Giuseppe Saragat, democrazia e socialismo

saragatL’11 giugno scorso l’«Associazione socialismo» e la rivista «Mondoperaio» hanno promosso un incontro per ricordare l’opera politica di Giuseppe Saragat (1898-1988). L’incontro, che si è tenuto nella sala Koch di Palazzo Madama di fronte alle massime cariche dello Stato, ha dato l’occasione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di rivisitare la sua lezione politica incentrata sui valori democratici della Repubblica e della rappresentanza politica per la difesa di un sistema politico «dal volto umano».

La biografia e l’opera di Giuseppe Saragat – come ha ricordato il presidente della Repubblica – sono strettamente intrecciate alle vicende politiche del Novecento e alla sua «battaglia per conquistare all’idea socialista la piena qualifica di democratica, puntando alla universalizzazione delle libertà liberali» nella «difesa dei principi di libertà, democrazia e giustizia sociale». A questi valori si ispira infatti la vicenda biografica di Giuseppe Saragat dai primi indirizzi democratici fino alla sua elezione a presidente della Repubblica (29 dicembre 1964), di cui ha tracciato un interessante profilo Marcello Staglieno nel suo volume L’Italia Del Colle 1946-2006: sessant’anni di storia attraverso i dieci presidenti (Boroli editore, Milano 2006, pp. 201-221).

Formatosi alla scuola politica del padre Giovanni Saragat (1855-1938), avvocato liberale trasferitosi nel 1882 dalla natia Sardegna a Torino, il giovane Giuseppe acquisì la sua sensibilità vero le condizioni della classe operaia, crescendo in un clima fecondo di stimoli culturali a contatto con giovani democratici come Piero Gobetti e Andrea Viglongo. La guerra del 1915-18 lo trovò nelle file dell’interventismo salveminiano, verso cui espresse un acceso fervore tanto da arruolarsi volontario. Ma la conoscenza di Claudio Treves (1869-1933) e di Bruno Buozzi (1881-1944) lo spinse ad aderire al Partito socialista unitario (Psu), costituito il 4 ottobre 1922 in seguito all’uscita dei riformisti dal Psi.

L’esordio ufficiale di Giuseppe Saragat avvenne come rappresentante della Federazione provinciale di Torino nel convegno del Psu (28-31 marzo 1925) a Roma, dove pronunciò un discorso inneggiante al «metodo democratico» contro il regime mussoliniano e la «illegalità anarchica delle squadre armate» che negano il pluralismo politico in nome di una «stalolatria che giunge fino al crimine di stato» (cfr. Il discorso Saragat, in «La Giustizia», 31 marzo 1925, p. 1). Il suo appello ai principi democratici fu proposto come antitesi al giacobinismo dei comunisti tacciati di negare la libertà, il cui ripristino presupponeva un adeguamento dell’organizzazione partitica all’accettazione della legalità come «base stessa della immancabile rivoluzione futura».

Sulla rivista «Il Quarto Stato», di cui il primo numero uscì il 27 marzo 1926, Saragat auspicò un’azione comune con il Psi per condurre una lotta contro la dittatura fascista, culminata alcuni mesi prima nello scioglimento del Psu e quell’anno nella negazione delle libertà individuali. Di fronte al dilagare del fascismo egli decise così di emigrare a Vienna, dove nell’aprile 1927 trovò impiego nella banca cittadina Wiener Merkur, senza trascurare lo studio e la ricerca culturale: quello viennese fu un periodo fecondo di riflessioni politiche a stretto contatto con il socialista Otto Bauer (1881-1938) e alla sua elaborazione dell’austromarxismo. Questo permise a Saragat di comprendere la natura totalitaria del bolscevismo e dei mezzi spietati adoperati da Stalin per detenere il potere. Dal contatto con gli austro-marxisti egli trasse le sue riflessioni poi elaborate nel settembre 1929 in un saggio dal titolo Marxismo e democrazia (ESIL, Edizioni Sala dell’Italia Libera).

In questo saggio Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e libertà, senza la quale essa diventa «un vuoto formalismo» da diffondere tra i cittadini: riflessione che riprende in una serie di articoli pubblicati sul periodico «Rinascita Socialista» di Giuseppe Emanuele Modigliani (1872-1947). Il 19 aprile del 1930 invia una «lettera aperta» all’«Avanti!», diretto in quell’anno da Pietro Nenni (1891-1980), per superare la scissione del 1922 e impedire il successo del massimalismo sostenuto da Angelica Balabanoff (1869-1965). Nella Carta dell’unità, approvata nel Congresso di Parigi (20-21 luglio) auspica una convergenza unitaria con il nucleo operativo diretto da Nenni, a cui danno il consenso di Claudio Treves e di Filippo Turati (1857-1932).

Nella sua relazione Saragat propone una lucida analisi del fascismo, considerato «un prodotto dello sviluppo organico della economia capitalistica» che «non può essere sostituito a base di decreti», ma solo attraverso l’azione di un partito in grado di promuovere un’alleanza organica di tutte le forze progressiste e richiamare la classe operaia alla coscienza del suo compito storico. Le cause del fascismo, che egli attribuisce ad una «mancata rivoluzione liberale italiana», possono essere superate sul piano politico dall’alleanza tra repubblicani e socialisti, senza mai dimenticare il nesso tra democrazia e socialismo.

Critico verso il liberal-socialismo di Carlo Rosselli e le posizioni antimarxiste sostenute nel saggio Socialismo liberale (1930), Saragat rimane fedele al materialismo storico non sempre valutato nella sua intrinseca essenza. La sua critica è rivolta anche ai comunisti per la loro incomprensione della libertà, elemento che può far sorgere uno spirito rivoluzionario in grado di coniugarlo con la lotta di classe. Lungo gli anni Trenta Saragat pubblica una serie di articoli sull’«Avanti!» e su «La Libertà», con quali ribadisce questo nesso inscindibile in un’aspra polemica con i comunisti per la loro sottomissione alla centrale moscovita.

Tuttavia, sul patto d’azione tra Psi e Pci, Saragat difende l’unità tattica, unica via per sottrarre i comunisti alla loro visione politica catastrofica e per favorire il loro processo di «socialdemocratizzazione». Nel volume L’Umanisme marxiste (ESIL, Marsiglia 1936), egli si distanzia dalla lettura comunista di Marx, interpretato anche alla stregua di Benedetto Croce come «canone di interpretazione storica» utile alla conoscenza della società umana. Non rinuncia però a rivolgere una critica al bolscevismo e ai piani quinquennali sovietici, nei quali vede un’accelerazione forzata del ritmo di sviluppo economico a detrimento dei lavoratori e un inevitabile inasprimento del regime poliziesco.

La guerra civile spagnola, cominciata nel luglio 1936, conferma la proposta di Saragat di un ampio fronte antifascista, che è così riproposto a sostegno della lotta contro il franchismo e in difesa del messaggio «Oggi in Spagna, domani in Italia» che Carlo Rosselli (1899-1937) lancia proprio durante la torbida vicenda spagnola. Il terzo congresso dei socialisti in esilio, tenuto a Parigi dal 26 al 28 giugno 1937, si caratterizza per il serrato confronto tra i sostenitori dell’alleanza con i comunisti e i critici verso l’immediato passaggio del loro partito nell’ambito dell’unità d’azione. Un confronto che non impedisce a Saragat di rivolgere una critica devastante alle purghe staliniane e ai processi di Mosca del 1938.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale accentua la critica all’Unione sovietica che, per Saragat, ha instaurato un regime poliziesco e burocratico alla stregua delle analisi politiche espresse da Bruno Rizzi (1901-1977) nel suo volume La burocratisation du monde (Paris 1939). Ma il mutato clima, provocato dall’aggressione nazista all’Unione sovietica, favorisce un clima più distensivo tra socialisti e comunisti, che porta alla firma comune di un appello per la costituzione di un fronte nazionale antifascista.

Alla caduta di Mussolini, Saragat ritorna nel 1943 a Roma, dove contribuisce alla ricomposizione del Partito socialista e alla rinascita dell’«Avanti!». Arrestato dai tedeschi il 18 ottobre, egli viene tradotto nel carcere di Regina Coeli, dove è rinchiuso per quattro mesi, insieme a Sandro Pertini e a Carlo Andreoni (1901-1957). La vicenda, raccontata nei libri Saragat. Il coraggio delle idee (Roma 1984?) di Vittorio Statera e Saragat e il socialismo italiano dal 1922 al 1946 (Venezia 1984) di Ugo Indrio, coinvolge Giuliano Vassalli (1915-2009) e Massimo Severo Giannini 1915-2000, l’uno futuro presidente della Corte costituzionale e l’altro futuro ministro della Funzione Pubblica. Ma nuovi elementi sono aggiunti nei libri Saragat (Eri, Torino 1991) di Antonio G. Casanova e Giuseppe Saragat (Marsilio, Venezia 2003) di Federico Fornaro.

Condirettore dell’«Avanti!», con Nenni direttore, Saragat contribuisce al rilancio del giornale socialista, che nella prima metà del 1946 raggiunge le 100 mila copie. Ministro senza portafoglio nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi (18 giugno-12 dicembre 1944), poi ambasciatore a Parigi (15 marzo 1945-23 marzo 1946), egli è deputato all’Assemblea costituente e suo presidente con 401 voti su 468. Sostenitore dell’assoluta autonomia socialista e dei valori democratici dell’Occidente, Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e socialismo, interpretando il marxismo in chiave umanistica come unica visione in grado di recuperare la tradizione riformista del socialismo italiano.

In quest’ottica deve essere inquadrata la cosiddetta «scissione di Palazzo Barberini» (11-12 gennaio 1947) e la costituzione del Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli), cui aderiscono 52 parlamentari su 115, la maggioranza della giovanile socialista e un cospicuo numero di militanti attratti dal verbo anticomunista e dal «massimalfusionismo della maggioranza». L’anno successivo Saragat, durante le elezioni politiche del 18 aprile, assume una posizione critica verso il «Fronte Democratico Popolare», provocando le invettive dei comunisti: in un intervento alla Camera viene definito da Gian Carlo Pajetta un «traditore del socialismo».

Tra il 1948 e la sua nomina a presidente della Repubblica Saragat vive gli episodi più significativi del socialismo italiano nella ricerca dell’unità socialista: l’incontro del 25 agosto 1956 a Pralognan con Nenni segna l’inizio di un processo che porta alla costituzione di un partito unitario che si conclude solo nella costituzione del PSU realizzatosi nel XXXVII congresso (ottobre 1966). Per l’occasione egli suggerisce a Nenni di inserire nella «Carta dell’unificazione socialista» l’appello ai valori «universalmente umani» e agli ideali «di libertà, di giustizia e pace», come pure il richiamo alla collaborazione tra forze democratiche e cattoliche per avviare una politica riformista.

