Psoe. È morta Carme Chacón

carmen cachon

È morta a soli 46 anni Carme Chacon, prima donna a ricoprire l’incarico di ministra della Difesa in Spagna nel governo Zapatero. Stroncata da un attacco cardiaco, causato da una patologia che aveva fin dalla nascita, Carme Chacon ha svolto un’intensa attività politica che l’ha portata a candidarsi nel 2011 alla segreteria del Psoe, dopo la sconfitta elettorale di Zapatero. Nel 2014 era diventata responsabile del Psoe per le relazioni internazionali, dimettendosi due anni dopo.

“La famiglia socialista – scrive su Facebook il segretario del Psi Riccardo Nencini – perde una compagna coraggiosa, appassionata. Noi perdiamo un’amica. Sono passati cinque anni ma è vivo il ricordo dell’intervento che Carme Chacon svolse a Genova in Sala Sivori in occasione del 120mo dalla fondazione del Psi. Un di scorso lungimirante. Eretico. La notizia della sua morte improvvisa mi ha colpito profondamente. Ciao Carme”.


Una compagna, una grande amica
di Pia Locatelli

È con profondo dolore che ho appreso ieri notte dell’improvvisa scomparsa di Carme Chacón: un’amica dei socialisti italiani, una cara amica. Ho conosciuto Carme nel 2008, subito dopo la sua nomina a Ministra della Difesa nel governo Zapatero, a un’iniziativa del Psoe e senza bisogno di tante parole tra noi si è creata subito una sintonia perfetta che con il passare degli anni si è trasformata in profonda amicizia. All’epoca era incinta di sette mesi e portava la sua gravidanza con naturalezza, senza alcuna ostentazione: la sua foto con il pancione al mentre visita le truppe spagnole in Afghanistan, fece il giro del mondo, ma lei non ci dava peso. «Sono incinta, non malata – replicò a quanti, tanti, criticavano i rischi cui aveva esposto se stessa e il nascituro -. Era il mio primo dovere visitare chi pone in pericolo la propria vita per difendere valori superiori, come la libertà degli altri. E comunque non dimentico che, per una cassiera del supermercato, è molto più dura».

Pia Locatelli, Carme ChaconCon Carme abbiamo condiviso tanti momenti: lei è venuta più volte in Italia alle iniziative del PSI, sempre disponibile e vicina al nostro Partito, io sono andata a quelle del Psoe e l’ho sostenuta nella sua candidatura alla segreteria contro Perez Rubalcaba, in un congresso che perse per soli 22 voti. Ero e sono ancora convinta che avrebbe portato una ventata di freschezza e di rinnovamento nel Partito e che forse una sua vittoria avrebbe arginato la perdita di consensi dei socialisti spagnoli. Come Ministra, nel governo al 50% femminile di Zapatero, infatti aveva acquistato subito un’enorme popolarità, suscitando le simpatie e l’ammirazione anche dei suoi avversari politici. Anticonvenzionale, grintosa e coraggiosa sfidò le tradizioni sfilando in smoking alla Pascua Militar di Palazzo Reale dove, per le donne, è di rigore l’abito lungo.

Ci siamo incontrate molte volte e abbiamo lavorato insieme nell’Internazionale socialista, dove è stata Presidente del comitato Mediterraneo.

Nel 2013 si era presa un anno sabbatico, per andare a insegnare al Miami Dade College, in Florida. Rientrata a Madrid nel 2014, era tornata anche alla vita di partito, come segretaria delle relazioni internazionali del Psoe, per lasciare l’incarico l’anno scorso.

Con la sua morte prematura ci viene a mancare un riferimento importante, una preziosa risorsa per tutta la famiglia socialista. A me mancherà soprattutto la sua risata contagiosa, il suo entusiasmo, le giornate passate insieme a Lerici: tutti noi abbiamo perso una compagna, io ho perso un’amica.

