, non siamo qua per chiudere” e che bisogna “produrre con compatibilità ambientale”.
Ma non è questione più di consenso dei cittadini una soluzione si deve trovare. Sta alla finestra la società Am Investco di Arcelor Mittal che lo scorso anno offrì una cifra ritenuta congrua dal governo e dai commissari, ma che non riesce a trovare un’intesa con i rappresentanti dei lavoratori e che non sa cosa farsene di una delle più grandi acciaierie d’Europa. In mezzo a questa miriade di problemi ci sono 11 mila lavoratori che temono la fine della cassa integrazione per il 31 luglio. Non a caso i sindacati Cgil-Fiom, Cisl-Fim e Uil-Uilm hanno scritto una lettera al ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, per chiedere “un incontro urgente” sull’Ilva per “conoscere le azioni che il governo intende mettere in campo”. Nella lettera i sindacati ricordano la “fase delicata” in sui si trova la trattativa con la società Am Investco “che dal primo luglio potrebbe prendere possesso degli stabilimenti senza un’intesa sindacale”.
“In questa fase di stallo continua a verificarsi ciò che da tempo denunciamo: ogni giorno di ritardo nella vicenda Ilva è un pezzo di terreno perso che danneggia tutti. Oggi al Pla2 l’ennesimo paradosso dove, nonostante lamiere pronte per la lavorazione della Cimolai, i saldatori vengono lasciati a casa perché l’azienda – a dire dei responsabili – non ha soldi per rinnovare i patentini degli operatori. Siamo in attesa di un nuovo incontro e che il governo avvii nuovamente la discussione su Ilva, ma intanto le condizioni dello stabilimento peggiorano”, così il segretario Fim Cisl, Valerio D’Alò.
In tutto questo non poteva mancare lo scontro in campo politico con oggetto ‘Ilva’, dove mesi in cui abbiamo assistito ai litigi tra Emiliano e Renzi, adesso è la volta degli screzi tra il senatore Luigi Vitali e il sindaco tarantino Arnaldo Melucci.
E mentre il neo-ministro dell’ambiente Costa, vede una Taranto ambientalmente ben tenuta, le associazioni ambientaliste vedono nella chiusura dello stabilimento la sola soluzione. L’associazione Peacelink ha scritto ai ministri della Salute, Giulia Grillo, dell’Ambiente, Sergio Costa, e al governatore pugliese, Michele Emiliano, denunciando che “solo ora si delineano i contorni di un possibile disastro ambientale in una nuova area del territorio tarantino: parliamo dello smaltimento delle scorie contaminate dell’Ilva”.