Casaleggio e i rischi della democrazia elettronica

Negli scorsi giorni Davide Casaleggio, il figlio del cofondatore del Movimento 5 Stelle e a capo della Casaleggio Associati e dell’Associazione Rousseau, ha dichiarato che “la democrazia diretta è il futuro”, le assemblee parlamentari e la democrazia rappresentativa costituiscono un passato da archiviare.

Ma sarà davvero così?

Di sicuro, le nuove tecnologie della comunicazione, in quanto tecnicamente in grado di realizzare una partecipazione dei cittadini alla sfera pubblica, possono offrire un efficace contributo alla vitalità della democrazia pluralista.

Tuttavia, l’e-democracy, non sembra poter costituire né un’alternativa alle istituzioni rappresentative, né appare in grado di prefigurare un loro superamento.

La democrazia elettronica non deve essere considerata una forma di governo ma, tutt’al più, un sistema in grado di gestire e rivitalizzare la relazione tra le Istituzioni e i cittadini.

Occorre distinguere da una parte una comunicazione politica veicolata dai vecchi mass-media e una comunicazione realizzata invece tramite la rete, una sorta di continua diretta con i cittadini, che obbliga il politico ad aumentare la propria esposizione al pubblico.

Non è una questione di velocità nelle comunicazioni né, tantomeno, una questione di capacità di recezione generazionale. Anche la generazione dei Millenials, frequenti utilizzatori di strumenti di rete e social, non comprendono pienamente le dinamiche del web, limitandosi ad un uso dettato da un’esperienza superficiale e intuitiva.

A differenza di quanto avveniva in passato, il cittadino non è più semplice ricettore del messaggio: giornali, telegiornali, manifesti, spot pubblicitari, sono tutti strumenti passivi dal punto di vista del destinatario del messaggio. Viceversa, il web e la comunicazione 2.0 implicano un grado d’interazione immediata: condivisioni, retweet, commenti. Una capacità interattiva basata su una sintassi comunicativa semplice, non mediata e poco strutturata.

Anche l’identità del partito politico cambia in maniera piuttosto rapida con l’evoluzione dei mezzi di comunicazione: la comunicazione politica è fortemente personalizzata, si assiste a un sempre maggiore e inquietante scarto tra le promesse annunciate e i programmi effettivamente realizzati.

In questo modo, i caratteri essenziali della rappresentanza democratica tradizionale (l’eletto rappresentante del popolo, l’assenza del vincolo di mandato) vengono sostituiti dal ruolo sempre più marcato dei sondaggi d’opinione, come strumento di misurazione del consenso, che elimina qualsiasi “pensiero lungo”, o almeno di medio periodo.

Ci si trova ormai nel pieno della modernità liquida, per dirla con Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo della politica: nella nostra epoca si sono disgregati i legami sociali tra gli individui spalancando le porte ad una radicale individualizzazione. Una società dove l’individuo, egoista ed egocentrico, è afflitto dalla solitudine non potendo più contare su concetti ben definiti di tempo e spazi sociali.

La democrazia liquida diventerà negli anni la proposta organizzativa di maggior successo dei movimenti che si richiamano alla centralità della rete e in particolare del movimento dei Pirati.

L’Italia, anche in questo caso, si conferma un’isola politica di diversità, poiché nel nostro paese il Partito Pirata, espressione dell’Internazionale dei Pirati, non ha mai raggiunto livelli significativi di consenso partecipando alle competizioni elettorali, tutt’al più con singoli candidati nelle liste unitarie della sinistra radicale.

Il maggiore motivo di tale insuccesso è dovuto al sostegno raccolto dal Movimento 5 Stelle che, nonostante specifiche peculiarità che affondano le radici nella recente storia politica italiana, ha fatto del mito della rete, della trasparenza, della lotta ai vecchi partiti le principali bandiere della propria azione politica.

Questi movimenti, nelle loro differenti specificità si presentano, seguendo la classica schematizzazione della scienza politica, come movimenti antisistema, portatori di un marcato antiparlamentarismo, in forte polemica contro la partitocrazia, cui contrappongono, genericamente, le virtù e la genuinità del popolo.

I movimenti che propugnano il mito della rete rifiutano le etichette di destra e sinistra, ciò nonostante è possibile scorgere l’inconcludenza di una simile mancata definizione. Come insegna l’esperienza storica, le scelte politiche, tanto più per partiti che si prefiggono l’obiettivo del governo della società, non sono mai neutre ma si dispongono all’interno di uno spazio programmatico dove i valori, i principi, le identità politiche, si collocano nel continuum destra-sinistra, conservatori-progressisti. Dunque, si può arbitrariamente decidere di non utilizzare le classiche schematizzazioni politiche, tuttavia il contenuto della classificazione non cambia, né sarà possibile non considerarla in futuro. Bisogna aggiungere che i movimenti della democrazia elettronica confondono spesso l’agorà virtuale, la democrazia elettronica con la democrazia reale e diretta.