Pia Locatelli

Caos Psoe. Sanchez si dimette

sanchez dimissioni

Si è dimesso dopo una intera giornata di trincea nella sede madrilena del Psoe il contestato segretario Pedro Sanchez, a seguito della bocciatura del Consiglio federale Psoe con 132 voti contrari e 107 a favore della sua mozione per celebrare un congresso straordinario anticipato da elezioni primarie in ottobre. Gli oppositori, guidati dai 17 membri della direzione socialista dimissionari chiedono che il partito sia ora guidato da una direzione provvisoria, un vero commissariamento, fino alla tenuta di un congresso nei prossimi mesi..

Sanchez, 44 anni, aveva assunto la guida dei socialisti spagnoli nel luglio del 2014, primo segretario eletto direttamente dai militanti mediante votazione segreta. Il segretario del partito era rimasto fermo fino all’ultimo nel mantenere la posizione di non consentire il voto di astensione dei deputati socialisti per permettere al leader dei popolari Mariano Rajoy di formare un governo di minoranza, ma è stato di fatto sfiduciato dai dirigenti del suo partito guidati da Susana Diaz leader del PSOE in Andalusia. La sua posizione oltranzista stava portando la Spagna verso alle terze elezioni in in meno di un anno. Contro la sua posizione i vecchi leader Psoe, gli ex premier Felipe Gonzalez e Jose Luis Rodriguez Zapatero avevano guidato la fronda contro Sanchez.

Nel corso della conferenza stampa indetta alle 21, Sanchez ha dichiarato che nella fase di commissariamento tutta la comunità socialista potrà contare sul suo appoggio leale.

La guerra senza esclusione di colpi fra i sostenitori dell’ormai ex segretario e la fronda dimissionario, esplode nel mezzo della infinita crisi politica spagnola, e dopo che nell’ultimo anno il Psoe ha subito ben cinque sconfitte storiche consecutive in altrettante elezioni sotto la guida di Sanchez.

Sara Pasquot

 

La Spagna si avvita: nuove elezioni vecchi candidati

Manca solo un mese alle nuove elezioni politiche in Spagna e lo scenario dovrebbe non essere cosi diverso da quello del passato dicembre.Elezioni Spagna  2015
Poche le novità, le liste presentate ieri dai principali partiti sembrano la fotocopia dell’elenco dei candidati alle elezioni celebrate il 20 dicembre, quasi tutti ricandidati, quasi tutti nelle medesime posizioni, i capolista intoccabili sono rimasti tali, eccezione fatta per Carme Chacon ex ministra di Zapatero che ha deciso di non ricandidarsi e di abbandonare la politica nazionale lasciando così il posto di capolista a Meritxell Batet stella nascente del PSOE targato Sanchez,  poche novità quindi per gli spagnoli che andranno al voto il 26 giugno.

Se la politica spagnola si avvia verso un intero anno di paludosa stagnazione a muovere le acque ci prova il premier uscente Mariano Rajoy. Il leader dei popolari ha ottenuto nei giorni scorsi un generoso lasciapassare dall’Europa, che ha deciso di rinviare a luglio le sanzioni per il deficit eccessivo (al 5,1% del Pil anche nel 2015), e al contempo ha promesso alla Commissione nuovi interventi strutturali in caso di rielezione: «Una volta che ci sarà un nuovo governo, siamo pronti a intraprendere ulteriori misure» ha scritto il primo ministro in una lettera indirizzata alla Commissione Ue.
L’economia è l’argomento principale in queste settimane di precampagna elettorale, sempre  Rajoy ha ammesso che c’è preoccupazione tra i cittadini su come verranno finanziate le pensioni in futuro, ma ha definito una “autentica follia” la proposta elettorale del Psoe di creare una tassa specifica per garantire le prestazioni previdenziali. In occasione del forum Populares, il capo del governo ha offerto misure alternative come la creazione di posti di lavoro (almeno 2 milioni entro il 2020), già inserita nel suo programma elettorale. Rajoy ha ricordato che durante l’ultimo governo socialista di José Luis Rodriguez Zapatero (2008-2011), la Spagna ha detto addio a più di 3 milioni di posti di lavoro. Il Pp, ha aggiunto, si è invece impegnato a “migliorare le pensioni e i servizi pubblici” abbassando le tasse quando possibile e rispettando gli obiettivi di disavanzo indicati dall’Unione Europea (Ue).

