Alibaba, arrivano i primi effetti della guerra dei dazi

alibaba

La guerra dei dazi Usa-Cina sta già producendo i primi effetti boomerang per gli Stati Uniti. Alibaba, il colosso dell’e-commerce cinese, ha rivisto i suoi piani di sviluppo e non avrebbe più in programma di creare un milione di posti di lavoro negli Stati Uniti, come il suo fondatore, Jack Ma, aveva annunciato a gennaio 2017 in un incontro col presidente americano Donald Trump. Dopo quell’incontro, avvenuto prima che Trump si insediasse alla Casa Bianca, il tycoon aveva dichiarato: “Io e Jack faremo grandi cose”.

Jack Ma, parlando ieri in un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, ha spiegato che la sua promessa non è più realizzabile a causa della guerra dei dazi Usa-Cina: “La premessa era quella di relazioni commerciali amichevoli tra i due Paesi ma questa premessa non esiste più e la nostra promessa non può essere mantenuta. Il commercio non è un’arma e  non dovrebbe essere usato per cominciare le guerre, ma dovrebbe  essere un fattore chiave per la pace. La situazione che si è venuta a creare ha distrutto le premesse sulle quali confidavamo. Ma Alibaba comunque non smetterà di lavorare duramente per contribuire a uno sviluppo di sane  relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina”.

Dunque, per adesso, è sfumato il milione di posti di lavoro da creare in cinque anni, negli Stati Uniti, come promesso da Alibaba. A causa delle crescenti tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina.

Il fondatore e amministratore delegato di Alibaba ha poi detto che il colosso cinese, Alibaba, avrebbe creato il milione di posti di lavoro facilitando la vendita di prodotti da parte di un milione di piccoli esercenti statunitensi ai consumatori cinesi e asiatici attraverso la loro piattaforma informatica. Per Jack Ma le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina potrebbero durare anche 20 anni.

Trump che propaganda ‘America first’, invece, rischierebbe di iniziare un pericoloso percorso per gli Stati Uniti.

Salvatore Rondello

Conte in ginocchio da Trump

conte trump

È stato accolto alla Casa Bianca alle 12 (le 18 in Italia) il premier italiano Giuseppe Conte, volato a Washington per incontrare il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Una visita che giunge ad appena due mesi dall’insediamento del nuovo governo, dopo il primo incontro avvenuto nel G7 in Canada il 9 giugno scorso. Nel faccia a faccia con il capo dell’amministrazione americana,  sono state affrontate le principali questioni che stanno a cuore all’Italia: Libia, ruolo italiano nel Mediterraneo anche sul fronte sicurezza e migranti, politica commerciale alla luce delle recenti tensioni legate al rischio di una ‘guerra dei dazi’ tra le due sponde dell’Atlantico.

Sull’onda del ‘feeling’ di simpatia creatosi tra i due leader: Conte ha ribadito a Trump che considera l’invito, e la sua tempistica, un importante segno di attenzione e di amicizia degli Stati Uniti nei confronti dell’Italia e della sua persona. Il premier, secondo alcune fonti di palazzo Chigi, ha ricordato che ci sono numerosi aspetti che accomunano il governo italiano e l’amministrazione Trump, non da ultimo il segno del cambiamento che entrambi rappresentano, rispetto all’establishment, e rispetto ad un certo modo di dar voce ai propri cittadini e di rappresentarli.

Conte si è presentato dunque nella capitale consapevole del ruolo di facilitatore che l’Italia può assumere nei rapporti, non semplici in questa fase, tra Usa ed Europa, forte del ruolo di primaria importanza che l’amministrazione Trump riconosce all’Italia nel processo di stabilizzazione della Libia. E fra i tre dossier principali, due attengono direttamente o indirettamente proprio alla Libia.

L’Italia, infatti, conta sull’appoggio degli Usa per la Conferenza sulla Libia che si terrà nel nostro Paese, come annunciato dallo stesso Conte un mese fa al vertice Nato, e che può rappresentare un passaggio cruciale nel processo di messa a punto delle condizioni politiche, legali e di sicurezza indispensabili per lo svolgimento delle prossime elezioni politiche e presidenziali libiche.

Conte è andato a Washington anche con l’obiettivo di ottenere il sostegno di Trump a una cabina di regia permanente tra Usa e Italia per il Mediterraneo  in chiave di lotta al terrorismo, maggiore sicurezza, immigrazione e soprattutto Libia. Con questa cabina di regia, tramite l’opera dei ministeri degli Esteri e della Difesa, l’Italia assumerebbe un ruolo di punto di riferimento, in Europa, per la Libia e di interlocutore privilegiato con gli Usa.

L’idea è che Italia e Usa possano insieme farsi promotori e fautori della stabilizzazione del paese nord africano. Infine la questione degli scambi commerciali e della guerra dei dazi: l’obiettivo di Conte è stato quello di avere da Trump garanzie che gli interessi delle aziende italiane non vengano toccati, con particolare riferimento ai prodotti dell’agroalimentare. Per questo l’Italia si dichiara soddisfatta dell’accordo raggiunto tra Trump e Junker e ne auspica una rapida attuazione.

Il primo ministro Giuseppe Conte è stato ricevuto alla Casa Bianca con una calorosa stretta di mano dal presidente americano Donald Trump.  Il presidente Usa ha detto: “Grazie Giuseppe per essere qui”.  Il premier italiano ha risposto: “E’ un grande onore essere qui”.

