Lombardia, laboratorio
del neofascismo

fascisti milanoLa Lombardia è tornata ad essere da tempo laboratorio privilegiato del neofascismo. Da Varese a Pavia, da Monza a Cantù e a Como è un fiorire di iniziative e di propaganda.

Milano e i Comuni della Città metropolitana sono stati da tempo scelti dalle organizzazioni neofasciste e neonaziste come luoghi di incontro, di convegni e manifestazioni anche a livello europeo. Il fenomeno sta sempre più assumendo dimensioni che destano profonda preoccupazione in tutti noi.

Il blitz del 29 giugno 2017 a Palazzo Marino da parte di militanti di CasaPound, resisi protagonisti di saluti romani, violenze ed aggressioni, mentre era in corso la seduta del Consiglio Comunale democraticamente eletto dai cittadini, ha costituito un fatto di una gravità senza precedenti. L’assalto a Palazzo Marino e la contestazione al Sindaco Sala hanno rappresentato un salto di qualità nella sfida alle istituzioni nella città Medaglia d’oro della Resistenza.

Un blitz che aveva registrato un suo preambolo il 9 aprile 2017, quando alcuni militanti di CasaPound avevano inscenato una protesta contro l’accoglienza dei migranti durante una seduta del Consiglio Comunale di Monza. Una prova di forza che ha avuto il suo fondamento in quanto accaduto il 29 aprile 2017 al Cimitero maggiore di Milano, quando un migliaio di neofascisti sono andati a commemorare al campo X i caduti della Repubblica di Salò.

Da allora è stato un crescendo di iniziative, manifestazioni, provocazioni neonaziste e neofasciste.

Nella notte tra il 24 e il 25 settembre 2017, al Parco Nord di Milano, è stato devastato da neofascisti il Monumento al Deportato, realizzato su progetto dell’architetto Lodovico Barbiano di Belgiojoso, deportato a Mauthausen e dal figlio Alberico.

Nella giornata del 29 aprile, in cui ricorre l’anniversario della sanguinosa uccisione del giovane Sergio Ramelli, vittima di una aggressione squadristica del Cub di medicina di Avanguardia Operaia, e di Enrico Pedenovi, consigliere provinciale dell’Msi, assassinato dal gruppo terrorista Prima Linea, omicidi efferati, da sempre condannati dall’Anpi e dalle forze democratiche, i neofascisti inscenano a Milano manifestazioni di aperta apologia del fascismo. Il 29 aprile di quest’anno, un gruppo di circa 200 appartenenti a CasaPound, Forza Nuova e Lealtà e Azione hanno compiuto un’ignobile parata in piazzale Loreto per ricordare Mussolini e il nefasto e tragico ventennio fascista. La provocazione neofascista conclusasi con saluti romani è avvenuta proprio nel luogo dove sorge il Monumento dedicato ai Quindici Martiri, partigiani e antifascisti, prelevati dal carcere di San Vittore per ordine del capitano della Gestapo Theodor Saevecke e fucilati all’alba del 10 agosto 1944 da un plotone della Muti.

Il giorno prima, il 28 aprile 2018, due donne che, per tutelare il decoro della loro abitazione, avevano provveduto a staccare un manifesto abusivo incollato sul loro edificio, per la sfilata a ricordo di Ramelli e Pedenovi, sono state aggredite da neofascisti. Le due signore hanno dovuto ricorrere alle cure mediche e hanno sporto denuncia alla Questura di Milano. Ricordiamo, infine, la decisione del Comune di Cologno Monzese di organizzare, nei giorni immediatamente precedenti la ricorrenza del 73° anniversario della Liberazione, un campo militare tedesco che avrebbe offeso la memoria dei cittadini di Cologno Monzese che lottarono per la libertà e che furono vittime della deportazione nei lager nazisti. L’intervento dell’Anpi, che si è rivolta al Prefetto di Milano, la dottoressa Lucia Lamorgese, ha evitato questo ulteriore oltraggio.

Il 1° luglio si è verificata un’ulteriore gravissima provocazione nel quartiere di Niguarda: la distruzione della targa dedicata a Gina Galeotti Bianchi, la partigiana Lia, alla quale è intestato il giardino di via Hermada. Gina Galeotti Bianchi è stata la prima caduta dell’insurrezione a Milano contro i nazifascisti. Niguarda fu il primo quartiere ad insorgere, il 24 aprile 1945 e la partigiana Lia mentre era uscita insieme con la staffetta e amica Stellina Vecchio per portare ai partigiani l’ordine di insurrezione, venne colpita e uccisa da una raffica di mitra sparata da un camion carico di soldati tedeschi in fuga. Gina Galeotti Bianchi era incinta e aveva appena riferito a Stellina Vecchio di essere contenta perché “il nostro bambino nascerà in un paese libero”.

In questo quadro si inserisce il provocatorio evento organizzato il 6 e 7 luglio da Lealtà e Azione nella città di Abbiategrasso. La “festa del sole” ad Abbiategrasso è stata promossa dall’organizzazione neonazista e antisemita Lealtà e Azione che si ispira al generale nazista delle Waffen SS Leon Degrelle e a Corneliu Codreanu, fondatore della Guardia di ferro rumena, movimento ultranazionalista e antisemita, protagonista di spaventosi pogrom antiebraici negli anni 30 e 40.

Nonostante il tentativo di Lealtà e Azione di presentarsi sotto una veste dialogante e insospettabile, traspare la vera natura degli organizzatori. Sul manifesto di indizione vi compare l’immagine di un lupo, uno degli emblemi di Lealtà e Azione, con una rosa rossa in bocca, a ricordare lo stemma della X Mas, dove la rosa era posta tra i denti di un teschio al fine di esaltare la bella morte. Infine, immancabile, il concerto nazi rock, con band che inneggiano ai “martiri” della Repubblica di Salò, al suprematismo bianco e ai pogrom degli ebrei. Tra i gruppi che si sono esibiti i “Bullets”, autori dell’inno di Lealtà e Azione, in cui si esalta l’antisemita Corneliu Codreanu (“i valori che cerchiamo/noi li troviamo in Corneliu Zelea Codreanu”).

All’iniziativa, svoltasi in uno spazio pubblico, colpevolmente concesso a Lealtà e Azione dall’amministrazione comunale, hanno partecipato due assessori della Giunta regionale lombarda, esponenti di primo piano di Forza Italia, di Fratelli d’Italia e numerosi parlamentari della Lega.

Ciò che ci ha lasciato profondamente sbalorditi, tra le altre cose, è l’atteggiamento dell’assessore leghista alla cultura della Regione Lombardia che è intervenuto l’11 maggio scorso ad un importante convegno sull’ottantesimo anniversario della emanazione delle famigerate leggi antisemite, alla presenza di Liliana Segre, del Rabbino Capo di Milano Alfonso Arbib, del giornalista Ferruccio de Bortoli, dell’Arcivescovo di Milano, e che con grande disinvoltura e indifferenza ha voluto partecipare alla festa realizzata da una associazione neonazista e antisemita.

L’aspetto più grave e inquietante della manifestazione di Abbiategrasso è rappresentato, appunto, dallo stretto rapporto stabilitosi tra Lealtà e Azione e Lega di Salvini.

Stiamo assistendo in Lombardia, al preoccupante progetto di stabilire tutte le interlocuzioni possibili dell’estrema destra, soprattutto, con la Lega guidata da Salvini. D’altra parte non è una novità quella costituita dal collegamento di realtà neofasciste con la Lega. Lealtà e Azione ha scelto di appoggiare candidati della Lega o candidare propri militanti nel partito di Salvini, alle elezioni del 4 marzo scorso. E ora, i neofascisti lombardi vanno all’incasso “politico”.