Come presidente della Repubblica (28 dicembre 1964-29 dicembre 1971), Saragat osservò la divisione dei poteri con il rispetto dei vari organi costituzionali e non rinviò mai un provvedimento alla Camere per riesame, conferendo sempre l’incarico di formare il governo ai membri indicati dalla maggioranza parlamentare. L’esperienza del Centro-sinistra fu vissuta come formula di governo in grado di condizionare i processi di trasformazione sociale nell’ambito di una visione democratica contraria ad ogni forma di violenza e all’insegna di un riformismo inteso come fattore di crescita economica e culturale.

Nunzio Dell’Erba

In ricordo di Principato, martire socialista

Lapide_a_Salvatore_Principato«Gli eroi son tutti giovani e belli», cantava Francesco Guccini quasi 50 anni fa. Però non è così: a volte gli eroi sono persone mature, sagge e consapevoli, lucidamente consapevoli della posta in gioco. Di quella collettiva e di quella individuale. Così è stato Salvatore Principato, maestro elementare socialista fucilato il 10 agosto 1944 in piazzale Loreto, a Milano, insieme ad altri 14 compagni di lotta tutti più giovani. A compiere il massacro i fascisti del gruppo Oberdan della Legione Ettore Muti della Repubblica di Salò, dopo la condanna da parte del tribunale nazista. Il suo cadavere, come gli altri, venne lasciato esposto per l’intera giornata.

Aveva 52 anni Principato, a quei tempi una età più che matura. Viveva tra Milano e Vimercate da trenta anni, ma era siciliano di Piazza Armerina dove era nato nell’aprile 1892.

Non ancora ventenne era stato coinvolto nella città natale in una rivolta di ispirazione socialista, poi si era trasferito a Milano per conoscere Filippo Turati e da Anna Kuliscioff.

Partito come soldato semplice per la I Guerra mondiale, era stato promosso caporale e aveva avuta assegnata  la medaglia d’argento al valor militare. Durante una delle terribili battaglie sull’Isonzo.

Dopo il 1922 era diventato attivista di «Giustizia e Libertà» con lo pseudonimo di Socrate e era diventato uno stretto collaboratore di Carlo Rosselli. Per questa sua attività era stato arrestato ed era rimasto tre mesi in carcere. Nel 1942 aveva contribuito a fondare il M.U.P., Movimento di Unità Proletaria e poi era diventato uno dei punti di riferimento del P.S.I.U.P., Partito Socialista di Unità Proletaria.

Fece parte della 33ª brigata Matteotti, del comitato antifascista di Porta Venezia e del Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola.

L’arresto che portò alla sua fucilazione avvenne nel luglio 1944 a seguito di una delazione relativa soprattutto alla sua attività tipografica clandestina.

Subito dopo la guerra, il 26 maggio 1945, sia il comune di Vimercate dove era vissuto che il comune di Piazza Armerina, gli intitolarono una strada.

La figura di Salvatore Principato sarà ricordata a Piazza Armerina dall’Università popolare del tempo libero ‘I. Nigrelli’. La mostra del 2012 rimarrà esposta alla scuola media Cascino fino al 5 maggio.

Fausto Carmelo Nigrelli

Libero Battistelli, repubblicano di G.L.

Fra i principali esponenti del movimento, a 80 anni dalla morte nella guerra di Spagna, è giusto ricordare il bolognese Luigi “Libero” Battistelli.

libero battistelliRicorda Alessandro Galante- Garrone (cfr. ristampa anastatica dei Quaderni di Giustizia e Libertà): «Nell’agosto 1929 a Parigi, in casa di Alberto Tarchiani, si erano riuniti attorno a Carlo Rosselli e a Lussu, appena evasi da Lipari, alcuni fuorusciti. Come lo stesso Tarchiani ci ha raccontato nelle pagine che precedono questa ristampa, mentre gli amici discutevano sul nome e sul programma da adottare per il nuovo movimento […] Raffaele Rossetti, l’audace e generoso affondatore della Viribus Unitis (nave ammiraglia della flotta militare austriaca, ndr) che era con loro mormorava tra sé il verso carducciano “ultime due superstiti. Giustizia e Libertà”. La reminiscenza piacque, e il nome fu scelto: quasi a ribadire la volontà di ricongiungersi alla tradizione mazziniano-garibaldina del Risorgimento.».

Nato nel 1893, Battistelli si riconobbe in gioventù negli ideali mazziniani, si iscrisse al PRI e fu amico del socialista Giuseppe Massarenti di Molinella. Si laureò presso l’Università di Bologna in giurisprudenza nel 1919 con una tesi su I lasciti per l’anima e per le opere di culto. Con l’amico Mario Bergamo assunse la difesa dei lavoratori agricoli di Molinella nella causa che li opponeva ai grandi proprietari terrieri.

Nel 1924 Emilio Caldara, già sindaco socialista di Milano, aveva incontrato Mussolini. Si ipotizzava una possibile collaborazione in vista di un corporativismo moderatamente democratico e socialista. Il caso Caldara provocò una forte polemica da parte di Rosselli (cfr. Quaderni di G.L. n. 2, 25/5; n.9, 13/7; n.14, 17/8; n.17, 6/9, 1924).

Battistelli, analizzando il discusso attentato a Mussolini, che costò la vita a Bologna nel 1926 al giovane Anteo Zamboni, giunse alla conclusione che (non essendovi il benché minimo indizio che potesse far risalire a una qualche organizzazione antifascista) forse gli ideatori e i mandanti fossero stati gli stessi agrari fascisti della Val Padana, insofferenti della procedura troppo lenta e dell’eccessiva cautela diplomatica seguita da Mussolini per giungere al potere assoluto.

Nel 1927 l’irruzione di fascisti nel suo studio professionale, che venne devastato e distrutto, convinse Battistelli a espatriare. Si trasferì a Rio de Janeiro, aderì alla LIDU ( lega italiana dei diritti dell’uomo) ,divenne membro del comitato centrale del movimento Giustizia e Libertà e strinse amicizia con gli anarchici Nello Garavini ed Emma Neri.

Nel 1932 collaborò alla rivista Studi Sociali di Luigi Fabbri e fu in corrispondenza con Emilio Lussu e Camillo Berneri. Nello stesso anno e nel successivo pubblicò alcuni articoli sui Quaderni di Giustizia e Libertà. Nel fascicolo IV (settembre 1932), dal titolo significativo Disarmo e Stati Uniti di Europa osservava che, se la pace è obiettivo comune di ogni uomo, il fascismo è forse il regime politico che più teme la guerra, perché potrebbe segnare la sua fine. Le conferenze per il disarmo fallirono per un irrazionale ottimismo permeato di retorica. La creazione di una federazione europea (o mondiale) presuppone però un certo grado di omogeneità politico-sociale e occorre: «far sì che, dall’interno delle singole nazioni, la volontà non solo di pace, ma di giustizia, si orientino verso un ideale comune e informino di questo ideale la struttura politico-sociale dei singoli stati.». Il tema degli Stati Uniti di Europa sarebbe poi stato al centro delle riflessioni dei principali uomini di G.L. e nel 1936, a Radio Barcellona, Carlo Rosselli avrebbe pronunciato la profetica frase: «Non esiste altra politica estera, Stati Uniti di Europa… il resto è catastrofe.».

Nel fascicolo VII del giugno 1933, nell’articolo dal titolo Breve svolgimento di alcuni TEMI proposti da G.L., Battistelli concordava con le recenti critiche mosse alla socialdemocrazia e originate dagli esperimenti di governo in Germania e Austria. Vedeva le ragioni dell’insuccesso nel carattere religioso del marxismo in genere. «Das Kapital» osserva Battistelli «può essere interpretato, come possono essere interpretati: la Bibbia, Il Vangelo, Il Corano. Le interpretazioni possono dare origine a confessioni diverse (socialdemocratici e comunisti, come sadducei e farisei, cattolici e protestanti, halafiti e sciiti) tacciandosi a vicenda di eresia. Ma non può essere discusso. Il carattere religioso di un movimento, però, se rappresenta una forza espansiva di prim’ordine… costituisce un ostacolo gravissimo al suo adeguarsi alla realtà. La sconfitta vera, dove vi è stata, ha colpito in sostanza le ideologie liberali, democratiche, umanitarie, che i socialdemocratici si erano assunti il compito di difendere. La religiosità, carattere distintivo del Marxismo, si incontra particolarmente intensa nel comunismo. Religiosità intensa, fanatica, intollerante da cui l’odio implacabile contro il pagano e l’infedele (il borghese), ma l’odio ancora più implacabile contro l’eretico (il socialdemocratico, l’anarchico). Rispetto all’Italia il movimento Giustizia e Libertà sembra appunto rispondere alla realizzazione empirica di quell’aggiornamento , che la revisione dottrinaria del marxismo e quella assai più avanzata e assai meno necessaria dei socialismi a-marxisti devono operare nel campo teorico.».

Nel 1935 Carlo Rosselli iniziò una polemica contro gli esiliati che coinvolse gli antifascisti e lo stesso Mussolini. Da Rio de Janeiro, Battistelli scrisse a Rosselli: «O esiste (tra i giovani in Italia) l’accordo sui programmi più o meno sistematici e completi intorno ai quali si raggruppano gli antifascisti emigrati, e la rivoluzione, da chiunque fatta, segnerà il trionfo di tali programmi […], o tale accordo non esiste, perché i rimasti in Italia e le nuove generazioni non accettano tali programmi. E allora, se una rivoluzione sarà da loro compiuta, non sarà la nostra.». (cfr. Discussioni sull’esilio, 29/1/1935).

Nel fascicolo dei Quaderni di G.L. del 23/8/1935 in “Osservazioni sullo sport” Battistelli sottolineava l’importanza delle discipline sportive per le classi popolari come giovamento per irrobustire fisici indeboliti dai lavori ripetitivi degli operai. Invitava però i lavoratori a evitare la retorica dello sport di regime che poteva allontanare dall’impegno politico antifascista.

Quando scoppiò la guerra di Spagna e gli internazionalisti accorsero a difendere la Repubblica, le corrispondenze dal fronte, in particolare quelle di Umberto Calosso, crearono un vero entusiasmo nei lettori. Anche Libero Battistelli si convinse della necessità di rientrare dal Brasile e affiancare i suoi vecchi amici che vedeva descritti come eroi mitici. Nel settembre 1936 fu incorporato nella Brigata Garibaldi agli ordini di Randolfo Pacciardi. Fu nei primi mesi del 1937 che la Brigata Garibaldi ebbe i maggiori successi.

Quando nello stesso anno la maggioranza degli anarchici della Colonna decise di ritirare la fiducia al nuovo comandante Orlandini perché di origine cattolico-popolare, Camillo Berneri tentò invano di farli recedere dalla decisione per il rischio di perdere la necessaria solidarietà di Giustizia e Libertà per l’anarchismo di Catalogna. I comunisti della Colonna solidarizzarono invece con la decisione di sfiduciare il comandante Orlandini, contribuendo così alla dissoluzione della Colonna. Rosselli allora tentò un nuovo nome che, pur inserito in una formazione a maggioranza anarchica, battezzò “ Brigata Matteotti”.