Al termine dell’incontro alla Casa Bianca, secondo alcune fonti di palazzo Chigi, il Presidente americano ha dato il suo via libera sulle tre questioni cruciali poste da Giuseppe Conte. In particolare, il primo è che l’Italia conta sull’appoggio degli USA per la Conferenza sulla Libia che si terrà nel nostro Paese, come annunciato dallo stesso Conte un mese fa al vertice NATO, e che può rappresentare un passaggio cruciale nel processo di messa a punto delle condizioni politiche, legali e di sicurezza indispensabili per lo svolgimento delle prossime elezioni politiche e presidenziali libiche. Quindi è stato ottenuto il sostegno di Trump ad una ‘cabina di regia permanente’ tra USA e Italia per il Mediterraneo allargato in chiave di lotta al terrorismo, maggiore sicurezza, immigrazione e soprattutto la Libia. Con questa cabina di regia, da attuarsi attraverso i reciproci ministeri degli Esteri e della Difesa, l’Italia assumerebbe un ruolo di punto di riferimento, in Europa, per la Libia e di interlocutore privilegiato con gli Usa. L’idea è che Italia e USA possano insieme farsi promotori e fautori della stabilizzazione del paese nord africano. Infine, via libera sul tema degli scambi commerciali e dazi: l’obiettivo di Conte è stato quello di avere da Trump garanzie che gli interessi delle aziende italiane non vengano toccati, con particolare riferimento ai prodotti dell’agroalimentare. Per questo l’Italia si è dichiarata soddisfatta dell’accordo raggiunto tra Trump e Junker e ne auspica una rapida attuazione. Anche su questo tema via libera di Trump.

Donald Trump, ricevendo alla Casa Bianca il premier Giuseppe Conte, ha detto: “Conte sta facendo un lavoro fantastico.  Sono molto d’accordo con quello che state facendo sull’immigrazione legale e illegale. Sono d’accordo con la vostra gestione dei confini.   Molti altri Paesi in Europa dovrebbero seguire l’esempio dell’Italia sull’immigrazione e su una posizione dura ai confini. Congratulazioni per la grande vittoria elettorale.  Con Conte siamo d’accordo  che un regime brutale come quello in Iran non dovrà mai entrare in possesso di armi nucleari.  L’Italia è un grande Paese per investire. Conte farà un ottimo lavoro, sa come promuovere e vendere i prodotti italiani. Si arriverà a delle cifre record. Con Conte parleremo di dazi e di commercio: abbiamo un  deficit con l’Italia di 31 miliardi di dollari.  Abbiamo molto di cui parlare a proposito di commercio e a proposito delle nostre forze armate. State ordinando aerei, molti aerei. Gli Stati Uniti hanno un deficit molto grande, come al solito, con l’Italia. E sono sicuro che lo raddrizzeremo molto velocemente”.

Ai giornalisti che gli hanno chiesto sull’Iran, Trump ha risposto: “Io sono disposto a incontrare chiunque, bisogna parlare. Se vogliono incontrarmi io sono disponibile  a incontrarli in qualsiasi momento, senza condizioni.  Le  sanzioni alla Russia  rimarranno così come sono”.  Trump ha appoggiato la realizzazione del gasdotto Tap: “Voglio un qualcosa di competitivo e spero il primo ministro riuscirà a farlo e a completarlo”. Nessun accenno sulla Tav.

Conte, nella conferenza stampa all’Ambasciata italiana a Washington, ha affermato: “Con questo proficuo incontro abbiamo compiuto un ulteriore passo in avanti per aggiornare la nostra cooperazione: siamo due governi del cambiamento,  tante cose ci uniscono.  Con la cabina di regia in Libia c’è quasi un gemellaggio tra Usa e Italia: L’America riconosce il nostro ruolo di interlocutore privilegiato.  Stiamo organizzando con il presidente Trump la conferenza sulla Libia. Affronteremo e discuteremo con tutti gli stakeholders il problema della stabilizzazione del paese in modo da consentire alla Libia di pervenire alle elezioni democratiche in un quadro di stabilità. Ho illustrato a Trump l’approccio innovativo sul tema dei migranti, un approccio che non lascia senza lasciare tutto il peso sui paesi di primo approdi. Il presidente Trump sta apprezzando questo approccio italiano che sta dando i suoi frutti.  Ho espresso al presidente Trump mia soddisfazione per intesa Usa-Ue: è fondamentale per avere un rapporto commerciale più equo.  Siamo d’accordo io e Trump sulla necessità di diversificare le fonti energetiche. Sia al G7 sia alla Nato abbiamo avuto proficuo scambio di posizioni: tutte le posizioni di riforma sono le benvenute.  Gli Usa esprimono l’esigenza di riequilibrare la spesa, posizioni tutte ragionevoli, negozieremo. Da avvocato, posso dire che Trump è un ottimo negoziatore, un grandissimo difensore degli interessi americani. Sono invidioso dei numeri della crescita americana, ma sono anche ambizioso di fare tanto, più di quello che si è fatto in passato. Stiamo preparando alcune riforme strutturali, non vorrei che venisse messa da parte la riforma fiscale, che costituisce una leva per la crescita economica. Sulla Nato c’è stata una posizione chiara di Trump che io condivido: l’ esigenza di riequilibrare la spesa che in questo momento è squilibrata. Sono posizioni ragionevoli che io tengo in gran conto. Dobbiamo negoziare per trovare il punto di equilibrio.  L’immigrazione è anche un problema di sicurezza. Attraverso le rotte dell’immigrazione possono arrivare foreign fighters, terroristi che minacciano l’Europa. Sappiamo che le sanzioni non possono scomparire da un momento all’altro ma ci auguriamo che non colpiscano la società civile. Il premier risponde alla rigidità Usa sulle sanzioni alla Russia con alcune considerazioni che riguardano anche il ruolo di Mosca e il suo peso specifico nel quadro dei negoziati sulle crisi internazionali.  L’ Italia è perfettamente consapevole che il  Tap è un’opera strategica. Ma ci sono inquietudini nelle comunità locali sulla realizzazione del gasdotto ed è mia intenzione incontrarle. Trump mi ha dato le garanzie che mi aspettavo. E cioè lavorare con tutta l’Europa per superare questa fase. Bisogna intervenire per riformare le condizioni esistenti, ma in questo contesto, negoziando si possono trovare soluzioni. La cosa importante è che l’Italia sia al centro di questo confronto”.

L’incontro, sembrerebbe un successo italiano, ma bisognerà verificare gli sviluppi. Intanto, Trump ha presentato un conto da 31 miliardi di dollari per il disavanzo della bilancia commerciale che verrebbe saldato con la spesa per l’ammodernamento dell’esercito italiano. Quindi una maggiore spesa militare a carico del bilancio dello stato sarebbe giustificata dal ruolo di coordinamento nel Mediterraneo e sulla Libia in particolare. Così, gli Usa, si sono garantiti, grazie all’Italia, il controllo nell’area mediterranea e, allo stesso tempo, un interlocutore privilegiato in seno all’Unione Europea.