Lo scenario che si profila per la nostra regione e a livello nazionale, dove la Lega ha un ruolo determinante nel governo, è preoccupante e inquietante. A livello nazionale i primi passi del governo salviniano fanno felici i neofascisti per i porti chiusi, il fronte anti-Ong, la proposta del censimento dei Rom. Si rivela così la vera natura del fascismo, profondamente razzista sin dalle origini. È sotto gli occhi di tutti che la questione immigrazione diventa terreno di coltura per i germi del fascismo. Ci sono persone a cui si mette in testa che le ideologie nazifasciste e razziste sconfitte dalla Resistenza italiana ed europea siano ancora oggi la risposta alle problematiche attuali, scaricando su chi fugge dalle guerre e dalla fame la responsabilità della crisi della società contemporanea. La discriminazione razziale e l’odio per lo straniero così come la purezza etnica sono risposte tragicamente già date nel secolo appena trascorso.

L’Anpi provinciale di Milano e l’Anpi nazionale hanno aderito all’appello e al presidio unitario svoltosi, con successo, ad Abbiategrasso. Oltre all’Anpi hanno aderito: la senatrice Liliana Segre, Aned, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Comunità Ebraica di Milano, Associazione Italia Israele di Milano, Forum dei Musulmani Laici, Fiap, Anppia, Aicvas, Anpc, Cgil-Cisl-Uil, Acli, Libera, Comunità di Sant’Egidio, Pd, Liberi e Uguali, Partito socialista, Rifondazione comunista, Potere al popolo.

La senatrice Liliana Segre ha rivolto una interrogazione urgente al ministro dell’Interno Salvini con la quale ha chiesto la “revoca delle autorizzazioni, così da scongiurare la realizzazione di una iniziativa di patente carattere anticostituzionale, che offende i valori di fondo della nostra Repubblica e di ogni forma di convivenza civile.” All’appello si è aggiunta una lettera di 22 sindaci, di centrosinistra, ma anche di centrodestra, del territorio sud Milano, con la richiesta di cancellare il raduno neofascista.

Il presidio antifascista ad Abbiategrasso contro la festa di Lealtà e Azione ha visto la partecipazione di oltre 400 persone, alla presenza di Carla Nespolo, presidente nazionale dell’Anpi, che è intervenuta nel corso della manifestazione.

Da registrare anche la presenza della consigliera regionale lombarda del Movimento 5stelle, Monica Forte, e di numerosi attivisti pentastellati.

L’aspetto forse più interessante e significativo dell’intera vicenda è proprio costituito dall’ampio e unitario fronte antifascista mobilitatosi contro la provocatoria iniziativa di Lealtà e Azione.

Non è più tollerabile che a 73 anni dalla Liberazione dal nazifascismo si ripetano iniziative e vengano concessi spazi pubblici a organizzazioni neofasciste come Lealtà e Azione, CasaPound e Forza Nuova.

Le leggi ci sono (la Scelba e la Mancino), ma vanno applicate. Compito dello Stato è di adoperarsi per contenere e respingere ogni tentativo, oggi purtroppo ricorrente, di esaltazione del fascismo, per far conoscere cosa è stato il fascismo durante il ventennio e negli anni della strategia della tensione. Ci dimostri questo Stato di essere finalmente quello Stato antifascista delineato dalla Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza, sciogliendo gruppi dichiaratamente nazifascisti e infliggendo a chi fa apologia di fascismo e diffonde intolleranza e razzismo esemplari condanne.

La mobilitazione unitaria contro le provocazioni neofasciste e neonaziste è fondamentale, ma non basta. Se tutto questo avviene vuol dire che qualche cosa di profondamente grave si è verificato nel nostro tessuto sociale. Il ventre molle del Paese contaminato dal razzismo e dal fascismo non è mai del tutto scomparso. Solo che nel secondo dopoguerra ci si vergognava di tirarlo fuori. Il lutto e la disperazione provocati dal nazifascismo creavano una sorta di pudore intorno a certe tendenze. Il tempo ha cancellato la memoria delle tragedie. Ed ecco ora riaffacciarsi violentemente queste pulsioni razziste e xenofobe. Ma tutto ciò ha una spiegazione ben precisa. Se il fascismo in Italia è stato sconfitto militarmente il 25 aprile 1945, non lo è stato culturalmente, idealmente e storicamente. Riteniamo, infatti, che accanto all’impegno per rinnovare profondamente lo Stato sia essenziale vincere e combattere l’indifferenza che troppe volte si registra di fronte allo svilupparsi e al rifiorire di movimenti neofascisti e razzisti. Nostro compito è quello di continuare a sviluppare una intensa controffensiva di carattere ideale, culturale e storico soprattutto nei confronti dei giovani, per ricordare le tragedie provocate dal nazifascismo nel corso del Novecento e per combattere la sempre più preoccupante deriva xenofoba, razzista e antisemita che sta investendo l’Europa e il nostro Paese.

Roberto Cenati
Presidente del Comitato provinciale Anpi di Milano
(Patriaindipendente.it)

Elezioni: un’inchiesta sul populismo italiano

populismo

L’esito del voto del 4 marzo ha suscitato un vivace dibattito. C’è stato chi ha parlato della nascita di una Terza repubblica, chi della fine di un’epoca, chi dell’inizio di una fase nuova.

Ma a ben guardare quanto accaduto non ha nulla di davvero sorprendente: è il risultato di un processo più ampio, che va al di là dei confini storici e geografici della politica italiana.

I vincitori di queste elezioni sono, com’è noto, la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio. All’indomani del loro trionfo sono in molti a salire sul carro del vincitore – in particolare su quello di Di Maio – persino personaggi insospettabili come Sergio Marchionne e Eugenio Scalfari. Una situazione che, del resto, si era vista anche negli Stati Uniti a seguito della vittoria di Donald Trump.

Il successo elettorale di una forza politica, tuttavia, non dovrebbe pesare sul giudizio culturale che di essa danno gli analisti, né indurli a rivalutarla con facili entusiasmi; dovrebbe offrire l’occasione per conoscerla meglio e capire il perché del suo trionfo.

Cerchiamo dunque di capire quale sia il retroterra culturale di queste forze, quale la visione del mondo che, in filigrana, leggiamo dietro al loro pensiero.

Oltre la destra e la sinistra

Un dato interessante è che Lega e Movimento 5 Stelle rifiutano di collocarsi organicamente a destra o a sinistra: Salvini afferma di guardare anche “a una sinistra che non vota”, Di Maio dichiara di andare oltre i tradizionali schieramenti. Destra e sinistra, affermano, sarebbero state superate dalla storia; le vecchie categorie andrebbero ridiscusse, riformulate. Comune a entrambi è la tesi secondo cui le “grandi narrazioni” appartengano al passato, a un passato lontano e triste; e che la storia si sia pronunciata a favore di una politica post-moderna e post-ideologica. Dalla fine della Prima Repubblica sono stati in molti a insistere su questo punto: l’Unione Sovietica era crollata, i vecchi partiti erano stati spazzati via, e la politica doveva rinascere dalle ceneri delle vecchie ideologie.

Eppure dietro a questa visione della politica si cela un dibattito che in qualche modo preesiste alla politica stessa: quello sulla linearità o sulla ciclicità della storia. Adorno ci metteva in guardia dai sostenitori della storia lineare, da quelli che pensano che la storia proceda come una freccia. La storia, diceva, non va interpretata in funzione dello stato delle cose presente, non va considerata come una sorta di ineluttabile prodromo dell’oggi. L’apologia del fattuale è il più reazionario degli atteggiamenti: l’idea che la storia proceda verso il Buono e il Giusto è una trappola in cui tanti sono caduti. Contestare la fattualità è anzi uno dei cardini del pensiero dialettico: perché non è possibile una rivoluzione se si pensa che il presente sia il punto di arrivo della storia. Non è possibile utopia se si considera il dato come un totem. Ecco perché tutti i fascismi hanno sempre sostenuto a gran voce la linearità della storia: perché era loro interesse presentarsi come una sorta di strumento quasi mistico di salvezza, come un’espressione ineludibile, inarrestabile, del divenire storico. Lo diceva Hitler: noi siamo un’onda inarrestabile, non ci fermerete. Lo dicono leghisti e pentastellati oggi.