A tentare un’intesa con la Brigata Garibaldi si impegnò Alberto Cianca, partito per il fronte spagnolo in temporanea sostituzione di Carlo Rosselli, che era rientrato in Francia per curare la sua flebite. Si rendeva così necessario un nuovo comandante per le forze militari di G.L.

Il 16/6/1937 Battistelli fu gravemente ferito da una mitragliatrice mentre era al comando del I° Battaglione della Brigata Garibaldi e morì poco dopo, a distanza di soli 10 giorni dall’assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli a Bagnoles-de-l’Orne. I contrasti all’interno delle forze repubblicane sarebbero state certamente fra le cause determinanti della sconfitta e descritte poi con passione civile e precisione di cronaca dagli scritti di Arthur Koestler e George Orwell, oltre che dai diari di Aldo Garosci e Nicola Chiaromonte.

Emilio Lussu non riuscì a trattenere la commozione nel ricordare i compagni caduti, da Fernando De Rosa ai giellisti Libero Battistelli e Renzo Giua. Silvio Trentin invece in Giustizia e Libertà (cfr. anno V, 2/7/1937) onorò Battistelli ricordando i tre aspetti del militante, ormai divenuto eroe, che definì: «paladino dell’ideale, per 1) la fede nella rivoluzione come strumento per l’innalzamento della dignità umana 2) l’impegno per realizzare l’unità rivoluzionaria del popolo italiano 3) l’intransigenza nel porsi come antitesi irriducibile al fascismo.». Tutte caratteristiche che lo resero vero fratello politico e di pensiero di Carlo Rosselli.

Dopo la seconda guerra mondiale il Comune di Bologna intitolò a Libero Battistelli una via del centro storico. Nell’ottantesimo anniversario della morte, però, nessuno ha sentito la necessità di ricordarne la figura potente e inconciliata.

80 anni dopo l’assassinio del fratelli Rosselli

nelloecarlorosselli1Esule in Francia con la famiglia, nel giugno del 1937 Carlo Rosselli soggiornava presso la stazione termale a Bagnoles-de-l’Orne per curarsi una flebite. Qui è raggiunto dal fratello Nello. Dopo che Marion (moglie di Carlo) è tornata a Parigi dai figli, Carlo e Nello, il 9 di giugno, giorno del compleanno di John, partirono in macchina per Alençon. La sera sono uccisi da una squadra di ‘cagoulards’, miliziani della ‘Cagoule’, formazione eversiva di destra francese, su mandato dei servizi segreti fascisti e di Galeazzo Ciano.  I fratelli Rosselli furono sepolti nel cimitero monumentale parigino di Père Lachaise. Nel 1951 i familiari ne traslarono le salme in Italia, nel Cimitero Monumentale di Trespiano, nel piccolo borgo omonimo, comune di Firenze, sulla via Bolognese. La tomba si trova nel riquadro subito a destra dell’ingresso. Nello stesso cimitero sono sepolti anche Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Pietro Calamandrei e Spartaco Lavagnini. La tomba riporta il simbolo della ‘spada di fiamma’, emblema di Giustizia e Libertà, e l’epitaffio scritto da Calamandrei: “Giustizia e Libertà : per questo morirono, per questo vivono”.
Il n. 25 d di ‘Giustizia e Libertà’ del 18 giugno 1937 si apre con il seguente titolo: “Mussolini ha fatto assassinare i Francia Carlo e Nello Rosselli. La storia ha confermato nel regime fascista il mandante dell’assassinio.
Quest’anno ricorre l’ottantesimo anniversario del barbaro assassinio. Una serie di iniziative sono state promosse dalla Fondazione Circolo Rosselli, in più luoghi per celebrare il ricordo dei due martiri della libertà, vittime della violenza e dell’oppressione fascista.
Ieri, nella Sala degli Atti Parlamentari della Biblioteca del Senato, in occasione dell’inaugurazione della mostra storiografica e fotografica dedicata a Carlo e Nello Rosselli, allestita dalla Fondazione Circolo Rosselli, si è svolta un’importante tavola rotonda dal titolo ‘L’attualità dei Rosselli’. Per ricordare le figure storiche, il pensiero politico e l’azione antifascista di Carlo e Nello Rosselli, sono intervenuti il Presidente del Senato della Repubblica, Pietro Grasso, il senatore Franco Marini, Presidente Comitato Nazionale per gli anniversari di interesse nazionale, il Prof Giovanni Belardelli dell’Università di Perugia, il vice direttore de ‘L’Espresso, Marco Damilano, il Prof. On. Carlo Galli dell’Università di Bologna, il saggista Giovanni Grasso ed il Soprintendente archivistico Presidenza della Repubblica, Marina Giannetto. Valdo Spini, Presidente della Fondazione Circoli Rosselli ha presieduto la tavola rotonda.
Nel clima attuale, in cui riemergono in Europa i rigurgiti del nazifascismo, il pensiero dei Rosselli e del socialismo liberale tornano sicuramente di grande attualità.

Arte e religione si confrontano ad Assisi

assisiMercoledì  2 agosto, al Palazzo del Comune di Assisi, artisti provenienti da varie regioni d’Italia (Umbria, Lazio, Emilia Romagna) e dalla Russia parteciperanno a una manifestazione di grande valore religioso e civile: dedicata al rapporto tra arte, spiritualità e fede cristiana. Nel giorno del Perdono, la storica indulgenza plenaria concessa nel luglio del 1216, da papa Onorio III, appunto per ogni 2 agosto, su esplicita richiesta di San Francesco d’Assisi (che l’aveva proposta al Pontefice per ogni uomo sinceramente pentito delle sue colpe), l’associazione di volontariato “San Pio da Pietrelcina Onlus”, l’associazione culturale “Tota Pulchra” e l’International Spiritual Center SOSYY, insieme al Comune di Assisi e col patrocinio della provincia di Perugia, hanno organizzato un singolare incontro tra artisti e Chiesa cattolica. Che, da un lato, rientra pienamente nella tradizione di Assisi come storico centro di dialogo interreligioso (da S. Francesco, appunto, ad Aldo Capitini, il filosofo nonviolento e liberalsocialista, amico di Carlo Rosselli e del Mahatma Gandhi, inventore, nel 1961, delle “Marce della pace” Perugia-Assisi; sino al grande incontro mondiale tra le religioni voluto da Papa Wotyla ad ottobre 1986). Dall’altro, prosegue un rapporto dialettico tra fede cattolica e arte d’ origini antichissime, ma ripreso specialmente dai Papi del ‘900.
Nella Sala della Conciliazione del Palazzo comunale, il 2 agosto alle 11,l’ing. Stefania Proietti, sindaco di Assisi, Monsignor Jean-Marie Gervais, Presidente dell’Associazione “Tota Pulchra”, Sergio Marinacci, Segretario Nazionale dell’ Associazione San Pio da Pietrelcina Onlus, e Cesare Fussone, Presidente dell’International Spiritual Center SOSJJ, spiegheranno al pubblico e alla stampa lo spirito e gli scopi di questa manifestazione.
“L’arte non deve scartare niente e nessuno.Come la Misericordia”: questo è il messaggio centrale lanciato da Papa Francesco col libro ” La mia idea di arte”, pubblicato nel 2015 da Mondadori ed Edizioni Musei Vaticani (e ultimamente “tradotto” anche in documentario): e già presente nella sua seconda enciclica, pubblicata a giugno 2015, “Laudato si”. Un messaggio di  rifiuto della “cultura dello scarto”, tra i frutti peggiori del materialismo consumistico giunto al parossismo nelle società contemporanee, sino a “scartare” addirittura gli esseri umani; e un terreno su cui si possono creare importanti convergenze tra cattolici e laici, movimento socialista in primo luogo.
Su questa visione cristiana ed estetica del Pontefice si soffermerà  l’ Arch. Antonio Lunghi, Sindaco emerito di Assisi e Consigliere nazionale dell’ Associazione San Pio da Pietrelcina. Mentre gli artisti presenti, coordinati da   Luciano Lepri, critico d’arte e Accademico d’ Onore dell’ Accademia di Belle Arti di Perugia, con le loro opere “dialogheranno a distanza” col Papa: Diana Iaconetti  interpreterà  brani tratti proprio  da questo  libro del Pontefice, e  il  “Pensiero a Francesco di Assisi” di Nuccia Martire, poetessa e scrittrice. Mario Tarroni, artista ferrarese e direttore artistico di “Tota Pulchra”, leggerà la risposta dell’ Associazione all’invito di Papa Francesco.
“L’ ‘arte – sottolinea Tarroni –  deve essere uno strumento di evangelizzazione, col quale possiamo condividere ogni cosa con gli ultimi. Su questo principio, pienamente in linea col pensiero del Pontefice,  prese avvio l’esperienza di “Tota Pulchra” l’ 8 maggio 2016: la nostra associazione vuole onorare la bellezza dell’arte, in quanto manifestazione della Luce Divina nelle potenzialità dell’uomo (nata dall’ incontro tra Monsignor Jean-Marie Gervais, del Capitolo Vaticano, e appunto Tarroni, “Tota Pulchra” ha lo scopo di promuovere l’arte, valorizzando gli artisti, organizzando e promuovendo eventi, di rilievo nazionale e internazionale,  anche insieme ad altri enti e associazioni, N.d.R.). Sensibilizzare i cuori ed esortarli a prender parte a un esperimento collettivo d’ emancipazione sociale, centrato appunto sulla valorizzazione dell’arte:  questo   il messaggio che “Tota Pulchra” vuole trasmettere”, conclude Tarroni, che a febbraio ha consegnato a Papa Francesco il suo progetto sull’arte e i più poveri dal titolo “Coloriamo San Pietro”, centrato sull’idea d’un secondo Rinascimento, che valorizzi  anche l’arte degli “scartati”.
A seguire, Veronica Piraccini, artista romana e docente di pittura  presso l’Accademia delle Belle Arti, presenterà la sua opera “Dall’ impronta di Gesù”, nata da contatto diretto con la Sindone, e realizzata mediante la tecnica della  pittura dalla particolare proprietà impercettibile di apparire e scomparire, denominata e inventata dall’artista stessa.

     Anche Natalia Tsarkova, la pittrice ufficiale dei Pontefici, renderà pubblica la sua opera “Il Pastore Misericordioso”, immagine emblema dell’Anno Giubilare dedicata a Papa Francesco. Inoltre, la Tsarkova presenterà il suo libro-fiaba “Il mistero di un piccolo stagno”. Per questa “Festa del Perdono” del 2 agosto, l’artista ha voluto fare un gesto significativo  dedicando il ricavato delle vendite del libro all’ assistenza   ai bambini ciechi.