Anche Ciudadanos, che aveva firmato un accordo di governo con il Psoe dopo le elezioni del 20 dicembre scorso, concorda con il Pp nel criticare la proposta socialista di una tassa ad hoc per finanziare il sistema pensionistico spagnolo.
“Il Psoe recupera la proposta di aumentare le tasse per finanziare le pensioni, già presentata nella precedente campagna elettorale. Come allora, però, non fornisce dettagli sulla sua attuazione”, ha criticato Toni Roldan, portavoce di Ciudadanos per l’economia, ex deputato e membro del team di negoziazione. Il partito, accusa però anche il governo del Pp di aver lasciato il settore della Previdenza sociale in “una situazione molto preoccupante”, con un “buco fiscale di 17 miliardi e 30 miliardi in meno nel fondo di riserva, la metà rispetto alla cifra registrata all’inizio della legislatura”. Nel concreto, Ciudadanos propone diverse soluzioni: un contratto unico con indennità crescente a fine rapporto calcolata sulla base degli anni di anzianità; un premio per le aziende che licenziano meno; migliorare l’istruzione e la formazione per promuovere l’occupazione. Le profonde divergenze di vedute tra questi tre partiti su una questione chiave come le pensioni mettono ancora di più in evidenza le difficoltà nel raggiungere eventuali accordi post-elettorali.

Sara Pasquot

Catalogna. Autonomia ‘indipendente’ dal risultato

Elezioni Catalogna_Ap-Ansa

Artur Mas e gli indipendentisti catalani puntano tutto sul voto di domenica per il rinnovo del parlamento regionale della Catalogna per trasformare le loro vittoria in un plebiscito a favore dell’indipendenza della regione autonoma spagnola.

Secondo gli ultimi sondaggi le liste indipendentiste otterrebbero la maggioranza assoluta dei seggi e questo, secondo Mas permetterebbe alla Catalogna di proclamare l’indipendenza senza ricorrere al referendum. E se la costituzionalità della decisione è tutta da vedere, restano anche i dubbi su cosa accadrà alla Spagna, alla Catalogna e ai cittadini in caso di indipendenza sul fronte europeo, su quello finanziario e su quello prettamente politico istituzionale.

La coalizione “Insieme per il Si” – formata dal partito Cdc del capo dell’esecutivo catalano Mas, da Erc (sinistra repubblicana) e da delle associazioni indipendentiste – e la Cup (Candidatura di unità popolare, estrema sinistra indipendentista), potrebbero ottenere insieme da 74 a 75 seggi e il 47,8% dei voti, secondo un sondaggio dell’istituto Sigma Dos per il quotidiano El Mundo.

Un secondo rilevamento commissionato dalla radio privata Cadena Ser (vicina al centro sinistra) dà i separatisti vincenti con 70-77 seggi, sempre senza maggioranza dei voti (48,2%). Per raggiungere la maggioranza assoluta al Parlamento regionale sono necessari 68 seggi. Il leader degli indipendentisti catalani ha detto che se domenica prossima il suo fronte riceverà la maggioranza dei voti dagli elettori catalani, non ci sarà più bisogno di un referendum sull’indipendenza dalla Spagna.

Se invece, al contrario dei sondaggi, il “listone” indipendentista ottenesse la maggioranza dei seggi, ma non quella dei voti, si potrebbe configurare uno scenario per così dire “scozzese”, ovvero in cui l’indipendenza non vince, ma si guadagna il diritto a riprovarci, a breve o medio termine chiedendo nuovamente a Madrid il referendum che il premier Mariano Rajoy ha fino ad ora rifiutato con durezza. La formazione di centro-destra Ciudadanos, creata nel 2006 in questa regione e che milita per il mantenimento della Catalogna in Spagna, avrebbe il 14-15% dei voti. La lista di “Catalogna, è possibile” di cui fa parte il partito della sinistra radicale Podemos, creato nel gennaio 2014, davanti al Partito socialista, con l’11-12%. Il Partido popular del governo conservatore di Mariano Rajoy otterebbe dall’8 al 9% dei suffragi.