L’invito al superamento di destra e sinistra, dunque, è un invito essenzialmente reazionario. Destra e sinistra non sono entità concrete sconfitte dalla storia, sono etichette con le quali cataloghiamo i due poli opposti del pensiero politico: la conservazione e l’utopia. E se è vero che tutto ha un punto di vista, che tutto quel che affermiamo, nel momento in cui lo affermiamo, riconduce a una visione della vita, allora anche la post-ideologia riconduce a un’ideologia: un’ideologia di destra.

L’autoritarismo

La fede nella storia lineare – e la concezione quasi magica, irrazionale della realtà che essa porta con sé – è uno dei topoi del pensiero grillino-leghista. Un altro, ad essa strettamente concatenato, è l’appello ad un credo dogmatico, ad un’obbedienza cieca. Rinunciare al pensiero dialettico produce infatti il suo opposto: il dogmatismo, l’autoritarismo. Cioè, appunto, la celebrazione dell’esistente come dato. Gli elettori grillini e leghisti non si fanno domande, non discutono le palesi contraddizioni dei loro leader, sono difficilmente permeabili a scandali e rivelazioni. E ciò arriva a toccare tratti parossistici, persino comici: ieri il Movimento 5 stelle affermava che la televisione è il male, oggi se ne serve a piene mani; ieri invocava un referendum sull’euro, oggi lo ha frettolosamente archiviato; ieri stigmatizzava gli “inciuci” dei partiti, oggi apre a un’alleanza col Pd.

Cambiare opinione è lecito, non lo è fare a pezzi la coerenza, prendere in giro, cinicamente, i propri attivisti. Alessandro di Battista è l’uomo che nel 2014 affermava che “l’obiettivo politico (parlo dell’obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell’ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica”, che “nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella” e ancora che “se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche non violente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana.” Frasi come queste avrebbero distrutto qualunque partito, ma non il Movimento 5 stelle. Che un paio d’anni dopo, candidamente, cambiò linea, con l’obiettivo di accreditarsi come forza di governo.

L’abitudine a giravolte improvvise, radicali, è un tratto distintivo di molte forze, per così dire, populiste. Si ricorderà il caso di Benito Mussolini: da anticlericale a amico della Chiesa, da antiborghese a sostenitore della borghesia. Queste forze non chiedono, di solito, un approccio critico, dialettico, alle proprie tesi, ma piuttosto una fiducia prepolitica, un’adesione emotiva. L’elettore non deve condividere criticamente le loro idee, deve avere fiducia in loro, deve affidarsi a loro. Ecco perché l’elettore leghista non si scandalizza se Salvini da neopagano si trasforma in fervente cattolico che giura sul Vangelo. Ecco perché Donald Trump e Silvio Berlusconi sopravvivono indenni – almeno sino ad ora – alla propria reiterata incoerenza. Il loro segreto è trasformare la politica in un fatto emotivo e autoritario insieme.

Silvia Virgulti, influente consulente per la comunicazione del Movimento 5 Stelle, nonché ex fidanzata di Luigi Di Maio, nel 2015 istruiva così gli esponenti grillini: “L’argomento immigrazione suscita molte emozioni, tra cui in primis paura e rabbia. Per questo, in tv iniziare ad argomentare o spiegare trattati o proporre soluzioni più o meno realistiche è inutile, perché le persone sono in preda alle emozioni e sentono minacciate loro stessi e la loro famiglia; non si può pretendere che seguano un discorso puramente razionale, quindi è bene alimentare la loro rabbia e la loro paura.” La Virgulti è esperta di Programmazione Neuro-Linguistica (PNL), una pseudoscienza che viene usata abbastanza spesso come strumento di persuasione psicologica soprattutto nel marketing e nella politica; in tal senso regalava ai parlamentari del suo partito copie de La struttura della magia, il volume di Richard Bandler e John Grinder che descrive i fondamenti della PNL. E del resto è stato documentato da più parti il ricorso dei politici pentastellati a tecniche di seduzione psicologica. Dunque: stabilire un principio di autorità, suscitare rabbia, sacrificare la coerenza.

Il rifiuto dell’antifascismo

Un altro motivo unificante delle forze populiste italiane è la critica dell’antifascismo. Sul caso di Matteo Salvini è superfluo dilungarsi: le sue simpatie per la destra radicale sono note. Più interessante è il caso del Movimento 5 Stelle: gli esponenti pentastellati, infatti, hanno mostrato da sempre un atteggiamento estremamente ambiguo, persino sospetto, nell’accostarsi al problema del fascismo.

Tanti sono gli esempi che si potrebbero citare. Fece scalpore quanto scrisse nel 2013 (e poi ritrattò) Roberta Lombardi: “Da quello che conosco di CasaPound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica, razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia”. La stessa Lombardi che invocava l’abolizione dei sindacati: “Se parliamo dei sindacati chiedendone l’abolizione, ti tacciano di voler tornare indietro alla rivoluzione industriale.” Sempre nel 2013, Beppe Grillo dichiarava: “Se io sono antifascista? Questo è un problema che non mi compete, il nostro è un movimento ecumenico. Se un ragazzo di CasaPound volesse entrare nel nostro Movimento, con i requisiti in regola, non ci sarebbero problemi”. Più recentemente, nel dicembre del 2016, gli faceva eco Alessandro Di Battista: “È più importante essere onesto che antifascista. Nel 2016 parlare di fascismo e antifascismo è come parlare di guelfi e ghibellini… ancora a parlare di questa roba?”

Ancora più grave fu il caso di un’intervista allo storico revisionista Arrigo Petacco che uscì come prima notizia nel blog di Beppe Grillo, il 24 novembre 2014. Titolo: “Mussolini non ha ucciso Matteotti”. E si potrebbe andare avanti citando l’inquietante filmato dal titolo “Gaia – The future of politics”, prodotto dalla Casaleggio Associati nel 2008, che gli esponenti grillini hanno sempre liquidato come una boutade. Un video in cui Hitler e Mussolini venivano dipinti come grandi comunicatori – senza nessuna parola di condanna – e che ricorda per molti versi le tesi dei 5 Stelle.

Infine il pensiero corre al filosofo pop Diego Fusaro, uno che col Movimento ha avuto da sempre un rapporto privilegiato. Fusaro stigmatizza quello che definisce “l’antifascismo in assenza di fascismo”e non teme di affermare: “Sono molto indipendente nelle mie posizioni e appoggio incondizionatamente tutti i movimenti che nuocciono di più ai vertici dell’aristocrazia finanziaria. Quindi, indistintamente, dai comunisti di Marco Rizzo a CasaPound di Simone Di Stefano, passando per tutti i movimenti non allineati e stigmatizzati dal sistema”.

Perché dunque le forze populiste sono tanto restie a dichiararsi antifasciste se il fascismo, a loro dire, non esiste più?

È ancora una volta Theodor Adorno a suggerirci una possibile risposta. Nel suo La personalità autoritaria, scritto insieme a Else Frenkel-Brunswik, Daniel Levinson e Nevitt Sanford, il filosofo e sociologo tedesco raccoglie i risultati di alcune ricerche da lui condotte presso l’Università di Berkeley, nel periodo in cui la Scuola di Francoforte si era trasferita negli Stati Uniti. La grande intuizione di queste ricerche è la presa di coscienza che il fascismo non è un fenomeno che si limita alle esperienze di Benito Mussolini o Adolf Hitler: è una visione del mondo e, prima ancora, una forma mentis. Servendosi degli strumenti della psicologia, con l’aiuto di test e colloqui clinici, Adorno osserva che nei simpatizzanti fascisti – o dei valori che a queste forze fanno riferimento – è possibile ritrovare dei tratti caratteriali che ricorrono con particolare frequenza. Analizzando questi tratti si arriva a mettere a fuoco l’essenza più profonda del fascismo, di cui il populismo – come si vedrà – è in qualche modo un’espressione. In tal senso Adorno sviluppa una scala, detta Scala-F, che misura le tendenze autoritarie, o fasciste, di un soggetto: una scala che si rivela particolarmente utile nell’accostarsi ai movimenti populisti.