Francesca Capitini,  importante artista umbra, illustrerà la sua opera dedicata a “San Francesco”. Cesare Poderosi presenterà invece il progetto per il restauro della Madonna votiva di Case Sparse, area di Norcia  fortemente danneggiata dal terremoto del 2016. Antonello Scarano, attore romano, si esibirà col brano “Tra spiritualità e romanticismo”. In ultimo, Maheya Collins, artista di fama internazionale, canterà le note di “Madre Teresa”; e sarà  presentato al pubblico il volume “Benedetto XVI. L’arte è una porta verso l’Infinito. Teologia Estetica per un Nuovo Rinascimento”, curato da monsignor  Gervais e Alessandro Notarnicola (Fabrizio Fabbri editore e Ars Illuminandi, 2017).
Fabrizio Federici

39 anni fa Pertini eletto Presidente della Repubblica

Sandro-Pertini-“Noi abbiamo sempre considerato la libertà un bene prezioso, inalienabile. Tutta la nostra giovinezza abbiamo gettato nella lotta, senza badare a rinunce per riconquistare la libertà perduta. Ma se a me, socialista da sempre, offrissero la più radicale delle riforme sociali a prezzo della libertà, io la rifiuterei, perché la libertà non può mai essere barattata”.

Con queste parole il neo Presidente della Repubblica Sandro Pertini riscosse gli scroscianti applausi del Parlamento nel suo discorso di insediamento del 9 luglio 1978, 39 anni fa. Il giorno prima, l’8 luglio 1978, il Parlamento lo aveva eletto Capo dello Stato. Moro era stato appena ucciso dalle Br e Pertini disse: “La Repubblica sia giusta e incorrotta, forte e umana: forte con tutti i colpevoli, umana con i deboli e i diseredati. Così l’hanno voluta coloro che la conquistarono dopo 20 anni di lotta contro il fascismo e due anni di guerra di liberazione, e se così sarà oggi, ogni cittadino sarà pronto a difenderla contro chiunque tentasse di minacciarla con la violenza. Contro questa violenza nessun cedimento. Dobbiamo difendere la Repubblica con fermezza, costi quel che costi alla nostra persona. Siamo decisi avversari della violenza, perché siamo strenui difensori della democrazia e della vita di ogni cittadino. Ed alla nostra mente si presenta la dolorosa immagine di un amico a noi tanto caro, di un uomo onesto, di un politico dal forte ingegno e dalla vasta cultura: Aldo Moro. Quale vuoto ha lasciato nel suo partito e in questa Assemblea! Se non fosse stato crudelmente assassinato, lui, non io, parlerebbe oggi da questo seggio a voi”.

Qui Pertini fece un’interessante critica agli “stranieri”: “Ci conforta la constatazione – disse Pertini solenne – che il popolo italiano abbia saputo reagire con compostezza democratica, ma anche con ferma decisione a questi criminali atti di violenza. Ne prendano atto gli stranieri, spesso non giusti nel giudicare il popolo italiano. Quale altro popolo saprebbe rispondere e resistere a una bufera di violenza quale quella scatenatasi sul nostro Paese come ha saputo e sa rispondere il popolo italiano?”.

Pertini conclude: “Non posso, in ultimo, non ricordare i patrioti con i quali ho condiviso le galere del tribunale speciale, i rischi della lotta antifascista e della Resistenza. Non posso non ricordare che la mia coscienza di uomo libero si è formata alla scuola del movimento operaio di Savona e che si è rinvigorita guardando sempre ai luminosi esempi di Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Carlo Rosselli, don Minzoni e Antonio Gramsci, mio indimenticabile compagno di carcere. Ricordo questo con orgoglio, non per ridestare antichi risentimenti, perché sui risentimenti nulla di positivo si costruisce né in morale né in politica. Ma da oggi io cesserò di essere uomo di parte. Intendo solo essere il Presidente della Repubblica di tutti gli italiani, fratello a tutti nell’amore di Patria e nell’aspirazione costante alla libertà e alla giustizia”.

Durante il suo settennato (1978-1985) Pertini è stato ed è largamente il Presidente più amato dagli italiani. Pertini nominò il primo Presidente del Consiglio laico (Giovanni Spadolini), il primo Presidente del Consiglio socialista (Bettino Craxi), la prima senatrice a vita donna (Camilla Ravera).

Il regime di Mussolini decretò la sua prima condanna ad otto mesi di carcere nel 1925. Vent’anni dopo, nel 1945, partecipò agli eventi che portarono alla liberazione dal nazifascismo, organizzando l’insurrezione di Milano, e votando il decreto che condannò a morte Mussolini e altri gerarchi fascisti. Nel 1985, lasciò il Quirinale a Francesco Cossiga.

Umberto Calosso,
tra cultura e socialismo

Umberto_Calosso

Umberto Calosso

Quando morì, il 10 agosto del 1959, Pietro Nenni, con la capacità di penetrazione psicologica, di giudizio  e di sintesi che lo distingueva, lo definì nel suo Diario “spirito acuto e bizzarro, scrittore elegante, uomo di larga cultura umanistica” e ne ricordò la partecipazione con “Giustizia e Libertà” e poi col Partito Socialista alla lotta antifascista e il contributo alla ricostruzione democratica. Tutto questo era stato effettivamente Umberto Calosso.

Nato a Belviglio d’Asti il 23 settembre  del 1895, compì i suoi primi studi a Torino, allievo del Convitto nazionale, dove rivelò una intelligenza  vivissima e penetrante. All’inizio della Grande Guerra venne riconosciuto non idoneo al servizio militare, ma egli, per omaggio alla memoria di Mario Tancredi, un suo carissimo amico caduto in combattimento, decise di arruolarsi volontario e vestì il grigioverde  compiendo il proprio dovere.

Nel ’18, tornato nel capoluogo piemontese,  prese contatto con la vita politica aderendo al Partito Socialista, nel quale si avvicinò al gruppo  di giovani che attorno a Gramsci, Pastore, e altri discutevano con vivacità  e acume la problematica socialista.  Nel contempo riprese gli studi  e si laureò in Storia e Filosofia col massimo dei voti e la lode discutendo con originali argomentazioni una tesi su “L’anarchia di Vittorio Alfieri”.

L’avvento del fascismo lo vide  subito su posizione di netto rifiuto assieme a Leonida Repaci, Zino Zini, Palmiro  Togliatti, Umberto Terracini e altri. Con lo pseudonimo di Mario Sarmati fu tra i collaboratori  de “L’Ordine nuovo”, il  settimanale fondato a Torino  da Gramsci il 1° maggio del 1919 con l’intento di stimolare il pensiero politico  e la cultura  interessandoli alla questione sociale, ai soviet, ai consigli di fabbrica e ai vari  “istituti della classe operaia” di cui si erano fatti sostenitori i rivoluzionari bolscevichi.

Il 30 ottobre  1922 con Gramsci, Leonetti, Pastore, Viglongo  rivelò grande coraggio  difendendo  il periodico contro una aggressione delle squadracce fasciste. Fu accusato di “detenzione di armi  e costituzione  di bande armate” e nell’aprile del ’23 subì un processo da cui, non diversamente dagli altri  imputati, uscì assolto.

Gli impegni politici e giornalistici non limitavano i suoi interessi letterari: attento dal periodo universitario all’opera del grande   scrittore e drammaturgo astigiano, volle  riprendere il lavoro compiuto per la tesi di laurea e nel ’24 diede alle stampe “L’anarchia di Vittorio Alfieri”, lavoro nel quale evidenziò uno dei caratteri salienti dell’arte  del suo grande conterraneo.

Iniziò poi  l’attività di insegnante nell’Istituto  tecnico di Alessandria, ma non riuscì a sopportare l’atmosfera sempre più soffocante imposta dalla dittatura e decise di emigrare in  Francia, poi in Inghilterra, per passare infine a Malta dove insegnò Letteratura italiana al St. Edward’s College.

Il più preciso definirsi del fascismo come  militarista e imperialista lo collocò tra i più irriducibili contro il regime mussoliniano.

Trovandosi in Spagna per un giro di conferenze si impegnò nella lotta armata contro il franchismo militando tra i  volontari di “Giustizia e Libertà” e con Mario  Angeloni, Carlo Rosselli, Aldo Garosci fu tra i combattenti impegnati  nella battaglia di Monte Pelato.

Quando prevalsero i franchisti e si impose la dittatura di Francisco Franco, tornò a Malta e da qui passò ad Alessandria d’Egitto, dove svolse una discreta attività giornalistica esprimendo idee sempre più nettamente socialiste. A Malta pubblicò “Colloqui col Manzoni”, un lavoro  che arricchì  la già vastissima letteratura sul grande scrittore e gli valse un giudizio positivo di Benedetto Croce.

Iniziatasi la seconda Guerra mondiale si trasferì a Londra, dove    pubblicò “The remaking  of  Italy” e con i fratelli Paolo e Piero Treves, Ruggero Orlando, Arnaldo Momigliano fu tra i più attivi nel promuovere l’Associazione “Libera Italia” e tra i propagandisti di “Radio Londra”, dalla quale rivolse accorati appelli al popolo italiano perché si liberasse  del fascismo.

Alla fine del 1944  rientrò in Italia, e fu attivissimo  sul piano politico e culturale. Lavorò con Nenni all’Avanti!, scrisse un’ampia e puntuale introduzione a una edizione di “Scritti attuali” di Piero Gobetti, il coraggioso intellettuale antifascista deceduto nel ’26, fu  propagandista del partito socialista, consultore nazionale e nel ’46 deputato alla Costituente.

Il giornalismo lo impegnò fortemente : fu infatti direttore del “Sempre Avanti!”, quotidiano socialista che si pubblicò a Torino dal 1945 al  1948 sotto la direzione di Alberto Iacometti. Nel gennaio del ’47 si schierò con gli autonomisti e aderì al PSLI,  e  con  Andreoni, Saragat e Vassalli  diresse “ L’Umanità”, organo  ufficiale del nuovo partito, e  con  Bonfantini  invece “Mondo Nuovo”, quotidiano  torinese del  PSLI.

Nel 1948-49, recuperando gli studi della sua giovinezza, volle ripubblicare  i “Colloqui col Manzoni” e “L’anarchia di Vittorio Alfieri”, che ancora una  volta furono  discussi  con vivo interesse dalla critica.

Riconfermandosi uomo di forti e larghi interessi oltre che politici anche letterari, culturali, scolastici, approfondì in quel periodo i problemi della scuola,  delle donne,  dell’obiezione di coscienza, e li portò all’attenzione  dei parlamentari ma anche di un  pubblico  più vasto, pubblicando tra l’altro nel 1953 “La riforma della scuola si può fare”, in cui auspicava l’obbligatorietà e la gratuità della frequenza  e riforme nell’insegnamento  e più in particolare di quello elementare e medio, che a suo parere  abbisognava di interventi urgenti e puntuali.