Il 28 settembre, il giorno dopo il voto, dunque il messaggio potrebbe essere: se non ora, presto. Questo, se all’interno del fronte indipendentista non vi saranno fratture su come proseguire nel frattempo, vista la discordanza di non poco conto sui criteri necessari per lanciare la cosiddetta Dui, ovvero “dichiarazione unilaterale di indipendenza”.

“E’ evidente che se avremo la maggioranza dei deputati e dei voti il 27 settembre, il referendum sarà come già fatto!”, ha dichiarato Mas. In ogni caso la Catalogna, che rappresenta il 16% della popolazione spagnola e il 19% del pil spagnolo, non proclamerà l’indipendenza all’indomani del voto. Il processo, ha spiegato Mas, prenderà complessivamente “tra i 18 mesi e i due anni” per arrivare all’adozione di una nuova costituzione. Nel frattempo Mas intende negoziare con la Spagna una separazione amichevole e con l’Unione europea la permanenza della Catalogna.

In caso però di disaccordo con Madrid sulla separazione, Mas ha detto che laCatalogna non si assumerà alcuna parte del debito della Spagna (come invece farebbe in caso di separazione consensuale): “Se non ci sarà accordo, noi non abbiamo alcun obbligo sul debito spagnolo”. “E allora – ha continuato Mas – come potrà la Spagna a rimborsare il suo debito che ammonta al 120% del pil, se perderà la parte più produttiva della sua economia?”.

Mas, presidente di questa ricca regione del Nord-est della Spagna, ha reclamato invano da 2012 il diritto di organizzare un referendum sull’indipendenza come ad esempio aveva fatto la Scozia l’anno scorso.

Se dovesse vincere il fronte indipendentista non è chiaro, quindi, cosa accadrà realmente. Il governo conservatore del Pp fino ad ora ha fatto orecchie da mercante, limitandosi a delle iniziative giudiziarie per impedire la possibilità di un referendum e proponendo nei giorni scorsi una riforma della Corte Costituzionale che desse ai supremi giudici gli strumenti per punire direttamente chi viola le sue sentenze. Una pistola amministrativa puntata contro i dirigenti indipendentisti.
Ma il partito del premier Mariano Rajoy non ha avanzato alcuna proposta per una soluzione politica alla crisi. Il primo ministro spagnolo negli ultimi giorni ha lanciato nuovamente un avvertimento ai sostenitori dell’indipendenza della Catalogna. Secondo il premier sarebbero a rischio le pensioni, i depositi bancari e i diritti dei cittadini spagnoli. “Alcuni dicono che l’indipendenza della Catalogna è la panacea di tutti i mali, che creerà nuovi posti di lavoro. E’ tutto falso”, ha dichiarato Rajoy . “Significherà l’uscita dall’Ue. Cosa accadrà alle pensioni? Ci sono più pensionati che contribuenti, cosa succederà alle istituzioni finanziarie, ai depositi bancari, alla moneta?”, ha chiesto Rajoy.

Il premier si è anche chiesto sei i catalani potranno mantenere la cittadinanza spagnola se la regione, che conta per un quinto del Pil spagnolo, diventerà indipendente. Il primo ministro spagnolo ha ricordato che qualsiasi rottura da parte dei nazionalisti catalani dopo il voto “non avrà valore legale, andremo ovviamente davanti alla Corte Costituzionale. Cosa è la Spagna spetta agli spagnoli non solo ad alcuni”.

Anche economisti, associazioni patronali e think tank hanno espresso le loro riserve sulla dichiarazione unilaterale di indipendenza. Le grandi banche e casse di risparmio spagnole e europee hanno avanzato il rischio per la stabilità finanziaria della Catalogna sottolineando che la secessione “porta a un’esclusione dall’Ue e dall’euro”. Le due più grandi banche catalane, Caixabank e Sabadell, hanno lasciato intendere d’altro canto di essere pronte a ritirarsi dalla regione.