La democrazia diretta presuppone la quasi totale assenza d’intermediari tra cittadino e Istituzioni e, dunque, la partecipazione di tutti i cittadini alle decisioni pubbliche.

Questo è possibile, in linea generale, attraverso gli strumenti del bilancio partecipativo, gli strumenti del referendum propositivo, del referendum confermativo, l’istituzione di consulte, comitati di quartiere e assemblee civiche.

In altri termini, uno spazio cittadino che sperimenti nuovi terreni di partecipazione e progettualità, attraverso l’interazione tra più figure: dal privato sociale alle comunità migranti, fino agli enti locali, in grado di fornire risposte adeguate ai differenti bisogni.

Vale la pena ricordare che questi strumenti di democrazia diretta sono già stati sperimentati, nel contesto latinoamericano, non dalle forze antisistema ma dai partiti della sinistra socialista e popolare. Si pensi all’esperienza dell’Amministrazione popolare di Porto Alegre, a partire dal 1988, guidato dal Partido dos Trabalhadores (PT).

La democrazia elettronica è cosa diversa dalla democrazia partecipativa; l’e-democracy cela il rischio della sostanziale subalternità del cittadino, il quale vive l’illusione della partecipazione, senza percepire il subdolo potere decisorio di elitès autoreferenziali, come Blog, piattaforme online, tutti strumenti privi dei necessari contropoteri di cui la democrazia deve, invece, sostanziarsi.

La presunta alternativa alla democrazia dei partiti rischia di trasformarsi in una disordinata assemblea telematica, dove le issues risultano completamente disarticolate e il cittadino è atomizzato davanti ad uno schermo.

La crisi dei partiti di massa e delle organizzazioni intermedie mostra come le difficoltà dei tradizionali strumenti di mediazione non stiano avviando una rivoluzione dal basso, un’immaginaria democrazia diretta, ma al contrario plasmino una società chiusa e guidata dal populismo.

All’opposto, è auspicabile che si apra una nuova stagione di partecipazione, con partiti rinnovati, pregni di cultura politica, nella quale sia coinvolta la cittadinanza attiva per riaprire dei virtuosi canali di dialogo nella sfera pubblica.

In questo modo, sarà possibile sottrarsi a scorciatoie organizzative che, nei fatti, assegnano ad un establishment autoreferenziale e lontano dai bisogni della collettività, le aspettative dei cittadini, che verranno certamente disattese.

Paolo D’Aleo

• Per un’analisi più esaustiva dei partiti e dei movimenti che s’inspirano alla democrazia elettronica, si legga: P. D’Aleo, Il problematico rapporto tra cyberspazio e democrazia rappresentativa. I movimenti politici dell’e-democracy, in Politica e Società, Il Mulino, Bologna, n. 1/2018, pp. 45-60.  

Beppe Grillo si separa (online) dai 5 stelle

grilloIn pochi avrebbero scommesso nella separazione 5Stelle-Grillo ma, almeno online, sembra che le loro strade si stiano separando. Una separazione formale e sostanziale, che di fatto sposta il cuore nevralgico del partito (termine non utilizzato a caso) da Beppegrillo.it al “Blog delle stelle”. Attualmente quest’ultimo è un elemento importante della comunicazione 5Stelle, che però rimane molto più legata al Blog dello showman. Nel discorso di fine anno di Grillo emerge però la volontà di separare più nettamente i contenuti: “il cambiamento proprio di fisionomia del blog beppegrillo.it. Perché, mentre il blog delle stelle si occuperà sempre di politica locale e internazionale, quindi dei nostri parlamentari e dei nostri portatori di beneficio alla nazione, i nostri portavoce, il blog beppegrillo, ossia io, andrò a un po’ in giro per il mondo con video, conferenze. Sono andato a vedere un po’ di conferenze, appunto, sulle smartcity, parleremo di robotica, parleremo di intelligenza artificiale, internet delle cose. Insomma un po’ di visione.” Quindi nuovi temi ed una totale separazione (online) del fondatore dalla sua creatura. Le indiscrezioni parlano però di una “rottura” ancora più netta. Secondo alcune fonti interne (riportare dal Corriere della Sera) la gestione di Beppegrillo.it non verrà più portata avanti dalla Casaleggio Associati. Per chi non lo sapesse, la società ha legami “velati” con l’Associazione Rousseau, che controlla tutti i principali strumenti del movimento, compreso il Sistema Rousseau (già “bucato” qualche volta da un paio di hacker) che consente il voto online degli iscritti al movimento. Società ed Associazione si trovano allo stesso indirizzo milanese e dai bilanci del 2016 Davide Casaleggio risulta essere Presidente e Tesoriere della seconda (come riportato da “ilPost”), mentre altri personaggi legati alla Casaleggio Associati le gravitano attorno. Tutto questo per sottolineare quanto i 5Stelle e questa società siano legati a doppio filo. La scelta di Grillo di separare il blog dal suo fido “gestore” può essere ricondotta a due elementi alternativi: la volontà di chiudere a piccoli passi con il movimento o la volontà di adottare una strategia differente per il blog. Il tempo risponderà a questa domanda. Quel che è certo è che un vento di novità soffia in casa “5Stelle” e (forse) non a caso a ridosso delle elezioni.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