   Sempre acuto e a volte graffiante nei suoi giudizi,  alla Camera, sulla stampa e nel partito si distinse come forte polemista sino a essere considerato a volte “un caso”.

 Quale libero docente di Letteratura Italiana insegnò nel Magistero dell’Ateneo romano, ma ai primi del  ’52 venne  fortemente disturbato e impedito dai neofascisti nella realizzazione del suo corso.

Nel partito si mostrò per qualche tempo critico della linea politica allora seguita, ritenendola fortemente appiattita sulla DC, e se ne allontanò sempre più, fin quando  nel 1953 rientrò nel PSI.  Colpito da paralisi cerebrale e costretto alla immobilità, si spense  dopo una  lunga e dolorosa agonia.

 Un bel volume contenente gli Atti del convegno di studi  a lui dedicato nel 1979 ne ricostruì e ripropose il pensiero e l’opera con interessanti relazioni di  Garosci, Colarizzi, Sapegno, Vittorelli e altri.

Giuseppe Micciche’

Colorni e la scomparsa della sinistra in Europa

Qui di seguito il testo della relazione introduttiva al convegno “Il percorso politico di Eugenio Colorni”, Roma, 29 maggio 2017, organizzato dalle Fondazioni Nenni, Turati, Buozzi e dall’Istituto Hirschman-Colorni


 

Polonia-protesteEugenio Colorni scriveva su l’Avvenire dei Lavoratori del 1 febbraio del 1944: “Socialismo, umanismo, federalismo, unità europea sono le parole fondamentali del nostro programma politico.”

Vi era indubbiamente un clima politico culturale se l’idea di Unità Europea, legata sempre a programmi di riforma sociale, venivano da gruppi francesi come «Combat», «France-Tireur» e «Liberté» ovvero come ricorda sempre Silone dal Movimento del lavoro libero in Norvegia o dal Movimento Vrij Nederland in Olanda ed anche da sparsi gruppi di tedeschi antinazisti.

La collaborazione di Colorni alla redazione e soprattutto alla diffusione del Manifesto di Ventotene, a mio avviso, ne fa uno degli autori a ricordare al pari di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi. Sicuramente è un suo merito la diffusione nel mondo socialista Ignazio Silone, allora a capo del Centro Estero di Zurigo del PSI e dell’Avvenire dei Lavoratori ebbe già sentore del Manifesto di Ventotene nell’autunno del 1941 e più tardi ricevette un appello analogo, dal Movimento «Li bérer et Fédérer» di Tolosa, nel quale militava Silvio Trentin, il padre di Bruno.

Sempre Colorni deve essere considerato uno degli ispiratori de Il socialismo federalista dell’«Avvenire del Lavoratore» (1) una delle componenti della conversione socialista di Ignazio Silone, che nella sua visione ebbe la stessa importanza dell’ Internazionalismo del suo periodo comunista. Due sono gli articoli di Silone nel quale delinea la sua visione europea del socialismo. Il primo fu pubblicato dall’”Avanti!” di Roma con il titolo “Prospettiva attuale del Socialismo Europeo”. Il secondo sempre dall’”Avanti!” di Roma del 28 gennaio 1945 col titolo “Europa di Domani”. Per Silone “l’Europa moderna ed il socialismo sono termini storici intimamente connessi. Il socialismo moderno infatti è nato in Europa nel corso del secolo passato, contemporaneamente all’Europa moderna. Le fasi di sviluppo e le crisi del socialismo moderno sono coincise con il progresso e le difficoltà dell’Europa”.

Il dibattito fra i compagni socialisti sul futuro dell’Europa e sulle prospettive di ricostruzione per il Vecchio continente: dal federalismo europeista di Carlo Rosselli alla proposta di una «Costituente europea per la pace» lanciata da Giuseppe Emanuele Modigliani, all’europeismo di Angelo Tasca era già iniziato nell’esilio francese. Al dibattito partecipò anche Giuseppe Saragat quando si trasferì a Parigi, dopo aver trascorso un triennio in Austria, ove conobbe Otto Bauer e l’austromarxismo, ma la sua visione federalista anche in seguito al Patto Ribbentrop Molotov si connotò sempre più come un europeismo democratico alternativo al totalitarismo (2).

Siamo tributari di Silone e Colorni della convinzione che non c’è prospettiva socialista se non c’è una chiara scelta federalista, cioè senza una dimensione internazionale della politica, al di là delle singole proposte, perché il destino del socialismo democratico e dell’Europa sono indissolubilmente legati. Questa intuizione non è stata perseguita con coerenza, avrebbe chiesto per esempio la creazione di un Partito Socialista transnazionale, cioè una visione internazionalista, di cui l’europeismo non poteva essere un surrogato, ma un’articolazione continentale. La costruzione europea si è fatta, invece, ponendo alla base la libera concorrenza ed il mercato, guidate da un centralismo burocratico senza effettivi contrappesi democratici. Non solo l’allargamento a Est della UE è stato un processo, che non si è distinto da quello della NATO, quando, nella visione socialista di Cole (3) condivisa da Silone Soltanto il socialismo democratico avrebbe potuto unificare l’Europa e farla servire da mediatrice storica tra il continente sovietico e il continente americano. Una visione che si accompagnava al superamento delle ragioni storiche sella divisione tra socialisti e comunisti, questo lo si poteva pensare negli anni 1944 e 1945 quando si era uniti nella lotta al nazifascismo.

Lo sviluppo nel dopoguerra andò in tutt’altra direzione: nei paesi conquistati dall’Armata Rossa si compì l’unificazione forzata dei partiti socialisti e comunisti, con la scomparsa politica dei primi, anche quando il nome del Partito non divenne formalmente comunista come il POUP (Partito Operaio Unificato Polacco) o mantenne il riferimento socialista come nei casi del Partito Operaio Socialista Ungherese e della SED (Partito di Unità Socialista della Germania). In Occidente la Guerra Fredda portò i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti ad una scelta di campo occidentale, con la sola eccezione fino alla rivoluzione ungherese del 1956 del PSI. Socialisti e democristiani sono la grande maggioranza dei padri fondatori dell’Europa, con l’eccezione di Altiero Spinelli, che in Italia collaborò con socialisti e comunisti (4). Nel 1999 fu l’anno della predominanza socialista in Europa, cioè nella UE a 15, con 11 primi ministri socialisti, che sarebbero stati 12 se nel 1996 Aznar non avesse sostituito Felipe Gonzalez. La presenza contestuale di Blair, Schröder, Jospin e D’Alema per non parlare che dei grandi paesi non ha impresso un corso nuovo all’Europa della UE, ma piuttosto è stata la Commissione Prodi dal 16 settembre 1999 fino al 31 ottobre 2004 con proroga al 21 novembre dello stesso anno con la scelta dell’allargamento a Est. Nel contempo a sinistra del PSE la denuncia dell’Europa, come l’Europa dei capitalisti e dei banchieri, è stato un bell’alibi per i partiti della sinistra per non impegnarsi nella costruzione di un’altra Europa,, finché il nome non diventò un’insegna elettorale nel 2014 grazie al successo di Tsipras e di Syriza, che non superò le contraddizioni del Partito della Sinistra Europea, che comprende partiti, con scarsa peso nel parlamento Europeo e in quelli nazionali della UE fatta eccezione per la LINKE e Sinistra Italiana e di cui non fanno parte formazioni di sinistra di successo come Podemos di Iglesias o la France Insoumise di Mélenchon

Il problema più grave è che le grosse perdite socialiste non si trasferiscono massicciamente alla loro sinistra e spesso vi sono perdite dell’intero schieramento teoricamente alternativo che comprenda anche i Verdi e in generale gli ecologisti.

In nessun paese europeo, ad eccezione della Gran Bretagna, ma ora in fuoriuscita dall’UE, la sinistra è rappresentata da un solo partito, che possa aspirare al governo. Formalmente vi è una Grande Coalizione PPE-PSE, ma il PPE ha una posizi0one centrale ed è riuscita la trasformazione da Partito Democristiano e Socialcristiano in partito di centro conservatore in armonia con i cosiddetti poteri, di cui il Presidente della Commissione, Juncker, è un vassallo. Per togliere ogni dubbio il suo partito non è più il PPCS (Partito Popolare Cristiano Sociale), ma semplicemente il PD affiliato al PPE, per non confondersi con il PD affiliato al PSE. Il PSE non ha, invece, un’identità precisa e un programma alternativo all’austerità e su dossier delicati come i fenomeni migratori ha posizione differenziate.

Il quadro europeo è ancora instabile mancano i risultati delle legislative francesi di giugno 2017, delle britanniche dello stesso mese e soprattutto di quelle tedesche del 24 settembre, per non parlare di quelle italiane oscillanti tra la fine del 2017 e l’inizio 2018 a dio piacendo e al Presidente Mattarella. Riuscirà la sinistra in senso lato a compiere quella riflessione auspicata da Colorni e Silone nel 1994, cioè legare il suo destino a quello di un processo di integrazione europea, che abbia come centro la Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, le cui norme hanno lo stesso valore giuridico dei Trattati per l’art. 6 TUE e una politica economica che salvaguardi la coesione sociale e le conquiste del welfare state e persegua con coerenza una politica di pace e cooperazione per uno sviluppo economico equo e solidale?

Felice Carlo Besostri
Blog Fondazione Nenni

(1) Corrado Malandrino “Socialismo e libertà. Autonomie, federalismo, Europa da Rosselli a Silone” Milano 1990

(2)“Il federalismo europeista in Giuseppe Saragat” di Michele Donno in L’ACROPOLI Anno XVII – n. 6 (2016)

(3)G.D.M. Cole “Europe, Russia and the Future” del 194

(4)Nominato dai primi nella Commissione Europea e dai Secondi nel Parlamento italiano e in quello europeo

 

Antonio Gramsci 
e l’approdo
al liberalsocialismo

gramsciLa tragica vicenda di Antonio Gramsci ritorna puntuale in ogni anniversario della sua morte avvenuta il 27 aprile 1937. Per l’ottantesimo sono previsti convegni, ristampe dei suoi articoli e studi specifici in un flusso ininterrotto di iniziative che arricchiranno la già vasta bibliografia dello scrittore sardo. Al di là della polemica contingente, sembra che egli stenti ad essere valutato con distacco critico nella sua dimensione temporale e nello sviluppo genuino del suo pensiero, che presenta uno spessore culturale e una lenta e graduale metamorfosi verso il liberalsocialismo di Carlo Rosselli.

Questo sbocco, a tutt’oggi, è avvolto in un alone di mistero e presenta scarni e veloci cenni nella letteratura storica sul Pci. La questione non ha appassionato i cultori del pensatore sardo, come si ricava dalla recente rassegna di studi gramsciani, curata da Giuseppe Vacca, che ha ignorato completamente un aspetto meritevole di essere chiarito (cfr. Modernità alternative. Il Novecento di Antonio Gramsci, Einaudi, Torino 2017, pp. 3-19).