Stando a zero le controproposte del governo per il raggiungimento di un accordo più indolore della dichiarazione di indipendenza unilaterale della Catalogna, si potrebbe arrivare ad una situazione alla quale entrambe le parti non sono affatto preparate: due mesi di limbo – almeno cioè fino a che le elezioni politiche spagnole di dicembre non avranno chiarito quale sia la maggioranza a Madrid con cui Barcellona dovrà effettivamente fare i conti – che potrebbero rilanciare un’opzione di tipo federalista, difesa per esempio dai socialisti. Una possibilità che seppure appaia di buon senso fino ad ora non ha ricevuto un solido appoggio popolare in Catalogna, dal momento che tutte le precedenti promesse in questo senso – a partire appunto dallo Statuto di Autonomia – sono andate disattese. Una sfida elettorale quella di domenica che tirerà la volata per elezioni politiche di novembre.

Laura Agostini

 

Psoe. La guerra e “il fuoco amico” in Andalusia

Susana Diaz e Pedro Sanchez

Susana Diaz e Pedro Sanchez

Il primo dei quattro appuntamenti elettorali spagnoli del 2015, le elezioni regionali dell’Andalusia, vedrebbero tornare primo partito i socialisti del Psoe.
Tradizionale roccaforte socialista, mai caduta dai tempi del dopo Franco, secondo quanto risulta da un sondaggio pubblicato dal quotidiano spagnolo El Pais, a poco più di un mese dal voto il Psoe otterrebbe il 35%,2 delle preferenze contro il 29,1% del Pp; il populista Podemos sarebbe la terza forza con il 14,9% contro 8,4% dei comunisti di Iu.
Il sondaggio non traduce le percentuali in seggi, ma tutto sembra indicare che il Psoe si troverebbe lontano dalla maggioranza assoluta e sarebbe quindi costretto a una coalizione. La leader socialista locale, Susana Diaz, attuale presidente della regione ha già scartato qualsiasi ipotesi di cooperazione con il Pp o Podemos, per cui l’unica alternativa sarebbe quella di rinnovare l’attuale alleanza con Iui, sempre che le due formazioni raggiungano insieme la soglia dei 55 seggi (alle scorse regionali ne ottennero 58 contro i 48 del Pp).
Ma è guerra nel Partito socialista, già schierata l’artiglieria pesante dopo la decisione del segretario generale, Pedro Sanchez, di destituire Tomas Gomez come segretario generale regionale e candidato alla presidenza della Comunità di Madrid, a pochi mesi dalle elezioni amministrative del 25 maggio. La decisione di allontanare Gomez, secondo i media iberici, è legata alla conseguenza di un’inchiesta giudiziaria aperta sulla realizzazione della linea tranviaria di Parla, comune madrileno di cui Gomez è stato sindaco dal 1999 al 2008, che ha comportato uno sforamento di 41 milioni sui costi iniziali del progetto. Nel motivare la destituzione il segretario di organizzazione del Psoe, Cesar Luena, ha accusato l’ex sindaco di Parla di provocare “un grave deterioramento dell’immagine pubblica del partito e di generare una instabilità interna”. Gomez segretario del Partito Socialista di Madrid dal 2007 e nel 2012 è stato rieletto deputato regionale dopo aver perduto le elezioni regionali un anno prima. La crisi nel partito socialista a Madrid si riflette in tutti i sondaggi che danno il Psm in caduta libera, dietro il neo partito Podemos e lo stesso Partito Popolare che governa la comunità e, sebbene indebolito dagli scandali di corruzione e senza ancora un candidato ufficiale alla presidenza della regione, registra una sostanziale tenuta del suo elettorato.
Dopo il braccio di ferro con il leader nazionale socialista Pedro Sanchez, il segretario regionale del partito socialista di Madrid (Psm), Tomas Gomez, ha annunciato la rinuncia alla sua candidatura alle amministrative del 25 maggio prossimo e a “ogni aspirazione politica” nella Federazione madrilena del Psoe. “Pedro Sanchez può stare tranquillo, non concorrerò per nessun posto nel Psm”, ha detto Gomez in conferenza stampa.
Pedro Sanchez “il bello” si sta liberando con facilità di molte figure ingombranti per la sua opera di “rottamazione” del partito, il fedelissimo Gomez è uno di questi, ma più la strada della pulizia va avanti, maggiore è la sfida che si apre con l’onnipotente Susana Diaz, brava e vincente segretaria del partito in Andalusia.
A luglio dovrebbero svolgersi le primarie per scegliere il candidato o la candidata socialista alle elezioni politiche di novembre, i nomi ufficiosamente già circolano e sono quelli del candidato naturale e segretario del partito Pedro Sanchez e l’altro è di una donna, quello della stessa Diaz che con alle spalle una vittoria alle urne e delegazione socialista più grande di Spagna potrebbe imporsi o imporre al segretario Sanchez un nome forte come quello di Carme Chacon.
Pedro “il bello” e bellicoso però non ha nessuna intenzione di rimanere seduto solo sul trono di segretario generale dei socialisti, i piani per conquistare la presidenza del governo sono appena iniziati.