Salvatore Rondello

Usa-Ue, arriva la tregua nella guerra sui dazi

trump juncker

Finalmente una tregua tra Donald Trump e l’Europa dopo che ad Helsinki, nell’incontro con Putin, il presidente Usa aveva detto che ‘il nemico è l’Europa’. Jean Claude Juncker è andato alla Casa Bianca nella speranza di disinnescare le tensioni commerciali con gli Usa che rischiano di incrinare in maniera irreversibile le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico. Il presidente della Commissione Ue è riuscito a strappare un accordo.

Dopo l’incontro, Donald Trump ha detto:    “Oggi è un grande giorno, abbiamo lanciato una nuova fase nei rapporti tra Usa ed Europa.    L’obiettivo è quello di zero tariffe, zero barriere commerciali non tariffarie e zero sussidi sui beni industriali che non siano auto”.

Visibilmente soddisfatto anche Juncker, che è riuscito lì dove non erano riusciti Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Juncker ha affermato: “Ero venuto qui per trovare un’intesa e l’abbiamo trovata”.

Dalla Germania sono arrivati commenti positivi all’accordo di tregua, stipulato ieri dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker con il presidente Usa Donald Trump, sulle dispute commerciali. Un’intesa costruttiva, secondo Berlino che ribadisce il suo pieno appoggio all’esecutivo Ue.

La portavoce di Angela Merkel, Ulrike Demmer, ha affermato: “Il governo saluta l’accordo per una azione costruttiva sul commercio. La Commissione può continuare a contare sul nostro sostegno”.

L’intesa prevede che l’Ue si impegna a aumentare le importazioni di soia e gas liquefatto statunitensi, assieme a una tregua sui dazi mentre Bruxelles e Washington negozieranno un percorso per azzerare le tariffe nei servizi, nella chimica, nella farmaceutica, nei beni industriali, salvo le auto (nodo sensibile agli occhi della Germania).

Dalla Francia, inverosimilmente, sono arrivati commenti freddi all’accordo di tregua raggiunto ieri da Jean-Claude Juncker e Donald Trump sul nodo del commercio. Il ministro delle Finanze Bruno Le Maire ha affermato: “Parigi vuole chiarimenti sull’intesa raggiunta. La Francia ha sempre detto che bisognava evitare una guerra commerciale, che avrebbe fatto solo perdenti. Quindi è un bene tornare al dialogo con gli americani”. Tuttavia l’esponente transalpino Le Maire ha detto: “L’agricoltura deve restare fuori dalle discussioni e che l’Europa non transigerà sulle sue regole. Abbiamo delle norme sanitarie, alimentari e ambientali a cui teniamo perché garantiscono la salute dei consumatori”.

I riferimenti polemici appaiono diretti all’impegno, annunciato da Juncker ieri dopo l’incontro alla Casa Bianca, ad aumentare le importazioni di soia Usa, senza precisare se questo includa anche soia Ogm.

La presa di posizione francese si accomuna al pensiero dei movimenti populisti europei che anche in Italia avversano fortemente le coltivazioni Ogm.

Invece, una autorevole francese, Christine Lagarde, direttore del Fmi, ha così commentato: “Sono lieta di sapere che gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno raggiunto un accordo  per lavorare insieme e ridurre le barriere commerciali e, insieme con altri partner, rafforzare la WTO. L’economia globale può avere solo benefici quando i paesi si impegnano a risolvere in modo costruttivo i disaccordi commerciali senza ricorrere a misure eccezionali”.

Da diverso tempo, il Fmi manifesta preoccupazioni per il diffondersi del protezionismo nel mondo.

Saro

Trump da imprevedibile diventa inaffidabile

FINLAND-US-RUSSIA-POLITICS-DIPLOMACY-SUMMITDietrofront. Donald Trump ha mandato al macero velocemente le strette di mano, i sorrisi, gli ammiccamenti d’intesa con Vladimir Putin. Il pieno accordo proclamato al vertice di Helsinki dal presidente americano con il collega russo è svanito in appena 24 ore. Nell’incontro di lunedì 16 luglio nella capitale finlandese aveva dato ragione a Putin e torto ai magistrati e ai servizi segreti statunitensi: nessuna interferenza del Cremlino nella campagna elettorale americana del 2016, per sostenere lui contro la democratica Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

La marcia indietro del presidente americano, appena tornato a Washington, è stata improvvisa e netta: «Intendevo dire il contrario». Dalla Casa Bianca ha annunciato di «voler fare una precisazione» perché era stato frainteso al summit di Helsinki. Ha aggiunto: «Ho piena fiducia e sostegno nell’intelligence degli Stati Uniti» e «accetto» le conclusioni dei servizi segreti sulle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali. Comunque ha ribadito: «Non c’è stata nessuna collusione» con la sua campagna elettorale.

Trump ha capovolto le posizioni espresse ad Helsinki con un acrobatico triplo salto mortale politico. Nella conferenza stampa seguita al vertice con Putin aveva attaccato e scaricato il procuratore speciale Robert Mueller: l’inchiesta «è un disastro per il nostro Paese». Quindi aveva criticato pesantemente l’Fbi e la «corrotta Hillary Clinton», la sua ex avversaria. Aveva martellato: «Io neanche conoscevo Putin. Nessuna collusione». Complimenti a scena aperta, invece, per l’uomo forte del Cremlino: «È bello essere qui con te». E si era augurato una «relazione straordinaria» con l’uomo che governa da venti anni la Russia con un pugno di ferro senza tanti riguardi per le opposizioni e i giornalisti. Aveva appoggiato Vladimir Putin che aveva smentito tutte le accuse di ingerenza e si era solo limitato ad ammettere di aver parteggiato per l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca «perché aveva parlato di normalizzare le nostre relazioni» a differenza di Hillary Clinton.

Il Russiagate, cioè le indagini sull’ipotesi di collusione tra il Cremlino e il comitato elettorale del miliardario americano, è un brutto problema sia per Trump sia per Putin: il primo rischia di restare politicamente azzoppato, il secondo di rimanere sfigurato come un autocrate che regna con le spie. Il procuratore speciale Mueller, ex capo dell’Fbi, ha incriminato 12 agenti del servizio segreto militare russo per aver organizzato e gestito l’hackeraggio dei computer del Comitato nazionale democratico durante la campagna presidenziale del 2016. Nell’operazione è coinvolta, questa è l’ultima novità, anche un’altra funzionaria russa “infiltrata” nel voto di due anni fa, Maria Butina.