Già nel 1980 Sergio Bertelli «riportò la testimonianza di Eugenio Reale, che sull’adesione di Gramsci agli ideali liberalsocialisti informò l’autore che essa poteva ricavarsi da uno schedario approntato da un alto funzionario del Pci (Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del Pci 1936-1948, Rizzoli, Milano 19, p. 227). Dell’esistenza di questo schedario parla anche Antonio Roasio nelle sue memorie, quando accenna all’iniziativa assunta dal Comintern di controllare la vita dei quadri comunisti. I ricordi di Reale coincidono con quelli di Roasio e concordano sul fatto che il Comintern aveva incaricato i funzionari del Centro Estero di trasmettere a Mosca notizie specifiche sui militanti comunisti europei, perché fossero preparati dei «cartellini individuali … allo scopo di seguire i compagni nella loro vita attiva» per registrane «funzioni, successi e difetti, preparazione politica e ideale» (A. Roasio, Figlio della classe operaia, Vangelista, Milano 1977, p. 161). Non è chiaro l’anno in cui ebbe inizio la compilazione dello schedario, ma si sa con certezza che nel 1936 l’alto funzionario addetto a questo compito era Umberto Massola. Fu proprio lui a tenere aggiornato lo schedario dei quadri comunisti e ad approntare la scheda relativa a Gramsci, in cui egli è catalogato come «un ex comunista passato a Giustizia e Libertà».

L’evoluzione di Gramsci verso il movimento giellista spiega il «profondo disagio» di Togliatti e dell’intero apparato comunista, che nonostante varie sollecitazioni di «fare conoscere meglio Gramsci al Partito e al mondo» preferì rinviare la pubblicazione dei «Quaderni» (P. Spriano, Gramsci in carcere e il partito, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 111). Il problema della loro stampa fu infatti sollevato alcune settimane dopo la morte di Gramsci (27 aprile 1937), dopo che i quaderni erano stati salvati dalla cognata e da Piero Sraffa e affidati a Raffaele Mattioli, in attesa di essere inoltrati a Mosca alla moglie Julia. Il succitato libro dello Spriano contiene una significativa lettera del 19 maggio ’37 inviata a Sraffa da Donini, il quale gli comunica in termini alquanto oscuri che «dove c’è Giulia c’è Ercoli», cioè Togliatti.

Quale interesse recondito avesse Togliatti a rinviare la pubblicazione dei «Quaderni» se non quello di far una cernita dei famosi «manoscritti» o di utilizzarli per uso proprio! Così nel 1937 egli diede incarico di approntare solo una raccolta di testimonianze su «Antonio Gramsci capo della classe operaia italiana», edita poi a Parigi l’anno successivo. Sul Gramsci politico gravava la colpa di aver dissentito, nell’ottobre 1926, dalla linea ufficiale del Partito comunista sovietico, come emerse da una lettera pubblicata sul «Nuovo Avanti!» l’8 maggio 1937 da Angelo Tasca (cfr. E. Santarelli, Gramsci ritrovato 1937-1947, Abramo, Catanzaro 1991, pp. 89-90.) oppure si trattava di un più recente mutamento di indirizzo politico e ideale?

Le due ipotesi non si escludono e rientrano nel percorso politico di Gramsci, che nel 1930 lanciò la proposta di una «Costituente antifascista» per un’azione congiunta di socialisti e comunisti; che nel 1931 – come si ricava dalla testimonianza di Umberto Terracini – espresse una «critica molte forte e di ripulsa delle posizioni del partito», ossia della natura totalitaria del comunismo diretto a «creare un’altra dittatura» sostitutiva a quella fascista (testimonianza di U. Terracini, in Gramsci vivo nelle testimonianze dei suoi contemporanei, Feltrinelli, Milano 1977, p. 116). Comunque sia, la stampa antifascista diede una larga risonanza alla morte di Gramsci: il periodico «Giustizia e Libertà» ricordò che «il fascismo, col suo assassinio, arriva troppo tardi», perché «il pensiero di Gramsci è fissato [… ] nei cervelli e nelle coscienze della élite rivoluzionaria» (Lento assassinio, in «Giustizia e Libertà», 30 aprile 1937, n. 18, p. 1).

Uguale risalto diede all’avvenimento il quotidiano «l’Unità» con un articolo commemorativo firmato dai membri del Comitato Esecutivo dell’Internazionale comunista, tra i quali spiccava la firma di Ercoli (Togliatti) «che, fino a pochi giorni prima, era stato in accesa polemica con Gramsci per il suo antistalinismo» (R. Mieli).

In quest’ambito va collocato lo scarso interesse per la liberazione di Gramsci da parte dei vertici comunisti, che non presero alcuna iniziativa per la sua scarcerazione, a differenza di quanto era successo con Georgij Dimitrov, liberato in quel periodo dal giogo nazista e divenuto poi segretario della III Internazionale. Gli stessi dirigenti del Pcd’I non si preoccuparono molto alla sorte di Gramsci e non intervennero presso Stalin, che probabilmente avrebbe potuto ottenere un risultato analogo grazie ai buoni rapporti dell’Urss con il governo fascista. Essi, inoltre, attesero dieci anni per pubblicare le “Lettere dal carcere” in un edizione censurata ed editare i “Quaderni”, usciti in sei volumi tematici tra il 1948 e il 1951 sempre sotto la supervisione di Togliatti. L’uso strumentale degli scritti di Gramsci cominciò proprio ad opera di Togliatti, che nei primi anni ’50 lo collocò nell’ambito di una inesistente tradizione leninista in Italia, inserendo la sua opera nell’alveo del marxismo ortodosso di stampo stalinista. Dopo il XX congresso del Pcus e la denuncia di Kruscev dei misfatti staliniani, Togliatti strumentalizzò nuovamente Gramsci attraverso un’ennesima manipolazione diretta ad attribuirgli un’artificiosa sintesi tra leninismo e «via italiana al socialismo».

Iniziò così l’onda lunga della fortuna di Gramsci, il cui pensiero ha diviso i suoi interpreti e ha riproposto le più disparate versioni secondo le indicazioni di Togliatti o post mortem a secondo la strategia politica del Pci, ma dopo la caduta dei comunismi quale è la lezione gramsciana se non quella di collocarla nell’alveo della società contemporanea in una versione democratica e socialista riformista?

Nunzio Dell’Erba

Carlo Rosselli. Le paralisi che portarono al fascismo

Carlo Rosselli e l’interpretazione del fascismo nel quadro di un socialismo liberale
-di Marcello Curci*

Il presente lavoro ripercorre le linee essenziali dell’interpretazione del fascismo elaborata da Carlo Rosselli (1899-1937) fra gli anni ’20 e ’30 del Novecento. L’analisi cercherà di evidenziare gli elementi di profonda rottura riguardanti origine e sviluppo del fenomeno fascista, collocando tali intuizioni nel più ampio contesto di rinnovamento del socialismo italiano costantemente portato avanti dal leader antifascista nel corso della sua vita.

Secessione_dell_AventinoLe origini del fascismo nel dopoguerra italiano e le responsabilità del socialismo

Nella cornice del dopoguerra italiano, dei disordini del Biennio rosso e dell’offensiva squadrista, il giovane Rosselli, che ha sperimentato in prima persona la guerra sull’onda dell’interventismo democratico e la successiva delusione per la sproporzione tra le attese e i risultati, incoraggiata anche dai comportamenti della classe dirigente liberale, inizia a collegare l’ascesa del fascismo, ancor prima della presa di potere, a una profonda crisi interna allo Stato liberale. Il fenomeno si configura fin dalle origini come prodotto «del trauma della guerra e [dell’] incapacità delle formazioni politiche tradizionali di comprendere le istanze dei combattenti» e Rosselli avverte «una corresponsabilità di tutti in quello che è accaduto, anche di chi si è subito opposto al fascismo»[1]. Tali responsabilità sono imputate al dissolvimento dello Stato nella gestione della crisi postbellica italiana –alla fase estenuata del giolittismo, alla politica di compromessi e di immobilismo-, ma anche ai comportamenti del socialismo, alfiere di un grande progetto di rinnovamento della società e tuttavia incapace di realizzare politicamente tale aspirazione.
Rosselli, che condivide un socialismo riformista e gradualista di ispirazione turatiana, ma anche critico e pragmatico sull’esempio di Salvemini, inizia così a interrogarsi sul legame che intercorre fra crisi del socialismo e affermazione del fascismo: un tentativo, questo, che prende vita nel contesto delle scissioni politiche fra socialisti e comunisti nell’autunno del ’21 e fra massimalisti e unitari in seno al Psi nel ’22.
Dalle pagine di Critica sociale, Rosselli denuncia la paralisi intellettuale del partito socialista, dovuta a una rigida adesione ideologica al marxismo, causa primaria dell’incomprensione della pericolosità del fascismo e del suo potere attrattivo nel disordine postbellico. Del marxismo professato dai socialisti egli critica due elementi: il formalismo dogmatico, che sostituisce il pensiero all’azione, tale per cui «un partito legato ad un corpo rigido di dottrine […] attaccato da una tribù di veloci predatori [i fascisti], risponde a destra quando già l’attacco si è spostato a sinistra»[2] e la cieca fede nel determinismo storico, che conduce a un’interpretazione univoca del fascismo, come pura reazione di classe all’ascesa del proletariato, con il risultato che «mentre gli uni pestavano, gli altri [i socialisti] strillavano che non v’era nulla da fare, che eravamo di fronte a un fenomeno internazionale, ad una crisi fisiologica propria del mondo capitalistico»[3].
Rosselli non rifiuta un’interpretazione che tenga conto anche della reazione di classe per spiegare il fascismo, purché si riconoscano le responsabilità del massimalismo, di quel linguaggio violento e al contempo sterile nel sostenere le rivendicazioni del proletariato, che spaventa parte della borghesia e la allontana, inverando la sua preferenza per la conservazione. D’altro canto, però, nemmeno il riformismo di Turati, conscio delle insidie del rivoluzionarismo, riesce ad arginarne la pericolosità: agli occhi di Rosselli, esso sacrifica la possibilità di ascendere alla guida del paese in nome di un disperato tentativo di mantenere l’unità del partito, con la conseguenza di facilitare la presa di potere di Mussolini.[4]
In un contesto così desolante, inizialmente Rosselli nutre la speranza che alcune frange della borghesia e gli intellettuali possano unirsi all’opposizione, prima che il fascismo si normalizzi nello Stato. Un’aspettativa comprensibile nell’ambito di una visione del fenomeno come sprofondamento valoriale generale, più che di classe, cui Rosselli crede si possa ancora opporre, sul piano morale, l’azione trainante di Matteotti e Salvemini, che egli eleva a guide spirituali di una possibile élite antifascista. [5]

«Perché fummo battuti?»