Sara Pasquot

Podemos…
cambiare il PSOE

Podemos-Iglesias

“Il cambiamento è possibile” non è solo lo slogan usato sabato a Madrid da decine di migliaia di persone durante lo straordinario corteo organizzato da Podemos, ma è quanto sta avvenendo nel PSOE alle spalle del segretario Pedro Sanchez.

Il sismografo posizionato fuori dalla sede centrale del Psoe in calle Ferraz deve aver registrato forti scosse, ma l’epicentro non era quello della centralissima Puerta del Sol dove Podemos nel suo primo vero comizio nazionale ha fatto tremare l’intera classe politica spagnola, ma in Andalusia dove la “onnipotente” Susana Diaz, segretaria regionale del partito e Presidenta della regione si sta muovendo in vista delle imminenti elezioni anticipate locali, ma soprattutto delle tanto posticipate primarie per scegliere il candidato o la candidata socialista alla presidenza del governo.

L’atteso salto alla politica nazionale della Diaz è oramai inevitabile ma dovrà scontrarsi con un Pedro Sanchez convinto di sbancare alle ipotetiche primarie come fece durante il congresso che lo incoronò segretario, atteggiamento questo che va a complicare la strada della Presidenta Diaz verso Madrid. Nel PSOE sono in molti a conoscere i veri piani della Presidenta, negoziare con il segretario la propria candidatura alla presidenza del Governo, e mantenere Sanchez alla guida del partito.

“Il cambiamento è possibile” e quanto mai atteso anche per i socialisti spagnoli e il programma di Susana Diaz è ben definito. Il prossimo marzo dovrà però imporsi nelle elezioni regionali, anche davanti a Podemos, e una volta archiviato il successo lanciare un ultimatum a Pedro Sanchez, scendere a patti con lei dividendosi il potere nel PSOE o in caso contrario provocare un “guerra interna” al partito. La prova di forza della “todopoderosa” Diaz non sarà solo un duello con Pedro “il bello”, che da un quasi certo successo socialista andaluso uscirebbe ancor più indebolito per quasi certi pessimi risultati che il PSOE raccoglierebbe nel resto di Spagna, ma riporterebbe sulla scena politica Carme Chacon, ex ministra della difesa e già aspirante leader del PSOE nella sfida con Alfredo Perez Rubalcaba.

La Diaz, chaconista della prima ora, è a capo della più grande delegazione socialista di Spagna, e con un segretario che fatica a conquistare i cuori dei socialisti e la fiducia dei leader locali, la strategia di calare la carta Carme Chacon per spiazzare con i propri numeri la segreteria nazionale è ormai nota agli analisti politici spagnoli. Le federazioni regionali (Andalucía-Madrid, Cataluña, Comunidad Valenciana e Galizia) che appoggiarono Carme Chacon al penultimo congresso, potrebbero in caso di disastro elettorale nelle elezioni regionali, forzare le dimissioni di Sanchez per poter finalmente imporre la propria leader. In caso di una segreteria Chacon chiaramente dalla sua parte, Susana Diaz potrà contare su una persona di fiducia per compattare il partito e per tracciarsi la strada per i prossimi appuntamenti nazionali.

Rimane da capire quanto queste mosse interne possano interessare agli spagnoli che ancora faticano ad uscire dalla crisi e che non trovano più risposte negli storici partiti politici. La marea cittadina portata in piazza da Podemos dovrebbe svegliare i leader del PSOE e del PP che secondo i sondaggi sono destinati a novembre nelle elezioni politiche a rimediare uno storico sorpasso dalla giovane formazione di Pablo Iglesias. Sabato in piazza tra centomila persone c’era lo stato maggiore del movimento, qualcosa di straordinario quando per Sanchez e Rajoy oramai è una impresa a riempire anche le proprie sedi.