Trump, appena rientrato in patria, ha dovuto fare i conti con una gigantesca ondata di critiche corali: dai repubblicani (il suo stesso partito) ai democratici, dagli uffici federali ai giornali. Paul Ryan, speaker repubblicano della Camera, era impietoso: «Non ci sono dubbi che la Russia abbia interferito nella campagna elettorale». Il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer attaccava: «Ha creduto al Kgb e non alla Cia». John Brennan, capo della Cia all’epoca del presidente Obama, accusava: è «poco meno di un tradimento…È totalmente succube di Putin».

Trump ha cercato di rompere l’assedio nel quale si era cacciato. Adesso c’è tutta una politica da rivedere. È singolare che Trump attacchi i tradizionali alleati occidentali del G7, della Nato e dell’Unione europea difendendo i governi e i movimenti populisti e vada a braccetto con Mosca, la super potenza antagonista da sempre degli Stati Uniti d’America. È singolare che capovolga le fondamentali scelte della politica estera americana degli ultimi 70 anni basate sull’alleanza e la cooperazione con la Ue, il Regno Unito, il Giappone, la Corea del Sud e il Canada.

L’intesa privilegiata tra Trump e Putin, i due leader populisti e sovranisti affezionati ai toni e alle azioni forti, è durata poco. Il miliardario americano segue un motto: «Voglio essere imprevedibile». Ma questa volta il presidente americano, l’anti Barack Obama, rischia di passare da imprevedibile a inaffidabile sia agli occhi dei vecchi alleati, sia a quelli dei nuovi amici e dei nemici. Il quadro non è confortante.

Adesso sarà arduo affrontare il 25 luglio il vertice a Washington con il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker sui dazi americani imposti alla Ue. Juncker arriverà vittorioso sulle ali dell’accordo del 17 luglio con il Giappone, che azzera o riduce progressivamente i dazi tra Bruxelles e Tokio. Juncker viaggia in rotta di collisione con Trump: «Non c’è protezione nel protezionismo».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Sommossa contro Ryan e speranza per i “Dreamers”

dreamers“Non vogliamo mai dare il controllo del calendario legislativo alla minoranza”. Con queste parole, Paul Ryan, cercava di dissuadere un gruppetto di parlamentari repubblicani di raccogliere abbastanza firme per una petizione che sottometterebbe automaticamente al voto alcuni disegni di legge sull’immigrazione. Si tratta di una procedura chiamata “discharge petition” che richiede 218 firme le quali verrebbero da 193 parlamentari democratici e 25 repubblicani. Fino al momento mancano 6 firme repubblicane per raggiugnere il traguardo. Per Ryan sarebbe una sconfitta perché gli toglierebbe il controllo del calendario legislativo che gli spetta come speaker.

I leader della “sommossa” includono un gruppetto di parlamentari repubblicani moderati capeggiati da Carlos Cupelo (Florida), Jeff Denham (California) e Will Hurd (Texas) i quali hanno perso la pazienza con la leadership repubblicana che non ha nessuna intenzione di risolvere la questione dei “Dreamers”. Si tratta, come si sa, di 800mila giovani cresciuti in America ma portati nel Paese dai loro genitori senza documenti. Il presidente Barack Obama aveva offerto loro un visto temporaneo con un ordine esecutivo nel 2012. Il presidente Donald Trump ha abrogato quell’ordine nel 2018 sfidando le due Camere a trovare una soluzione legislativa permanente. La scadenza imposta da Trump è però stata ritardata dal sistema giudiziario e il caso potrebbe andare a finire alla Corte Suprema dando più tempo ai legislatori. Con l’elezione di midterm in cinque mesi Ryan non ha nessuna intenzione di spingere molto per risolvere la questione dei “Dreamers”, una patata bollente con seri costi politici alle urne. Ecco dunque la pressione per la “discharge petition”.

Al momento di scrivere non si sa se il gruppetto di parlamentari “ribelli” riuscirà a trovare le altre sei firme richieste. Un esito positivo aprirebbe le porte al voto a quattro disegni di legge sui “Dreamers”. Tre di questi sono già pronti e riflettono una versione molto conservatrice, una liberal e un’altra più moderata. Un quarto disegno sarebbe a disposizione di Ryan come speaker.

Le possibilità di un percorso totalmente positivo con un susseguente voto al Senato e la firma di Trump sono basse. Si ricorda che nel mese di febbraio il Senato aveva tentato di approvare alcuni disegni di legge per risolvere la situazione dei “Dreamers” senza alcun esito positivo.

Non si sa come andrà a finire alla Camera. Ciononostante, l’idea di coinvolgere i democratici con una parte dei repubblicani, mettendo da parte Ryan e la maggioranza repubblicana, potrebbe essere la strada bipartisan giusta. Comunque vada il gruppo di moderati “ribelli” ci guadagnerebbe. Anche se il disegno di legge non verrebbe approvato dal Senato per poi arrivare alla scrivania di Trump per la sua firma, il fatto di un semplice voto aiuterebbe politicamente i fautori poiché segnerebbero gol politici. Un punto di grande utilità per le prossime elezioni di midterm considerando il fatto che molti di questi repubblicani moderati devono correre in distretti congressuali in bilico. Inoltre, non esiste pericolo di ritorsioni per il loro atto ribelle dato che Ryan ha già annunciato di lasciare la Camera e il suo incarico di speaker alla fine di questa legislatura. Per la leadership repubblicana però si tratta di un passo tutt’altro che positivo poiché il piano della “discharge petition” conferma la confusione nei vertici della maggioranza repubblicana alla Camera e soprattutto la debolezza di Ryan.