L’omicidio Matteotti del giugno 1924 e il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 imprimono un cambiamento qualitativo nel fascismo che, assimilandosi al morente Stato liberale, si fa regime e ammette pubblicamente le proprie responsabilità nell’uso della violenza. Per Rosselli si tratta di un vero e proprio spartiacque, che sancisce l’impossibilità di un’opposizione morale e legalitaria quale è il neocostituito fronte aventiniano. L’Aventino testimonia l’errata considerazione che il vecchio mondo dei partiti cresciuti nello Stato liberale riserva al fascismo, quella cioè di un fenomeno transitorio, ancora arginabile nonostante la progressiva soppressione delle libertà. Il vulnus aventiniano intensifica la sfiducia di Rosselli, ma costituisce anche una base per impostare la lotta antifascista in termini innovativi. Ne è prova la rivista Il Quarto Stato (1926), co-diretta con Pietro Nenni, originale tentativo di creare «qualcosa che fosse assieme struttura organizzativa per una lotta rivoluzionaria, organo ideale di rinnovamento culturale, piattaforma politica per un raggruppamento delle forze superstiti»[6], nell’ottica di un riavvicinamento fra riformisti e massimalisti.
Rosselli, di nuovo, inquadra le origini del fascismo a partire da una prospettiva socialista. Alla fatidica domanda «Perché fummo battuti?», egli risponde evidenziando la debolezza del sostrato economico, politico e culturale su cui il Partito socialista ha costruito la propria ascesa politica in Italia. Emerge così l’immagine di un paese capitalisticamente arretrato, nel quale è impensabile che il credo marxista possa attecchire spontaneamente fra le masse; ma, soprattutto, c’è l’idea di un paese che non ha mai sperimentato un’autentica lotta per la libertà su larga scala e l’affezione al metodo democratico. Su queste deboli basi, il Partito socialista poco ha fatto per rafforzare nelle masse una coscienza politica liberale, evitando riforme strutturali coraggiose ed adagiandosi sulle vittorie elettorali. «Così era fatale», conclude Rosselli, «che la classe lavoratrice, che nei paesi evoluti è giustamente la più vigile e interessata custode del metodo democratico, dovesse da noi assistere quasi inerte alla negazione di valori supremi che apparivano purtroppo estranei alla sua coscienza»[7]. L’interpretazione si fa dunque più complessa e salda la rinuncia alla politicizzazione delle masse con la storica passività italiana, elementi che spiegano la facilità con cui il fascismo è riuscito a prendere il potere e a consolidarsi.

Comprendere per superare: socialismo liberale

L’attività clandestina di Rosselli si interrompe nel 1926, con la cattura e la condanna al confino per aver organizzato la fuoriuscita di Turati, fino al 1929, anno della fuga in Francia.
In questo periodo egli ha modo di sistematizzare il proprio pensiero in Socialismo liberale, opera in cui l’ambizione di rinnovare in profondità il socialismo italiano passa anche attraverso la comprensione delle origini del fascismo[8]. Rosselli inserisce nuovamente il fenomeno in un contesto storico di lungo periodo: il Risorgimento, frutto dell’azione di minoranze organizzate, il breve tirocinio politico del movimento operaio, la concessione dall’alto del suffragio universale denotano l’assenza di movimenti di massa per la libertà e spiegano il crollo della debole impalcatura liberale al primo colpo. «Da questo punto di vista», spiega Rosselli, «il governo mussoliniano è tutt’altro che rivoluzionario»[9], in quanto fuoriuscito «dalle sedimentazioni nascoste della razza, dalle esperienze delle generazioni, […] quasi per esplosione, stimolato da un evidente interesse di classe, ma profondamente inciso da caratteri che sono indipendenti dai criteri di classe. […] Il fascismo va innestato sul sottosuolo italico»[10].
Rosselli individua nella pratica di un nuovo socialismo una possibile soluzione, indicando al movimento operaio un obiettivo di rinnovamento della società finalmente realizzabile. Riprendendo riflessioni risalenti alla frequentazione di Gobetti[11], egli si fa promotore di un socialismo senza Marx, con al centro l’individuo e il valore della libertà, lontano, dunque, da quell’aridità intellettuale che ha condotto prima alla disaffezione verso il partito da parte delle nuove generazioni, pragmatiche e volontaristiche, poi alla resa al fascismo in attesa di un fatale scontro di classe e della rivoluzione.
Per Rosselli socialismo liberale non è un ossimoro, ma l’ultima concretizzazione storica di quella tradizione politica liberale un tempo associata al mondo borghese, oggi identificabile con il socialismo, che appunto «colto nel suo aspetto essenziale, è l’attuazione progressiva della idea di libertà e giustizia tra gli uomini»[12]. Il liberalismo come fine implica una missione di educazione a un sentimento di libertà che va costruito nella coscienza delle persone, esortando le masse a combattere per la propria emancipazione hic et nunc, non in un incerto futuro postrivoluzionario.
La riscossa del socialismo inizia perciò sul piano etico, là dove può dimostrare l’abisso che lo separa dal fascismo, che «è quasi del tutto sfornito di valori costruttivi», avendo esso piuttosto «un valore di esperienza, di rivelazione degli italiani agli italiani»[13]. Ma a fianco all’ideale, Rosselli pone il realismo della battaglia: il metodo liberale, che è rispetto delle regole democratiche e rifiuto della violenza, autorizza il popolo a una lotta rivoluzionaria contro il fascismo, proprio perché esso «è, prima e soprattutto, antiliberalismo»[14].

«Giustizia e Libertà» movimento rivoluzionario dell’antifascismo

«Giustizia e Libertà» (GL) nasce a Parigi nel 1929, ad opera di Rosselli e di altri esuli antifascisti, fra cui Emilio Lussu, fuggito con lui da Lipari, e Alberto Tarchiani. Dal 1931 al 1934 GL è rappresentante in Italia della Concentrazione antifascista, cartello guidato dal ricostituito Psi, dal Partito repubblicano e dalla Lega dei diritti dell’uomo. GL è formazione inedita nel panorama antifascista, perché «nel fascismo vede il fatto centrale, la novità tremenda del nostro tempo, e perché la sua opposizione deriva […] da una volontà di liberazione che si sprigiona dallo stesso mondo fascista»[15].Carlo_Rosselli_1
La centralità del fascismo implica una rottura con il passato, una «rivolta contro gli uomini, la mentalità, i metodi del mondo politico prefascista, responsabile della fine miserabile dell’Aventino»[16]. Una nuova strategia, dunque, che richiede anche azioni violente ed esemplari in Italia per favorire l’insurrezione delle masse; un’alleanza trasversale, aperta a tutto l’arco antifascista, meno inizialmente ai comunisti, troppo assorbiti dall’impegno a sostituire l’attuale dittatura con un’altra; un programma rivoluzionario postfascista, di rifondazione del paese, che miri all’edificazione di una repubblica socialista, legittimata da un’Assemblea costituente e centrata sui lavoratori[17].
Per Rosselli l’organizzazione di GL in movimento anziché in partito è una necessità imposta dallo stesso fascismo: l’azione partitica è infatti possibile solo in un regime liberale plurale, che cioè garantisca la competizione politica, e il fascismo è partito unico che non ammette concorrenti e la libera competizione tra culture diverse[18]. Esso, anzi, è partito che diventa Stato dittatoriale, anti-individualista e totale, ultima concretizzazione di un lungo processo storico che ha portato lo Stato a inglobare la società[19]. Rosselli coglie i caratteri inediti di uno statalismo pervasivo in cui l’unica alternativa per opporsi è diventare antistato, forza dinamica «infinitamente più efficace […] di un partito alla vecchia maniera, rigido, settario, geloso, obbligato alla coerenza»[20].
L’abbandono della forma del partito, tuttavia, è anche funzionale a mitigare il classismo delle forze di sinistra e ad estendere il messaggio di riscossa a tutte le «classi lavoratrici, che comprendevano oltre ai salariati industriali e agricoli, gli artigiani indipendenti, i piccoli commercianti, i piccoli proprietari agrari e gli intellettuali»[21]. Elemento, questo, che insieme ai metodi anticonvenzionali di GL, attira le critiche del cartello concentrazionista, fino all’inevitabile rottura del 1934.
È onnipresente, a fianco all’organizzazione della lotta, il tentativo di comprendere l’evoluzione del fascismo negli anni Trenta, compito affidato alle pubblicazioni di GL (i Quaderni e il settimanale).
L’avvento del nazismo in Germania trasforma il fascismo in questione europea. Nel suo passaggio ad un paese strutturalmente più avanzato, il fascismo manifesta di nuovo i suoi caratteri di rivelazione di un mondo al collasso, come testimonia la pochezza dell’opposizione comunista e socialdemocratica tedesca. Al contempo, però, Rosselli intuisce una pericolosa superiorità rispetto a Mussolini da parte di Hitler, capace di conquistare rapidamente il paese e di toccare straordinariamente la coscienza delle masse mediante il mito del pangermanesimo e la vendetta per la pace di Versailles[22].
Di fronte a tali sviluppi, Rosselli avverte l’inutilità della politica di disarmo predicata dalla diplomazia e dalla sinistra europea. La guerra sta per tornare in Europa[23] e la presunta stanchezza dei popoli può essere facilmente superata dal fanatismo con cui i due regimi mobilitano le masse. Unica soluzione è dunque una guerra preventiva che GL è pronta a guidare in Italia e nel continente, «una politica attivissima, combattiva, provocante contro i regimi fascisti»[24].

Fascismo fra rivoluzione e guerra

A partire dal ’34, Rosselli conduce un’analisi volta a smascherare gli elementi pseudorivoluzionari insiti nel fascismo italiano. È questa un’operazione cruciale per individuare finalmente l’essenza del fenomeno, e per riuscirvi Rosselli riflette parallelamente su politica interna ed estera del regime.
Il mito corporativo diventa un bersaglio costante della sua critica.[25] La Carta del lavoro, il Consiglio nazionale, la Camera delle corporazioni e il sindacalismo fascista formano una cortina demagogica che nasconde l’accentramento del potere in atto e l’abolizione dei diritti dei lavoratori: è la chiara immagine di «una pseudorivoluzione che undici anni dopo il suo prorompere cerca ancora disperatamente il suo ubi consistam, la sua ragione d’essere di fronte alla storia»[26].
Le promesse di un nuovo mondo, tuttavia, trovano fervidi seguaci nella gioventù fascista, che attende impaziente la rivoluzione, ora che il regime è diventato padrone indiscusso del paese e ha liquidato le opposizioni. L’incapacità viscerale del fascismo di dare voce alla sua corrente rivoluzionaria deriva dal patto con le forze conservatrici che ne hanno permesso l’ascesa al potere:

Gli industriali, spaventati da queste voci [sulla rivoluzione corporativa], erano andati da Mussolini. […] gli avevano detto che le riforme di cui si parlava avrebbero compromesso la già instabile situazione dell’industria esportatrice. E Mussolini cedette.[27]

In questo contesto critico, l’organizzazione della guerra in Etiopia (1935-36) è un espediente per mettere «a tacere la corrente giovane, […] scaraventandola in Africa»[28]. È questo il motivo profondo, anche se non certo l’unico, addotto da Rosselli per spiegare le origini del conflitto[29]. Nello scontro fra regime e movimento, dunque, la prima forza trionfa in nome di un patto per il potere. Un meccanismo, questo, che egli vede operare anche nel nazismo, sebbene in modo più cruento e immediato, come dimostra il massacro del gruppo a sinistra del partito durante la «Notte dei lunghi coltelli»[30].
Sconfessate le pretese rivoluzionarie, resta dunque l’essenza del fascismo: un moto incessante, un dinamismo distruttivo, eversivo, che estenderà la guerra all’intera Europa.