A mia insaputa. E Grillo disconosce il Blog di Grillo

grilloBeppe Grillo non ha niente a che fare con il blog di Beppe Grillo. «Non è responsabile, né gestore, né moderatore, né direttore, né provider, né titolare del dominio, del blog, né degli account Twitter, né dei tweet e non ha alcun potere di direzione né di controllo sul blog, né sugli account Twitter, né sui tweet e tanto meno su ciò che ivi viene postato». A scriverlo sono gli avvocati del comico genovese, impegnato in una causa contro il Partito Democratico. Il testo della memoria difensiva è stato pubblicato da Francesco Bonifazi, che aveva denunciato Grillo per un post pubblicato nel 2016, in cui si parlava dello scandalo sul petrolio in Basilicata, in cui è stata coinvolta Federica Guidi. Il post accusava, con il solito stile del Movimento 5 Stelle, il Pd di essere “complici e collusi. Con le mani sporche di petrolio e denaro.”

Beppe non è responsabile di quanto Grillo scrive. Un bel modo per evitare conseguenze dopo ogni accusa al vetriolo pubblicata sul web.

Oggi Grillo replica, ancora dal suo blog, scrivendo: “Il Blog beppegrillo.it è una comunità online di lettori, scrittori e attivisti a cui io ho dato vita e che ospita sia i miei interventi sia quelli di altre persone che gratuitamente offrono contributi per il Blog. Il pezzo oggetto della querela del Pd era un pezzo non firmato, perciò non direttamente riconducibile al sottoscritto. I post di cui io sono direttamente responsabile sono quelli, come questo, che riportano la mia firma in calce. Nessuno scandalo, nessuna novità. Se non il rosicamento del Pd per aver per il momento perso la causa, cosa che Bonifazi ha scordato di dire. Nessuna diffamazione. Nessun insulto. Semplice informazione libera in rete. Malox?”.

Facciamo un po’ di chiarezza. Perché il M5s che urlava “onestà” ormai sembra saper balbettare solo “a mia insaputa”. Prima le polizze, ora il Blog. Il dominio beppegrillo.it è stato registrato nel 2001 da Emanuele Bottaro, ex presidente di un associazione di consumatori, già finito sotto processo nel 2012. Tempo fa spiegava a Panorama che aveva “chiesto a Beppe se potevo registrare il suo nome nel 2001 prima che qualcun altro lo facesse e poi è rimasto a me. Ho una delega ma non ho accordi di tipo economico o di tutela legale. Nel mio piccolo, partecipo in questo modo al movimento”. A gestire il sito è quindi la Casaleggio Associati, sui cui rapporti tra la società e il Movimento non è dato sapere i dettagli. E Bottaro è facilmente riconducibile alla Casaleggio.

A questo punto si potrebbe quindi pensare che nel M5s, che coincide con il Blog, decida tutto la Casaleggio Associati. Ma ricordiamo che in occasione del processo alla sindaca Virginia Raggi e a tutti i candidati ed eletti grillini a Roma, Davide Casaleggio ha detto che lui e la sua azienda non ricoprono alcun ruolo nel M5s.

Per il ruolo affidato al Blog è evidente che è diventato il centro nevralgico del pensiero pentastellato. È stato lo stesso Grillo a quantificare le visite, nel 2011 si parlava di circa 5 milioni e 200 mila utenti al mese.

Tanti utenti, tanti soldi. La prima fonte di entrate è Google AdSense, la più grande azienda pubblicitaria online, che paga per ogni clic effettuato sui suoi annunci. Il famoso clickbaiting, gallina dalle uova d’oro del Movimento. La seconda fonte è l’affiliazione al sito di ecommerce Amazon, su cui il Movimento intasca una percentuale sui prodotti venduti per ogni utente proveniente dal blog. Difficile quantificare il profitto ma nessuno potrebbe negare una forte puzza di bruciato.

Altro inghippo: nello statuto del Movimento 5 Stelle c’è scritto che è Beppe Grillo il titolare effettivo del blog e lo mette a disposizione dell’Associazione Movimento 5 Stelle. Lo statuto è stato firmato dal comico, a meno che non ci vengano a raccontare che è stato fatto a sua insaputa.

Per quanto riguarda poi i profili Twitter e Facebook sono profili certificati. E per ottenere la certificazione bisogna mandare una serie di documenti, in primis una fotocopia del documento di identità e un numero di telefono verificabile.

Quindi Beppe Grillo, che attraverso il blog che porta il suo nome dirama i suoi comunicati, impartisce direttive agli iscritti, ordina epurazioni e dispensa insulti vorrebbe far credere che è completamente estraneo dalla gestione dello stesso? Sinceramente tutto questo appare come uno strampalato tentativo di nascondere il sole, o per meglio dire le stelle, con un dito.

Valentina Bombardieri

Blog Fondazione Nenni