Lo speaker da parte sua ha cercato di spiegare la riluttanza a un voto sull’immigrazione dicendo che non vuole perdere un sacco di tempo se non ha assicurazioni dalla Casa Bianca che Trump firmerebbe la legge. Non ha tutti i torti. Le posizioni del 45esimo presidente sulla questione dei “Dreamers” sono altalenanti con tutte le sfumature possibili dal suo grande amore per i giovani immigrati alla sua domanda che metteva l’immigrazione in dubbio perché gli Stati Uniti accettano immigrati di “paesi di m…da”.

D’altra parte però quando Barack Obama era presidente Ryan e i repubblicani approvarono una sessantina di voti per abrogare l’Obamacare, la riforma sanitaria, sapendo benissimo che l’allora presidente avrebbe imposto il suo veto. Poco importava però dato che l’idea dei voti era solo di ricordare agli elettori di tendenza repubblicana che tutta la colpa era del presidente democratico e sottolineare l’importanza della conquista repubblicana della Casa Bianca. Una volta eletto Trump e il controllo repubblicano delle due Camere, Ryan e compagnia non sono riusciti a mandare in porto la revoca della loro odiata Obamacare, paradossalmente un bene per il Paese poiché continua a fornire assicurazione medica a più di venti milioni di persone.

In passato Ryan aveva speso parole comprensive sui “Dreamers”. Da speaker però non fatto nulla. I moderati “ribelli” non avranno successo ma almeno, nel bene e nel male, ci stanno provando.

Domenico Maceri
PhD, University of California

La credibilità di Trump in caduta libera

trump dazi“Fu lui a dettare l’intera lettera. Non l’ho scritta io”. Così il dottor Harold Bornstein, ex medico personale di Donald Trump, mentre spiegava alla Cnn che la lettera resa pubblica nel dicembre del 2015 sull’eccellente salute dell’allora candidato presidenziale repubblicano era uscita dalla bocca del 45esimo presidente. Lo si era già sospettato all’epoca considerando tutti i superlativi sulla condizione fisica di Trump che riflettevano lo stile reboante dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Adesso sappiamo con certezza che si trattava di una falsità nonostante la firma del medico.
Il responsabile legale della lettera è il dottor Bornstein, ovviamente, ma Trump ha anche le responsabilità principali per la falsità. Si tratta in realtà di menzogne tipiche della sua campagna elettorale che sono continuate e infatti aumentate dopo l’elezione. In 466 giorni di presidenza Trump ha accumulato più di 3000 menzogne o dichiarazioni fuorvianti, secondo il fact-checking del Washington Post. All’inizio del conteggio Trump diceva una media di 4,9 falsità al giorno ma poi la cifra è arrivata a 6,5 al giorno e da due mesi è aumentata ancora a 9 al giorno. Ciononostante, l’82 percento degli elettori repubblicani approva l’operato di Trump. Le menzogne non sembrano importare e Trump continua a essere più spudorato nelle sue asserzioni fasulle. Una delle più recenti è stata di smentire se stesso dichiarando che nel caso di Stormy Daniels, la pornostar con cui ha avuto un rapporto, l’avvocato Michael Cohen è stato ripagato da Trump per i 130mila dollari dati alla Daniels per mantenere il silenzio.
Il rapporto fra politici e verità sempre suscita dubbi. Non pochi elettori credono che i politici dicano cose false durante la campagna elettorale e poi una volta finita l’elezione i vincitori si sposteranno verso posizioni che riflettono, anche se non completamente, la verità. Trump è un caso anomalo nel senso che la frequenza e il numero delle sue menzogne sono aumentate dopo la conquista della Casa Bianca. I suoi sostenitori non sembrano avere notato e continuano a fare quadrato attorno al loro prescelto. Non sono i soli ma nel caso di Trump si tratta di una situazione in cui i sostenitori sembrano essere completamente nel suo campo e lui lo sa. Durante la campagna elettorale Trump ha detto che potrebbe anche sparare qualcuno senza perdere voti. Un’esagerazione che grazie a Dio non è mai stata messa alla prova.
Il professor Daniel Effron della London Business School ha studiato perché gli elettori continuano a sostenere un candidato anche quando sanno che mente. Usando un campione di quasi 3000 individui di diverse persuasioni politiche Effron ha chiesto di leggere una serie di asserzioni false. Nonostante la falsità, chiarita in partenza ai partecipanti, le asserzioni false di Trump non dispiacquero ai suoi sostenitori. Gli fu poi chiesto di considerare se le asserzioni ovviamente false potrebbero essere vere in circostanze diverse. Questa possibilità di classificare il valore etico delle falsità ha chiarito ai ricercatori che gli elettori cercano candidati che confermino i loro giudizi morali.
Trump e i suoi collaboratori hanno intuito che i loro sostenitori possono essere mantenuti fedeli suggerendo possibilità quando confrontati con ovvie menzogne. Nel caso della falsità di un video su presunti terroristi musulmani pubblicizzato da Trump, per esempio, Sara Huckabee Sanders, portavoce del 45esimo presidente, ha chiarito che poco importa se il video sia vero o no. Ciò che importa è che “la minaccia è vera”. La paura del terrorismo è già ingranata nella mente e basta la ripetizione, vera o fasulla, per la conferma del pregiudizio.
In un altro caso simile, confrontata con un’ovvia falsità, Kellyanne Conway, una consigliera di Trump, ha detto che il 45esimo presidente parlava di “fatti alternativi” quando ha dichiarato falsamente che la folla al suo insediamento era la più grande nella storia americana.
Questa tecnica di insabbiare le acque ingarbugliando verità e falsità è stata utile a Trump a farsi eleggere e mantenersi in potere. Sfortunatamente questo approccio si scontra a volte con una realtà difficile da manipolare. Trump aveva detto di non avere avuto rapporti con Stormy Daniels ma adesso si sa che aveva mentito.
I suoi sostenitori continueranno a supportarlo ma i media conservatori hanno cominciato a dimostrare di avere perso la pazienza. Il Wall Street Journal, grande sostenitore di Trump, commentando il caso di Stormy Daniels, ha detto che le asserzioni del presidente erano false. La critica più aspra però è venuta a galla dalla Fox News, rete televisiva molto amica di Trump. Il conduttore Neil Cavuto, sostenitore di Trump, in una recente trasmissione, ha rilevato una lista di asserzioni dubbie dell’attuale inquilino alla Casa Bianca. Cavuto ha accusato Trump di “essere troppo occupato ad asciugare il pantano che non ha il tempo per sentire la puzza che lui stesso sta creando” e che “il pantano è di proprietà” di Trump. Cavuto ha concluso dicendo che lui non è lì per “fornire lezioni, solo i fatti” continuando che “le parole sono importanti”.
Le parole del presidente sono importanti non solo per gli americani ma anche per i leader dei Paesi del resto del globo. Trump ha già annunciato di lasciare l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran, dando un chiaro segnale che non solo le parole ma anche i trattati firmati dall’America possono essere stracciati. Kim Jong-un, il leader della Corea del Nord, ha dato indicazioni che sarebbe disposto alla denuclearizzazione del suo Paese richiedendo però una promessa di Trump che non invaderebbe il suo Paese. La parola di Trump? Anche se lo promette, lo potranno credere?