Sara Pasquot

Anche dall’Is il riconoscimento dello Stato di Palestina

Locatelli-DiLello-Psi-Internazionale“Pace e sicurezza internazionale: per la risoluzione dei conflitti e la fine del terrorismo”, questo lo slogan scelto per il Consiglio dell’Internazionale Socialista, la storica organizzazione internazionale dei partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti di tutto il mondo, che si è riunito presso la sede delle Nazioni Unite di Ginevra questo fine settimana. Per il Psi ha partecipato una delegazione composta dai deputati Marco Di Lello e Pia Locatelli. Continua a leggere

Il PSOE di Pedro Sanchez sarà la sinistra
che cambierà la Spagna

Sanchez-congresso-PsoeMadrid – 3.000 militanti hanno riempito l’hotel Auditorium di Madrid per ratificare per acclamazione il nuovo leader dei socialisti spagnoli. Inizia oggi l’era di Pedro Sanchez Castejon come nuovo segretario del PSOE, cala così il sipario sui due sfortunatissimi anni della segretaria di Alfredo Perez Rubalcaba, oggi però acclamato durante il suo ultimo discorso come segretario uscente. Continua a leggere

PSOE, Rubalcaba lascia
torna all’insegnamento

Rubalcaba_Alfredo_Perez_PSOEIl PSOE continua a perdere pezzi, e questa volta è il quasi ex numero uno a lasciare. Alfredo Perez Rubalcaba, segretario dimissionario del Partito Socialista, ha annunciato questa mattina che a settembre abbandonerà il seggio al Congreso de los Diputados per tornare all’insegnamento di chimica organica all’Univeristà Complutense di Madrid.

Non c’è posto più importante, rilevante e gratificante che quello di deputato, ha spiegato Rubalcaba nel suo discorso alla sala stampa del Congreso: è una decisione definitiva e personale – ha spiegato – arrivata dopo ventuno anni di lavoro tra i banchi dei socialisti.

Rubalcaba, sembra ricalcare le orme di Carme Chacon, la ministra della difesa che lo sfidò alla carica di segretario generale all’ultimo congresso, ma è solo un’impressione perché Chacon ha sì lasciato il Parlamento, ma solo per riprovarci nel 2015 con l’obbiettivo più importante, quello di guidare il prossimo governo mentre nel caso di Rubalcaba, il sipario cala definitivamente sulla sua carriera politica.

Un cursus honorum che lo ha visto ministro dell’Educazione (1992-1993) e titolare del Ministero della Presidenza del Governo (1993-1996) con Felipe Gonzalez, eletto deputato per la Provincia di Toledo nel 1993, per la circoscrizione elettorale di Madrid nel 1996 e nel 2000, per la Cantabria nel 2004 e per la Provincia di Cadice nel 2008.

Dall’aprile 2006 è stato Ministro dell’Interno del governo di Zapatero, dove ha dimostrato grandi doti strategiche e di mediazione e autorevolezza nel rapporto con le diverse istanze del Paese, dai sindacati alle rivendicazioni autonomiste delle Regioni, fino al muso duro nei confronti dei terroristi baschi dell’Eta; dal 21 ottobre 2010 è stato anche Vicepresidente e Portavoce del Governo.

Il 38.mo Congresso che portò Rubalcaba al vertice dei socialisti spagnoli, aveva come slogan “la risposta socialista” che dopo due anni non è mai arrivata; rimane una domanda, il PSOE riuscirà a ripartire?

Sara Pasquot

Terremoto europee: Rubalcaba (PSOE) si dimette

Rubalcaba-dimissioniAlfredo Pérez Rubalcaba e tutta la sua squadra gettano la spugna. Il segretario del PSOE si è assunto tutta la responsabilità dei “pessimi risultati, senza scuse” delle elezioni di domenica. Il PSOE ha anche convocato un congresso straordinario per il 19 e 20 luglio prossimi. Continua a leggere