I tratti da lui individuati, che stupiscono ancora oggi per la loro validità, sono il convenzionalismo, ossia l’adesione pedissequa a valori borghesi (l’item del test recita: “l’obbedienza e il rispetto per l’autorità sono i più importanti valori che i figli dovrebbero apprendere”), la sottomissione autoritaria, ossia una visione sottomessa e acritica delle autorità idealizzate del proprio gruppo di appartenenza (“quello che occorre di più a questo Paese, più delle leggi e dei programmi politici, sono alcuni leader coraggiosi, instancabili, devoti, dei quali la gente possa avere fiducia”), l’aggressività autoritaria (“i crimini sessuali, come lo stupro e la violenza sui bambini, meritano più del carcere; questi criminali andrebbero pubblicamente frustati o peggio”), l’anti-intraccezione, ovvero il disprezzo per gli individui sensibili, fantasiosi, per la tenerezza e la dolcezza (“la società ha bisogno di uomini d’affari e gente che produca, non di artisti e professori”), la superstizione e la stereotipia, ossia la convinzione che il destino dell’uomo sia influenzato da variabili magiche (“un giorno le guerre e i problemi sociali potrebbero finire a causa di un terremoto o di un’alluvione che distruggeranno il mondo intero”), l’esaltazione dell’idea di forza, quindi l’importanza attribuita ai concetti di dominio-sottomissione, forte-debole, capo-seguace e l’identificazione con figure di potere (“le persone possono essere divise in due categorie distinte: i deboli e i forti”), la distruttività e il cinismo, cioè un senso di rabbia e di odio generalizzati, la proiettività, ossia il trasferimento all’esterno di impulsi emotivi inconsci, che si esprime ad esempio nell’adesione alle teorie del complotto (“molte persone non capiscono quanto le nostre vite siano controllate da complotti orditi in luoghi segreti”) e infine una visione retrograda o moralistica della sessualità (“la selvaggia vita sessuale dei greci e dei romani era monotona se paragonata ad alcune delle cose che accadono in questo Paese, persino laddove uno meno se lo aspetterebbe”).

Il lessico e le idee a cui Lega e 5 stelle ci hanno abituati si inscrivono perfettamente nel quadro tracciato da Adorno, tra autoritarismo e pensiero magico, giustizialismo e culto dell’uomo forte. Alla luce di queste premesse è facile intuire perché i movimenti populisti abbiano tanta simpatia per un fascista moderno come Vladimir Putin, uomo sanguinario, violento, autoritario, tra i capi di stato più pericolosi oggi in circolazione. Si ricorderanno gli elogi spesi da Grillo e Salvini nei confronti del presidente della Federazione Russa, come si ricorderà l’amicizia di Putin con l’estrema destra europea, dal Front National all’Ukip, dal Partito Nazionaldemocratico tedesco ad Alba Dorada.

Il populismo italiano e l’industria culturale

Eppure queste forze hanno avuto un largo seguito in Italia: la somma dei voti di Lega e Movimento 5 stelle raggiunge il 50% sia alla Camera che al Senato. Com’è possibile che dei partiti così ideologicamente grossolani, culturalmente inconsistenti, politicamente reazionari possano aver ottenuto un consenso così alto? Va detto che episodi come questo si sono già visti, anche nella storia recente: si pensi al successo dei partiti populisti in Europa e soprattutto alla vittoria di Trump negli Stati Uniti, un altro fascista moderno non a caso elogiato sia dalla Lega che dai 5 stelle.

Ma l’ascesa dei movimenti populisti merita qualche riflessione in più. L’inizio degli anni Ottanta portò una spoliticizzazione progressiva della società occidentale, un tramonto del fermento culturale dei decenni precedenti: fu il momento di Reagan, della Thatcher, delle politiche neoliberali. Alla militanza subentrò il disimpegno, lo yuppismo, il divertimento amministrato. Furono gli anni della “desublimazione repressiva” – come direbbe Marcuse – cioè di un edonismo farlocco, pornografico, strettamente controllato dal sistema. L’avanguardia cedette il posto al kitsch – secondo quell’eterno paradigma che Clement Greenberg, in tempi non sospetti, aveva così acutamente illustrato – e il post-modernismo portò a una pretesa democratizzazione del gusto.

In quel clima di massificazione culturale, la figura dell’intellettuale iniziò ad uscire di moda: in una società in cui si afferma l’equiparazione di brutto e bello non c’è spazio per i pungolatori del pensiero, per i critici militanti, per gli esteti. Mentre gli intellettuali si facevano sempre più rari i mezzi di comunicazione di massa assumevano un’importanza sempre maggiore, incaricandosi – più di quanto non avvenisse in precedenza – della funzione di arbitri del gusto. Da allora in poi, in mancanza di coscienze critiche in grado di fermarli, i media assunsero una capacità di controllo sociale che non si era sinora mai vista, che progredì esponenzialmente fino ad oggi.

La caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica furono le premesse necessarie per una fase, come quello di Mani pulite, che si palesò presto come un’esplosione di giustizialismo poliziesco, di isteria collettiva, di vendetta spettacolarizzata. La costruzione della “Seconda Repubblica” fu dunque affidata ai mezzi di comunicazione di massa, più e meglio di quanto non accadesse in passato: furono loro a creare Berlusconi (o forse viceversa?), che con la sua tv spazzatura plasmò una sensibilità culturale sempre più spenta e gerarchizzata. Furono sempre i media a creare e a nascondere scandali, a scatenare a comando l’indignazione collettiva, ma anche le passioni e gli entusiasmi popolari.

L’avvento dell’era digitale fece il resto: i social media e Wikipedia, con la loro aria di libertà e democraticità, portavano in dote una capacità di manipolazione che nessuno si era mai immaginato. Cosa c’è di più gerarchico e manipolativo di uno spazio in cui le voci si accavallano, e nel rumore si sente soltanto la voce di chi ha i mezzi per farsi sentire? Cosa c’è di più pericoloso di un’enciclopedia che si vuole obiettiva e nazionalpopolare – ma che in realtà è alle mercé di lobby di ogni sorta – quando l’obiettività, com’è noto, non esiste?

È dunque in questo clima culturale che si espandono prima la Lega e poi il Movimento 5 Stelle, che traggono linfa da un contesto sociale nel quale lo strapotere dei media, social e tradizionali, ha soffocato anche i più timidi tentativi di pensiero dialettico. Nel 2013 la Lega era quasi scomparsa; ma quando Matteo Salvini cominciò a saturare i talk show politici di ogni sorta, il trand cominciò a cambiare. Anche il Movimento 5 stelle era sconosciuto ai più, almeno fino a quando un’aggressiva campagna elettorale fuori e contemporaneamente dentro i media – Umberto Eco la definì una “comunicazione della comunicazione” – non lo portò alla ribalta.

La società italiana era oramai assuefatta alla politica mediatizzata e spettacolarizzata, l’indipendenza e la coscienza critica dei fruitori si era fatta sempre più evanescente. E così nessuno si accorse che un Movimento che si professava libero e democratico redigeva liste di proscrizione come ai tempi di Mussolini, intimidiva gli avversari con l’arma dell’odio. Ricordate? Beppe Grillo pubblicava il nome di un giornalista sulla sua rubrica “Il giornalista del giorno” e il pubblico rispondeva sommergendo il malcapitato di insulti; come quando storpiò il nome di Gad Lerner in “Gad Vermer” e il pubblico commentò con violenti epiteti antisemiti. Si respirava un clima di paura, gli avversari temevano di criticare Grillo apertamente per timore di rappresaglie virtuali. In pochi ripensarono a quanto avvenne agli albori del fascismo, quando le squadracce servirono a Mussolini per intimorire i detrattori, per conquistare il consenso.

