Torregrupata, il Meridione di Nunzio Campagna

campagnas_copyUn po’ il Carlo Levi di “Cristo s’è fermato ad Eboli” e un po’ il Silone di “Fontamara”. La poesia di certi film di Frank Capra e il Rossellini di “Paisà”. Queste, sinceramente, le atmosfere richiamate dal romanzo di Nunzio Campagna “Torregrupata” (Napoli, RCE Multimedia ed., 2018, pp. 333, €. 12,00). Scrittore di romanzi su temi sociali e d’impegno civile, spesso ambientati nel Meridione, Campagna, lucano d’origine, studioso di storia e filosofia (per l’ Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli ha pubblicato, tra l’altro, “Filosofi greci” e “Aurelio Agostino”, 2007 e 2010), ci trasporta, con questo nuovo libro, nel Sud del Novecento, tra i richiami magici e arcani cari agli antropologi come Ernesto De Martino e la modernità selvaggiamente incalzante.
Storia centrale è quella di Tony-Patrick- Nicola: ragazzo nato a Torregrupata (immaginario paese lucano, non lontano da Tricarico) da una relazione, fortemente contrastata, tra un giovane del luogo e la nipote d’un nobile locale. Sottratto appena nato alla famiglia, il bimbo viene preso da una coppia di sposi destinata ,come tanti italiani di allora,a partire per l’ America (siamo ai primi del ‘900, nell’ IItalia giolittiana e del “passaporto rosso”). Adottato poi, negli USA, da un’altra coppia, Patrick crescendo avvertirà fortemente l’ inquietudine e il disagio legati al non conoscere esattamente le proprie origini.Al tempo stesso, la conoscenza di tanti italiani emigrati in America ( tra cui anche il giovane Arturo Toscanini, da sempre vicino al movimento socialista) contribuirà a mantenere vivi in lui l’interesse e l’ amore per l’ Italia.
Sarà il turbine della Seconda guerra mondiale, con l'”Operazione Husky”, cioè lo sbarco alleato in Sicilia del luglio 1943, a dare al giovane Patrick, già ufficiale dell’ esercito americano, l’ occasione per sciogliere questo basilare nodo esistenziale; un po’ come l’ Arturo Giammaresi interpretato da PIF in “In guerra per amore”, Patrick nel Meridione d’ Italia va alla ricerca, soprattutto, delle proprie radici.
Finalmente, in Basilicata, appena finita la guerra, con l’aiuto del giovane sindaco di Torregrande (in realtà Tricarico: sindaco modellato, infatti, esattamente sul personaggio del socialista Rocco Scotellaro, sociologo e fine poeta,che di questo paese fu sindaco dal 1946 al 1950) , Patrick risale pienamente alle origini della sua famiglia, ritrovando il padre, Michele Genovesi, e liberandolo dal manicomio in cui era stato recluso a forza un trentennio prima. Commovente l’incontro col vecchio Michele, che vive come un barbone nel vecchio manicomio, ma, un po’ come il Nino Manfredi /Garcia Lorca (salvatosi miracolosamente dalla fucilazione) di “La fine d’un mistero” (ultimo film interpretato dal grande Nino), ritrova pienamente la memoria appena rimesso a contatto col figlio e con le atmosfere di tanti anni prima. Dopo aver ritrovato, e risanato, il padre, Patrick completerà il “Nostos” alla sua Itaca facendosi naturalizzare italiano all’anagrafe, col nuovo nome di Nicola Genovesi; mentre, poco dopo (siamo, ormai, nel ’47 – ’48), ritroverà anche Assuntina, la donna, di pochi anni più grande di lui, che l’ aveva portato col marito negli USA, ora donna matura.
Con grande abilità, e tecnica quasi cinematografica, Campagna ricrea perfettamente armosfere, colori, situazioni, mentalità d’ un Sud còlto nel suo definitivo irrompere nella storia italiana, e mondiale: il Sud delle grandi occupazioni delle terre e della mafia riemergente, delle leggi “Sila” e stralcio e di Portella della Ginestra, di Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale e, purtroppo, Luciano Liggio. Mentre non manca d’ inquadrare la situazione mondiale postbellica alla luce anche della psicologia politica: evidenziando, ad esempio, le conseguenze – in termini di scissione, perdita del senso complessivo d’ unità, quasi alienazione – che, per milioni di persone, ebbe, con la Guerra fredda, la divisione dell’ Europa in due, destinata a ricomporsi solo col crollo dei Muri del 1989-’91.