Domenico Maceri
PhD, University of California

Donald Trump e James Comey: incontri e scontri

trump comey

“La avevo nominata Direttore della Fbi per la sua integrità e competenza. Nulla è successo, nulla, nel corso dell’anno scorso che ha cambiato la mia opinione”. Ecco come il presidente degli Stati Uniti si è rivolto a James Comey. No, non è Donald Trump, ovviamente. Si tratta di Barack Obama in un incontro con Comey subito dopo l’elezione del 2016. Il 44esimo presidente non ha giudicato nel bene o nel male la condotta di Comey nel caso delle e-mail di Hillary Clinton che ebbe un effetto positivo ad aiutare Trump a vincere l’elezione.

I rapporti fra Comey e Trump, invece, non sono stati caratterizzati da questo tipo di cordialità. Con la pubblicazione del libro di Comey “A Higher Loyalty”, altre informazioni sono emerse che ci chiariscono gli incontri e gli scontri con Trump. L’iniziale faccia a faccia tra i due è avvenuto alla Trump Tower prima dell’insediamento di Trump come presidente. I vertici delle agenzie di intelligence avevano incaricato Comey di informare il neoeletto presidente della possibile situazione scandalosa con prostitute russe che era stata identificata anche se non confermata. Comey ha chiarito che se i russi avevano prove di questa situazione potrebbero essere compromettenti e usate per ricattare il presidente degli Stati Uniti. Trump non ha dato l’impressione di preoccuparsi, ma, secondo Comey, era interessato a confermare che non vi era stata collusione con la Russia.

Pochi giorni dopo BuzzFeed pubblicò i contenuti del dossier preparato dal 007 inglese Christopher Steele che includeva la scena potenzialmente scandalosa di Trump con prostitute russe. I contenuti scabrosi del dossier non erano stati verificati completamente dalla Fbi e tutt’ora non lo sono ma altre parti sono state accertate.

In un susseguente incontro a cena, tenutosi alla Casa Bianca, Trump iniziò la conversazione con la bellezza della sua dimora temporanea ma subito dopo chiese a Comey cosa volesse fare con il suo incarico di direttore della Fbi. Trump chiarì che molte persone volevano il posto. Il soggetto sorprese Comey perché in precedenza Trump aveva lodato il suo lavoro. Adesso sembrava che il presidente volesse la conferma che Comey intendesse restare. In effetti, Trump voleva ripetergli che lui era il capo e il direttore della Fbi lavorava per lui. Ne seguì che Trump gli chiese “loyalty”, tradotto erroneamente come “lealtà” da molti cronisti in lingua italiana, ma che invece di tratta di “fedeltà”. Comey rispose che lui gli avrebbe dato “onestà leale”. Trump non capiva o non voleva capire che, nonostante i poteri presidenziali, il direttore della Fbi e il Dipartimento di Giustizia devono svolgere compiti che obbediscono le leggi del Paese che a volte non coincidono con i desideri o gli interessi del presidente.

Comey, conoscendo la reputazione di Trump di dire cose contraddittorie, decise che doveva prendere appunti dei suoi incontri con il presidente in cui non c’erano testimoni. Fece proprio quello. Mise una copia dei suoi appunti nella cassaforte personale e un’altra negli uffici della Fbi.

In una riunione alla Casa Bianca, Trump chiese a parecchi collaboratori di uscire dalla sala perché voleva parlare da solo con Comey. In questo faccia a faccia il 45esimo presidente chiese a Comey di lasciare andare l’indagine su Mike Flynn perché il suo ex consigliere di sicurezza nazionale era “una brava persona”. Comey acconsentì che Flynn era una brava persona e interpretò la richiesta come un ordine che lui non potè eseguire perché si trattava di un’indagine criminale. Anche se il presidente degli Stati Uniti fa una simile richiesta la Fbi non può seguire il suggerimento o ordine che sia.

I contatti fra i due continuarono mediante chiamate telefoniche nel mese di marzo del 2017. Adesso Trump sembrava agitato. Nel frattempo Comey aveva deposto al Congresso confermando per la prima volta che il Dipartimento di Giustizia aveva aperto un’indagine per verificare se collaboratori della campagna elettorale di Trump avevano avuto contatti con funzionari russi. Trump vedeva queste informazioni sulla Russia come distrazioni del suo governo. Voleva che l’ombra di questo tema fosse eliminato per potere governare in modo efficace per il bene del Paese. Voleva anche che fosse annunciato che lui, in persona, non era sotto indagine.

In un’intervista alla Abc, Comey ha spiegato che non poteva fare tale dichiarazione perché avrebbe dovuto fare la stessa cosa con il vice presidente ed altri. Il compito della Fbi non è di annunciare al mondo chi non è sotto indagine. Le indagini vengono fatte in segreto e poi non si sa nulla a meno che qualcuno venga incriminato.

Nell’ultima telefonata di Trump il presidente voleva sapere da Comey che cosa avesse fatto per comunicare che lui non era sotto indagine. Comey spiegò che ne aveva parlato con i suoi superiori al Dipartimento di Giustizia e che spettava a loro fare una dichiarazione del genere.