Libertarismo e comunitarismo

Gli anni Ottanta furono anche l’epoca in cui il dibattito politico e culturale si dedialettizzò definitivamente. La teoria critica della società e la Scuola di Francoforte furono presto considerate un’eredità del passato, e con esse cadde in disgrazia quello che forse era il cuore pulsante del loro pensiero: il marxismo libertario. Dal marxismo libertario, dall’idea che la giustizia sociale passi attraverso l’emancipazione da ogni potere autoritario, furono in molti a prendere le distanze. Chi in nome del relativismo, chi in nome di un marxismo dedialettizzato, altri ancora confondendo pretestuosamente il libertarismo con il libertarianismo. In un’atmosfera artificialmente post-ideologica come quella degli anni Ottanta, dominata dall’industria culturale, cominciò dunque a farsi strada, dapprima sommessamente, la scuola diametralmente opposta a quella del libertarismo: il comunitarismo. Questa scuola vuole l’individuo non più come un soggetto libero al cui servizio opera la comunità; ma come un soggetto inerte al servizio della comunità stessa. Crede nel rafforzamento dei legami sovraindividuali, nel sacrificio dell’identità singolare sull’altare di un sentire collettivo, nella storia lineare. È, naturalmente, una filosofia con forti connotazioni gerarchiche: come sempre il bene comune è lo strumento più efficace per esprimere la volontà di un capo, per imporre l’ingiustizia in nome di una presunta giustizia.

Fu anche l’affermazione nella società di sottese tendenze comunitariste a facilitare l’ascesa dei movimenti populisti, a creare un terreno fertile affinché potessero imporsi. Una società che crede nell’espressione delle libertà naturali dell’individuo, dell’eros, del gioco, difficilmente sarà permeabile a forme di pensiero autoritario. Una società che antepone la comunità all’individuo, che enfatizza un presunto sentire collettivo – di cui i mass media sarebbero i portavoce – sarà invece il luogo ideale nel quale innestare forme di giustizia sommaria, di violenza di stato.

Una società che si è spostata a destra, che ha archiviato troppo in fretta il marxismo libertario e il pensiero dialettico, si presta facilmente alle sirene della demagogia. Il voto del 4 marzo lo ha dimostrato

Giulio Laroni

(pensalibero.it)

Centrodestra, pronto l’ultimo duello Salvini-Berlusconi

salvini, meloni, berlusconiMentre Giorgia Meloni è in Ungheria, continua lo scontro in casa Centrodestra tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi per la carica di presidente del Consiglio. Domani ci sarà l’ultimo appuntamento sul palco dei tre leader, ma per il momento la partita tra i due contendenti è ancora aperta. L’Ex Cavaliere dopo aver proposto più volte la sua candidatura o quella del Presidente Tajani, a chi gli chiede se sarà lui il candidato premier di Fi nel caso si tornasse al voto tra un anno, ribadisce: “Contro la mia voglia temo che dovrò essere io, che sarò riabilitato dopo una sentenza assurda”. “Io non ho ambizione politica, sono in campo come nel 94 per senso del dovere, questa volta l’ho fatto di nuovo per evitare che la setta M5s arrivasse a prendere i voti degli italiani per governare. Ci sono solo io che posso evitare questo, se io non fossi stato in campo, la metà di chi vota Fi si sarebbe astenuto”, dice ancora Silvio Berlusconi a radio anch’io.
Mentre il leader della Lega oggi continua a riproporsi come vincitore indiscusso: “La Lega sarà prima in Veneto come in Lombardia, andremo avanti in Emilia. E per la prima volta nella storia avremo tanta fiducia di uomini e donne nel Sud: saremo prima forza del centrodestra”.
Ma Berlusconi punta a essere lui il primo partito e a decidere così le sorti di un eventuale Governo dopo il 4 marzo, tanto che non ha ancora confermato la sua presenza sul palco della manifestazione indetta da Matteo Salvini giovedì a Roma. Il leader del Carroccio per il momento non può far altro che assecondare l’uomo di Arcore per poter conquistare i voti necessari per le consultazioni elettorali. Un primo passo verso l’ala moderata Salvini lo ha già fatto quando ha dato la sua indisponibilità a una intesa con CasaPound, lo ha fatto in nome di un’intesa con i Forzisti che vogliono una coalizione il più possibile moderata e con Fratelli d’Italia già di malumore per aver visto perdere il suo bacino di voti a favore della Lega.

Elezioni. LeU-5 Stelle: Grasso apre a possibile intesa

Grasso-crocetta-intercettazioni“Prima non erano disponibili ad allearsi con nessuno, poi il contrario. Su immigrazione, Europa diritti civili hanno preso posizioni antitetiche ma se ci sono punti comuni perché no”. Lo ha detto il presidente del senato Pietro Grasso a Skuola.net rispondendo a chi gli chiede se sia immaginabile un’alleanza con il M5S sottolineando allo stesso tempo che con Berlusconi “non ci può essere un punto in comune. Il centrodestra ha una visione diversa dalla nostra”. Un avvicinamento pericoloso quello di LeU. Di Maio nei giorni scorsi ha fatto capire senza giri di parole che il M5 non è più quello di 5 anni fa e che qualche alleanza strategica può essere fatta. I voti di altri, se necessari in Parlamento per avere la maggioranza, sarebbero ben accetti. Insomma gli ex Pd, in poco tempo, sono passati dall’avversione più oltranzista al Movimento grillino, a una possibile intesa. Almeno nelle parole di Grasso. Una metamorfosi pericolosa che potrebbe dare vita a mix senza anima. Soprattutto immaginando l’effetto che potrebbe verificarsi, aggiungendo un ingrediente di colore verde: quello sovranista della Lega di Salvini che, nonostante i proclami di rito, su molte posizioni è sicuramente più vicino ai pentastellati che a Forza Italia.

Intanto Berlusconi cerca di ricompattare il suo schieramento annunciando una manifestazione unitaria di coalizione per giovedì prossimo. Ma allo stesso tempo tiene a sottolineare come il centro destra non ha “non ha nulla a che fare con Casapound, nè con i loro programmi. Non avrà nulla a che fare con Casapound né ora né dopo le elezioni”. Un messaggio che è una risposta chiara alla disponibilità data nei giorni scorsi da Salvini a fare un’intesa con Casapound. Disponibilità ancora evidentemente ancora aperta non essendo ancora stata smentita dal leader della Lega.

Nencini: “Noi forza responsabile. Salvini blasfemo”

salvini rosario

Matteo Renzi non farà passi indietro  se il Pd dovesse subire una sconfitta alle elezioni del 4 marzo. Anzi, il segretario dem confessa di trovare  “sconcertante il fatto che il tema sia cosa farò io”. Intanto,  dopo il giuramento sul Vangelo in piazza Duomo a Milano, Matteo Salvini incassa l’appoggio di CasaPound: la formazione di estrema destra si dice pronta a sostenere un governo guidato  dal leader della Lega. Per i 5 stelle l’appuntamento clou sarà giovedì, quando il candidato premier Luigi Di Maio presenterà la squadra di governo che lo affiancherà a palazzo Chigi in  caso di vittoria. Sempre giovedì, e salvo cambi di programma,  il centrodestra si presenterà unito in una manifestazione a  Roma.