Fabrizio Federici

#Narrazioni19, raccontare Matera e la cultura lucana

narrazioni 19La proclamazione di Matera capitale della cultura europea nel 2019 è solo l’inizio. Proprio in vista di quell’appuntamento, un punto non solo di arrivo, ma di partenza, sono stati presentati alla sala stampa della Camera i primi atti della prima edizione (2015) di #Narrazioni19. Si tratta di racconti, storytelling, progetti e visioni strategiche su Matera e sulla Basilicata, pensate però in una prospettiva europea. Le riflessioni cercano nello stesso tempo sia di riscattare la Basilicata e Matera in particolare, da vecchi clichè, sia di rilanciare questa parte del Mezzogiorno ripartendo dalle narrazioni passate fatte su questa terra (ad esempio Lucania ’61 di Carlo Levi).
La conferenza stampa è stata organizzata dal CGIAM sezione CISST, sullo sviluppo del Sud ed il suo racconto ed è stata presentata dal sottosegretario Ivan Scalfarotto, il presidente della Regione Basilicata Marcello Pittella, l’onorevole Cosimo Latronico (Cor), il senatore Salvatore Margiotta (Pd), il giornalista Sergio Ragone (componente CISST), e Costanza Crescimbeni del Tg1.
#Narrazioni19 “nasce dal bisogno di raccontare un luogo”, ha spiegato Sergio Ragone, precisando che si tratta di un territorio che va verso un’occasione storica, Matera2019. “Una sfida – ha detto il Presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella – che noi vinciamo con le Istituzioni”. “Con questo Governo – ha proseguito Pittella – puntiamo a recuperare un altro tipo di ‘regionalismo’, fatto di metodo e di scelte strategiche, non solo un ‘libro dei sogni'”. Gli investimenti di cui parla il Presidente della Regione sono anche “quelle che puntano sulle comunicazioni ferroviarie e viarie”. Proprio sulle Infrastrutture si è soffermata anche la riflessione di Cosimo Latronico: “Matera può essere quella corda di coesione che parte dal Mezzogiorno, passa per l’Italia e arriva in Europa”, ma per questa coesione occorre “prima di tutto una ‘strada’ dal punto di vista dei trasporti”. “Andare a Matera è ancora un ‘sogno'”, ha detto Latronico riprendendo la definizione di Pittella.
L’invito di Ivan Scalfarotto è invece quello di “raccontare le nostre realtà, su diverse tinte”. “Il Sud raccontato – spiega il sottosegretario – senza cadere né nel folklore del Meridionalismo di prima dell’Unità di Italia, né nel ribellismo spicciolo”. Il mezzogiorno ha bisogno di “sconfiggere la rassegnazione di chi alza le mani davanti allo status quo, perché chi sostiene che è meglio non fare nulla perché non ne vale la pena è già sconfitto”.

Redazione Avanti!