Il 9 maggio del 2017, mentre si trovava a Los Angeles, Comey viene a sapere da un annuncio televisivo che Trump lo aveva licenziato. I contatti fra i due finirono ma i tweet velenosi di Trump contro Comey, attaccandolo personalmente, vennero fuori a raffica dopo il licenziamento nel maggio del 2017 e anche dopo la pubblicazione del libro dell’aprile 2018. Trump credeva che licenziando Comey avrebbe bloccato l’indagine del Russiagate. Si è sbagliato poiché Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha dato l’incarico di procuratore speciale a Robert Mueller di investigare la possibile influenza della Russia nell’elezione del 2016. In ogni modo si teme che Trump possa licenziare anche Mueller. Per questa ragione la Commissione Giudiziaria al Senato, dominata dai repubblicani, ha approvato (12 sì, 7 no) un disegno di legge che impedirebbe a Trump di licenziare Mueller. Anche se il disegno di legge sarà approvato dal Senato e poi alla Camera richiederebbe la firma di Trump che probabilmente non concederebbe. Ciononostante una legge del genere manderebbe un messaggio eloquente a Trump di non toccare Mueller.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Macron negli Usa, scontro con Trump sull’Iran

French President Emmanuel Macron and U.S. President Donald Trump react in the courtyard after a joint news conference at the Elysee Palace in Paris

Per Donald Trump, l’accordo sul nucleare iraniano resta “un disastro”. Il presidente Usa lo ha detto chiaramente accogliendo alla Casa Bianca il suo omologo francese Emmanuel Macron, al secondo giorno della sua missione americana. Una missione tra i cui obiettivi c’era, appunto, quello di convincere Washington a non abbandonare l’intesa firmata nel luglio 2015 con Teheran. Almeno per ora, la strategia dell’amicizia non sembra aver premiato il capo dell’Eliseo, secondo cui “non esistono opzioni migliori” rispetto all’accordo con l’Iran.
Il presidente francese Emmanuel Macron e moglie Brigitte sono arrivati negli Usa per la prima visita di stato ufficiale dell’era Trump. “Questo è il momento per essere forti. Siamo forti e uniti, onorando il nostro passato e guardando al futuro con fiducia e orgoglio. I nostri paesi siano sempre amici nella nobile causa della pace e della solidarietà”, ha detto il presidente degli Stati Uniti ricevendo il capo di stato francese.
Sul tavolo ovviamente la lotta al terrorismo: “Insieme Stati Uniti e Francia vinceranno, entrambi lo affrontano in varie forme nei nostri territori, in Medioriente o in Africa, ed è insieme che combatteremo la proliferazione delle armi di distruzione di massa, sia in Iran che in Corea del Nord” ha detto Macron, che ha aggiunto: “Assieme saremo in grado di resistere ai nazionalismi aggressivi, che negano la storia e dividono il mondo. Costruiremo un nuovo multilateralismo che difenda democrazia e pluralismo”.
Trump ha criticato fortemente l’accordo nucleare con l’Iran definendolo “un disastro, un accordo terribile che non avrebbe mai dovuto essere fatto”, avvertendo il paese mediorientale che “se rilancia il programma nucleare avrà grossi problemi”. Di parere diverso Macron, che ha parlato di “intesa importante, e parte di una più ampia questione di sicurezza della regione”. Sulla situazione siriana il presidente Usa ha poi ringraziato la Francia per il suo appoggio al recente raid: “Con i nostri amici britannici, Usa e Francia hanno di recente intrapreso un’azione di risposta all’uso di armi chimiche da parte del regime siriano. Voglio ringraziare personalmente Macron, l’esercito francese e il popolo francese per la loro solida parthership”.
Restano tutti i contrasti sulle politiche ambientali. I due presidenti. “Non sempre andiamo d’accordo sulle soluzioni – ha detto Macron – Bisogna però agire perché in gioco c’è il destino dei nostri figli”.

Altra tegola per Donald Trump: Paul Ryan lascia

Paul Ryan

“Qui ho compiuto molto di quello che mi ero proposto e i miei figli continuano a crescere”. Con queste parole Paul Ryan, annunciava che alla fine di questa legislazione lascerà il suo incarico di parlamentare e di speaker della Camera. Parlare della famiglia al momento di uscire dalla scena politica sembra essere divenuto quasi banale. Per quanto riguarda i risultati si tratta di una storia molto diversa.

Ryan fu eletto alla Camera per la prima volta nel 1998 all’età di 28 anni e rieletto ogni due anni, l’ultima delle quali nel 2016. Nel 2007 fu nominato presidente della potente Commissione del Bilancio alla Camera e nel 2012 fu scelto da Mitt Romney come suo vice nella corsa presidenziale, vinta alla fine da Barack Obama. Poi nel 2015, dopo le dimissioni di John Boehner, speaker della Camera, Ryan fu eletto a sostituirlo anche se lo fece con poco entusiasmo, accettando l’incarico per mettere fine alle “guerre” interne del Partito Repubblicano.

Ryan ci ha spiegato di essere soddisfatto del suo lavoro alla Camera ma un’analisi delle sue idee e piani ci chiarisce che è riuscito a fare ben poco di quello che si era proposto. Ryan era grande ammiratore di Ayn Rand, la scrittrice americana di origini russe, la quale sosteneva la virtù dell’egoismo etico rifiutando l’altruismo. Partendo da queso principio si capisce la filosofia politica di Ryan il quale ha sempre auspicato i tagli fiscali e di conseguenza la riduzione dei programmi sociali. Ryan crede che i poveri non vanno aiutati con programmi governativi perché tolgono l’incentivo per fare progressi economici e sociali. Ryan ha sempre voluto spingere per riformare il programma di Social Security e il Medicare privatizzandoli, preoccupandosi anche del deficit e del debito federale. L’insostenibilità di queste spese governative, secondo Ryan, doveva condurre a tagli costanti i quali sarebbero stati accompagnati da riforme ai programmi sociali, il metodo migliore per aiutare le classi povere.