Riccardo Nencini, segretario del PSI e candidato nel collegio uninominale Siena-Arezzo, intervenendo a Bari ad un incontro elettorale della lista Insieme è tornato a commentare il gesto di Salvini: “Veder sventolare un crocifisso durante un comizio elettorale – ha detto Nencini – è cosa che nemmeno Luigi Gedda negli anni ’50, quello che vedeva le madonne muoversi dal campanile in giro per l’Italia”. Commentando il gesto di Salvini che ha sventolato il rosario in un comizio a Milano, Nencini ha detto che si tratta di un gesto ” blasfemo, un’offesa a tutti gli italiani e non solo ai cristiani che in tempi normali farebbe sorridere, ma in questi preoccupa”.

Il fondatore della lista Insieme ha anche detto che di fronte all’attuale clima politico “Il centrosinistra non può riunirsi solo attorno al tema dell’antifascismo. Per creare speranza e passione occorre costruirvi attorno argomenti credibili”. Nencini ha sottolineato che il centrosinistra rappresenta “una forza credibile, responsabile e tranquilla, in grado di governare l’Italia e di farlo  introducendo elementi di cambiamento pur restando ancorata a dei valori fondamentali”.

Tre i punti programmatici indicati: un piano casa da 50 milioni l’anno; il sostegno agli studenti meritevoli e fuori sede, un mondo  del lavoro revisionato con 7 mila posti da lavoro da creare e finanziare in due anni”. Sulla competizione elettorale Nencini ha poi spiegato che “non ci sarà un governo di centrodestra dall’esito delle votazioni. Il rischio vero – ha concluso – è che ci sia un governo che possa contare su Grillo, Lega e Meloni. La cosa ci allontanerebbe dall’Europa e dai valori fondamentali della Repubblica”. Infine il il vice ministro delle Infrastrutture e dei trasporti ha parlato di ILVA: “Sull’Ilva chiediamo attenzione al recupero di un’attività imprenditoriale importante per l’Italia, mettendola in linea con la tutela ambientale e la salute dei cittadini. La nostra è una soluzione decisamente diversa da quella presentata da Emiliano e molto più in linea con quello che ha proposto il ministro Calenda”.

Al via l’ultima settimana di campagna elettorale con tutti i leader che, forse anche per dare la volata finale ai propri  partiti, si affrettano a garantire che non ci saranno inciuci, nessun governo di larghe intese. “Penso che il Pd sarà il  primo partito e lavoro perché lo sia – afferma Renzi – Non faremo mai nessun governo con gli estremisti”. In questa categoria Renzi include sia i 5 stelle che la Lega e, poiché  ha fatto un’alleanza con Salvini, anche Forza Italia. Quindi, il leader dem torna ad attaccare Leu: “Nei collegi o passa il  candidato del centrosinistra o del centrodestra, tertium non datur”. Ne consegue, che il voto dato a Leu è un voto, ribadisce, dato a Salvini. “Non ho scelto io la divisione del centrosinistra – ricorda Renzi – Ognuno si deve assumere le sue responsabilità. Ogni voto dato al partito di D’Alema è un  voto che favorisce il centrodestra e gli estremisti”, osserva  il segretario Pd, che mette in guardia: “Aprire la strada a  questa destra estremista o ai populisti che hanno ampiamente  dimostrato la loro incapacità amministrativa significherebbe  mettere il Paese sull’orlo del baratro”.

Ma Leu rigetta le accuse e torna a  ribadire che con i dem non ha intenzione di spartire alcunché: “Le alleanze si fanno sui programmi. Nessun compromesso al ribasso con il Pd”, scandisce Laura Boldrini.  Per Giorgia Meloni non esiste alternativa a nuove elezioni in caso di stallo: “Basta un governo settimanale, ci vuole una settimana per fare una legge elettorale, si metta chi si vuole, ma sette giorni per fare la legge elettorale e poi si torna a votare”. Salvini conferma la manifestazione unitaria di  giovedì prossimo a Roma, con Berlusconi e Meloni. Ma proprio dalla Lega arriva una ‘stoccata’ al leader che aspira ad ottenere l’incarico da Mattarella: “Conosco Antonio Tajani, gli sono amico e mi farebbe piacere se fosse lui, certamente. Sarebbe un ottimo premier”, è l’endorsement lanciato da  Roberto Maroni. Ma Salvini non si scompone: “Non mi pongo il  problema della coalizione se nessuno avrà la maggioranza, il centrodestra vincerà e la Lega andrà fortissimo, io sono  pronto a fare il presidente del Consiglio e a fare la squadra”.

Anche il Pd ha come meta la vittoria: “Noi lavoriamo per vincere, essere il primo partito, il primo gruppo parlamentare  e per essere autonomi nel governo e siamo convinti che gli spazi per le decisioni degli italiani sono ancora tutti  aperti”, osserva Ettore Rosato. Dopodiché, “se nessuno avrà i  numeri per costituire un governo in forma autonoma ci sarà  l’iniziativa del Capo dello Stato che con il consueto senso dell’equilibrio e delle istituzioni, proporrà una soluzione e noi valuteremo la soluzione che il Capo dello Stato propone”.

Nessuna intesa con il Pd, mette in chiaro Silvio Berlusconi, “difficile recuperare il rapporto con Renzi”, spiega il  Cavaliere. Chi è invece pronto a siglare intese è CasaPound:  “Se c’è la possibilità di fare un governo sovranista che ci porta fuori dall’euro e fuori dall’Unione Europea e che blocca  l’immigrazione che sono i tre punti principali del nostro programma siamo pronti a sostenerlo”, spiega Simone Di Stefano.  Dovrebbe essere però, precisa, “un governo che non ha Tajani  premier e Brunetta all’Economia, ma sarebbe un governo che dovrebbe avere un Salvini premier. Siamo pronti a sostenerlo esternamente, non vogliamo ministeri, non vogliamo sottosegretariati”.

Torino, Viminale chiede di “abbassare i toni”

torinoSono giorni di confusione e di allerta, questi che precedono le consultazioni elettorali. Torino dopo le polemiche per l’ospitata di Simone Di Stefano, leader di Casapound, è stata protagonista di una vera e propria guerriglia. Il corteo contro l’arrivo del leader Di stefano ha raccolto più di duecento fra attivisti dei centri sociali, sindacalisti di base, anarchici, No Tav dalla Valle di Susa, studenti delle scuole superiori, militanti di Potere al Popolo, e si è mosso dalla stazione ferroviaria di Porta Nuova verso l’hotel nel centro storico in cui Simone Di Stefano era presente per un appuntamento elettorale. Quella che doveva essere una manifestazione di protesta è degenerata in una vera e propria guerriglia, nei tafferugli sono rimasti feriti sei agenti del reparto mobile, colpiti da bottiglie e bombe carta: per uno di loro si è reso necessario un intervento chirurgico.
Il questore di Torino Francesco Messina si è complimentato con il personale del reparto mobile: “Le persone che vanno a un corteo con bombe imbottite di schegge di legno e metallo non sono dei dissenzienti, ma veri e propri delinquenti”.
Quanto accaduto ieri sera a Torino, con il lancio di bombe carta contenenti chiodi e bulloni contro le forze di polizia, “è un fatto gravissimo”, è quanto sottolineano dal Viminale ricordando che chi le ha lanciate “voleva fare del male”. “Non faremo sconti a nessuno, le forze dell’ordine intervengono e interverranno per fermare l’illegalità in maniera tempestiva, come accaduto finora”.
Ma il ministro Marco Minniti tenta comunque di calmare le acque e a chi chiede se esiste un rischio di degenerazione violenta della politica risponde: “Penso di no”.
“Noi – ha detto in diretta Fb – abbiamo una capacità e una forza della nostra democrazia che ci consente di poter dire, con una certa serenità, che siamo in condizione di affrontare la campagna elettorale, che è il cuore della democrazia. E come tale le elezioni devono essere garantite rispettando il principio di libertà e di sicurezza”.
“Noi – ha aggiunto Minniti – dobbiamo esprimere un grande apprezzamento alle forze di polizia, alle donne e agli uomini delle forze di polizia, che in questi giorni con un impegno straordinario stanno garantendo la libertà di tutti”.