Parri, De Gasperi e gli albori dell’età repubblicana

Sull’inserto domenicale del «Sole 24 Ore» (13 dicembre 2015, n. 343, p. 27) Roberto Napoletano, direttore del quotidiano milanese, presenta la figura di Ferruccio Parri, traendo spunto dalla lettera di Lorenzo Catania, che gli ricordava le dimenticanze della stampa italiana sulla caduta del suo governo il 24 novembre 1945. Piuttosto che rispondere al lettore per rievocare l’esperienza di Parri come uomo di governo, ora ricostruita nel volume Il colpo di stato del 1945. La cadura del governo Parri e l’autunno della Resistenza (edizioni People & Humanities) di Michelangelo Ingrassia, il direttore si lascia andare in divagazioni politiche, espresse con scarso senso storico. Egli pubblica la lettera di Lorenzo Catania e un suo «ricordo», censurando la parte più significativa, là dove si ricorda il riferimento di Carlo Levi all’esperienza governativa di Parri e alla sua militanza politica: «interventista e pluridecorato nella prima guerra mondiale, poi esponente del partito d’azione ed ex capo della resistenza armata contro l’occupazione nazifascista», come si legge nel suo intervento La troppo breve stagione del Governo Parri («Avanti!», 14 dicembre 2015). Queste precise notizie non possono far parte di un «ricordo» per la giovane età del lettore, che rileva anche la dedizione di Parri nella soluzione dei gravi problemi che travagliano il Paese durante il suo governo durato dal 21 giugno al 24 novembre 1945.
Nella ripresa di queste notizie e nella sua generica risposta, Napoletano commette un grave errore storico: «Dalla lotta armata con il reclutamento dei compagni, vicecomandante (“Maurizio”) del Corpo Volontari della Libertà, organizza la fuga all’estero di Filippo Turati e finisce in prigione, alla bandiera di quel “vento del Nord” che spinge l’Italia a rialzare la testa a uscire dal fascismo e dalla guerra». Il direttore colloca così la fuga di Turati avvenuta con l’aiuto di Parri nel periodo «del dopoguerra» e della Resistenza, confondendo vicende successe alcuni anni dopo l’ascesa al potere di Mussolini.
In realtà Turati, leader del Partito socialista unitario, era morto a Parigi il 29 marzo 1932 dopo una lunga e intensa attività politica svolta a favore dei lavoratori. E, per strana coincidenza della storia, la caduta del governo, richiamata dal lettore e avvenuta il 24 novembre 1945, precede di diciannove anni la fuga organizzata da Parri, insieme a Carlo Rosselli e a Sandro Pertini. Il 21 novembre 1926 comincia a Milano la complessa operazione, che presenta enormi difficoltà per l’occhiuta vigilanza della polizia fascista, incaricata da Mussolini di controllare l’abitazione del leader socialista di fronte alle guglie del Duomo. Spinti da un vivo sentimento umanitario, i tre «Grandi» socialisti mettono in atto la fuga di Turati per i suoi gravi problemi di salute (artrite, asma, attacchi d’angina), resi più gravi dal dolore seguito alla morte di Anna Kuliscioff avvenuta il 29 dicembre 1925. La teppaglia fascista aveva strappato quel giorno i nastri dalle corone al numero 23 di piazza del Duomo, passando nei giorni successivi ad atti intimidatori e aggredendo Riccardo Bauer e Ferruccio Parri al cimitero durante l’orazione funebre. Così il giorno della fuga, accanto ai fascisti che ripetevano il ritornello «con la barba di Turati / noi faremo gli spazzolini / per lustrare gli stivali di Benito Mussolini», Rosselli e Parri lo portano in salvo su un’auto guidata da Ettore Albini, critico teatrale dell’«Avanti!», e lo conducono a Caronno Ghiringhello a dieci chilometri da Varese. Dopo varie peripezie la fuga di Turati, grazie all’impegno di Sandro Pertini, si conclude a Savona, dove sale su una barca a motore guidata da Italo Oxilia con l’ausilio di Enrico Ameglio e Giuseppe Boyancé.
Dopo una traversata avventurosa, arriva in Corsica la mattina del 12 dicembre. Una traversata indimenticabile, su cui ritorna anni dopo lo stesso Parri, là dove scrive che Turati «aveva lasciato più che la sua patria [..] e sapeva che non avrebbe più rivisto la sua casa, sentiva che sarebbe morto in esilio». Giunto a Parigi, Turati riprende la sua lotta antifascista, rilasciando il 21 dicembre un’intervista al quotidiano «Soir», con cui deplora la scomparsa delle opposizioni ed afferma che solo la ripresa della vita democratica può distruggere la reazione fascista e il «dominio cesareo» di Mussolini.
Accanto ad una lettura superficiale del governo Parri, salutato invece con fiducia dal giurista fiorentino Piero Calamandrei, il direttore del quotidiano milanese si lancia in una difesa dell’attività politica di De Gasperi, il cui «realismo di governo ha posto le fondamenta per fare dell’Italia contadina una potenza economica mondiale», affermando che egli provò il «male sottile dell’Italia» basato sulla «scarsa educazione civile e politica», allorché subì il carcere durante il fascismo, senza ricevere alcun conforto dalla Chiesa. Se è vero che il politico trentino fu rinchiuso per breve tempo in carcere, è priva di fondamento storico la notizia sull’atteggiamento della Chiesa, che lo protesse invece nelle sale della biblioteca vaticana e sostenne la sua ascesa politica. Come poteva avvenire diversamente se De Gasperi aveva scritto parole elogiative della Conciliazione in una delle sue Lettere sul Concordato, rivelando il «valore oggettivo» della politica di Mussolini, a cui promise nel 1935 di «collaborare con lealtà»?
De Gasperi ricevette infatti l’appoggio del Vaticano, decisamente ostile alla Sinistra a sostegno del suo primo governo varato nel dicembre 1945. La capacità di De Gasperi fu piuttosto quella di utilizzare la carica di ministro degli Esteri, stabilendo rapporti cordiali con i rappresentanti americani in Italia e con il governo degli Stati Uniti. Lo sviluppo dell’Italia postbellica fu possibile grazie alla concessione di 50 milioni di dollari versati dal segretario del tesoro americano John W. Snyder. L’appoggio fu anzitutto economico attraverso ingenti aiuti erogati per la garanzia democristiana sulla stabilità anticomunista del Paese: aiuti americani gestiti direttamente da Ludovico Montini, fratello del futuro papa Paolo VI e collaboratore di De Gasperi.

Nunzio Dell’Erba