I successi legislativi di Ryan sono però limitatissimi. Ha fallito persino con la revoca della tanto odiata Obamacare, la riforma sanitaria di Obama. Ryan da speaker, era riuscito a farla revocare alla Camera, ma appena il disegno di legge arrivò al Senato fu bocciato anche se con un margine risicato (51 no, 49 sì). Nonostante la maggioranza in ambedue le Camere e il controllo della Casa Bianca, Ryan e il suo partito hanno fatto poco per fare approvare le loro leggi. L’eccezione, come si ricorda, è stata la riforma fiscale del 2017 che ha tagliato le imposte principalmente a beneficio delle corporation e le classi abbienti. Il tanto odiato deficit di Ryan però è rimasto vivo diminuendo solo nell’amministrazione di Obama a 438 miliardi per il 2015. Nel 2016 è aumentato a 584 miliardi e nel 2017 a 666 miliardi. Aumenterà ancora nel 2018 a 800 miliardi e 1000 miliardi nel 2020. Il debito pubblico è anche aumentato a più di 20000 miliardi.  Per quanto riguarda il Social Security e il Medicare, Ryan non è riuscito a toccarli perché troppo popolari e il suo partito li ha considerati politicamente tossici. Un bilancio dunque che riflette poco dei successi citati da Ryan nel suo annuncio di lasciare la politica.

Il più grande demerito di Ryan però si trova nella sua debole difesa dei valori dell’establishment repubblicano messi da parte per l’arrivo del ciclone Donald Trump.  Durante la campagna elettorale del 2016 Ryan ha cercato, anche se debolmente, di prendere le distanze da alcune delle dichiarazioni più offensive del tycoon dicendo che non riflettono i valori del Partito Repubblicano. Dopo l’elezione, però, Ryan ha fatto quello che voleva il 45esimo presidente mettendo da parte le riforme tanto sognate sul Social Security e Medicare perché mancava il supporto della Casa Bianca. In effetti, Ryan è divenuto “soldato” di Trump riconoscendo la sconfitta dell’establishment repubblicano e accettando le vicissitudini dell’inquilino della Casa Bianca.

L’uscita di scena di Ryan si aggiunge a quelle di più di 40 altri parlamentari che non correranno per rielezione  nel mese di novembre. La rinuncia di Ryan è la più visibile e potrebbe incoraggiare altri a seguire il suo esempio. Si prevede una vittoria democratica alle elezioni di midterm a novembre e una susseguente conquista della maggioranza della Camera e forse anche del Senato. L’assenza di Ryan è stata interpretata da alcuni come una maniera di evitare la macchia del probabile tracollo e essere considerato responsabile  per la disfatta. Ciononostante, Ryan ha dato tutte le indicazioni che parteciperà alla campagna politica aiutando i candidati repubblicani, suscitando però seri dubbi sull’efficacia dei suoi contributi. I grossi donatori del Partito Repubblicano hanno già cominciato ad esprimere seri dubbi che i loro investimenti porteranno i frutti desiderati.

 Alcuni leader del Partito Repubblicano spingeranno però per le sue dimissioni anticipate da speaker perché da anatra zoppa potrebbe fare ben poco per aiutare i candidati repubblicani a esiti positivi alle urne. Inoltre l’uscita di scena dello speaker creerà un’altra contesa fra le due ali del Partito Repubblicano per la  sostituzione di Ryan. Una battaglia che i repubblicani avrebbero voluto risparmiarsi poiché intorbidisce le acque in un momento critico in cui si dovrebbero spendere tutte le energie a evitare la perdita della maggioranza alla Camera.

Appena sentito l’annuncio delle dimissioni di Ryan, Randy Price, il candidato democratico nel distretto dello speaker, ha dichiarato che la loro meta era di “revocare e rimpiazzare” il loro avversario. Price ha continuato dicendo che con le dimissioni “la revoca” è stata compiuta; rimane solo vincere a novembre e completare con la sostituzione.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Guerra in Siria. Macron è pronto, ma Trump frena

macron 2Il giovane presidente francese, come il suo predecessore Sarkozy, Emmanuel Macron è già pronto ad entrare in guerra contro Damasco e afferma: “Abbiamo la prova che la settimana scorsa sono state utilizzate armi chimiche in Siria da parte del regime”.
La Francia vuole “togliere la possibilità di utilizzare armi chimiche” al regime siriano, affinché “mai più si debbano vedere le immagini atroci viste in questi giorni, di bambini e donne che stanno morendo”, ha aggiunto. Quanto ai tempi di un eventuale intervento, il capo dell’Eliseo si è limitato ad affermare: “Ci sono decisioni che prenderemo quando lo riterremo più utile ed efficace”. Poco prima di rilasciare questa intervista a TF1 il presidente francese ha avuto un colloquio telefonico con la cancelliera Angela Merkel. Stando a quanto comunicato dal portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, i due leader hanno discusso soprattutto della situazione in Siria. Ma Berlino non sembra intenzionata a ‘correre’ al fianco dei francesi e la cancelliera tedesca ha fatto sapere oggi che la Germania non prenderà parte ai raid contro il governo Bashar al Assad, questo nonostante sia “ovvio che Damasco non ha distrutto tutto il suo arsenale chimico”. Berlino – ha proseguito la cancelliera – “sosterrà ogni messaggio volta a sottolineare che l’uso di armi chimiche è inaccettabile”. Ma frenare sulla possibilità di un intervento è proprio The Donald: il presidente Usa dopo aver minacciato la Russia via Twitter sull’appoggio del Cremlino al regime di Damasco, adesso posticipa gli attacchi siriani.
“Non ho mai detto quando un attacco in Siria avrà luogo. Potrebbe avvenire molto presto oppure no!”, ha scritto Trump su Twitter. Il presidente degli Usa ha aggiunto: “A ogni modo, con la mia amministrazione, gli Stati Uniti hanno fatto un grande lavoro per eliminare lo Stato islamico dalla regione”. In conclusione, Trump si è chiesto: “Dov’è il vostro ‘Grazie, America’?”. Con il nuovo messaggio, Trump pare compiere una parziale marcia indietro rispetto alle sue intenzioni di compiere un intervento militare in Siria. Inoltre, Trump conferma quanto affermato ieri, 11 aprile, dalla portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders. In una conferenza stampa, questi ha dichiarato che gli Stati Uniti non hanno ancora preso alcuna decisione su un’operazione militare in Siria.
In queste ore però i riflettori sono accesi anche sugli accordi commerciali da 18 miliardi tra la Francia di Macron e l’Arabia Saudita del Principe ereditario, Mohammed bin Salman, che ha annunciato che il Regno sosterrà un’operazione militare in Siria, se i suoi alleati decideranno di avviarla.