VIOLENZA MILITANTE

accoltellato risse sangue polizia-2L’Italia aveva quasi dimenticato la violenza in strada dei militanti politici, quella degli anni della contestazione studentesca che portava a feriti e a scontri tra ‘rossi’ e ‘neri’, ma che purtroppo si sta ripresentando in queste ultime ore. “Quello che è accaduto a Palermo all’attivista di Forza Nuova – affermano in una nota Angelo Bonelli, Giulio Santagata e Riccardo Nencini, promotori della Lista Insieme – è un atto che possiamo definire fascista, così come lo è l’accoltellamento dell’attivista di Potere al Popolo a Perugia. Un episodio di stampo squadrista oltre che fascista è stato anche il tentativo di irruzione da parte di trenta attivisti di Forza Nuova nello studio di La7 durante la trasmissione di Giovanni Floris. Si tratta di tre atti violenti che vanno condannati con la massima fermezza”. “Stiamo assistendo – continuano gli esponenti della Lista Insieme – ad una escalation di violenza di natura politica che ci riporta con la memoria ad anni difficili per la democrazia del nostro Paese. Non possiamo in nessun modo permettere che vengano utilizzati questi mezzi per innescare il terrore nelle cittadine e nei cittadini italiani nel chiaro tentativo di condizionare la libertà di espressione”.

“Per questo motivo – concludono Nencini, Bonelli e Santagata – auspichiamo che il voto del 4 marzo vada verso quelle forze politiche in grado di arginare questi estremismi pericolosi e che elettrici ed elettori non si facciano intimorire da chi basa la propria campagna elettorale su messaggi di odio e di intolleranza. Invitiamo i partiti ad adottare un codice di comportamento, perché i diritti e le libertà si impongano sull’estremismo e la violenza. Noi il 24 saremo in piazza per dire no alla violenza e al fascismo”.

Già qualche giorno fa Riccardo Nencini, segretario del Psi, ha sostenuto che di fronte alla crescita di movimenti come Forza Nuova e Casapound è ora di mettere mano alla legge contro il fascismo. Nencini aveva così commentato la violenza a Bologna. “La valutazione che è stata fatta sul concedere la piazza a Forza Nuova immagino sia stata assolutamente ponderata – afferma il leader socialista – dovremmo però inquadrare la questione da un altro punto di vista. Siccome c’è un rigurgito di motivi neo-fascisti, come Forza Nuova e Casapound, la domanda che dobbiamo porci è se le norme esistenti, oltre a tutelare il diritto di ciascuno a manifestare le proprie idee, non debbano essere rinnovate per quel che riguarda una nuova specifica su ciò che significa fascismo e neo-fascismo oggi”. Secondo Nencini, dunque, “forse conviene affrontare la questione a monte e il tempo purtroppo è maturo, perché il rigurgito non è localizzabile in una regione. È assolutamente trasversale e lo vedo emergere in diversi curricula di candidati grillini e leghisti, soprattutto al sud. E quindi il tema si pone”.
In queste ultime ore s è scatenata la violenza fisica. Il primo episodio è di ieri sera, a Palermo, Massimo Ursino, il leader di Forza Nuova è stato fermato in strada mentre usciva dal lavoro e picchiato a sangue da sei sconosciuti.
Questa notte invece un trentasettenne militante di Potere al Popolo è stato aggredito coi bastoni e accoltellato alle gambe e alla schiena, mentre affiggeva manifesti elettorali alla periferia di Perugia, nella zona di Ponte Felcino. Con il militante anche il cugino colpito alla testa.

Viola Carofalo, capo partito di Potere al Popolo, commenta l’accoltellamento di Ponte Felcino come probabile conseguenza dei fatti di Palermo, infatti le aggressioni al dirigente di Forza Nuova ieri sera a Palermo, compiuta da elementi della sinistra antagonista, potrebbe aver scatenato una “reazione” contraria proprio da parte di eventuali gruppi neofascisti. “Il clima è pesante. In questo ha colto il punto il sindaco di Palermo: l’antifascismo va difeso”, spiega ancora la leader di PaP.
Walter Verini, Capogruppo del Pd in Commissione Giustizia della Camera e candidato in Umbria parla di “fatto di straordinario allarme e gravità”.
Ma gli episodi di violenza non si fermano, Roma è tristemente protagonista di un episodio lugubre. Una scritta “morte alle guardie” con due svastiche ai lati è stata trovata sulla base di cemento della lapide commemorativa del rapimento di Aldo Moro in via Mario Fani a Roma, dove persero la vita i suoi agenti di scorta.
Mentre Forza Nuova dopo essere stata sdoganata in Tv e da giornalisti illustri, si presenta proprio lì dove era stato ospite il leader di Casapound, Simone Di Stefano, negli studi di La7. Blitz di un gruppo di attivisti di Forza Nuova ieri intorno a mezzanotte negli studi tv di via Tiburtina, alcuni militanti sono riusciti a entrare, chiedendo di partecipare alla puntata del programma di Giovanni Floris, mentre era in onda un contributo registrato e quindi a telecamere spente. Le forze dell’ordine hanno identificato i componenti del gruppo, ma l’episodio si è chiuso in modo non violento. “Verso la mezzanotte – spiega Floris – si è presentato un gruppo di persone. Saranno state una ventina. Si sono qualificati come Forza Nuova e di Forza Nuova avevano le insegne. Volevano interagire col programma. Questo non era possibile, sia tecnicamente (in quel momento andava in onda un contributo registrato) sia per ragioni di opportunità. Non mandiamo in onda chi non è da noi invitato, tantomeno se si presenta in quel modo. Fermo restando che la modalità con cui si sono posti non è accettabile, il confronto si è svolto in un clima non violento. Dopo aver esposto le loro ragioni si sono fatti accompagnare all’uscita”.

Vecchie nostalgie e nuovi scenari. Arrivano i Comunisti

ferrandoSi avvicinano le elezioni e come sempre arrivano le sorprese. In un Paese dove la crisi politica si fa sentire forte, il primo sintomo è la radicalizzazione politica unita a una buona dose di nostalgia: è avvenuto nelle ultime tornate elettorali europee, sta avvenendo anche in Italia. Insieme al ritorno di partiti xenofobi e apertamente neofascisti, come Casapound, ad affacciarsi sulla scena elettorale è l’altra faccia della medaglia ideologica: i comunisti.
Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori e referente italiano del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale ha annunciato il nome della lista e del simbolo che il Partito comunista dei lavoratori (Pcl) lancia assieme a Sinistra classe rivoluzione (Scr) alle prossime politiche. Si chiamerà “Per una sinistra rivoluzionaria” e presenta la falce e il martello nel simbolo rimosso da Occhetto.
sinistra rivoluzionariaNonostante la poca risonanza nelle ultime elezioni il partito di Ferrando ottenne lo 0,26% alla Camera e lo 0,37% al Senato, anche se non è riuscito a conquistare nessun seggio. Tuttavia oggi con la sinistra sempre più spaccata e con i malumori della base di Sinistra Italiana, questa costola trotzkista di Rifondazione comunista, potrebbe attrarre più lettori di quanto si pensi. Non a caso l’appello di Ferrando è rivolto proprio a chi non condivide la scelta di Frantoianni e co. di costituire un’alleanza con a capo Grasso: “Quella lista comprende un personale dirigente che non solo ha distrutto la sinistra politica in Italia, a partire dallo scioglimento del Pci, ma ha diretto le gigantesche privatizzazioni degli anni ’90, ha precarizzato il lavoro (a partire dal pacchetto Treu), ha infine votato tutto il peggio dei governi Monti, Letta, Renzi, inclusa la soppressione dell’articolo 18. In poche parole ha picconato la libertà e l’uguaglianza a danno di chi lavora. Il fatto che si chiamino ‘Liberi e Uguali’ dimostra solamente che il trasformismo non ha confini, la faccia tosta neppure”. Non mancano poi le critiche alla lista civica della Falcone e di Montanari, per Ferrando si tratta solo di
“un sipario, una mascheratura civica dietro cui si lavorava per ricomporre tasselli della cosiddetta sinistra riformista, subordinata agli interessi delle classi dominanti”.
L’appello del leader del Pcl è quindi verso ‘i duri e puri’ del vecchio stampo comunista, ma precisa: “L’obiettivo centrale è quello di usare anche la tribuna elettorale per ricostruire una coscienza politica di classe e anticapitalistica tra i lavoratori e gli sfruttati”.
Tuttavia per la ‘rivoluzione’ manca il tassello istituzionale: per la legge elettorale servono almeno 50mila firme, un obbligo per tutte le formazioni che non sono già in Parlamento.