Tutto nel fascismo è guerra: l’origine, la mentalità, la filosofia, la politica, l’economia, la tattica, l’organizzazione, il vocabolario. Dal 1925 il fascismo non ha fatto che preparare la guerra, anche se non questa guerra [quella abissina]. Invece che di rivoluzione in permanenza si deve parlare di guerra in permanenza.[31]

La vacuità delle pretese democratiche di mantenimento della pace diventa evidente: il fascismo non può accettare tregua se non snaturandosi, perché è Stato totale che non riconosce l’esistenza di confini e il rispetto della comunità internazionale. La facilità con cui i regimi fascisti intervengono negli affari internazionali degli anni ’30 (Etiopia, Austria, Spagna), evidenzia chiaramente una crisi delle potenze democratiche europee, prime fra tutte Inghilterra e Francia: sono regimi incapaci di una politica decisa e di far rispettare gli accordi di disarmo raggiunti nelle sedi della diplomazia; esprimono la crisi di un mondo corrotto, mosso dal mero egoismo nazionale e guidato da classi dirigenti mediocri e transazioniste, come testimonia la rimozione delle sanzioni all’Italia impegnata in Etiopia da parte della Società delle Nazioni.[32]. Nelle amare parole di Rosselli sta tutta la consapevolezza del fallimento della democrazia, come ideale e come forma di governo: essa ha incubato il fascismo e ora ne concede l’espansione.

Alla radice di questa tragedia europea […] troviamo il collasso di un vecchio mondo, l’infrollimento delle classi dirigenti occidentali, il tramonto di ideali che, a forza di essere elusi o ipocritamente applicati o richiamati, sono diventati frusti e falsi. Il fascismo è il figlio della democrazia corrotta e infrollita. E da bravo figlio seppellisce il padre.[33]

Prodotto di una democrazia malata, il fascismo si fa strada in un vuoto di valori, cui oppone una visione alternativa del mondo che, pur non sapendo essere autenticamente rivoluzionaria, ne offre un feticcio, perché accompagnata da un’azione aggressiva e da un’ideologia, per quanto negativa, pur sempre viva a confronto con la sterile politica europea dello status quo.
Per combattere il bellicismo fascista anche su un piano di principi, le forze di sinistra necessitano di rimediare alla frammentazione che ne ha permesso la sconfitta in passato. Nel biennio 1936-37 Rosselli lavora dunque all’unificazione politica del proletariato italiano, da realizzare attraverso una formazione per la prima volta esplicitamente aperta anche ai comunisti. L’ultimo Rosselli conosce senz’altro una radicalizzazione a sinistra[34], come testimoniano l’enfasi sul proletariato, unica classe in grado di costruire un futuro postfascista e il tono apertamente rivoluzionario con cui egli descrive l’attuazione del programma di GL[35]. Un cambiamento comprensibile alla luce dei ripetuti successi fascisti, ma anche della partecipazione diretta di Rosselli alla guerra civile spagnola, che gli permette di riflettere sull’importanza dell’unità d’intenti della coalizione repubblicana[36].
Certo il richiamo alla coesione sotto forma di partito e il riferimento di classe tradiscono una rivisitazione delle posizioni precedenti, che Salvemini, ad esempio, non manca di sottolineare nella sua fitta corrispondenza con Rosselli[37]. Tuttavia, anche in questo contesto, la prospettiva di unità proletaria non concede nulla al passato ed è intesa in termini assolutamente originali rispetto alla rigidità del partito classico. La nuova formazione, infatti,

dovrà essere, più che un partito in senso stretto, una larga forza sociale, una sorta di anticipazione della società futura, di microcosmo sociale, con la sua organizzazione di combattimento, ma anche con la sua vita intellettuale.[38]

Una sorta di prefigurazione della Resistenza, più che del Fronte popolare.

Conclusioni

L’analisi del fascismo di Rosselli si caratterizza per la capacità di affrontare il fenomeno da un punto di vista multidimensionale. Ne deriva un’interpretazione complessa e di lungo periodo che, attraverso intuizioni originarie e aggiustamenti successivi, non concede mai nulla a una visione parentetica o accidentale del fenomeno, comune sia ai contemporanei sia a parte della storiografia successiva. È un’interpretazione che assume il fascismo come fatto centrale della contemporaneità, ne avverte i caratteri innovativi, ma anche i profondi legami con il vecchio mondo da cui esso è scaturito, comprendendo che la vulnerabilità degli assetti democratici tanto italiani quanto europei ha giocato un ruolo fondamentale nella sua formazione. Si tratta, infine, di una riflessione che procede costantemente su un duplice binario, sebbene con esiti non sempre coerenti: quello morale, che investe l’ambito valoriale della politica, e quello dell’azione, che mira all’intervento diretto nella realtà per modificarla radicalmente. Operazione, questa, che consente di superare il presente e di prospettare anche un nuovo mondo postfascista.


*Marcello Curci ha conseguito la laurea triennale in Studi europei e internazionali presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Trento nel 2013. Attualmente sta ultimando la sua specializzazione in Scienze del governo presso il Dipartimento di Cultura, Politica e Società dell’Università di Torino, approfondendo problemi legati all’amministrazione, alle politiche pubbliche e in generale all’intervento delle istituzioni nazionali e sovranazionali, con particolare attenzione all’operato dell’Unione europea. Il presente elaborato è stato realizzato nel contesto di un corso di “Storia dei partiti e dei movimenti politici” presso l’ateneo torinese.

[1] N. Tranfaglia, Carlo Rosselli e il sogno di una democrazia sociale moderna, Dalai, Milano 2010, p. 106.
[2] C. Rosselli, La crisi intellettuale del partito socialista, in Id., Socialismo liberale, a cura di J. Rosselli, prefazione di A. Garosci, Einaudi, Torino 1973, p. 91.
[3] Ibidem.
[4] Per le responsabilità delle due correnti nell’ascesa del fascismo cfr. C. Rosselli, Filippo Turati e il socialismo italiano, in Id., Scritti dell’esilio. I. «Giustizia e Libertà» e la Concentrazione antifascista (1929-1934), a cura di C. Casucci, Einaudi, Torino 1988, in part. pp. 125-133.
[5] Sul punto cfr. N. Tranfaglia, Carlo Rosselli cit. e Fra le righe. Carteggio fra Carlo Rosselli e Gaetano Salvemini, a cura di E. Signori, Angeli, Milano 2010, in part. lettere n. 2 e n. 3, pp. 96-106.
[6] A. Garosci, Prefazione in C. Rosselli, Socialismo liberale cit., p. LXXVIII.
[7] C. Rosselli, Autocritica, in Id., Socialismo liberale cit., p. 131.
[8] Per quanto segue cfr. il capitolo intitolato La lotta per la libertà.
[9] C. Rosselli, Socialismo liberale, in Id., Socialismo liberale cit., p. 457.
[10] Ivi, pp. 461-62.
[11] Cfr. Liberalismo socialista, in Id., Socialismo liberale cit.
[12] C. Rosselli, Socialismo liberale, in Id., Socialismo liberale cit., p. 427.
[13] Ivi, p. 470.
[14] Ivi, pp. 467-68.
[15] C. Rosselli, Per l’unificazione politica del proletariato italiano. «Giustizia e Libertà», in Id., Scritti dell’esilio. II. Dallo scioglimento della Concentrazione antifascista alla guerra di Spagna (1934-1937), a cura di C. Casucci, Einaudi, Torino 1992, p. 530.
[16] Ivi, p. 531.
[17] Cfr. Schema di programma, in C. Rosselli, Scritti dell’esilio I cit., pp. 301-6.
[18] Cfr. Pro o contro il partito, in Id., Scritti dell’esilio I cit., pp. 215-225.
[19] Cfr. Contro lo Stato, in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp. 42-45.
[20] Id., Pro o contro il partito, in Id., Scritti dell’esilio I cit., p. 223.
[21] C. Casucci, Prefazione, in C. Rosselli, Scritti dell’esilio I cit., p. XIX.
[22] Id., Italia e Europa, in Id., Scritti dell’esilio I cit., p. 209.
[23] Cfr. La guerra che torna, in Id., Scritti dell’esilio I cit., pp. 250-58.
[24] Id., La polemica sulla guerra e sull’iniziativa rivoluzionaria, in Id., Scritti dell’esilio I cit., p. 262.
[25] Cfr. Corporazione e rivoluzione in Id., Scritti dell’esilio I cit., e La bandiera del nulla in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp. 274-284.
[26] Id., Corporazione e rivoluzione, in Id., Scritti dell’esilio I cit., pp. 282-83.
[27] Id., Mussolini e i giovani, in Id., Scritti dell’esilio II cit., p. 203.
[28] Ivi, p. 204.
[29] Per un’analisi delle altre cause cfr. Perché siamo contro la guerra d’Africa, in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp. 123-27.
[30] Di cui Rosselli tratta in Depravazione e sangue, in Id., Scritti dell’esilio II cit.
[31] Id., Fascismo in guerra, in Id., Scritti dell’esilio II cit., p. 278.
[32] Cfr. Fronte popolare e Stato totalitario, in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp. 380-84.
[33] Id., Come vince il fascismo, in Id., Scritti dell’esilio II cit., p. 133.
[34] Sul punto cfr. N. Tranfaglia, Carlo Rosselli cit., in part. pp. 352-56.
[35] Cfr. Fra le righe cit., in part. lettera n. 81, pp. 254-59.
[36] Cfr. C. Rosselli, Oggi in Spagna, domani in Italia, in Id., Scritti dell’esilio II cit., pp.- 424-28.
[37] Cfr. Fra le righe cit., in part. lettere n. 50 e n. 89, pp. 207-10 e pp. 272-75.
[38] C. Rosselli, Per l’unificazione politica cit., in Id., Scritti dell’esilio II cit., p. 337.