ESTATE ROMANA

tiburtino iiiRoma è di nuovo protagonista (in negativo) sulla questione migranti. Dopo gli scontri e gli sgomberi di fine agosto a Piazza Indipendenza, la tensione si sposta in periferia. Ieri sera intorno alle 22 si è scatenata una lite furibonda al centro di accoglienza migranti di via del Frantoio a Roma, quartiere Tiburtino Terzo.
Tutto sarebbe nato da un diverbio tra un migrante e alcuni ragazzini del quartiere, un successivo lancio di sassi da parte di un migrante, un gruppo di residenti che aggredisce gli ospiti del centro e ne ferisce uno e due versioni successive. Da un lato chi sostiene che ci sia stato un vero e proprio assalto da parte dei residenti al centro accoglienza, dall’altro la versione che i migranti sarebbero usciti armati di coltelli e bastoni. In ogni caso un eritreo è stato ferito alla schiena, ma non si conosce ancora l’esatta dinamica dell’aggressione: le indagini sono ancora in corso.
Il migrante eritreo ferito nella notte durante le tensioni registratesi al centro di accoglienza di via dei Frentani non è ospite di quella struttura dal luglio scorso. È quanto fa sapere la Croce Rossa di Roma che gestisce il Presidio Umanitario spiegando che l’eritreo “è attualmente inserito nel programma di relocation” ospite del Centro di accoglienza straordinaria (Cas) di via Staderini, nel quartiere di Tor Tre Teste. “Quanto è accaduto questa notte al Tiburtino è sintomo di una situazione di tensione. Siamo preoccupati per la pacifica convivenza di tutti”, sottolinea la Croce Rossa precisando anche che “non ci sono state persone ‘sequestrate’ e che la tensione per fortuna non ha prodotto gravi conseguenze”. “Noi siamo disponibili – prosegue la Cri di Roma – a prendere tutti i provvedimenti necessari qualora si accertassero fatti diversi, ma al momento possiamo confermare che dal Presidio non è partita alcuna forma di aggressione. Siamo disponibili come sempre nei confronti della popolazione residente e auspichiamo che lo siano anche le Istituzioni del territorio. Da subito ieri sera ci siamo messi in contatto con le Forze dell’Ordine e attendiamo la conclusione delle indagini”.
La procura di Roma ha aperto un fascicolo. Il pm Alberto Galanti procede per tentato omicidio ed è in attesa di un’informativa della polizia sui fatti sfociati nell’accoltellamento dell’eritreo. Nel frattempo ha nominato un interprete che possa consentire al ferito di riferire su quanto accaduto nel centro di accoglienza.
La tensione si è riacutizzata nella mattinata: all’uscita di tre migranti dal centro, uno dei quali con la mano fasciata, un paio di residenti gli sono andati incontro urlando: “Ti ho riconosciuto, eri quello che stanotte aveva in mano un bastone”. Ad intervenire polizia e carabinieri che hanno separato i due gruppi. Attualmente è presidiato dalle forze dell’ordine il centro di accoglienza di via del Frantoio. Un blindato della polizia da stamattina è posizionato davanti al cancello d’ingresso che apre sul vialetto interno. Pochi i migranti che entrano e escono dalla struttura mentre continua il via vai di residenti lungo la strada.
A buttare benzina sul fuoco ci ha pensato subito Casapound che ha addirittura fatto circolare la notizia ‘falsa’ di una donna sequestrata dai migranti del Centro. “Pare che una donna sia stata rapita dagli immigrati clandestini, ospiti del centro gestito dalla Croce Rossa, in seguito ad un diverbio”, ha commentato su Roma Today Mauro Antonini, alimentando la crescente tensione.
Un appello a “evitare altre tensioni” viene dalla Croce rossa italiana (Cri) di Roma, fonti della quale affermano come le violenze di stanotte al Tiburtino III, a Roma, con un migrante eritreo ferito, siano avvenute all’esterno del centro della Cri. L’organizzazione umanitaria sta ancora cercando di ricostruire l’accaduto dalle testimonianze dei propri operatori, che vengono sentiti dai carabinieri: secondo quanto emerso finora, alcune persone – tra cui l’eritreo ferito – si sarebbero avvicinate all’ingresso del presidio umanitario in via del Frantoio.
“Sugli incidenti al centro di accoglienza di via del Frantoio andrebbero evitate le solite speculazioni politiche. Dovrebbero evitarle in particolare le destre, dentro e fuori le istituzioni, impegnate h24 a criminalizzare i migranti e ad alimentare i conflitti, invece che provare a risolvere i problemi”, afferma Stefano Fassina, deputato Sinistra italiana e consigliere Sinistra per Roma. “È evidente – prosegue Fassina – che sulle periferie si sono scaricati problemi enormi. È evidente che da tanti anni Roma non ha politiche per l’accoglienza e l’integrazione. È carenza specifica di un problema generale: l’assenza di politiche adeguate per la dilagante sofferenza economica e sociale della città”.
“Di fronte a questi nuovi fatti – avvertono i consiglieri del Pd di Roma – ci chiediamo cosa stia facendo il Campidoglio per gestire l’accoglienza, se e come stia collaborando con le altre Istituzioni. Forse sarebbe stato meglio approvare già ieri la proposta del Pd di istituire una cabina di regia per coordinare le istituzioni e rafforzare il sistema di accoglienza diffuso per rifugiati e richiedenti asilo. Il tutto invece è stato rimandato per l’assenza dell’assessora Baldassarre”.

Ostia. Casapound aggredisce ragazzo

Momenti di tensione a Roma davanti una delle sedi della Ue tra esponenti di Casapound, che appoggiano il movimento dei Forconi, e le forze dell'ordine, Roma, 14 dicembre 2013. ANSA/WEB SITO CASAPOUND +++NO SALES EDITORIAL USE ONLY+++

Continua a preoccupare il clima di odio e violenza che imperversa Roma. Le scorribande di Casapound, un’organizzazione neofascista, spesso restano impunite, ma continuano a crescere in maniera spaventosa.

Un giovane di Ostia, Diego Gianella, attivista di Alternativa Onlus, associazione territoriale che si occupa di clochard e vittime di racket e prostituzione, è stato picchiato in un parcheggio alla luce del giorno, da cinque militanti di Casapound.

Durante la prima tappa di #RomaAscoltaRoma, svolatasi ieri pomeriggio presso la sala Consiliare del X Municipio, il giovane ha provato a entrare dall’entrata principale, ma gli è stato impedita con la forza da militanti di Casapound, che lo hanno seguito nel parcheggio e picchiato violentemente.

Tutto questo poco lontano dal Municipio dove erano presenti le forze dell’Ordine che pare non sia siano accorti dell’aggressione, avvenuta di giorno. Il ragazzo dopo il pestaggio ha due costole rotte e quindici giorni di prognosi, e ha anche sporto denuncia ai carabinieri di Ostia.